Giu 012017
 

Ho parlato spesso della montagna. Amo il mare, amo la natura in genere, amo viverla ma soprattutto amo la montagna. Sono molti i motivi ma uno di quelli che ho potuto provare in questi giorni è perché puoi osservarne il profilo. Il profilo di una montagna, da lontano, ti ricorderà sempre che tu la sopra ci sei stato. E non potrà mai togliertelo nessuno, neppure quando non sarai più in grado di salirci. Ti ricorderà sempre che la sopra ci sei stato, ti ricorderà sempre il sudore e il sangue e le bestemmie e il dolore delle spalle ma soprattutto ti ricorderà la soddisfazione di guardare il mondo da lassù. E non importa se sia stata un impresa che molti o pochi hanno fatto importa quello che tu hai provato salendoci, la sfida che hai ingaggiato con te stesso e con lei. Continue reading »

Giu 012017
 

 

 

 

 

Ed è ancora quella porta
-maledetta oscura-
che chiudo alle mie spalle una volta ancora.
Era così semplice oltrepassarla un tempo quando non provavo più sentimento alcuno.
Ancora quella porta un tempo introvata passata ancora una volta oltre cui inizia la ricerca in terre desolate.
E nuovamente quella porta, mentre ogni volta mi sento più vecchio
-sono più vecchio-
come si ripetesse da millenni.
E dopo la strada, dopo morti e battaglie ancora.
Ed è ancora quella porta
-maledetta insicura-
chiusa mi sbarra la strada per poi aprirsi a fatica e mostrare nuovi mondi
terre desolate e silenzi e ancora solitudini e fatiche da affrontare fino a raggiungerla
fino a raggiungere quella porta
-rossa oscura-
da abbattere aprire sfondare oltrepassare
e rabbia, e la forza di un guerriero
-stanco, abbattuto-
che lotta per raggiungere infine quella porta oltre cui nuove terre
-desolate, aride, piene di animali marcescenti-
dove affrontare nuove avventure e combattere e finalmente raggiungere
quella porta
-oscura maledetta-
mentre il mondo è andato avanti
l’anima come un telo un tempo bianco ora consunto che si strappa ad una carezza
sporco e secco del fango e della pioggia e del sale del mare
un telo antico con le tracce del sangue e del piscio e del silenzio.
Ma finalmente arrivo alla porta
-rossa maledetta oscura-
abbattendola vedo oltre,
vedo il mio destino,
le terre desolate e lontane e le lotte e lontano una porta
e ancòra. Àncora. Ancòra.
Ancòra àncora quella porta.

Apr 142017
 

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell’aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l’atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell’atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l’atto non era presente. Continue reading »

Mar 302017
 

<- La mia prima volta

Quando Marco mi fece provare non sembrava nulla di che. Alla fine lo facevano tutti, o almeno lo facevano le persone che io ritenevo le più intelligenti, le più sensibili, quelle di cui preferivo circondarmi. Ero un ragazzo, eravamo tutti ragazzi e sembrava una cosa figa.
Provi. Tanto hai tutta la vita davanti, anzi ai tuoi piedi. Perché a quell’età non hai idea di cosa sia la vita ne davanti ne dietro, sai cos’è l’oggi, l’adesso. Il domani tuttalpiù è il tempo che ti separa tra l’adesso e un evento interessante. Non sapevo ancora che un giorno sarebbe diventato un mondo di possibilità, di scelte, di fatica, fino a quel giorno non esisteva, e basta.
Il gioco è stato divertente, quando me lo ha proposte mi sono chiesto “cosa succede se provo? Cosa se non provo?”. L’unica risposta che mi sono dato è che se non lo avessi fatto sarei stato uno sfigato, che Marco non mi avrebbe considerato all’altezza. E così l’ho fatto.
Sapevo perfettamente non fosse una cosa di quelle cose che fanno i bravi ragazzi ma non avevo mai ambito ad esserlo, sinceramente non mi piacevano le categorizzazioni, quindi neppure questa. Ero consapevole che proprio il mio essere intelligente ed attento mi rendeva in grado di controllare la situazione e di non rischiare troppo tutto quello che i grandi dicevano fosse pericoloso o senza via di ritorno. Non sono mai stato una persona da festoni e casino ma questa esperienza mi univa comunque di più al piccolo gruppo di amici, non farlo me ne avrebbe probabilmente allontanato, tanto valeva provare. Non ne rimanei particolarmente colpito, non che facesse schifo o che fosse privo di effetti ma nella mia breve vita avevo provato vari generi di emozione, questo era uno dei tanti. Andrea invece lo trovava entusiasmante, la cosa più bella che mai avesse provato nella sua vita diceva, Marco stesso che ne era il promotore era rimasto stupito dalla reazione di Andrea.
All’epoca facevo atletica leggera, avevo iniziato qualche anno prima ed avevo fatto qualche garetta amatoriale, nei primi anni l’allenatore mi aveva fatto fare un po’ di tutto, lancio della pallina, velocità, salto in lungo, salto in alto. Io adoravo il salto in lungo anche se ero un po’ scarsino. Il calcio non mi piaceva e gli sport di gruppo non erano il mio forte. Forse per il fatto che portavo gli occhiali e quindi non ci vedevo benissimo o più probabilmente per attitudine, sono sempre stato un po’ un solitario. Uno di quei giorni l’allenatore mi chiese di partecipare ad una gara per il fine settimana. Non mi disse la specialità e io non ci feci caso. Avrei dovuto aspettarmelo che mi avrebbe giocato uno scherzo ma non ci pensai. Era inverno e la gara sarebbe stata una indoor, c’era una piccola pista al coperto che veniva montata in fiera ricordo che il numero del padiglione fosse il 18 Continue reading »

Nov 112016
 

“Quindi? Hai deciso?”
La persona da cui proveniva la voce lo stava guardando con aria interrogativa dall’altra parte di una scrivania. Lui era immobile, nel suo completo elegante leggermente stropicciato.
“Sì, non è stata chiara la mia risposta?”
Sembrava stupito del sentire nuovamente chiedere in merito alla decisione, era molto sudato ma apparentemente era come se qualunque fatica avesse fatto fosse relegata al di fuori di quella stanza, in una specie di oblio di cose dimenticate.
“Ricordi cosa hai risposto poco fa?” disse la persona dall’altra parte della scrivania.
“Certo ho detto che…” il volto dell’uomo si rabbuiò qualche istante. “Ho detto che…” Una vena gli si gonfiò sulla fronte, pulsava mentre si copriva il volto con le mani scuotendo la testa.
“Cazzo.” aggiunse. “Non avevo detto questo, solo pochi istanti fa ero certo del contrario! Ero sicuro che la decisione più sensata fosse…”
“Quindi? Hai deciso?” ripeté nuovamente l’altra persona.
L’uomo alzò la faccia dai palmi delle mani poco prima di urlare “Che cazzo mi avete dato da bere?”
“Nulla.” rispose la persona di fronte con tutta la calma del mondo.
La vena dell’uomo continuò a pulsare mentre lui rimaneva in silenzio.
Passarono alcuni minuti.
“Allora respirare, qualcosa? Qualche siero della verità?”
“Sei sicuro che sia questa la verità? Che sia la tua risposta definitiva?”
“Cazzo. No. Non è un siero della verità, non lo è perché la verità sarebbe una ed una soltanto, non è un cazzo di siero della verità, cosa mi avete dato?”
“Non ti ho dato nulla. Quello che sta accadendo sta accadendo solo grazie alla tua mente, a ciò che tu pensi. Ma non hai ricevuto nessuna sostanza ne da me ne da nessun altro.” La voce era assolutamente calma e rilassata, forse parlava leggermente a rilento “Ora è il momento di prendere una decisione, non c’è più tempo. Vuoi combattere o arrenderti? Ci credi ancora nonostante tutto o hai deciso che sia il momento di lasciarti andare?”
“Sei tu a controllare la mia mente. Sei tu che devi avere qualche potere, qualche cosa. Mi stai manipolando con le cose che dici” l’uomo sembrava agitarsi sempre di più, il pulsare della vena pareva volerla fare esplodere e le gocce di sudore avevano ripreso a scendere copiose. “Parli in maniera melliflua e mi fai cambiare idea, mi fai sragionare.” batté il pugno sul tavolo.
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.”
“Fanculo! Non credo di potercela fare! Mi è già stato detto che non ha senso, che non c’è speranza, che non c’è modo di affrontare quella battaglia, chi mi fa fare di lottare per qualcosa che non può che portare alla distruzione?”
“Il tempo sta per scadere, sarà qualcun’altro a decidere per te.”
L’uomo rimase in silenzio, i suoi occhi si muovevano velocemente in tutte le direzioni, cercava un appiglio, una certezza ma la stanza era vuota, non vi erano finestre e non si vedevano gli spigoli delle pareti. Tutto era di un bianco abbacinante tranne la sedia su cui era seduto, la scrivania e la sedia su cui era seduto il suo interlocutore. Vestito a sua volta di bianco.
All’esterno, qualunque cosa fosse l’esterno vi erano voci di persone, chiacchiere, risate.Cercava di isolarne le voci e di capire se qualcuno potesse comunicare con lui. A volte gli pareva di riconoscerne qualcuna, forse erano ricordi. Una frase gli ruotava in testa, gli pareva di vederla scritta, non aveva mai sentito una frase così pesante, schiacciante, pregna di responsabilità. La battaglia forse stava tutta in quella frase, il senso della battaglia, della sua vita stessa stava forse in quella frase e in niente altro. Era il peso che lo portava a cedere e la forza che lo portava a lottare. Allo stesso tempo.
Il ticchettio di un orologio segnava il tempo ed evidenziava il silenzio di quel luogo mentre la persona di fronte a lui lo fissava senza proferire parola.
Passarono ancora alcuni secondi che parvero ore.
“Quindi? Hai deciso?” disse l’uomo.

Set 112016
 

Ogni tanto le cose ritornano, come cicli come onde. Il ricordo di un passato è più bello quando arriva inaspettato. Non cambierà la mia vita, non il passato. Lo ha già fatto ed è stato bello per questo.
Un tempo ero una di quelle persone da foto di cose vecchie per rimuginare e ripensare, poi nel tempo ho capito come non importi ricordare necessariamente chi c’era in quel posto, cosa hai fatto, cosa hai visto. Preferisco che ciò che non è stato importante finisca lentamente nell’oblio delle cose dimenticate, preferisco che nella mia testa ci sia lo spazio per tutto quello che devo ancora vivere, per accumulare ricordi nuovi. Ed è la memoria a scegliere cosa fosse importante. Come un girasole preferisco guardare verso la luce e muovermi verso un divenire. Ed è in questo contesto che i ricordi importanti, le cose che ti hanno portato ad essere quello che sei emergono talvolta come una carezza od un sorriso che ti dicono che sì, stai andando nella direzione giusta, che sì esiste una linea diretta che porta da quel che eri a quello che sei ed è quella che puoi seguire passo passo da quel ricordo emerso a tutti e soli quei ricordi che ad esso sono legati. Ed è bello sorriderne e voltarsi sentendo che sono ancora lì, che sono in qualche modo come quando sai di avere con te una squadra di persone di cui fidarti e non ti importa di vederle, perché sono lì.
Stanno cambiando tante cose, e questo mese sembra essere crocevia di novità sotto ogni campo della mia vita che davvero abbia un interesse per me.
Mi è stato chiesto diverse volte in questi mesi, forse ormai in questi anni da dove venga la tranquillità che mi porto dentro, la serenità. Qualcuno dice che non me ne freghi nulla delle cose oppure che non provi sentimenti. Non è così. Credo di aver raggiunto oggi, e spero per lungo tempo una situazione di stabilità interiore che mi permette di non spostarmi prendendo colpi, o di spostarmi quel tanto da non risentirne. La consapevolezza che posso cambiare direzione, non significa aver perso, significa aver scelto.
Brulica di novità il mondo e la vita continua a rimanere stupenda.
Due situazioni in questo periodo mi hanno fatto riflettere su questo mio mondo di pensare.
In due su un cinquantino con le gomme lisce, tachimetro e contachilometri rotti, che probabilmente perdeva carburante e non gli funzionava il segnalatore della riserva, eravamo su una strada bianca disastrata sull’isola di Milo nelle Cicladi in Grecia. In caso di problemi in quella zona dell’isola l’assicurazione del noleggio non avrebbe coperto nulla e non sarebbe venuto a prenderci. Alla guida un caro amico mi ha chiesto “Ma se buchiamo? Non hai paura se buchiamo?”. Non ci ho pensato ed ho risposto “No.”.
Ci ho messo un po’ a chiedermi perché non avessi paura, se io fossi un temerario privo di sentimenti o ci fosse altro. Mi sono chiesto se avessi paura di farmi male, e quella l’avevo. Avevo paura di cadere su quei sassi, avevo paura di farmi male io o che se ne facesse lui, ma non avevo paura di bucare nonostante i cinque chilometri di sterrato, le salite e le discese. La risposta è arrivata solo qualche tempo dopo quando mi sono reso conto che mi sarei quasi divertito se fosse successo. Ero consapevole che avremmo faticato un mondo, che ci saremmo devastati di fatica, che eravamo quasi senza acqua sotto il sole, che avremmo perso l’intera giornata prima di arrivare in una zona dove ci sarebbero venuti a prendere. Ma ero consapevole, sono consapevole, che a distanza di qualche settimana l’avremmo raccontata come un’esperienza di cui ridere. Che qualunque cosa difficile, ti rende più forte e ti fa ridere di tutto. Sarebbe stata semplicemente un altra esperienza che sarebbe rimasta indelebile dentro, un ricordo per sempre, indipendentemente dalle foto. Avremmo suggellato per sempre un’immagine nelle nostre memorie e non sarebbero serviti file jpg per ricordare con chi eravamo, come eravamo, cosa era accaduto. Per questo non ne avevo paura.
Tornando da quel viaggio sono passato da una stazione in cui tanti anni fa, nel 1999 avevo fatto una scritta sul pavimento. L’avevo fatta per una ragazza per cui avevo una cotta adolescenziale, una delle tante per le quali ho avuto cotte adolescenziali per lo più dimenticate. Non mi servono decine di foto per ricordarla e non averne rende quella persona speciale, diversa da tutti perché la ricordo. Ho portato per anni nel portafogli un foglietto bianco scritto con una penna oro. Prima di venire rapinato. Quel foglietto è l’unica cosa persa in quella rapina che ricordi e mi manchi oggi.
“Traffico. Io vivo altrove.” firmato Torne. Per lei ho scritto la prima raccolta di poesie organiche dopo decine scritte a caso su un quaderno privo di ordine. Ho scritto la prima cosa con un inizio, un percorso ed un termine. Eravamo due persone diverse, incompatibili, ci siamo frequentati per davvero poco tempo ma intenso. Non ci siamo più cercati.
“Traffico. Io vivo altrove.” l’ho sempre trovata una piccola chicca di ermetismo Ungarettiano che nella sua semplicità mi ha stupito e negli anni è cambiata per me. Da un sentirsi alternativo e diverso forzatamente con un senso di superiorità come lo vivevo da adolescente oggi è ancora una frase che mi porto dentro come incisa. Più di quel “La vita è sogno fanne realtà” che porto appesa al collo ogni giorno dal 19 luglio 2006. Io vivo ancora altrove, lontano dal traffico. Guardo le persone litigare, muoversi agitate, guardo attorno a me accadere cose, e sono sereno. Non vivo lì. Non sono nella confusione del lavoro che faccio, non sono nei bisticci sulla politica stupida, non sono nel social network. La mia vita, quella vera, quella di cui sono pienamente soddisfatto è altrove, sulle montagne, nei boschi, sotto il pelo dell’acqua, nel dolore dei muscoli affaticati, nel piatto cucinato per qualcuno, nelle birre in un locale, nelle infinite frasi che scrivo, nei miei gatti e nel conte Frederick. Il lavoro cambiatemelo, martoriatemici, affaticatemi, chiedetemi di litigare di politica e mi ci butterò, ditemi che quello che scrivo fa schifo, buttatemi merda addosso. La mia vita è altrove.
C’è un’altra risposta in tutto questo: vivo solo perché non mi interessa avere accanto qualcuno che non viva dove vivo io, che non viva altrove. Un girasole che guardi avanti, e non nel traffico di questo mondo.

Mar 262015
 

Ad ogni passo
-lento-
per quanto live corrisponde il suono frusciante della neve pressata al di sotto delle corde che costituiscono la racchetta da neve.
Le gambe -pesanti- proseguono nel loro lavoro incessante, il ginocchio dolorante si piega,
si alza,
permette al piede
-lentamente-
di salire, di alzarsi dalla neve, da quei centimetri in cui è sceso nonostante la racchetta che intanto si stacca dal tallone inclinandosi e lascia cadere
-piano-
la neve che vi si era depositata poco prima.
I muscoli della coscia hanno un solo breve istante di riposo mentre la gamba sta scendendo nuovamente verso il legno che stava tracciando un solco con il vertice dietro abbassato e torna orizzontale a sprofondare lievemente
-ha nevicato da poco-
e mentre il ginocchio diminuisce l’angolatura il quadricipite torna ad irrigidirsi per sostenere il peso del corpo
-gli acidi lattici-
si fanno sentire
-i chilometri-
le ore di cammino e la salita
-il freddo-
mentre arriva il momento di un altro passo che
-lentamente-
porta avanti ancora di qualche centimetro tra infiniti centimetri dietro in basso da un dove verso altrove molto più in là il freddo
-pungente-
come aghi di questi pini di cui l’odore si spande attutito dall’umidità a congelarsi entra nelle ossa col vento
le braccia intirizzite tremano lievemente
-ed il fiato-
si congela
-l’acqua-
il mondo col vento del nord che soffia bianco trito di ghiaccio a colpire gli oggetti
-il volto-
nel silenzio
-l’anima-
irreale dietro le urla tra le fronde degli alberi e si fa che spazio nella mente.
-gli occhi-
Un altro passo, una fitta al ginocchio, ancora uno e poi sarà di nuovo un adesso
-lentamente-
un fruscio della neve pressata mentre il piede comincia ad alzarsi

Ott 052014
 

Nota del 01/02/2016:
Questo post sta acquistando una inaspettata notorietà e la quantità di visite che riceve è in fortissimo aumento, ci tengo a specificare che tale riflessione è indirizzata ai capi facenti parte dell’associazione Agesci ma non all’istituzione Agesci che come tale non credo possa ad oggi schierarsi pubblicamente su questi temi senza una discussione interna. Non vuole per tanto essere sprono per chi sostiene campagne denigratorie nei confronti della stessa, ma tuttalpiù per chi ne promuova una discussione interna che non passi dai media.
Ringrazio per i commenti ricevuti (che non pubblicherò per evitare l’alimentazione di polemiche) nel bene e nel male e ricordo a chi mi accusa di mantenere l’anonimato che in questo blog non ho mai nascosto il mio nome, e vi si trovano agevolmente le mie generalità.


Caro capo scout Agesci, che hai aderito liberamente al patto associativo della nostra grande associazione, oggi volevo discutere con te di alcune implicazioni della tua scelta e di come la nostra associazione stia andando in questi ultimi anni.

Purtroppo è oggettivo che vi sia un turnover che funziona male, i vecchi capi dalla grande esperienza restano a fare servizio fino ad età avanzate e questo in una prima analisi non può essere considerato negativo, ma i giovani capi invece tendono a rimanere in servizio per pochi anni lasciando il peso del servizio e di portare avanti questa associazione agli irriducibili della prima categoria.
Questo credo sia il focus principale su cui concentrarsi per spiegare e per risolvere i problemi che affliggono la tua associazione.

Fratellanza scout

Che si voglia accettarlo o no negli ultimi trent’anni il mondo è cambiato con ritmi sempre più veloci, sempre più difficili e sempre meno comprensibili da chi non ha vissuto in gioventù questi cambiamenti. Prima c’è stato il sessantotto, si ci sono stati i sommovimenti popolari, il terrorismo, anche questi sono stati cambiamenti notevoli, ma cambiavano più le idee che il modo di vivere. Oggi le idee cambiano poco, spesso ci vengono propinate dall’esterno, ma i ritmi cambiano radicalmente.
Il modo di vivere cambia radicalmente.

Rileggendo il patto associativo, già nelle prime righe si apprende quali siano gli obiettivi primari che dovremmo porci. Senza dovizia di una completa lettura che in questo momento sarebbe eccessivamente lunga voglio evidenziare alcuni passaggi che potrai liberamente rileggere nel contesto completo di questo documento su cui stai basando la tua scelta educativa.

Lo scopo dell’Associazione è contribuire, secondo il principio dell’autoeducazione, alla crescita dei ragazzi come persone significative e felici. 

[…]

Offriamo loro la possibilità di esprimere le proprie intuizioni originali e di crescere così nella libertà inventando nuove risposte alla vita con l’inesauribile fantasia dell’amore.

[…]

Operiamo per la pace, che è rispetto della vita e della dignità di ogni persona; fiducia nel bene che abita in ciascuno; volontà di vedere l’altro come fratello; impegno per la giustizia.

[…]

La nostra azione educativa cerca di rendere liberi, nel pensare e nell’agire, da quei modelli culturali, economici e politici che condizionano ed opprimono, da ogni accettazione passiva di proposte e di ideologie e da ogni ostacolo che all’interno della persona ne impedisca la crescita.

Quante volte nelle vostre comunità capi, nelle vostre riunioni di zona invece la risposta alla richiesta, proprio di un giovane è la chiusura?
Non è difficile fare esempi.

È un dato di fatto che a causa della necessità odierna di proseguire con gli studi fino all’università o spesso più avanti, a causa della crisi del lavoro dei giovani e dei loro genitori che devono mantenerli l’impegno che un giovane può mettere oggi nel servizio a è decisamente diverso da quello che poteva mettere un coetaneo vissuto trent’anni fa. La stabilità economica era diversa, molti erano sposati all’età in cui oggi si sta ancora seduti sui banchi a studiare, molti lavoravano già all’età in cui molti oggi sono in cerca del primo impiego o hanno già perso il primo impiego.

Si, forse questo porta ad una maturità in tempi diversi, ma “Operiamo per la pace, che è rispetto della vita e della dignità di ogni persona; fiducia nel bene che abita in ciascuno; volontà di vedere l’altro come fratello; impegno per la giustizia” o no? Se fosse nostro fratello, quello vero, e qui mi rivolgo ai meno giovani, nella stessa difficoltà cercheremmo una soluzione o lo lasceremmo abbandonato a se stesso?

La famiglia è cambiata, che vogliamo accettarlo o meno, perfino la chiesta sta interrogandosi su questo, ci sono giovani che economicamente, logisticamente, tecnicamente non hanno modo di sposarsi perché il lavoro non lo permette, perché la banca non darà mai un mutuo o per mille motivi ma che vogliono intraprendere un cammino che li porti comunque ad una vita di coppia e alla speranza di un matrimonio ed una famiglia, di avere dei figli e di educarli al meglio

Un’associazione che “cerca di rendere liberi, nel pensare e nell’agire, da quei modelli culturali, economici e politici che condizionano ed opprimono, da ogni accettazione passiva di proposte e di ideologie e da ogni ostacolo che all’interno della persona ne impedisca la crescita.” davanti a questi casi dovrebbe mostrare chiusura mentale e incapacità di discutere o dovrebbe cercare una discussione il più possibile aperta al dialogo nella ricerca di valutare ogni aspetto della situazione nel bene nel male e le sue conseguenze? Davvero un capo che non riesce per validi motivi a sposarsi deve vivere a casa di mamma fino ai quarantacinque anni con la persona che ama che vive anch’essa da mamma aspettando la menopausa per poter mettere su una famiglia o si può valutare caso per caso con intelligenza e tatto cercando di essere liberi da modelli culturali che condizionano ed opprimono ed da ogni accettazione passiva di proposte e di ideologie e da ogni ostacolo che all’interno della persona ne impedisca la crescita?
Non l’ho scritto io questo patto associativo e non ho costretto te ad accettarlo.

È molto facile giustificare ognuna di queste scelte di chiusura con il fatto che “la chiesa dice così” ma ci domandiamo fino a che punto davvero la chiesa dica così e fino a che punto sia il nostro scudo?

Il Patto Associativo prosegue dicendo
Per attuare questo programma profondamente umano, pensiamo che solo Cristo è la verità che ci fa pienamente liberi; questa fede è lo spirito che dà vita alle cose che facciamo.

Cosa avrebbe fatto Cristo in questi casi? Cosa ha fatto con la Maddalena? Cosa ha fatto con i peccatori che ha incontrato? Ha tirato fuori la spada da crociato e li ha decapitati? Li ha cacciati urlando? Si solo una volta, quando hanno usato il tempio come mercato. Ma ci chiediamo se le scelte dei giovani che stiamo perdendo nell’associazione sono come quelle del mercante nel tempio o se sono dettate dall’amore, dalla fatica, da un progetto di vita, da una difficoltà? Oppure ancora una volta pur di non affrontare i dogmi che ci portiamo dentro, non affrontiamo, ci nascondiamo dietro il dito dei giovani d’oggi immaturi?

I Capi testimoniano l’adesione personale alla Legge e alla Promessa scout. 

Svolgono il loro servizio secondo il metodo e i valori educativi dell’Associazione, che si desumono dagli scritti e dalle realizzazioni pedagogiche di Baden-Powell, dalla Legge e dalla Promessa.

Il metodo scout attribuisce importanza a tutte le componenti essenziali della persona, sforzandosi di aiutarla a svilupparle e a crescere in armonia, secondo un cammino attento alla progressione personale di ciascuno.

Baden Powell ha mai detto che un omosessuale è immorale e incapace di educare? Chi ha deciso che sia così prima di deciderlo si è interrogato o si è lasciato trasportare da un facile “è innaturale, a me fanno schifo, la famiglia è importante”? Si sono mai chiesti se questo non abbia una famiglia, magari una famiglia che è così grande e forte da averlo aiutato a superare questa che oggi è ancora un enorme difficoltà dandogli un esempio di coesione, e coraggio che poche famiglie hanno avuto occasione di dimostrare?

Quando fai scelte che escludono a priori persone le fai leggendo la legge scout e la promessa che hai fatto o le fati seguendo l’istinto che la tua tradizione personale ti porta ad avere senza riflettere sulla persona che hai davanti?

La risposta a cui hai aderito liberamente è scritta poche righe dopo.

Intendiamo valorizzare e far crescere i doni di ciascuno, al di là delle differenze e a partire dalla ricchezza che la persona è ed ha. 

Il metodo si evolve ed arricchisce nel corso della storia associativa

Non significa solo passare da 4 tappe a tre in reparto, o fare i lupetti un anno in più od uno in meno

L’educazione politica si realizza non solo attraverso la presa di coscienza, ma richiede, […], un impegno concreto della comunità, svolto con spirito critico ed attento a formulare proposte per la prevenzione e la soluzione dei problemi.

La diversità di opinioni presenti nell’Associazione è ricchezza e stimolo all’approfondimento delle nostre analisi; tuttavia non deve impedirci di prendere posizione in quelle scelte politiche che riteniamo irrinunciabili per la promozione umana. 

Ci impegniamo pertanto a qualificare la nostra scelta educativa in senso alternativo a quei modelli di comportamento della società attuale che avviliscono e strumentalizzano la persona, come il prevalere dell’immagine sulla sostanza, le spinte al consumismo, il mito del successo ad ogni costo, che si traduce spesso in competitività esasperata.”

Quando sbattiamo le porte in faccia a qualcuno, direttamente o anche solo facendogli capire che se non hanno abbastanza tempo non vogliamo facciano servizio, che se hanno una difficoltà non sono bene accetti, se hanno una differenza di opinione non saranno in grado di educare ai valori che magari hanno comunque vissuto nelle loro famiglie, stiamo prendendo posizione su una scelta che riteniamo irrinunciabile perché davvero lo è o perché abbiamo paura di discuterne?
Perché sono cose che avviliscono la persona, che fanno prevalere l’immagine alla sostanza, che sono spinte dal consumismo o perché nonostante siano difficoltà serie e importanti noi abbiamo paura di affrontarle mano nella mano con chi le sta provando?

Ci impegniamo ad educare al discernimento e alla scelta, perché una coscienza formata è capace di autentica libertà” O no?

Ci impegniamo a rifiutare decisamente, […] tutte le forme di violenza, palesi ed occulte, che hanno lo scopo di uccidere la libertà” o diventiamo noi i carnefici?

 

Ci impegniamo a spenderci particolarmente là dove esistono situazioni di marginalità e sfruttamento, che non rispettano la dignità della persona […].  Ci impegniamo a formare cittadini del mondo ed operatori di pace, in spirito di evangelica nonviolenza, affinché il dialogo ed il confronto con ciò che è diverso da noi diventi forza promotrice di fratellanza universale.” O stiamo chiudendoci e facendo violenza psicologica su chi ci sta porgendo una mano per fare servizio con noi e per fare fronte comune alle difficoltà educative di ogni giorno?

Il Patto Associativo a cui hai aderito lo conosci? Lo ami? Lo segui in ogni suo punto? Perché se non è così forse dovresti chiederti se le persone a cui stai chiudendo la porta magari lo seguano più di te, e siano in diritto più di te di far parte di questa grande associazione.

L’associazione sta perdendo i giovani, ma i giovani continuano ad arrivare. Arrivano e poi se ne vanno. Questo non significa che i giovani non hanno voglia di fare servizio, significa che i giovani non si sentono compresi, non si sentono accettati, si rendono conto che questa associazione non fa per loro.

Il problema è che presto o tardi anche i meno giovani finiranno, e quindi chi porterà avanti questo magnifico metodo educativo che ci contraddistingue? Lo lasceremo fare alle tante associazioni che ormai stanno copiano il nostro metodo e lo stanno esportando in salse e versioni diverse grazie ai giovani che fuggono da questa?

Potrebbe essere una soluzione giusta purtroppo.

Per tutti, per chi resta e per chi se ne va: lo scoutismo ci ha insegnato a fuggire o ad affrontare le cose cercando il cambiamento?

Il patto associativo si conclude con queste parole:

L’AGESCI, consapevole di essere una realtà nel mondo giovanile, sente la responsabilità di dare voce a chi non ha voce e di intervenire su tematiche educative e politiche giovanili sia con giudizi pubblici che con azioni concrete. Collabora con tutti coloro che mostrano di concordare sugli scopi da perseguire e sui mezzi da usare relativamente alla situazione in esame, in vista della possibilità di produrre cambiamento culturale nella società e per “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato””

Vogliamo essere quell’associazione che viene strumentalizzata dal politico di turno o vogliamo essere noi a guidare la nostra immagine?
Vogliamo collaborare con tutti coloro che mostrano di concordare sugli scopi da perseguire o vogliamo cacciarli perché li vediamo diversi nonostante abbiano i nostri stessi valori e obiettivi educativi?

Ma soprattutto: vogliamo produrre cambiamento culturale nella società e per “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato” o vogliamo mantenere la cultura e il modus operandi secolarizzato di dogmi e regole immutabili nel tempo senza adeguarci alla società?

Dovremmo essere davanti alla società a guidarla, non lasciarci trainare indietro dal passato e frenare la società moderna nella vana speranza che non cambi.
Rimarremmo sempre indietro, perderemmo sempre di più chi vive nella società moderna, in definitiva faremmo morire un movimento non perché non ci crediamo, ma perché non ci rendiamo conto che il patto su cui si basa e a cui abbiamo creduto di aderire è già di per se la guida verso il futuro del cambiamento e contiene già le linee guida per navigare verso il futuro.

Fai le tue scelte mio caro Capo Scout.
Liberamente.
Non sarò io a obbligarti, il mio è solo un consiglio: rileggiti la legge, la promessa che hai fatto, il patto associativo a cui hai aderito.
E fai liberamente le tue scelte.

 

Firmato Uno come te, per nulla diverso da te.

Apr 242011
 

In principio Dio creò il cielo e la terra.
Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: “Sia la luce!”.
E la luce fu.
Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte.

E fu sera e fu mattina:  primo giorno.
Dio disse:  “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”. Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento.
E così avvenne.
Dio chiamò il firmamento cielo.

E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
Dio disse:  “Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto”. E così avvenne.
Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare.
E Dio vide che era cosa buona.
E Dio disse: “La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie”. E così avvenne:  la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona.

E fu sera e fu mattina: terzo giorno.
Dio disse: “Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra”.
E così avvenne:  Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona.

E fu sera e fu mattina: quarto giorno.
Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo”. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra”.

E fu sera e fu mattina: quinto giorno.
Dio disse: “La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie”. E così avvenne: Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.

E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.
Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.

Dio li benedisse e disse loro:

“Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra”.

Poi Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde”. E così avvenne.  Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.

E fu sera e fu mattina: sesto giorno.
Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro.  Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto.  Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

E fu sera e fu mattina: ottavo giorno.
Dio vide nel mezzo del mondo un uomo, Abramo che si guardava intorno dimentico del passato e smarrito al quesito di chi avesse creato tutto questo.
Scese sulla terra e vi parlò per poi lasciarlo vivere e lasciare che il suo verbo si espandesse. Rimase a seguire l’uomo per ore, tra le sue guerre, e le civiltà.
L’uomo era diverso dagli altri animali e seguirlo era un’attività molto più faticosa delle precedenti.

E fu sera e fu mattina: nono giorno.
Dio disse: “dov’è finito l’uomo in questa notte?” E fece scendere il suo figlio primogenito sulla terra per indicare la via agli uomini, li seguì il tempo che questi nuovi insegnamenti si espandessero poi la fatica lo portò nuovamente a riposare.

E fu sera e fu mattina: decimo giorno.
Dio disse: “dov’è finito l’uomo in questa notte?” E con rammarico guardò le armate vestite di bianco fregiate di croci rosse, guardò le guerre e il sangue, guardò la barbarie, e vide che non era cosa buona e giusta. Decise di cambiare il mondo, ancora una volta ma con segni più piccoli per non interferire troppo, mandò santi e cultura, voglia di rinascita.

E fu sera e fu mattina: undicesimo giorno.
Dio disse: “non è questo ciò per cui ti ho creato libero” e urlò all’uomo di smetterla col petrolio, con l’uranio, con il sangue e le guerre fratricide, fece tremare la terra, scaldare il cielo, lanciò segni che non lasciassero dubbi sul rischio dell’uomo di distruggere la terra stessa che gli era stata donata.

E fu sera e fu mattina: dodicesimo giorno.
Dio scese sulla terra e non vi trovò un solo uomo, ma trovò ancora piante, animali e la terra che liberatasi del proprio male aveva ripreso a vivere.
E vide che era cosa giusta.

Feb 222011
 

Qui mi sono imbattuto in un interessante ed esaustivo elenco delle strategie più usate dai ciarlatani in generale e da quelli che bazzicano il web in particolare.
Ho pensato di riproporlo con qualche modifica per adattarlo a ciò che accade in forum e blog (l’originale si riferiva nello specifico all’ambiente dei newsgroup), in quanto veramente illuminante, anche perché quella che ho linkato è la versione italiana di una lista di fuffosità varia redatta inizialmente da un gruppo statunitense, a dimostrazione del fatto che tutto il mondo è paese: le regole che seguono, vi ricordano il comportamento di qualcuno, per purissimo caso?

Per essere un Fuffaro come si deve, è necessario seguire le seguenti norme:

1.

Preferite sempre la chiave di lettura cospirazionista rispetto alla chiave di lettura noiosamente banale: le spiegazioni naturali, come ad esempio che a Roswell sia caduto un pallone-sonda, sono per i sempliciotti e per le spie del governo. Se volete andare a letto con quella topina newage tutta curve non ditele che l’astrologia è una cretinata (anche i non-fuffari possono trarre temporaneo beneficio da questo consiglio).

2.

Mai cercare la più semplice ed ovvia causa di qualcosa ed in particolare evitate come la peste di menzionare il Rasoio di Occam: è la vostra nemesi!

3.

Dovete essere convinti che la parola «anomalia» significhi «conferma indubitabile» di attività paranormale, o analogamente «dimostrazione inoppugnabile» di presenza aliena, o ancora «prova incontestabile» di misterioso e malvagissimo complotto a livello come minimo mondiale se non intergalattico.
Quindi usate la parola «anomalia» più spesso che potete: eventualmente arricchitela da aggettivi come «inspiegabile», «inquietante», o, se siete in full attack mode, «evidente», «lampante», ed altro che implichi gravi difetti psicofisici in chi osasse trovarla qualcosa di normale.

4.

Definite tutto quello che è comunemente accettato, e contro cui vi battete, usando l’aggettivo «ufficiale» in senso dispregiativo, come se si trattasse di un’imposizione proveniente da qualche autorità di cui bisogna diffidare e non di cose che chiunque, solo volendolo, può verificare.
Riempitevi la bocca di frasi che iniziano Continue reading »
© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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