Feb 282015
 

Era una sera di quelle in cui la temperatura ti fa rabbrividire solo un istante, il respiro si addensava in una piccola nube prima di scomparire quasi improvvisamente, indossavamo tutti maglioncini leggeri o giacche leggere, ed era buio.
Moltissimo buio.
Ricordo l’aria frizzante di quella sera come fosse oggi, come fosse vera, e ricordo di aver girato la testa incontrando accanto ai miei occhi la mano di mio padre, la presi e la tirai leggermente verso di me, lui sembrava assorto a guardare nella stessa direzione in cui stavo guardando io solo pochi istanti prima.
Ho sentito la mia voce dire “papà, papà, ma chi è quella ragazzina”?
Era sulla strada davanti a casa mia, a terra, piatta come un foglio di carta leggermente raggrinzito, attorno a lei c’erano dei signori che non conoscevo e qualche mio zio o zia che non saprei definire, c’era anche la zia gilda, e quella signora che mi dava sempre le caramelle al miele. Entrambe signore anziane nel buio della sera si distinguevano solo per il fumo che usciva dalle loro bocche e che vedevo nonostante fossero di spalle salire qualche istante dalle loro teste.
Erano vestite di nero, con il velo in testa e quei vestiti tipici delle donne anziane delle zone rurali. Osservavano tutti la bambina schiacciata, quasi fosse disegnata a terra e il signore che con una spatola di ferro la stava staccando dall’asfalto e ne stava raccogliendo i resti, come quando si stacca un adesivo da un contenitore di plastica.
La bambina era anch’essa vestita di nero come tutto, portava un vestito intero con le gonne che arrivavano fino all’altezza delle ginocchia e delle scarpe di vernice in tinta.
Il viso era dolce, non sorridente ma neppure triste, era difficile distinguere molto i lineamenti, un po’ per l’età, un po’ per la piattezza dell’immagine, aveva però lunghi capelli neri raccolti in due trecce ai lati.

Mi svegliai lentamente, non di soprassalto, passai dallo stato del sonno a quello della veglia pensando ancora a chi potesse essere questa ragazzina, provavo un senso forte legame elettivo nei suoi confronti e una mezza consapevolezza che non fosse un sogno fino in fondo, le diedi il mio stesso nome ma ovviamente al femminile.

Quando fui completamente sveglio piangevo per la sua assenza, per il suo essersene andata dal mio mondo, in un modo o nell’altro. Ero un bambino, di sei anni ed è il ricordo di sogno più vecchio che io abbia.

Mi ha accompagnato per tutta la vita in un modo o nell’altro, ci sono certi giorni nelle mezze stagioni, a settembre quando l’aria si raffredda o a marzo quando sta iniziando ad andarsene il freddo in cui passando davanti alla casa dove abitavo sento ancora quella lieve brezza, osservo l’aria addensarsi poco davanti alla mia bocca e poi allontanarsi e guardo come aspettandomi di incontrare quella bambina, o di vedere cosa le fosse accaduto.

Ricordo altri due sogni non molto distanti, il primo so di averlo fatto qualche mese dopo di questo, nel sogno ero adulto, guidavo un auto e questa si fermava ai bordi di una strada rialzata, da lontano vedevo giù dal dirupo una donna, in questo sogno ero adulto, immobile a guardare in direzione opposta alla mia. Scesi dall’auto e percorsi la discesa verso la donna, la raggiunsi mentre era ancora voltata di spalle e le toccai una mano.
Un istante dopo stavamo scappando da un branco di lupi e mi svegliai del tutto privo di paura come se fosse stato il sogno più avvincente, l’avventura più divertente mai vissuta, tanto che la ripetei decine e decine di volte nei miei giochi a scuola nelle settimane a venire.

Nel tempo mi capitava spesso di sentire la sensazione di essere tornato a quel momento, quell’aria leggermente fresca, frizzante, il buio attorno, i lampioni spenti, forse solo uno lampeggiante per dare l’atmosfera del vedo e non vedo, e la netta sensazione che girandomi avrei visto la bambina, o la donna adulta che nel frattempo poteva essere diventata.

Nella mia adolescenza quella bambina divenne il mio ideale di bellezza, negli occhi di ogni ragazzina cercavo i suoi, cercavo una ragazzina col mio nome, una ragazza con quei capelli, una donna con quello sguardo.

Quando ero adolescente sognai di incontrarla, fu come un colpo di fulmine improvviso, la incontrai e l’affinità elettiva che ci legava esplose in una scintilla, non so descrivere come ma il sogno durò mesi in cui ogni sera ci vedevamo, uscivamo, facevamo mille cose ma al contempo non ricordo nessuna di queste cose, ricordo la sensazione di averle vissute. Lei era sempre vestita di nero e portava ancora quei capelli neri raccolti anche se più corti rispetto al primo sogno.
Un giorno decise di portarmi a casa sua, per presentarmi suo padre, abitava vicino a dove abitavo nella realtà, saprei anche andare a suonare a quel campanello se mai ne avessi avuto il coraggio. Nel sogno suonò lei, una volta entrato ricordo la stanza il tavolone grande, il camino, ricordo quell’aria di casa calda, quel senso di focolare domestico d’altri tempi, ricordo di aver discusso con suo padre dei miei studi, di cosa avrei voluto fare da grande, mi disse cosa secondo lui sarebbe stato conveniente facessi nella mia vita, che è poi quel che feci nella realtà ma non per i suoi consigli.
Poi mi girai per sorridere a lei, ma lei non c’era, chiesi a suo padre e lui si mise a piangere e mi svegliai.

Fu uno dei sogni più strani che feci e l’ultimo in cui la sognai dormendo, passarono molti anni da allora divenni il professionista che curiosamente nel sogno mi era stato consigliato di diventare ma non ebbi mai un buon rapporto con le donne, non saprei dire il perché, o forse si. Non avevano quei capelli, quello sguardo, o quando lo avevano ne ero terrorizzato.

Un giorno diversi anni fa stavo guidando, non ricordo neppure da dove tornassi, cosa ci facessi lì se mi distrassi, se corressi, non ricordo nulla, ma ero su una curva di una tangenziale poco lontano da dove abito ora, persi il controllo del mezzo, improvvisamente, senza alcun presagio la coda cominciò ad allargarsi, a perdere aderenza a scivolare verso l’esterno. Ricordo tutto come a rallentatore, il tempo di pensare che non sarebbe potuta finire bene, la lucidità di controsterzare, il pensiero dei corsi di guida sicura in cui mi ripetevano che il corpo tende a far girare l’auto nella direzione in cui si guarda, il pensiero costante di guardare la strada nella direzione in cui avrei dovuto andare, il guardrail che sfiora il muso della macchina mentre la coda è già sulla corsia di destra. Ho tutto il tempo di pensare che sono fortunato ad essere su una strada a doppia corsia ma a senso unico e di essere su quella di sinistra, finalmente il controsterzo comincia ad agire e la coda ricomincia a rientrare, giusto il tempo di sperare di essermela cavata e poi di accorgermi dell’effetto pendolo che porta l’auto a ruotare nella direzione opposta, giusto il tempo di pensare ancora di guardare nella direzione giusta in modo che la memoria muscolare faccia il resto.
Non so quanto sia durato, ma dentro di me è durato ore il tempo tra l’inizio di quella sbandata e la fine. Immobile al centro della strada, senza danni.

Chiusi gli occhi e respirai.

Chiusi gli occhi e ringraziai il cielo per essere stato solo in macchina e per non aver ceduto al panico.

Posai la mano sul sedile del passeggero, poco distante dal freno a mano, sempre con gli occhi chiusi e sentii una mano toccarmi, una mano calda, liscia.
L’aria era frizzante o forse era l’adrenalina ad esserlo, aprii gli occhi e accanto a me non c’era nessuno, guardai subito la mia mano e non notai nulla di strano.

Tornai a casa lentamente ancora con il cuore in gola, incapace, incapacitato, in crisi, ed una volta arrivato mi misi a letto e spensi la luce.
Il cuore batteva ancora terribilmente forte, dovevo bere un goccio di Jack, aprii gli occhi e allungando la mano verso l’interruttore mi cadde lo sguardo sull’armadio a specchio, la luce era poca, solo quella che filtrava dagli scuri semichiusi dalla notte, ma accanto a me, dietro di me nel letto vidi una donna dai lunghi capelli raccolti su due trecce, accesi la luce e mi voltai a guardarla.

Non c’era.

Ora sono qui, guardo il liquido dorato nel bicchiere largo, lo faccio ruotare, penso che sia uno dei colori più belli che conosca quello del whiskey, e mi piace la densità così diversa da quella dell’acqua, il modo di muoversi, l’odore forte prima di berlo il gusto forte e delicato che cambia nel tempo del sorseggio tra infinite sfumature tra dolce e amaro, ed il retrogusto che rimane.
Non sono più stato al buio da allora. Non ho più spento la luce ne sono uscito di casa la sera.
Ho un termometro da esterni e non esco mai se la temperatura non è lontana dai dodici gradi, molto più bassa o molto più alta non importa, ma non voglio più sentire quell’aria frizzante, non voglio più vedere l’aria del respiro addensarsi in quel modo.
Non ho più dormito con le luci spente e non ho più guidato, i miei colleghi mi danno del pazzo perché cammino un ora e mezzo ogni giorno, andata e ritorno. Le giornate si stanno accorciando però, e la temperatura si abbassa, non manca molto a quando non potrò più andare a lavoro e senza passare dal buio, senza vedere addensarsi l’aria del respiro.

Per questo scrivo questa lettera.
Ora il bicchiere è finito, e sento il freddo dentro.
Ora il bicchiere è finito e spegnerò la luce.

 

Visite: 409
Ago 052012
 

In questi giorni mi sono interrogato sul mio scrivere, anzi per l’esattezza sul mio non scrivere.
Perché non scrivo?
Non sento più il bisogno di scrivere?
Talvolta si, ma è ciò che vorrei scrivere a bloccarmi, o meglio chi leggerebbe e non trovo sensato scrivere solo per me, perché ciò che è scritto lo è per essere letto.
La vita è più frenetica, il tempo è meno, vivere da soli ti lascia determinate libertà ma contemporaneamente ti porta via molti tempi morti un tempo utilizzabili per creare, scrivere, comporre, suonare.
L’età fa calare determinati impeti letterari ma neppure questa ne è la causa.
Un tempo la mia vita era più “tumultuosa” come quella di ogni adolescente o ragazzo e amavo creare “mondi” immaginari o pseudo reali ed applicarli alla realtà del momento, scrivere cose struggenti ed applicarle a realtà non necessariamente tali, scrivere racconti o pezzi poetici da psico killer e camuffarli da rabbia adolescenziale, scrivere di uno sguardo incontrato per strada come fosse l’amore di una vita, magari applicarlo ad uno sguardo di persona reale ma non necessariamente corrispondente per giustificare il mio scrivere d’un amore che in realtà non esisteva.
Era semplice una volta immaginato -profilato- qualcosa di struggente trovare una situazione a cui applicarlo e quindi scriverlo già su una data situazione, era semplice data un immagine nella mente renderla reale su un volto, su un luogo, su qualcosa che rendesse l’immagine poetica una poetica realtà.
Ora il mondo attorno a me è cambiato, complice l’età, complice una stabilità (psicologica e sentimentale, dato che quella lavorativa decisamente non è per ora).
Scrivere un racconto sul sorriso di una donna, o l’immagine di un ricordo di un istante modificato nel tempo,  mi espone al dover spiegare alle persone che ho accanto da dove venga tale immagine, a inventare sia il sorriso della persona che ho accanto o a giustificare perché non lo sia,  scrivere del sentimento di vuoto ed assenza dato dalla mancanza di qualcuno mi espone a dover giustificare da dove venga questo desiderio di scriverlo, a inventare a chi applicarlo per quietare almeno parzialmente il dubbio, l’incredulità del fatto che possa non essere applicato a nulla di reale se non al ricordo di ricordi, o a un sogno estemporaneo.
Scrivere una parafrasi di passi della Bibbia mi espone al dubbio di blasfemia, da giustificare di fronte ai ragazzi che educo nello scoutismo, o più probabilmente ai loro genitori che al giorno d’oggi attraverso Facebook possono vedere praticamente tutto, compreso questo post.
Lo scrivere un racconto cyberpunk con la cultura che ci sta dietro legata a modi di dire volgari che lo rendono tale mi espone a sua volta agli stessi rischi, scrivere un racconto di morte invece espone al preconcetto che uno sia psicopatico, che non possa educar ragazzi, che stia male e vada educato quando magari è solo il parto di un sogno, o della visione di un film, o di un’innocente riflessione sulla morte, ma in passato ho scritto e non pubblicato cose ben peggiori che ai miei occhi sono sfoghi, o provocazioni ma agli occhi di una fidanzata, di un genitore, di un datore di lavoro risultano essere tradimenti, sintomi di violenza, mancanza di rispetto.
Poco importa se tutto ciò sia alternato con consigli su come cercare di avere un’informazione non di parte, o se provo a dimostrare l’esistenza dell’anima si può pensar di me che io creda d’esser arrivato chissà dove o essere chissà chi.
Infine se talvolta scrivo cose più filosofiche sulla vita, o cose sulla felicità, indubbiamente meno interpretabili, eppure a volerla tirar tutta tra le righe ci possono essere lì più pezzi della mia vita vera di quanto ce ne siano nel resto di quanto scrivo, ma non è sempre e solo questo che scrivo o che trovo da scrivere.
Io credo non di “scrivere” ma di “trovar qualcosa da scrivere” trovarlo dove? Nell’aria, nel mondo, sotto il cuscino, sotto il tappetino dell’ascensore di lavoro, nella tua tasca, lo trovo lì.
E poi io stesso rileggendomi mi chiedo chi abbia scritto ciò che ho trovato da scrivere, estraniandomi completamente da me, dal perché ho scritto da cosa ho scritto, dimenticando chi sia lo scrittore.
E da tutto questo nasce un ulteriore dubbio, diatriba, una dicotomia del pensiero, perché questo stesso scritto può essere compreso in fondo o può essere lasciato a un livello che mi indichi semplicemente come paranoico.
Quindi in definitiva la domanda è perché non scrivo?
Per che non scrivo o per chi non scrivo?
Non scrivo per chi mi chiede perché scrivo, non scrivo su chi sbaglia a cercare come interpretare ciò i miei scritti, non scrivo per chi quando descrivo un volto si sofferma a pensare a chi sia quel volto e non alla poesia che voglio esprimere, per chi quando scrivo di un amore vuole sapere se quell’amore esista  e non si sofferma a goderne semplicemente l’immaginario, non scrivo per chi quando descrivo un sentimento mi chiede a chi sia diretto e non si limiti a provare a viverlo per nessuno o tutti o chi vuole come lo vivo io scrivendolo, al contrario non scrivo per chi quando scrivo rabbia e insulti si sente offeso invece di chiedersi a cosa e chi siano rivolti e perché, non scrivo per chi non ha la capacità di astrarre dal conoscermi e non riesca a leggere un mio racconto horror, cyberpunk o splatter come leggerebbe il racconto di uno scrittore sconosciuto.
Non scrivo in definitiva per chi giudica e chi legge ciò che scrivo non per quello che scrivo ma per conoscere cose che non vi sono scritte.

Visite: 949
Set 052010
 

Il mio mondo di scrivere è cambiato, si il mondo non il modo.
Accorgermene è stato quasi improvviso, quasi in quanto in realtà sotto sotto me ne stavo accorgendo da anni.

Ho scritto diversi libri, quelli che ho completato sono tutti di Poesia. Ho pubblicato “Contrapposizioni” che in quel momento era il meglio di ciò che avevo ma che pecca a tratti dei difetti della gioventù, ho tentato poi di pubblicare “Ritratti” che nonostante sia ormai datato a rileggerlo mi emoziona ancora, è ricco di citazioni, cita ognuno degli altri libri che ho scritto e mai pubblicato, contenine significati più o meno nascosti nei meandri delle frasi, come e meglio di “Contrapposizioni“, e soprattutto contiene tanto, tanto me. Ho cercato di pubblicarlo ma ho avuto solo problemi, tanto da dovermi rivolgere ad avvocati. Ci proverò ancora, lo so già,
Poi… finito ritratti ho cominciato a dire che scrivo poco, che non scrivo più. Ho scritto altre poesie ma in modo inorganico, ne ho scritte alcune che sono tra le più belle che ho scritto, sono riuscito a esprimere concetti che volevo esprimere da anni ma… la poesia stava calando.

Scrivere è un po’ come l’amore, quando sei adolescente ami con un intensità, un calore, una forza innate, non esiste che l’amore nasca nei meandri della mente e si insinui, l’amore quando sei adolescente arriva come un tram in corsa e ti colpisce portandoti via in un istante e poi… e poi chissà spesso lo perdi alla prima fermata, o ti perde lui. Col passare del tempo l’amore cambia, non è meno intenso, è solo diverso, l’amore quando cresci un po’ comincia ad essere meno impetuoso ma più stabile, non ci sono giorni in cui ami alla follia e giorni in cui non ami affatto, ci sono giorni in cui ami, ami sempre non ci sono più i giorni in cui ti strappi l’anima ma non ci sono neppure quelli in cui lasceresti perdere tutto per una discussione.
Controlli di più le sensazioni e apprezzi di Continue reading »

Visite: 689
Dic 072009
 

Si fa un gran parlare di culture che vogliono cannibalizzarne altre, di crocefissi da tenere o togliere, di perdita di identità di conquiste, di scontri culturali, religiosi, di guerre sante e chi si lamenta è ovviamente, giustamente, chi rischia di soccombere.
Ma perché? Se lo chiedono le persone che si lamentano il perché? E Cosa fanno per opporvisi?

Un esempio che mi sembra calzare è l’educazione di un bimbo, o di un ragazzo.
Ci sono infinite cose che attraggono l’attenzione d Continue reading »

Visite: 702
Feb 222009
 

Evvia le ronde! Si, finalmente avremo qualcuno che ci protegge, finalmente potremo sentirci sicuri nelle nostre città, finalmente le nostre figlie, ragazze, mogli, amiche e cugine non verranno più violentate, neanche quella passante lì che quei razzi stanno infastidendo, no.
Tutto questo mi sembra ridicolo.
Parto da un fatto accadutomi qualche tempo fa, non è la prima volta che mi capita di aiutare una ragazza derubata, o molestata ma questa è particolarmente indicativa riguardo all’utilità effettiva delle ronde.
Mi trvovavo sull’autobus, dalla stazione alle Continue reading »

Visite: 1098
© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: