Lug 132016
 

Cammino in bilico su un filo

indeciso tra rincorrere e fuggire.
Cammino comunque sia in una direzione.

Cammino in bilico su un filo
tra la coscienza di saper rovesciare un mondo e la noia del non volersene sporcare le mani.
Cammino comunque sia in una direzione.

Cammino in bilico su un filo
sul pavimento, dove comunque non posso cadere.
Cammino comunque sia in una direzione.

Cammino in bilico su di un filo
attendo che tu mi prenda per mano, ovunque tu ti trovi
Cammino comunque sia in una direzione, ovunque essa si trovi.

Là rovescerò il mondo. Ovunque serva. Comunque serva.

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Mag 302015
 

Non ho voglia di svegliarmi, non credo sia ancora il momento, voglio rimanere ancora qui un po’ nel letto a ricordare la serata di ieri.
Quando mi sono vestita per lui e…
…cos’è successo ieri? Perché non riesco a ricordare?
Il letto non è affatto morbido, ed è freddo, ed ho un dolore forte al centro del petto.
Dove sono?!
Attorno a me buio, non sento il ticchettio della sveglia, ma è qui, la tocco ma sono sul pavimento e attorno sento solo la sveglia che non fa rumore e non sento le fughe delle mattonelle.
Sono seduta e gli occhi si stanno abituando all’oscurità, il pavimento di questo luogo è nero e lucido, somiglia a vetro ma è in qualche modo più solido del vetro, quasi fosse una pietra vetrosa, liscia, infinita. Non vedo niente altro attorno a me. Tranne la mia sveglia a terra, ferma a segnare le dodici, mezzanotte credo data la stanchezza che sento nel corpo.
Mi guardo attorno e mi viene da piangere perché non so cosa fare qui, non c’è lui, non ho modo di contattarlo, e non c’è nessuno.
Hei?! C’è nessuno?! C’è nessuno qui? Dove mi trovo?”.
Sento il mio cuore battere forte e tremo, l’aria mi manca.
“Calmati, su, calmati, cerca di capire cosa è successo, calmati”
Mi alzo e comincio a camminare, mi sento tremare, sento caldo, freddo.
Cammino avanti ed indietro in questo buio, in questa assenza di mondo, cammino e non riesco a stare ferma, avanti, indietro, avanti indietro, ma dove vado?
Calmati, calmati, ragiona, calmati
Mi viene da piangere, mi viene da piangere e non so cosa fare.

Poco distante comincio a scorgere un grande specchio, mi ricorda l’armadio a specchio che ho in camera ma ha più le proporzioni di una porta. Cos’altro ho da fare se non andare a vedere di cosa si tratta?
Cos’ho da fare se non andare a vederlo?
Porterò con me la sveglia, per quel che può servire, è pur sempre un pezzo della mia vita, anche se in questo momento ricordo solo la sveglia e che ero uscita per lui. Non ricordo il suo volto, non ricordo il suo nome e non ricordo il mio, e non ricordo chi fossi io ne niente altro, forse ho preso una botta, non ricordo di essere una che beve molto ne che si droga.
Non mi hanno drogata, non mi sento drogata, mi devo calmare
Il mio lavoro è invece qualcosa che ha a che fare con … una stella, un simbolo, alloro.

Mal di testa, una fitta, alla testa ed al petto, sto sudando tantissimo, sento l’odore del mio sudore, e il freddo.

Sono arrivata allo specchio, è grande pressappoco come una porta ma privo di maniglie, ha solo un bordo dove potrebbe esserci quello di una porta stessa ma dietro c’è un pannello nero e niente altro. Si tratta di un normale specchio per quanto sembri spuntare dal pavimento con soluzione di continuità.
“Uno specchio.”
Sono una bimba?” Una bimba un po’ gotica però. Appena truccata indosso una maglia con sbuffi di pizzo sul petto e maniche fini quasi trasparenti, una gonna a falde di stoffe delle varie tonalità del nero, asimmetrica e degli stivaletti con il tacco, il tutto in toni di nero.
Qualcosa mi dice che non sia un vestiario tipico per una bambina che potrebbe avere meno di dieci anni.
La mia pelle è stranamente bianca, quasi da bambola di ceramica e con i capelli lisci e biondo scuro do l’impressione di una metallara un po’ prematura, anche se non porto unghie nere o borchie o pendagli strani.
Mi siedo dando le spalle allo specchio e metto le faccia tra le mani.
Devo riuscire a ricordare chi sono, da dove vengo, cosa ci faccio in questo strano ambiente, è come se questo specchio ne fosse in qualche modo l’entrata, o l’uscita, il talismano, il centro. Il centro di un nulla però.

Le mie mani
Le mie mani non sono quelle di una bimba, le dita sono lunghe, fresche di manicure, affusolate, porto unghie perfette, di media lunghezza e con le cuticole ben curate
-“Di chi sono queste mani?“- smalto trasparente.
Formicolio che attraversa le spalle, muscoli che si irrigidiscono, mi alzo e mi allontano dallo specchio, cammino, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti ed indietro.
Calmati, calmati
La gamba che involontariamente vibra, si muove
Chi cazzo sono?! Chi sono?!” urlo.
Il vestito è quello che ho visto ma non sono una bambina, non ho gambe da bambina, non ho il petto piatto di una bambina.
Ma non so chi sono.
Mi giro di scatto a guardare nuovamente lo specchio, e mi vedo adulta, indosso un tailleur grigio antracite, con una borsa bauletto più chiara, e delle scarpe nere con tacco, i capelli raccolti di lato sulla spalla destra, credo abbia a che fare con il mio lavoro, ma il mio corpo, quello reale, quello che posso toccare continua ad essere vestito di nero, con quella gonna, quei tacchi quelle maniche.
Il mio riflesso si muove come me, ha le stesse unghie curate, la stessa espressione perplessa ma indossa un vestito da rappresentanza, nel riflesso, dietro di me compare per un istante un cartello con scritto “Agenzia investigativa HL”.

Mentre il cuore comincia a battere meno forte sento forse l’ultima goccia di sudore scendere dall’attaccatura dei capelli giù per il mio visto, sfioro le labbra con la mano e riaffiora qualche ricordo.
Agenzia investigativa HL

Stavo seguendo un caso, un uomo aveva ucciso diverse donne, o almeno diverse donne erano morte: due? Tre? Forse anche una bambina.
Investite
Lavoravo da poco per l’agenzia, una giovane spavalda rampante appena arrivata, ma pare che quell’uomo prediligesse giusto le ragazze giovani ed io potevo sembrarlo ancora più di quanto lo fossi. Si fidavano di me perché avevo una buona capacità di correlare dati ma non ero mai stata sotto copertura, non è neppure una pratica che queste agenzie facciano in genere, troppo rischioso. Eravamo stati ingaggiati da una famiglia la cui figlia era scomparsa, all’inizio avremmo dovuto solo trovarla ma quando la trovammo schiacciata ci chiesero di proseguire l’indagine senza coinvolgere le istituzioni ufficiali. Credo che il mio capo accettò solo per l’offerta economica notevole, perché invadere questo genere di indagine per un’agenzia rischia di essere più un danno che un guadagno.
Non eravamo mai riusciti a risalire all’auto perché le stordiva o uccideva prima di investirle e quindi non faceva danni tali da dover riparare il mezzo o comprare ricambi, e non avevamo neppure idea di che modello fosse. Gli omicidi che supponevamo essere stati effettuati dallo stesso autore erano avvenuti in posti apparentemente slegati tra loro, nessun legame se non il gusto nel vestirsi di nero, e le modalità estremamente simili.

Il gusto nel vestirsi di nero.

E poi c’era lui, lo vedo ora nello specchio dietro di me ad osservarmi col suo sorriso ironico di quando mi osservava convinto di non essere visto, quel suo sguardo ironico ed innamorato che tante volte ho spiato mentre lui pensava di spiare me, avrei potuto lasciarlo fare per ore.
Ma non avrei mai dovuto innamorarmi di lui non avrei mai potuto immaginare che avrei finito per farlo quando sono stata inviata ad indagare da vicino, avevamo pensato che potesse essere il nostro uomo solo grazie ad una segnalazione anonima su un auto sporca di qualcosa che poteva essere sangue.
Anonima.
Ma con il cachet proposto non potevamo dire che ce ne stavamo con le mani in mano, non avevo la certezza fosse lui, anzi non c’era nessuna prova che lo fosse, ma era l’unica pista disponibile ed io mi trovavo abbastanza bene nell’ambiente che frequentava.
Avevo scelto di non innamorarmi di lui nonostante quelle spalle non grandi ma fiere, nonostante il suo modo di farmi ridere.

La prima volta che un brivido mi prese fu passeggiando, quando la sua mano sfiorò per un istante la mia, non saprò mai quanto fosse reale, casuale, o manipolatorio quel tocco, ne i successivi, ne quel bacio sulle labbra mancato che doveva essere un normale saluto sulla guancia, ma a pensarli mi fanno ancora sorridere di piacere, sento ancora sulla nuca salire qualcosa tra i capelli.

Il momento in cui mi accorsi che il danno era fatto fu però quando una sera parlando di un’amica descrisse con dovizia di particolari il cappottino sfiancato, verde scuro di velluto raso con la cintura in vita, il suo stupido papillon da uomo indossato su una camicia viola con uno strano scollo e perfino l’anello con pietra ovale viola. Stupido non lo disse lui ovviamente, e questo mi fece capire che ne ero gelosa, che non avrei voluto mi fosse portato via neppure da me, dal mio lavoro. Fu il modo di descriverla, così ricco di particolari, così fatto di pregi di poca importanza eppure così piccoli da dover richiedere un interesse nel dettaglio che non aveva con me.

Cominciai ad accorgermi dell’odore della sua pelle quando mi passava accanto, della pelle del suo collo, ricordava i particolari di altre e mi faceva incazzare quando non ricordava la collana che avevo indossato il giorno prima, o forse lo faceva apposta per farmi rodere e trattenermi un po’ più accanto.

Mi convinsi che avevamo sbagliato obbiettivo, mi convinsi che quella persona non poteva essere un assassino, che dalla sua gentilezza d’uomo d’altri tempi non potesse scaturire violenza, mi convinsi che forse dopotutto c’era un motivo se ero finita tra le sue braccia.
C’era un motivo, mi sentivo in una storia scritta da uno scrittore pazzo, ma mi sentivo viva, sentivo il cuore accelerare quando lo stavo per incontrare e fermarsi quando le sue labbra si posavano sulle mie.

Cos’è questo?
Al centro del mio petto c’è una zona di nero più scuro, più secco, più rappreso ed al centro un buco.
Ah

Quella sera lui era strano, lo aspettai più del solito, era sempre puntuale ma non quella sera. Uscimmo come quasi ogni giorno da qualche tempo ma non parlò quasi mai, mi portò in riva al fiume a guardare l’acqua scorrere seduti sui sassi bianchi e lisci e poi tornammo alla macchina dove mi guardò con aria grave.

Ricordo come fosse ieri, o forse era ieri davvero, o forse era addirittura oggi, il suo sussurro a voce bassa ma calda all’orecchio sinistro. La sua voce calda.
Mi dispiace, deve finire. Qui. Oggi. Ora. Ho provato a convincermi che non fosse così, che tu fossi diversa, che io fossi diverso, ma non è così. Io devo seguire la mia strada e tu sulla mia strada sei solo una tappa“.
Il suo fiato si addensava poco distante dalla bocca e le sue braccia non bastavano a non farmi sentire i brividi
Sentivo le lacrime scendere ma mi sentivo apatica, intontita, come immobilizzata. Credevo avrei pensato un milione di cose in un momento simile ma invece la mia mente era piatta, vuota, calma.
Mi passavano solo nella mente i ricordi dei momenti vissuti e niente altro.
“E il senso di colpa.”
L’idea di aver sbagliato io di non essere abbastanza, di non essere adeguata, di essere sbagliata. Non mi passò per la mente neppure per un istante a che cosa si riferisse.

Dissi qualcosa, non so neppure cosa.
Disse qualcosa.

Abbassai la guardia completamente.

Poi come un improvviso spasmo sentii entrarmi nella carne qualcosa. Nel petto.
Mi congelò. Era come sentire un pezzo di ghiaccio che al contempo bruciasse la carne.
Lo vidi girarsi lentamente e mi sentii dire da lontano qualcosa come “io ti amavo stupido idiota” mentre la mente si annebbiava, mentre tutto diveniva scuro, mentre mi sentivo posare su di un pavimento nero di asfalto, mentre una chiazza lucida si allargava sotto di me e faceva apparire l’asfalto vetro nero.

Vidi una porta aprirsi, la sentii chiudersi con un tonfo alle spalle anche se ero sdraiata. Vidi un riflesso come se la porta fosse di specchio ed eccomi qui.

Ed eccomi qui.

Credo che l’unica cosa da fare sia incamminarsi nella direzione indicata da questa che un tempo forse era una porta, credo di sapere dove sto andando anche se non ne conosco ancora la forma, e mentre cammino un pappo di un pioppo mi passa accanto, di sfuggita mi è parso ci fosse un piccolo omino appeso dentro ma la luce, l’erba, il cielo che si stanno aprendo mi fanno pensare di essere quasi giunta alla meta.

Ora ricordo

 

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Mar 262015
 

Ad ogni passo
-lento-
per quanto live corrisponde il suono frusciante della neve pressata al di sotto delle corde che costituiscono la racchetta da neve.
Le gambe -pesanti- proseguono nel loro lavoro incessante, il ginocchio dolorante si piega,
si alza,
permette al piede
-lentamente-
di salire, di alzarsi dalla neve, da quei centimetri in cui è sceso nonostante la racchetta che intanto si stacca dal tallone inclinandosi e lascia cadere
-piano-
la neve che vi si era depositata poco prima.
I muscoli della coscia hanno un solo breve istante di riposo mentre la gamba sta scendendo nuovamente verso il legno che stava tracciando un solco con il vertice dietro abbassato e torna orizzontale a sprofondare lievemente
-ha nevicato da poco-
e mentre il ginocchio diminuisce l’angolatura il quadricipite torna ad irrigidirsi per sostenere il peso del corpo
-gli acidi lattici-
si fanno sentire
-i chilometri-
le ore di cammino e la salita
-il freddo-
mentre arriva il momento di un altro passo che
-lentamente-
porta avanti ancora di qualche centimetro tra infiniti centimetri dietro in basso da un dove verso altrove molto più in là il freddo
-pungente-
come aghi di questi pini di cui l’odore si spande attutito dall’umidità a congelarsi entra nelle ossa col vento
le braccia intirizzite tremano lievemente
-ed il fiato-
si congela
-l’acqua-
il mondo col vento del nord che soffia bianco trito di ghiaccio a colpire gli oggetti
-il volto-
nel silenzio
-l’anima-
irreale dietro le urla tra le fronde degli alberi e si fa che spazio nella mente.
-gli occhi-
Un altro passo, una fitta al ginocchio, ancora uno e poi sarà di nuovo un adesso
-lentamente-
un fruscio della neve pressata mentre il piede comincia ad alzarsi

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Mar 052015
 

Non riesco a capire.
Qualcosa è cambiato, ma non focalizzo se a cambiare sia stato il mondo, lentamente, o la mia mente. Cammino, mi guardo attorno e vedo cloni, cloni di cloni, e altri cloni. Guardo il volto delle persone, i vestiti, i movimenti, gli argomenti. Cloni, cloni di cloni ed altri cloni.
Ogni persona che incontro, ogni persona con cui parlo, inaffidabile, presa dai pensieri di qualcosa che crede essere solo un suo problema ma che è identico ai finti problemi di tutti quelli che lo circondano, incapace di mantenere parola o attenzione. Manca il tempo, manca il tempo. Sembra che tutti vivano conquistati dagli uomini grigi di Momo di Ende. Un libro che oggi tutti dovrebbero leggere, ma che basterebbe leggesse uno perché uno è uguale a tutti. Almeno ho questo sospetto.
Non riesco a focalizzare.
Non capisco se ieri il mondo non fosse così, se sia cambiato nel tempo lentamente o se sia io ad essere cambiato.
Mi sento soffocare in questo mondo, mi sembra di giocare a carte all’uomo nero, o “la veccia”, quel gioco di carte in cui nessuna carta seppur diversa ha un valore, nessuna carta è diversa dalle altre tranne una. Non dico di sembrare quella carta diversa, ma la sto cercando, disperatamente.
Corro, corro senza fiato in questo mondo, ho un mazzo di carte, lo sfoglio, giro ogni carta, la guardo ed il volto è lo stesso, il vestito lo stesso, le parole che dice le stesse, provo a parlare a dire cose che smuovano l’anima “eretico, eretico” è il coro, “eretico” l’unica risposta.
Mi chiedo cosa sia cambiato, se sia una evoluzione od un involuzione, mia o del mondo. O semplice stabilità. Pochi giorni fa ho il ricordo di aver avuto qualcuno accanto, qualcuno speciale, o forse era anni fa, poi l’ho guardato in volto ed era un clone, come gli altri cloni, cloni di cloni di altri cloni.
L’immagine è come svegliarmi con accanto uno di questi che smarrito s’allontani ed esca di casa in silenzio ed io a guardarmi allo specchio, ma non ricordo il mio volto, non ricordo di essermi guardato, non ricordo neppure se sia vero che sia accaduto, o che accanto a me ci sia stato qualcosa che non fosse un clone, non ricordo neppure se i miei ricordi siano reali o siano essi gli errori. Non mi sono mai ritenuto migliore o peggiore, ma fiero di sentirmi diverso, comune ma diverso o anche questo è un ricordo perverso innestato da chissà quale errore virus o malore. Non riconosco generi o colori o differenza alcuna tra ognuno di quelli che incontro, non riconosco.
Non riconosco.
Ad ognuno se chiedi come va la risposta è un freddo “bene.” se chiedi della famiglia “bene.” se chiedi del lavoro “bene.” e poi ognuno inizia con il proprio monologo argomentale da cui non si può uscire, ne interagire, ne discutere, ne argomentare a propria volta. Il tema uno solo, l’unica cosa che differenzia un clone dall’altro è il tema. Niente altro.
Non ho più il fiato di correre, le gambe, le dita stanche alla ricerca di una carta che non trovo, scorrere avanti, indietro ancora ed ancora alla ricerca.
Ricordo un tempo di averne avute altre, in un cassetto e guardandole scopro che sono ancora identiche a tutto, a tutto.
Poi infine vado allo specchio e guardo il mio volto, mi chiedo come sto: “bene.”, come va al lavoro: “bene.” e mi siedo.

 

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Feb 282015
 

Era una sera di quelle in cui la temperatura ti fa rabbrividire solo un istante, il respiro si addensava in una piccola nube prima di scomparire quasi improvvisamente, indossavamo tutti maglioncini leggeri o giacche leggere, ed era buio.
Moltissimo buio.
Ricordo l’aria frizzante di quella sera come fosse oggi, come fosse vera, e ricordo di aver girato la testa incontrando accanto ai miei occhi la mano di mio padre, la presi e la tirai leggermente verso di me, lui sembrava assorto a guardare nella stessa direzione in cui stavo guardando io solo pochi istanti prima.
Ho sentito la mia voce dire “papà, papà, ma chi è quella ragazzina”?
Era sulla strada davanti a casa mia, a terra, piatta come un foglio di carta leggermente raggrinzito, attorno a lei c’erano dei signori che non conoscevo e qualche mio zio o zia che non saprei definire, c’era anche la zia gilda, e quella signora che mi dava sempre le caramelle al miele. Entrambe signore anziane nel buio della sera si distinguevano solo per il fumo che usciva dalle loro bocche e che vedevo nonostante fossero di spalle salire qualche istante dalle loro teste.
Erano vestite di nero, con il velo in testa e quei vestiti tipici delle donne anziane delle zone rurali. Osservavano tutti la bambina schiacciata, quasi fosse disegnata a terra e il signore che con una spatola di ferro la stava staccando dall’asfalto e ne stava raccogliendo i resti, come quando si stacca un adesivo da un contenitore di plastica.
La bambina era anch’essa vestita di nero come tutto, portava un vestito intero con le gonne che arrivavano fino all’altezza delle ginocchia e delle scarpe di vernice in tinta.
Il viso era dolce, non sorridente ma neppure triste, era difficile distinguere molto i lineamenti, un po’ per l’età, un po’ per la piattezza dell’immagine, aveva però lunghi capelli neri raccolti in due trecce ai lati.

Mi svegliai lentamente, non di soprassalto, passai dallo stato del sonno a quello della veglia pensando ancora a chi potesse essere questa ragazzina, provavo un senso forte legame elettivo nei suoi confronti e una mezza consapevolezza che non fosse un sogno fino in fondo, le diedi il mio stesso nome ma ovviamente al femminile.

Quando fui completamente sveglio piangevo per la sua assenza, per il suo essersene andata dal mio mondo, in un modo o nell’altro. Ero un bambino, di sei anni ed è il ricordo di sogno più vecchio che io abbia.

Mi ha accompagnato per tutta la vita in un modo o nell’altro, ci sono certi giorni nelle mezze stagioni, a settembre quando l’aria si raffredda o a marzo quando sta iniziando ad andarsene il freddo in cui passando davanti alla casa dove abitavo sento ancora quella lieve brezza, osservo l’aria addensarsi poco davanti alla mia bocca e poi allontanarsi e guardo come aspettandomi di incontrare quella bambina, o di vedere cosa le fosse accaduto.

Ricordo altri due sogni non molto distanti, il primo so di averlo fatto qualche mese dopo di questo, nel sogno ero adulto, guidavo un auto e questa si fermava ai bordi di una strada rialzata, da lontano vedevo giù dal dirupo una donna, in questo sogno ero adulto, immobile a guardare in direzione opposta alla mia. Scesi dall’auto e percorsi la discesa verso la donna, la raggiunsi mentre era ancora voltata di spalle e le toccai una mano.
Un istante dopo stavamo scappando da un branco di lupi e mi svegliai del tutto privo di paura come se fosse stato il sogno più avvincente, l’avventura più divertente mai vissuta, tanto che la ripetei decine e decine di volte nei miei giochi a scuola nelle settimane a venire.

Nel tempo mi capitava spesso di sentire la sensazione di essere tornato a quel momento, quell’aria leggermente fresca, frizzante, il buio attorno, i lampioni spenti, forse solo uno lampeggiante per dare l’atmosfera del vedo e non vedo, e la netta sensazione che girandomi avrei visto la bambina, o la donna adulta che nel frattempo poteva essere diventata.

Nella mia adolescenza quella bambina divenne il mio ideale di bellezza, negli occhi di ogni ragazzina cercavo i suoi, cercavo una ragazzina col mio nome, una ragazza con quei capelli, una donna con quello sguardo.

Quando ero adolescente sognai di incontrarla, fu come un colpo di fulmine improvviso, la incontrai e l’affinità elettiva che ci legava esplose in una scintilla, non so descrivere come ma il sogno durò mesi in cui ogni sera ci vedevamo, uscivamo, facevamo mille cose ma al contempo non ricordo nessuna di queste cose, ricordo la sensazione di averle vissute. Lei era sempre vestita di nero e portava ancora quei capelli neri raccolti anche se più corti rispetto al primo sogno.
Un giorno decise di portarmi a casa sua, per presentarmi suo padre, abitava vicino a dove abitavo nella realtà, saprei anche andare a suonare a quel campanello se mai ne avessi avuto il coraggio. Nel sogno suonò lei, una volta entrato ricordo la stanza il tavolone grande, il camino, ricordo quell’aria di casa calda, quel senso di focolare domestico d’altri tempi, ricordo di aver discusso con suo padre dei miei studi, di cosa avrei voluto fare da grande, mi disse cosa secondo lui sarebbe stato conveniente facessi nella mia vita, che è poi quel che feci nella realtà ma non per i suoi consigli.
Poi mi girai per sorridere a lei, ma lei non c’era, chiesi a suo padre e lui si mise a piangere e mi svegliai.

Fu uno dei sogni più strani che feci e l’ultimo in cui la sognai dormendo, passarono molti anni da allora divenni il professionista che curiosamente nel sogno mi era stato consigliato di diventare ma non ebbi mai un buon rapporto con le donne, non saprei dire il perché, o forse si. Non avevano quei capelli, quello sguardo, o quando lo avevano ne ero terrorizzato.

Un giorno diversi anni fa stavo guidando, non ricordo neppure da dove tornassi, cosa ci facessi lì se mi distrassi, se corressi, non ricordo nulla, ma ero su una curva di una tangenziale poco lontano da dove abito ora, persi il controllo del mezzo, improvvisamente, senza alcun presagio la coda cominciò ad allargarsi, a perdere aderenza a scivolare verso l’esterno. Ricordo tutto come a rallentatore, il tempo di pensare che non sarebbe potuta finire bene, la lucidità di controsterzare, il pensiero dei corsi di guida sicura in cui mi ripetevano che il corpo tende a far girare l’auto nella direzione in cui si guarda, il pensiero costante di guardare la strada nella direzione in cui avrei dovuto andare, il guardrail che sfiora il muso della macchina mentre la coda è già sulla corsia di destra. Ho tutto il tempo di pensare che sono fortunato ad essere su una strada a doppia corsia ma a senso unico e di essere su quella di sinistra, finalmente il controsterzo comincia ad agire e la coda ricomincia a rientrare, giusto il tempo di sperare di essermela cavata e poi di accorgermi dell’effetto pendolo che porta l’auto a ruotare nella direzione opposta, giusto il tempo di pensare ancora di guardare nella direzione giusta in modo che la memoria muscolare faccia il resto.
Non so quanto sia durato, ma dentro di me è durato ore il tempo tra l’inizio di quella sbandata e la fine. Immobile al centro della strada, senza danni.

Chiusi gli occhi e respirai.

Chiusi gli occhi e ringraziai il cielo per essere stato solo in macchina e per non aver ceduto al panico.

Posai la mano sul sedile del passeggero, poco distante dal freno a mano, sempre con gli occhi chiusi e sentii una mano toccarmi, una mano calda, liscia.
L’aria era frizzante o forse era l’adrenalina ad esserlo, aprii gli occhi e accanto a me non c’era nessuno, guardai subito la mia mano e non notai nulla di strano.

Tornai a casa lentamente ancora con il cuore in gola, incapace, incapacitato, in crisi, ed una volta arrivato mi misi a letto e spensi la luce.
Il cuore batteva ancora terribilmente forte, dovevo bere un goccio di Jack, aprii gli occhi e allungando la mano verso l’interruttore mi cadde lo sguardo sull’armadio a specchio, la luce era poca, solo quella che filtrava dagli scuri semichiusi dalla notte, ma accanto a me, dietro di me nel letto vidi una donna dai lunghi capelli raccolti su due trecce, accesi la luce e mi voltai a guardarla.

Non c’era.

Ora sono qui, guardo il liquido dorato nel bicchiere largo, lo faccio ruotare, penso che sia uno dei colori più belli che conosca quello del whiskey, e mi piace la densità così diversa da quella dell’acqua, il modo di muoversi, l’odore forte prima di berlo il gusto forte e delicato che cambia nel tempo del sorseggio tra infinite sfumature tra dolce e amaro, ed il retrogusto che rimane.
Non sono più stato al buio da allora. Non ho più spento la luce ne sono uscito di casa la sera.
Ho un termometro da esterni e non esco mai se la temperatura non è lontana dai dodici gradi, molto più bassa o molto più alta non importa, ma non voglio più sentire quell’aria frizzante, non voglio più vedere l’aria del respiro addensarsi in quel modo.
Non ho più dormito con le luci spente e non ho più guidato, i miei colleghi mi danno del pazzo perché cammino un ora e mezzo ogni giorno, andata e ritorno. Le giornate si stanno accorciando però, e la temperatura si abbassa, non manca molto a quando non potrò più andare a lavoro e senza passare dal buio, senza vedere addensarsi l’aria del respiro.

Per questo scrivo questa lettera.
Ora il bicchiere è finito, e sento il freddo dentro.
Ora il bicchiere è finito e spegnerò la luce.

 

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Ott 052014
 

Nota del 01/02/2016:
Questo post sta acquistando una inaspettata notorietà e la quantità di visite che riceve è in fortissimo aumento, ci tengo a specificare che tale riflessione è indirizzata ai capi facenti parte dell’associazione Agesci ma non all’istituzione Agesci che come tale non credo possa ad oggi schierarsi pubblicamente su questi temi senza una discussione interna. Non vuole per tanto essere sprono per chi sostiene campagne denigratorie nei confronti della stessa, ma tuttalpiù per chi ne promuova una discussione interna che non passi dai media.
Ringrazio per i commenti ricevuti (che non pubblicherò per evitare l’alimentazione di polemiche) nel bene e nel male e ricordo a chi mi accusa di mantenere l’anonimato che in questo blog non ho mai nascosto il mio nome, e vi si trovano agevolmente le mie generalità.


Caro capo scout Agesci, che hai aderito liberamente al patto associativo della nostra grande associazione, oggi volevo discutere con te di alcune implicazioni della tua scelta e di come la nostra associazione stia andando in questi ultimi anni.

Purtroppo è oggettivo che vi sia un turnover che funziona male, i vecchi capi dalla grande esperienza restano a fare servizio fino ad età avanzate e questo in una prima analisi non può essere considerato negativo, ma i giovani capi invece tendono a rimanere in servizio per pochi anni lasciando il peso del servizio e di portare avanti questa associazione agli irriducibili della prima categoria.
Questo credo sia il focus principale su cui concentrarsi per spiegare e per risolvere i problemi che affliggono la tua associazione.

Fratellanza scout

Che si voglia accettarlo o no negli ultimi trent’anni il mondo è cambiato con ritmi sempre più veloci, sempre più difficili e sempre meno comprensibili da chi non ha vissuto in gioventù questi cambiamenti. Prima c’è stato il sessantotto, si ci sono stati i sommovimenti popolari, il terrorismo, anche questi sono stati cambiamenti notevoli, ma cambiavano più le idee che il modo di vivere. Oggi le idee cambiano poco, spesso ci vengono propinate dall’esterno, ma i ritmi cambiano radicalmente.
Il modo di vivere cambia radicalmente.

Rileggendo il patto associativo, già nelle prime righe si apprende quali siano gli obiettivi primari che dovremmo porci. Senza dovizia di una completa lettura che in questo momento sarebbe eccessivamente lunga voglio evidenziare alcuni passaggi che potrai liberamente rileggere nel contesto completo di questo documento su cui stai basando la tua scelta educativa.

Lo scopo dell’Associazione è contribuire, secondo il principio dell’autoeducazione, alla crescita dei ragazzi come persone significative e felici. 

[…]

Offriamo loro la possibilità di esprimere le proprie intuizioni originali e di crescere così nella libertà inventando nuove risposte alla vita con l’inesauribile fantasia dell’amore.

[…]

Operiamo per la pace, che è rispetto della vita e della dignità di ogni persona; fiducia nel bene che abita in ciascuno; volontà di vedere l’altro come fratello; impegno per la giustizia.

[…]

La nostra azione educativa cerca di rendere liberi, nel pensare e nell’agire, da quei modelli culturali, economici e politici che condizionano ed opprimono, da ogni accettazione passiva di proposte e di ideologie e da ogni ostacolo che all’interno della persona ne impedisca la crescita.

Quante volte nelle vostre comunità capi, nelle vostre riunioni di zona invece la risposta alla richiesta, proprio di un giovane è la chiusura?
Non è difficile fare esempi.

È un dato di fatto che a causa della necessità odierna di proseguire con gli studi fino all’università o spesso più avanti, a causa della crisi del lavoro dei giovani e dei loro genitori che devono mantenerli l’impegno che un giovane può mettere oggi nel servizio a è decisamente diverso da quello che poteva mettere un coetaneo vissuto trent’anni fa. La stabilità economica era diversa, molti erano sposati all’età in cui oggi si sta ancora seduti sui banchi a studiare, molti lavoravano già all’età in cui molti oggi sono in cerca del primo impiego o hanno già perso il primo impiego.

Si, forse questo porta ad una maturità in tempi diversi, ma “Operiamo per la pace, che è rispetto della vita e della dignità di ogni persona; fiducia nel bene che abita in ciascuno; volontà di vedere l’altro come fratello; impegno per la giustizia” o no? Se fosse nostro fratello, quello vero, e qui mi rivolgo ai meno giovani, nella stessa difficoltà cercheremmo una soluzione o lo lasceremmo abbandonato a se stesso?

La famiglia è cambiata, che vogliamo accettarlo o meno, perfino la chiesta sta interrogandosi su questo, ci sono giovani che economicamente, logisticamente, tecnicamente non hanno modo di sposarsi perché il lavoro non lo permette, perché la banca non darà mai un mutuo o per mille motivi ma che vogliono intraprendere un cammino che li porti comunque ad una vita di coppia e alla speranza di un matrimonio ed una famiglia, di avere dei figli e di educarli al meglio

Un’associazione che “cerca di rendere liberi, nel pensare e nell’agire, da quei modelli culturali, economici e politici che condizionano ed opprimono, da ogni accettazione passiva di proposte e di ideologie e da ogni ostacolo che all’interno della persona ne impedisca la crescita.” davanti a questi casi dovrebbe mostrare chiusura mentale e incapacità di discutere o dovrebbe cercare una discussione il più possibile aperta al dialogo nella ricerca di valutare ogni aspetto della situazione nel bene nel male e le sue conseguenze? Davvero un capo che non riesce per validi motivi a sposarsi deve vivere a casa di mamma fino ai quarantacinque anni con la persona che ama che vive anch’essa da mamma aspettando la menopausa per poter mettere su una famiglia o si può valutare caso per caso con intelligenza e tatto cercando di essere liberi da modelli culturali che condizionano ed opprimono ed da ogni accettazione passiva di proposte e di ideologie e da ogni ostacolo che all’interno della persona ne impedisca la crescita?
Non l’ho scritto io questo patto associativo e non ho costretto te ad accettarlo.

È molto facile giustificare ognuna di queste scelte di chiusura con il fatto che “la chiesa dice così” ma ci domandiamo fino a che punto davvero la chiesa dica così e fino a che punto sia il nostro scudo?

Il Patto Associativo prosegue dicendo
Per attuare questo programma profondamente umano, pensiamo che solo Cristo è la verità che ci fa pienamente liberi; questa fede è lo spirito che dà vita alle cose che facciamo.

Cosa avrebbe fatto Cristo in questi casi? Cosa ha fatto con la Maddalena? Cosa ha fatto con i peccatori che ha incontrato? Ha tirato fuori la spada da crociato e li ha decapitati? Li ha cacciati urlando? Si solo una volta, quando hanno usato il tempio come mercato. Ma ci chiediamo se le scelte dei giovani che stiamo perdendo nell’associazione sono come quelle del mercante nel tempio o se sono dettate dall’amore, dalla fatica, da un progetto di vita, da una difficoltà? Oppure ancora una volta pur di non affrontare i dogmi che ci portiamo dentro, non affrontiamo, ci nascondiamo dietro il dito dei giovani d’oggi immaturi?

I Capi testimoniano l’adesione personale alla Legge e alla Promessa scout. 

Svolgono il loro servizio secondo il metodo e i valori educativi dell’Associazione, che si desumono dagli scritti e dalle realizzazioni pedagogiche di Baden-Powell, dalla Legge e dalla Promessa.

Il metodo scout attribuisce importanza a tutte le componenti essenziali della persona, sforzandosi di aiutarla a svilupparle e a crescere in armonia, secondo un cammino attento alla progressione personale di ciascuno.

Baden Powell ha mai detto che un omosessuale è immorale e incapace di educare? Chi ha deciso che sia così prima di deciderlo si è interrogato o si è lasciato trasportare da un facile “è innaturale, a me fanno schifo, la famiglia è importante”? Si sono mai chiesti se questo non abbia una famiglia, magari una famiglia che è così grande e forte da averlo aiutato a superare questa che oggi è ancora un enorme difficoltà dandogli un esempio di coesione, e coraggio che poche famiglie hanno avuto occasione di dimostrare?

Quando fai scelte che escludono a priori persone le fai leggendo la legge scout e la promessa che hai fatto o le fati seguendo l’istinto che la tua tradizione personale ti porta ad avere senza riflettere sulla persona che hai davanti?

La risposta a cui hai aderito liberamente è scritta poche righe dopo.

Intendiamo valorizzare e far crescere i doni di ciascuno, al di là delle differenze e a partire dalla ricchezza che la persona è ed ha. 

Il metodo si evolve ed arricchisce nel corso della storia associativa

Non significa solo passare da 4 tappe a tre in reparto, o fare i lupetti un anno in più od uno in meno

L’educazione politica si realizza non solo attraverso la presa di coscienza, ma richiede, […], un impegno concreto della comunità, svolto con spirito critico ed attento a formulare proposte per la prevenzione e la soluzione dei problemi.

La diversità di opinioni presenti nell’Associazione è ricchezza e stimolo all’approfondimento delle nostre analisi; tuttavia non deve impedirci di prendere posizione in quelle scelte politiche che riteniamo irrinunciabili per la promozione umana. 

Ci impegniamo pertanto a qualificare la nostra scelta educativa in senso alternativo a quei modelli di comportamento della società attuale che avviliscono e strumentalizzano la persona, come il prevalere dell’immagine sulla sostanza, le spinte al consumismo, il mito del successo ad ogni costo, che si traduce spesso in competitività esasperata.”

Quando sbattiamo le porte in faccia a qualcuno, direttamente o anche solo facendogli capire che se non hanno abbastanza tempo non vogliamo facciano servizio, che se hanno una difficoltà non sono bene accetti, se hanno una differenza di opinione non saranno in grado di educare ai valori che magari hanno comunque vissuto nelle loro famiglie, stiamo prendendo posizione su una scelta che riteniamo irrinunciabile perché davvero lo è o perché abbiamo paura di discuterne?
Perché sono cose che avviliscono la persona, che fanno prevalere l’immagine alla sostanza, che sono spinte dal consumismo o perché nonostante siano difficoltà serie e importanti noi abbiamo paura di affrontarle mano nella mano con chi le sta provando?

Ci impegniamo ad educare al discernimento e alla scelta, perché una coscienza formata è capace di autentica libertà” O no?

Ci impegniamo a rifiutare decisamente, […] tutte le forme di violenza, palesi ed occulte, che hanno lo scopo di uccidere la libertà” o diventiamo noi i carnefici?

 

Ci impegniamo a spenderci particolarmente là dove esistono situazioni di marginalità e sfruttamento, che non rispettano la dignità della persona […].  Ci impegniamo a formare cittadini del mondo ed operatori di pace, in spirito di evangelica nonviolenza, affinché il dialogo ed il confronto con ciò che è diverso da noi diventi forza promotrice di fratellanza universale.” O stiamo chiudendoci e facendo violenza psicologica su chi ci sta porgendo una mano per fare servizio con noi e per fare fronte comune alle difficoltà educative di ogni giorno?

Il Patto Associativo a cui hai aderito lo conosci? Lo ami? Lo segui in ogni suo punto? Perché se non è così forse dovresti chiederti se le persone a cui stai chiudendo la porta magari lo seguano più di te, e siano in diritto più di te di far parte di questa grande associazione.

L’associazione sta perdendo i giovani, ma i giovani continuano ad arrivare. Arrivano e poi se ne vanno. Questo non significa che i giovani non hanno voglia di fare servizio, significa che i giovani non si sentono compresi, non si sentono accettati, si rendono conto che questa associazione non fa per loro.

Il problema è che presto o tardi anche i meno giovani finiranno, e quindi chi porterà avanti questo magnifico metodo educativo che ci contraddistingue? Lo lasceremo fare alle tante associazioni che ormai stanno copiano il nostro metodo e lo stanno esportando in salse e versioni diverse grazie ai giovani che fuggono da questa?

Potrebbe essere una soluzione giusta purtroppo.

Per tutti, per chi resta e per chi se ne va: lo scoutismo ci ha insegnato a fuggire o ad affrontare le cose cercando il cambiamento?

Il patto associativo si conclude con queste parole:

L’AGESCI, consapevole di essere una realtà nel mondo giovanile, sente la responsabilità di dare voce a chi non ha voce e di intervenire su tematiche educative e politiche giovanili sia con giudizi pubblici che con azioni concrete. Collabora con tutti coloro che mostrano di concordare sugli scopi da perseguire e sui mezzi da usare relativamente alla situazione in esame, in vista della possibilità di produrre cambiamento culturale nella società e per “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato””

Vogliamo essere quell’associazione che viene strumentalizzata dal politico di turno o vogliamo essere noi a guidare la nostra immagine?
Vogliamo collaborare con tutti coloro che mostrano di concordare sugli scopi da perseguire o vogliamo cacciarli perché li vediamo diversi nonostante abbiano i nostri stessi valori e obiettivi educativi?

Ma soprattutto: vogliamo produrre cambiamento culturale nella società e per “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato” o vogliamo mantenere la cultura e il modus operandi secolarizzato di dogmi e regole immutabili nel tempo senza adeguarci alla società?

Dovremmo essere davanti alla società a guidarla, non lasciarci trainare indietro dal passato e frenare la società moderna nella vana speranza che non cambi.
Rimarremmo sempre indietro, perderemmo sempre di più chi vive nella società moderna, in definitiva faremmo morire un movimento non perché non ci crediamo, ma perché non ci rendiamo conto che il patto su cui si basa e a cui abbiamo creduto di aderire è già di per se la guida verso il futuro del cambiamento e contiene già le linee guida per navigare verso il futuro.

Fai le tue scelte mio caro Capo Scout.
Liberamente.
Non sarò io a obbligarti, il mio è solo un consiglio: rileggiti la legge, la promessa che hai fatto, il patto associativo a cui hai aderito.
E fai liberamente le tue scelte.

 

Firmato Uno come te, per nulla diverso da te.

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Set 262009
 

Una linea retta dopo averne incrociata un altra in un punto prosegue il proprio cammino senza interruzioni.

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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