Ago 032017
 

Sono diventato te. Nel tempo.
Sono diventato te.
Ricordo ancora il primo istante in cui ti ho veduta. Troppo grande ho pensato. Eri grande. Sì. Non avevo idea di quanto, di cosa e in che senso lo fossi. La prima impressione era che tu fossi di età troppo avanzata, troppo grande sì. La seconda era che tu fossi eccessivamente sovrappeso, troppo grande. Mi ci volle poco tempo per capire che dentro ci fosse uno spessore diverso, che non eri come le altre che avevo incontrato, tra giovani si sarebbe detto che eri una grande, troppo grande.  Eppure non avevo capito nulla di quello che contenevi. Di quello che c’era dentro come fossi stata un grande contenitore, troppo grande. Non l’avevo capito. Negli anni ho visto molte di queste cose dentro, delle tue parti, dei tuoi pezzi. Eri una specie di enorme puzzle che portava sul proprio corpo i segni di errori e di gioie e di ogni momento. Li portavi con fierezza ed eri in grado di fare cose, di vivere cose, di sopportare cose, di affrontare cose, di insegnare cose, di mostrare cose, di vivere cose, di essere cose. Troppe per la mia piccola mente ristretta, per l’anima rinchiusa che mi ritrovavo. Troppo piccola per contenerti, e te troppo grande.

Solo per questo ho deciso di farti a pezzi.

Ho pensato che scomponendoti avrei potuto riuscire a viverne una alla volta le parti, di affrontarne una ad una le parti con calma e non sarebbero state ognuna troppo grande, non sarebbero state presa una alla volta troppo. Quella sera non te lo saresti mai aspettata. Non ci si vedeva da parecchio, da troppo tempo, un tempo troppo grande per quantificarlo. Non ci si vedeva da tanto.
Avevo ancora le chiavi di tua quindi non fu difficile farti questa sorpresa, i tuoi orari erano ancora quelli di un tempo e il gatto in fondo era solo felice di rivedermi dopo tanto. Il gatto o il suo fantasma, non saprei. Ti aspettai sul divano guardando la TV. Non c’era molto da fare di meglio.
Guardavo l’. Guardavo qualche puntata della serie TV che avevamo iniziato assieme. Guardavo l’. Avresti dovuto entrare a minuti e a minuti arrivasti preannunciandoti con il suono della tua vecchia macchina e con il fascio dei fanali entrati nella piccola corte.
“Cosa ci fai qui tu?” furono le esatte con cui mi accogliesti. Il tuo viso era distorto da qualcosa che interpreterei come timore misto a stupore ma era ancora bello come un tempo. Peccato mancasse quel che tanto ricordavo, quel grande, enorme troppo grande.
“Cosa ci fai qui?” dissi di nuovo “Hai ancora le chiavi?”
“Sì. Cara.” furono le uniche due parole che dissi. Non credevo ne sarebbero servite altre mentre infilavo nel tuo corpo la lama del tuo coltello di ceramica. Tu dicesti solamente “Oh.” e niente altro. Quella sera anche tu eri di poche parole. Ci stava troppo dentro tutto quel corpo contenitore, non so dire quanti litri ma una quantità che non avrei mai potuto prevedere, fortuna che soffrivi di pressione bassa, eh? Non mi inondasti, il usciva veloce ma non a getti, probabilmente avevo colpito una vena e non un’arteria. Meglio così perché sarebbe stato fastidioso non vedere più per il sulla faccia. Lo shock ti spense in fretta e ti accasciasti quasi schiacciandomi in un’abbraccio. Cercai di ricordare se avevo mai avuto l’occasione di provare ad alzarti di peso ma non me ne ricordai con certezza. Da qualche parte nei cassetti dovevi avere un sega ossi elettrico, te lo avevo visto usare quella volta delle costolette. Ti appoggiai a terra e mi misi a cercarlo. Il continuava ad uscire, rischiava di finire sotto la porta di entrata. I tuoi vicini non erano particolarmente invadenti ma non sarebbe stata comunque un’idea intelligente. Corsi a tamponare con degli stracci e scivolai tutta quella pozzanghera troppo grande. Credo di essere svenuto per una decina di minuti mi risvegliai con i vestiti inzuppati, poi finalmente trovai il sega ossi. Nel freezer giù non ci saresti stata tutta intera ma a pezzi sì, che poi era comunque quello che intendevo fare quindi cominciai a dividerti.

Pezzo per pezzo, funzione per funzione, ricordo per ricordo, istante per istante come una scatola dei delle cose che abbiamo fatto assieme.
Mi nutrii di questo. Per mesi, per mesi mi nutrii del cibo che potevi fornirmi, mi nutrii di tutto quello che eri stata per me, di quello che avevamo vissuto. Di tutto. Fino a diventare te.

Mi accingo a vivere quello che eri. Ad essere te alle prese con me, a vivere quello che ti ho fatto vivere. Sono diventato te. Nel tempo.
Sono diventato te.

Tutto ciò che leggi qui dentro è una libera rielaborazioni di vissuti, sogni e immaginati. Non rispecchia necessariamente la mia realtà. Se chi legge presume di interpretare la mia vera persona sbaglia. Se chi legge presume che tutto sia inventato sbaglia parimenti. Se tu che leggi mi conosci, leggimi come leggeresti uno scrittore sconosciuto e non chiederti altro di diverso di ciò che chiederesti di questo.

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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