Nov 292016
 

Non è lo sparare l’atto principe dell’azione, è solo la conseguenza. Tutto l’insieme dell’atto è soprattutto nella respirazione e nell’attesa. Un susseguirsi di momenti in cui riempi i tuoi polmoni, stabilizzi il corpo e attendi un susseguirsi di istanti che sarebbero quelli sbagliati. Dal puntare al momento in cui premerai il grilletto passano solo pochi secondi di inspirazione, attesa, stabilizzazione della mira. Poi arriva l’istante esatto, subito dopo è troppo tardi. La mano incomincerà a tremare, il peso dell’arma a pesare, il cuore accelererà pompando il sangue e non potrai fare altro che abbassare l’arma e ricominciare un nuovo ciclo.
Il nemico è là, in fondo alla canna del mio fucile, allineato al mirino, poco più in basso per bilanciare la curva della traiettoria lunga. Il vento è calato in questa notte fredda e lo vedo mentre mi cerca col lo sguardo. Il colpo che ha appena sparato gli ha fatto perdere il punto, o forse non si era accorto fossimo in due quando ha ucciso il mio compagno.
Passano nella mia mente infinite cose mentre inizio ad inspirare l’aria nei miei polmoni, passano i nomi degli uomini di cui ricordo il volto nella morte, passa l’impressione di essere già stato a questo punto come in un dejavu, mi sembra anche di ricordare come sia andata a finire ma il ricordo si ferma un’istante prima di arrivare alla mia mente cosciente. Non riesco a farlo.
Un tempo ero stato spietato, e non mi occorreva pensare, i movimenti immediati in una successione unica erano oliati di anni di esercizio e non serviva ragionare, le mie mani non tremavano neppure sotto la più grande pressione ma questa volta sto involontariamente lasciando al nemico il tempo di armarsi di nuovo e di puntarmi. So che se vedrò un lampo avrò ancora solo il tempo di premere il grilletto prima di sentire il colpo addosso e poi il botto, e non avrei il tempo di sapere dove sia finito il mio proiettile ma so anche che non avrò una seconda possibilità.
Potrei nascondermi ed aspettare che vengano a prenderci tutti.
Potrei urlare e svegliare i miei e nella loro agitazione prendere quello zaino e fuggire evitando forse i loro spari alla schiena.
Potrei invece essere uomo ed uccidere il cecchino prima di svegliare i miei e fare il mio lavoro.
“Quindi hai deciso?” mi rimbomba nella testa la voce.
Mi sento come quando hai il terrore dei cani e c’è un cane dall’altra parte della ringhiera, quando sai che non potrà farti male ma hai il desiderio forte di fuggire lo stesso, quando hai le spalle al muro e sai che ormai è tardi per fuggire e che l’unica cosa che puoi fare è affrontare quella paura. Non temo l’uomo che ho di fronte, ne la sua pallottola, ne la morte. Temo di fallire la mia missione, non quella di questi uomini, non quella per cui sono vestito in questo modo, ma la mia missione, quella per cui sono nato.
Ho il ricordo fisso di avere già usato questa metafora, o forse è solo un ricordo di quando da piccolo provavo il terrore per i cani per colpa di quel bastardo che mi ha morso.
Il fucile di quell’uomo è puntato verso di me ora. Ora so che non avrò un altro tentativo, ne la scelta di fuggire. Conta solo chi dei due avrà per primo le mani ferme.
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.” mi rimbomba nella testa la voce.
Sento il cane abbaiare e qualcuno recita i nomi delle persone che ho lasciato indietro, sembra la voce del biondo, nella mia testa. Solo nella mia testa.
Quanto sarà passato, tre secondi? Non è ancora il momento, non lo è ancora, la mano trema sotto il peso del feticcio, la mano trema come a sostenere un peso che va al di là di quello di questo fucile, la mano trema. Non è ancora il momento.
“Quindi? Hai deciso?” ancora nomi, credevo fossero meno, credevo di aver lasciato meno persone dietro.
Abbai di cane rabbioso. Nella mia testa. Nella mia testa.
Questo è il -lampo- momento.

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Nov 112016
 

“Quindi? Hai deciso?”
La persona da cui proveniva la voce lo stava guardando con aria interrogativa dall’altra parte di una scrivania. Lui era immobile, nel suo completo elegante leggermente stropicciato.
“Sì, non è stata chiara la mia risposta?”
Sembrava stupito del sentire nuovamente chiedere in merito alla decisione, era molto sudato ma apparentemente era come se qualunque fatica avesse fatto fosse relegata al di fuori di quella stanza, in una specie di oblio di cose dimenticate.
“Ricordi cosa hai risposto poco fa?” disse la persona dall’altra parte della scrivania.
“Certo ho detto che…” il volto dell’uomo si rabbuiò qualche istante. “Ho detto che…” Una vena gli si gonfiò sulla fronte, pulsava mentre si copriva il volto con le mani scuotendo la testa.
“Cazzo.” aggiunse. “Non avevo detto questo, solo pochi istanti fa ero certo del contrario! Ero sicuro che la decisione più sensata fosse…”
“Quindi? Hai deciso?” ripeté nuovamente l’altra persona.
L’uomo alzò la faccia dai palmi delle mani poco prima di urlare “Che cazzo mi avete dato da bere?”
“Nulla.” rispose la persona di fronte con tutta la calma del mondo.
La vena dell’uomo continuò a pulsare mentre lui rimaneva in silenzio.
Passarono alcuni minuti.
“Allora respirare, qualcosa? Qualche siero della verità?”
“Sei sicuro che sia questa la verità? Che sia la tua risposta definitiva?”
“Cazzo. No. Non è un siero della verità, non lo è perché la verità sarebbe una ed una soltanto, non è un cazzo di siero della verità, cosa mi avete dato?”
“Non ti ho dato nulla. Quello che sta accadendo sta accadendo solo grazie alla tua mente, a ciò che tu pensi. Ma non hai ricevuto nessuna sostanza ne da me ne da nessun altro.” La voce era assolutamente calma e rilassata, forse parlava leggermente a rilento “Ora è il momento di prendere una decisione, non c’è più tempo. Vuoi combattere o arrenderti? Ci credi ancora nonostante tutto o hai deciso che sia il momento di lasciarti andare?”
“Sei tu a controllare la mia mente. Sei tu che devi avere qualche potere, qualche cosa. Mi stai manipolando con le cose che dici” l’uomo sembrava agitarsi sempre di più, il pulsare della vena pareva volerla fare esplodere e le gocce di sudore avevano ripreso a scendere copiose. “Parli in maniera melliflua e mi fai cambiare idea, mi fai sragionare.” batté il pugno sul tavolo.
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.”
“Fanculo! Non credo di potercela fare! Mi è già stato detto che non ha senso, che non c’è speranza, che non c’è modo di affrontare quella battaglia, chi mi fa fare di lottare per qualcosa che non può che portare alla distruzione?”
“Il tempo sta per scadere, sarà qualcun’altro a decidere per te.”
L’uomo rimase in silenzio, i suoi occhi si muovevano velocemente in tutte le direzioni, cercava un appiglio, una certezza ma la stanza era vuota, non vi erano finestre e non si vedevano gli spigoli delle pareti. Tutto era di un bianco abbacinante tranne la sedia su cui era seduto, la scrivania e la sedia su cui era seduto il suo interlocutore. Vestito a sua volta di bianco.
All’esterno, qualunque cosa fosse l’esterno vi erano voci di persone, chiacchiere, risate.Cercava di isolarne le voci e di capire se qualcuno potesse comunicare con lui. A volte gli pareva di riconoscerne qualcuna, forse erano ricordi. Una frase gli ruotava in testa, gli pareva di vederla scritta, non aveva mai sentito una frase così pesante, schiacciante, pregna di responsabilità. La battaglia forse stava tutta in quella frase, il senso della battaglia, della sua vita stessa stava forse in quella frase e in niente altro. Era il peso che lo portava a cedere e la forza che lo portava a lottare. Allo stesso tempo.
Il ticchettio di un orologio segnava il tempo ed evidenziava il silenzio di quel luogo mentre la persona di fronte a lui lo fissava senza proferire parola.
Passarono ancora alcuni secondi che parvero ore.
“Quindi? Hai deciso?” disse l’uomo.

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Set 032015
 

Mi sento soffocare,
nel silenzio.
Mentre con occhi enormi mi guardi e non comprendi, occhi vitrei e vuoti, giganteschi come quelli di una bambola mi osservi e non comprendi, sento il tuo calore stringermi, sento il tuo cuore battere lento ma in contro tempo rispetto al mio veloce.
Sento le tue dita stringermi e non capisci.
Soffoco
non respiro
non c’è spazio per i miei polmoni
non c’è spazio per la mia pelle a respirare
non c’è spazio per il mio cuore che batte
-vorrebbe battere-
veloce.
Non c’è spazio.
Non capisci.
Non capisci che potrei essere il tuo principe che potremmo essere padroni di un regno tutto nostro, di un disegno, di un grande infinito universo di Noi?
No. Non capisci e ridi inconsapevole crudele, ridi e mi guardi, guardi la mia faccia buffa e sorridente e ridi come a guardare un clown mentre dentro me solo so la verità, so chi o cosa sono. Chi o cosa sono stato un tempo prima di tutto questo, prima di essere ridotto dagli eventi in questo stato. Ridi, e ridi e ancora ridi e mi indichi e ti scatti fotografie con me come per ricordare per sempre di avermi tenuto in mano, di avermi tenuto in tuo potere.
Sento le energie andarsene, prima lentamente e poi più velocemente e fatico a non svenire osservandoti mentre sono immobile, immobilizzato, incapacitato, terrorizzato, mentre sento esplodermi la testa e smettere di esplodermi e l’aria mi manca, mi manca insopportabilmente mi manca e tu ridi e mi fotografi perché mentre non comprendi ti appaio buffo, perché mentre la mia bocca si inarca con gli angoli verso l’altro anche la tua lo fa e mostri i denti ma quello che credi essere un sorriso non lo è davvero, non lo è dentro, è solo un riflesso condizionato.
Vorrei poter baciare quelle labbra, vorrei potessero baciarmi e rivelare il vero, rivelare quello che sono dentro, o vorrei poter almeno fuggire da te, allontanarmi in un balzo e non sentire più il tuo odore, non sentire più palpitare la tua pelle mentre la mia soffoca, mentre il mio cuore ormai rallenta mentre il mio cuore forse si sta fermando, mentre tu credi che questo sia un sintomo di rilassamento e non di svenimento, mentre tu mi interpreti con gli occhi della tua esperienza completamente diversa da quella che può essere la mia, probabilmente per sempre diversa da quello che sarà la tua.
Ma ridi e ridi ancora facendomi carezze che ritieni dolci sulla testa, stringendo il mio cuore nel pugno, soffocandomi ancora ed ancora.
Provo a parlarti -unica speranza- provo a dirti ciò che credo ma so che non capirai mai.
Cra. Cra. Cra.
Cra. Cra. Cra.
E solo allora, chissà perché, mi posi a terra.

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Ago 302015
 

Con la schiena inarcata, quasi sdraiato, le spalle appoggiate sulla nuda roccia, la nuca ripiegata indietro ascolto. Ascolto i suoni, ascolto il vento, ascolto le stelle muoversi e voci lontane, lontane.
Lontane.
Inesistenti forse.
Ascolto il mondo ed ascolto il mio corpo e le sue sensazioni, ascolto l’universo entrarmi dentro ed uscire, ascolto l’universo nascere al centro del mio corpo in sensazioni multiforme e al contempo univoche e monolitiche come una e molte e molte ed una irradiarsi dal centro del mio corpo.
Apro gli occhi lentamente e al di sopra di me vedo allargarsi le braccia di una croce di ferro che come un albero, una torre, un oggetto inquisitore e non, si staglia sopra di me pesando e al contempo portando la mia mente oltre l’infinito verso l’alto verso dove potrebbe esserci o non un dio o un altro mondo o semplicemente nulla ma un nulla pieno di stelle e di luci che si accendono nella mia testa e sopra la mia testa e sopra quella croce e attorno alle mie mani che sfiorano ciò che ha innescato questo processo ciò che rende il mio viaggio più grande e lontano e al centro dell’essenza di ciò che è l’uomo di quanto avrei mai creduto.
Attorno sento solo i suoni dei monti, il brucare bovino incessante, il vento a muovere l’erba ed il suo vociare, ululare, borbottare lontano tra le fronde di alberi nel bosco vicino mentre il mio corpo, da dentro, da fuori, dal punto stesso in cui viene immessa energia sprigiona energia come sostanza a sua volta radiante dentro nella pancia, nel petto, nelle spalle e nel collo e dentro il centro del cervello e dal centro del cervello all’esterno e verso gli occhi e gli orecchi uscire verso l’universo e rientrarvi in un circolo di infinita elevazione mentre attorno il mondo sta dormendo e le luci delle città lontane iniziano a spegnersi ed il traffico a calare e quasi sembra fermarsi anche il fiume laggiù mentre qualcosa sta esplodendo, mentre qualcosa sta accendendosi come una fiamma di un fiammifero grande come un mondo.
Mentre qualcosa esplode come galassie che collidono e pianeti si scontrano e stelle mangiano pianeti e stelle mangiano stelle e sistemi inglobano altri sistemi e si distruggono e si scontrano e cadono lune e satelliti e d’un tratto torna il silenzio di un equilibrio ritrovato, di stelle ancora una volta ad illuminare nel loro nuovo posto pianeti di nuovo in pace e su uno di questi pianeti su un monte neppure troppo alto una croce e sotto una croce qualcosa che è accaduto, lì tra i movimenti del vento, proprio lì accanto all’erba brucata.
Nel silenzio o nella sinfonia di un’istante.

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Lug 162015
 

Partirà nella notte qui l’han chiamato Europa 3

Nello spazio infinito che fa sentire vicino a dio cercherò il futuro là nasceranno altre città

Certo che mi mancherà questa vecchia gente che mi saluta spera solo in me che ho paura da nascondere su una stella nuova per ritrovare quello che qui non c’è

-Timoria-

L’immagine della terra come la si rappresentava nelle antiche cartine verdi e azzurre è oramai un ricordo del passato, oggi è ormai arancione e grigio, le calotte artiche sono quasi irrimediabilmente sciolte e se ne vede vagamente traccia guardando il mondo da fuori come due piccole zone di un grigio più chiaro, non bianco. Quello che resta delle calotte artiche è ormai ricoperte delle polveri grigie che inglobano nei cicli in cui la superficie si scioglie e si congela di sei mesi in sei mesi ed ogni volta si congelano più piccole.

Nel giro di pochi anni il processo potrebbe invertirsi verso una nuova glaciazione, l’atmosfera è divenuta irrespirabile

Non vi è più traccia di azzurro e verde osservando da fuori il nostro pianeta ma oramai grigio e ocra sono i colori predominanti, intervallati talvolta da nubi spesso di colori iridescenti ricche di anidride solforica ed altre sostanze, non si vedono più luci ovunque negli scorci notturni ma solo localizzate in pochi centri, non più di un paio per continente, tutti ricoperti da enormi calotte di vetro, il resto della civiltà o della vita in genere sembra aver lasciato posto ad un grande deserto.

L’hanno mangiato i nostri padri e i padri dei nostri padri ed abbiamo continuato a mangiarlo noi ignorando volutamente ciò che stava accadendo attorno a noi.

Visto dalla terra il cielo è ormai divenuto rosso carminio e le temperature innalzate negli ultimi decenni, la fine delle risorse del pianeta azzurro. Sembra di essere in un eterno tramonto come se tale tramonto fosse in effetti il tramonto non solo di una civiltà ma di tutto ciò che un tempo la circondava. Visto dal basso al di fuori delle cupole si vedono solo rovine antiche di quelle che potevano essere città, rovine che nonostante gli anni sono state intaccate solo dai crolli e dalla polvere che come in una sabbiatrice leviga gli spigoli e distrugge i colori, nessuna traccia della natura che con la vegetazione tenti di riprendersi il suo territorio, nessuna traccia di nulla che possa dirsi vivo. Il mondo all’esterno è di gradazioni tra il rosso e il giallo e niente altro. Lo abbiamo mangiato, lo abbiamo mangiato, Abbiamo distrutto tutto nella Grande Guerra, abbiamo distrutto tutto. Non era bastata l’atomica, la bomba H, Hiroshima non ci ha insegnato nulla. I positroni. La bomba a positroni. Neppure l’estetica ormai anacronistica di un fungo atomico ma solo morte silenziosa ed immediata, da una parte all’altra del pianeta, distruzione, auto distruzione, nel giro di pochi secondi come un lampo che provenisse da un lato della sfera entrasse all’interno in direzione perpendicolare e poi si allargasse come un cilindro a riempire tutto il volume e la superficie. Poi colori cangianti, l’aria stessa rarefatta, cadaveri ovunque, cadaveri nelle città, cadaveri nella savana cadaveri galleggianti sulla superficie del mare, anche mostri marini sconosciuti, calamari giganti in superficie spinti da questa forza distruttiva ed uccisi e piante distrutte cadute ancora verdi ma prive di vita, intere foreste di conifere abbattute, con ogni singolo albero sradicato e comunque morto dentro cellula per cellula infinità di insetti caduti dal cielo o morti nella terra o nelle piante senza sapere neppure di esserlo, infiniti batteri, amebe, esseri monocellulari le cui membrane si sono rotte lasciando i citoplasmi uscire come uova rotte.

Gli unici esseri viventi salvatisi furono qualcosa come dieci o dodici comunità sparse per il mondo di cui attualmente solo alcune sono in grado, o vogliono, comunicare con le altre e parlare delle loro posizioni geografiche

Le comunità più colte tra le più ricche pochi anni prima dell’aggravarsi della situazione bellica mondiale avevano costruito degli scudi positronici i una potenza sufficiente a deviare il fascio positronico più potente conosciuto all’epoca

Enormi bunker sotterranei in piombo ricoperti sulla superficie di un materiale riflettente polarizzabile a cariche negative erano stati costruiti in alcune zone del mondo, ovviamente vennero popolate nella situazione di emergenza da persone potenti o importanti strategicamente come scienziati, costruttori, ingegneri. Molte di queste strutture vennero spazzate via piegandosi come scatolette e lasciando entrare radiazioni e particelle facendo esplodere una ad una le cellule che componevano i corpi di queste persone. Senza quasi dolore, o forse un dolore immenso concentrato in un istante di una brevità dell’ordine del millesimo di secondo. Come un raggio improvviso ogni corpo rimase come molle e privo di vita, della consistenza della verdura scongelata.

Gli unici bunker che ressero realmente erano in alcuni centri scientifici dove il lavoro fu fatto con l’intelligenza e non con il profitto Da allora i centri di “civiltà” ancora presenti sono delle specie di riserve indiane. Qui in una di esse vive il nostro protagonista “Non credevo saremmo arrivati a questo punto, non lo credevo” Un uomo, un uomo come lo erano in tanti altri, i tratti asiatici tradiscono gli danno un aria forse più giovane ma i capelli brizzolati ne tradiscono un’esperienza maggiore di quanto appaia. Indossa una tuta azzurra, omaggio al colore della terra, larga e morbida, una tuta spaziale. Ai polsi sono presenti anelli per l’aggancio di guanti e alla collo un anello più largo per l’aggancio del casco. Non vi sono loghi ne bandiere “Le bandiere non hanno più senso in un mondo dove nessuno vuole distinguersi e sentirsi più potente di un altro” ne nessuna immagine distintiva. Non vi sono telecamere di grandi annunci ma tutti i due o trecento abitanti radunati attorno a lui e ad altri due uomini ed una donna vestiti allo stesso modo. L’unica scritta è impressa sulla carena dell’enorme mezzo alle spalle dell’uomo, “Europa 3”. Il mezzo è al contempo avveniristico ed artigianale, la livrea bianca e lucida riflette la luce rossa come nei grandi momenti ma il mezzo è costruito di materiali di recupero. Un tempo questa doveva essere una base di lancio per satelliti televisivi o sonde di qualche genere. Ma anche i loghi di questa società o base sono stati deposti, non c’è modo di sapere cosa fosse e probabilmente non importa. I tre motori a reazione sono spaiati diversi tra loro, il corpo dell’astronave somiglia vagamente a quello di uno shuttle ma le dimensioni sono decisamente ridotte rispetto a quest’ultimo, ha più l’aria di un grande aereo. “Signori e signore ecco a voi Europa 3, la speranza per la rinascita di una nuova civiltà altrove, lontano da qui, è equipaggiata con il meglio della tecnologia recuperata”

All’interno, accanto alla console di guida vi è un computer con cabinet vecchio stile, fissato con viti alla struttura stessa della console di guida, sta girando un software di diagnostica che sembra effettivamente in grado di visualizzare le componenti della navetta nonostante sia esteticamente un comune PC

“ed è probabilmente l’ultima speranza per un mondo migliore, possiamo andare a recuperare i mezzi abbandonati su Marte”

 

Marte, visto da lontano non sembra più rosso e morto come un tempo, sulla sua superficie vi sono diverse cupole ricche di vita floreale ed alcune sembrano dei giganteschi zoo pieni di animali. Tutto però sembra abbandonato, non sembra esserci presenza umana ma tutto è fatto da automi che si occupano dell’approvvigionamento di risorse, della coltivazione, della produzione di cibo per gli animali e per le piante. Dei sensori indicano che le percentuali di gas nell’aria all’interno delle cupole è ottimale per l’uomo. Ogni cupola è collegata alle altre da tunnel stagni e talvolta si vedono aprire i portelloni tra una cupola ed un tunnel e passarvi attraverso un mezzo automatizzato che trasporta materiale da una all’altra parte, ogni cupola è dotata di una base di lancio e al centro della disposizione delle cupole stesse vi è una gigantesca base di lancio. I vettori presenti sulle varie basi di lancio sono numerosi anche se la gran parte è assente.
“Non abbiamo più modo di comunicare con il pianeta dopo l’esplosione ma stimiamo che i mezzi automatici dovrebbero aver continuato a funzionare nonostante l’abbandono e dovrebbero esserci ancora diversi vettori funzionanti. Dovrebbe essere possibile recuperarli”

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Giu 152015
 

Tengo chiusi gli occhi ancora un po’, attorno a me il buio filtra tra le palpebre ed il silenzio mi avvolge, lo vivo, me ne lascio pervadere, mi lascio attraversare mentre osservo i tuoi occhi.
Capita talvolta osservando troppo un flash, una luce forte, il sole che questo si imprima in qualche modo sulla retina e che chiudendo gli occhi essa appaia ancora impressa come dentro le palpebre, come sospesa a qualche centimetro dagli occhi a seguirti in qualunque direzione osservi. Tutto ciò che vedi non puoi che vederlo attraverso quella palla al centro in qualche modo iridescente, mutante ma stabilmente immobile al centro del tuo sguardo.
Sono così i tuoi occhi per me, immobili al centro, privi quasi di un viso che resta evanescente, bianco quasi trasparente, nascosto nel buio come un fantasma. Al centro i tuoi occhi non chiari eppure neppure scuri di un colore indefinibile perché definirlo sarebbe come perdersi nell’infinità di un abisso,  così vivi da non poter non esserne attratto come due buchi neri in grado di assorbire la luce ma non come buchi neri perché in grado di emettere una brillantezza che neppure alla perla più preziosa sarà mai concesso; indefinibili perché impossibile osservarli senza  sentircisi l’anima trascinata giù e al contempo impossibili da non osservare per comprenderli.
Li vedo ancora qui, di fronte a me dagli occhi chiusi e non voglio sporcare questa vista col mondo, mi sento quasi soffocare da questa immensità come un peso sulla trachea come se l’aria pesasse, come il silenzio di tutto questo fosse così eterno da non aver bisogno di essere conservato nei ricordi.
Apro lentamente gli occhi, perché so che infine prima o poi lo dovrei fare comunque e nel buio assoluto vedo ancora queste due immense sfere, questi astri lucenti ed attorno ad essi sfumato un volto bianco, truccato per sembrare più smunto, un volto quasi impercettibile.
Provo a ruotare lentamente lo sguardo ma ancora, ovunque vedo i tuoi occhi, quegli occhi che ormai sento in qualche modo miei, come fossero parte di me. Resto ad osservarli ancora mentre i miei si abituano lentamente, molto lentamente al buio. Penso ai pochi istanti passati assieme o ai moltissimi, penso a cosa sei stata o sono, o siamo mai stati, e mentre penso mi accorgo che nulla di questo conta quanto conta ciò che vedo ora, ciò attraverso cui vedo ora.
Il senso di stretto alla gola si fa più pressante, non lo comprendo ma non rappresenta un problema in grado di distrarmi mentre il tuo volto si avvicina, truccato in modo stravagante davvero e poi si allontana un po’ e torna ad avvicinarsi ancora, osservo le occhiaie attorno a quei due portali verso l’infinito, così scure mentre la testa mi gira, mi gira mentre il tuo volto immobile ondeggia con me stabile al centro, si avvicina lentamente, si allontana, si avvicina.
Osservo le sopracciglia, la fronte liscia mentre gli occhi si abituano ma comincio a scorgere qualcosa che non torna, qualcosa di te che non ricordavo, una cicatrice che mi fa arrivare alla mente ricordi improvvisi che mi fanno sentire ancora più il peso di quest’aria assente.
E mentre quel volto si avvicina, si allontana mi accorgo che lentamente il tuo sguardo è scomparso nei meandri di un ricordo di un istante di un passato di un sogno di una racconto di una fiaba di un libro non scritto e quel volto, bianco, smunto, con nere occhiaie mi accorgo essere lentamente il mio che si allontana, si avvicina, si allontana, si avvicina.
Provo ad alzare una mano per toccarlo, per toccare il mio ma non mi è possibile e mentre dondolo avanti, ed indietro, avanti ed indietro davanti allo specchio di questo armadio ricordo all’improvviso di un anello che portavo al collo e che non vedo più nel riflesso al suo posto, di un anello che vedo ondeggiare in alto dietro la mia nuca legato al filo che lo reggeva, legato a qualcosa più in alto e che non vedo nel buio, mi accorgo l’aria nei polmoni non c’è più, che i polmoni non chiedono più aria. Mi accorgo che non so come io sia finito qui se per errore o desiderio ma che non rivedrò più quel ricordo di un istante di due immensità e del loro sorriso lucente e del riflesso del mondo attraverso di esse.

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Apr 162015
 

*il racconto è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale*
Non è buona norma in genere immergersi in solitaria, in tutti i corsi insegnano a scendere sempre con in compagno ma d’altronde sono molte le cose che non è buona norma fare, ad esempio scendere con un bombolino ean 70 in una immersione profonda, ad esempio, ma non credo che nessuno dei due rappresenti un problema per l’attività che ho scelto di fare oggi.
Questa è una bella sera di una stellata come poche volte se ne vedono, complice l’inverno e lo scarso turismo la gran parte delle luci sono spente e questo permette di vedere il tutto illuminato solo dagli astri e dalla luna che sta salendo lentamente all’orizzonte tra i monti. L’aria è frizzante e viva, e l’acqua assolutamente calma, un’ottima notte per un’esperienza come questa.
La preparazione dell’attrezzatura come sempre è veloce ma meticolosa, non vorrei avere qualche genere di imprevisto che mi tolga la calma assoluta che ho dentro.
La bombola è piena ma non credo mi servirà, il bombolino ben agganciato e con l’erogatore chiuso, i formalismi sono importanti.
La torcia è ben carica, della secondaria non credo di averne bisogno ma è qui nella tasca del GAV non si sa mai, giusto? Fermo un passante per chiudermi la muta stagna, pulisco la maschera e sono pronto.
Le panchine sono sempre un ottimo aiuto per un subacqueo, niente di più comodo che sedersi, allacciarsi il gav, la bombola, prendere in una mano il bombolino e la maschera, nell’altra reggere la torcia e le pinne, alzarsi e camminare verso lo scivolo di alaggio per le barche.
Ho fatto centinaia di volte questa immersione e la conosco ormai più del giardino di casa ma è da sempre la mia preferita: qui ho imparato e qui voglio stare per sempre.
Con l’attrezzatura sulle spalle scendo in acqua lasciando i vari oggetti minuti sul bordo dello scivolo, l’acqua non è fredda come mi aspettavo e questo è molto positivo. Indosso la maschera e faccio un paio di prove creando depressione all’interno ma entra aria quindi non è messa bene, la ricontrollo, la sistemo, perfetto. Ora prendo dallo scivolo le pinne e le indosso, questa è una delle cose più comode di questo punto di immersione, puoi stare in piedi tranquillo a prepararti in acqua ma la profondità aumenta velocemente spostandoti di pochi metri. Un’accoppiata vincente.
Controllo l’aggancio del bombolino al GAV e sono pronto: tutto è in ordine.
Mi guardo intorno, mi viene spontaneo fare il gesto di ok con il pugno sulla testa ma questa volta non c’è qualcuno a cui segnalarlo, alzo il corrugato, svuoto e scendo.
Ci vogliono solo pochi istanti e mi trovo a cinque metri, mi viene da sorridere pensando che ho dimenticato di portare la boa di segnalazione, anche questa è una di quelle cose che non si fanno ma non credo sarà un problema per nessuno.
L’immersione, il mio percorso preferito almeno, inizia scendendo qualche metro seguendo una sagola che parte dalla base dello scivolo di alaggio verso il largo, questa porta ad un Continue reading »

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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