Ott 232017
 

Oggi sono andato a correre. È stato strano. Mi sembrano secoli che non andavo a correre al tramonto, forse mi ricorda un po’ quella volta che al tramonto sono andato a camminare con lei, con i capelli del colore del sole, ma da quello sembrano passati millenni. C’era quell’atmosfera di freddo pungente che si contrappone al caldo del mio corpo e di caldo del mio corpo che si contrappone al freddo dentro. Una sensazione strana, mi ricorda di quella volta in cui sono stato investito.
Questo lo ricordo come fosse ieri. Sono sensazioni che difficilmente scivolano via dall’anima, te le porti dentro comunque vada.
Quel giorno credevo fosse uno come un’altro, avrei dovuto andare a correre il giorno dopo ma sarebbe stato un mese da che mi frequentavo con Lei. Avrei dovuto andare a correre il giorno dopo ma quel giorno non avevo di meglio da fare se non correre, sfogare il corpo e l’anima, tornare a casa, cucinare per Lei che mi avrebbe raggiunto più tardi. Certo avrei potuto leggere quel libro che stava sul mobiletto, avrei potuto studiare inglese, avrei potuto organizzare quel viaggio a Parigi, ma volevo correre e uscii. Mi sentivo in discreta forma nonostante il mio Continue reading »

Mar 052017
 

La legge della conservazione del moto mi ha sempre affascinato. Una volta l’ho vista tatuata sul braccio di una ragazza e per qualche decina di minuti l’ho trovata una cosa affascinante, non tanto il fatto che fosse la legge della conservazione del moto ma il fatto che fosse una ragazza con tatuata una formula di fisica. Avrei voluto chiederle il perché l’avesse tatuata e forse sarebbe stato un ottimo modo di attaccare bottone ma fortunatamente qualcuno prima mi ha tolto di impiccio chiedendolo al mio posto. Lei la trovava una cosa particolarmente romantica, suo moroso studiava fisica e glie lo aveva proposto e la formula aveva un significato molto bello, solo che non lo sapeva spiegare. Prese il telefono e cercò su wikipedia per spiegarlo. Lo trovai molto romantico, un po’ come se mi tatuassi la faccia di Derek Shepherd perché mia morosa adora Grey’s Anatomy.
La legge di conservazione del moto in soldoni dice che un corpo in moto dividendosi in più parti manterrà un baricentro tra tutte queste parti che continuerà a muoversi nella stessa direzione. Se era fermo il baricentro resterà fermo. Un po’ come dire che se io e te siamo una sola cosa e ci allontaniamo qualcosa del nostro essere uno continuerà a rimanere lì al centro tra noi qualunque cosa facciamo. Era questo probabilmente quello che la ragazza col tatuaggio intendeva essere romantico.
La legge della conservazione del monto è romantica se pesiamo uguale Continue reading »

Mar 012017
 

Molte delle persone che mi conoscono, soprattutto quelle che mi conoscono meno probabilmente, mi conoscono per la mia passione per la montagna e per quella per la scienza. Ho raccontato raramente da dove queste due passioni vengano, ho raccontato spesso che venissero dallo scoutismo, talvolta che venissero da mio padre. Tutto questo è vero. Non posso dire che non sia così. Ma prima di questo c’è un signora nella mia vita che mi ha dato un imprinting tutto speciale, prima che arrivasse lo scoutismo, probabilmente prima che arrivassero i ricordi.
Quando ero molto piccolo, non saprei dire quanto, mio padre mi portava a camminare in montagna, ricordo poche cose, ricordo il Carega, l’Altissimo, ricordo la Val di Rabbi ed una giornata di pioggia sul percorso dei laghi da quelle parti, ricordo l’acqua ferrugginosa ma soprattutto ricordo una signora, un’amica di famiglia che camminava con me. Ricordo il tempo passato a parlare con lei, le domande che le facevo, le risposte, la sua prontezza di spirito e la sua spiccata intelligenza. Era un adulto che riusciva a parlare con me bambino, era una donna come le bibliotecarie dei film, di quelle di una certa età che sanno tutto, con una cultura vasta e frizzante. Almeno così la vedevo. Con lei parlavo di dinosauri.
Dinosauri, minerali e geologia, antropologia e storia. Per me la montagna era parlare con questa signora e imparare e scambiarci opinioni, sapere, conoscere. Vedere sul campo. Vedere la forma delle montagne e ragionare sulla formazione di quelle rocce, quasi sempre sedimentarie, e dei probabili fossili che contenevano, perché li contenessero, come si formavano i fossili, di quali animali o piante, di come si fosse arrivati all’uomo. Ragionarlo sul campo. Guardandosi attorno.
Credo che sia grazie a lei che buona parte della mia formazione abbia preso una direzione più scientifica che umanistica mentre al contempo mio padre mi raccontava i miti greci e romani e mi leggeva omero.
Non che non potessi parlare di Continue reading »

Feb 202017
 

Mi sono sempre chiesto come esprimere il concetto di dimensioni fisiche aggiuntive a quelle che sperimentiamo quotidianamente, come spiegare a qualcuno di non avvezzo a tali teorie cosa possa essere una quarta dimensione o più. Lasciamo perdere come di consueto il fatto che una quarta dimensione, il tempo, la percepiamo ogni istante seppure non siamo in grado di interagirvi come con le altre e chiamiamo quarta una ulteriore “direzione” che non sia altezza, lunghezza o larghezza.
L’esempio classico che ho sempre usato è funzionale e semplice ma non permette di vivere in prima persona una rappresentazione di quarta dimensione, l’ho preso dalla spiegazione classica che viene fatta nella divulgazione scientifica, a partire da Stephen Hawking, passando per romanzi di fantascienza come Sfera di Michael Crichton al geniale Flatlandia di Edwin Abbott Abbott che ho già citato altre volte.
Recentemente una persona senza volerlo mi ha aperto un mondo, parlava di tutt’altro e mi ha dato un idea che ritengo particolarmente efficacie per estendere tale esempio classico e riportarlo alla nostra realtà. Non pretendo che tale spiegazione abbia una valenza scientifica ma piuttosto una valenza filosofica che possa aiutare ad una maggiore comprensione scientifica.
L’esempio classico è il seguente: immaginiamo un universo formato da una linea retta e i cui abitanti siano dei segmenti. Assumiamo che ogni segmento possieda due occhi, uno ad un capo ed uno all’altro in modo da poter vedere la direzione in cui si muoverà. Ogni segmento sarà in grado di vedere gli altri segmenti solamente come un punto che si avvicini o si allontani ed una volta raggiunto il segmento accanto non potrà sorpassarlo. La percezione del segmento di se stesso e degli altri sarà necessariamente il puntino che è la proiezione del suo corpo e non gli sarà possibile vedere altro, quello che noi “da fuori” riconosceremo come la linea che forma il segmento dal suo punto di vista sarà semplicemente il suo “interno”. Allarghiamo ora quell’universo e rendiamolo a due dimensioni, un immenso foglio bianco su cui possano muoversi diverse figure geometriche. Non importa quale sia la figura ma ognuna di esse percepirà le altre figure come linee. Gli occhi di ogni figura saranno all’altezza di questo foglio-universo e tali occhi percepiranno la proiezione su una dimensione, la larghezza, di ciò che è il loro corpo a due dimensioni. Quello che noi da fuori percepiamo come Continue reading »

Gen 312017
 

(Precedente: Alex pt1)

Non puoi capire come gli innesti cibernetici ti cambino fino a quando gli innesti cibernetici non ti hanno cambiato. Non puoi capire fino a che punto tutte quelle stronzate del fatto che ti facciano perdere umanità non siano affatto stronzate. Il primo innesto l’ho fatto quasi per gioco, per moda. Non avevo ancora i miei seguaci all’epoca ma ero entrato nel gruppo da poco. Ognuno di loro aveva la propria caratteristica speciale, che lo rendeva più minaccioso. Gli anni dei tatuaggi, dei piercing o delle creste in testa erano passati, cioè voglio dire tutti li avevano e non era più un segno di distinzione, era quasi conformismo almeno tra chi viveva nei bassifondi, gli innesti sottocutanei tradizionali erano anche questi roba passata. C’era chi si era fatto innestare un braccio bionico solo per il gusto di averlo e di essere più forte senza dover sostituire necessariamente un braccio non più funzionante, c’era chi si era fatto innestare mezza calotta cranica in acciaio a vista, chi denti in titanio affilati. Quello con i denti in titanio tra l’altro si tagliava spesso mangiando, anzi si taglia ancora, è quello che uso come capo apparente, quello che in formazione sta davanti a tutti fingendo di essere me. Io sono sempre stato un ragazzo timido almeno all’apparenza, un ragazzo dimesso. La prima installazione che mi sono fatto fare è stata una sostituzione dell’iride. La prima versione che avevo installato si limitava ad illuminarsi di rosso quando lo sceglievo. Mi permetteva di rimanere anonimo ma diventare minaccioso al bisogno, non era ancora una versione come quella di oggi con Continue reading »

Gen 192017
 

Fu sul tragitto di quella strada,
su quei mattoni gialli che affrontai infine il destino che attendevo.
Fu quando scoprii il mago dietro al telo,
quando dietro al telo scoprii lo specchio che mostrava il mago.

Mi scoprii con un cilindro in mano,
mi scoprii con una mano nel cilindro,
ma non c’era pubblico a cui mostrarlo.

Mi scoprii il mago,
e il pubblico,
e tutto,
e nulla.

Tirai fuori la mano ma il coniglio era già fuggito.
Tirai fuori la mano e trovai un orologio rotto.
Il pubblico non applaudì.

Set 022015
 

Non accadde nulla quella sera.
Nulla che valga la pena raccontare.
Nulla che possa rimanere nella storia se non la tua inconsapevole scelta di portarmi a vedere un qualcosa che non sopporto.
Non vi fu nulla da tramandare ai posteri in un racconto, una poesia un ricordo vivido che abbia un senso scrivere su carta, non perché tu non valga, non perché tu non fossi bella, non perché qualcosa fosse andato male, semplicemente non accadde nulla.
Ci fu però l’odore della tua pelle, forse complice il caldo, forse complice la vicinanza fisica, forse complice il vento, o il silenzio o qualcos’altro che non so, o qualcos’altro ancora.
Ma c’era l’odore della tua pelle e attorno niente altro, non c’erano migliaia di persone, non c’erano nel cielo fuochi non c’erano le chiacchiere che facevo con qualcun’altro di cui neppure ricordo il nome, non c’era il rumore né il silenzio, né la presenza né l’assenza. Se qualcosa c’era oltre all’odore della tua pelle era l’inesistenza di tutto il resto.
Non c’era il tuo sguardo verso un altro, le tue domande a lui, quel lieve sentore di intesa quell’interesse velato poi non troppo.
C’era l’odore della tua pelle che penetrava nelle mie narici creando vortici di esplosioni luminose, che attraversava i pori stessi della mia pelle, l’epitelio olfattivo dentro di me, dentro la mia faccia, dentro la mia testa teso come quando sulla schiena i muscoli e la pelle si tendono nell’eccitazione o nella paura, ogni neurone olfattivo a correre abbracciato ad un altro come in un circolo di esaltati, come fighette ad un concerto di una boyband.
Ogni neurone olfattivo a spingere nel cervello un ago indolore pieno di sostanze psicodislettiche.
C’era solo questo e niente altro, e le conseguenze di questo, e qualcos’altro di me a muoversi in basso.
Non accadde niente, probabilmente non accadrà mai più.

Mag 192015
 

Il rumore che la maniglia produsse fu secco ma chiaro, sentii inizialmente la resistenza alla rotazione e poi dopo un lieve sforzo lo scatto ed il suono del blocco che usciva dallo stipite per lasciare libera lo specchio, la figura accanto a me stava facendo lo stesso e mentre aprivo la porta la vidi sia nel riflesso -finché mi fu possibile- che nella proiezione reale. Fu quando la osservai entrare nel nero del legno che vedevo dietro che mi accorsi che qualcosa non andava.
Il vetro si era staccato dal pannello di ebano ma non si aprì alcun passaggio, anzi, una parte si era rimasta lasciando una porta più piccola ancora chiusa.
Il cuore mi batté forte in gola forse per la prima volta in questo strano viaggio, batté forte da farmi sembrare di non essere più in grado di respirare, sentii la gola chiusa ed i peli sulla nuca mi si rizzarono mentre misi la mano sulla nuova maniglia che era spuntata. Provai ad aprire un nuovo passaggio ma accadde lo stesso: dopo un secco suono anche questa parte di specchio si staccò dal legno ruotando su cardini che prima erano invisibili e rimanendo a puntare verso l’esterno vuotamente senza che fosse possibile entrare e lasciando una nuova più piccola porzione di specchio con una nuova e più piccola maniglia, aprii anche questa, ed una ulteriore più piccola, ed un altra ancora, ed un altra. Non so quanto avrei potuto proseguire ma mi fermai.
Mi guardai attorno e vidi solo il buio di questo luogo, il pavimento in ossidiana lo specchio ormai aperto e nessun punto di riferimento se non quest’ultimo. Decisi che l’unica direzione che potessi prendere era quella perpendicolare a quella che era la porta, era la scelta più logica, lei dava in quella direzione e quella era l’unica direzione nella quale avrei potuto non perderla di vista troppo presto. L’orologio segnava le dodici e venti ma non saprei dire se fosse presto o tardi, ne se fosse mezzanotte o mezzogiorno, non contava, l’unica cosa che qui contava i minuti era quella che meno contava nella realtà, sottile ironia.
L’unica cosa che incontrai camminando fu ad un certo punto una sedia, sola abbandonata di lato e a terra poco più avanti piccolo peso conico di quelli usati nei laboratori di fisica, niente altro. Poi pian piano la luce cominciò ad aumentare, gradualmente. In un primo momento non me ne accorsi neppure ma mentre la luce aumentava il nero lucido del pavimento appariva meno nero, meno lucido virando lentamente verso un marrone opaco e compatto, mentre la luce aumentava dal marrone compatto salivano fili d’erba prima isolati poi sempre più frequenti, poi nel tempo divenne un prato ed il nero sopra divenne un azzurro quasi accecante popolato di solitari e bianchi nembi, pareva il cielo d’estate ed il verde dell’erba era così lucente da essere quasi anch’esso accecante.
Passai accanto ad una tenda ma non mi fermai ad osservarla, osservai il fiore che vi era nato accanto, una margherita gigante bianca ma ancora non mi fermai a vedere quel fiore perché poco più avanti c’ero io, o il mio corpo, o una mia nuova rappresentazione. Non ero bambino e non ero il giovane invecchiato che vidi nello specchio, ero io.
Immobile sdraiato nell’erba accanto ad un fuoco spento. Seguii l’istinto, niente altro e mi sdraiai non accanto ma dentro me, compenetrandomi a quel corpo. Chiusi gli occhi.

Quando ho aperto gli occhi, poco fa ero ancora in quel prato, tra le mani una copia di “Alice Nel Paese Delle Meraviglie” nella versione originale illustrata da Sir John Tenniel, è aperto su una delle prime pagine “Alice, key in hand, finds the door to Wonderland/Alice, chiave nella mano, trova la porta del paese delle meraviglie”. Non ho ancora iniziato a leggerlo, ma credo non lo farò, credo di averne già visto abbastanza per ora, per il futuro invece non c’è certezza alcuna.
Ora voglio solo andarmene di qui, voglio camminare, seguire questa strada di gialli mattoni ovunque essa porti.

Ott 022014
 

Finalmente dopo tempo sembra che “il motore sia ripartito”, e sto scrivendo parecchio. Probabilmente più di quanto abbia mai fatto ed in una forma che è decisamente diversa da quella di un tempo. Si cambia, si cresce, ed è bello.

Ho scritto un romanzo “Romanzo incompiuto“, che non so se davvero mai mi impegnerò a pubblicare, mi piace, si. Ma riconosco che c’è troppo “me” come fosse una contorta biografia immaginaria.
Le pochissime persone che me ne hanno dato un parere, tra le poche persone che lo hanno avuto in mano me ne hanno fatto dei complimenti che non ritengo del tutto sinceri, come a non avere il coraggio di dire il vero. Mi fa ridere perché proprio nel romanzo stesso parlo del fastidio dell’incapacità delle persone che ti vogliono bene di dirti davvero cosa pensano di cosa produci.

So di poter scrivere di meglio ed ho altri progetti per la testa, almeno due.
Del primo questo è la demo, il trailer.
Non penso di metterne online altri pezzi fino a che non sarà finito, ma mi diverte l’idea di pubblicare una specie di Trailer.

Per dire che non mi sono di nuovo spento, per far sapere a chi è lontano che qualcosa si muove, che la vita prosegue. Per dire a chi mi spinge a scrivere che lo sto facendo ancora, per dire a chi non glie ne frega niente che nonostante tutto ha pienamente ragione a fregarsene.

Il tempo

“Vedi? Quello che devi fare è semplicemente concentrarti e ricordare cosa c’è attorno. Ricordare ogni singolo dettaglio e ricrearlo nella tua mente, dopo di che aprire gli occhi e vedere il mondo che c’era di nuovo attorno a te, niente altro”

“Provaci”

“Provaci, su”

“Conta fino a dieci, uno, due…”

Cos’è questa voce?

“tre, quattro…”

Cos’è questa voce? Chi mi parla?

“cinque, sei…”

C’è così buio attorno a me, gli occhi però stanno iniziando ad abituarsi lentamente al buio, sto cominciando a

“sette, otto…”

vedere attorno come se invece vedessi attraverso le palpebre chiuse, o qualcosa del genere

“nove, dieci”

Apro gli occhi, o almeno, sono sicuro che ora siano aperti ma non è cambiato nulla.
Sono nel vuoto.
Non proprio nel vuoto, perché in qualche modo il vuoto sta ruotando, credevo di essere orizzontale ma sono piuttosto sicuro di essere in piedi, le mie braccia si muovono tranquillamente in ogni direzione senza impedimenti.

Se batto i piedi a terra però mi accorgo che un “a terra” esiste, quindi almeno non sto volando. La voce diceva qualcosa riguardo il pensare ai dettagli e ricrearli.
Pensare ai dettagli e ricrearli.
Cosa c’era prima? Prima di cosa?

Che ore sono? L’orologio segna le 19:19, ho un orologio.
Ho un orologio e segna le 15:20, si.

E cosa ci faccio qui? Aspetta, sono le 12:30, oggi alle 12:30 dovevo andare a prendere un cuore. Dovevo andare dal meccanico a prendere un cuore.

Non credo abbia senso tutto questo.
Devo procedere per gradi, intanto mi serve una sedia, una come questa, ecco. Mi siedo. Non sono al chiuso, altrimenti la mi claustrofobia mi avrebbe già fatto uscire di testa, oppure, in alternativa, forse sono già uscito di testa per la claustrofobia.

Hei, da dove è comparsa questa sedia?
Non c’era nulla tuttavia prima di questo. Non arrivo “da qualche parte” o da qualche cosa, è come se io fossi sempre stato qui, o se prima non fossi esistito.
Cos’era la voce.
Se c’era una voce ci deve essere qualcuno, se ci deve essere qualcuno questo qualcuno deve poter comunicare ancora con me.

“Signore, signore, dove siete? Mi avete parlato poco fa, dove siete ora?”

Silenzio.

“Signore, dove siete?”

Mi sembra di distinguere un lieve bagliore, qualcosa di bianco in lontananza, grigio, rosa. Mi alzo, devo scoprire cos’è.
Sento un tuffo al cuore improvviso, qualcosa non va, e forse un ricordo torna alla mente un istante, si affaccia, sorride e se ne va come a voler dire ma ad essere bloccato un istante nella timidezza.

Intanto mi avvicino e vedo come un immagine di un uomo, sembra anziano. Sembra un quadro, l’immagine sembra di un uomo sulla settantina, e seduto su una sedia di legno ma nel buio se ne vede solo un pomello salire accanto alla spalla destra. È rivolto verso di me, la fronte ampia. È un uomo di cui si direbbe ironicamente “ha la fronte alta” i capelli sono brizzolati, più bianchi che neri, le sopracciglia grandi e folte, lo sguardo buono ma vecchio e stanco. Il naso grande ma non troppo e porta una folta barba unita ai baffi, grigia brizzolata anch’essa, forse con qualche tratto ancora di castano lieve.
Porta una tunica nera di cui si vede poco se non il grande colletto largo a sua volta bianco, o grigio più chiaro della barba.

La mano sinistra è posata sull’appoggia braccio della grande sedia di legno, porta un anello con una pietra tonda all’anulare sinistro, non sembra però un anello che abbia a che fare con le nozze. La tunica o comunque questo vestito nero ha dei polsini bianchi, come il colletto.
Nella mano destra ha quello che sembrerebbe un antico cannocchiale.

“Ma per trovar il bene io ho provato
che bisogna proceder pel contrario:
Cerca del male, e l’hai bell’e trovato;
Però che ‘l sommo bene e ‘l sommo male
S’appaion com’i polli di mercato.”

Non ho capito, signore, ma è lei che ha parlato?

“Quello, che noi ci immaginiamo, bisogna che sia o una delle cose già vedute, o un composto di cose o di parti delle cose altra volta vedute.”

Poi si alzò. L’uomo si alzò dall’immagine e mi si avvicinò.

“Mio giovane allievo” disse.
“Osserva”
accanto a lui c’era un tavolo, non lo avevo visto prima, ed in mano non aveva più un antico cannocchiale ma un cronometro digitale moderno.
Sul tavolo una struttura di metallo reggeva un filo, al filo era appeso un gancio ed al gancio un cono con la punta verso il basso.
Sul cono c’era scritto 100g, cento grammi.

Prese il cono lo spostò di lato e lo fece ricadere in modo che dondolasse, in modo che facesse da pendolo.
Misurò con il cronometro l’oscillazione, per diverse oscillazioni, il tutto in assoluto silenzio.

Scrisse dei numeri su un foglio e poi dichiarò “1,60 secondi”.
Prese nuovamente il pendolo e lo alzò nuovamente, questa volta più di quanto lo avesse alzato precedentemente.
Riprese a misurare, scrisse nuovamente.
“1,60 secondi mio allievo”
Sorrise lievemente, con quel sorriso stanco e con gli occhi stanchi e gialli di un vecchio stanco e lentamente, come si muove un vecchio, prese il peso a forma di cono e lo sostituì con uno più grande, mi guardò un istante e lo fece nuovamente oscillare.

Misura, misura, misura, misura, scarabocchio.
“1,60 secondi, ancora”
Cambiò altri due pesi, e misurò sempre lo stesso valore.
Questa volta sempre in silenzio. Concentrato.
Poi girò una piccola vite all’altezza alla quale iniziava il filo e accorciò il filo stesso.
Mise nuovamente sul gancetto il primo peso e lo fece oscillare.
“1,40 secondi questa volta”
Ricominciò nuovamente l’esperimento con la nuova lunghezza.
Cambiare il peso, misurare, scrivere, “1,40 secondi”, cambiare il peso, misurare, scrivere “1,40 secondi”, cambiare il peso misurare.
Non so quanto andò avanti.
Poi d’un tratto si fermò e mi guardò, non proprio negli occhi, era come se guardasse contemporaneamente dentro di me ma lo sguardo fosse puntat0 leggermente più in basso delle mie pupille.

Si girò e disse “1,80 secondi”, regolò il filo, mise un peso scelto a caso senza guardare, misurò, misurò, misurò, scrisse.
“1,80 secondi”.
“Mio giovane allievo, cosa comprendi da questo?”
“Credo sia il principio del pendolo, l’oscillazione è indipendente dal peso ma dipendente dalla lunghezza del filo”

Fece qualche istante di silenzio. Poi d’un tratto come se non avessi parlato
“Mio giovane allievo, cosa comprendi da questo?”
Non sapevo cosa rispondere.
Mi distrassi un secondo guardandomi riflesso in uno dei pesi, erano lucidi e curvi, modificavano certamente l’aspetto, le forme. Ma difficilmente i colori.

I miei capelli erano corti, con la riga di lato, indossavo un grembiule da scuola elementare blu, non potevo esserne certo data la distorsione delle misure ma dovevo essere un bambino. O essere almeno travestito da bambino.
“Mio giovane allievo, forse lo capirai nel tempo e nello spazio. Senza velocità. Nel tempo e nello spazio”

Mi porse il cronometro digitale parlammo ancora a lungo di cose che non ricordo e che non saprei ripetere, poi si allontanò.

Il tavolo, non saprei dire quando, era scomparso, ed in mano ora ho un orologio antico come l’eterno. Un vecchio orologio da taschino, con dentro la foto di una signora che deve essere vissuta non so quante epoche fa. Pensandoci meglio ricordo che avevamo parlato della necessità di un metodo di verifica per comprendere ciò che siamo, da dove veniamo, per comprendere la realtà e riprodurla. Mi aveva detto di metterci il cuore, mi di non tradire mai me stesso neanche sotto minaccia o qualcosa del genere.

Ora sono di nuovo nel vuoto, accanto alla mia sedia con un orologio antico in mano.
Segna mezzogiorno.

Tic
Tac
Tic
Tac
Tic
Tac

Come il cuore del tempo.
Come il cuore

Nel tempo.

Non so perché, ma spesso mi viene spontaneo contare i battiti del mio cuore tum, tum, tum, confrontarlo con il battito dell’orologio leggermente più veloce, tic, tic, tic.

Lasciar passare una trentina di secondi, e poi fare la moltiplicazione e accorgermi che non mi ricordo assolutamente quale sia la frequenza cardiaca corretta e di aver fatto questo lavoro per niente.

Un tuffo al cuore, nuovamente.

Accade quando qualcosa cambia?

L’orologio segna mezzogiorno e un minuto. O è mezzanotte? Come se in questo istante iniziasse un viaggio, un mondo, qualcosa.

Sfugge

Tic, tac, tic, tac, tic, tac. C’è qualcosa che mi sfugge, è come l’impressione che questo orologio in qualche modo acceleri. Non è facile definirlo, e non ho modo di confrontarlo.
Voglio dire, avevo un orologio digitale poco fa, ma ora per qualche motivo non l’ho più al polso, forse me lo sono tolto parlando con quel vecchio eppure la sensazione è che qualcosa sia cambiato, come un salto nel vuoto.

Il battito del cuore. Devo rilassarmi, lasciare regolarizzare il battito del cuore e confrontarlo ancora una volta con il tempo.
Devo rilassarmi.

È divertente come rilassarsi sia la cosa più difficile al mondo quando vuoi rilassarti e quando una sensazione di irrequietezza inspiegata attanaglia la tua anima.

Tic, tac, tic, tac, tump, tump, tump, tic, tac, tic, tac.
L’orologio accelera, si, o rallenta il cuore.
Non dovrebbe rallentare il cuore, a meno che non stia rilassandomi. Non sto rilassandomi affatto, non dovrebbe rallentare il cuore quindi accelera l’orologio.
L’orologio è a carica, forse è troppo carico, ho letto da qualche parte che questi orologi a piena carica accelerano così quando sono scarichi possono rallentare un poco e mantenersi mediamente corretti.

O l’ho immaginato non ricordo, quindi forse ora è troppo carico.
Provo a girare la rotella per vedere quanto lo è.
Un giro, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove.
Beh, forse tira avanti di suo.
Probabilmente tira avanti da solo.

La sedia non c’è più.

Credo non resti che camminare.
Gli occhi ormai si sono abituati al buio ed ora posso dire con certezza che non c’è nulla. Ho anche dubbi se il pavimento esista davvero o se non sia una qualche specie di campo di forza che esiste solo dove sono i miei piedi o dove metto le mani quando le porto all’altezza dei piedi stessi.

Potrei provare a saltare improvvisamente, ma la paura mi attanaglia. E se saltando questa specie di campo di forza non facesse in tempo a crearsi? E se cadessi? E se si creasse un istante dopo mozzandomi un piede? E se non ci fosse fondo e cadessi in eterno?

In realtà ne sarei curioso, l’attrito dell’aria dovrebbe permettermi di accelerare fino ad un certo punto per poi mantenere la mia velocità costante, e a velocità costante non dovrei poter distinguere l’essere in movimento o il non esserlo.

Potrei stare cadendo anche ora quindi… no. No, i capelli sono fermi e sotto i piedi se spingo sento qualcosa.

E se quel qualcosa stesse cadendo e impedisse all’aria da sotto di scompigliarmi i capelli? Se fosse destinato ad arrivare su un fondo?
Se stessi semplicemente precipitando per trasformarmi in una polpetta di ossa e sangue sul fondo di qualcosa?

No. No. Non lo è, non ho modo di dimostrarlo ma non credo possa essere questo che sta accadendo.

“Mississipì”.
Non ricordo dove l’ho imparato ma “Mississipì” è una parola che pronunciata con il giusto accento dura un secondo.
Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic.

Forse mi sto facendo influenzare.
Posso nascondere l’orologio e dire Mississipì sessanta volta, ora segna le mezzanotte e diciotto, o mezzogiorno, non lo so.

Mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì.

Dodici e diciannove.

Misure

C’è qualcosa là in fondo. Sembra un luccichio, sembra come un piccolo rettangolo che riflette la luce.
Non so quale luce dato che c’è buio.

Che alternative ho? Credo che tra stare qui in piedi a contare secondi e battiti del cuore e andare a vedere di cosa si tratta l’alternativa meno noiosa sia decisamente andare a vedere di cosa si tratta.

Tic, tac, tic, tac, tic, tac. Mi sta ossessionando. Questo orologio mi sta ossessionando.
Lo devo gettare.

No.

Non posso, è l’unico baluardo della realtà. Non so di quale realtà, ma mi pare così terribilmente l’unica cosa che abbia un qualcosa di certo, di scientifico che separarmene forse mi porterebbe alla follia più che tenerlo con me.

Eppure quel pendolo, quel vecchio… questo stesso orologio con la sua catena è un pendolo.
Ho un modo per valutare se a sbagliare sia l’orologio o il mio cuore!

Quante oscillazioni fa l’orologio a mo’ di pendolo in un minuto?
Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette, ventotto, ventinove, trenta, trentuno, trentadue, trentatré, trentaquattro, trentacinque, trentasei, trentasette, trentotto, trentanove, quaranta, quarantuno, quarantadue, quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque, quarantasei, quarantasette, quarantotto, quarantanove, cinquanta, cinquantuno.
Sono passati trenta secondi. Fanno centodue oscillazioni al minuto, circa un secondo e sette decimi.

Se la fisica non mi abbandona questa è l’unica costante che ho.
Alle dodici e ventidue il mio pendolo oscillava centodue volte al minuto.
Queste sono le mie uniche misure del mondo, del tempo e dello spazio. La lunghezza della catena del mio pendolo, e centodue oscillazioni che misurano quello che per me sarà un minuto.

Set 242011
 
Dichiarazione della Gelmini sulle scopete del CERN

Dichiarazione della Gelmini sulle scopete del CERN (fonte)

Io mi deprimo all’idea che il nostro ministro dell’istruzione sia ignorante a questo punto, e soprattutto che si permetta di fare dichiarazioni su cose che non conosce vantandosi pure di assurdità..

“Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro. ”

Dico… qualcuno ritiene credibile che tra il CERN a Ginevra e Il gran sasso in Abruzzo ci sia un tunnel scavato sotto terra? Dalla svizzera al centro Italia un tunnel?? Non lo sa che i neutrini vengono sparati attraverso la crosta terrestre e non vengono influenzati dalla materia se non in minima parte?

Per altro gli autori dell’esperimento suppongono di sbagliarsi e chiedono supporto alla comunità scientifica per aiutarli a dimostrare se vi sia un errore o se il dato sia reale, e a quel punto bisognerà vedere quanto cambierà se semplicemente sarà un allargamento della relatività co che cosa implicherà, di certo non la faciloneria di “possiamo andare più veloci della luce”.

Per il resto in italia l’investimento per la ricerca è sotto l’1%, nelle nazioni a forte crescita come giappone e cina toccano il 40%…

Continuo a chiedermi perché i ministri non li facciano fare a chi sa qualcosa di ciò che deve amministrare.

Ecco il suo articolo… vediamo se almeno lo cambierà…

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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