Nov 292017
 

Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Il suo fratellino se ne era andato ormai da due anni, un anno, sette mesi e ventidue giorni. E tre ore per l’esattezza, o almeno così avevano detto quelli della polizia. I minuti non era dato saperlo perché il corpo era stato trovato troppe ore dopo e la precisione di queste cose diminuisce nel tempo. Lo avevano trovato in un prato, stringeva forte il suo Batman, l’eroe che avrebbe voluto essere ma che quella volta non era riuscito a salvarlo. Non aveva piovuto, era un giorno di un tardo settembre e il bel tempo aveva contribuito a mantenere le tracce pulite e a non adulterare il piccolo corpicino in anticipo. L’avevano trovato sdraiato a faccia in giù nella terra senza nessun segno di violenza ma troppo lontano da casa per poter esserci arrivato da solo. Solo ad un esame più approfondito trovarono nel sangue Arsenico e nello stomaco una discreta dose di Coca-Cola. Probabilmente una forma moderna dell’acqua Tofana offerta da chissà chi. Il corpo era poi stato pulito in ogni suo punto, rivestito e lasciato in quel punto senza lasciare traccia alcuna. Neppure nelle celle telefoniche, neppure orme nel prato. Non vi erano tracce di violenza, non vi erano tracce e basta. Arsenico a parte. Quello era stato lasciato come a indicare volutamente la causa della morte. Una domanda rimasta inespressa era stata quella di perché occuparsi di far sparire ogni traccia ma non usare un metodo meno palese dell’arsenico. I colpevoli non furono mai trovati.

Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Era un mattino di un anno, sette mesi e ventidue giorni e tre ore dopo del momento, che le avrebbe cambiato per sempre la vita e suo fratello, congelato nei sei anni che aveva quando aveva lasciato questo mondo era  Continue reading »

Giu 112017
 

La pelle dietro il collo gli si tese all’improvviso. C’era un solo modo per spiegare contemporaneamente la tensione che aveva provato entrando in casa e il ricordo che era appena affiorato. E solo in quel momento si accorse che spiegava anche il silenzio quasi spettrale nella stanza accanto.
C’era stato tutto il tempo di pensarci, di arrivarci con calma, quell’odore che aveva sentito, quell’odore strano non era altro che il profumo della sua lacca, no? Ed era qualche minuto che la bambina non faceva alcun rumore. A quell’ora era troppo presto per essersi addormentata e raramente si addormentava senza prima passare a salutarlo. E quel servizio in televisione? Fuga dall’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Tre detenute hanno tentato la fuga ieri notte, due sono state fermate mentre una è riuscita a fuggire, ha strappato un orecchio a morsi ad una guardia carceraria. Quanti ospedali psichiatrici giudiziari ci sono in Italia? Non ne aveva idea, non aveva idea neppure di quale fosse il carcere nel quale la madre di sua figlia fosse stata rinchiusa, non aveva voluto saperlo, non aveva mai neppure aperto la lettera dell’avvocato per non avere la tentazione di andarla a trovarla e di rischiare che lei scoprisse qualunque cosa possibile sulla loro nuova vita.
La villetta in cui viveva in questi giorni era stupenda, un luogo Continue reading »

Apr 012017
 

 

 

 

 

Osservo una pianta,
nella siccità.
La osservo mentre lascia seccare i propri rami
-cadono le foglie-
mentre i suoi rami deboli si spezzano sotto il peso di piccoli animali.

Osservo una pianta,
nella siccità.
Sopravvive, sopravvivrà a lungo ancora,
sopravvivrà grazie ai rami secchi,
le foglie cadute.
Sopravvivrà alimentando solo il necessario.

Osservo una pianta,
priva di emozioni, priva di dolore,
sopravvivere ancora temendo il sole.
In attesa del sole,
in attesa del’acqua che possa fargli amare il sole.
Temendo il sole.
In attesa.

Gen 052017
 

Fare una recensione dei un libro di un’amica, di una persona che si conosce, non è mai semplice. Se poi si tratta di un libro con questo livello di successo sul mercato la cosa diventa più difficile. Il libro in se l’ho letto già da diverso tempo, ho iniziato a leggerlo il giorno stesso in cui è arrivato sul mercato ed ho finito pochi giorni dopo. L’ho letto tutto d’un respiro, ascoltandone i suoni e le immagini, immedesimandomi negli ambienti creati ad arte quanto un brano di Battiato.
Non è facile fare una recensione del genere perché non ritengo che il libro sia privo di difetti e se da un lato evidenziarli sarebbe un delitto e probabilmente più un gusto personale, nasconderli sarebbe quantomeno falso, ma in tutta quella bellezza, dall’inizio alla fine, in tutta quella bellezza delle immagini, delle situazioni della delicatezza ogni difetto in questo libro scivola in secondo piano, coperto dai suoni, dai rumori di qualcosa di bello.

Evita Greco: il rumore delle cose che iniziano

Evita Greco: il rumore delle cose che iniziano

Dopo due mesi che l’ho letto, dopo aver lasciato decantatare ogni immagine ed essermene allontanato ho iniziato a scrivere queste parole e di nuovo le ho lasciate decantare in attesa di un non so cosa. Ho sentito paragonare questo libro ad Amelie, il film francese, ed in effetti qualcosa di francese probabilmente c’è seppure con la terra e la genuinità del nostro territorio. Basta aver incontrato Evita poche volte per rendersi conto che questo libro è molto più lei e che lei è molto più questo libro di quanto il più smaliziato dei lettori possa credere, non è frutto di costruzione né di finzione del marketing, e questo traspare da ogni riga, traspare pure dai difetti a cui accennavo. La testa persa, costantemente in un mondo in cui i significati delle cose sono leggermente disassati dai significati che le altre persone attribuiscono, le persone “normali”. Eppure c’è talmente tanta “normalità” in questi personaggi da parere quasi alieni, astrusi proprio per la loro semplicità.
Se dovessi paragonare questo libro ad un brano musicale penserei ad Imagine di John Lennon, un brano semplice e semplificato all’osso e perfetto di per se per questo. Credo sia difficile riprodurre un tale livello di semplicità ed immediatezza. Lasciamo perdere i riferimenti errati al mondo della subacquea o ad altri tecnicismi analoghi, è l’emozione ciò che passa, il desiderio di guardare nella propria vita e chiedersi perché dobbiamo essere così complicati ed è proprio lì, mentre ci si chiedere queste cose che la trama svolta in un modo che rende quella semplicità la causa stessa, nel bene e nel male, della trama.
Un libro da leggere, e da regalare, una piccola perla che entra nel cuore.

Nov 292016
 

Non è lo sparare l’atto principe dell’azione, è solo la conseguenza. Tutto l’insieme dell’atto è soprattutto nella respirazione e nell’attesa. Un susseguirsi di momenti in cui riempi i tuoi polmoni, stabilizzi il corpo e attendi un susseguirsi di istanti che sarebbero quelli sbagliati. Dal puntare al momento in cui premerai il grilletto passano solo pochi secondi di inspirazione, attesa, stabilizzazione della mira. Poi arriva l’istante esatto, subito dopo è troppo tardi. La mano incomincerà a tremare, il peso dell’arma a pesare, il cuore accelererà pompando il sangue e non potrai fare altro che abbassare l’arma e ricominciare un nuovo ciclo.
Il nemico è là, in fondo alla canna del mio fucile, allineato al mirino, poco più in basso per bilanciare la curva della traiettoria lunga. Il vento è calato in questa notte fredda e lo vedo mentre mi cerca col lo sguardo. Il colpo che ha appena sparato gli ha fatto perdere il punto, o forse non si era accorto fossimo in due quando ha ucciso il mio compagno.
Passano nella mia mente infinite cose mentre inizio ad inspirare l’aria nei miei polmoni, passano i nomi degli uomini di cui ricordo il volto nella morte, passa l’impressione di essere già stato a questo punto come in un dejavu, mi sembra anche di ricordare come sia andata a finire ma il ricordo si ferma un’istante prima di arrivare alla mia mente cosciente. Non riesco a farlo.
Un tempo ero stato spietato, e non mi occorreva pensare, i movimenti immediati in una successione unica erano oliati di anni di esercizio e non serviva ragionare, le mie mani non tremavano neppure sotto la più grande pressione ma questa volta sto involontariamente lasciando al nemico il tempo di armarsi di nuovo e di puntarmi. So che se vedrò un lampo avrò ancora solo il tempo di premere il grilletto prima di sentire il colpo addosso e poi il botto, e non avrei il tempo di sapere dove sia finito il mio proiettile ma so anche che non avrò una seconda possibilità.
Potrei nascondermi ed aspettare che vengano a prenderci tutti.
Potrei urlare e svegliare i miei e nella loro agitazione prendere quello zaino e fuggire evitando forse i loro spari alla schiena.
Potrei invece essere uomo ed uccidere il cecchino prima di svegliare i miei e fare il mio lavoro.
“Quindi hai deciso?” mi rimbomba nella testa la voce.
Mi sento come quando hai il terrore dei cani e c’è un cane dall’altra parte della ringhiera, quando sai che non potrà farti male ma hai il desiderio forte di fuggire lo stesso, quando hai le spalle al muro e sai che ormai è tardi per fuggire e che l’unica cosa che puoi fare è affrontare quella paura. Non temo l’uomo che ho di fronte, ne la sua pallottola, ne la morte. Temo di fallire la mia missione, non quella di questi uomini, non quella per cui sono vestito in questo modo, ma la mia missione, quella per cui sono nato.
Ho il ricordo fisso di avere già usato questa metafora, o forse è solo un ricordo di quando da piccolo provavo il terrore per i cani per colpa di quel bastardo che mi ha morso.
Il fucile di quell’uomo è puntato verso di me ora. Ora so che non avrò un altro tentativo, ne la scelta di fuggire. Conta solo chi dei due avrà per primo le mani ferme.
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.” mi rimbomba nella testa la voce.
Sento il cane abbaiare e qualcuno recita i nomi delle persone che ho lasciato indietro, sembra la voce del biondo, nella mia testa. Solo nella mia testa.
Quanto sarà passato, tre secondi? Non è ancora il momento, non lo è ancora, la mano trema sotto il peso del feticcio, la mano trema come a sostenere un peso che va al di là di quello di questo fucile, la mano trema. Non è ancora il momento.
“Quindi? Hai deciso?” ancora nomi, credevo fossero meno, credevo di aver lasciato meno persone dietro.
Abbai di cane rabbioso. Nella mia testa. Nella mia testa.
Questo è il -lampo- momento.

Nov 212016
 

“Puzzi di grappa Baffo.”
Nessuna risposta.
“Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!”
Nessuna risposta.
“Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?” si stava alterando.
“Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.” Baffo sembrava realmente dispiaciuto e altrettanto dispiaciuta parve la risposta di Biondo.
“Lo so, qui beviamo tutti, non c’è modo di sopravvivere a questo senza bere ma non mi piace affatto come ti stai comportando, sembri bloccato, in panico, e lo sembri da giorni. Allunga un braccio in avanti.”
Baffo allungò in avanti il braccio, la sua mano tremava. Lui rimase in silenzio.
“Ti rendi conto che tu sei probabilmente il miglior tiratore tra di noi? Non spari un colpo da giorni, forse da settimane” Biondo stava osservando Baffo con uno sguardo grave, parlava a bassa voce. “La mia sopravvivenza, quella di tutti gli uomini che abbiamo attorno dipende anche da te. Credi non mi sia accorto che punti il fucile assieme agli altri e poi non spari? Che le uniche volte che lo fai spari volutamente fuori bersaglio?” Baffo guardava in basso, in silenzio. Osservava le proprie mani tremare e provava con scarso impegno a concentrarsi per fermarle.
Attorno il vento fischiava nella notte, era una notte umida e fredda, folate di neve entravano nella trincea e gli uomini non di guardia cercavano inutilmente di dormire.
“Credi che io possa fare la differenza?” disse Baffo, guardava lo zaino pronto con la coda dell’occhio.
“Tu credi di no? Credi che potresti prendere quello zaino e fuggire? Ci sei in mezzo ormai. Ci sei in mezzo con tutte le scarpe, ci sei in mezzo con tutta la vita. Se provi a scappare qualcuno ti sparerà alla schiena come disertore. Non sarò certo io, sia chiaro ma qualcuno di certo se ne occuperà. E lo stesso potrebbe accadere quando qualcun’altro si accorgerà che hai smesso di sparare. Il tuo cibo è il cibo di tutti, la tua acqua l’acqua di tutti, le tue munizioni le munizioni di tutti. Non puoi sprecarle e startene seduto qui in attesa che qualcosa accada. Se attendi la morte tanto vale indossare ora quello zaino e fuggire, almeno ti sparerebbe qualcuno di noi e non attireresti l’attenzione del nemico.”
Baffo rimase in silenzio di nuovo, guardò lo zaino senza nascondersi, poi strinse le mani, ne sfilò il feticcio ed iniziò a farlo ruotare tra le dita. Aveva incontrato un uomo che faceva lo stesso con una pallottola ed ipnotizzava la gente ma lui era in grado solo di ipnotizzare se stesso.
“Siamo di guardia, io e te” continuò Biondo, “io e te e nessun’altro. Cosa pensi accada se ci attaccano e tu non spari, se te ne stai lì immobile in silenzio mentre arrivano e ci massacrano tutti? Se puoi fare la differenza? Puoi far si che tutti questi uomini vivano o muoiano. Ognuno di loro, ognuno di noi può fare la differenza ogni istante, e non sai chi la farà, quando la farà. Siate pronti. Non è questo che ci hanno ripetuto mille volte? Siate pronti. Lo hanno detto a me, lo hanno detto a te, lo hanno detto ad ognuno di questi uomini. Tu non puoi salvare te stesso, sono loro che ti salveranno e loro, ognuno di loro non può salvare se stesso senza l’aiuto degli altri. Credi possa mai uno solo di noi sopravvivere da solo?”
Baffo rimase ancora in silenzio, scosse leggermente la testa mentre si toccava la camicia sulla tasca, sul cuore. Aveva rimesso il feticcio al suo posto ma subito dopo tornò a toccarlo e ancora se ne allontanò come un fumatore che avesse aperto il pacchetto anche se aveva deciso di smettere.
“Baffo. Davvero. Pensi di farcela? Credi di essere in grado di riprenderti prima che sia troppo tardi?”
“Non lo so.” rispose Baffo. “Non lo so.”
Un istante prima del botto Baffo fece in tempo a vedere un lampo e a sentire un fischio ed un rumore sordo come di un cocomero colpito da un martello. Il lampo era alle spalle di Biondo, poi arrivò il botto e quasi contemporaneamente pezzi mollicci e caldi gli arrivarono sul volto e sulla tasca, e altrove. Fece in tempo a vedere un buco nella faccia di Biondo, un buco nero che aveva portato via una parte del naso e si univa all’orbita di un occhio non più presente.
Si alzò urlando e puntò il fucile nella direzione da cui aveva visto il lampo.
“Maledetto! Ti ammazzo!” fu il suo grido. Solo nella testa.

Set 122016
 

Silenzio

La distanza amplifica le emozioni
(il silenzio)
amplifica la dominante.

Proverei un’amore più forte
se t’amassi.
Proverei mancanza
se avessi bisogno di te.
Proverei commozione
se apprezzassi gli istanti vissuti assieme.

Ma provo rabbia.
Solamente rabbia e nient’altro.
Una rabbia che sale nel tempo
che urla, strappa, brandisce parole.
E copre l’affetto, la mancanza, la commozione.
La rabbia è la mia dominante per te.

Non per tutte le volte in cui hai detto farò e non hai fatto
non per tutte le volte che hai detto sono ma non eri.
Per tutte le volte in cui hai fatto questo senza parlare.

È il silenzio che amplifica le cose
(crea la distanza)
come rimbombi in stanze vuote.
(la distanza)
L’attesa nel silenzio.
(il silenzio)

Possiamo romperlo o disperderci nella distanza quando la rabbia diverrà rumore.

Lug 022016
 

Sei stato tu -nel tempo- ad insegnarmi l’attesa.
Non ero in grado -prima di te- di sedermi ed attendere. Nel silenzio.
Cullare lentamente il desiderio, sorridere dell’assenza, dare da bere ai sogni senza costringerli in nessuna direzione, osservarli crescere. Ed attendere.
Da semi distorti di confuse pulsioni mi hai insegnato a far nascere ciò che può essere armonico.
E ancora -o per la prima volta dopo di te- attendo qualcosa di nuovo. Non posso dire che io ci creda, non posso dire che io non ci creda. Non posso dire cosa sia. Ma mi fa sorridere.
Scrivo più strano dopo la mezzanotte.
Scrivo più bello forse.
Scrivo più vero.
Ma qualunque cosa sia, lo carezzo, lo attendo. Lo aspetto.
Non importa cosa sia, cosa possa o non possa divenire.
Sorrido.
Mi sento a casa.
E attendo il divenire, il divenendo.

Ott 062015
 

Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare. Qualche volta mi capitava di vedere una donna o un bimbo piangere e cercavo di immaginare cosa ci fosse dietro quel volto, quale fosse la storia.
Non accadde da subito, non dalle prime volte, iniziai a pensarci solo dopo quella volta della porta misteriosa.
Sedevo sempre qui. Sulla parete alla mia destra già allora vi era questa mensola e dietro la mensola attraverso una finestra la signora dei biglietti chiacchierava e chiedeva e chiacchierava e chiedeva e chiacchierava ed io la ascoltavo ed ascoltavo le storie, i ricordi, le emozioni delle persone mentre osservavo chi sedeva sull’altra panca giusto sotto gli orari. Le ascoltavo all’epoca non mi veniva in mente di cercarle, di immaginarle, di scavare tra i lineamenti i colori dei vestiti, le espressioni delle persone ignare.
Entra una signora, ora. Porta i capelli lunghi raccolti in una lunga coda ed ha un grande cane bianco, non me ne intendo di cani ma sembra come quello delle pubblicità della carta igienica solo più grande. Sembra affettuoso e lei è distesa e sorridente. Porta un vestito grigio/marrone ma in qualche modo allegro, ricco di movimento, la maglia è morbida e larga e le maniche corte sono a sbuffo e così anche la parte attorno al seno e il collo, la gonna lunga la fa sembrare quasi una donna dei miei tempi, così larga a pieghe morbide. Fa il biglietto alla macchinetta –Dio quanto era bella la signora dei biglietti quando ero piccolo e chissà che fine avrà fatto, la sua finestra ormai è chiusa da anni– è così giovane, nel fiore dell’età la immagino felice in questo inizio estate avrà appena finito gli studi e starà andando in collina a ridere e correre con il suo cane e magari con un ragazzo. La immagino con a casa una vespa del modello vecchio, bianca e con i girasoli, non so perché debba prendere il bus se ha una vespa ma probabilmente è per portare il cane con se. La sua aria distesa distende a mia volta la mia anima mentre si siede giusto sotto la bacheca e si accorge che la sto guardando ti accorgesti che ti stavo guardando, non credo avessimo più di dodici anni e il mio sguardo schizzò sulla bacheca all’improvviso fingendo di non starti osservando. Rimasi qualche minuto ancora ad osservare i foglietti appesi sotto quel vetro mentre con la coda dell’occhio cercavo di osservare il tuo volto, il tuo profilo, cercavo di spiare se mi guardassi, di scorgere un lieve rossore, un segno, un sentore. Di non lasciarti scorgere il lieve rossore che sentivo divamparmi dalle orecchie.
Il bus arrivava sempre troppo presto e tu salivi correndo e ti sedevi accanto al tuo gruppo di amiche, io ti osservavo ancora un istante mentre salivo ed andavo a sedermi lontano in attesa di essere trasportati verso scuola.
La porta accanto alla “tua” panca mi era sempre parsa misteriosa. Nei miei sogni poterla aprire era il più grande desiderio, paura, gioia, terrore che potessero esistere. Immaginavo dietro di essa ogni volta un mondo diverso ma sempre in qualche modo misterioso, immaginavo talvolta che fosse solo uno sgabuzzino, altre volte che fosse l’accesso ad una vasta cantina che poteva nascondere di volta in volta incredibili tesori, segreti, delitti. Talvolta credevo vi si nascondesse tutta una base segreta dei militari o l’accesso ad un mondo sotterraneo, o ancora l’ingresso ad un treno sotterraneo o verso l’interno del caveau di una banca, credevo né potessero uscire mostri o agenti segreti o diavoli direttamente dall’inferno o gli antichi egizi.
Di volta in volta, qualcosa di più bello e fantasioso. Passarono anni credo da quando iniziai a fantasticarvi a quando potei scoprire l’ovvia verità.
Una volta quando mi capitò di essere lì da solo, mi alzai e furtivo mi ci avvicinai a quella maniglia sempre fingendo di osservare gli orari, rimasi immobile e teso diversi minuti prima di prendere finalmente il coraggio, ma poi infine trovai la forza di posarvi la mano quasi temendo di ustionarmi o congelarmi o che sarebbe accaduto qualcosa di terribile, che si sarebbe aperta all’improvviso verso l’interno risucchiandomi in un luogo di paura o in un’avventura alla Tom Sawyer. La abbassai il più possibile lentamente ma mentre la sentivo cigolare sentii urlare “Hei ragazzino!”. Finsi di stare perdendo l’equilibrio e di essermi appoggiato solo per quel futile motivo e mi allontanai di corsa.
Ebbi però una soddisfazione, un piccolo passo verso la conoscenza: ora sapevo che la porta era chiusa a chiave e che la signora dei biglietti ne era l’inflessibile guardiana. Lei doveva sapere cosa vi fosse dietro, doveva essere a conoscenza del segreto.

Ho dimenticato tanto nella vecchiaia, mi sembra di perdere pezzi per strada e di non ricordare la mia stessa vita, avrei voluto saperne scrivere, non perché gli altri leggessero ma per poterla leggere io ora e ricordarmi ogni dettaglio come ricordo oramai solo quelli più lontani. Forse per questo sono tornato qui, mi sono come risvegliato qui seduto.

Quella macchia accanto alla porta. Quella macchia accanto alla porta, non quella scura fatta dall’usura dallo scrostamento dell’intonaco, quella più chiara che sta sotto. Ricordo ancora quel giorno in cui Marchetto fu spinto dai bulli contro la parete.
Marchetto era un ragazzino mite e un po’ sottomesso ed era il preferito dei prepotenti, era il preferito perché si offendeva ma non poteva rispondere, perché era buono e non si sapeva difendere. Non quella volta. Quella volta li vidi arrivare dal corridoio di sinistra, schivarono per un soffio la panca dove ero seduto, Marchetto sbatté contro la panca a destra e dopo aver appoggiato il sedere alla stessa si rialzò arrancando verso la porta a vetri; i tre gradassi invece lo spinsero di lato e andò a sbattere giusto contro lo stipite sinistro. Era in lacrime ed urlava “lasciatemi stare, non vi ho fatto niente, lasciatemi stare!”. In mano aveva uno dei primi succhi di frutta Yoga, probabilmente era stato questo ad attirare su di lui le ire dei compagni. Riuscì miracolosamente a divincolarsi dalle le braccia degli aggressori e in un incredibile impeto di rabbia scagliò contro di loro la bottiglietta che andò a fracassarsi giusto in quel punto sporcando quella parete. Lo vidi aprire la porta e correre, scappare fuori e poi li vidi rincorrerlo un istante prima che tutti uscissero dal campo visivo che la porta mi lasciava a disposizione mentre si chiudeva.
Non so come sia finita perché io ero seduto sulla solita panca ed osservavo il mondo intero da lì. Me lo immaginai a correre e correre come un forsennato e poi girarsi di scatto poco prima che lo raggiungessero per stenderli con un bel pugno sul naso. Un bel pugno a testa e poi fermarsi con le mani ai fianchi a contemplare la propria opera. Non credo andò esattamente così, qualche giorno dopo lo incontrai ed aveva al braccio un gesso e portava dignitosamente un occhio pesto.
Mentre fantasticavo su questo però ero rimasto seduto sulla panca e nel mentre accadde l’inaspettato, l’incredibile. Sentii ancora una volta urlare “Hei Ragazzino!” e poco dopo sentii netto il rumore di una serratura. Istintivamente voltai lo sguardo prima verso la finestra della vendita dei biglietti e la vidi per la prima volta senza la sua signora e subito dopo verso la porta misteriosa.
Mi parve come se il tempo si fermasse o rallentasse all’estremo.
Vidi la maniglia scendere di pochi millimetri, la vidi ritornare al suo posto e poi nuovamente la inclinarsi sempre di più fino a fermarsi, come se il cigolio fosse lungo minuti, ore anni tra l’inizio del movimento e la fine della sua corsa.
Rimase ferma un secolo o due e poi la vidi avanzare un po’, rientrare e nuovamente avanzare con tutta la porta. Vidi la fessura tra la porta e lo stipite aprirsi e vidi da dentro la luce artificiale formare da prima una linea sul pavimento e poi la linea allargarsi e divenire un cuneo. Non credo vi fosse sufficientemente buio perché la luce dalla stanza risaltasse così tanto ma nella mia mente era la luce del paradiso o dell’inferno o di entrambi, la luce di un altro mondo.
Quando la porta fu aperta abbastanza ebbi la sorpresa.
Non sapevo se essere deluso o stupito o entrambi. Dalla porta non spuntò un mostro e neppure il re, e neppure il diavolo o Gesù, dalla porta spuntò la signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino.
La signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino! Ed aveva le gambe ed un corpo! Non mi ero mai posto prima il problema del fatto che potesse avere delle gambe ed un corpo sotto le spalle e mi accorsi solo ora che le avesse, che fosse una signora come quelle che prendono l’autobus, come quelle che camminano per strada, che dovesse tornare a casa la sera, avere forse dei figli un marito, una vita. Mi cambiò molto questo fatto. Capii allora che tutte le persone hanno dietro una storia, hanno dietro qualche cosa che non si può sapere, e pensai a tutto questo mentre cercava invano di far andare via quella macchia di succo ottenendo solo il risultato di allungare la striscia e sbiadirla un po’.
Anche oggi quando vedo un ombra arrivare ad oscurare il vetro della porta aspetto con ansia di vedere la sua mano raggiungere la maniglia all’esterno della porta centrale, di vedere la maniglia abbassarsi, di vedere il cuneo della luce sul pavimento ed in esso il riflesso della persona che sta entrando, quasi con lo stesso stupore della volta che si aprì invece la porta misteriosa. Questo è un signore distinto di mezza età, ha in mano un libro, il suo portamento è quello di un uomo che ha vissuto molto ma anche quello di uno che ha ancora molto da vivere. Sicuro di se ed al contempo umile. Fa un cenno alla ragazza col cane e si siede sulla panca di fronte a leggere con le gambe accavallate. Credo che questo sia il suo momento di rilassamento, il momento in cui con soddisfazione può leggere in pace forse tra una giornata di lavoro e il rientro in una famiglia piena di ragazzini allegri e rumorosi, deve averne più di uno perché sembra benestante ed ha il volto di un brav’uomo. Di certo almeno uno perché quella macchia di cioccolato all’altezza del ginocchio, di lato, sembra essere la bocca di bambino felice.
Porta scarpe eleganti come quelle del controllore che ogni giorno saliva sul bus e ci controllava i biglietti. La prima volta che qualcuno di sconosciuto mi rivolse la parola fu proprio lui “Ti piace proprio tanto quella ragazzina, vero? Perché non ti fai avanti?” disse. Io negai tutto ma aveva ragione, seduto lontano alcuni posti più dietro e sull’altro lato ti osservavo incantato, osservavo il tuo profilo dolce e la tua gota sinistra mentre ridevi con le tue amiche parlando di cosa non so. La osservavo gonfiarsi e sgonfiarsi, osservavo la fossetta crearsi e ricrearsi, riuscivo a vedere anche i bianchi denti talvolta.
Era come un sogno, e parlarti era come interromperlo, e poi parlarti come, dicendoti cosa?

Ti scrissi un bigliettino, non ricordo le parole, sono passati decenni, ma ricordo ancora dove lo misi: sotto la bacheca, poco più a destra del centro vi era una fessura tra il muro ed il legno, giusto sopra a dove in genere ti mettevi. La vedo ancora da qui seduto quella fossetta, il mio scrigno del grande sogno, sperai per giorni che lo notassi, sperai per giorni che facesse da ambasciatore, da colomba, da messaggero. Ma non accadde mai che ti accorgessi della sua presenza. Non ero sicuro neppure che davvero mi avessi mai notato quando avevo l’impressione che i nostri sguardi si incrociassero.
Poi non ricordo molto altro di quel tempo, come se anche questo sia stato cancellato, non ricordo per quanto andai avanti in quel sogno.

Fu solo molti anni dopo, quando ti incontrai, quando ci incontrammo di nuovo e ci amammo che ti portai a prendere quel foglietto e a leggerlo per riderne assieme, ma la tua reazione non fu quella che mi aspettavo.
Stavamo assieme da un po’, non ricordo quanto tempo e tu non credevi che il mio pensiero di te durasse da ormai anni, credevi ti prendessi in giro, fu per questo che ti portai qui, in questa piccola stanza di questa stazione e una volta arrivati alla bacheca ti chiesi di guardare sotto, di vedere il piccolo pezzetto di carta incastrato nella fessura, niente di più di un biglietto del bus con sopra una scritta. Io ridevo, lo trovavo divertente ma poco dopo che le tue dita tastarono la carta e riuscisti ad estrarre ed aprire quel messaggio la tua reazione fu completamente diversa da quella che mi aspettavo: scoppiasti in lacrime abbracciandomi come fosse stata la rivelazione più grande di tutti i tempi, lacrime di emozione, di commozione, di amore immenso scaturito come cascata dal tuo volto. Sentii il calore del tuo respiro sul lato del mio viso e la morbidezza del tuo corpo stringermi forte, sentii le tue lacrime scorrere sulla mia guancia, il profumo del sale e della tua pelle e “Grazie, grazie, grazie”. Fu la prima volta che ti sentii pronunciare le parole “ti amo” la prima di una vita che però sta cadendo a pezzi momento per momento.
Li sto perdendo tutti, li sto perdendo tutti i ricordi di te se non quelli legati a questa panchina e a quel giorno in cui piangendo mi abbracciavi e quell’altro giorno in cui ci hai lasciati. Non ricordo il momento in se, non ricordo il giorno ma l’assenza successiva. La mancanza. Per anni, decenni hai portato al collo una medaglietta con dentro il mio bigliettino, quel giorno -da quel giorno- l’avevo io in mano, una mano non ancora vecchia come quella di oggi ma ancora più tremante. Una medaglietta e due o tre ricordi sono l’unica cosa che mi resta di te, l’unica cosa che resta di te se di noi quello che resta è il ricordo.

L’ho ancora al collo ora. Non l’ho mai aperta, come la porta misteriosa ho sempre temuto ne uscissero mostri, ricordi terribili per quanto belli, ricordi che mi facessero precipitare nell’abisso dentro di me, ricordi che mi facessero sorridere e rimpiangere di essere ancora qui dopo tutti questi anni. Ma non è forse di ricordi che sono in cerca ora? Non è forse per i ricordi che il mio corpo in un momento senza mente ha voluto portarmi qui?

L’assenza. Come è possibile ricordare un’assenza ancor più di una presenza? Una mancanza ancor più che un’intera vita?

Osservo le mie mani tremanti mentre si avvicinano al mio collo, mentre armeggiano per trovare la catenella. La temo e la bramo, ne fuggo e ne desidero la scoperta e mentre le mani tremano la sento cadere e sbattere nuovamente sul mio petto, poi di nuovo le mani a muoversi quasi ansiose quasi non fossero le mie quasi a vederle osservando il mondo da fuori da seduto su una panca di una stazione mentre ti passa accanto.

Sono vecchie le mie mani, tremanti e vecchie e secche mentre premono il tastino sul lato e la aprono
Armeggiano e mentre il pendaglio si apre vi vedo dentro due piccoli foglietti.
Le mani ne prendono uno e lo aprono, lo conosco, è un biglietto dell’autobus, un biglietto vecchissimo e sopra vi è scritto “Ciao, mi piaci. Se mi vuoi conoscere domani vieni qui con un fiore!”.
Sento scendere una lacrima lentamente mentre osservo le mie mani ancora. Hanno ripiegato il foglietto ed una lo tiene tra l’anulare il mignolo e il palmo mentre entrambe stanno aprendo l’altro. Un altro biglietto dell’autobus, vecchio ma non antico.
“Non avere paura, ti ho cercato amato e conosciuto anche senza un tuo messaggio, dove vado io non c’è bisogno di ricordi, né di paure”.
Vedo un ombra avvicinarsi ora ad oscurare un po’ il vetro della porta da fuori, è un ombra bassa di una ragazzina, la vedo alzare il braccio verso la maniglia e vedo la maniglia abbassarsi senza fare alcun rumore. Vedo anche la maniglia non abbassarsi e mentre osservo la porta aprirsi so che non si sta aprendo affatto.
La vedo lo stesso, la vedo entrare la bambina od attraversare la soglia chiusa, cammina verso di me e ne osservo l’assenza di un riflesso sul pavimento. Sorride, sorridi.
Hai un fiore tra i capelli, un fiore di lavanda, e mentre mi alzo dandoti la mano mi accorgo che anche io sono un bimbo.

Mag 272015
 

Quella sera indossavi un vestito nero, un bellissimo vestito nero. Un po’ oscuro forse ma su di te, sulla tua pelle candida, sul tuo corpo non poteva che essere perfetto. Ricordo come fosse oggi i tuoi capelli castano chiari, lisci ma voluminosi scendere fino metà schiena scalati in modo da avere la zona centrale più lunga. Il rosa chiaro della tua pelle spuntare da dietro ai lati dei tuoi capelli dove la maglia finiva con una scollatura larga ma non volgare lasciando immaginare dove la curvatura del tuo collo andava ad attaccarsi al di sotto di orecchie perfette ed invitanti.
La maglia era nera, come il resto, e a contrapporsi al dietro liscio sulla parte frontale era ricca di fronzoli e pizzi monocromatici spinti all’esterno da un seno non troppo prorompente ne assente, di una misura perfetta. La scollatura lasciava scoperte le clavicole in tutta la loro lunghezza e solo poco più in basso lasciando l’immaginazione scivolare sui tendini del tuo collo piuttosto che sul décolleté pudicamente coperto, e vorticare fino al tuo mento perfetto, le guance lisce e gli occhi di una gradazione tra il verde ed il grigio truccati solo lievemente per allungarne l’angolo. Occhi che avrebbero potuto tagliare in due, o sciogliere, o far ridere a crepapelle, o far morire d’invidia. Le braccia erano coperte da maniche semi trasparenti di pizzo che terminavano con strisce di stoffa da cui uscivano le tue bianche mani con le dita affusolate e unghie mediamente lunghe prive di smalti ma perfette.
La maglia scendeva fino ad una gonna coprendone una piccola parte con un triangolo rivolto verso il basso. Era la gonna il pezzo forte, fatta di veli neri di stoffa finissima alcuni quasi trasparenti ed altri più spessi messi in modo assimmetrico e rialzati dietro dal tuo corpo a scendere sinuosamente staccati dalle tue gambe.
La maglia stretta evidenziava i tuoi fianchi altrettanto stretti e la gonna scendeva a tratti poco sotto il ginocchio a mostrare gambe chiare coperte di collant a rete come una tela di ragno, sostenute da stivaletti col tacco in stoffa opaca.
Ricordo come fosse ieri ogni particolare di quella sera, dal tuo vestito alla musica che stavamo ascoltando, “Crimson” dei Sentenced, la nostra preferita era “Killing Me, Killing you”, ironia della sorte e quella sera la ascoltammo la ascoltammo la ascoltammo ancora ed ancora ed ancora una volta.

Killing Me Killing You
Killing all we have
As our loves wither away

Burning Me Burning You
Burning us to ash
Drowning us in a sea of flames

Darling, do you feel, there is a storm coming our way
The burning light between us is already starting to fade
The fire in our hearts is smothered by the rain
and the crimson flame of passion turns into something gray

Non ci conoscevamo da molto ma era come se tu mi conoscessi da una vita, come se sapessi ogni istante quale sarebbe stata la mia reazione, quale sarebbe stato il luogo che avrei desiderato visitare, quasi ogni istante. Uno ti sfuggì probabilmente.
Era l’una di una notte di primavera, una di quelle in cui il caldo se ne va e il pizzo che copriva il tuo corpo lasciava andare un po’ troppo calore, giusto quel tanto da farti da farti irrigidire i muscoli e dare la possibilità al tuo uomo, a me, di abbracciarti stretta e stringerti per trasmetterti il mio, e farti vedere che c’ero, che ero lì.

Ti guardai diretta negli occhi e ti dissi il mio pensiero. Quel giorno sarebbe dovuta finire.
Mentre parlavo le parole sembravano riassumersi, raggrumarsi nell’aria, addensarsi in nuvole e fermarsi qualche istante tra me e te prima di proseguire dileguandosi nell’aria, non ero sicuro che tu stessi comprendendo quanto stava accadendo
Non dico che sarebbe potuta finire in modo diverso
Mi dissi guardandomi dritto negli occhi.
Dico solo che, poteva non finire
Le lacrime rigavano il tuo volto trascinando quel poco di mascara che era il tuo unico vezzo, il tuo volto era però immobile, impassibile mentre i tuoi occhi sembravano spegnersi virando dal verde grigio al grigio, qualche goccia cadeva sul pizzo esposto dal tuo seno scurendolo se possibile con un piccolo alone, un altro, un altro ancora.
Pensavi che il problema fosse tuo, che fossi tu a non sapermi amare come credi ma non avrei mai potuto dirti dove fosse il problema, non avrei mai potuto rivelarlo a nessuno senza drammatici epiloghi.
Eravamo appoggiati al cofano della mia macchina, tu seduta con un tacco sul paraurti ed un ginocchio in avanti, io abbracciato a te leggermente di lato in piedi probabilmente nel mio cappotto nero di pelle anni settanta, i miei stivali, il cappello con la tesa e qualche jeans e camicia a caso.
Il discorso non durò molto a lungo, d’altronde, non c’era neppure molto da dire se non la realtà di come stavano i fatti. Te lo concessi alla fine, ti concessi di sapere, ti concessi di conoscere ciò che mi portavo dentro da troppo tempo e che mai avevo condiviso, poi misi in tasca la mano e ne estrassi qualcosa.
Ricordo le tue mani posarsi sul mio viso qualunque espressione esso avesse, la tua attesa delle mie parole, e gocce ancora che cadevano. Le ricordo scendere dal tuo volto prima lentamente quando si staccavano dalle tue ciglia e poi accelerare sempre più fino al colmo delle tue gote e precipitare sulla superficie della tua guancia, arrivare in prossimità del centro del mento dove avevi una lieve e buffa rigonfiatura e da lì gettarsi suicide sul pizzo sul tuo petto sul tuo cuore sul tuo sangue sul tuo silenzio sui sussulti dei tuoi polmoni sui suoni del di dentro del tuo corpo a macchiare altre macchie che stavano crescendo.
Il tuo sguardo era allora di stupore, gli occhi grandi aperti più del dovuto, le labbra leggermente aperte, l’incavo al centro del collo tra le sporgenze delle clavicole incavato.
Non ebbi il coraggio di guardarti ulteriormente, non di guardarti così, immobile di sasso, di restare senza aver più nulla da dire ne da sentire, lasciai scivolare le mie mani una dal tuo volto ed una dal tuo addome verso i miei fianchi, pensai ancora quanto avevo amato il liscio di quella pelle e mi girai. Ricordo il vento che mi spingeva i capelli sul volto, sentii la tua voce dire “io ti amavo stupido idiota”, lottai per non voltarti e guardarti un ultima volta, lottai per ricordarti come ti ricordo ora e poi sentii infine un tonfo lieve e sordo.
L’asfalto cominciava a bagnarsi di pioggia, sentii le gocce sul viso e le ringraziai perchè non avrei dovuto chiedermi cos’era quel liquido sul mio volto. Ti immaginai lì ancora sull’asfalto, con i capelli spettinati e bagnati di troppe cose, immobile con il volto della speranza forse non ancora disillusa ma allontanai questa immagine.
Girai attorno alla macchina senza guardare in direzione del muso, salii, mi fermai il tempo di mettere al massimo il volume su “Beyond The Wall Of Sleep” ed diedi gas in avanti.
Poi andai a lavare via i resti di quella sera dall’auto, quelli che la pioggia non aveva lavato.

 

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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