Archive for the ‘Racconti’ Category

La Genesi. Dalla Bibbia secondo me.


2011
04.24

In principio Dio creò il cielo e la terra.
Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: “Sia la luce!”.
E la luce fu.
Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte.

E fu sera e fu mattina:  primo giorno.
Dio disse:  “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”. Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento.
E così avvenne.
Dio chiamò il firmamento cielo.

E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
Dio disse:  “Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto”. E così avvenne.
Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare.
E Dio vide che era cosa buona.
E Dio disse: “La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie”. E così avvenne:  la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona.

E fu sera e fu mattina: terzo giorno.
Dio disse: “Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra”.
E così avvenne:  Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona.

E fu sera e fu mattina: quarto giorno.
Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo”. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra”.

E fu sera e fu mattina: quinto giorno.
Dio disse: “La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie”. E così avvenne: Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.

E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.
Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.

Dio li benedisse e disse loro:

“Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra”.

Poi Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde”. E così avvenne.  Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.

E fu sera e fu mattina: sesto giorno.
Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro.  Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto.  Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

E fu sera e fu mattina: ottavo giorno.
Dio vide nel mezzo del mondo un uomo, Abramo che si guardava intorno dimentico del passato e smarrito al quesito di chi avesse creato tutto questo.
Scese sulla terra e vi parlò per poi lasciarlo vivere e lasciare che il suo verbo si espandesse. Rimase a seguire l’uomo per ore, tra le sue guerre, e le civiltà.
L’uomo era diverso dagli altri animali e seguirlo era un’attività molto più faticosa delle precedenti.

E fu sera e fu mattina: nono giorno.
Dio disse: “dov’è finito l’uomo in questa notte?” E fece scendere il suo figlio primogenito sulla terra per indicare la via agli uomini, li seguì il tempo che questi nuovi insegnamenti si espandessero poi la fatica lo portò nuovamente a riposare.

E fu sera e fu mattina: decimo giorno.
Dio disse: “dov’è finito l’uomo in questa notte?” E con rammarico guardò le armate vestite di bianco fregiate di croci rosse, guardò le guerre e il sangue, guardò la barbarie, e vide che non era cosa buona e giusta. Decise di cambiare il mondo, ancora una volta ma con segni più piccoli per non interferire troppo, mandò santi e cultura, voglia di rinascita.

E fu sera e fu mattina: undicesimo giorno.
Dio disse: “non è questo ciò per cui ti ho creato libero” e urlò all’uomo di smetterla col petrolio, con l’uranio, con il sangue e le guerre fratricide, fece tremare la terra, scaldare il cielo, lanciò segni che non lasciassero dubbi sul rischio dell’uomo di distruggere la terra stessa che gli era stata donata.

E fu sera e fu mattina: dodicesimo giorno.
Dio scese sulla terra e non vi trovò un solo uomo, ma trovò ancora piante, animali e la terra che liberatasi del proprio male aveva ripreso a vivere.
E vide che era cosa giusta.

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Sull'omeopatia


2010
11.11

Un piccolo estratto dal racconto di The Man About town del 1838 scritto da
Il protagonista è Waggle un uomo con l’abitudine di scherzare con chiunque incontri per strada e seppure lo faccia in modo bonario e non offensivo alla fine risulta fastidioso a tutti.

Cos’è l’?” Gli chiese L una o due sere fa. Ero sicuro che avrebbe ottenuto una risposta
Beh, direi che è la via più vicina e il modo migliore per tornarcene a casa…” questa fu la risposta.

No, no…vieni qui e dimmi, da quanto vedo qui - e prende la Gazzetta delle lettere - tra i nuovi studi l’omeopatia è una tesi, volume 8, pagina 2, paragrafo 6“.

Cosa?” gridò Waggle
Una tesi” ribatte L.

Sbagliato, al posto di “l’omeopatia è una tesi” devi leggere “l’omeopatia è un giochetto di abilità” disse Waggle velocemente e seriamente.

Ma dai, dai…questo è uno dei tuoi vecchi scherzetti! Dimmi cos’è allora…” gridò L.

Beh, quindi…è un metodo tradizionale e delicato per curare le malattie con la più piccola quantità di voglia di non curarle” disse Waggle.

Continuo a non capire” disse il suo amico dubbioso.
Umh, la faccio più semplice per chi comprende poco
Grazie” disse L.

Supponiamo che la tua piccola casa sia in fiamme…bene…

Ma che bene!” gridò L.

Questo è ciò che accade - continuò sarcastico – essendo in fiamme probabilmente tu procurerai interi secchi pieni d’acqua e manderai il tuo governante ai macchinari. Faresti molto male.
Secondo la nuova rivelazione [l'omeopatia, ndt.] dovresti lasciare che tutto si incendi finché sia carbonizzato dal tetto al terreno. Dovresti quindi procurarti l’ago più fine che trovi nella stanza di tua moglie e con quello punzecchiare i tizzoni uno ad uno finché ti stanchi di farlo.
Quando ti accorgi che questo non funziona e che tutto divampa ancora più furiosamente, recati al più vicino droghiere e compra, dividendoli in due barili, del catrame e della pece, per poi sminuzzarli in pezzettini più piccoli che puoi, infinitesimali.

Mantenendo la distanza lancia uno di questi pezzi di tanto in tanto attraverso la strada dentro la tua casa in fiamme e se divampa ancora lanciane due, tre e continua così finché la tua casa è del tutto bruciata, fino a terra.
Quando non c’è più niente da bruciare il fuoco, naturalmente, si spegnerà. Questa è l’omeopatia.

“Ho capito ora…” disse L.

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Alex


2010
11.09

Sono , non ho un cognome e se anche lo avessi non lo verrei a dire a te.
Sono nato in una famiglia medio borghese, non si stava male, anzi forse a dirla tutta si stava fin troppo bene, almeno prima che scoppiasse la guerriglia.
I miei genitori lavoravano in una corporazione erano entrambi a un buon livello gerarchico ed economico, non c’era nulla di cui potersi lamentare, io crescevo primo della classe fin dall’asilo, fin dall’asilo stupivo gli insegnanti per la mia acuta intelligenza e i miei compagni per la mia inettitudine ed incapacità di rapportarmi a loro.
Ero preso in giro, bistrattato, ero lo sfigato del gruppo, quello che non c’era posto per un altro giocatore, quello che “è stato lui maestra”, quello che…. ho imparato presto quanto le persone siano infide, quanto appena mostri un lato debole queste in massa ti attacchino in quel punto per distruggerti, ho cominciato ad isolarmi. A covare una vendetta che non avrei mai potuto realizzare.
Mia madre aspettava un bimbo, sarebbe nato un fratello, chissà, magari qualcuno che mi sarebbe stato accanto, avevo cinque anni i primi segnali di instabilità della società si iniziavano a sentire, i miei genitori erano visibilmente preoccupati. Potrei dirti di cosa si occupava la loro corporazione ma dovrei dirti troppe cose su di loro fatto sta che fu a causa di questa che mia madre perse il bambino, perse mio fratello, non solo, perse la possibilità di avere figli per colpa di quella cazzo di roba chimica.
Non so per quanto la vidi piangere, mio padre che la consolava e che a fatica teneva le lacrime, entrambi loro che cercavano di spiegarmi come fossi un bambino le cose. Si lo ero un bambino, è vero, ma capivo molte più cose di quanto credessero.
Continuai a covare vendetta.
Da allora i miei genitori furono solo sempre più tesi, e parlavano sempre meno di lavoro, parlavano sempre meno.
Un giorno, avrò avuto sette anni, non mi portarono a casa da scuola, non mi ci portarono più.
Fui affidato ad un’altra famiglia felice ma io avevo già capito cos’era accaduto.
Restai con loro qualche anno, sempre in questa specie di mondo fatato e dorato, lontano da ogni male, lontano dalla guerriglia che ormai divampava nei bassifondi della città e sempre a sentirmi preso in giro dai miei coetanei, questa volta chiamato orfano, chiamato trovatello, con offese pesanti ai miei genitori, allusioni al fatto che non mi avessero voluto più con loro.
Mi sentivo non l’essere più insignificante ma quello più schifoso e ciò nonostante al centro del mondo ero la nullità.
Avevo ormai quattordici anni quando scappai di casa.
Quando scappai dalla famiglia.
Quando scappai da tutto.
Quando scappai da me stesso, o almeno ci provai.
La vita non fu semplice, attorno c’era guerriglia e venivo da un mondo di inetti lavoratori dipendenti, avevo le unghie pulite, avevo i calzini bianchi, avevo i capelli corti.
Ora ho i miei Jeans strappati, ho i miei stivali, i miei capelli lunghi incolti, la mia moto, la mia gente. Mia.
I primi tempi furono difficili ma la mia intelligenza spiccata mi aiutò a trovare i contatti, le amicizie se di amicizie si può parlare in questo mondo, diciamo le conoscenze ecco.
Iniziai a formare il mio fisico, ad imparare ad usare una lama per qualcosa che non fosse spalmare il burro sul pane, scoprii di avere una certa resistenza fisica, capii che essere lo sfigato serviva si ad essere insultato ma anche ad essere considerato non meritevole di sprecare una pallottola o di sporcare un coltello. Scoprii che essere almeno apparentemente remissivo serviva anche ad essere ignorato.
Scoprii che nonostante stessi fuggendo dal mondo non ero in grado di sfuggire a me stesso.
A sedici anni incontrai una delle due donne della mia vita, quella da cui non posso più allontanarmi.
Conobbi la droga.
All’inizio quelle uditive, suoni distorti che cambiavano la mente, e poi pian piano quelle chimiche, credo di aver provato qualsiasi cosa.
Passò un altro anno, nel frattempo cominciai a raccogliere qualche altro disadattato, e a crearmi il mio gruppo di bulli. A fare parte di un gruppo di bulli.
All’inizio mi tenevano per le mie idee, mi consideravano lo sfigato del gruppo, come sempre, ma davo buone idee ed ero sveglio.
Non sapevano che fossi anche forte ormai, e che sapessi usare una lama ma sapevano che tramavo vendetta, che bramavo vendetta, che volevo sapere perché i miei genitori erano stati fatti sparire, erano stati uccisi, anche se ho sempre avuto, ho tutt’ora la convinzione che centrasse quello schifo chimico che già aveva danneggiato mia madre precedentemente.
L’anno successivo compii diciotto anni, fu in quei giorni che conobbi Lei. L’altra donna da cui ancora non riesco a staccarmi se non per breve tempo.
Fu il capo del mio gruppo a farmela incontrare, era bella, bella come mai avrei potuto immaginare una donna, occhi verdi, capelli ricci lunghi.
Io vivevo per le strade, io ero uno sfigato, ero un perdente non avrei mai potuto avvicinarmi ad una simile seppure avesse uno sfregio che le attraversava il volto dall’esterno del sopracciglio destro al mento passando per le labbra, quasi all’angolo delle labbra.
Fu il mio capo ad avvicinarsi a lei che passava per strada insultandola con apprezzamenti degni di un microcefalo.
E fu lei ad avvicinarsi e colpirlo con un pugno sul naso.
Ci volle qualche secondo perché lui si riprendesse e tentasse di violentarla per punirla.
Ci volle qualche secondo perché la lama del mio coltello gli attraversasse la schiena e gli uscisse dal petto.
Ci volle un secondo perché lui si rendesse conto prima di stramazzare al suolo, prima che il gruppo si rendesse conto che il capo ora era un altro.
Prima che mi rendessi conto che ora ero qualcuno, nel male o nel… male che fosse.
Nadja. Nadja significa speranza e quello era, è il suo nome.
Non la salutai neppure, guardai il gruppo e dissi: “andiamo qui abbiamo finito” e il gruppo per la prima volta mi seguì.
Ero diventato un assassino, ero diventato un leader, ero diventato uno schifo. Ah no, quello lo ero già.
Fu lei a cercarmi.
Che Donna.
Fu lei a cercarmi, ad avvicinarsi a me giorni dopo, a baciarmi e lasciarmi in tasca un foglio.
Senza dire una parola.
E andarsene.
Era il suo indirizzo, e poche parole d’amore, di un amore stringato e secco come il pugno in faccia al mio vecchio “amico”.
Io, lo sfigato avevo per la prima volta una donna. Una donna che mi volesse intendo, che non fosse costretta dalle contingenze o dai miei compagni o da altro.
Insomma avevo una Donna, la mia donna.
Ma non fu neppure questo credo a farmela amare, a farmela stimare. Mi accorsi di amarla quando mi accorsi di aver vendicato per la prima volta una persona che non fosse me stesso.
Di aver vendicato qualcun altro, di aver spostato il centro del mondo da me a fra noi. Ci vediamo ancora io e lei, non dico che stiamo assieme dico che certe cose le vivo solo con lei e lei con me, dico che non c’è altro posto dove vorrei tornare quando sono ferito, o stanco. E lei lo stesso con me.
L’anno successivo incontrai Cort, il mio Maestro.
Colui che mi aiutò ad affinare le arti del mio sopravvivere, del mio essere, del mio lottare.
Lottare per cosa?
Per la vendetta. Perché fu sempre Cort a scoprire qualche in più sui miei genitori su come siano stati fatti sparire per aver toccato equilibri della corporazione che non avrebbero dovuto toccare, per aver scoperto cose che non avrebbero dovuto scoprire.
Non mi ha mai confermato la loro morte, non ha mai detto nulla a dire il vero su cosa sia stato fatto di loro e ancora mi chiedo perché mi abbia raccontato queste cose, perché mi abbia aiutato ad affinare le tecniche e perché improvvisamente sia scomparso.
Scomparso. A volte ho paura facciano sparire anche Nadja, a volte ho paura che in realtà ce l’abbiano con me e non con le persone accanto a me, per questo cerco di vederla, si ma non troppo, ne troppo apertamente.
E così continuo a lottare, lottare per la vendetta.
O per… per qualcosa. Per sopravvivere a questo mondo. In giro col mio gruppo.
Per abitudine giro ancora in mezzo, come non fossi il leader, come fossi lo sfigato intelligentone utile come consigliere del capo.
Quello che sembra il capo è solo il migliore di loro. Si, di loro, non di noi.
E così giriamo, sopravviviamo, andiamo avanti. O indietro, o da una parte, insomma hai capito..

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Il mio mondo di scrivere è cambiato.


2010
09.05

Il mio mondo di è cambiato, si il mondo non il modo.
Accorgermene è stato quasi improvviso, quasi in quanto in realtà sotto sotto me ne stavo accorgendo da anni.

Ho scritto diversi libri, quelli che ho completato sono tutti di . Ho pubblicato “Contrapposizioni” che in quel momento era il meglio di ciò che avevo ma che pecca a tratti dei difetti della gioventù, ho tentato poi di pubblicare “Ritratti” che nonostante sia ormai datato a rileggerlo mi emoziona ancora, è ricco di citazioni, cita ognuno degli altri libri che ho scritto e mai pubblicato, contenine significati più o meno nascosti nei meandri delle frasi, come e meglio di “Contrapposizioni“, e soprattutto contiene tanto, tanto me. Ho cercato di pubblicarlo ma ho avuto solo problemi, tanto da dovermi rivolgere ad avvocati. Ci proverò ancora, lo so già,
Poi… finito ho cominciato a dire che scrivo poco, che non scrivo più. Ho scritto altre poesie ma in modo inorganico, ne ho scritte alcune che sono tra le più belle che ho scritto, sono riuscito a esprimere concetti che volevo esprimere da anni ma… la poesia stava calando.

Scrivere è un po’ come l’amore, quando sei adolescente ami con un intensità, un calore, una forza innate, non esiste che l’amore nasca nei meandri della mente e si insinui, l’amore quando sei adolescente arriva come un tram in corsa e ti colpisce portandoti via in un istante e poi… e poi chissà spesso lo perdi alla prima fermata, o ti perde lui. Col passare del tempo l’amore cambia, non è meno intenso, è solo diverso, l’amore quando cresci un po’ comincia ad essere meno impetuoso ma più stabile, non ci sono giorni in cui ami alla follia e giorni in cui non ami affatto, ci sono giorni in cui ami, ami sempre non ci sono più i giorni in cui ti strappi l’anima ma non ci sono neppure quelli in cui lasceresti perdere tutto per una discussione.
Controlli di più le sensazioni e apprezzi di (continua…)

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Del suo sorriso, della bellezza.


2010
09.04
Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni difetto, fisico o psicologico che fosse.
Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni cosa che non fosse il mio cuore, o forse il cuore di chiunque abbia un minimo, infinitesimo gusto per la : la in genere, non i visi, le donne, non i paesaggi, non i tramonti estivi in lidi caraibici, la in genere, un ideale più alto.
Un sorriso di quelli che immagini sorridere anche quando chi lo porta sta piangendo, un sorriso che anche nel momento più drammatico avrebbe la capacità di farti pervadere da un senso di bene profondo.
Quel giorno ero ad una festa, difficilmente ricordo neppure cosa si festeggiasse, c’era molta gente e poca che si conoscesse ed in mezzo a tutta quella gente d’un tratto vidi un sorriso, uno di quelli che ti entrano dentro e poi non li puoi più scordare. Un sorriso di quelli che potresti passare su tutto il resto, di quelli che saprebbero donarti un gioia anche nel peggiore dei momenti.
Che bel viso, pensavo, no non tanto il viso in se ma il sorriso, quelle labbra così…. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che potresti essere la persona più brutta del mondo che la tua bellezza lascerebbe alle spalle ogni altro pensiero. Che poi non ce ne è il bisogno perché non è solo il sorriso ma tutto, come è la forma del tuo collo, il seno pronunciato e ben formato e… no in effetti forse qualcosa…. ma no, quello sguardo, quel sorriso… il sorriso, quelle labbra così…. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che…. e poi improvvisamente ti girasti e non riuscii più a vederti, a trovarti.
Nei giorni successivi mi misi a cercare nelle foto, nelle foto di amici, ovunque il tuo viso finché non riuscii, nella foto di un amico, a scorgerlo. Si, in realtà era una foto di oscena ubriachezza, il mio amico in una posa plastica a mimare qualcosa che non vorrei pronunciare qui aveva come sfondo il tuo sorriso che guardava giusto verso la fotocamera, forse dietro la fotocamera, forse me dietro la fotocamera. Ma non voglio illudermi di un tale sogno.
Eri tu. Cioè quello che conoscevo di te. Tutto quello che conoscevo di te.
Tutto quello che avrei conosciuto se mi fossi fermato a quel punto.
E così cominciai a chiedere di te, arrivai a lasciare nel locale ed altrove copie della tua foto, ovviamente dopo aver rimosso la parte oscena, a pubblicare su internet questa mia ricerca di quel sorriso, la ricerca della bellezza, non in senso puramente estetico ma in quel senso più alto che puoi comprendere solo quando ti ci trovi dinnanzi. E quando la trovi non puoi lasciarla sfuggire, non puoi che perpetrare la tua ricerca, vivere quel sogno. Non era amore, affetto, sentimento, non è mai stato nulla di questo, ma ricerca della bellezza, solo della bellezza.
La ricerca andò avanti per mesi, anni forse, non lo so, non ne ho più memoria ormai, vidi quel sorriso per pochi istanti talvolta sul volto di altre ma scompariva in un attimo perché non vero, perché non tuo.
È all’improvviso che oggi sei tornata come un fantasma del passato all’improvviso. Un trafiletto sul giornale che parla di te, c’è la tua foto, c’è finalmente il tuo nome, e c’è l’addio di chi ti ha amato.
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Ricordi di ricordi di ricordi di ricordi di ricordi di ricordi


2010
07.24

Ci sono momenti che restano trasversali alla vita.

Incroci qualcosa, qualcuno, una persona, la incroci in un momento della tua vita, come un linea trasversale alla tua, come un vettore che si incrocia.

Cambia la tua vita? No, non è cambiato nulla, ma è cambiato tutto.
Non si torna indietro. Non si torna indietro a prima di questo incontro, ma non si torna indietro neppure al momento in cui è stato.
Non si torna mai indietro  e basta.

Eppure alcune parole, alcuni istanti, alcuni scambi fanno rivivere ancora, e ancora, e ancora i le sensazioni i sentimenti i colori le luci gli odori di allora, la pista, il sole, la tangibile mancanza di un fuoco che sarebbe bello ci fosse stato, la comprensione profonda di sconosciuti, di vite parallele, una vita parallela alla mia accanto alla vita parallela di qualcun altro che viveva come me una vita parallela alla propria. Incroci di vite parallele e paradossi, scontri incontri, ed anime che si sfiorano, si girano attorno, si osservano come gatti a coda alta e poi d’un tratto torna la vita reale, quella che non è più, o quella che è ancora, quella che è sempre stata ma che non è più quel che era, un’orchidea.
Ma restano ancora
vite parallele che non si incontreranno
forse
all’infinito.

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Ricordi d'Abruzzo


2010
04.06

Credo sia e resti per sempre una delle esperienze più forti della mia vita, una delle esperienze di vita che più mi hanno segnato, con voi, Tommaso, Davide, Marco, Sofia, Chiara, Alice, e con tutti i ragazzi che c’erano alle tendopoli.

Ricordo i loro sguardi, le loro parole, a volte straniti, persi a volte svegli come pochi.
Ricordo l’unione che solo la vecchia buona banda di B.P. crea in pochi istanti. Fratelli, fratelli mai visti prima ma che tali resteranno per tutta la vita. Fratelli.

Fratelli a lavorare accanto a me per altri fratelli che ancora mi cercano dopo questi mesi, con cui ancora si scambiano parole, opinioni, .

Dopo mesi ancora devo rielaborare tutto, tutte le emozioni, i , i sentimenti forti provati, sentimenti emozioni e che confrontati ad altri momenti, a quelli che pensavo i momenti più importanti del mio passato sono invece gradini, metri, chilometri sopra.

E penso a come è ancora la vita attorno a quelle piazze, quelle case crollate, a come tutto questo sia stato strumentalizzato dai media, nel bene e nel male, da una parte e dall’altra, di come la realtà filtrata sia spesso radicalmente diversa dalla (continua…)

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Acino


2009
11.12

Non lo so perché oggi ho scelto di salire sul sedile dietro della macchina, credo sia venuto spontaneo, così… fatto sta che mi ritrovo qui.
Alla guida c’è il buon vecchio Simon, lato passeggero nessuno.
Io sto piegato in avanti, appoggiato al sedile anteriore con la testa al di là del poggia testa, a parlare con lui, è una bella giornata di sole questa, inverno e sole, ottima per un bel giro sulla neve.
Siamo in autostrada già da qualche ora, in tranquillità, Simon non è solito correre ed è bello godersi il paesaggio e fare quattro chiacchere nel tragitto, godersi il tempo, godersi lo spazio, godersi la compagnia di…
D’un tratto accanto a noi un camion sembra sbandare un po’, stringerci di lato da destra.
In un’istante sfiora la macchina sul mio lato, non la tocca per un nonnulla e Simon lo schiva, ma sull’altro lato c’è ancora un camion. La macchina rallenta, si lascia sorpassare da entrambi.
Come sempre l’abbiamo scampata, l’ho scampata, si perché tanto ho la consapevolezza che non è ora, che non sarà qui che deve accadere, un po’ come una predestinazione, non lo so spiegare, e poi ora c’è lei.
…dicevo godersi la compagnia tra amici, lasciare che il mondo vada per la sua strada senza vincoli, senza strettoie, senza margini contro cui scontrarsi.
Lontano dal lavoro, dalle preoccupazioni, dai mille pensieri e… ed ancora un camion, questa volta, ancora ci stringe, questa volta è più avanti e il muso della macchina è a metà del rimorchio, e non c’è il tempo di frenare.
Non sento quasi neppure il rumore frastornante assordante della lamiera che si piega, si contorce, il muso della macchina che si stringe schiacciato tra il rimorchio di un camion e la motrice di un altro che è sopraggiunto da sinistra, ma osservo tutto, dura pochi istanti e tutto sta già finendo, anche questa volta ci è andata bene, anche questa volta incredibilmente ci è andata bene, anche se ci siamo andati vicino anche ques. Senza un istante d’attesa sento una pressione sulla schiena, non ho bisogno di vedere per capire che il tetto della macchina sta stringendosi su di me, che qualcosa è arrivato da dietro di noi, allungo la mano, sicuro di poter aprire la porta e fuggire prima di rimanere incastrato, allungo la mano senza neppure accorgermi che la mano non si può, non si potrà muovere, senza pensare che la portiera è schiacciata dalla fiancata di un camion, penso solo che vorrei mandarle almeno un messaggio, dirle qualcosa, penso solo che me la caverò per lei, penso solo che non pensavo che un corpo umano sottoposto a questa pressione potesse somigliare così ad un acino di uva, lo penso un istante mentre tutto esce da me.

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Il Giardino


2009
01.23

Il giardino è grande, grande davvero eppure…. eppure pian piano nell’erba due ricci si avvicinano tra loro.
Si allontanano, ognuno nella sua parte di giardino, ognuno con le sue cose.
Uno intento rotolar sulle foglie gialle e rosse autunnali, infilarle, raccoglierle, catalogarle, comporre nuovi disegni, nuove sculture e rappresentazioni, cammina, si muove un po’ goffo di qua e di là dondolando sulle zampette corte, pof pof pof… poi vede una foglia che gli piace, e ci rotola sopra, la porta alla sua tana e poi comincia a scuotersi (continua…)

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Foto.


2009
01.21

Vorrei fare una foto, forse la foto di un ricordo, chissà, vorrei essere in grado di fare una foto, vorrei poter fare una foto.
Seduta in auto nella penombra, unica luce un lampione lontano, o forse i fari di un’auto di passaggio.
I capelli sono lunghi qualche ciuffo attraversa stancamente il viso, sono un po’ mossi, non molto. Nella semi luce si vede che sono chiari ma non ne è ben chiaro il colore, l’immagine è color seppia, quasi bianco e nero a causa dell’assenza di luce.
Nel bordo del vetro del finestrino aperto per metà la luce del lampione o di chissà di cosa si filtra e un po’ come in un prisma si allarga in un raggio, una linea che le taglia il volto, dalla fronte ampia e liscia, passa all’attaccatura del naso, accanto ad un occhio, (continua…)

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