Gen 272017
 

“Non sei tu il mio problema. Voglio dire, che sì, ci sto male, mi si strappa l’anima ma il mio problema non sei tu.” era seria mentre lo diceva, molto seria. “Piuttosto ho creduto che tu potessi esserne la soluzione. Che tu mi avresti portato via da tutto questo. E non è colpa tua se non l’hai fatto, se le mie aspettative sono state disattese, è stata la mia fuga, il mio usarti come mia fuga.”
Mi accorsi solo in quel momento che il cielo plumbeo alle sue spalle sembrava essere lì a sottolineare le che lei stava pronunciando. Come se avesse organizzato lei tutto questo, e forse è così. Mi accorsi solo in quel momento anche del rossetto scuro che evidenziava le sue labbra. Non lo aveva mai messo prima, o almeno non che io ricordi. Mi ero mai accorto davvero di come si truccasse?
Rimasi in silenzio. E lei abbassò le spalle come arrendendosi alla mia stupidità.
“Non lo capisci vero? Io non ho davvero nulla contro di te e non voglio recriminare nulla, ti sto dicendo solo perché sto male, anzi non perché sto male ma perché non ci sto a causa tua.”
Il vento le aveva portato una ciocca lunga di capelli ad appiccicarsi di sbieco sul viso, attraversando quelle labbra scure fino all’altro lato. Ci mise qualche secondo a trovarlo e rimetterlo a posto. Giusto mentre mi stavo accorgendo della sottile linea di eyeliner, non avevo mai fatto caso neppure a questo, se mai lo avesse usato prima.
“Non capisco” dissi. “Hai ragione, non capisco, ma cos’è allora che non funziona tra noi?”
Mi guardò come fossi uno stupido, ruotò gli occhi verso l’alto con l’aria sfinita e si prese qualche secondo prima di rivolgermi nuovamente la parola. Eravamo in piedi uno di fronte all’altra, sul marciapiedi.
“Non c’è nulla che non funzioni tra noi, sono io il problema, è dentro di me il problema.”
“Ne vuoi parlare?” le dissi immediatamente quasi interrompendola mentre una nuova folata di vento le spostava i capelli. Probabilmente di lì a poco si sarebbe messo a piovere e rimanere qui in piedi impalati come due scemi a prendere freddo non mi sembrava l’opzione migliore. Ma credo sarebbe stato peggio proporle in quel momento di entrare nel locale.
“No”. Rispose.
“Va bene” dissi prendendomi una pausa “va bene, allora, probabilmente è meglio così.”
“No! Non c’è nulla che vada bene invece! Proprio nulla!” Mi aggredì in quel momento. “Il problema è la mia vita, semplicemente l’ineluttabile completo della mia vita!”
Rimasi in silenzio a guardarla, non avrei saputo come reagire diversamente.
“Guardami. Tutto quello che sognavo di fare l’ho fatto. Oppure ho capito che non faceva per me, che non avrei dovuto lottarci ulteriormente. Tutto quello che mi resta è nessun amico, nessuna aspirazione, nessun desiderio”
“Io non sono un’amico?”
“No.” Mi guardò con aria torva.
“E cosa sono allora?”
“Nulla. Non sei nulla, non più, sei stato la mia fuga da tutto questo, la mia illusione di fuga ma ti guardo e sei lì a guardarmi come uno scemo come se stessi guardando un film e non ti rendi neppure conto di cosa stia succedendo, come non mi sono resa conto io che stavo proiettando in te solo stupidi desideri.”
Rimasi di nuovo in silenzio.
“Ti sei mai chiesto perché? Sei vivo?”
“No. Voglio dire, sono vivo perché mi hanno messo al mondo.” Risposi.
“Già, e perché sei ancora vivo?”
“Perché non sono morto prima. Credo.”
“Sei vivo perché hai dei sogni, un motivo di vivere, un motivo di andare avanti.”
“Tu no?” dissi stupito.
“No.”
“Come no?”
“Questo è il male che mi mangia dentro. Semplicemente questo”. Rimase in silenzio a guardarmi.
Io non sapevo come comportarmi e continuai a guardarla provando a sostenerne lo sguardo ma non era semplice. Avrei voluto essere in qualunque altro posto, o essere in grado di dirle la parola giusta se esiste una parola giusta in questi casi.
“Lo sai invece perché non sei ancora morto?” mi disse con aria di sfida.
Rimasi un po’ ancora in silenzio prima di rispondere “Credo per lo stesso motivo.”
“Quasi.” Disse. “Perché non hai un motivo di morire. Ci ho pensato spesso alla morte, i suicidi lo fanno spesso per rivalsa, per far soffrire qualcuno, per lanciare un messaggio, per avere la magra consolazione che qualcuno li piangerà. Morire non è una fuga ma un’atto di eroismo e ogni atto di eroismo è verso qualcuno”
“Eroismo?”
“Sì, è come mettersi a dieta, o uscire a correre, è uno sforzo aggiuntivo che devi fare all’alzarti dal divano. Una persona come me, una che non ha più un motivo di vivere non ha neppure un motivo di alzarsi dal divano. Figurati se ha la forza, l’impeto, il desiderio di fare qualcosa di così complesso come togliersi la vita.”
Cominciava ad agitarsi, sembrava più tetra e al contempo più bella, paradossalmente più viva. Una piccola vena le pulsava sulla tempia.
“Non sono ancora morta perché nessuno mi piangerebbe” aggiunse “perché nessuno soffrirebbe davvero della mia morte”.
Stavo per intervenire in mia difesa quando mi interruppe “No. Neppure tu. Piangeresti un giorno, forse due, poi in breve ti scorderesti di me, di tutto. Sono ancora viva perché non ho un valido motivo di uccidermi.”
Rimasi di nuovo in silenzio a guardarla.
“Anche solo una sfida, un testa o di qualcuno che mi sfidi, anche solo un dimostrare qualcosa a qualcuno potrebbe spingermi. Spingere da una parte o l’altra l’ago della bilancia. Anzi da una parte sola, visto che finché vivo l’ago è comunque chiaramente dall’altra.”
“Un ?” dissi con voce sospesa.
“Sì. Vuoi giocarci?”
“Cosa?” dissi non capendo.
“Vuoi giocare a testa o croce con me?” Sembrava improvvisamente più rilassata.
“Va bene” dissi insicuro, non avrei saputo rispondere altro. Qualunque cosa mi avesse chiesto in quel momento non avrei saputo rispondere altro.
“Lancia una moneta.” Ci misi un po’ a trovarne una, in fondo alla tasca dei jeans c’era una moneta da due euro la lanciai senza neppure chiedermi nulla e quando la fermai in mano lei rimase a guardarla qualche secondo.
La vena sulla tempia aveva smesso di pulsare ed il vento sembrava leggermente calato, iniziava a scendere qualche goccia invece. Poco o nulla, ma presto si sarebbe trasformato in uno scroscio e ci saremmo completamente bagnati se non ci fossimo spostati. Lei rimase in silenzio a guardarmi negli occhi. Si aspettava le chiedessi cosa avesse puntato immagino, ma la mia testa in quel momento era altrove. Vuota e altrove.
“Io vado” mi disse dopo alcuni secondi. Prima che intervenissi si era già voltata e si stava allontanando.
Non la seguii.
Fu l’ultima volta che la vidi.

Tutto ciò che leggi qui dentro è una libera rielaborazioni di vissuti, sogni e immaginati. Non rispecchia necessariamente la mia realtà. Se chi legge presume di interpretare la mia vera persona sbaglia. Se chi legge presume che tutto sia inventato sbaglia parimenti. Se tu che leggi mi conosci, leggimi come leggeresti uno scrittore sconosciuto e non chiederti altro di diverso di ciò che chiederesti di questo.

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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