Giu 192016
 

“Io voglio essere la tua oasi e vorrei tu fossi la mia, non qualcosa da lasciare indietro ma un luogo dove tornare a respirare, a bere acqua, a rinfrancarsi, da portare nel cuore chiamandolo casa.

Vai dunque, e quando lo vorrai, allunga la mano e cerca la mia.”

Le parole assumono significato nel tempo.
Il tempo stesso assume significato nel mutare delle parole.
Il tutto in un continuo circolo che è paradosso.

“Vai dunque. Ci sono altri mondi oltre a questo”
-Roland di Gilead-

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Feb 212016
 

Non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che mi dicevano degli uomini, non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che volesse dire umanità. Ero giunto in questo mondo per vie che voi non comprendereste, ero giunto in questo mondo per mezzo di ciò che voi chiamereste dolore, di ciò che voi definireste sofferenza. Non le conosco, non ancora, queste cose, non mi appartengono questi termini. Ero giunto in questo mondo come ognuno giunge al proprio, un istante prima non esistevo, il successivo ero qui con una storia davanti ed una dietro, un puntino in movimento su di una linea infinita pronto ad andare avanti nel tempo e non tornare mai indietro. Come tutti voi.
Avevo sentito i vostri cuori battere e visto i vostri occhi inumidirsi, avevo sentito parlare di cose che non comprendevo, avevo sentito dire che la mia storia era triste, che ero forte, che sentirla e vedere qualcuno superarla rendeva felici ma non conoscevo queste parole, non avevo mai vissuto nulla di ciò che sentivo raccontare. Non avevo mai compreso il significato intrinseco dei gesti, del cingere persone con le braccia o del guardare negli occhi.
Solo un giorno d’improvviso fu come entrare davvero in un corpo o come se una pelle si togliesse, fu come sentire qualcosa di stretto infilarsi caldo sul corpo o di freddo sfilarsi.
Fu guardando il tuo sguardo ma non fu quello sguardo, sembra un tempo remoto ma mi guardo indietro ed è accaduto oggi, solo poche ore fa, pochi minuti, sta accadendo ora, in questo esatto momento, adesso. Ed è un’abbraccio, ed è un bacio ed è il caldo ed il freddo, il cuore che batte, trabocca, il cielo dentro e la testa che non può contenere ogni cosa e vortici e il silenzio e la musica e non importa il dopo, il domani, il tra poco, sia quel che sia ho provato questo infinitesimo istante.
Sono a casa.

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Mag 142015
 

Mi trovavo lì, immobile, alle mie spalle un mondo, di fronte una porta verso un altro, l’istinto urlava dentro urlava fuori urlava di chiuderla per sempre.
L’istinto posò la mia mano, il palmo della mia mano sulla superficie di legno marrone liscio freddo. La pelle del mio palmo caldo sul freddo del legno liscio marrone. Il cuore batteva forte ma calmo ma forte ma calmo batteva il cuore.
Mentre i muscoli del mio braccio iniziavano a tendersi lievemente prima della spinta il mio sguardo cadde oltre la fessura tra la porta ed il nulla e fu quello il momento in cui cambiarono le cose, cambiò la scelta.
Guardai nella fessura che c’era tra la porta, priva di stipiti, e il rettangolo che ne definiva le dimensioni. Sul lato in cui era aperta lasciava vedere il pavimento nero e lucido della stanza all’esterno -o all’interno, non saprei dire- nella mia mano destra il bicchiere tremò un secondo ed abbassai la sinistra allontanando il palmo mentre le mie dita di riflesso si piegavano lievemente tremando.
Dietro di me infuriavano i pappi dei pioppi come in una bufera senza vento, infuriavano e cadevano e volavano e imbancavano ancora.
Guardai la mano abbassarsi come fosse quella di un altro, come se fosse quella di un automa.
Indugiai ancor una volta a guardare come la porta non avesse spessore vista di lato e cessasse di esistere vista da dietro, come il buco da cui avrei potuto passare fosse tale solo visto di fronte. Poi aprii la aprii del tutto, bevvi d’un fiato il contenuto del bicchiere, lo posai a terra accanto ed  attraversai il passaggio.
Mi parve che la stanza oltre la porta avesse delle lampade in fila sul soffitto, mi parve vi fosse una enorme quantità di porte attorno ma mi sentii un secondo mancare, mi girò la testa come quando si è ubriachi e le porte improvvisamente si allinearono come fossero state una visione sdoppiata di una sola riflessa sul pavimento, le lampade scomparvero anch’esse e tutto divenne il riflesso del passaggio della luce proveniente dalla porta, ed io al centro del riflesso a barcollare.
Un pappo volava e per un’istante sembrò un gigantesco cristallo di neve, vi vidi dentro prima la forma frattale tipica di un cristallo, poi tornò ad essere quello che era ma al centro vi era un piccolo omino appeso come ad un ombrello volante, mi parve di conoscerlo ma poi lo scordai. Lo vidi allontanarsi avanti lontano da me, in direzione retta fino a scomparire.
Mi ripresi solo quando alle mie spalle scomparve silenziosamente la luce e ne scomparve il riflesso. Ero in un ambiente piuttosto buio, la flebile luce che mi permetteva di vedere era diffusa e non proveniva da una direzione, mi voltai a guardare e vidi un grande specchio, una porta a specchio con la maniglia sulla destra, ma questa volta con gli stipiti.
Provai a ruotare la maniglia ma sembrava inamovibile.
Girai attorno e vidi che non era invisibile e priva di spessore come lo era stata dall’altro lato, il retro era un pannello di ebano perfettamente liscio, senza il segno degli stipiti ma già immaginavo si sarebbe comunque aperta in qualche modo pur non muovendo l’ebano stesso. In basso sembrava raccordarsi perfettamente al pavimento con una lieve curva passando dall’ebano all’ossidiana del pavimento perfettamente liscio e lucido.
Tornai di fronte allo specchio e mi fermai ad osservarmi al centro. Fu quello il momento in cui mi accorsi di non ricordare il mio volto, di non sapere che volto o che corpo aspettarmi di vedere. Avevo l’impressione di essere stato un ragazzino ma ora mi vedevo adulto, le rughe sul viso davano l’idea di una persona ancora giovane ma segnata dal passato o forse dal presente. Le occhiaie scure dicevano che non dormivo da molto, ma in effetti da quanto tempo ero qui? E dove era questo qui? I capelli rasati e radi erano brizzolati come la barba con il pizzo lungo ed i baffi arricciati all’inglese, portavo una giacca elegante blu con finissime righe bianche su una camicia azzurra e dei jeans un po’ troppo sportivi per le scarpe marroni eleganti che indossavo. Dalla tasca della giacca usciva la catenella di un orologio a pendolo ma mentre provavo ad estrarlo mi spostai leggermente di lato e la mia immagine cambiò, in modo veloce ma uniforme come se i tratti somatici cambiassero in modo continuo mi ritrovai a guardare l’immagine di un coniglio bianco in doppio petto con in mano un orologio da taschino, un coniglio in qualche modo antropomorfo ma pur sempre un coniglio. Mi spostai nuovamente al centro e tornai uomo adulto, mi spostai a sinistra e divenni coniglio, mi spostai ancora a sinistra e il coniglio divenne progressivamente una ragazzina, prima il volto e poi il corpo si trasformarono, mi sovvenne un nome, Alice credo, ma era solo come quando un ricordo fa capolino e poi per timidezza si ritira senza mostrarsi. Rimasi a guardarla un attimo in precario equilibrio, ricordavo di averla sognata, averla rincorsa o era solo un parto della mia mente? L’immagine riflessa di un desiderio?
Mi sbilanciai e mentre facevo perno su un piede per riprendere una posizione di equilibrio mi spostai ancora più a sinistra e vidi alla mia destra qualcosa accadere.
Comparve un ragazzino delle elementari, comparve fisicamente, accanto a me e guardava lo specchio. In quel punto ero ruotato di circa 45 gradi rispetto alla sua superficie e quindi potevo perfettamente vederne il riflesso accanto al mio riflesso, erano l’immagine della stessa persona, o di me forse, di me come forse stavo ricordandomi. Portavo i capelli corti, con la riga da un lato, addosso avevo un grembiule blu da scuola elementare, le scarpe erano nere di vernice e le calze lunghe arrivavano poco più in basso del ginocchio, poco più in basso del blu. Mi mossi leggermente più a destra e tornò Alice e scomparve i bambini, sia quello riflesso che quello apparentemente fisico che il riflesso di questo. Mi spostai più a sinistra di quanto fossi prima ma il mio riflesso usciva dal campo visivo, così tornai a far comparire i tre bambini, i due riflessi e quello con un corpo. L’ultimo lo vidi allontanarsi dandomi le spalle come non si fosse accorto di me, camminava di sbieco rimanendo sulla linea dei quarantacinque gradi e feci lo stesso, era come un irrefrenabile istinto a spingermi a farlo, camminai diversi metri prima di girarmi di scatto, e quando lo feci vidi che lui stesso si era girato al contempo e mi osservava, faceva i miei stessi movimenti, identici. Provai ad uscire dalla linea che avevo seguito, mi spostai poco più avanti e poco più indietro, lui si spostava con me e quando non eravamo sulla linea lui scompariva.
Tornai seguendo lo stesso percorso fino allo specchio, lui mi seguì imitandomi come fosse il mio riflesso o come se io fossi il suo. Tornati allo specchio rimanemmo ad osservarci qualche minuto e poi allungammo la mano come per toccarci, ci fermammo un istante prima della linea immaginaria che ci avrebbe permesso di toccarci, poi allungammo la mano e ci attraversammo come fantasmi.
Toccai invece la maniglia della porta, e la ruotai.

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Mag 112015
 

Ero ancora lì, accanto alla porta in attesa di un ricordo per sapere cosa attendessi, in attesa che un’attesa terminasse mentre terminava quello che veniva proiettato sullo schermo, non mancava molto al termine quando iniziò a nevicare nel bosco.
Nevicava ovunque nel bosco ma non nella casa di bosco, la neve si posava lieve e immobile ma non si accumulava, cadeva ancora. Non che ci fossero finestre da cui osservarla, non che ci fossero pareti a proteggere ma non c’era ne caldo ne freddo, ne vento ne bonaccia, e nevicava attorno e sopra e sotto e ovunque ma non nella casa che non era una casa. Nevicava.
Pensai per un momento, pensai che era strano non ci fosse freddo, e pensai che avrei voluto aprire il mobile accanto al divano, e che avrei voluto bere un Ballantine’s, che era un tempo infinitamente breve e lungo che ero qui, che avrei voluto chiudere quella maledetta porta una volta per tutte, che non sapevo cosa stavo aspettando e perché e che quindi era stupido non chiuderla e mentre osservavo cadere la neve cadere i pensieri cadere i ricordi di perché mi sentissi vagamente svenire, come io stesso fossi neve che lentamente scende come se io fossi in qualche modo mondo e questo mondo fosse me si mosse il mobile accanto allo schermo, si aprì, ne uscì una bottiglia di Ballantine’s che si versò in un bicchiere, la bottiglia alzata si sciolse e si versò nel bicchiere divenendo liquido ambrato, non più di due dita.
Feci in tempo in un balzo a guardare la porta chiudersi, lanciandomi verso di essa per fermarla in tempo per infilarvi il braccio e vederlo tranciare tra lo stipite d’aria nulla e la porta e getti di sangue solo per metà attraversarla di lato e per metà colorarla di rosso subito prima di svegliarmi sul divano.
La proiezione dava i titoli di coda e attorno a me infiniti pappi dei pioppi stavano scendendo ed imbiancando il mondo, la casa, il bosco, scendendo lentamente e portando con se la mia mente come fossi io stesso parte di tutto questo scendere, di tutto questo cadere, pensai che avrei voluto bere un bicchiere di Ballantine’s, pensai che c’era stranamente freddo quasi come fosse neve a cadere, pensai che forse era ora di chiudere quella porta che forse era il momento di andarsene.  Non vi era un confine tra la casa ed il bosco le pareti erano bosco e il bosco era bianco e le pareti erano bianche e tutto era bianco tranne il divano arancione al centro di questo universo e la porta.
Chiunque fosse Alice, mi sentii un coniglio.
Mi versai un bicchiere dal mobile accanto e mi avvicinai alla porta.
Posai la mano sulla porta e poco prima di muovere il braccio per spingerla allungai lo sguardo oltre.

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Mag 052015
 

Ti seguii per lungo tempo, tra i tuoi salti i tuoi scherzi ed i tuoi impegni a correre, correre senza sosta a perdifiato con quell’orologio in mano, eri la mia Alice ed eri quel bianco coniglio, eri colei di cui anche in assenza potevo innamorarmi incontrandoti e vedendoti ovunque tu non ci fossi e quel simpatico e frettoloso e saltellante animale.
Mi mancò il fiato d’un tratto però, non per la corsa in se, ne per il tuo continuare a saltare e cambiare direzione, ne per l’assenza del tempo o la mia incapacità di raggiungerti, d’un tratto mi mancò semplicemente il fiato. Ricordo che fu forse quando compresi il colore dei tuoi occhi, o forse quando mi accorsi che in tutto questo sembravi fuggire da qualcosa ma non esattamente da me, o forse quando notai le tue sopracciglia non curate e per questo perfette.
Non ricordo perché mi ero già complicato e tre per tre faceva nove come nove diviso tre faceva ancora tre. E i ricordi arrivavano saltando perché mi ci scontravo e se ne andavano scendendo perché rimanevano lassù da qualche parte.
Fu mentre mi trovai senza fiato che vidi le tante porte, in una sala bassa e lunga illuminata da lampade che pendevano dal soffitto, erano tutte uguali e dietro me non c’era che una porta ulteriore chiusa.
Pensai di fare il giro di tutte le porte ma una di queste aveva nella toppa una piccola chiave d’oro.
Girai la chiave ed entrai nella porta.
Attorno a me foresta e boschi, monti, odore di quel fuoco che da tempo ruota nei miei sogni inconsci tra il sonno e la veglia tra il dormiveglia e il sonno, e il suono e l’odore di ogni foglia ed un comodo divano, una stanza ed un bosco e il tutto di un universo compenetrato con la quotidianità di una abitazione senza pareti. Voltandomi vidi la porta, non chiusa, non aperta, ne appoggiata: socchiusa con uno spiraglio di luce entrare. La porta tuttavia era in piedi immobile fissa ma priva di parete.
Potei girarvi attorno ed osservarla da un lato presente e viva con lo spiraglio di luce delle lampade che entrava e lasciava il suo segno sul pavimento, dall’altro scompariva inesistente introvabile introvata impensata. Per un’istante me ne scordai o forse non era mai stata lì e mai ero passato da quello strano mondo a questo mondo strano, non ricordo effettivamente come andò, ricordo che camminai e mi ritrovai accanto una porta, non aperta, non chiusa, ma socchiusa, non più introvata ne impensata ma presente, la toccai ed era reale in questo casa priva di pareti e ricca di boschi, vi girai attorno e scomparve, nuovamente o per la prima volta?
Non lo ricordo.
Ma trovai una porta d’un tratto, socchiusa e mi sedetti sul divano ad osservarla, nel televisore davano un cartone animato e ricordo che ti riguardasse ma non ricordo di averlo visto prima, parlava di una bimba opposta a te fisicamente ma col tuo sorriso e la tua libertà e leggerezza, una bimba dal vestito azzurro ed i capelli lunghi biondi in uno strano mondo di funghi e carte e bruchi e conigli ed aspettai.
Aspettai accanto alla porta, dove non importa il tempo assente, il tempo veloce e fuggente, dove non importa alla porta chi porta qualcosa o chi non porta, non importa. Ciò che importa resta la porta, ancora aperta per un po’ e l’attesa di qualcosa che non si sa cosa sia, di qualcuno che non si sa chi sia ma si sa che sei tu, coniglio, Alice o orologio che sia, rimasi in attesa di te consapevole che quella piccola chiave d’oro era ancora la fuori, che forse tra un salto e l’altro avresti scelto, o forse no.
Non importa. Comunque sia è una porta ed essa porta verso un nuovo mondo mio tuo o nostro non importa, le porte sono infinite ed io attenderò ancora, dietro questa finché finirà questa proiezione e poi…

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Apr 162015
 

*il racconto è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale*
Non è buona norma in genere immergersi in solitaria, in tutti i corsi insegnano a scendere sempre con in compagno ma d’altronde sono molte le cose che non è buona norma fare, ad esempio scendere con un bombolino ean 70 in una immersione profonda, ad esempio, ma non credo che nessuno dei due rappresenti un problema per l’attività che ho scelto di fare oggi.
Questa è una bella sera di una stellata come poche volte se ne vedono, complice l’inverno e lo scarso turismo la gran parte delle luci sono spente e questo permette di vedere il tutto illuminato solo dagli astri e dalla luna che sta salendo lentamente all’orizzonte tra i monti. L’aria è frizzante e viva, e l’acqua assolutamente calma, un’ottima notte per un’esperienza come questa.
La preparazione dell’attrezzatura come sempre è veloce ma meticolosa, non vorrei avere qualche genere di imprevisto che mi tolga la calma assoluta che ho dentro.
La bombola è piena ma non credo mi servirà, il bombolino ben agganciato e con l’erogatore chiuso, i formalismi sono importanti.
La torcia è ben carica, della secondaria non credo di averne bisogno ma è qui nella tasca del GAV non si sa mai, giusto? Fermo un passante per chiudermi la muta stagna, pulisco la maschera e sono pronto.
Le panchine sono sempre un ottimo aiuto per un subacqueo, niente di più comodo che sedersi, allacciarsi il gav, la bombola, prendere in una mano il bombolino e la maschera, nell’altra reggere la torcia e le pinne, alzarsi e camminare verso lo scivolo di alaggio per le barche.
Ho fatto centinaia di volte questa immersione e la conosco ormai più del giardino di casa ma è da sempre la mia preferita: qui ho imparato e qui voglio stare per sempre.
Con l’attrezzatura sulle spalle scendo in acqua lasciando i vari oggetti minuti sul bordo dello scivolo, l’acqua non è fredda come mi aspettavo e questo è molto positivo. Indosso la maschera e faccio un paio di prove creando depressione all’interno ma entra aria quindi non è messa bene, la ricontrollo, la sistemo, perfetto. Ora prendo dallo scivolo le pinne e le indosso, questa è una delle cose più comode di questo punto di immersione, puoi stare in piedi tranquillo a prepararti in acqua ma la profondità aumenta velocemente spostandoti di pochi metri. Un’accoppiata vincente.
Controllo l’aggancio del bombolino al GAV e sono pronto: tutto è in ordine.
Mi guardo intorno, mi viene spontaneo fare il gesto di ok con il pugno sulla testa ma questa volta non c’è qualcuno a cui segnalarlo, alzo il corrugato, svuoto e scendo.
Ci vogliono solo pochi istanti e mi trovo a cinque metri, mi viene da sorridere pensando che ho dimenticato di portare la boa di segnalazione, anche questa è una di quelle cose che non si fanno ma non credo sarà un problema per nessuno.
L’immersione, il mio percorso preferito almeno, inizia scendendo qualche metro seguendo una sagola che parte dalla base dello scivolo di alaggio verso il largo, questa porta ad un Continue reading »

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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