Giu 192016
 

“Io voglio essere la tua oasi e vorrei tu fossi la mia, non qualcosa da lasciare indietro ma un luogo dove tornare a respirare, a bere acqua, a rinfrancarsi, da portare nel cuore chiamandolo casa.

Vai dunque, e quando lo vorrai, allunga la mano e cerca la mia.”

Le parole assumono significato nel tempo.
Il tempo stesso assume significato nel mutare delle parole.
Il tutto in un continuo circolo che è paradosso.

“Vai dunque. Ci sono altri mondi oltre a questo”
-Roland di Gilead-

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Ott 022014
 

Finalmente dopo tempo sembra che “il motore sia ripartito”, e sto scrivendo parecchio. Probabilmente più di quanto abbia mai fatto ed in una forma che è decisamente diversa da quella di un tempo. Si cambia, si cresce, ed è bello.

Ho scritto un romanzo “Romanzo incompiuto“, che non so se davvero mai mi impegnerò a pubblicare, mi piace, si. Ma riconosco che c’è troppo “me” come fosse una contorta biografia immaginaria.
Le pochissime persone che me ne hanno dato un parere, tra le poche persone che lo hanno avuto in mano me ne hanno fatto dei complimenti che non ritengo del tutto sinceri, come a non avere il coraggio di dire il vero. Mi fa ridere perché proprio nel romanzo stesso parlo del fastidio dell’incapacità delle persone che ti vogliono bene di dirti davvero cosa pensano di cosa produci.

So di poter scrivere di meglio ed ho altri progetti per la testa, almeno due.
Del primo questo è la demo, il trailer.
Non penso di metterne online altri pezzi fino a che non sarà finito, ma mi diverte l’idea di pubblicare una specie di Trailer.

Per dire che non mi sono di nuovo spento, per far sapere a chi è lontano che qualcosa si muove, che la vita prosegue. Per dire a chi mi spinge a scrivere che lo sto facendo ancora, per dire a chi non glie ne frega niente che nonostante tutto ha pienamente ragione a fregarsene.

Il tempo

“Vedi? Quello che devi fare è semplicemente concentrarti e ricordare cosa c’è attorno. Ricordare ogni singolo dettaglio e ricrearlo nella tua mente, dopo di che aprire gli occhi e vedere il mondo che c’era di nuovo attorno a te, niente altro”

“Provaci”

“Provaci, su”

“Conta fino a dieci, uno, due…”

Cos’è questa voce?

“tre, quattro…”

Cos’è questa voce? Chi mi parla?

“cinque, sei…”

C’è così buio attorno a me, gli occhi però stanno iniziando ad abituarsi lentamente al buio, sto cominciando a

“sette, otto…”

vedere attorno come se invece vedessi attraverso le palpebre chiuse, o qualcosa del genere

“nove, dieci”

Apro gli occhi, o almeno, sono sicuro che ora siano aperti ma non è cambiato nulla.
Sono nel vuoto.
Non proprio nel vuoto, perché in qualche modo il vuoto sta ruotando, credevo di essere orizzontale ma sono piuttosto sicuro di essere in piedi, le mie braccia si muovono tranquillamente in ogni direzione senza impedimenti.

Se batto i piedi a terra però mi accorgo che un “a terra” esiste, quindi almeno non sto volando. La voce diceva qualcosa riguardo il pensare ai dettagli e ricrearli.
Pensare ai dettagli e ricrearli.
Cosa c’era prima? Prima di cosa?

Che ore sono? L’orologio segna le 19:19, ho un orologio.
Ho un orologio e segna le 15:20, si.

E cosa ci faccio qui? Aspetta, sono le 12:30, oggi alle 12:30 dovevo andare a prendere un cuore. Dovevo andare dal meccanico a prendere un cuore.

Non credo abbia senso tutto questo.
Devo procedere per gradi, intanto mi serve una sedia, una come questa, ecco. Mi siedo. Non sono al chiuso, altrimenti la mi claustrofobia mi avrebbe già fatto uscire di testa, oppure, in alternativa, forse sono già uscito di testa per la claustrofobia.

Hei, da dove è comparsa questa sedia?
Non c’era nulla tuttavia prima di questo. Non arrivo “da qualche parte” o da qualche cosa, è come se io fossi sempre stato qui, o se prima non fossi esistito.
Cos’era la voce.
Se c’era una voce ci deve essere qualcuno, se ci deve essere qualcuno questo qualcuno deve poter comunicare ancora con me.

“Signore, signore, dove siete? Mi avete parlato poco fa, dove siete ora?”

Silenzio.

“Signore, dove siete?”

Mi sembra di distinguere un lieve bagliore, qualcosa di bianco in lontananza, grigio, rosa. Mi alzo, devo scoprire cos’è.
Sento un tuffo al cuore improvviso, qualcosa non va, e forse un ricordo torna alla mente un istante, si affaccia, sorride e se ne va come a voler dire ma ad essere bloccato un istante nella timidezza.

Intanto mi avvicino e vedo come un immagine di un uomo, sembra anziano. Sembra un quadro, l’immagine sembra di un uomo sulla settantina, e seduto su una sedia di legno ma nel buio se ne vede solo un pomello salire accanto alla spalla destra. È rivolto verso di me, la fronte ampia. È un uomo di cui si direbbe ironicamente “ha la fronte alta” i capelli sono brizzolati, più bianchi che neri, le sopracciglia grandi e folte, lo sguardo buono ma vecchio e stanco. Il naso grande ma non troppo e porta una folta barba unita ai baffi, grigia brizzolata anch’essa, forse con qualche tratto ancora di castano lieve.
Porta una tunica nera di cui si vede poco se non il grande colletto largo a sua volta bianco, o grigio più chiaro della barba.

La mano sinistra è posata sull’appoggia braccio della grande sedia di legno, porta un anello con una pietra tonda all’anulare sinistro, non sembra però un anello che abbia a che fare con le nozze. La tunica o comunque questo vestito nero ha dei polsini bianchi, come il colletto.
Nella mano destra ha quello che sembrerebbe un antico cannocchiale.

“Ma per trovar il bene io ho provato
che bisogna proceder pel contrario:
Cerca del male, e l’hai bell’e trovato;
Però che ‘l sommo bene e ‘l sommo male
S’appaion com’i polli di mercato.”

Non ho capito, signore, ma è lei che ha parlato?

“Quello, che noi ci immaginiamo, bisogna che sia o una delle cose già vedute, o un composto di cose o di parti delle cose altra volta vedute.”

Poi si alzò. L’uomo si alzò dall’immagine e mi si avvicinò.

“Mio giovane allievo” disse.
“Osserva”
accanto a lui c’era un tavolo, non lo avevo visto prima, ed in mano non aveva più un antico cannocchiale ma un cronometro digitale moderno.
Sul tavolo una struttura di metallo reggeva un filo, al filo era appeso un gancio ed al gancio un cono con la punta verso il basso.
Sul cono c’era scritto 100g, cento grammi.

Prese il cono lo spostò di lato e lo fece ricadere in modo che dondolasse, in modo che facesse da pendolo.
Misurò con il cronometro l’oscillazione, per diverse oscillazioni, il tutto in assoluto silenzio.

Scrisse dei numeri su un foglio e poi dichiarò “1,60 secondi”.
Prese nuovamente il pendolo e lo alzò nuovamente, questa volta più di quanto lo avesse alzato precedentemente.
Riprese a misurare, scrisse nuovamente.
“1,60 secondi mio allievo”
Sorrise lievemente, con quel sorriso stanco e con gli occhi stanchi e gialli di un vecchio stanco e lentamente, come si muove un vecchio, prese il peso a forma di cono e lo sostituì con uno più grande, mi guardò un istante e lo fece nuovamente oscillare.

Misura, misura, misura, misura, scarabocchio.
“1,60 secondi, ancora”
Cambiò altri due pesi, e misurò sempre lo stesso valore.
Questa volta sempre in silenzio. Concentrato.
Poi girò una piccola vite all’altezza alla quale iniziava il filo e accorciò il filo stesso.
Mise nuovamente sul gancetto il primo peso e lo fece oscillare.
“1,40 secondi questa volta”
Ricominciò nuovamente l’esperimento con la nuova lunghezza.
Cambiare il peso, misurare, scrivere, “1,40 secondi”, cambiare il peso, misurare, scrivere “1,40 secondi”, cambiare il peso misurare.
Non so quanto andò avanti.
Poi d’un tratto si fermò e mi guardò, non proprio negli occhi, era come se guardasse contemporaneamente dentro di me ma lo sguardo fosse puntat0 leggermente più in basso delle mie pupille.

Si girò e disse “1,80 secondi”, regolò il filo, mise un peso scelto a caso senza guardare, misurò, misurò, misurò, scrisse.
“1,80 secondi”.
“Mio giovane allievo, cosa comprendi da questo?”
“Credo sia il principio del pendolo, l’oscillazione è indipendente dal peso ma dipendente dalla lunghezza del filo”

Fece qualche istante di silenzio. Poi d’un tratto come se non avessi parlato
“Mio giovane allievo, cosa comprendi da questo?”
Non sapevo cosa rispondere.
Mi distrassi un secondo guardandomi riflesso in uno dei pesi, erano lucidi e curvi, modificavano certamente l’aspetto, le forme. Ma difficilmente i colori.

I miei capelli erano corti, con la riga di lato, indossavo un grembiule da scuola elementare blu, non potevo esserne certo data la distorsione delle misure ma dovevo essere un bambino. O essere almeno travestito da bambino.
“Mio giovane allievo, forse lo capirai nel tempo e nello spazio. Senza velocità. Nel tempo e nello spazio”

Mi porse il cronometro digitale parlammo ancora a lungo di cose che non ricordo e che non saprei ripetere, poi si allontanò.

Il tavolo, non saprei dire quando, era scomparso, ed in mano ora ho un orologio antico come l’eterno. Un vecchio orologio da taschino, con dentro la foto di una signora che deve essere vissuta non so quante epoche fa. Pensandoci meglio ricordo che avevamo parlato della necessità di un metodo di verifica per comprendere ciò che siamo, da dove veniamo, per comprendere la realtà e riprodurla. Mi aveva detto di metterci il cuore, mi di non tradire mai me stesso neanche sotto minaccia o qualcosa del genere.

Ora sono di nuovo nel vuoto, accanto alla mia sedia con un orologio antico in mano.
Segna mezzogiorno.

Tic
Tac
Tic
Tac
Tic
Tac

Come il cuore del tempo.
Come il cuore

Nel tempo.

Non so perché, ma spesso mi viene spontaneo contare i battiti del mio cuore tum, tum, tum, confrontarlo con il battito dell’orologio leggermente più veloce, tic, tic, tic.

Lasciar passare una trentina di secondi, e poi fare la moltiplicazione e accorgermi che non mi ricordo assolutamente quale sia la frequenza cardiaca corretta e di aver fatto questo lavoro per niente.

Un tuffo al cuore, nuovamente.

Accade quando qualcosa cambia?

L’orologio segna mezzogiorno e un minuto. O è mezzanotte? Come se in questo istante iniziasse un viaggio, un mondo, qualcosa.

Sfugge

Tic, tac, tic, tac, tic, tac. C’è qualcosa che mi sfugge, è come l’impressione che questo orologio in qualche modo acceleri. Non è facile definirlo, e non ho modo di confrontarlo.
Voglio dire, avevo un orologio digitale poco fa, ma ora per qualche motivo non l’ho più al polso, forse me lo sono tolto parlando con quel vecchio eppure la sensazione è che qualcosa sia cambiato, come un salto nel vuoto.

Il battito del cuore. Devo rilassarmi, lasciare regolarizzare il battito del cuore e confrontarlo ancora una volta con il tempo.
Devo rilassarmi.

È divertente come rilassarsi sia la cosa più difficile al mondo quando vuoi rilassarti e quando una sensazione di irrequietezza inspiegata attanaglia la tua anima.

Tic, tac, tic, tac, tump, tump, tump, tic, tac, tic, tac.
L’orologio accelera, si, o rallenta il cuore.
Non dovrebbe rallentare il cuore, a meno che non stia rilassandomi. Non sto rilassandomi affatto, non dovrebbe rallentare il cuore quindi accelera l’orologio.
L’orologio è a carica, forse è troppo carico, ho letto da qualche parte che questi orologi a piena carica accelerano così quando sono scarichi possono rallentare un poco e mantenersi mediamente corretti.

O l’ho immaginato non ricordo, quindi forse ora è troppo carico.
Provo a girare la rotella per vedere quanto lo è.
Un giro, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove.
Beh, forse tira avanti di suo.
Probabilmente tira avanti da solo.

La sedia non c’è più.

Credo non resti che camminare.
Gli occhi ormai si sono abituati al buio ed ora posso dire con certezza che non c’è nulla. Ho anche dubbi se il pavimento esista davvero o se non sia una qualche specie di campo di forza che esiste solo dove sono i miei piedi o dove metto le mani quando le porto all’altezza dei piedi stessi.

Potrei provare a saltare improvvisamente, ma la paura mi attanaglia. E se saltando questa specie di campo di forza non facesse in tempo a crearsi? E se cadessi? E se si creasse un istante dopo mozzandomi un piede? E se non ci fosse fondo e cadessi in eterno?

In realtà ne sarei curioso, l’attrito dell’aria dovrebbe permettermi di accelerare fino ad un certo punto per poi mantenere la mia velocità costante, e a velocità costante non dovrei poter distinguere l’essere in movimento o il non esserlo.

Potrei stare cadendo anche ora quindi… no. No, i capelli sono fermi e sotto i piedi se spingo sento qualcosa.

E se quel qualcosa stesse cadendo e impedisse all’aria da sotto di scompigliarmi i capelli? Se fosse destinato ad arrivare su un fondo?
Se stessi semplicemente precipitando per trasformarmi in una polpetta di ossa e sangue sul fondo di qualcosa?

No. No. Non lo è, non ho modo di dimostrarlo ma non credo possa essere questo che sta accadendo.

“Mississipì”.
Non ricordo dove l’ho imparato ma “Mississipì” è una parola che pronunciata con il giusto accento dura un secondo.
Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic.

Forse mi sto facendo influenzare.
Posso nascondere l’orologio e dire Mississipì sessanta volta, ora segna le mezzanotte e diciotto, o mezzogiorno, non lo so.

Mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì.

Dodici e diciannove.

Misure

C’è qualcosa là in fondo. Sembra un luccichio, sembra come un piccolo rettangolo che riflette la luce.
Non so quale luce dato che c’è buio.

Che alternative ho? Credo che tra stare qui in piedi a contare secondi e battiti del cuore e andare a vedere di cosa si tratta l’alternativa meno noiosa sia decisamente andare a vedere di cosa si tratta.

Tic, tac, tic, tac, tic, tac. Mi sta ossessionando. Questo orologio mi sta ossessionando.
Lo devo gettare.

No.

Non posso, è l’unico baluardo della realtà. Non so di quale realtà, ma mi pare così terribilmente l’unica cosa che abbia un qualcosa di certo, di scientifico che separarmene forse mi porterebbe alla follia più che tenerlo con me.

Eppure quel pendolo, quel vecchio… questo stesso orologio con la sua catena è un pendolo.
Ho un modo per valutare se a sbagliare sia l’orologio o il mio cuore!

Quante oscillazioni fa l’orologio a mo’ di pendolo in un minuto?
Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette, ventotto, ventinove, trenta, trentuno, trentadue, trentatré, trentaquattro, trentacinque, trentasei, trentasette, trentotto, trentanove, quaranta, quarantuno, quarantadue, quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque, quarantasei, quarantasette, quarantotto, quarantanove, cinquanta, cinquantuno.
Sono passati trenta secondi. Fanno centodue oscillazioni al minuto, circa un secondo e sette decimi.

Se la fisica non mi abbandona questa è l’unica costante che ho.
Alle dodici e ventidue il mio pendolo oscillava centodue volte al minuto.
Queste sono le mie uniche misure del mondo, del tempo e dello spazio. La lunghezza della catena del mio pendolo, e centodue oscillazioni che misurano quello che per me sarà un minuto.

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Feb 222011
 

Qui mi sono imbattuto in un interessante ed esaustivo elenco delle strategie più usate dai ciarlatani in generale e da quelli che bazzicano il web in particolare.
Ho pensato di riproporlo con qualche modifica per adattarlo a ciò che accade in forum e blog (l’originale si riferiva nello specifico all’ambiente dei newsgroup), in quanto veramente illuminante, anche perché quella che ho linkato è la versione italiana di una lista di fuffosità varia redatta inizialmente da un gruppo statunitense, a dimostrazione del fatto che tutto il mondo è paese: le regole che seguono, vi ricordano il comportamento di qualcuno, per purissimo caso?

Per essere un Fuffaro come si deve, è necessario seguire le seguenti norme:

1.

Preferite sempre la chiave di lettura cospirazionista rispetto alla chiave di lettura noiosamente banale: le spiegazioni naturali, come ad esempio che a Roswell sia caduto un pallone-sonda, sono per i sempliciotti e per le spie del governo. Se volete andare a letto con quella topina newage tutta curve non ditele che l’astrologia è una cretinata (anche i non-fuffari possono trarre temporaneo beneficio da questo consiglio).

2.

Mai cercare la più semplice ed ovvia causa di qualcosa ed in particolare evitate come la peste di menzionare il Rasoio di Occam: è la vostra nemesi!

3.

Dovete essere convinti che la parola «anomalia» significhi «conferma indubitabile» di attività paranormale, o analogamente «dimostrazione inoppugnabile» di presenza aliena, o ancora «prova incontestabile» di misterioso e malvagissimo complotto a livello come minimo mondiale se non intergalattico.
Quindi usate la parola «anomalia» più spesso che potete: eventualmente arricchitela da aggettivi come «inspiegabile», «inquietante», o, se siete in full attack mode, «evidente», «lampante», ed altro che implichi gravi difetti psicofisici in chi osasse trovarla qualcosa di normale.

4.

Definite tutto quello che è comunemente accettato, e contro cui vi battete, usando l’aggettivo «ufficiale» in senso dispregiativo, come se si trattasse di un’imposizione proveniente da qualche autorità di cui bisogna diffidare e non di cose che chiunque, solo volendolo, può verificare.
Riempitevi la bocca di frasi che iniziano Continue reading »
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Ago 232010
 

di Fabrizio Gatti

Centri storici abbandonati, strade invase dalle macerie, 30 mila ancora sfollati, 15 mila senza lavoro. Nuovi alloggi già deteriorati. Viaggio nei luoghi martoriati dal terremoto. Sedici mesi dopo le scosse

(19 agosto 2010)

Il centro di Sant Eusanio Forconese foto di Fabrizio Gatti Il centro di Sant’Eusanio Forconese
foto di Fabrizio Gatti
Qualcuno ha chiamato per nostalgia il numero della sua casa pericolante. E un bel giorno ha sentito rispondere. “Chi parla?”. “Chi parla? Ma chi sei tu?”. Quello dell’Aquila è stato il primo grande disastro italiano nell’era della comunicazione. E la comunicazione non può aspettare. È per questo che Telecom, secondo quanto è stato detto ad alcuni sfollati dallo sportello clienti, sta assegnando ad altri i numeri dei contratti sospesi dopo il terremoto.

Comincia così l’oblio. Ti cancellano dall’elenco telefonico. Non dalle bollette di abbonamenti tv, luce, gas che continuano ad arrivare. Almeno in città c’è il popolo delle carriole a tenere vivo il ricordo su cosa non è stato fatto. Ma nei paesi della provincia come Sant’Eusanio Forconese, Castelnuovo, Poggio Picenze i centri storici sono giorno dopo giorno sempre più estranei. Sempre più lontani dalla quotidianità. Immagini spettrali di un mondo ora rinchiuso dentro le facciate di legno pressato delle new town. Ci siamo giocati anche la seconda estate per avviare i lavori. Tra un mese in Abruzzo arriveranno il freddo e il maltempo. Se ne riparla dopo il prossimo inverno. E nessuno può ancora prevedere quando torneranno abitabili quei comuni: il 2015, il 2030, mai?

Lo show ha funzionato. Hanno dato appartamenti dignitosi e casette di legno a 18 mila persone e, a guardarle dal resto dell’Italia, sembra che tutti abbiano avuto un tetto. Invece il grosso resta ancora da fare. Rimuovere le macerie, avviare la ricostruzione vera nei centri storici, i più colpiti. E soprattutto riportare in città quanti si trovano nelle stesse condizioni di sedici mesi fa: 15 mila senza lavoro e 30 mila sfollati di cui 3.500 ospitati ancora negli alberghi sulla costa adriatica, secondo i dati calcolati a inizio agosto dal Comune dell’Aquila. Da quando il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ha passato i poteri di commissario delegato al presidente della Regione, Gianni Chiodi, i cittadini abruzzesi sperimentano ogni giorno cosa significhi il motto stampato sullo stemma del capoluogo: “Immota manet” c’è scritto, resta ferma. E infatti nei centri storici dei paesi non si muove nulla. Scavalcate le transenne che sbarrano le Continue reading »

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Mar 192010
 
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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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