Giu 262017
 

Ci sono tre sport che amo in questo periodo. Ne ho fatti molti, più di quanti potrei ricordarmi cercando di fare un elenco in questo momento, non sono mai stato un patito di nessuno di questi, forse dell’atletica leggera a suo tempo. Gli sport che amo in questo periodo sono nell’ordine il running, la subacquea e il trekking. Ognuno ha il suo perché nell’economia della mia vita, ognuno ha il suo ruolo specifico.
Il running lo vivo come espressione massima di solitudine. Lo vivo così un po’ perché non sopporto molto di dover andare al ritmo di qualcun’altro che sia più o meno veloce di me. E non sopporto molto l’idea di costringere qualcun’altro al mio ritmo. Facendo running ho modo di pensare, di ragionare, di estraniarmi dalla realtà e osservando solo quei due metri che separano me dai prossimi tre passi lasciare fluire il tempo. Correndo il mio cervello si svuota abbastanza da poter pescare in quel mare enorme delle idee sconnesse. Se non corressi forse non sarei in grado di scrivere, se non scrivessi forse non sarei in grado di vivere. Da qualche ho parte ho letto che molti scrittori corrono, o almeno camminano molto, Murakami e King ne decantano i benefici, qualcuno dice che sia anche l’unico modo per rigenerare cellule del cervello. Onestamente credo sia una  Continue reading »

Set 122015
 

La sua infanzia non fu delle più felici, non che le mancassero gli affetti, i giochi, gli amici, non che la sua famiglia fosse particolarmente povera o disattenta, la causa scatenante fu certamente un evento della durata di poco più di quindici minuti, una frazione di questi quindici minuti durata forse non più di dieci. Una visione sola di un solo istante e di nuovo tutto ciò che ci sta attorno dilatato nuovamente in quello che significavano quei quindici minuti ed infine verso tutto il resto della vita a partire dal centro del tempo, del corpo, dell’energia, dal centro dello stomaco. La sua nascita fu semplice e veloce e in breve si trovò tra le braccia di una mamma medio borghese e di cultura abbastanza alta e quelle di un padre altrettanto medio borghese ma di una cultura ben più elevata, una famiglia ricca sia del tempo che delle sostanze, una famiglia accogliente e di sani principi, quasi da film americano. Non sempre però è tutto questo quello che serve ad una figlia per crescere o non sempre tutto questo può rimanere il tempo giusto per darle il tempo di conoscere il mondo ed abituarvisi. Crebbe come una bimba felice e sorridente, lo fu sempre in ogni fase della sua vita ad eccezione di quella fase dell’adolescenza che quasi tutti passano, la fase degli scontri generazionali, della ricerca dell’identità, e della fuga da qualcosa che in lei risultava irrisolto ed incomprensibile. Dimenticato e al contempo indimenticabile. Quest’ultima, la presenza costante di un mostro, per fortuna della maggior parte delle persone non è una fase fondamentale, ma fu questa probabilmente la cosa che la rese ciò che fu, nel bene e nel male. Nella forza e nella debolezza qualunque delle due parti fosse l’una e qualunque l’altra. Erano tempi di un passato quasi fiabesco in cui ancora i ritmi erano blandi, in cui per comunicare si usavano lettere di carta, telefoni con i fili, tempi in cui era necessario essere in casa per ricevere una telefonata ed aspettare per ricevere risposte scritte, tempi in cui si comunicava a parole e discorsi e non a faccine ed abbreviazioni. Suo padre però aveva la consuetudine pochi istanti prima di tornare a lavoro di alzare la cornetta del telefono e fare il numero di casa, un singolo squillo e da quel momento partiva il tempo. Mathilde da quell’istante contava quindici minuti esatti, non uno di meno e non uno di più e poi correva alla porta ad attenderlo, puntualmente sentiva le chiavi appese alla cintura di suo padre tintinnare su per le scale, fino a davanti alla porta, poi nuovamente tintinnare più forte e la serratura girare, la porta aprirsi e poi vedeva spuntare quelle grandi manone forti e la pancia tonda ma non grande sovrastate da due spalle grandi e lontane lontane lassù in alto e più in su ancora la sua barbuta faccia allegra che si avvicinava scendendo, abbracciandola e dandole un bacio grande sulla fronte. Quella volta accadde qualcosa di diverso. Quella volta suo padre doveva passare a prenderla per portarla al compleanno della sua migliore amica e lei era vestita a festa, il vestito intero azzurro e rosa con la gonna poco sopra le ginocchia, la schiena un po’ scoperta e le braccia completamente. Di profilo un po’ di seno iniziava a spuntare in un misto di apprensione e di aspettativa, sentiva di stare crescendo di fuori ma si sentiva ancora bimba dentro ed il rossetto un po’ vistoso e le unghie con lo smalto colorato di colori vivaci aumentavano questo contrasto in modo visivo e lo facevano uscire dalla sua testa per concretizzarsi. Non avrebbe mai più indossato dello smalto colorato, né un rossetto forte, ne molti altri dei trucchi che ne modificavano la gioventù e la facevano essere quasi adulta e al contempo bimba ma non avrebbe ricordato per anni il perché di questa scelta inconsapevole. Quella sera i quindici minuti passarono in fretta, come se l’orologio corresse, come se il mondo precipitasse in fretta verso una singolarità nel tempo e passata quella al contrario parve dilatarsi, rallentare, rallentare fortissimo e disperdersi. Poi squillò il telefono, squillò di nuovo mentre mamma si avvicinava lentamente come già aspettandosi qualcosa, bianca in volto “pronto”, disse. E niente altro per un tempo interminabile e poi “va bene”. Si vestì in fretta, senza dire nulla, con il volto come congelato, immobile, inespressivo. La spinse dolcemente ma risolutamente in macchina e la portò alla festa. Attese qualche istante dopo che la porta della casa che ospitava la festa fu chiusa ma non abbastanza perché l’urlo non si sentisse sopra al rumore del motore dell’auto accesa, sopra la musica e le urla dei ragazzini, non lo sentì quasi nessuno, tranne Mathilde che lo dimenticò secondi o anni dopo. Suo padre non era più. Vi era da qualche parte un corpo privo di una mente, di un’anima, di una personalità, un corpo spento che non poté più abbassarsi a stringere, né a baciare ma non le fu concesso di saperlo, non le fu concesso di salutarlo, non le fu concesso nulla di quello che forse sarebbe bastato a salvarla. Qualche ora dopo la madre tornò a prenderla. Dal suo punto di vista l’aria degli adulti era particolarmente mesta, non solo quella di sua madre ma quella di tutti indistintamente; aveva passato la festa mangiando per non parlare con gli altri, per non dover spiegare perché non avesse voglia di giocare, per non spiegare che era offesa perché era accaduto qualcosa e nessuno aveva avuto la decenza di spiegarglielo ed ora tutto quel cibo pesava nel suo stomaco come un macigno enorme mentre nella conferma di uno stato alterato del mondo la sacca si stringeva in un pugno. Sua madre la portò a casa e dopo averla lasciata in camera si chiuse a sua volta nella propria nel silenzio. Non disse una parola per tutto il tragitto, non disse una parola in casa mentre la casa stessa era come un enorme cuscino schiacciato sulla faccia della vita che era esistita fino a quel momento. Solo un tempo lunghissimo più tardi bussò alla porta e disse “Mathilde, ti devo parlare, è successa una cosa a papà” le raccontò una favola come la si racconta ai bambini, le raccontò che suo padre se ne era andato via e che non sarebbe tornato mai più. I bambini non temono la morte, i bambini hanno piena coscienza della morte del cessare di esistere e lo vivono come un fatto naturale, triste ma naturale, è tutto ciò che gli adulti vi costruiscono sopra a creare il problema e questo fu il suo personale di problema, il suo specifico, enorme personale problema, non il fatto che suo padre non sarebbe tornato. Non il fatto che suo padre avesse cessato per sempre di esistere. Il mondo era improvvisamente divenuto falso. Il mondo stava improvvisamente mentendo. Ascoltò sua madre parlare e piangere e parlare ancora e giustificarsi per cose inesistenti e piangere ancora fino a quando concluse “C’è pronto da mangiare. Ti va di mangiare qualcosa? Non mangi da un po’. Vai a lavarti le mani”. Annuì e il suo stomaco ancora pieno, bloccato si strinse fino a divenire una nocciolina. Si alzò e andò in bagno: fu questo il momento. Questo e nessun’altro. Lo stomaco orma pieno, bloccato, cementificato volle svuotarsi e lei si chinò a vomitare nel gabinetto, in un misto di schifo e liberazione, di sofferenza e di gioia, di acido e liberatorio. Si pulì la bocca con la carta igienica e per un istante si fermò dicendo “Mam…” e poi pensò che forse sarebbe stato peggio per entrambe. Fu la prima volta che si sentì grande, fu la prima volta che ebbe il sentore che avrebbe dovuto cavarsela da sola nella vita. Ma il momento nel momento, il momento chiave di tutti i momenti fu quando allungò la mano, prese distinto l’asciugamano di suo padre e vi pianse dentro. Quando l’odore della pelle misto al dopobarba entrarono dritti nel suo cervello, entrarono come un colpo di pistola, come una penjet di benzodiazepine diretta nell’ippocampo e le lacrime di rabbia, di impotenza, di gioia sgorgarono contemporaneamente come in un fiume di emozioni. Suo padre sembrava ancora lì, ancora presente, era in definitiva davvero parte di lui e attraverso i polmoni entrava in lei. “Mathilde! Dai è pronto!” era lui ad averle dato quel nome, il nome di un asteroide scoperto cento anni prima. Nascose l’asciugamani nel suo posto segreto e come se niente fosse andò a cena.

Lug 042015
 

Guiderei ore questa notte
-nel nulla di un tutto-
senza meta.

Guiderei ore, chilometri verso un nulla
-come un tempo con te-
nel silenzio di strade non frequentate

Penso a te ad ogni matrimonio
-ancora-
come se ciò che resta irrisolto fosse risolvibile dal tempo
e navigo nel mondo senza un pezzo

Dopo ore a ridere bere e parlare al microfono
-Jolly della festa-
dopo ore a regalare sorrisi penso a te
sulla strada
nel silenzio
ancora
ancora
ancora

ancora

E guido senza accanto nessuno.

Apr 292015
 

Il sesso, l’ebbrezza e il sangue richiamarono sempre il mondo
sotterraneo e promisero a più d’uno beatitudini ctonie. Ma il tracio
Orfeo, cantore, viandante nell’Ade e vittima lacerata come lo stesso
Dionisio, valse di più.(Parlano Orfeo e Bacca).

Orfeo: E’ andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.

Bacca: Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. Qui si
diceva ch’eri caro agli dèi e alle muse. Molte di noi ti seguono
perché ti sanno innamorato e infelice. Eri tanto innamorato che – solo tra gli uomini – hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito.

Orfeo: Che c’entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.

Bacca: Qui si dice che fu per amore.

Orfeo: Non si ama chi è morto.

Bacca: Eppure hai pianto per monti e colline – l’hai cercata e chiamata – sei disceso nell’Ade. Questo cos’era?

Orfeo: Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla.

Bacca: Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.

Orfeo: Per poi morire un’altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla.

Bacca: E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l’hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere.

Orfeo: Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.

Bacca: Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un’esistenza.

Orfeo: Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo.

Bacca: Molte di noi ti vengon dietro perché credevano a questo tuo pianto. Tu ci hai dunque ingannate?

Orfeo: O Bacca, Bacca, non vuoi proprio capire? Il mio destino non
tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo.

Bacca: Qui noi siamo più semplici, Orfeo. Qui crediamo all’amore e alla morte, e piangiamo e ridiamo con tutti. Le nostre feste più gioiose sono quelle dove scorre del sangue. Noi, le donne di Tracia, non le temiamo queste cose.

Orfeo: Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti… Non vale la pena.

Bacca: Un tempo non eri così. Non parlavi del nulla. Accostare la morte ci fa simili agli dèi. Tu stesso insegnavi che un’ebbrezza travolge la vita e la morte e ci fa più che umani… Tu hai veduto la festa.

Orfeo: Non è il sangue ciò che conta, ragazza. Né l’ebbrezza né il sangue mi fanno impressione. Ma che cosa sia un uomo è ben difficile dirlo. Neanche tu, Bacca, lo sai.

Bacca: Senza di noi saresti nulla, Orfeo.

Orfeo: Lo dicevo e lo so. Ma poi che importa? Senza di voi sono disceso all’Ade…

Bacca: Sei disceso a cercarci.

Orfeo: Ma non vi ho trovate. Volevo tutt’altro. Che tornando alla luce ho trovato.

Bacca: Un tempo cantavi Euridice sui monti…

Orfeo: Il tempo passa, Bacca. Ci sono i monti, non c’è più Euridice. Queste cose hanno un nome, e si chiamano uomo. Invocare gli dèi della festa qui non serve.

Bacca: Anche tu li invocavi.

Orfeo: Tutto fa un uomo, nella vita. Tutto crede, nei giorni. Crede perfino che il suo sangue scorra alle volte in vene altrui. O che quello che è stato si possa disfare. Crede di rompere il destino con l’ebbrezza. Tutto questo lo so e non è nulla.

Bacca: Non sai che farti della morte, Orfeo, e il tuo pensiero è solo morte. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali.

Orfeo: E voi godetela la festa. Tutto è lecito a chi non sa ancora. E’ necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L’orgia del mio destino è finita nell’Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.

Bacca: E che vuol dire che un destino non tradisce?

Orfeo: Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profondo del sangue, di là da ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo.

Bacca: Può darsi, Orfeo. Ma noi non cerchiamo nessuna Euridice. Com’è dunque che scendiamo all’inferno anche noi?

Orfeo: Tutte le volte che s’invoca un dio si conosce la morte. E si scende nell’Ade a strappare qualcosa, a violare un destino. Non si vince la notte, e si perde la luce. Ci si dibatte come ossessi.

Bacca: Dici cose cattive… Dunque hai perso la luce anche tu?

Orfeo: Ero quasi perduto, e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso.

Bacca: Vale la pena di trovarsi in questo modo? C’è una strada più semplice d’ignoranza e di gioia. Il dio è come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dilania o si vien dilaniate. Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.

Orfeo: Non parlare di giorno, di risveglio. Pochi uomini sanno. Nessuna donna come te, sa cosa sia.

Bacca: Forse è per questo che ti seguono, le donne della Tracia. Tu sei per loro come il dio. Sei disceso dai monti. Canti versi di amore e di morte.

Orfeo: Sciocca. Con te si può parlare almeno. Forse un giorno sarai come un uomo.

Bacca: Purché prima le donne di Tracia…

Orfeo: Di’.

Bacca: Purché non sbranino il dio.

Cesare Pavese – Dialoghi con Leucò

Apr 242011
 

A pasqua mi accorgo sempre di come le persone siano interessate alle feste religiose più in base all’emotività e alla moda che alla conoscenza reale di cosa sia la festa e della sua importanza nello specifico.

Non credo serva uno psicologo o un sociologo per spiegare come mai a Natale ci sia il triplo delle persone a messa rispetto a Pasqua nonostante Pasqua sia la festa Cristiana più importante dell’anno e Natale abbia un importanza relativa.
Tuttavia ogni anno è così, e credo che buona parte delle persone che considerano importante andare a messa a natale ma non ci vanno il resto dell’anno non sappiano neppure perché sia la Pasqua la festività cuore dell’anno liturgico.

Set 042010
 
Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni difetto, fisico o psicologico che fosse.
Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni cosa che non fosse il mio cuore, o forse il cuore di chiunque abbia un minimo, infinitesimo gusto per la bellezza: la bellezza in genere, non i visi, le donne, non i paesaggi, non i tramonti estivi in lidi caraibici, la bellezza in genere, un ideale più alto.
Un sorriso di quelli che immagini sorridere anche quando chi lo porta sta piangendo, un sorriso che anche nel momento più drammatico avrebbe la capacità di farti pervadere da un senso di bene profondo.
Quel giorno ero ad una festa, difficilmente ricordo neppure cosa si festeggiasse, c’era molta gente e poca che si conoscesse ed in mezzo a tutta quella gente d’un tratto vidi un sorriso, uno di quelli che ti entrano dentro e poi non li puoi più scordare. Un sorriso di quelli che potresti passare su tutto il resto, di quelli che saprebbero donarti un gioia anche nel peggiore dei momenti.
Che bel viso, pensavo, no non tanto il viso in se ma il sorriso, quelle labbra così…. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che potresti essere la persona più brutta del mondo che la tua bellezza lascerebbe alle spalle ogni altro pensiero. Che poi non ce ne è il bisogno perché non è solo il sorriso ma tutto, come è la forma del tuo collo, il seno pronunciato e ben formato e… no in effetti forse qualcosa…. ma no, quello sguardo, quel sorriso… il sorriso, quelle labbra così…. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che…. e poi improvvisamente ti girasti e non riuscii più a vederti, a trovarti.
Nei giorni successivi mi misi a cercare nelle foto, nelle foto di amici, ovunque il tuo viso finché non riuscii, nella foto di un amico, a scorgerlo. Si, in realtà era una foto di oscena ubriachezza, il mio amico in una posa plastica a mimare qualcosa che non vorrei pronunciare qui aveva come sfondo il tuo sorriso che guardava giusto verso la fotocamera, forse dietro la fotocamera, forse me dietro la fotocamera. Ma non voglio illudermi di un tale sogno.
Eri tu. Cioè quello che conoscevo di te. Tutto quello che conoscevo di te.
Tutto quello che avrei conosciuto se mi fossi fermato a quel punto.
E così cominciai a chiedere di te, arrivai a lasciare nel locale ed altrove copie della tua foto, ovviamente dopo aver rimosso la parte oscena, a pubblicare su internet questa mia ricerca di quel sorriso, la ricerca della bellezza, non in senso puramente estetico ma in quel senso più alto che puoi comprendere solo quando ti ci trovi dinnanzi. E quando la trovi non puoi lasciarla sfuggire, non puoi che perpetrare la tua ricerca, vivere quel sogno. Non era amore, affetto, sentimento, non è mai stato nulla di questo, ma ricerca della bellezza, solo della bellezza.
La ricerca andò avanti per mesi, anni forse, non lo so, non ne ho più memoria ormai, vidi quel sorriso per pochi istanti talvolta sul volto di altre ma scompariva in un attimo perché non vero, perché non tuo.
È all’improvviso che oggi sei tornata come un fantasma del passato all’improvviso. Un trafiletto sul giornale che parla di te, c’è la tua foto, c’è finalmente il tuo nome, e c’è l’addio di chi ti ha amato.
Dic 252009
 

Oggi è Natale, sto rispondendo a mille auguri e ne sto facendo pochi, molto pochi.
Probabilmente anche a te che stai leggendo non li ho fatti, e perché?
Credo, anzi sono certo che la gran maggioranza di chi augura un buon Natale auguri invece un buon natale: con la lettera minuscola. Sono convinto che la gran maggioranza auguri delle buone feste in genere, di passare dei bei giorni, di avere del bel calore familiare, e cose di questo genere.
Beh, tutto questo preferisco augurarlo all’ultimo dell’anno, a san Valentino, a qualche festa che non abbia alcun significato.
Se ti auguro un buon Natale lo auguro con Dio, auguro un momento per riprendere in mano la propria fede e rinnovarla. Auguro di “lasciare che il mondo di Dio entri nella nostra vita, e di credere che è possibile vivere in un modo diverso, più semplice, più evangelico” come mi ha scritto qualcuno poco fa.
E così preferisco augurare un buon natale a chi ho il tempo di spiegare cosa significhino i miei auguri, a chi posso augurare davvero un “Natale buono” e non un “buon natale”, perché QUESTO è il natale, non i regali, non l’essere tutti più buoni, non le coccoline: quelle sono solo un contorno.

Detto questo… auguri. Ti auguro un buon Natale, un Natale vero, al di là della massa, della gente, del consumismo.
E solo dopo questo ti auguro di passato con chi ami, tra l’affetto e il calore di chi ami, che questo sai accanto a te fisicamente o che non lo sia, e che questo, nel signore, ti aiuti ad essere più felice, non solo oggi ma da oggi in poi.

Set 082009
 

Dopo l’esperienza dello scorso anno quest’anno si ripete!
Abbiamo però un posto vacante in albergo, quindi chi vuole venire mi faccia sapere!
Partenza il 23 settembre mattina ritorno il 25 settembre sera!
Costo dell’albergo 80 euro a notte con colazione inclusa… per il resto…. beh è l’Oktoberfest!
Birra!

Lug 032009
 

Sono giorni complessi, lunghi e difficili.
Questa settimana lavoro la notte da mezzanotte alle sette e le giornate sono stancanti, mercoledì alle 21 ero a Padova per una riunione dell’EPC Agesci del Veneto per organizzare la partenza per L’Aquila, a mezzanotte ero a lavoro, oggi dopo cinque ore di sonno in piedi ad organizzare la mia squadra e il viaggio assieme a Cristina di un’altra squadra con la quale partiremo, totale circa 25 telefonate in poche ore…
Il tempo di riposare ancora un po’, preparare i bagagli e di nuovo a lavoro… eccomi qua.
La situazione almeno è tranquilla.
Domani ultimi preparativi, festa di compleanno la sera e poi partenza alle Continue reading »

Set 262008
 

Resoconto dettagliato e professionale della recente vacanza avvenuta:
Tutto ha inizio dal ristorante la Cascina alle ore 9 del mattino.
Dove tre loschi personaggi si intrufolano nella cucina chiusa per prendersi un caffè svegliamembra prima della partenza e delle taaaaaaante ore di viaggio.

Ma forse è i caso di presentare anche i tre protagonisti dell’avventura, Il capo (Walter), il cuoco (Andrea) e l’infiltrato (Stefano, successivamente citato anche come Io)

Io all'Oktoberfest

Io all'Oktoberfest

Andrea all'Oktoberfest

Andrea all'Oktoberfest

Walter all'Oktoberfest

Walter all'Oktoberfest

Il viaggio di andata è stato del tutto tranquillo, due ore di coda per lavori in corso, a parte e sette ore di viaggio invece di quattro e mezzo, giunti in albergo, un albergo stupendo, con letti comodi, e ampia finestra i tre partono per l’inquietante festiccciuola, ovviamente non prima di saluttare l’automobile che avrebbero rivisto solo per il ritorno!

L’impatto è con qualcosa di grandioso, a tratti colossale, in qualche momento addirittura strafigo, e il tutto senza neppure un litro di birra ingerito

Calcioinculo all'Oktoberfest

Calcioinculo all'Oktoberfest

Prima tappa obblicatoria ezzere stend di AUGUSTINER BRÄU MÜNCHEN BIER!
Dove tra l’altro cucinano pesci alla brace morbosamente buoni!
Prima tappa prime conoscenze!

Prime conoscenze all'Oktoberfest

Prime conoscenze all'Oktoberfest

Primi n litri da cui poi si perde il conto…
La festa però non sembra come se ne parla in giro, trattasi di ordine, pulizia, poca gente che fa le stranezze che succedono qui al Vinitaly, insomma, un ambiente bello e alla fine tranquillo..
Poi tappa alla secondo stand!

….un toro intero che ruota sulla griglia??! Un TORO INTERO CHE RUOTA SULLA GRIGLIA!!!!
Il prossimo obbiettivo della mia vita: cucinare alla griglia un toro intero.

E le giostre? C’è perfino il Top Spin come quello di gardaland!! Che per la cronaca credo sia in assoluto la mia giostra preferita, anche se non l’ho fatta in questi giorni, forse non era prettamente il caso…

Poi terzo stand verso sera, dopo due giorni non abbiamo ancora idea di quale stand fosse, c’era però il box10 dove noi ci eravamo seduti e questo è un punto di riferimento.
Tutti gli stand visitati il giorno dopo avevano le lettere, questo è un altro punto di riferimento.
Infine ci sono rimaste alcune foto…

Stand Oktoberfest

Stand Oktoberfest

Stand Oktoberfest

Stand Oktoberfest

Stand Oktoberfest

Stand Oktoberfest

E il ricordo piuttosto preciso della compagnia di ragazzi con cui abbiamo passato qualche tempo e birra e di cui un ragazzo indicando Andrea ha detto “Do you like my friend? He like you!”.

A proposito…. le lingue straniere. Credo che Monaco in quei giorni sia il contrario di Babele, forse Dio con questo vuole darci un segno tuttavia nessuno in quanto lì non esistono lingue, lì parlano tutti fluentemente un tedeschinglesitaliano che insomma ci si capisce tutti, senza fraintendimenti, senza ripetersi mille volte.
Si parla un’unica lingua.
A proposito di Babele vorrei anche aggiungere un cenno storico importante che lega maggiormente la mezzaluna fertile di Babele alla birra e quindi avvalora la mia tesi: La più antica legge che regolamenta la produzione e la vendita di birra è, senza alcun dubbio, il Codice di Hammurabi (1728-1686 a.C.) che condannava a morte chi non rispettava i criteri di fabbricazione indicati (ad es. annacquava la birra) e chi apriva un locale di vendita senza autorizzazione (fonte Wikipedia).

Le due giornate sono continuate in un vortice di serietà e di tranquillità anche se con lievi visioni mistiche…

Visione distorta all'Oktoberfest

Visione distorta all'Oktoberfest

Distorsioni spaziotemporali (tra cui una delle tante quella che non ci ha permesso di sapere mai più quale fosse il terzo stand nonostante tutti e tre d’accordo sui dettagli interni e i fatti avvenutici)

Visione distorta all'Oktoberfest

Visione distorta all'Oktoberfest

Ed improvvise apparizioni, presumo che questa in particolare stia a rappresentare il Kebab che abbiamo mangiato sotto l’albergo prima di salire per la notte.
Si, è decisamente lui.

Visione distorta all'Oktoberfest

Visione distorta all'Oktoberfest

Tutto sommato una gita rilassante.
Per il ritorno nulla da segnalare tranne una colazione inizialmente a base di pane nutella e marmellata seguita da “Hei! Stefano! Ma hai provato sta salsiccia?“… “mmm… naaaa dopo la roba dolce?” .. “sisi prova!” … “mmm vado a vedere….”
due minuti dopo…
“Pancetttaaaaa!!!! C’è la panceeeeetta affumicataaaa!! Io Amo la pancetta affumicaaaataaaaaaa!!!!”
E chili di pancetta ingeriti.
Ok niente altro da segnalare… tranne un camion che ha perso un grosso pezzo di polistirolo che ci ha presi in pieno sorpasso facendo dei piccoli danni alla macchina…

mmm ok dai niente altro da segnalare.

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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