Set 302017
 

Il più vecchio ricordo che ne ho credo si a di me seduto sul sedile dietro. Ero talmente piccolo da potermi rannicchiare e starci nella zona al di sotto del finestrino. All’epoca non c’erano ancora i sedili rialzati per i bambini e non erano neppure obbligatorie le cinture di sicurezza davanti o dietro che fosse, gli appoggia testa erano un optional. Li avrebbe installati mio padre qualche anno dopo. Gli interni erano di un materiale diverso dalla stoffa grigia che li ricopre ora, ricordo che vi fossero degli interni di un materiale plastico, forse vinile. Era rosso. Mi sentivo al sicuro lì dietro e osservavo il mondo dal piccolo finestrino laterale. Attaccati c’erano due adesivi tondi. La copertura in vinile aveva un piccolo buco. Ci giocavo, infilavo il mio piccolo dito e immaginavo che dietro ci fosse un altro mondo, un giorno ci è finita dentro Birba, la mia piccola action figure della gatta di Gargamella dei puffi. Lo ricordo come un fatto vero anche se a pensarci non ci sarebbe potuta stare, ricordo anche che qualche anno quando mio padre ha sostituito tutti gli interni speravo intensamente che l’avrebbe ritrovata ma fui deluso.
Su quella macchina io ci sono cresciuto ed è parte di me più di quanto qualunque altro oggetto della mia vita possa mai essere. Quando a diciotto anni mi è stata data la possibilità di guidarla fu un sogno. Stava già diventando anacronistico guidare una Cinquecento del sessantacinque, la costrizione a fare la doppietta in un periodo in cui tutto andava verso la semplificazione, la difficoltà di poter scorrazzare in giro gli amici, la lentezza sopravvalutata del mezzo. Anche io ero già anacronistico all’epoca. Il primo giro reale che ho fatto guidandola da neo patentato non lo racconterò, ma il primo ufficiale fu il giorno dopo salendo per le torricelle con la mia ragazza a bordo. Un momento epico, soprattutto considerato che pochi giorni prima un versamento di olio si era infiltrato nella frizione e accelerare troppo velocemente corrispondeva a far perdere presa al motore sulla trasmissione e farlo girare a vuoto. Ma è con un mezzo così che si impara a guidare anche nelle situazioni più strane. Avevo imparato così. Negli anni ci siamo saliti anche in sei, e non certo parcheggiati, la mia piccola è sempre stata un portento.
Qualche volta è accaduto che avesse problemi con la batteria.

I problemi con la batteria semplicemente non sono problemi. Se guidi una cinquecento. Apri lo sportello, scendi, spingi la macchina, salti su e metti in terza. Brumbrumbrumbrum, accesa e via, verso l’ e oltre!
Nel tempo l’ho sentita paragonare a un gokart, per certi versi è vero per altri no. Un Go-kart non cappotta, una cinquecento sì ma se sai controllarla bene la fai andare su due ruote per qualche metro e la controlli, la somiglianza è più che altro sul dettaglio di lei che adoro di più. La trazione posteriore. Chi non ha mai guidato un auto con la trazione posteriore sulla pioggia o meglio sulla non lo può capire. Trazione posteriore significa guidare col culo. Basta accelerare più del dovuto in curva per far partire il posteriore e andare in derapata, un colpetto di controsterzo e mentre giri a destra hai il volante completamente girato a sinistra, raddrizzi e via, ancora verso l’infinito. Fare lo stesso sull’asciutto invece equivale quasi sempre a cappottare, o se controsterzando al momento giusto andare qualche metro su due ruote. Ma non consiglio di provarlo. Sulla neve invece puntando le ruote davanti girate in una direzione puoi giocarci alla trottola con l’auto che fa perno e ruota su se stessa.
Ci sono cresciuto con lei, ho visto azzerarsi il conta km dopo aver raggiunto i 99.999 km, ed era il terzo giro da quando lei solca le di questo mondo e i bambini la guardano passare con gli sgranati tirando la mano alle loro mamme e ai loro papà e indicandola, i turisti giapponesi la fotografano, le ragazze per strada le sorridono. Sono molte meno quelle, ma so che sono le migliori.
Guidare una cinquecento del sessantacinque in tangenziale poi è un’eterna gara a chi ce l’ha più corto.
Puoi anche andare ai 110 con il limite dei 90, ma se superi un SUV, soprattutto se bianco, questo si sentirà obbligato ad accelerare e sorpassarti a sua volta con ardita arroganza. Al semaforo poi è una goduria perché la leggerezza del mezzo fa sì che nei primi tre metri abbia uno scatto felino, poi l’orgoglio del tizio accanto farà sì che questo farà un accelerata furibonda per dimostrare di non essere da meno, o di esserlo decisamente dipende dai punti di vista.
Trovo divertente anche che alcune pubblicità vantino il risparmio che avrete acquistando la loro auto dicendo “Si fa il pieno con solo 20 euro!”. Anche con la cinquecento fai il pieno con venti euro. Il serbatoio è piccolissimo, ma consuma come un treno lo stesso, non si risparmia, mi spiace. Però è uno spasso guidarla, senti l’asfalto. Senti ogni minima variazione, senti che il mezzo lo stai controllando tu e non il servo sterzo, il servo freno, il servo servo che serve il servo del servo. Sei tu, la tua macchina, l’asfalto. L’.
Non è una macchina, è un , è il potente mezzo.

Tutto ciò che leggi qui dentro è una libera rielaborazioni di vissuti, sogni e immaginati. Non rispecchia necessariamente la mia realtà. Se chi legge presume di interpretare la mia vera persona sbaglia. Se chi legge presume che tutto sia inventato sbaglia parimenti. Se tu che leggi mi conosci, leggimi come leggeresti uno scrittore sconosciuto e non chiederti altro di diverso di ciò che chiederesti di questo.

Lascia un commento!

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: