Nov 092010
 

Sono Alex, non ho un cognome e se anche lo avessi non lo verrei a dire a te.
Sono nato in una famiglia medio borghese, non si stava male, anzi forse a dirla tutta si stava fin troppo bene, almeno prima che scoppiasse la guerriglia.
I miei genitori lavoravano in una corporazione erano entrambi a un buon livello gerarchico ed economico, non c’era nulla di cui potersi lamentare, io crescevo primo della classe fin dall’asilo, fin dall’asilo stupivo gli insegnanti per la mia acuta intelligenza e i miei compagni per la mia inettitudine ed incapacità di rapportarmi a loro.
Ero preso in giro, bistrattato, ero lo sfigato del gruppo, quello che non c’era posto per un altro giocatore, quello che “è stato lui maestra”, quello che…. ho imparato presto quanto le persone siano infide, quanto appena mostri un lato debole queste in massa ti attacchino in quel punto per distruggerti, ho cominciato ad isolarmi. A covare una vendetta che non avrei mai potuto realizzare.
Mia madre aspettava un bimbo, sarebbe nato un fratello, chissà, magari qualcuno che mi sarebbe stato accanto, avevo cinque anni i primi segnali di instabilità della società si iniziavano a sentire, i miei genitori erano visibilmente preoccupati. Potrei dirti di cosa si occupava la loro corporazione ma dovrei dirti troppe cose su di loro fatto sta che fu a causa di questa che mia madre perse il bambino, perse mio fratello, non solo, perse la possibilità di avere figli per colpa di quella cazzo di roba chimica.
Non so per quanto la vidi piangere, mio padre che la consolava e che a fatica teneva le lacrime, entrambi loro che cercavano di spiegarmi come fossi un bambino le cose. Si lo ero un bambino, è vero, ma capivo molte più cose di quanto credessero.
Continuai a covare vendetta.
Da allora i miei genitori furono solo sempre più tesi, e parlavano sempre meno di lavoro, parlavano sempre meno.
Un giorno, avrò avuto sette anni, non mi portarono a casa da scuola, non mi ci portarono più.
Fui affidato ad un’altra famiglia felice ma io avevo già capito cos’era accaduto.
Restai con loro qualche anno, sempre in questa specie di mondo fatato e dorato, lontano da ogni male, lontano dalla guerriglia che ormai divampava nei bassifondi della città e sempre a sentirmi preso in giro dai miei coetanei, questa volta chiamato orfano, chiamato trovatello, con offese pesanti ai miei genitori, allusioni al fatto che non mi avessero voluto più con loro.
Mi sentivo non l’essere più insignificante ma quello più schifoso e ciò nonostante al centro del mondo ero la nullità.
Avevo ormai quattordici anni quando scappai di casa.
Quando scappai dalla famiglia.
Quando scappai da tutto.
Quando scappai da me stesso, o almeno ci provai.
La vita non fu semplice, attorno c’era guerriglia e venivo da un mondo di inetti lavoratori dipendenti, avevo le unghie pulite, avevo i calzini bianchi, avevo i capelli corti.
Ora ho i miei Jeans strappati, ho i miei stivali, i miei capelli lunghi incolti, la mia moto, la mia gente. Mia.
I primi tempi furono difficili ma la mia intelligenza spiccata mi aiutò a trovare i contatti, le amicizie se di amicizie si può parlare in questo mondo, diciamo le conoscenze ecco.
Iniziai a formare il mio fisico, ad imparare ad usare una lama per qualcosa che non fosse spalmare il burro sul pane, scoprii di avere una certa resistenza fisica, capii che essere lo sfigato serviva si ad essere insultato ma anche ad essere considerato non meritevole di sprecare una pallottola o di sporcare un coltello. Scoprii che essere almeno apparentemente remissivo serviva anche ad essere ignorato.
Scoprii che nonostante stessi fuggendo dal mondo non ero in grado di sfuggire a me stesso.
A sedici anni incontrai una delle due donne della mia vita, quella da cui non posso più allontanarmi.
Conobbi la droga.
All’inizio quelle uditive, suoni distorti che cambiavano la mente, e poi pian piano quelle chimiche, credo di aver provato qualsiasi cosa.
Passò un altro anno, nel frattempo cominciai a raccogliere qualche altro disadattato, e a crearmi il mio gruppo di bulli. A fare parte di un gruppo di bulli.
All’inizio mi tenevano per le mie idee, mi consideravano lo sfigato del gruppo, come sempre, ma davo buone idee ed ero sveglio.
Non sapevano che fossi anche forte ormai, e che sapessi usare una lama ma sapevano che tramavo vendetta, che bramavo vendetta, che volevo sapere perché i miei genitori erano stati fatti sparire, erano stati uccisi, anche se ho sempre avuto, ho tutt’ora la convinzione che centrasse quello schifo chimico che già aveva danneggiato mia madre precedentemente.
L’anno successivo compii diciotto anni, fu in quei giorni che conobbi Lei. L’altra donna da cui ancora non riesco a staccarmi se non per breve tempo.
Fu il capo del mio gruppo a farmela incontrare, era bella, bella come mai avrei potuto immaginare una donna, occhi verdi, capelli ricci lunghi.
Io vivevo per le strade, io ero uno sfigato, ero un perdente non avrei mai potuto avvicinarmi ad una simile bellezza seppure avesse uno sfregio che le attraversava il volto dall’esterno del sopracciglio destro al mento passando per le labbra, quasi all’angolo delle labbra.
Fu il mio capo ad avvicinarsi a lei che passava per strada insultandola con apprezzamenti degni di un microcefalo.
E fu lei ad avvicinarsi e colpirlo con un pugno sul naso.
Ci volle qualche secondo perché lui si riprendesse e tentasse di violentarla per punirla.
Ci volle qualche secondo perché la lama del mio coltello gli attraversasse la schiena e gli uscisse dal petto.
Ci volle un secondo perché lui si rendesse conto prima di stramazzare al suolo, prima che il gruppo si rendesse conto che il capo ora era un altro.
Prima che mi rendessi conto che ora ero qualcuno, nel male o nel… male che fosse.
Nadja. Nadja significa speranza e quello era, è il suo nome.
Non la salutai neppure, guardai il gruppo e dissi: “andiamo qui abbiamo finito” e il gruppo per la prima volta mi seguì.
Ero diventato un assassino, ero diventato un leader, ero diventato uno schifo. Ah no, quello lo ero già.
Fu lei a cercarmi.
Che Donna.
Fu lei a cercarmi, ad avvicinarsi a me giorni dopo, a baciarmi e lasciarmi in tasca un foglio.
Senza dire una parola.
E andarsene.
Era il suo indirizzo, e poche parole d’amore, di un amore stringato e secco come il pugno in faccia al mio vecchio “amico”.
Io, lo sfigato avevo per la prima volta una donna. Una donna che mi volesse intendo, che non fosse costretta dalle contingenze o dai miei compagni o da altro.
Insomma avevo una Donna, la mia donna.
Ma non fu neppure questo credo a farmela amare, a farmela stimare. Mi accorsi di amarla quando mi accorsi di aver vendicato per la prima volta una persona che non fosse me stesso.
Di aver vendicato qualcun altro, di aver spostato il centro del mondo da me a fra noi. Ci vediamo ancora io e lei, non dico che stiamo assieme dico che certe cose le vivo solo con lei e lei con me, dico che non c’è altro posto dove vorrei tornare quando sono ferito, o stanco. E lei lo stesso con me.
L’anno successivo incontrai Cort, il mio Maestro.
Colui che mi aiutò ad affinare le arti del mio sopravvivere, del mio essere, del mio lottare.
Lottare per cosa?
Per la vendetta. Perché fu sempre Cort a scoprire qualche informazione in più sui miei genitori su come siano stati fatti sparire per aver toccato equilibri della corporazione che non avrebbero dovuto toccare, per aver scoperto cose che non avrebbero dovuto scoprire.
Non mi ha mai confermato la loro morte, non ha mai detto nulla a dire il vero su cosa sia stato fatto di loro e ancora mi chiedo perché mi abbia raccontato queste cose, perché mi abbia aiutato ad affinare le tecniche e perché improvvisamente sia scomparso.
Scomparso. A volte ho paura facciano sparire anche Nadja, a volte ho paura che in realtà ce l’abbiano con me e non con le persone accanto a me, per questo cerco di vederla, si ma non troppo, ne troppo apertamente.
E così continuo a lottare, lottare per la vendetta.
O per… per qualcosa. Per sopravvivere a questo mondo. In giro col mio gruppo.
Per abitudine giro ancora in mezzo, come non fossi il leader, come fossi lo sfigato intelligentone utile come consigliere del capo.
Quello che sembra il capo è solo il migliore di loro. Si, di loro, non di noi.
E così giriamo, sopravviviamo, andiamo avanti. O indietro, o da una parte, insomma hai capito..

(Successivo: Alex pt2)

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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