Giu 012017
 

 

 

 

 

Ed è ancora quella porta
-maledetta oscura-
che chiudo alle mie spalle una volta ancora.
Era così semplice oltrepassarla un tempo quando non provavo più sentimento alcuno.
Ancora quella porta un tempo introvata passata ancora una volta oltre cui inizia la ricerca in terre desolate.
E nuovamente quella porta, mentre ogni volta mi sento più vecchio
-sono più vecchio-
come si ripetesse da millenni.
E dopo la strada, dopo morti e battaglie ancora.
Ed è ancora quella porta
-maledetta insicura-
chiusa mi sbarra la strada per poi aprirsi a fatica e mostrare nuovi mondi
terre desolate e silenzi e ancora solitudini e fatiche da affrontare fino a raggiungerla
fino a raggiungere quella porta
-rossa oscura-
da abbattere aprire sfondare oltrepassare
e rabbia, e la forza di un guerriero
-stanco, abbattuto-
che lotta per raggiungere infine quella porta oltre cui nuove terre
-desolate, aride, piene di animali marcescenti-
dove affrontare nuove avventure e combattere e finalmente raggiungere
quella porta
-oscura maledetta-
mentre il mondo è andato avanti
l’anima come un telo un tempo bianco ora consunto che si strappa ad una carezza
sporco e secco del fango e della pioggia e del sale del mare
un telo antico con le tracce del sangue e del piscio e del silenzio.
Ma finalmente arrivo alla porta
-rossa maledetta oscura-
abbattendola vedo oltre,
vedo il mio destino,
le terre desolate e lontane e le lotte e lontano una porta
e ancòra. Àncora. Ancòra.
Ancòra àncora quella porta.

Giu 012017
 

Il presente è una lente per il passato.
Accade qualcosa di inaspettato e poi osservi indietro e capisci di essere arrivato lì per una ragione.
In un’improvvisa epifania.
Non era previsto, prevedibile, immaginabile ma improvvisamente tutto quello che era rabbia, sofferenza, perdita di tempo improvvisamente ha una luce diversa. Tempismo. Guardi le cicatrici sulla tua pelle e ne vedi i disegni, le decorazioni in cui si sono trasformate nel tempo, guardi la solitudine e ti accorgi dei progetti scaturiti in quel mentre, guardi i progetti morti e vedi i fiori che ne sono nati dalle marcescenze. Come ad avere inseguito involontariamente una direzione, un vettore, come aver scantonato, corso, voltato, scelto bivi a caso per poi ritrovarti ancora su quella strada, come a guardare la cresta della lunga montagna tortuosa che hai percorso e renderti conto che tutte quelle salite, svolte, discese, dirupi erano un unico organico preciso percorso. Lo hai fatto tu. Non è destino, predeterminazione, è il momento. L’istante che ti sei creato nel tempo tra lo ieri e il domani. Non sei arrivato. Non lo sarai mai, ma oggi, ora, adesso, ogni giorno, ogni istante inizia un percorso nuovo, nuove scelte su quella strada.
Il presente è una lente per il passato, una lente che capirai più avanti quando il futuro sarà presente.

Apr 142017
 

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell’aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l’atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell’atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l’atto non era presente. Continue reading »

Set 112016
 

Ogni tanto le cose ritornano, come cicli come onde. Il ricordo di un passato è più bello quando arriva inaspettato. Non cambierà la mia vita, non il passato. Lo ha già fatto ed è stato bello per questo.
Un tempo ero una di quelle persone da foto di cose vecchie per rimuginare e ripensare, poi nel tempo ho capito come non importi ricordare necessariamente chi c’era in quel posto, cosa hai fatto, cosa hai visto. Preferisco che ciò che non è stato importante finisca lentamente nell’oblio delle cose dimenticate, preferisco che nella mia testa ci sia lo spazio per tutto quello che devo ancora vivere, per accumulare ricordi nuovi. Ed è la memoria a scegliere cosa fosse importante. Come un girasole preferisco guardare verso la luce e muovermi verso un divenire. Ed è in questo contesto che i ricordi importanti, le cose che ti hanno portato ad essere quello che sei emergono talvolta come una carezza od un sorriso che ti dicono che sì, stai andando nella direzione giusta, che sì esiste una linea diretta che porta da quel che eri a quello che sei ed è quella che puoi seguire passo passo da quel ricordo emerso a tutti e soli quei ricordi che ad esso sono legati. Ed è bello sorriderne e voltarsi sentendo che sono ancora lì, che sono in qualche modo come quando sai di avere con te una squadra di persone di cui fidarti e non ti importa di vederle, perché sono lì.
Stanno cambiando tante cose, e questo mese sembra essere crocevia di novità sotto ogni campo della mia vita che davvero abbia un interesse per me.
Mi è stato chiesto diverse volte in questi mesi, forse ormai in questi anni da dove venga la tranquillità che mi porto dentro, la serenità. Qualcuno dice che non me ne freghi nulla delle cose oppure che non provi sentimenti. Non è così. Credo di aver raggiunto oggi, e spero per lungo tempo una situazione di stabilità interiore che mi permette di non spostarmi prendendo colpi, o di spostarmi quel tanto da non risentirne. La consapevolezza che posso cambiare direzione, non significa aver perso, significa aver scelto.
Brulica di novità il mondo e la vita continua a rimanere stupenda.
Due situazioni in questo periodo mi hanno fatto riflettere su questo mio mondo di pensare.
In due su un cinquantino con le gomme lisce, tachimetro e contachilometri rotti, che probabilmente perdeva carburante e non gli funzionava il segnalatore della riserva, eravamo su una strada bianca disastrata sull’isola di Milo nelle Cicladi in Grecia. In caso di problemi in quella zona dell’isola l’assicurazione del noleggio non avrebbe coperto nulla e non sarebbe venuto a prenderci. Alla guida un caro amico mi ha chiesto “Ma se buchiamo? Non hai paura se buchiamo?”. Non ci ho pensato ed ho risposto “No.”.
Ci ho messo un po’ a chiedermi perché non avessi paura, se io fossi un temerario privo di sentimenti o ci fosse altro. Mi sono chiesto se avessi paura di farmi male, e quella l’avevo. Avevo paura di cadere su quei sassi, avevo paura di farmi male io o che se ne facesse lui, ma non avevo paura di bucare nonostante i cinque chilometri di sterrato, le salite e le discese. La risposta è arrivata solo qualche tempo dopo quando mi sono reso conto che mi sarei quasi divertito se fosse successo. Ero consapevole che avremmo faticato un mondo, che ci saremmo devastati di fatica, che eravamo quasi senza acqua sotto il sole, che avremmo perso l’intera giornata prima di arrivare in una zona dove ci sarebbero venuti a prendere. Ma ero consapevole, sono consapevole, che a distanza di qualche settimana l’avremmo raccontata come un’esperienza di cui ridere. Che qualunque cosa difficile, ti rende più forte e ti fa ridere di tutto. Sarebbe stata semplicemente un altra esperienza che sarebbe rimasta indelebile dentro, un ricordo per sempre, indipendentemente dalle foto. Avremmo suggellato per sempre un’immagine nelle nostre memorie e non sarebbero serviti file jpg per ricordare con chi eravamo, come eravamo, cosa era accaduto. Per questo non ne avevo paura.
Tornando da quel viaggio sono passato da una stazione in cui tanti anni fa, nel 1999 avevo fatto una scritta sul pavimento. L’avevo fatta per una ragazza per cui avevo una cotta adolescenziale, una delle tante per le quali ho avuto cotte adolescenziali per lo più dimenticate. Non mi servono decine di foto per ricordarla e non averne rende quella persona speciale, diversa da tutti perché la ricordo. Ho portato per anni nel portafogli un foglietto bianco scritto con una penna oro. Prima di venire rapinato. Quel foglietto è l’unica cosa persa in quella rapina che ricordi e mi manchi oggi.
“Traffico. Io vivo altrove.” firmato Torne. Per lei ho scritto la prima raccolta di poesie organiche dopo decine scritte a caso su un quaderno privo di ordine. Ho scritto la prima cosa con un inizio, un percorso ed un termine. Eravamo due persone diverse, incompatibili, ci siamo frequentati per davvero poco tempo ma intenso. Non ci siamo più cercati.
“Traffico. Io vivo altrove.” l’ho sempre trovata una piccola chicca di ermetismo Ungarettiano che nella sua semplicità mi ha stupito e negli anni è cambiata per me. Da un sentirsi alternativo e diverso forzatamente con un senso di superiorità come lo vivevo da adolescente oggi è ancora una frase che mi porto dentro come incisa. Più di quel “La vita è sogno fanne realtà” che porto appesa al collo ogni giorno dal 19 luglio 2006. Io vivo ancora altrove, lontano dal traffico. Guardo le persone litigare, muoversi agitate, guardo attorno a me accadere cose, e sono sereno. Non vivo lì. Non sono nella confusione del lavoro che faccio, non sono nei bisticci sulla politica stupida, non sono nel social network. La mia vita, quella vera, quella di cui sono pienamente soddisfatto è altrove, sulle montagne, nei boschi, sotto il pelo dell’acqua, nel dolore dei muscoli affaticati, nel piatto cucinato per qualcuno, nelle birre in un locale, nelle infinite frasi che scrivo, nei miei gatti e nel conte Frederick. Il lavoro cambiatemelo, martoriatemici, affaticatemi, chiedetemi di litigare di politica e mi ci butterò, ditemi che quello che scrivo fa schifo, buttatemi merda addosso. La mia vita è altrove.
C’è un’altra risposta in tutto questo: vivo solo perché non mi interessa avere accanto qualcuno che non viva dove vivo io, che non viva altrove. Un girasole che guardi avanti, e non nel traffico di questo mondo.

Mag 092016
 

“…e poi comincerà a sentire le palpebre pesanti, sempre più pesanti”
“uno”
“due”
“tre”
Un orologio. Un orologio da taschino.
Si muove a destra e sinistra, lentamente. Lo vedo accelerare quando scende e rallentare fino a fermarsi qualche istante quando sale. Prima da un lato e poi dall’altro.
Troppo lentamente per essere credibile.
La lancetta dei secondi non si muove.
“quattro”
L’orologio è rotto, segna le sette e diciannove.
Oscilla. Continua nel suo moto imperturbabile.
Lento. Lento e mosso da una catenella in bronzo brunito.
Lento. Lento e mosso da una mano in un guanto di pelle bianca.
È rotto l’orologio. Segna le sette e diciannove.
“Cinque”
È un coniglio.
È un coniglio bianco a reggere l’orologio. Indossa un panciotto.
Sorride e mi guarda il coniglio bianco. Da sopra quel panciotto elegante.
Mi guarda.
“Sei”
Devo fuggire. Non guardarlo.
(Non guardarti).
Devo fuggire mentre l’orologio si ferma qualche istante a destra del suo volto e scende.
-Sette e diciannove-
Fermo.
E si muove accelerando.
“Nove”
Non mi sta più guardando il coniglio bianco, nel suo panciotto, nei suoi guanti.
Non mi sta più guardando il coniglio bianco.
Ha voltato la testa il coniglio e guarda di lato.
C’è un albero piantato in mezzo al prato.
C’è un albero piantato in mezzo al prato.
E sotto l’albero un buco, una tana.
C’è un albero piantato in mezzo al prato.
“Dieci.”

Ott 022014
 

Finalmente dopo tempo sembra che “il motore sia ripartito”, e sto scrivendo parecchio. Probabilmente più di quanto abbia mai fatto ed in una forma che è decisamente diversa da quella di un tempo. Si cambia, si cresce, ed è bello.

Ho scritto un romanzo “Romanzo incompiuto“, che non so se davvero mai mi impegnerò a pubblicare, mi piace, si. Ma riconosco che c’è troppo “me” come fosse una contorta biografia immaginaria.
Le pochissime persone che me ne hanno dato un parere, tra le poche persone che lo hanno avuto in mano me ne hanno fatto dei complimenti che non ritengo del tutto sinceri, come a non avere il coraggio di dire il vero. Mi fa ridere perché proprio nel romanzo stesso parlo del fastidio dell’incapacità delle persone che ti vogliono bene di dirti davvero cosa pensano di cosa produci.

So di poter scrivere di meglio ed ho altri progetti per la testa, almeno due.
Del primo questo è la demo, il trailer.
Non penso di metterne online altri pezzi fino a che non sarà finito, ma mi diverte l’idea di pubblicare una specie di Trailer.

Per dire che non mi sono di nuovo spento, per far sapere a chi è lontano che qualcosa si muove, che la vita prosegue. Per dire a chi mi spinge a scrivere che lo sto facendo ancora, per dire a chi non glie ne frega niente che nonostante tutto ha pienamente ragione a fregarsene.

Il tempo

“Vedi? Quello che devi fare è semplicemente concentrarti e ricordare cosa c’è attorno. Ricordare ogni singolo dettaglio e ricrearlo nella tua mente, dopo di che aprire gli occhi e vedere il mondo che c’era di nuovo attorno a te, niente altro”

“Provaci”

“Provaci, su”

“Conta fino a dieci, uno, due…”

Cos’è questa voce?

“tre, quattro…”

Cos’è questa voce? Chi mi parla?

“cinque, sei…”

C’è così buio attorno a me, gli occhi però stanno iniziando ad abituarsi lentamente al buio, sto cominciando a

“sette, otto…”

vedere attorno come se invece vedessi attraverso le palpebre chiuse, o qualcosa del genere

“nove, dieci”

Apro gli occhi, o almeno, sono sicuro che ora siano aperti ma non è cambiato nulla.
Sono nel vuoto.
Non proprio nel vuoto, perché in qualche modo il vuoto sta ruotando, credevo di essere orizzontale ma sono piuttosto sicuro di essere in piedi, le mie braccia si muovono tranquillamente in ogni direzione senza impedimenti.

Se batto i piedi a terra però mi accorgo che un “a terra” esiste, quindi almeno non sto volando. La voce diceva qualcosa riguardo il pensare ai dettagli e ricrearli.
Pensare ai dettagli e ricrearli.
Cosa c’era prima? Prima di cosa?

Che ore sono? L’orologio segna le 19:19, ho un orologio.
Ho un orologio e segna le 15:20, si.

E cosa ci faccio qui? Aspetta, sono le 12:30, oggi alle 12:30 dovevo andare a prendere un cuore. Dovevo andare dal meccanico a prendere un cuore.

Non credo abbia senso tutto questo.
Devo procedere per gradi, intanto mi serve una sedia, una come questa, ecco. Mi siedo. Non sono al chiuso, altrimenti la mi claustrofobia mi avrebbe già fatto uscire di testa, oppure, in alternativa, forse sono già uscito di testa per la claustrofobia.

Hei, da dove è comparsa questa sedia?
Non c’era nulla tuttavia prima di questo. Non arrivo “da qualche parte” o da qualche cosa, è come se io fossi sempre stato qui, o se prima non fossi esistito.
Cos’era la voce.
Se c’era una voce ci deve essere qualcuno, se ci deve essere qualcuno questo qualcuno deve poter comunicare ancora con me.

“Signore, signore, dove siete? Mi avete parlato poco fa, dove siete ora?”

Silenzio.

“Signore, dove siete?”

Mi sembra di distinguere un lieve bagliore, qualcosa di bianco in lontananza, grigio, rosa. Mi alzo, devo scoprire cos’è.
Sento un tuffo al cuore improvviso, qualcosa non va, e forse un ricordo torna alla mente un istante, si affaccia, sorride e se ne va come a voler dire ma ad essere bloccato un istante nella timidezza.

Intanto mi avvicino e vedo come un immagine di un uomo, sembra anziano. Sembra un quadro, l’immagine sembra di un uomo sulla settantina, e seduto su una sedia di legno ma nel buio se ne vede solo un pomello salire accanto alla spalla destra. È rivolto verso di me, la fronte ampia. È un uomo di cui si direbbe ironicamente “ha la fronte alta” i capelli sono brizzolati, più bianchi che neri, le sopracciglia grandi e folte, lo sguardo buono ma vecchio e stanco. Il naso grande ma non troppo e porta una folta barba unita ai baffi, grigia brizzolata anch’essa, forse con qualche tratto ancora di castano lieve.
Porta una tunica nera di cui si vede poco se non il grande colletto largo a sua volta bianco, o grigio più chiaro della barba.

La mano sinistra è posata sull’appoggia braccio della grande sedia di legno, porta un anello con una pietra tonda all’anulare sinistro, non sembra però un anello che abbia a che fare con le nozze. La tunica o comunque questo vestito nero ha dei polsini bianchi, come il colletto.
Nella mano destra ha quello che sembrerebbe un antico cannocchiale.

“Ma per trovar il bene io ho provato
che bisogna proceder pel contrario:
Cerca del male, e l’hai bell’e trovato;
Però che ‘l sommo bene e ‘l sommo male
S’appaion com’i polli di mercato.”

Non ho capito, signore, ma è lei che ha parlato?

“Quello, che noi ci immaginiamo, bisogna che sia o una delle cose già vedute, o un composto di cose o di parti delle cose altra volta vedute.”

Poi si alzò. L’uomo si alzò dall’immagine e mi si avvicinò.

“Mio giovane allievo” disse.
“Osserva”
accanto a lui c’era un tavolo, non lo avevo visto prima, ed in mano non aveva più un antico cannocchiale ma un cronometro digitale moderno.
Sul tavolo una struttura di metallo reggeva un filo, al filo era appeso un gancio ed al gancio un cono con la punta verso il basso.
Sul cono c’era scritto 100g, cento grammi.

Prese il cono lo spostò di lato e lo fece ricadere in modo che dondolasse, in modo che facesse da pendolo.
Misurò con il cronometro l’oscillazione, per diverse oscillazioni, il tutto in assoluto silenzio.

Scrisse dei numeri su un foglio e poi dichiarò “1,60 secondi”.
Prese nuovamente il pendolo e lo alzò nuovamente, questa volta più di quanto lo avesse alzato precedentemente.
Riprese a misurare, scrisse nuovamente.
“1,60 secondi mio allievo”
Sorrise lievemente, con quel sorriso stanco e con gli occhi stanchi e gialli di un vecchio stanco e lentamente, come si muove un vecchio, prese il peso a forma di cono e lo sostituì con uno più grande, mi guardò un istante e lo fece nuovamente oscillare.

Misura, misura, misura, misura, scarabocchio.
“1,60 secondi, ancora”
Cambiò altri due pesi, e misurò sempre lo stesso valore.
Questa volta sempre in silenzio. Concentrato.
Poi girò una piccola vite all’altezza alla quale iniziava il filo e accorciò il filo stesso.
Mise nuovamente sul gancetto il primo peso e lo fece oscillare.
“1,40 secondi questa volta”
Ricominciò nuovamente l’esperimento con la nuova lunghezza.
Cambiare il peso, misurare, scrivere, “1,40 secondi”, cambiare il peso, misurare, scrivere “1,40 secondi”, cambiare il peso misurare.
Non so quanto andò avanti.
Poi d’un tratto si fermò e mi guardò, non proprio negli occhi, era come se guardasse contemporaneamente dentro di me ma lo sguardo fosse puntat0 leggermente più in basso delle mie pupille.

Si girò e disse “1,80 secondi”, regolò il filo, mise un peso scelto a caso senza guardare, misurò, misurò, misurò, scrisse.
“1,80 secondi”.
“Mio giovane allievo, cosa comprendi da questo?”
“Credo sia il principio del pendolo, l’oscillazione è indipendente dal peso ma dipendente dalla lunghezza del filo”

Fece qualche istante di silenzio. Poi d’un tratto come se non avessi parlato
“Mio giovane allievo, cosa comprendi da questo?”
Non sapevo cosa rispondere.
Mi distrassi un secondo guardandomi riflesso in uno dei pesi, erano lucidi e curvi, modificavano certamente l’aspetto, le forme. Ma difficilmente i colori.

I miei capelli erano corti, con la riga di lato, indossavo un grembiule da scuola elementare blu, non potevo esserne certo data la distorsione delle misure ma dovevo essere un bambino. O essere almeno travestito da bambino.
“Mio giovane allievo, forse lo capirai nel tempo e nello spazio. Senza velocità. Nel tempo e nello spazio”

Mi porse il cronometro digitale parlammo ancora a lungo di cose che non ricordo e che non saprei ripetere, poi si allontanò.

Il tavolo, non saprei dire quando, era scomparso, ed in mano ora ho un orologio antico come l’eterno. Un vecchio orologio da taschino, con dentro la foto di una signora che deve essere vissuta non so quante epoche fa. Pensandoci meglio ricordo che avevamo parlato della necessità di un metodo di verifica per comprendere ciò che siamo, da dove veniamo, per comprendere la realtà e riprodurla. Mi aveva detto di metterci il cuore, mi di non tradire mai me stesso neanche sotto minaccia o qualcosa del genere.

Ora sono di nuovo nel vuoto, accanto alla mia sedia con un orologio antico in mano.
Segna mezzogiorno.

Tic
Tac
Tic
Tac
Tic
Tac

Come il cuore del tempo.
Come il cuore

Nel tempo.

Non so perché, ma spesso mi viene spontaneo contare i battiti del mio cuore tum, tum, tum, confrontarlo con il battito dell’orologio leggermente più veloce, tic, tic, tic.

Lasciar passare una trentina di secondi, e poi fare la moltiplicazione e accorgermi che non mi ricordo assolutamente quale sia la frequenza cardiaca corretta e di aver fatto questo lavoro per niente.

Un tuffo al cuore, nuovamente.

Accade quando qualcosa cambia?

L’orologio segna mezzogiorno e un minuto. O è mezzanotte? Come se in questo istante iniziasse un viaggio, un mondo, qualcosa.

Sfugge

Tic, tac, tic, tac, tic, tac. C’è qualcosa che mi sfugge, è come l’impressione che questo orologio in qualche modo acceleri. Non è facile definirlo, e non ho modo di confrontarlo.
Voglio dire, avevo un orologio digitale poco fa, ma ora per qualche motivo non l’ho più al polso, forse me lo sono tolto parlando con quel vecchio eppure la sensazione è che qualcosa sia cambiato, come un salto nel vuoto.

Il battito del cuore. Devo rilassarmi, lasciare regolarizzare il battito del cuore e confrontarlo ancora una volta con il tempo.
Devo rilassarmi.

È divertente come rilassarsi sia la cosa più difficile al mondo quando vuoi rilassarti e quando una sensazione di irrequietezza inspiegata attanaglia la tua anima.

Tic, tac, tic, tac, tump, tump, tump, tic, tac, tic, tac.
L’orologio accelera, si, o rallenta il cuore.
Non dovrebbe rallentare il cuore, a meno che non stia rilassandomi. Non sto rilassandomi affatto, non dovrebbe rallentare il cuore quindi accelera l’orologio.
L’orologio è a carica, forse è troppo carico, ho letto da qualche parte che questi orologi a piena carica accelerano così quando sono scarichi possono rallentare un poco e mantenersi mediamente corretti.

O l’ho immaginato non ricordo, quindi forse ora è troppo carico.
Provo a girare la rotella per vedere quanto lo è.
Un giro, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove.
Beh, forse tira avanti di suo.
Probabilmente tira avanti da solo.

La sedia non c’è più.

Credo non resti che camminare.
Gli occhi ormai si sono abituati al buio ed ora posso dire con certezza che non c’è nulla. Ho anche dubbi se il pavimento esista davvero o se non sia una qualche specie di campo di forza che esiste solo dove sono i miei piedi o dove metto le mani quando le porto all’altezza dei piedi stessi.

Potrei provare a saltare improvvisamente, ma la paura mi attanaglia. E se saltando questa specie di campo di forza non facesse in tempo a crearsi? E se cadessi? E se si creasse un istante dopo mozzandomi un piede? E se non ci fosse fondo e cadessi in eterno?

In realtà ne sarei curioso, l’attrito dell’aria dovrebbe permettermi di accelerare fino ad un certo punto per poi mantenere la mia velocità costante, e a velocità costante non dovrei poter distinguere l’essere in movimento o il non esserlo.

Potrei stare cadendo anche ora quindi… no. No, i capelli sono fermi e sotto i piedi se spingo sento qualcosa.

E se quel qualcosa stesse cadendo e impedisse all’aria da sotto di scompigliarmi i capelli? Se fosse destinato ad arrivare su un fondo?
Se stessi semplicemente precipitando per trasformarmi in una polpetta di ossa e sangue sul fondo di qualcosa?

No. No. Non lo è, non ho modo di dimostrarlo ma non credo possa essere questo che sta accadendo.

“Mississipì”.
Non ricordo dove l’ho imparato ma “Mississipì” è una parola che pronunciata con il giusto accento dura un secondo.
Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic.

Forse mi sto facendo influenzare.
Posso nascondere l’orologio e dire Mississipì sessanta volta, ora segna le mezzanotte e diciotto, o mezzogiorno, non lo so.

Mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì.

Dodici e diciannove.

Misure

C’è qualcosa là in fondo. Sembra un luccichio, sembra come un piccolo rettangolo che riflette la luce.
Non so quale luce dato che c’è buio.

Che alternative ho? Credo che tra stare qui in piedi a contare secondi e battiti del cuore e andare a vedere di cosa si tratta l’alternativa meno noiosa sia decisamente andare a vedere di cosa si tratta.

Tic, tac, tic, tac, tic, tac. Mi sta ossessionando. Questo orologio mi sta ossessionando.
Lo devo gettare.

No.

Non posso, è l’unico baluardo della realtà. Non so di quale realtà, ma mi pare così terribilmente l’unica cosa che abbia un qualcosa di certo, di scientifico che separarmene forse mi porterebbe alla follia più che tenerlo con me.

Eppure quel pendolo, quel vecchio… questo stesso orologio con la sua catena è un pendolo.
Ho un modo per valutare se a sbagliare sia l’orologio o il mio cuore!

Quante oscillazioni fa l’orologio a mo’ di pendolo in un minuto?
Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette, ventotto, ventinove, trenta, trentuno, trentadue, trentatré, trentaquattro, trentacinque, trentasei, trentasette, trentotto, trentanove, quaranta, quarantuno, quarantadue, quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque, quarantasei, quarantasette, quarantotto, quarantanove, cinquanta, cinquantuno.
Sono passati trenta secondi. Fanno centodue oscillazioni al minuto, circa un secondo e sette decimi.

Se la fisica non mi abbandona questa è l’unica costante che ho.
Alle dodici e ventidue il mio pendolo oscillava centodue volte al minuto.
Queste sono le mie uniche misure del mondo, del tempo e dello spazio. La lunghezza della catena del mio pendolo, e centodue oscillazioni che misurano quello che per me sarà un minuto.

Ago 082009
 

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Apr 192008
 

Diciannove diciannove diciannove diciannove diciannove diciannove diciannove…
Troppi diciannove e Luna Piena, accadrà qualcosa, al più tardi domani.

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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