Set 122015
 

La sua infanzia non fu delle più felici, non che le mancassero gli affetti, i giochi, gli amici, non che la sua famiglia fosse particolarmente povera o disattenta, la causa scatenante fu certamente un evento della durata di poco più di quindici minuti, una frazione di questi quindici minuti durata forse non più di dieci. Una visione sola di un solo istante e di nuovo tutto ciò che ci sta attorno dilatato nuovamente in quello che significavano quei quindici minuti ed infine verso tutto il resto della vita a partire dal centro del tempo, del corpo, dell’energia, dal centro dello stomaco. La sua nascita fu semplice e veloce e in breve si trovò tra le braccia di una mamma medio borghese e di cultura abbastanza alta e quelle di un padre altrettanto medio borghese ma di una cultura ben più elevata, una famiglia ricca sia del tempo che delle sostanze, una famiglia accogliente e di sani principi, quasi da film americano. Non sempre però è tutto questo quello che serve ad una figlia per crescere o non sempre tutto questo può rimanere il tempo giusto per darle il tempo di conoscere il mondo ed abituarvisi. Crebbe come una bimba felice e sorridente, lo fu sempre in ogni fase della sua vita ad eccezione di quella fase dell’adolescenza che quasi tutti passano, la fase degli scontri generazionali, della ricerca dell’identità, e della fuga da qualcosa che in lei risultava irrisolto ed incomprensibile. Dimenticato e al contempo indimenticabile. Quest’ultima, la presenza costante di un mostro, per fortuna della maggior parte delle persone non è una fase fondamentale, ma fu questa probabilmente la cosa che la rese ciò che fu, nel bene e nel male. Nella forza e nella debolezza qualunque delle due parti fosse l’una e qualunque l’altra. Erano tempi di un passato quasi fiabesco in cui ancora i ritmi erano blandi, in cui per comunicare si usavano lettere di carta, telefoni con i fili, tempi in cui era necessario essere in casa per ricevere una telefonata ed aspettare per ricevere risposte scritte, tempi in cui si comunicava a parole e discorsi e non a faccine ed abbreviazioni. Suo padre però aveva la consuetudine pochi istanti prima di tornare a lavoro di alzare la cornetta del telefono e fare il numero di casa, un singolo squillo e da quel momento partiva il tempo. Mathilde da quell’istante contava quindici minuti esatti, non uno di meno e non uno di più e poi correva alla porta ad attenderlo, puntualmente sentiva le chiavi appese alla cintura di suo padre tintinnare su per le scale, fino a davanti alla porta, poi nuovamente tintinnare più forte e la serratura girare, la porta aprirsi e poi vedeva spuntare quelle grandi manone forti e la pancia tonda ma non grande sovrastate da due spalle grandi e lontane lontane lassù in alto e più in su ancora la sua barbuta faccia allegra che si avvicinava scendendo, abbracciandola e dandole un bacio grande sulla fronte. Quella volta accadde qualcosa di diverso. Quella volta suo padre doveva passare a prenderla per portarla al compleanno della sua migliore amica e lei era vestita a festa, il vestito intero azzurro e rosa con la gonna poco sopra le ginocchia, la schiena un po’ scoperta e le braccia completamente. Di profilo un po’ di seno iniziava a spuntare in un misto di apprensione e di aspettativa, sentiva di stare crescendo di fuori ma si sentiva ancora bimba dentro ed il rossetto un po’ vistoso e le unghie con lo smalto colorato di colori vivaci aumentavano questo contrasto in modo visivo e lo facevano uscire dalla sua testa per concretizzarsi. Non avrebbe mai più indossato dello smalto colorato, né un rossetto forte, ne molti altri dei trucchi che ne modificavano la gioventù e la facevano essere quasi adulta e al contempo bimba ma non avrebbe ricordato per anni il perché di questa scelta inconsapevole. Quella sera i quindici minuti passarono in fretta, come se l’orologio corresse, come se il mondo precipitasse in fretta verso una singolarità nel tempo e passata quella al contrario parve dilatarsi, rallentare, rallentare fortissimo e disperdersi. Poi squillò il telefono, squillò di nuovo mentre mamma si avvicinava lentamente come già aspettandosi qualcosa, bianca in volto “pronto”, disse. E niente altro per un tempo interminabile e poi “va bene”. Si vestì in fretta, senza dire nulla, con il volto come congelato, immobile, inespressivo. La spinse dolcemente ma risolutamente in macchina e la portò alla festa. Attese qualche istante dopo che la porta della casa che ospitava la festa fu chiusa ma non abbastanza perché l’urlo non si sentisse sopra al rumore del motore dell’auto accesa, sopra la musica e le urla dei ragazzini, non lo sentì quasi nessuno, tranne Mathilde che lo dimenticò secondi o anni dopo. Suo padre non era più. Vi era da qualche parte un corpo privo di una mente, di un’anima, di una personalità, un corpo spento che non poté più abbassarsi a stringere, né a baciare ma non le fu concesso di saperlo, non le fu concesso di salutarlo, non le fu concesso nulla di quello che forse sarebbe bastato a salvarla. Qualche ora dopo la madre tornò a prenderla. Dal suo punto di vista l’aria degli adulti era particolarmente mesta, non solo quella di sua madre ma quella di tutti indistintamente; aveva passato la festa mangiando per non parlare con gli altri, per non dover spiegare perché non avesse voglia di giocare, per non spiegare che era offesa perché era accaduto qualcosa e nessuno aveva avuto la decenza di spiegarglielo ed ora tutto quel cibo pesava nel suo stomaco come un macigno enorme mentre nella conferma di uno stato alterato del mondo la sacca si stringeva in un pugno. Sua madre la portò a casa e dopo averla lasciata in camera si chiuse a sua volta nella propria nel silenzio. Non disse una parola per tutto il tragitto, non disse una parola in casa mentre la casa stessa era come un enorme cuscino schiacciato sulla faccia della vita che era esistita fino a quel momento. Solo un tempo lunghissimo più tardi bussò alla porta e disse “Mathilde, ti devo parlare, è successa una cosa a papà” le raccontò una favola come la si racconta ai bambini, le raccontò che suo padre se ne era andato via e che non sarebbe tornato mai più. I bambini non temono la morte, i bambini hanno piena coscienza della morte del cessare di esistere e lo vivono come un fatto naturale, triste ma naturale, è tutto ciò che gli adulti vi costruiscono sopra a creare il problema e questo fu il suo personale di problema, il suo specifico, enorme personale problema, non il fatto che suo padre non sarebbe tornato. Non il fatto che suo padre avesse cessato per sempre di esistere. Il mondo era improvvisamente divenuto falso. Il mondo stava improvvisamente mentendo. Ascoltò sua madre parlare e piangere e parlare ancora e giustificarsi per cose inesistenti e piangere ancora fino a quando concluse “C’è pronto da mangiare. Ti va di mangiare qualcosa? Non mangi da un po’. Vai a lavarti le mani”. Annuì e il suo stomaco ancora pieno, bloccato si strinse fino a divenire una nocciolina. Si alzò e andò in bagno: fu questo il momento. Questo e nessun’altro. Lo stomaco orma pieno, bloccato, cementificato volle svuotarsi e lei si chinò a vomitare nel gabinetto, in un misto di schifo e liberazione, di sofferenza e di gioia, di acido e liberatorio. Si pulì la bocca con la carta igienica e per un istante si fermò dicendo “Mam…” e poi pensò che forse sarebbe stato peggio per entrambe. Fu la prima volta che si sentì grande, fu la prima volta che ebbe il sentore che avrebbe dovuto cavarsela da sola nella vita. Ma il momento nel momento, il momento chiave di tutti i momenti fu quando allungò la mano, prese distinto l’asciugamano di suo padre e vi pianse dentro. Quando l’odore della pelle misto al dopobarba entrarono dritti nel suo cervello, entrarono come un colpo di pistola, come una penjet di benzodiazepine diretta nell’ippocampo e le lacrime di rabbia, di impotenza, di gioia sgorgarono contemporaneamente come in un fiume di emozioni. Suo padre sembrava ancora lì, ancora presente, era in definitiva davvero parte di lui e attraverso i polmoni entrava in lei. “Mathilde! Dai è pronto!” era lui ad averle dato quel nome, il nome di un asteroide scoperto cento anni prima. Nascose l’asciugamani nel suo posto segreto e come se niente fosse andò a cena.

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Mar 202015
 
  1. Trovare un eclissi di sole.
  2. Prendere una scatola di dimensioni tali da poterla tenere in mano, va bene 30X20 circa.
  3. Togliere uno dei due lati più ampi.
  4. Fare un piccolo buco su uno dei due lati più piccoli.
  5. Incollare all’interno della scatola sul lato opposto un foglio bianco.
  6. Puntare il lato con il buco verso il sole
  7. Guardare l’eclissi proiettata sul foglio bianco.

p.s. forse una scatola da scarpe è l’idea migliore, usate le forbici arrotondate.

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Feb 282015
 

Era una sera di quelle in cui la temperatura ti fa rabbrividire solo un istante, il respiro si addensava in una piccola nube prima di scomparire quasi improvvisamente, indossavamo tutti maglioncini leggeri o giacche leggere, ed era buio.
Moltissimo buio.
Ricordo l’aria frizzante di quella sera come fosse oggi, come fosse vera, e ricordo di aver girato la testa incontrando accanto ai miei occhi la mano di mio padre, la presi e la tirai leggermente verso di me, lui sembrava assorto a guardare nella stessa direzione in cui stavo guardando io solo pochi istanti prima.
Ho sentito la mia voce dire “papà, papà, ma chi è quella ragazzina”?
Era sulla strada davanti a casa mia, a terra, piatta come un foglio di carta leggermente raggrinzito, attorno a lei c’erano dei signori che non conoscevo e qualche mio zio o zia che non saprei definire, c’era anche la zia gilda, e quella signora che mi dava sempre le caramelle al miele. Entrambe signore anziane nel buio della sera si distinguevano solo per il fumo che usciva dalle loro bocche e che vedevo nonostante fossero di spalle salire qualche istante dalle loro teste.
Erano vestite di nero, con il velo in testa e quei vestiti tipici delle donne anziane delle zone rurali. Osservavano tutti la bambina schiacciata, quasi fosse disegnata a terra e il signore che con una spatola di ferro la stava staccando dall’asfalto e ne stava raccogliendo i resti, come quando si stacca un adesivo da un contenitore di plastica.
La bambina era anch’essa vestita di nero come tutto, portava un vestito intero con le gonne che arrivavano fino all’altezza delle ginocchia e delle scarpe di vernice in tinta.
Il viso era dolce, non sorridente ma neppure triste, era difficile distinguere molto i lineamenti, un po’ per l’età, un po’ per la piattezza dell’immagine, aveva però lunghi capelli neri raccolti in due trecce ai lati.

Mi svegliai lentamente, non di soprassalto, passai dallo stato del sonno a quello della veglia pensando ancora a chi potesse essere questa ragazzina, provavo un senso forte legame elettivo nei suoi confronti e una mezza consapevolezza che non fosse un sogno fino in fondo, le diedi il mio stesso nome ma ovviamente al femminile.

Quando fui completamente sveglio piangevo per la sua assenza, per il suo essersene andata dal mio mondo, in un modo o nell’altro. Ero un bambino, di sei anni ed è il ricordo di sogno più vecchio che io abbia.

Mi ha accompagnato per tutta la vita in un modo o nell’altro, ci sono certi giorni nelle mezze stagioni, a settembre quando l’aria si raffredda o a marzo quando sta iniziando ad andarsene il freddo in cui passando davanti alla casa dove abitavo sento ancora quella lieve brezza, osservo l’aria addensarsi poco davanti alla mia bocca e poi allontanarsi e guardo come aspettandomi di incontrare quella bambina, o di vedere cosa le fosse accaduto.

Ricordo altri due sogni non molto distanti, il primo so di averlo fatto qualche mese dopo di questo, nel sogno ero adulto, guidavo un auto e questa si fermava ai bordi di una strada rialzata, da lontano vedevo giù dal dirupo una donna, in questo sogno ero adulto, immobile a guardare in direzione opposta alla mia. Scesi dall’auto e percorsi la discesa verso la donna, la raggiunsi mentre era ancora voltata di spalle e le toccai una mano.
Un istante dopo stavamo scappando da un branco di lupi e mi svegliai del tutto privo di paura come se fosse stato il sogno più avvincente, l’avventura più divertente mai vissuta, tanto che la ripetei decine e decine di volte nei miei giochi a scuola nelle settimane a venire.

Nel tempo mi capitava spesso di sentire la sensazione di essere tornato a quel momento, quell’aria leggermente fresca, frizzante, il buio attorno, i lampioni spenti, forse solo uno lampeggiante per dare l’atmosfera del vedo e non vedo, e la netta sensazione che girandomi avrei visto la bambina, o la donna adulta che nel frattempo poteva essere diventata.

Nella mia adolescenza quella bambina divenne il mio ideale di bellezza, negli occhi di ogni ragazzina cercavo i suoi, cercavo una ragazzina col mio nome, una ragazza con quei capelli, una donna con quello sguardo.

Quando ero adolescente sognai di incontrarla, fu come un colpo di fulmine improvviso, la incontrai e l’affinità elettiva che ci legava esplose in una scintilla, non so descrivere come ma il sogno durò mesi in cui ogni sera ci vedevamo, uscivamo, facevamo mille cose ma al contempo non ricordo nessuna di queste cose, ricordo la sensazione di averle vissute. Lei era sempre vestita di nero e portava ancora quei capelli neri raccolti anche se più corti rispetto al primo sogno.
Un giorno decise di portarmi a casa sua, per presentarmi suo padre, abitava vicino a dove abitavo nella realtà, saprei anche andare a suonare a quel campanello se mai ne avessi avuto il coraggio. Nel sogno suonò lei, una volta entrato ricordo la stanza il tavolone grande, il camino, ricordo quell’aria di casa calda, quel senso di focolare domestico d’altri tempi, ricordo di aver discusso con suo padre dei miei studi, di cosa avrei voluto fare da grande, mi disse cosa secondo lui sarebbe stato conveniente facessi nella mia vita, che è poi quel che feci nella realtà ma non per i suoi consigli.
Poi mi girai per sorridere a lei, ma lei non c’era, chiesi a suo padre e lui si mise a piangere e mi svegliai.

Fu uno dei sogni più strani che feci e l’ultimo in cui la sognai dormendo, passarono molti anni da allora divenni il professionista che curiosamente nel sogno mi era stato consigliato di diventare ma non ebbi mai un buon rapporto con le donne, non saprei dire il perché, o forse si. Non avevano quei capelli, quello sguardo, o quando lo avevano ne ero terrorizzato.

Un giorno diversi anni fa stavo guidando, non ricordo neppure da dove tornassi, cosa ci facessi lì se mi distrassi, se corressi, non ricordo nulla, ma ero su una curva di una tangenziale poco lontano da dove abito ora, persi il controllo del mezzo, improvvisamente, senza alcun presagio la coda cominciò ad allargarsi, a perdere aderenza a scivolare verso l’esterno. Ricordo tutto come a rallentatore, il tempo di pensare che non sarebbe potuta finire bene, la lucidità di controsterzare, il pensiero dei corsi di guida sicura in cui mi ripetevano che il corpo tende a far girare l’auto nella direzione in cui si guarda, il pensiero costante di guardare la strada nella direzione in cui avrei dovuto andare, il guardrail che sfiora il muso della macchina mentre la coda è già sulla corsia di destra. Ho tutto il tempo di pensare che sono fortunato ad essere su una strada a doppia corsia ma a senso unico e di essere su quella di sinistra, finalmente il controsterzo comincia ad agire e la coda ricomincia a rientrare, giusto il tempo di sperare di essermela cavata e poi di accorgermi dell’effetto pendolo che porta l’auto a ruotare nella direzione opposta, giusto il tempo di pensare ancora di guardare nella direzione giusta in modo che la memoria muscolare faccia il resto.
Non so quanto sia durato, ma dentro di me è durato ore il tempo tra l’inizio di quella sbandata e la fine. Immobile al centro della strada, senza danni.

Chiusi gli occhi e respirai.

Chiusi gli occhi e ringraziai il cielo per essere stato solo in macchina e per non aver ceduto al panico.

Posai la mano sul sedile del passeggero, poco distante dal freno a mano, sempre con gli occhi chiusi e sentii una mano toccarmi, una mano calda, liscia.
L’aria era frizzante o forse era l’adrenalina ad esserlo, aprii gli occhi e accanto a me non c’era nessuno, guardai subito la mia mano e non notai nulla di strano.

Tornai a casa lentamente ancora con il cuore in gola, incapace, incapacitato, in crisi, ed una volta arrivato mi misi a letto e spensi la luce.
Il cuore batteva ancora terribilmente forte, dovevo bere un goccio di Jack, aprii gli occhi e allungando la mano verso l’interruttore mi cadde lo sguardo sull’armadio a specchio, la luce era poca, solo quella che filtrava dagli scuri semichiusi dalla notte, ma accanto a me, dietro di me nel letto vidi una donna dai lunghi capelli raccolti su due trecce, accesi la luce e mi voltai a guardarla.

Non c’era.

Ora sono qui, guardo il liquido dorato nel bicchiere largo, lo faccio ruotare, penso che sia uno dei colori più belli che conosca quello del whiskey, e mi piace la densità così diversa da quella dell’acqua, il modo di muoversi, l’odore forte prima di berlo il gusto forte e delicato che cambia nel tempo del sorseggio tra infinite sfumature tra dolce e amaro, ed il retrogusto che rimane.
Non sono più stato al buio da allora. Non ho più spento la luce ne sono uscito di casa la sera.
Ho un termometro da esterni e non esco mai se la temperatura non è lontana dai dodici gradi, molto più bassa o molto più alta non importa, ma non voglio più sentire quell’aria frizzante, non voglio più vedere l’aria del respiro addensarsi in quel modo.
Non ho più dormito con le luci spente e non ho più guidato, i miei colleghi mi danno del pazzo perché cammino un ora e mezzo ogni giorno, andata e ritorno. Le giornate si stanno accorciando però, e la temperatura si abbassa, non manca molto a quando non potrò più andare a lavoro e senza passare dal buio, senza vedere addensarsi l’aria del respiro.

Per questo scrivo questa lettera.
Ora il bicchiere è finito, e sento il freddo dentro.
Ora il bicchiere è finito e spegnerò la luce.

 

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Ott 222014
 

Negli ultimi anni si continua a dire che ci sia stato un boom dell’informatica, che l’informatica sia entrata nelle nostre vite, e sempre più spesso si sente un amico definirsi “informatico” perché “bravo con il computer”, spesso si chiama “informatico” il nostro amico che sa installare Linux, che ci sistema il disco danneggiato o che ci aggiusta il PC.

Il termine informatica e informatico sono sempre più usati e sempre più a sproposito. Si guarda i bimbi meravigliati che capiscono al volo l’iPad o il tablet di turno e si resta a bocca aperta pensando “io di informatica non ci capisco niente”. E così si dimostra la propria tesi.
Molti genitori danno in mano oggetti tecnologici ai loro figli con la convinzione che “ne capiscano più di loro”, ma pochi si rendono conto e spiegano al figlio che sotto quella tecnologia c’è un mondo. Chissenefrega, funziona! Direte voi.

Ebbene è anche a questa incapacità di scindere tra la tecnologia e l’informatica che ci sta sotto, tra la magia di ciò che si vede e la realtà di ciò che è che fa si che ci si infili in situazioni estremamente rischiose. La gran parte dei neofiti del mondo della tecnologia, anche adulti si trova davanti oggetti che funzionano magicamente e che inviano ad altri oggetti simili cose magiche. Tu hai un oggetto che fa tutto, e non ti chiedi cosa faccia. Tu hai un oggetto dove salvi le tue foto e non ti chiedi se dietro queste foto vengano salvate anche altrove, così nasce “the fappening“, il famoso scandalo di foto famose rubate, ma peggio così i nostri figli, fratellini, nipotini e cuginetti si fanno rubare foto intime perché non si rendono conto che tutto ciò che viene inviato attraverso qualsiasi cosa può essere intercettato.
Sono fortunati quei pochi che ancora ricordano il modem fare quegli strani rumori per connettersi, e ancora di più quei pochissimi che ricordano che internet, il nostro smartphone, la smart tv, il frigorifero connesso alla rete funzionano ancora come quel modem, solo silenziosamente e velocemente.

Ma il tema di cui volevo parlare in realtà era ancora più a “basso livello”, come si dice in informatica.
Lavoro in una società di “informatica”, vivo in mezzo a informatici ed “informatici”, e distinguo tra informatici e tecnologici. La società per cui lavoro in realtà è una società di servizi, non offre informatica, ma servizi di informatica applicata, ma questo molti di quelli che ci lavorano non lo sanno, e molti che non hanno a che fare con l’informatica si ritengono informatici.
Io possiedo un modesto pc portatile con prestazioni adatte a grafica di media entità, giochi di media entità, andar ein internet e scrivere un po’, ma quando parlo con gli “informatici” li sento dire cose come, ma come fai a lavorare senza almeno un 8 core, 64giga di ram, la scheda video supermegacattiv di amd multicore stratosfericamente overclockata? Parlano di cambiare componenti, di prenderne più fighi e volere più potenza. Io la chiamo ansia da prestazione, o invidia del pene come un mio collega ha argutamente indicato.

Copio da una banale wikipedia ma è piuttosto precisa in questo caso:

L’informatica è la scienza che si occupa del trattamento dell’informazione mediante procedure automatizzabili.

Il termine informatica deriva dalla lingua tedesca informatik ed è stato coniato nel 1957 da Karl Steinbuch nel suo articolo Informatik: Automatische. Informationsverarbeitung, poi è stato ripreso da Philippe Dreyfus nel 1962 col libroInformatique, contrazione di informazione automatica.

In particolare è la scienza che ha per oggetto lo studio dei fondamenti teorici dell’informazione, della sua computazionea livello logico e delle tecniche pratiche per la sua implementazione e applicazione in sistemi elettroniciautomatizzati detti quindi sistemi informatici.

Io amo l’informatica, e ci ho messo tanto a capirlo, ci ho messo ben più di un diploma e di una laurea, ci ho investito il mio futuro, e non saprei che farmene di un 8coresuperoverclocckato, perchè questa è tecnologia, non informatica.

Sempre nell’azienda dove lavoro ho seguito quello che fino ad ora credo sia il più bel progetto che mi sia capitato tra le mani, un progetto che ha aperto la strada a diversi sviluppi se possibile ancora più interessanti.
Cercherò di spiegare nel modo più semplice e meno noioso possibile di cosa si tratta.

Il problema è avere centinaia di migliaia di lavori sa svolgere collegati tra loro con milioni di dipendenze. Il lavoro ennesimo non può terminare fino a che non sono finiti i suoi predecessori, ogni predecessore ha però decine di predecessori a sua volta, non in catene lineari ma interconnesse. Non posso montare la ruota se non ho i bulloni e il cerchione e la gomma. La gomma non esiste se non la fabbricano, i bulloni me li deve comprare qualcuno, il cerchione mi arriva da un altra parte.
Basta uno di questi per bloccare avanti il resto.
Questo per centinaia di migliaia di lavori e milioni di legami.
Come avere una stima esatta dei tempi di svolgimento di tutto questo con un anticipo di ventiquattro ore? Come mantenere monitorato tutto questo a intervalli di dieci minuti senza avere troppa complessità computazionale e perdere troppo tempo?

Questa è l’informatica, e questo con tanto lavoro sono riuscito a realizzare con un collega, e siamo riusciti a realizzarlo in modo molto più preciso e performante degli attuali prodotti sul mercato.

Quando racconto questo ad un informatico lui mi risponde “grande! Ma hai usato dijkstra o ti sei fatto un algoritmo tu?”. Dijkstra in effetti è un’ottima strada per risolvere il problema, ma consuma troppe risorse.
Quando lo racconto ad un “informatico” questo mi risponde “grande! Ma con che linguaggio lo hai scritto?” La verità? L’ho scritto su un foglio di carta disegnando degli strani simboli che mi sono inventato. Stavo guardando Grey’s Anathomy, o qualcosa del genere.

L’informatica non è il linguaggio di programmazione, ne la programmazione, ne il pezzo di ferro su cui gira il programma, ne il programma stesso.

L’informatica è la scienza che si occupa del trattamento dell’informazione mediante procedure automatizzabili.

Automatizzabili, non automatizzate. Per quanto mi riguarda ad automatizzarlo lo può fare qualcun’altro, o lo faccio tanto per “concludere il progetto” ma l’informatica sta dietro a tutto questo. Il mio algoritmo non è un algoritmo Java (sebbene gran parte della realizzazione in azienda sia stata realizzata in Java per motivi tecnologici), ma un algoritmo, potrei scriverlo in Java, Rexx, Pascal, C++, pseudocodice, disegnarlo su un foglio con simbolini che mi sono inventato e rimarrebbe informatica allo stesso modo, rimarrebbe quello che è allo stesso modo.

Poi si, con il tuo supercomputer costoso puoi montarci video, puoi scriverci software mutithread, puoi sfruttare il parallelismo della scheda video, puoi realizzare un amico virtuale, ma non fa di te un informatico.
Ti fa sentire un informatico.
I più grandi informatici della storia Turing  e Church sono vissuti in un epoca in cui i computer non esistevano, ed hanno scritto loro cosa sia l’informatica. I vari Gates, Jobs, e i famosi “informatici” conosciuti dal pubblico sono tecnologici, sono venditori, sono tante cose che non tolgono nulla al loro genio, ma non sono informatici, Dennis Ritchie era un informatico loro coetaneo e che ha dato una enorme spinta all’informatica applicata alla tecnologia, loro hanno usato il suo lavoro e il lavoro degli informatici per comprare il mondo, ma l’informatica è altro.

Per questo quando dico che vorrei andare a vivere in un paese privo di tecnologia non sono incoerente con la mia passione per l’informatica. Io adoro risolvere problemi che implichino l’elaborazione dell’informazione, ma lo posso fare anche senza un computer.

Informatica e tecnologia non sono la stessa cosa, l’informatica è esistita prima dei computer ed esisterà dopo, come un unico filo che parte dal pallottoliere e arriverà all’intelligenza artificiale. Sfruttando la tecnologia, ma non rimanendone schiava.

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Feb 222011
 

Qui mi sono imbattuto in un interessante ed esaustivo elenco delle strategie più usate dai ciarlatani in generale e da quelli che bazzicano il web in particolare.
Ho pensato di riproporlo con qualche modifica per adattarlo a ciò che accade in forum e blog (l’originale si riferiva nello specifico all’ambiente dei newsgroup), in quanto veramente illuminante, anche perché quella che ho linkato è la versione italiana di una lista di fuffosità varia redatta inizialmente da un gruppo statunitense, a dimostrazione del fatto che tutto il mondo è paese: le regole che seguono, vi ricordano il comportamento di qualcuno, per purissimo caso?

Per essere un Fuffaro come si deve, è necessario seguire le seguenti norme:

1.

Preferite sempre la chiave di lettura cospirazionista rispetto alla chiave di lettura noiosamente banale: le spiegazioni naturali, come ad esempio che a Roswell sia caduto un pallone-sonda, sono per i sempliciotti e per le spie del governo. Se volete andare a letto con quella topina newage tutta curve non ditele che l’astrologia è una cretinata (anche i non-fuffari possono trarre temporaneo beneficio da questo consiglio).

2.

Mai cercare la più semplice ed ovvia causa di qualcosa ed in particolare evitate come la peste di menzionare il Rasoio di Occam: è la vostra nemesi!

3.

Dovete essere convinti che la parola «anomalia» significhi «conferma indubitabile» di attività paranormale, o analogamente «dimostrazione inoppugnabile» di presenza aliena, o ancora «prova incontestabile» di misterioso e malvagissimo complotto a livello come minimo mondiale se non intergalattico.
Quindi usate la parola «anomalia» più spesso che potete: eventualmente arricchitela da aggettivi come «inspiegabile», «inquietante», o, se siete in full attack mode, «evidente», «lampante», ed altro che implichi gravi difetti psicofisici in chi osasse trovarla qualcosa di normale.

4.

Definite tutto quello che è comunemente accettato, e contro cui vi battete, usando l’aggettivo «ufficiale» in senso dispregiativo, come se si trattasse di un’imposizione proveniente da qualche autorità di cui bisogna diffidare e non di cose che chiunque, solo volendolo, può verificare.
Riempitevi la bocca di frasi che iniziano Continue reading »
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Feb 272010
 

Finalmente si inizia!
Arredare da zero la casa è difficile, guardare una stanza totalmente vuota e pensare cosa ci metterai dentro, che poi son cose che costano!
Mica puoi comprare una cucina e dopo due mesi cambiarla… soprattutto in una casa come la mia dove la cucina è praticamente la prima cosa che vedi entrando, è la caratterizzazione di tutto.
In questi giorni mi sono messo a girare per negozi con una noia mortale “questa è banale”, “questa carina ma non mi dice niente”, “questa sembra di plastica”, “questa è troppo colorata”, “questa troppo smorta”, “troppo moderna”, “troppo vecchia”…

Fino a ieri l’unica cosa certa era l’illuminazione.
Niente lampadari, illuminazione dimerabile con due luci diverse, il che caratterizza il tutto con un tocco di moderno, di elegantemente minimale.

Ieri infine sono stato in Continue reading »

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Ago 262009
 

Osservarti
20/08/2009

È ad osservarti
ad osservare il tuo sguardo
ad osservare il tuo sorriso che acquisto consapevolezza

Come a sapere che a accanto staremmo bene
come a sapere che non staremo mai accanto
come a sapere che giochi
come a vedere che volente o nolente anche io sto giocando
come complicità bilaterale di chi sa di non voler nulla ma di poter molto.

E poi ti guardo mentre sorridi
scherzi
mi saluti con complicità e ridi.

E domani tutto è nulla.

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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