Set 102017
 

Non è semplice avere un super potere. La parte più difficile è saper controllarlo. Evitare che ti trasformi in un mostro, o che il mostro che hai dentro ti uccida.
Il processo è stato lento, lungo, passo a passo fino a svuotare tutto ciò che era rimasto dentro di me.
La prima parte a morire è stata l’intestino. Dal basso. Era lì che sentivo la tensione la pressione forte e la costrizione dell’ansia, della paura di perdere qualcuno. Era lì che sentivo il desiderio di amarti per quanto la gente parli di cuore. Era lì che bruciavi di più. Volevo dimenticare quello, cessare di provarlo e basta ma a morire fu soprattutto l’ansia. La paura. Cessai di essere capace di provarne. In effetti aveva i suoi lati positivi. Non era il risultato che avrei voluto ottenere ma non avere paure, non avere ansie, aveva il suo lato positivo.
Non era sufficiente perché lo stomaco bruciava.
Non provavo ansia ma era lì dentro lo stomaco che succedeva il resto. Un fuoco. Come un roditore che rode e morde e consuma, come una ruota dentata, mille ruote dentate a girare e rotolare, pezzi di vetro spezzati da ruote dentate dentro lo stomaco a ruotare e accumularsi fino a riempirlo e sputare e vomitare sangue e vetro e sabbia. Ho dovuto uccidere il mio stomaco. Escluderlo da ogni emozione. Escluderne ogni sensazione, strapparlo da dentro di me. Non avrei più sentito la tensione della rabbia, del rimorso, della vergogna.
È stato quello il momento in cui mi sono accorto di non essere più in grado di respirare. Erano i polmoni ad opprimermi, erano Continue reading »

Set 052017
 

Scrivevo molta più poesia un tempo.
Ho scritto sempre molto, ricordo il primo racconto che ho scritto era qualcosa come il 1990. avevo otto anni, forse nove. Raccontava di un viaggio nello spazio in cui io, nel 2017 andavo su Marte e incontravo una popolazione aliena, ma non era fantascienza, utilizzava il cliché inizio novecentesco della perdita di sensi momentanea a distinguere la parte reale da quella immaginaria, un trucco mutuato da Poe o da altri scrittori della sua epoca. Avevo descritto la morte da dentro il morente descrivendo una serie di deformazioni sensoriali e poi la sua resurrezione in questo mondo alieno. Non spiegavo se il protagonista fosse morto davvero o no, se fosse inteso come reale o no tutto quanto accadeva dopo. Avevo otto anni, era il mio primo racconto e non so dire da dove venisse, avevo letto Il Richiamo Della Foresta, 20.000 leghe sotto i mari, forse qualcosa di Salgari non di più. La mia vocazione era lì. Nello scrivere. Nella tensione. Nello sperimentare. Nel crossover di generi. L’anno prima avevo imparato per la prima volta cosa fosse quello che le persone chiamano amore. L’amore di bimbo, sia chiaro, ma il mio piccolo cuoricino era esploso per la prima volta con le conseguenze imprevedibili con cui esplode un cuore quando un cuore esplode. Amavo anche i chiasmi. Ci vollero altri tre anni prima che esplodesse di nuovo per quel ricciolo su una fronte. Esplose la poesia in quegli anni. Continue reading »

Giu 012017
 

Il presente è una lente per il passato.
Accade qualcosa di inaspettato e poi osservi indietro e capisci di essere arrivato lì per una ragione.
In un’improvvisa epifania.
Non era previsto, prevedibile, immaginabile ma improvvisamente tutto quello che era rabbia, sofferenza, perdita di tempo improvvisamente ha una luce diversa. Tempismo. Guardi le cicatrici sulla tua pelle e ne vedi i disegni, le decorazioni in cui si sono trasformate nel tempo, guardi la solitudine e ti accorgi dei progetti scaturiti in quel mentre, guardi i progetti morti e vedi i fiori che ne sono nati dalle marcescenze. Come ad avere inseguito involontariamente una direzione, un vettore, come aver scantonato, corso, voltato, scelto bivi a caso per poi ritrovarti ancora su quella strada, come a guardare la cresta della lunga montagna tortuosa che hai percorso e renderti conto che tutte quelle salite, svolte, discese, dirupi erano un unico organico preciso percorso. Lo hai fatto tu. Non è destino, predeterminazione, è il momento. L’istante che ti sei creato nel tempo tra lo ieri e il domani. Non sei arrivato. Non lo sarai mai, ma oggi, ora, adesso, ogni giorno, ogni istante inizia un percorso nuovo, nuove scelte su quella strada.
Il presente è una lente per il passato, una lente che capirai più avanti quando il futuro sarà presente.

Apr 192017
 

In questi ultimi mesi questo bLog è stato un esperimento sociale e tecnico. Un bell’esperimento. Ho avuto modo di testare vari stili di scrittura dove per testare intendo sia nello scrivere sia nelle reazioni di chi legge. Ho visto come far ripartire il giro dai pochi lettori dello scorso anno ai numerosi che ora lo leggono regolarmente fino a picchi impensabili più di dieci volte superiori al suo standard con l’uso di titoli e tematiche ad oc. Ho conosciuto perfino qualche persona nuova che leggendolo mi ha interpellato non per chiedere ma per ringraziare o dare un’opinione. Pareri preziosi. Certo come di consueto ho incontrato anche chi insiste a interpretare dieci minuti dopo avergli detto di non farlo e ad incazzarsi per futili motivi ma a questo ormai sono abituato da anni.
In tutto questo breve percorso ho imparato molto, più da chi mi ha letto che da cosa ho scritto, più dal parere di poche persone che dallo scrivere per me stesso.
Una di queste recentemente, almeno considerato che mentre sto scrivendo è passata da poco la metà di marzo, colpita da uno dei racconti mi ha parlato di sé, e poi mi ha parlato di me in maniera che mi ha tuffato indietro in un mondo da cui provengo e che mi ha reso ciò che sono. “Leggerti è come guardare dalla vetrina di una pasticceria. Vedo pasticcini stupendi e buonissimi, ma Continue reading »

Gen 192017
 

Fu sul tragitto di quella strada,
su quei mattoni gialli che affrontai infine il destino che attendevo.
Fu quando scoprii il mago dietro al telo,
quando dietro al telo scoprii lo specchio che mostrava il mago.

Mi scoprii con un cilindro in mano,
mi scoprii con una mano nel cilindro,
ma non c’era pubblico a cui mostrarlo.

Mi scoprii il mago,
e il pubblico,
e tutto,
e nulla.

Tirai fuori la mano ma il coniglio era già fuggito.
Tirai fuori la mano e trovai un orologio rotto.
Il pubblico non applaudì.

Gen 012017
 
Whiskey e cioccolato

A capodanno si fanno i bilanci, ci si guarda indietro e si dice cosa sia andato bene e cosa no. Non lo faccio mai. O piuttosto non è questo il periodo dell’anno in cui sono abituato a farlo. Tuttavia sono per la prima volta in tanti anni a metà tra un cambio epocale e un’altro tra una scelta e un altra.
Mi guardo indietro e penso a quest’anno. Visto da fuori non è accaduto molto forse, ma da dentro è cambiato un mondo. Ma anche da fuori forse. Ho scritto un romanzo, ho viaggiato in Grecia, in Austria, in terra terremotata, ho abbracciato forse la persona più importante della mia vita, di certo di questi ultimi anni, e l’ho persa, ho incontrato un nuovo mostro come quello che dieci anni fa mi ha distrutto e questa volta ho retto, ho intessuto rapporti di amicizia forti in breve tempo e rafforzato rapporti che credevo perduti, ho fatto scelte nuove che porterò avanti nell’anno che viene, ho visto cadere il mio ideale di futuro e chi pensavo l’avesse realizzato e guardandomi attorno ho visto che non è poi così male quello che ho seminato.
Ora inizia un nuovo anno in cui raccoglierne i frutti, un anno fatto di un numero primo. Non sono scaramantico ne credo alla numerologia, ma i numeri primi restano comunque speciali anche per uno scientista, fa sorridere.
Benvenuto nuovo anno, e ben venuto nuovo mondo.
Ti aspetto qui, ancora su una cima di una montagna, dove guardo dall’alto la vita.

Set 112016
 

Ogni tanto le cose ritornano, come cicli come onde. Il ricordo di un passato è più bello quando arriva inaspettato. Non cambierà la mia vita, non il passato. Lo ha già fatto ed è stato bello per questo.
Un tempo ero una di quelle persone da foto di cose vecchie per rimuginare e ripensare, poi nel tempo ho capito come non importi ricordare necessariamente chi c’era in quel posto, cosa hai fatto, cosa hai visto. Preferisco che ciò che non è stato importante finisca lentamente nell’oblio delle cose dimenticate, preferisco che nella mia testa ci sia lo spazio per tutto quello che devo ancora vivere, per accumulare ricordi nuovi. Ed è la memoria a scegliere cosa fosse importante. Come un girasole preferisco guardare verso la luce e muovermi verso un divenire. Ed è in questo contesto che i ricordi importanti, le cose che ti hanno portato ad essere quello che sei emergono talvolta come una carezza od un sorriso che ti dicono che sì, stai andando nella direzione giusta, che sì esiste una linea diretta che porta da quel che eri a quello che sei ed è quella che puoi seguire passo passo da quel ricordo emerso a tutti e soli quei ricordi che ad esso sono legati. Ed è bello sorriderne e voltarsi sentendo che sono ancora lì, che sono in qualche modo come quando sai di avere con te una squadra di persone di cui fidarti e non ti importa di vederle, perché sono lì.
Stanno cambiando tante cose, e questo mese sembra essere crocevia di novità sotto ogni campo della mia vita che davvero abbia un interesse per me.
Mi è stato chiesto diverse volte in questi mesi, forse ormai in questi anni da dove venga la tranquillità che mi porto dentro, la serenità. Qualcuno dice che non me ne freghi nulla delle cose oppure che non provi sentimenti. Non è così. Credo di aver raggiunto oggi, e spero per lungo tempo una situazione di stabilità interiore che mi permette di non spostarmi prendendo colpi, o di spostarmi quel tanto da non risentirne. La consapevolezza che posso cambiare direzione, non significa aver perso, significa aver scelto.
Brulica di novità il mondo e la vita continua a rimanere stupenda.
Due situazioni in questo periodo mi hanno fatto riflettere su questo mio mondo di pensare.
In due su un cinquantino con le gomme lisce, tachimetro e contachilometri rotti, che probabilmente perdeva carburante e non gli funzionava il segnalatore della riserva, eravamo su una strada bianca disastrata sull’isola di Milo nelle Cicladi in Grecia. In caso di problemi in quella zona dell’isola l’assicurazione del noleggio non avrebbe coperto nulla e non sarebbe venuto a prenderci. Alla guida un caro amico mi ha chiesto “Ma se buchiamo? Non hai paura se buchiamo?”. Non ci ho pensato ed ho risposto “No.”.
Ci ho messo un po’ a chiedermi perché non avessi paura, se io fossi un temerario privo di sentimenti o ci fosse altro. Mi sono chiesto se avessi paura di farmi male, e quella l’avevo. Avevo paura di cadere su quei sassi, avevo paura di farmi male io o che se ne facesse lui, ma non avevo paura di bucare nonostante i cinque chilometri di sterrato, le salite e le discese. La risposta è arrivata solo qualche tempo dopo quando mi sono reso conto che mi sarei quasi divertito se fosse successo. Ero consapevole che avremmo faticato un mondo, che ci saremmo devastati di fatica, che eravamo quasi senza acqua sotto il sole, che avremmo perso l’intera giornata prima di arrivare in una zona dove ci sarebbero venuti a prendere. Ma ero consapevole, sono consapevole, che a distanza di qualche settimana l’avremmo raccontata come un’esperienza di cui ridere. Che qualunque cosa difficile, ti rende più forte e ti fa ridere di tutto. Sarebbe stata semplicemente un altra esperienza che sarebbe rimasta indelebile dentro, un ricordo per sempre, indipendentemente dalle foto. Avremmo suggellato per sempre un’immagine nelle nostre memorie e non sarebbero serviti file jpg per ricordare con chi eravamo, come eravamo, cosa era accaduto. Per questo non ne avevo paura.
Tornando da quel viaggio sono passato da una stazione in cui tanti anni fa, nel 1999 avevo fatto una scritta sul pavimento. L’avevo fatta per una ragazza per cui avevo una cotta adolescenziale, una delle tante per le quali ho avuto cotte adolescenziali per lo più dimenticate. Non mi servono decine di foto per ricordarla e non averne rende quella persona speciale, diversa da tutti perché la ricordo. Ho portato per anni nel portafogli un foglietto bianco scritto con una penna oro. Prima di venire rapinato. Quel foglietto è l’unica cosa persa in quella rapina che ricordi e mi manchi oggi.
“Traffico. Io vivo altrove.” firmato Torne. Per lei ho scritto la prima raccolta di poesie organiche dopo decine scritte a caso su un quaderno privo di ordine. Ho scritto la prima cosa con un inizio, un percorso ed un termine. Eravamo due persone diverse, incompatibili, ci siamo frequentati per davvero poco tempo ma intenso. Non ci siamo più cercati.
“Traffico. Io vivo altrove.” l’ho sempre trovata una piccola chicca di ermetismo Ungarettiano che nella sua semplicità mi ha stupito e negli anni è cambiata per me. Da un sentirsi alternativo e diverso forzatamente con un senso di superiorità come lo vivevo da adolescente oggi è ancora una frase che mi porto dentro come incisa. Più di quel “La vita è sogno fanne realtà” che porto appesa al collo ogni giorno dal 19 luglio 2006. Io vivo ancora altrove, lontano dal traffico. Guardo le persone litigare, muoversi agitate, guardo attorno a me accadere cose, e sono sereno. Non vivo lì. Non sono nella confusione del lavoro che faccio, non sono nei bisticci sulla politica stupida, non sono nel social network. La mia vita, quella vera, quella di cui sono pienamente soddisfatto è altrove, sulle montagne, nei boschi, sotto il pelo dell’acqua, nel dolore dei muscoli affaticati, nel piatto cucinato per qualcuno, nelle birre in un locale, nelle infinite frasi che scrivo, nei miei gatti e nel conte Frederick. Il lavoro cambiatemelo, martoriatemici, affaticatemi, chiedetemi di litigare di politica e mi ci butterò, ditemi che quello che scrivo fa schifo, buttatemi merda addosso. La mia vita è altrove.
C’è un’altra risposta in tutto questo: vivo solo perché non mi interessa avere accanto qualcuno che non viva dove vivo io, che non viva altrove. Un girasole che guardi avanti, e non nel traffico di questo mondo.

Feb 082016
 

C’è un esercizio che si fa negli allenamenti intensivi di atletica leggera, lo fa soprattutto chi ha bisogno di potenza esplosiva come i velocisti o gli ostacolisti, e si fa prevalentemente in inverno lontano dalle competizioni in modo da non appesantire il corpo eccessivamente.
L’eserzio si chiama “Traino”, consiste fondamentalmente nell’avere attaccata alla vita una cintura spessa di pelle e ad essa una corda lunga pochi metri ed una slitta liscia con un perno. Sul perno si mettono gli stessi pesi che si utilizzano per il sollevamento pesi: 10, 20, 30 kg o più, in base all’allenamento.
Non è un esercizio stupido, richiede una certa tecnica e preparazione, non puoi correre strappando o ti farai del male, ne puoi rallentare improvvisamente o verrai travolto. Si parte con la corda tesa e si accelera in modo continuo ma rapido, si corre la metratura prevista e poi si rallenta abbastanza velocemente da non sprecare troppe energie ed abbastanza lentamente da non trovarsi il traino tra i piedi.
Togliere il traino e ricominciare a correre senza impedimenti è una delle sensazioni più belle e liberatorie che si possano provare, come Hermes con le ali ai piedi sembra di volare e davvero questo libera un’energia nel corpo che per qualche minuto ti fa correre come il vento.
Oggi mi sento così.
Come ad aver lasciato un enorme peso dietro, pronto con il corpo e la mente proiettati avanti, verso il futuro, ogni muscolo teso ai blocchi di partenza.

Ai vostri posti.
                Pronti.
                     (uno
                         due
                            tre
Dic 202015
 

Ricordo
Come fossero un passato
sogni che ho sognato
-forse qualche istante creduto-
nella nebbia di questa passeggiata notturna
-solitaria-
il tuo viso,
i tuoi occhi chiari,
le tue labbra
perdute in questa notte
-forse mai viste davvero-
immaginate nei silenzi di questa musica che ascolto
allontanarsi e nella distanza confondersi in un non nulla

Lug 162015
 

Partirà nella notte qui l’han chiamato Europa 3

Nello spazio infinito che fa sentire vicino a dio cercherò il futuro là nasceranno altre città

Certo che mi mancherà questa vecchia gente che mi saluta spera solo in me che ho paura da nascondere su una stella nuova per ritrovare quello che qui non c’è

-Timoria-

L’immagine della terra come la si rappresentava nelle antiche cartine verdi e azzurre è oramai un ricordo del passato, oggi è ormai arancione e grigio, le calotte artiche sono quasi irrimediabilmente sciolte e se ne vede vagamente traccia guardando il mondo da fuori come due piccole zone di un grigio più chiaro, non bianco. Quello che resta delle calotte artiche è ormai ricoperte delle polveri grigie che inglobano nei cicli in cui la superficie si scioglie e si congela di sei mesi in sei mesi ed ogni volta si congelano più piccole.

Nel giro di pochi anni il processo potrebbe invertirsi verso una nuova glaciazione, l’atmosfera è divenuta irrespirabile

Non vi è più traccia di azzurro e verde osservando da fuori il nostro pianeta ma oramai grigio e ocra sono i colori predominanti, intervallati talvolta da nubi spesso di colori iridescenti ricche di anidride solforica ed altre sostanze, non si vedono più luci ovunque negli scorci notturni ma solo localizzate in pochi centri, non più di un paio per continente, tutti ricoperti da enormi calotte di vetro, il resto della civiltà o della vita in genere sembra aver lasciato posto ad un grande deserto.

L’hanno mangiato i nostri padri e i padri dei nostri padri ed abbiamo continuato a mangiarlo noi ignorando volutamente ciò che stava accadendo attorno a noi.

Visto dalla terra il cielo è ormai divenuto rosso carminio e le temperature innalzate negli ultimi decenni, la fine delle risorse del pianeta azzurro. Sembra di essere in un eterno tramonto come se tale tramonto fosse in effetti il tramonto non solo di una civiltà ma di tutto ciò che un tempo la circondava. Visto dal basso al di fuori delle cupole si vedono solo rovine antiche di quelle che potevano essere città, rovine che nonostante gli anni sono state intaccate solo dai crolli e dalla polvere che come in una sabbiatrice leviga gli spigoli e distrugge i colori, nessuna traccia della natura che con la vegetazione tenti di riprendersi il suo territorio, nessuna traccia di nulla che possa dirsi vivo. Il mondo all’esterno è di gradazioni tra il rosso e il giallo e niente altro. Lo abbiamo mangiato, lo abbiamo mangiato, Abbiamo distrutto tutto nella Grande Guerra, abbiamo distrutto tutto. Non era bastata l’atomica, la bomba H, Hiroshima non ci ha insegnato nulla. I positroni. La bomba a positroni. Neppure l’estetica ormai anacronistica di un fungo atomico ma solo morte silenziosa ed immediata, da una parte all’altra del pianeta, distruzione, auto distruzione, nel giro di pochi secondi come un lampo che provenisse da un lato della sfera entrasse all’interno in direzione perpendicolare e poi si allargasse come un cilindro a riempire tutto il volume e la superficie. Poi colori cangianti, l’aria stessa rarefatta, cadaveri ovunque, cadaveri nelle città, cadaveri nella savana cadaveri galleggianti sulla superficie del mare, anche mostri marini sconosciuti, calamari giganti in superficie spinti da questa forza distruttiva ed uccisi e piante distrutte cadute ancora verdi ma prive di vita, intere foreste di conifere abbattute, con ogni singolo albero sradicato e comunque morto dentro cellula per cellula infinità di insetti caduti dal cielo o morti nella terra o nelle piante senza sapere neppure di esserlo, infiniti batteri, amebe, esseri monocellulari le cui membrane si sono rotte lasciando i citoplasmi uscire come uova rotte.

Gli unici esseri viventi salvatisi furono qualcosa come dieci o dodici comunità sparse per il mondo di cui attualmente solo alcune sono in grado, o vogliono, comunicare con le altre e parlare delle loro posizioni geografiche

Le comunità più colte tra le più ricche pochi anni prima dell’aggravarsi della situazione bellica mondiale avevano costruito degli scudi positronici i una potenza sufficiente a deviare il fascio positronico più potente conosciuto all’epoca

Enormi bunker sotterranei in piombo ricoperti sulla superficie di un materiale riflettente polarizzabile a cariche negative erano stati costruiti in alcune zone del mondo, ovviamente vennero popolate nella situazione di emergenza da persone potenti o importanti strategicamente come scienziati, costruttori, ingegneri. Molte di queste strutture vennero spazzate via piegandosi come scatolette e lasciando entrare radiazioni e particelle facendo esplodere una ad una le cellule che componevano i corpi di queste persone. Senza quasi dolore, o forse un dolore immenso concentrato in un istante di una brevità dell’ordine del millesimo di secondo. Come un raggio improvviso ogni corpo rimase come molle e privo di vita, della consistenza della verdura scongelata.

Gli unici bunker che ressero realmente erano in alcuni centri scientifici dove il lavoro fu fatto con l’intelligenza e non con il profitto Da allora i centri di “civiltà” ancora presenti sono delle specie di riserve indiane. Qui in una di esse vive il nostro protagonista “Non credevo saremmo arrivati a questo punto, non lo credevo” Un uomo, un uomo come lo erano in tanti altri, i tratti asiatici tradiscono gli danno un aria forse più giovane ma i capelli brizzolati ne tradiscono un’esperienza maggiore di quanto appaia. Indossa una tuta azzurra, omaggio al colore della terra, larga e morbida, una tuta spaziale. Ai polsi sono presenti anelli per l’aggancio di guanti e alla collo un anello più largo per l’aggancio del casco. Non vi sono loghi ne bandiere “Le bandiere non hanno più senso in un mondo dove nessuno vuole distinguersi e sentirsi più potente di un altro” ne nessuna immagine distintiva. Non vi sono telecamere di grandi annunci ma tutti i due o trecento abitanti radunati attorno a lui e ad altri due uomini ed una donna vestiti allo stesso modo. L’unica scritta è impressa sulla carena dell’enorme mezzo alle spalle dell’uomo, “Europa 3”. Il mezzo è al contempo avveniristico ed artigianale, la livrea bianca e lucida riflette la luce rossa come nei grandi momenti ma il mezzo è costruito di materiali di recupero. Un tempo questa doveva essere una base di lancio per satelliti televisivi o sonde di qualche genere. Ma anche i loghi di questa società o base sono stati deposti, non c’è modo di sapere cosa fosse e probabilmente non importa. I tre motori a reazione sono spaiati diversi tra loro, il corpo dell’astronave somiglia vagamente a quello di uno shuttle ma le dimensioni sono decisamente ridotte rispetto a quest’ultimo, ha più l’aria di un grande aereo. “Signori e signore ecco a voi Europa 3, la speranza per la rinascita di una nuova civiltà altrove, lontano da qui, è equipaggiata con il meglio della tecnologia recuperata”

All’interno, accanto alla console di guida vi è un computer con cabinet vecchio stile, fissato con viti alla struttura stessa della console di guida, sta girando un software di diagnostica che sembra effettivamente in grado di visualizzare le componenti della navetta nonostante sia esteticamente un comune PC

“ed è probabilmente l’ultima speranza per un mondo migliore, possiamo andare a recuperare i mezzi abbandonati su Marte”

 

Marte, visto da lontano non sembra più rosso e morto come un tempo, sulla sua superficie vi sono diverse cupole ricche di vita floreale ed alcune sembrano dei giganteschi zoo pieni di animali. Tutto però sembra abbandonato, non sembra esserci presenza umana ma tutto è fatto da automi che si occupano dell’approvvigionamento di risorse, della coltivazione, della produzione di cibo per gli animali e per le piante. Dei sensori indicano che le percentuali di gas nell’aria all’interno delle cupole è ottimale per l’uomo. Ogni cupola è collegata alle altre da tunnel stagni e talvolta si vedono aprire i portelloni tra una cupola ed un tunnel e passarvi attraverso un mezzo automatizzato che trasporta materiale da una all’altra parte, ogni cupola è dotata di una base di lancio e al centro della disposizione delle cupole stesse vi è una gigantesca base di lancio. I vettori presenti sulle varie basi di lancio sono numerosi anche se la gran parte è assente.
“Non abbiamo più modo di comunicare con il pianeta dopo l’esplosione ma stimiamo che i mezzi automatici dovrebbero aver continuato a funzionare nonostante l’abbandono e dovrebbero esserci ancora diversi vettori funzionanti. Dovrebbe essere possibile recuperarli”

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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