Ago 112017
 

Fallire. Il mondo è zeppo di paura di fallire, di provare a fare qualcosa e non arrivarci in fondo. Fallire in uno in cui non sei sicuro di eccellere, fallire provando ad imparare a suonare uno strumento musicale, fallire un esame all’università, fallire la scelta degli studi, fallire in un rapporto di coppia, fallire un colloquio di lavoro, fallire l’organizzazione di un viaggio ambizioso, fallire un’attività lavorativa, fallire nello scrivere un libro, fallire nel dichiarare il proprio affetto, fallire nel coltivare un fiore, fallire nel fare un dolce. Fallire.
Fallire fa paura.
Io l’ho fatto un milione di volte. L’ho fatto anche oggi. Anche ieri. Sono abbastanza sicuro che lo farò anche domani, ormai mi conosco abbastanza per conoscere dove andrò a schiantarmi miseramente, come mi sentirò, quale sarà il livello di sofferenza. Conosco abbastanza le mie debolezze da sapere che cosa aspettarmi.
Pochi giorni fa ho raccontato una storia che ho vissuto da piccolo, una di quelle storie che sono la chiave di quello che sono diventato nel tempo, una di quelle storie che riesci ad elaborare solo anni dopo. Ero un bambino, non ricordo il contesto specifico ne perché fossimo lì e perché ma con la mia eravamo ad un maneggio. Ricordo il fascino terribile di vedere i cavalli saltare gli ostacoli, la maestria dei fantini, ricordo quanto ero affascinato dal vedere la muscolatura di quegli animali possenti cambiare forma sotto il pelo lucido. Dovevo avere un età in cui avevo già fatto dell’ la mia vita, un altro anche l’atletica, perché pensavo al movimento dei muscoli nel mio corpo nella spinta della corsa. Non mi aiuta molto a ricordare la mia età perché la mia prima pista l’avevo affrontata a qualcosa come cinque anni. Finita quell’esibizione è stato forse mio padre a chiedere a qualcuno se potevamo salire su un cavallo, io desideravo con tutto me stesso toccarne uno. Mi sembrava quasi di avere la possibilità di toccare un animale mitologico. Mio padre mi ha sempre spinto nel provare nuove cose ma non ricordo se lui ci fosse salito quel giorno, ricordo che chiesero a me e mio fratello se volevamo salire ma io tentennai, ci salì mio fratello. Era bellissima l’idea di salire, era bellissima ma faceva terribilmente paura. Pensavo che non avevo neppure idea di come fosse toccare una di quelle bestie, e pensavo che avevo paura di cadere da lassù mentre mio fratello veniva portato avanti e indietro per qualche decina di metri con il sorriso spaventato e felice. Pensavo che a breve sarebbe toccato a me. Vidi i grandi aiutarlo a scendere e la paura continuava a prendermi. Ero come un cane legato ad una corda, voglioso di correre e lanciarmi frenato da una corda al collo. Pieno di energia positiva e di desiderio e frenato dalla paura dell’ignoto, del forse, del se. Del sé.
Salì mia madre al mio posto e mi sentii tutto il mondo crollare, sentivo di aver sbagliato, fallito, deluso me stesso e chi mi stava attorno, mi vergognavo di avere paura e mi vergognavo anche di vergognarmi. E guardavo mia madre cercare di arrampicarsi su, perse l’equilibrio quasi subito spaventata da un movimento della bestia credo. E cadde. Non si era fatta nulla se non un po’ di paura e poco dopo credo fu lei a cercare a convincermi a salire, che non c’era niente da avere paura. Avevo una seconda possibilità, nella vita reale le seconde possibilità non capitano quasi mai ma io ero un bimbo e non potevo saperlo ancora. Ancora mi ritrovai attaccato a quella catena al collo, era il momento in cui finalmente potevo trovare il coraggio e liberarmi e forse diventare un po’ più uomo. Convinsi tutti che la caduta di mamma mi aveva spaventato. Che era quello il motivo per cui non volevo salire, provarono ancora a convincermi ma di fronte a quella argomentazione c’era ben poco da fare. Forse si sentirono anche in colpa per non avermi fatto salire per primo, in fondo ero il bambino più piccolo. Tornando in casa sentii un vuoto dentro. Come cadere all’indietro in un profondo pozzo dentro di me. Non avevo vissuto per paura di fallire. Avevo fallito per paura di fallire. Rimasi laggiù nel pozzo per diverso tempo, non saprei dire quanto.
Negli anni ho vissuto altre volte questa , molte altre volte. Quasi a diventare un’abitudine, un pezzo di me. Trovarsi di fronte ad una scelta, ad un’azione da affrontare e rimanere lì, nel terrore di farlo davvero, nella paura di fallire, di sbagliare, di non essere adeguato, di cadere dal cavallo nel momento più bello. Sono arrivato a non fare nulla della mia vita. Immobile a guardarmi attorno, la schiena appoggiata a quel bastone a cui la catena è legata e a ruotare senza neppure più allontanarmi per la paura stessa di sentire al collo la pressione che mi avrebbe trattenuto. Infine sono arrivato a sedermi per terra, sempre con la schiena appoggiata a quel bastone, a guardare il mondo scorrere al di fuori di quel cerchio. Le persone facevano cose che io non osavo neppure pensare ed io nella mia inadeguatezza restavo lì ad osservarle. Distolsi lo sguardo verso la fine. Guardavo solo lo spazio tra i miei piedi, le mie scarpe da bambino, pur di non vedere il mondo vivere là fuori. Avevo trent’anni ormai.
Vorrei dire che non ricordo cosa sia stato a far scattare la scintilla anche se lo so benissimo. Non conosco l’intera cronologia delle situazioni, dei pensieri, delle emozioni, dei fallimenti, ma ricordo diversi istanti e nel tempo la consapevolezza che a cambiare dovevo essere io. Che le belle dal di fuori del cerchio non servivano nulla. Ricordo anche qualcuno che in piedi accanto al palo, accanto a me, nel mio cerchio mi parlava nell’orecchio e mi diceva cose, mentre io guardavo ancora lo spazio tra i miei piedi.
Ma di tutto questo c’è una singola cosa che ho trovato incontrovertibile: dei cavalli l’unico ricordo che avevo era la delusione di non essere riuscito a salirci, di aver fallito nel tentativo di trovare il coraggio. Niente altro. Per me i cavalli erano quello. Mi misi a pensare ad altre cose nella mia vita, cosa ricordavo di Francesca? Di non aver avuto il coraggio di affrontarla fino a quando era diventato troppo tardi. Cosa ricordavo della scelta del mio piano di studi? Che avevo scelto la cosa più sensata e non quella che mi emozionava. Che ricordo avevo del suonare la chitarra? Che avevo temuto di non riuscire mai a suonarla come sapevo suonare il sassofono. Mi guardai indietro e la mia vita era più piena di rimorsi e di “se avessi” che di emozioni reali. Così piena di occasioni perdute che il mio rimanere lì ad aspettare un’occasione aveva un’aspetto terribilmente grottesco e ridicolo. Quello è stato il giorno in cui ho iniziato a vivere. Troppo tardi? Forse. Se lo avessi fatto prima ora sarei sposato? Sarei uno scrittore? Sarei un fisico nucleare? Sarei un atleta? Un musicista? Un cavallerizzo? Non sarei ciò che sono ora. Non mi sarei alzato in piedi a guardare quel bastone su cui ero appoggiato e non avrei provato ad allontanarmene, non avrei provato a strappare quella catena, non starei scrivendo queste cose. Forse non avrei mai imparato cosa significa amare, gioire, soffrire, a stringere i denti e lottare, a rialzarmi dalle cadute. Che cosa invece non ricordo più? Le volte in cui ho provato e fallito. Fallisco quasi ogni giorno ma il fallimento lo posso archiviare come esperienza, ci posso stare male, posso soffrirci come un cane ma non rimanere quel cane alla catena incapace di liberarsi. Fallire è brutto, fa male, ma apre la porta a nuovi tentativi nuove esperienze, nuovi mondi. Un giorno quando sarà il momento di andarmene vorrei girarmi indietro e guardare e non avere rimpianti, non avere più “se avessi” e vedere invece un prato costellato dei fiori che sono le esperienze vissute, come rose rosse baluardi di chi e cosa sono stato. Con le loro spine, alcune di bellissimi colori cangianti altre appassite e secche ma ognuna vissuta. Di certo una, due, molte di loro saranno “quello che ho sempre cercato”, “quello che ho sempre desiderato”, “quella cosa che mi fa sentire completo”, “quello che mi fa sentire realizzato”, altre “quello che speravo”, “quello che credevo”, “quello che sarebbe stato bello funzionasse”, ma nessuna mai “Quello che avrei voluto provare”, “quello che chissà come sarebbe andata se…”

Tutto ciò che leggi qui dentro è una libera rielaborazioni di vissuti, sogni e immaginati. Non rispecchia necessariamente la mia realtà. Se chi legge presume di interpretare la mia vera persona sbaglia. Se chi legge presume che tutto sia inventato sbaglia parimenti. Se tu che leggi mi conosci, leggimi come leggeresti uno scrittore sconosciuto e non chiederti altro di diverso di ciò che chiederesti di questo.

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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