Nov 292017
 

Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Il suo fratellino se ne era andato ormai da due anni, un anno, sette mesi e ventidue giorni. E tre ore per l’esattezza, o almeno così avevano detto quelli della polizia. I minuti non era dato saperlo perché il corpo era stato trovato troppe ore dopo e la precisione di queste cose diminuisce nel tempo. Lo avevano trovato in un prato, stringeva forte il suo Batman, l’eroe che avrebbe voluto essere ma che quella volta non era riuscito a salvarlo. Non aveva piovuto, era un giorno di un tardo settembre e il bel tempo aveva contribuito a mantenere le tracce pulite e a non adulterare il piccolo corpicino in anticipo. L’avevano trovato sdraiato a faccia in giù nella terra senza nessun segno di violenza ma troppo lontano da casa per poter esserci arrivato da solo. Solo ad un esame più approfondito trovarono nel sangue Arsenico e nello stomaco una discreta dose di Coca-Cola. Probabilmente una forma moderna dell’acqua Tofana offerta da chissà chi. Il corpo era poi stato pulito in ogni suo punto, rivestito e lasciato in quel punto senza lasciare traccia alcuna. Neppure nelle celle telefoniche, neppure orme nel prato. Non vi erano tracce di violenza, non vi erano tracce e basta. Arsenico a parte. Quello era stato lasciato come a indicare volutamente la causa della morte. Una domanda rimasta inespressa era stata quella di perché occuparsi di far sparire ogni traccia ma non usare un metodo meno palese dell’arsenico. I colpevoli non furono mai trovati.

Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Era un mattino di un anno, sette mesi e ventidue giorni e tre ore dopo del momento, che le avrebbe cambiato per sempre la vita e suo fratello, congelato nei sei anni che aveva quando aveva lasciato questo mondo era  Continue reading »

Set 302017
 

Il più vecchio ricordo che ne ho credo si a di me seduto sul sedile dietro. Ero talmente piccolo da potermi rannicchiare e starci nella zona al di sotto del finestrino. All’epoca non c’erano ancora i sedili rialzati per i bambini e non erano neppure obbligatorie le cinture di sicurezza davanti o dietro che fosse, gli appoggia testa erano un optional. Li avrebbe installati mio padre qualche anno dopo. Gli interni erano di un materiale diverso dalla stoffa grigia che li ricopre ora, ricordo che vi fossero degli interni di un materiale plastico, forse vinile. Era rosso. Mi sentivo al sicuro lì dietro e osservavo il mondo dal piccolo finestrino laterale. Attaccati c’erano due adesivi tondi. La copertura in vinile aveva un piccolo buco. Ci giocavo, infilavo il mio piccolo dito e immaginavo che dietro ci fosse un altro mondo, un giorno ci è finita dentro Birba, la mia piccola action figure della gatta di Gargamella dei puffi. Lo ricordo come un fatto vero anche se a pensarci non ci sarebbe potuta stare, ricordo anche che qualche anno quando mio padre ha sostituito tutti gli interni speravo intensamente che l’avrebbe ritrovata ma fui deluso.
Su quella macchina io ci sono cresciuto ed è parte di me più di quanto qualunque altro oggetto della mia vita possa mai essere. Quando a diciotto anni mi è stata data la possibilità di guidarla fu un sogno. Stava già diventando anacronistico guidare una Cinquecento del sessantacinque, la costrizione a fare la doppietta in un periodo in cui tutto andava verso la semplificazione, la difficoltà di poter scorrazzare in giro gli amici, la lentezza sopravvalutata del mezzo. Anche io ero già anacronistico all’epoca. Il primo giro reale che ho fatto guidandola da neo patentato non lo racconterò, ma il primo ufficiale fu il giorno dopo salendo per le torricelle con la mia ragazza a bordo. Un momento epico, soprattutto considerato che pochi giorni prima un versamento di olio si era infiltrato nella frizione e accelerare troppo velocemente corrispondeva a far perdere presa al motore sulla trasmissione e farlo girare a vuoto. Ma è con un mezzo così che si impara a guidare anche nelle situazioni più strane. Avevo imparato così. Negli anni ci siamo saliti anche in sei, e non certo parcheggiati, la mia piccola è sempre stata un portento.
Qualche volta è accaduto che avesse problemi con la batteria. Continue reading »

Set 212017
 

“L’istanza di scarcerazione è andata a buon fine”
Me lo ha detto così, me lo ha detto. Senza nessun preambolo. Si è presentato al colloquio e mi ha detto che sarei presto uscito.
“Ma che cazzo dici?” risposi.
“Sì, insomma verrai rilasciato a breve”
“Ma perché? Non ti ho chiesto io di farlo che cazzo di avvocato sei se non fai quello che dico?”
“Cercare di farti allungare la pena? Allo stato delle cose non sarebbe neppure possibile, e poi è ridicolo io i miei clienti li devo difendere non incastrare peggio di quello che sono, che figura ci farei? Non troverai mai un avvocato disposto a lavorare per farti peggiorare volutamente la pena!”
“Non è possibile… sei un folle.”
“Vedrai che quando respirerai l’aria di fuori mi ringrazierai”.
Stava sorridendo. Stava perfino sorridendo.
“Vedrai che quando sarò fuori finirò per farlo ancora, e forse passeranno altri anni prima che mi prendano di nuovo. O sarò costretto ad ammazzarmi e mi avrai sulla coscienza.”
Si alzò sempre con quella sua faccia sorridente da sberle e uscì.
Il fatto che stia parlandovene e che ve ne stia parlando in passato remoto dovrebbe farvi accendere delle lampadine su come sia andata a finire, almeno escludere una delle due possibilità che avevo paventato a quel folle. O almeno sul fatto che tale possibilità non sia ancora avvenuta e che nel frattempo sia scorsa dell’acqua sotto i ponti come si dice.
Potrei provare a spiegarvelo in un milione di modi che cosa provo quando lo faccio, me lo hanno chiesto miriadi di volte. “Perché lo fai?”,”Cosa hai provato facendolo?”, “Quello che hai fatto è terribile come hai potuto esserne in grado?”, “Come fai a fare i conti con la tua coscienza mentre fai una cosa del genere?”. Potrei cercare tutte le parole del mondo, potrei cercare tutti i giri di parole del mondo ma nessuno vi farebbe capire quello che Continue reading »

Set 072017
 

Ho questa foto di pura gioia
è di un bambino con la sua pistola
che spara dritto davanti a sé
a quello che non c’è

Ho perso il gusto, non ha sapore
quest’alito di angelo che mi lecca il cuore
ma credo di camminare dritto sull’acqua e
su quello che non c’è

Arriva l’alba o forse no
a volte ciò che sembra alba, non è
ma so che so camminare dritto sull’acqua e
su quello che non c’è

Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo
rivoglio le mie ali nere, il mio mantello
la chiave della felicità è la disobbedienza in sé
a quello che non c’è

Perciò io maledico il modo in cui sono fatto
il mio modo di morire sano e salvo dove m’attacco
il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia
quello che non c’è

Curo le foglie, saranno forti
se riesco ad ignorare che gli alberi son morti
ma questo è camminare alto sull’acqua e
su quello che non c’è

Ed ecco arriva l’alba so che è qui per me
meraviglioso come a volte ciò che sembra non è

Fottendosi da sé, fottendosi da me
Per quello che non c’è

Ago 112017
 

Fallire. Il mondo è zeppo di paura di fallire, di provare a fare qualcosa e non arrivarci in fondo. Fallire in uno sport in cui non sei sicuro di eccellere, fallire provando ad imparare a suonare uno strumento musicale, fallire un esame all’università, fallire la scelta degli studi, fallire in un rapporto di coppia, fallire un colloquio di lavoro, fallire l’organizzazione di un viaggio ambizioso, fallire un’attività lavorativa, fallire nello scrivere un libro, fallire nel dichiarare il proprio affetto, fallire nel coltivare un fiore, fallire nel fare un dolce. Fallire.
Fallire fa paura.
Io l’ho fatto un milione di volte. L’ho fatto anche oggi. Anche ieri. Sono abbastanza sicuro che lo farò anche domani, ormai mi conosco abbastanza per conoscere dove andrò a schiantarmi miseramente, come mi sentirò, quale sarà il livello di sofferenza. Conosco abbastanza le mie debolezze da sapere che cosa aspettarmi.
Pochi giorni fa ho raccontato una storia che ho vissuto da piccolo, una di quelle storie che sono la chiave di quello che sono diventato nel tempo, una di quelle storie che riesci ad elaborare solo anni dopo. Ero un bambino, non ricordo il contesto specifico ne perché fossimo lì e perché ma con la mia famiglia eravamo ad un maneggio. Ricordo il fascino terribile di vedere i cavalli saltare gli ostacoli, la maestria dei fantini, ricordo quanto ero affascinato dal vedere la muscolatura di quegli animali possenti cambiare forma sotto il pelo lucido. Dovevo avere un età in cui avevo già fatto dell’atletica leggera la mia vita, un altro fallimento anche l’atletica, perché pensavo al movimento dei muscoli nel mio corpo nella spinta della corsa. Non mi aiuta molto a ricordare la mia età perché la mia prima pista l’avevo affrontata a qualcosa come cinque anni. Finita quell’esibizione è stato forse mio padre a chiedere a qualcuno se potevamo salire su un cavallo, io desideravo con tutto me stesso toccarne uno. Mi sembrava quasi di avere la possibilità di toccare un animale mitologico. Mio padre mi ha sempre spinto nel provare nuove cose ma non ricordo se lui ci fosse salito quel giorno, ricordo che chiesero a me e mio fratello se volevamo salire ma io tentennai, ci salì mio fratello. Era bellissima l’idea di salire, era bellissima ma faceva terribilmente paura. Pensavo che non avevo neppure idea di come fosse toccare una di quelle bestie, e pensavo che avevo paura di cadere da lassù mentre mio fratello veniva portato avanti e indietro per qualche decina di metri con il sorriso spaventato e felice. Pensavo che a breve sarebbe toccato a me. Vidi i grandi aiutarlo a scendere e la paura continuava a prendermi. Ero come un cane legato ad una corda, voglioso di correre e lanciarmi frenato da una corda al collo. Pieno di energia positiva e di desiderio e frenato dalla paura dell’ignoto, del forse, del se. Del sé.
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Giu 262017
 

Ci sono tre sport che amo in questo periodo. Ne ho fatti molti, più di quanti potrei ricordarmi cercando di fare un elenco in questo momento, non sono mai stato un patito di nessuno di questi, forse dell’atletica leggera a suo tempo. Gli sport che amo in questo periodo sono nell’ordine il running, la subacquea e il trekking. Ognuno ha il suo perché nell’economia della mia vita, ognuno ha il suo ruolo specifico.
Il running lo vivo come espressione massima di solitudine. Lo vivo così un po’ perché non sopporto molto di dover andare al ritmo di qualcun’altro che sia più o meno veloce di me. E non sopporto molto l’idea di costringere qualcun’altro al mio ritmo. Facendo running ho modo di pensare, di ragionare, di estraniarmi dalla realtà e osservando solo quei due metri che separano me dai prossimi tre passi lasciare fluire il tempo. Correndo il mio cervello si svuota abbastanza da poter pescare in quel mare enorme delle idee sconnesse. Se non corressi forse non sarei in grado di scrivere, se non scrivessi forse non sarei in grado di vivere. Da qualche ho parte ho letto che molti scrittori corrono, o almeno camminano molto, Murakami e King ne decantano i benefici, qualcuno dice che sia anche l’unico modo per rigenerare cellule del cervello. Onestamente credo sia una  Continue reading »

Apr 072017
 

<-Fuga dal mondo. Parte 1
<-Fuga dal mondo. Parte 2

L’uomo gigantesco indossava degli enormi pantaloni di stoffa marroni, a guardare bene era una salopette enorme e marrone. Gli scarponi al bambino sembravano essere due grosse barche piene di terra. Oltre alla salopette il gigante indossava una camicia a scacchi rossa ed aveva una folta barba nera e unta, e dei capelli altrettanto unti.
“Cosa ci fai qui?” disse con voce baritonale.
Il bambino rimase a guardarlo in silenzio fino a quando il gigante lo prese per un orecchio e lo trascinò lontano fino ad un capanno.
“Dov’è la tua mamma? Dovremo di certo avvisarla!” disse l’orco.
“No, la prego signore, la prego! Non dica niente alla mia mamma, si arrabbierebbe moltissimo se lo sapesse, e non dica neppure nulla alla maestra!”
“La maestra? Quale di maestra parli?”
“Quella della scuola, la scuola che c’è di là della rete. Io vengo da lì, la prego mi riporti alla rete non le darò fastidio e farò come se non fosse successo niente. La prego!”
“Di quale scuola parli? Non c’è alcuna scuola qui vicino, siamo nel bosco” disse.
“Nel bosco? Ma no guardi signore, al di là della rete c’è la mia scuola, controlli!”
L’orco indicò al bimbo la finestra ed il bimbo osservò fuori la valle che si vedeva al di sotto. Un fiume scorreva lento e placido verso una pianura lontana e poco distante un enorme cane nero lo osservava con aria aggressiva.
“Ma… ” disse il bimbo “Non capisco.”
“Non capisci che cosa bambino? Io non capisco perché tu ti sia spinto fino a qui, nel mio bosco e sia venuto a disturbare Lupo.”
“Lupo?”
“Lupo. Sì. Il mio lupo da guardia.”
“Ma non è un lupo.” disse il bimbo.
“Sei venuto qui anche per contraddirmi ora? Non ti è bastato infastidirmi?”

Mar 262017
 

L’ho sempre fatto. Quando sono stanco, quando nella testa le cose non mi ci stanno più e devo lasciare che decantino, chiudo gli occhi. Ormai è un riflesso incondizionato che credo di portarmi dietro fino da quando ero un bambino. Non è solo riposare gli occhi si tratta proprio di non farci entrare più dentro le cose, la luce, le persone, i luoghi e lasciare per un po’ che i pensieri e tutte le cose che già ci sono entrate si riposino, un po’ come aspettare a versare in un imbuto e guardare l’acqua che ruota nel gorgo e scende. Quel tanto da lasciare che ci sia altro spazio. Allora posso riaprirli. Il meccanismo è talmente consolidato che ha dei suoi automatismi e dei suoi riti. Se la luce è troppa devo necessariamente posare la parte rigonfia ed esposta dell’attaccatura dei pollici alla mano sugli occhi e strofinare, li sento secchi e resto immobile così per qualche secondo. Se invece sto camminando in genere prendo un riferimento a terra, la linea delle mattonelle ad esempio e continuo a camminare con gli occhi chiusi. Poi li riapro e guardo se sono rimasto a camminare in linea retta o no. In genere ci riesco e poi mi chiedo se qualcuno che mi veda da fuori si accorga o meno, se facendolo io barcolli o sembri camminare normalmente. Spesso mi succede in auto, quando sono passeggero, e le persone parlano a voce alta di Continue reading »

Mar 222017
 

<-Fuga dal mondo. Parte 1

Fu quello il momento in cui sentì il cane. Non lo sentì arrivare, non stava abbaiando. Stava ancora osservando la bambina dall’altra parte della rete, dall’altra parte del giardino, dall’altra parte del mondo, in un altro mondo. Il cane lo sentì sulla caviglia, sentì prima l’alito caldo poi il naso umido che risaliva la gamba sulla stoffa della tuta grigia. Aveva il terrore dei cani e se avesse anche solo immaginato che al di là della rete, al di qua ormai, ce ne fosse stato uno non si sarebbe mai avventurato. Sentì il naso del cane risalire fino alla propria vita, doveva essere davvero grande. Il terrore lo attanagliò. Non aveva preso in considerazione questa eventualità e non aveva idea di come comportarsi. Eppure non aveva sempre saputo che dall’altra parte ci fosse un cane? O erano più di uno? I grandi dicevano sempre di stare fermo. Se stai fermo il cane resta tranquilloI cani sentono la paura. Sentono se hai paura. Dicevano anche questo però. I cani sentono la paura. Quanto tempo sarebbe dovuto rimanere immobile? Abbastanza perché le mastre si accorgessero che era scappato vanificando tutto? Abbastanza che il cane decidesse che la paura c’era e quindi valeva la pena assaggiare un pezzo di bambino impaurito? Sentì il muso del cane tastargli prima il sedere e poi infilarsi al di sotto della felpa. Il naso era caldo. Umido, quando il cane respirava il bambino sentiva il vapore scaldare la pelle. Si mise a correre a perdifiato, a correre lontano verso la direzione opposta alla scuola. Non aveva idea se il cane lo stesse seguendo, se lo stava facendo lo stava facendo in silenzio. Lo capì quando sentì poco dietro la caviglia il suono secco di fauci che si chiudono, e solo dopo un ringhio breve e un abbaio. Continue reading »

Mar 012017
 

Molte delle persone che mi conoscono, soprattutto quelle che mi conoscono meno probabilmente, mi conoscono per la mia passione per la montagna e per quella per la scienza. Ho raccontato raramente da dove queste due passioni vengano, ho raccontato spesso che venissero dallo scoutismo, talvolta che venissero da mio padre. Tutto questo è vero. Non posso dire che non sia così. Ma prima di questo c’è un signora nella mia vita che mi ha dato un imprinting tutto speciale, prima che arrivasse lo scoutismo, probabilmente prima che arrivassero i ricordi.
Quando ero molto piccolo, non saprei dire quanto, mio padre mi portava a camminare in montagna, ricordo poche cose, ricordo il Carega, l’Altissimo, ricordo la Val di Rabbi ed una giornata di pioggia sul percorso dei laghi da quelle parti, ricordo l’acqua ferrugginosa ma soprattutto ricordo una signora, un’amica di famiglia che camminava con me. Ricordo il tempo passato a parlare con lei, le domande che le facevo, le risposte, la sua prontezza di spirito e la sua spiccata intelligenza. Era un adulto che riusciva a parlare con me bambino, era una donna come le bibliotecarie dei film, di quelle di una certa età che sanno tutto, con una cultura vasta e frizzante. Almeno così la vedevo. Con lei parlavo di dinosauri.
Dinosauri, minerali e geologia, antropologia e storia. Per me la montagna era parlare con questa signora e imparare e scambiarci opinioni, sapere, conoscere. Vedere sul campo. Vedere la forma delle montagne e ragionare sulla formazione di quelle rocce, quasi sempre sedimentarie, e dei probabili fossili che contenevano, perché li contenessero, come si formavano i fossili, di quali animali o piante, di come si fosse arrivati all’uomo. Ragionarlo sul campo. Guardandosi attorno.
Credo che sia grazie a lei che buona parte della mia formazione abbia preso una direzione più scientifica che umanistica mentre al contempo mio padre mi raccontava i miti greci e romani e mi leggeva omero.
Non che non potessi parlare di Continue reading »

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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