Nov 292017
 

Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Il suo fratellino se ne era andato ormai da due anni, un anno, sette mesi e ventidue giorni. E tre ore per l’esattezza, o almeno così avevano detto quelli della polizia. I minuti non era dato saperlo perché il corpo era stato trovato troppe ore dopo e la precisione di queste cose diminuisce nel tempo. Lo avevano trovato in un prato, stringeva forte il suo Batman, l’eroe che avrebbe voluto essere ma che quella volta non era riuscito a salvarlo. Non aveva piovuto, era un giorno di un tardo settembre e il bel tempo aveva contribuito a mantenere le tracce pulite e a non adulterare il piccolo corpicino in anticipo. L’avevano trovato sdraiato a faccia in giù nella terra senza nessun segno di violenza ma troppo lontano da casa per poter esserci arrivato da solo. Solo ad un esame più approfondito trovarono nel sangue Arsenico e nello stomaco una discreta dose di Coca-Cola. Probabilmente una forma moderna dell’acqua Tofana offerta da chissà chi. Il corpo era poi stato pulito in ogni suo punto, rivestito e lasciato in quel punto senza lasciare traccia alcuna. Neppure nelle celle telefoniche, neppure orme nel prato. Non vi erano tracce di violenza, non vi erano tracce e basta. Arsenico a parte. Quello era stato lasciato come a indicare volutamente la causa della morte. Una domanda rimasta inespressa era stata quella di perché occuparsi di far sparire ogni traccia ma non usare un metodo meno palese dell’arsenico. I colpevoli non furono mai trovati.

Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Era un mattino di un anno, sette mesi e ventidue giorni e tre ore dopo del momento, che le avrebbe cambiato per sempre la vita e suo fratello, congelato nei sei anni che aveva quando aveva lasciato questo mondo era  Continue reading »

Ago 222017
 

Questo sarà il resoconto fedele di quanto accadde realmente quella notte di tredici anni fa, perché tutto quello che si è detto, le leggende che ne sono nate sulla mia persona non sono più reali di una fiaba per bambini. Non racconterò di quello che già sapete, di come affrontai il mostro e di come lo uccisi se davvero questo è quello che è accaduto, non mi soffermerò su quanto già scritto nei resoconti pubblici che ormai tutti avete letto e riletto, ma solamente su quanto in quei resoconti non è stato scritto. Su quanto non ho mai confessato ad anima viva. Ad anima. Viva.
Perché ora dopo tredici anni scelgo di scriverne? Perché sento che le forze mi stanno abbandonando, che il processo iniziato quel giorno sta arrivando a compimento, perché sappiate che cosa dovrete affrontare quando io me ne sarò andato. Io lo compresi quasi immediatamente, quando dopo essermi pulito di tutto quel sangue, dopo che il mio corpo fu recuperato alla fine di quella battaglia memorabile mi ritrovai a guardare nel piatto che sarebbe stata la mia cena. Quando mi guardai allo specchio e notai i primi impercettibili cambiamenti.
La domanda che mi è stata posta più spesso è certamente come sia stato possibile sopravvivere ad un simile scontro, si dice che nessun essere umano fosse in grado di affrontare la bestia, che non fosse possibile abbatterla con mezzi umani tanto che da quel giorno mi consideraste quasi un semidio o qualcosa di più. La risposta temo fosse che avevate ragione voi. Nessun essere umano ha la forza, il potere, il coraggio, l’arguzia o quello che volete, o meglio l’insieme di tutto questo per avvicinarsi neppure alla bestia. Accanto a lei non esiste altra scelta che soccombere o fuggire. Niente altro. Mi trovai io stesso a scegliere tra le due strade e scelsi la seconda. Fuggii prima di soccombere, o almeno ero convinto di aver fatto questo. Lo so che la delusione in molti di voi Continue reading »

Apr 142017
 

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell’aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l’atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell’atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l’atto non era presente. Continue reading »

Mar 112017
 

“E se scaviamo una buca per passarci sotto?”
“Ci vuole un sacco di tempo!”
“Sì, ma la maestra non ci vede, possiamo farlo tutti i giorni fino a quando si passa!”
I due ragazzini avevano otto anni, attorno quasi tutti gli altri stavano correndo o urlando, in molti si erano organizzati per giocare a calcio occupando la gran parte del giardino. Le maestre chiacchieravano tra loro dall’altra parte ed un cespuglio proteggeva la privacy dei due aspiranti fuggitivi.
“Forse hai ragione. E se invece ci fosse un buco da qualche parte?”
“Possiamo provare a fare il giro. Ma dobbiamo controllare che non ci guardino.”
Il più alto dei due indossava una tuta grigia con sulla parte davanti il disegno di un supereroe sconosciuto, probabilmente inventato da chi produce la tuta. Portava degli occhiali quadrati e decisamente anni settanta, il più basso aveva un paio di Jeans ed un maglioncino rosso di cotone. Sembrava il più sveglio dei due.
“Facciamo così” disse “Io mi muovo verso quell’angolo controllando, tu fai da palo e guardi se le maestre si insospettiscono, va bene?”
“Va bene” rispose il più alto voltandosi nella direzione delle maestre. Sembravano intente in una discussione accesa, cose da grandi sicuramente, politica o scarpe, o magari parenti, cose così. Quando si voltò a guardare il suo amico sembrava scomparso. In un angolo in fondo la rete era piegata in un punto in cui non era fissata al terreno ed era possibile passarci al di sotto. Probabilmente era uscito di lì senza dire nulla, o forse l’aveva detto ma lui era stato troppo concentrato a guardare le maestre. I compagni sembravano tutti distratti a giocare a calcio, le compagne a parte qualcuna stavano facendo un qualche gioco in un’altra zona del giardino, probabilmente giocavano alle mamme o a qualche cosa da femmine che a lui comunque non interessava. Era il momento giusto per fuggire. Per scoprire cosa fosse il mondo oltre alla scuola e a casa di mamma. E soprattutto era l’unico modo per raggiungere il suo amico, ovunque si fosse ficcato.
Fece un grande respiro e si avvicinò lentamente al buco, si voltò nuovamente a controllare Continue reading »

Nov 212016
 

“Puzzi di grappa Baffo.”
Nessuna risposta.
“Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!”
Nessuna risposta.
“Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?” si stava alterando.
“Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.” Baffo sembrava realmente dispiaciuto e altrettanto dispiaciuta parve la risposta di Biondo.
“Lo so, qui beviamo tutti, non c’è modo di sopravvivere a questo senza bere ma non mi piace affatto come ti stai comportando, sembri bloccato, in panico, e lo sembri da giorni. Allunga un braccio in avanti.”
Baffo allungò in avanti il braccio, la sua mano tremava. Lui rimase in silenzio.
“Ti rendi conto che tu sei probabilmente il miglior tiratore tra di noi? Non spari un colpo da giorni, forse da settimane” Biondo stava osservando Baffo con uno sguardo grave, parlava a bassa voce. “La mia sopravvivenza, quella di tutti gli uomini che abbiamo attorno dipende anche da te. Credi non mi sia accorto che punti il fucile assieme agli altri e poi non spari? Che le uniche volte che lo fai spari volutamente fuori bersaglio?” Baffo guardava in basso, in silenzio. Osservava le proprie mani tremare e provava con scarso impegno a concentrarsi per fermarle.
Attorno il vento fischiava nella notte, era una notte umida e fredda, folate di neve entravano nella trincea e gli uomini non di guardia cercavano inutilmente di dormire.
“Credi che io possa fare la differenza?” disse Baffo, guardava lo zaino pronto con la coda dell’occhio.
“Tu credi di no? Credi che potresti prendere quello zaino e fuggire? Ci sei in mezzo ormai. Ci sei in mezzo con tutte le scarpe, ci sei in mezzo con tutta la vita. Se provi a scappare qualcuno ti sparerà alla schiena come disertore. Non sarò certo io, sia chiaro ma qualcuno di certo se ne occuperà. E lo stesso potrebbe accadere quando qualcun’altro si accorgerà che hai smesso di sparare. Il tuo cibo è il cibo di tutti, la tua acqua l’acqua di tutti, le tue munizioni le munizioni di tutti. Non puoi sprecarle e startene seduto qui in attesa che qualcosa accada. Se attendi la morte tanto vale indossare ora quello zaino e fuggire, almeno ti sparerebbe qualcuno di noi e non attireresti l’attenzione del nemico.”
Baffo rimase in silenzio di nuovo, guardò lo zaino senza nascondersi, poi strinse le mani, ne sfilò il feticcio ed iniziò a farlo ruotare tra le dita. Aveva incontrato un uomo che faceva lo stesso con una pallottola ed ipnotizzava la gente ma lui era in grado solo di ipnotizzare se stesso.
“Siamo di guardia, io e te” continuò Biondo, “io e te e nessun’altro. Cosa pensi accada se ci attaccano e tu non spari, se te ne stai lì immobile in silenzio mentre arrivano e ci massacrano tutti? Se puoi fare la differenza? Puoi far si che tutti questi uomini vivano o muoiano. Ognuno di loro, ognuno di noi può fare la differenza ogni istante, e non sai chi la farà, quando la farà. Siate pronti. Non è questo che ci hanno ripetuto mille volte? Siate pronti. Lo hanno detto a me, lo hanno detto a te, lo hanno detto ad ognuno di questi uomini. Tu non puoi salvare te stesso, sono loro che ti salveranno e loro, ognuno di loro non può salvare se stesso senza l’aiuto degli altri. Credi possa mai uno solo di noi sopravvivere da solo?”
Baffo rimase ancora in silenzio, scosse leggermente la testa mentre si toccava la camicia sulla tasca, sul cuore. Aveva rimesso il feticcio al suo posto ma subito dopo tornò a toccarlo e ancora se ne allontanò come un fumatore che avesse aperto il pacchetto anche se aveva deciso di smettere.
“Baffo. Davvero. Pensi di farcela? Credi di essere in grado di riprenderti prima che sia troppo tardi?”
“Non lo so.” rispose Baffo. “Non lo so.”
Un istante prima del botto Baffo fece in tempo a vedere un lampo e a sentire un fischio ed un rumore sordo come di un cocomero colpito da un martello. Il lampo era alle spalle di Biondo, poi arrivò il botto e quasi contemporaneamente pezzi mollicci e caldi gli arrivarono sul volto e sulla tasca, e altrove. Fece in tempo a vedere un buco nella faccia di Biondo, un buco nero che aveva portato via una parte del naso e si univa all’orbita di un occhio non più presente.
Si alzò urlando e puntò il fucile nella direzione da cui aveva visto il lampo.
“Maledetto! Ti ammazzo!” fu il suo grido. Solo nella testa.

Ott 262016
 

Sembrava quello il giorno.
Dietro di me una vita di scontri, di lotte. Davanti finalmente l’obbiettivo di una vita, di molte vite. Troppe. Lì, in tutta la sua mirabile essenza. Di fronte a me.
Ebbi il tempo di fermarmi ad osservarne l’intera figura e ricordare. Non ero in grado di fare l’elenco di tutti gli uomini, gli amici, che avevo lasciato dietro alle spalle. Delle vite perdute nell’obbiettivo comune di raggiungere questo che ora stavo osservando. Ci provai, provai a ricordare i volti ma mi apparivano distorti, con le bocche aperte o le teste esplose, nei miei ricordi stessi riconoscevo corpi da medagliette o dettagli che ricordiamo solo delle persone importanti. Innumerevoli persone importanti. Ero rimasto solo. L’ultimo era morto pochi giorni prima parandosi di fronte a me un istante prima che qualcosa mi colpisse e venendone colpito al mio posto.
Ho sempre odiato tutto questo, ho sempre odiato le battaglie e uccidere, ammazzare. Avrei potuto dire che avrei dato l’anima per non farlo ma era evidente non fosse così. Alla fine io stesso avevo strappato vite, lo avevo fatto di nemici valorosi e di amici, perché lì in mezzo alla fine sei sempre solo, lo sei anche quando accanto a te c’è la persona che ami di più forse. Ma su questo ero fortunato: l’amore mi era stato strappato tanto tempo prima, mi era stato strappato il giorno in cui era iniziato tutto. Il giorno in cui avevo smesso di avere qualcosa da perdere. Probabilmente è stata questa la mia forza, il motivo della mia assenza di paura: non avere nulla da perdere.
E a quel punto mancava solo un ultimo passo da affrontare. Portavo ancora quel feticcio, da un lato lucido come nuovo e dall’altro rovinato e distrutto quel giorno. Trascinato sull’asfalto. Mi ricordava il bene ed il male, un po’ come una mia versione dello yin e dello yang, molto più prosaica, mi ricordava perché ero in quel campo, quanto di quello che avevo dietro era distrutto e quanto forse il poco che rimaneva davanti fosse la cosa che poteva più somigliare alla luce.
La solitudine. L’aver perso ogni cosa, ogni anima affine, ogni persona della propria vita è una sensazione che ognuno dovrebbe provare. Vivere morti in vita. Non per un giorno, ne per cento, ma per anni dovrebbe essere simulato nella testa di ognuno perché possa capire quanto di bello sta ignorando perché possa imparare ad avere qualcosa per cui lottare pur non avendo nulla da perdere. Non lo provano in molti, per lo più non vi si avvicinano neppure o avvicinandovisi cadono inesorabilmente. Io ero un sopravvissuto, i corpi esplosi, crivellati, morti che chiamavo amici nella mia testa erano invece caduti.
Ero lì. Finalmente. Pronto a… a cosa? All’ultimo attacco. O alla resa. O alla pace. O alla morte. Davanti a me c’era quello per cui da quel giorno avevo iniziato a lottare facendo a pezzi la mia vita con le mine, accoltellandomi pezzi dell’anima e ricostruendo ogni giorno meticolosamente curandomi da solo le ferite.
Ero lì.
Uscii allo scoperto.
Fu un lampo. Mi trafisse qualcosa.
Il lampo non veniva da ciò che mi aveva trafitto ma dalla mia testa, dal dolore lancinante che avevo provato decine di altre volte ma che questa volta sembrava avere un qualcosa di più definitivo. Sembrava contenere tutte le ferite di una vita più un’altra ancora nuova. Caddi.
Mi cedette un ginocchio e caddi a terra non ancora esanime.
Feci in tempo a guardare un’ultima volta nella direzione a cui agoniavo e da quella vidi partire un’oggetto che non potei evitare. Mi resi conto della mia vecchiaia in quel momento, della mia impotenza, del tempo perduto che non sarebbe più tornato. Misi la mano sul feticcio ed attesi che la granata mi esplodesse addosso portandomi via il feticcio e la mano e tutto il resto.

Ora sono qui. Al punto in cui iniziò tutto. Il feticcio ancora tra le mani, su un lato lucido e chiaro, come nuovo, sull’altro annerito come da un’esplosione, graffiato come trascinato sull’asfalto. Lo faccio ruotare sul tavolo, come sempre. C’è un uomo poco distante, è vivo. Credo di esserlo anche io almeno fisicamente. Qual’è la direzione verso cui devo andare? Ho come un vago ricordo di aver appena perso qualcosa, la testa mi rimbomba come dopo un botto, ma so cosa devo raggiungere, l’obbiettivo di una vita. Devo solo trovare la direzione, non ho più nulla da perdere ormai e quell’uomo forse potrebbe essermi d’aiuto.
Mi alzo mentre il ginocchio sinistro ha un momento di cedimento, poi mi incammino verso quella direzione.

Ago 082016
 

Tutto ciò che c’era da fare è fatto,
tutto ciò che andava preparato è pronto.
Ora non resta che raccogliere i sogni,
e tutto ciò che ne verrà.
GiùVorrei allungare la mano,
portarti con me,
ma andrò veloce.
Prendila se lo vuoi,
prendila e non mi seguirai: ti porterò con me.

Giu 192016
 

“Io voglio essere la tua oasi e vorrei tu fossi la mia, non qualcosa da lasciare indietro ma un luogo dove tornare a respirare, a bere acqua, a rinfrancarsi, da portare nel cuore chiamandolo casa.

Vai dunque, e quando lo vorrai, allunga la mano e cerca la mia.”

Le parole assumono significato nel tempo.
Il tempo stesso assume significato nel mutare delle parole.
Il tutto in un continuo circolo che è paradosso.

“Vai dunque. Ci sono altri mondi oltre a questo”
-Roland di Gilead-

Ott 152015
 

“Ricorda di quando iniziò ad avere queste fantasie?”
Fantasie?
“Si, omicidi morti, cose di questo genere”
Io non ho di queste fantasie, e soprattutto non vedo perché dovrei averne, al limite ho fatto qualche sogno, poco altro.
“Bene, ricorda quando è iniziata questa sua ossessione, questa serie di sogni, questo suo pensare alla morte di donne?”
Non credo di esserne ossessionato, nel modo più assoluto, mi capita qualche volta di pensarci, si come può capitare di pensare nuda una bella donna che passa, ma non direi di esserne ossessionato o dipendente, io sono uno che sta ben alla larga dalle dipendenze e cose simili, sto lontano dalle droghe, dal fumo, dall’alcool, si qualche birretta a volte tuttalpiù, ma niente di che.
“Cosa le viene in mente pensando parola ossessione?”
I fumatori.
“Lei si sente ossessionato dai fumatori?”
No, i fumatori sono ossessionati dal fumo
“Provi a parlarmene”
Li guarda mai? Sembra come se la presenza stessa del fumo li attorni, come chiocciole che si portino dietro il propri guscio, loro si portano dietro il fumo, l’alone di puzza, il bisogno di fumare, la sigaretta in tasca sempre pronta e se non lo è la comprano o la rollano ossessivamente, continuamente. Il loro bisogno di uscire ogni ora a respirare da quel loro rotolino di morte, di respirare la morte passo passo, piano piano, ogni giorno più e più volte, e ogni volta ancora non ne sono soddisfatti. Sa, da piccolo ho letto Momo, di Michael Ende, non so se ha presente, mi sono rimasti impressi nella testa, proprio dentro, tatuati i personaggi cattivi: degli uomini grigi che si nutrivano del tempo sottraendolo alle persone, uomini in giacca e cravatta e con la valigetta, ma soprattutto uomini con il sigaro. Il sigaro e fatto con le foglie -o i petali non ricordo- del tempo essiccati ed arrotolati, ne erano talmente dipendenti da dover fumare ogni istante e dover accendere un sigaro ogni volta con quello che stava finendo. Lo vedo così il fumatore. Mi sembra come un malato bisognoso di una flebo, incapace di viverne senza ma come se la flebo fosse contemporaneamente veleno e piacere, lo vedo come una persona sopraffatta dal bisogno impellente di assumere qualcosa di esterno per riequilibrare qualcosa di interno, quasi come se non lo assumesse il cuore dovesse esplodere o il cervello spegnersi. Lo vedo come un malato che non si rende conto di essere malato, come uno zombie che non si sia reso conto di essere morto, lì attaccato a questa sua sigaretta a credere di aspirare la vita mentre è il fumo ad aspirarla via. Non credo di saperne rendere l’idea fino in fondo ma penso al fumo che invade i bronchi come a veder fumare l’uomo invisibile e questo fumo entrare poi nelle vene e dalle vene entrare nel cervello, negli organi e colonizzarli, colonizzane i desideri come un parassita, mille parassiti, milioni di parassiti che necessitino di nutrirsi ancora con una nuova boccata e vedo il fumatore ignaro, incapace di capire come ognuna sia un darsi ulteriormente a questo demone. Vedo il corpo marcire dentro partendo dai polmoni ed irrorando il marcio a raggiera seguendo le vene e via via fino ai capillari e mentre vedo il corpo marcire li vedo attaccati a quel bastoncino fumante come se non fosse capace di staccarsi, mi sembra uno di quei topi a cui hanno dato un tasto che stimola il piacere e che muoiono di fame a forza di stare a stimolare quello, come una lumaca attratta dal sale che a poco a poco si scoglie ed ho la consapevolezza che non servirà a nulla dirglielo, farglielo notare, perché otterrebbe lo stesso scopo.
“Quindi li vede senza speranze in qualche modo?”
Si, anche se alcuni si salvano o sopravvivono a lungo.
Capisco, ed invece come vede le donne? Come è il suo rapporto con esse?
Non credo valga la pena parlarne, non credo che abbiano questa importanza da doverne discutere, no?
“Eppure in questi incontri lei me ne ha parlato spesso, ha spesso parlato di fantasie che le riguardano”
No, non credo lo siano. Non credo siano fantasie quantomeno.
“Cosa sono se non sono fantasie?”
La seduta è finita.
“Cosa sono se non sono fantasie?”
La seduta è finita.
“Ritorneremo sull’argomento alla prossima seduta”

Mag 112015
 

Ero ancora lì, accanto alla porta in attesa di un ricordo per sapere cosa attendessi, in attesa che un’attesa terminasse mentre terminava quello che veniva proiettato sullo schermo, non mancava molto al termine quando iniziò a nevicare nel bosco.
Nevicava ovunque nel bosco ma non nella casa di bosco, la neve si posava lieve e immobile ma non si accumulava, cadeva ancora. Non che ci fossero finestre da cui osservarla, non che ci fossero pareti a proteggere ma non c’era ne caldo ne freddo, ne vento ne bonaccia, e nevicava attorno e sopra e sotto e ovunque ma non nella casa che non era una casa. Nevicava.
Pensai per un momento, pensai che era strano non ci fosse freddo, e pensai che avrei voluto aprire il mobile accanto al divano, e che avrei voluto bere un Ballantine’s, che era un tempo infinitamente breve e lungo che ero qui, che avrei voluto chiudere quella maledetta porta una volta per tutte, che non sapevo cosa stavo aspettando e perché e che quindi era stupido non chiuderla e mentre osservavo cadere la neve cadere i pensieri cadere i ricordi di perché mi sentissi vagamente svenire, come io stesso fossi neve che lentamente scende come se io fossi in qualche modo mondo e questo mondo fosse me si mosse il mobile accanto allo schermo, si aprì, ne uscì una bottiglia di Ballantine’s che si versò in un bicchiere, la bottiglia alzata si sciolse e si versò nel bicchiere divenendo liquido ambrato, non più di due dita.
Feci in tempo in un balzo a guardare la porta chiudersi, lanciandomi verso di essa per fermarla in tempo per infilarvi il braccio e vederlo tranciare tra lo stipite d’aria nulla e la porta e getti di sangue solo per metà attraversarla di lato e per metà colorarla di rosso subito prima di svegliarmi sul divano.
La proiezione dava i titoli di coda e attorno a me infiniti pappi dei pioppi stavano scendendo ed imbiancando il mondo, la casa, il bosco, scendendo lentamente e portando con se la mia mente come fossi io stesso parte di tutto questo scendere, di tutto questo cadere, pensai che avrei voluto bere un bicchiere di Ballantine’s, pensai che c’era stranamente freddo quasi come fosse neve a cadere, pensai che forse era ora di chiudere quella porta che forse era il momento di andarsene.  Non vi era un confine tra la casa ed il bosco le pareti erano bosco e il bosco era bianco e le pareti erano bianche e tutto era bianco tranne il divano arancione al centro di questo universo e la porta.
Chiunque fosse Alice, mi sentii un coniglio.
Mi versai un bicchiere dal mobile accanto e mi avvicinai alla porta.
Posai la mano sulla porta e poco prima di muovere il braccio per spingerla allungai lo sguardo oltre.

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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