Dic 032016
 

Da dove proveniva il lampo?
Sono sicuro di aver premuto io il grilletto, ho sentito anche il botto.
Ma allora perché sono riuscito a vedere così bene il volto dell’uomo dall’altra parte, a vederne l’uniforme? Era identica alla mia.
Era identica alla mia.
Il buio è tornato e gli occhi abbagliati dal lampo, forse dai lampi mi impedisce di guardare ancora quell’uomo ma sento il fischio di un proiettile nella mia direzione, tra pochi decimi di secondo sentirò il botto provenire dalla direzione di quell’uomo se non mi sto sbagliando e l’unico movimento che riesco a fare e quello per toccare la tasca sinistra e vedere che lì c’è ancora il nuovo feticcio che potrei non consegnare più. Che non avrei mai consegnato comunque.
Poi come un tarlo nella testa sento un dolore cupo avanzare tra i pensieri, qualcosa che scardina ogni altro pensiero, inaspettato. Un ricordo, una rivelazione, una comprensione tragica e forte di cosa mi abbia portato qui e di quale fosse stata la mia missione.
Si fa strada spostando ricordi, istanti, distruggendo, aprendo.
Apro gli occhi.
“Quindi? Hai deciso?” mi dice l’uomo di fronte a me.
Mi ricorda me stesso, me stesso invecchiato. Ha perso gran parte dei capelli e le rughe gli segnano il volto. La carnagione sembra più chiara, forse ha problemi di pressione bassa?
Sembra consumato e magro.
“Qual’è la tua scelta definitiva?” mi dice.
“Fallo” rispondo.
Appoggiato sulla scrivania uno stiletto lucido e perfetto di acciaio. L’uomo con tutta calma lo raccoglie e mi gira attorno mentre resto immobile e chiudo gli occhi. Sento le sue braccia cingermi un attimo e spostarmi i capelli poi la lama mi sfiora sotto l’orecchio sinistro, la punta scorre lentamente fino al punto dove la mascella si unisce al cranio e rimane ferma un secondo mentre l’uomo cerca la giusta inclinazione. Poi quasi senza dolore sento la lama entrare nel mio collo. Dura un’istante solo come la puntura di una siringa prima che vada a recidere il midollo tra due vertebre staccando di fatto ogni sensazione del corpo.
Tutto sommato è stato gentile.
Apro gli occhi ed il cane è ancora lì.
Dall’altra parte della rete.
Abbaia e ringhia.
Ringhia.
Lo so che è dall’altra parte della rete e non potrà farmi male ma sono un bambino e il terrore mi sta paralizzando. Cerco la mano del nonno ma non la trovo e non riesco a fuggire.
Non vedo altro attorno, non riesco neppure a voltare lo sguardo.
Cerco di svegliarmi, ma mi accorgo che il dolore al ginocchio sbucciato è reale.
Cerco di svegliarmi.
Ma sono lì.
Sono lì.

Visite: 118
Nov 292016
 

Non è lo sparare l’atto principe dell’azione, è solo la conseguenza. Tutto l’insieme dell’atto è soprattutto nella respirazione e nell’attesa. Un susseguirsi di momenti in cui riempi i tuoi polmoni, stabilizzi il corpo e attendi un susseguirsi di istanti che sarebbero quelli sbagliati. Dal puntare al momento in cui premerai il grilletto passano solo pochi secondi di inspirazione, attesa, stabilizzazione della mira. Poi arriva l’istante esatto, subito dopo è troppo tardi. La mano incomincerà a tremare, il peso dell’arma a pesare, il cuore accelererà pompando il sangue e non potrai fare altro che abbassare l’arma e ricominciare un nuovo ciclo.
Il nemico è là, in fondo alla canna del mio fucile, allineato al mirino, poco più in basso per bilanciare la curva della traiettoria lunga. Il vento è calato in questa notte fredda e lo vedo mentre mi cerca col lo sguardo. Il colpo che ha appena sparato gli ha fatto perdere il punto, o forse non si era accorto fossimo in due quando ha ucciso il mio compagno.
Passano nella mia mente infinite cose mentre inizio ad inspirare l’aria nei miei polmoni, passano i nomi degli uomini di cui ricordo il volto nella morte, passa l’impressione di essere già stato a questo punto come in un dejavu, mi sembra anche di ricordare come sia andata a finire ma il ricordo si ferma un’istante prima di arrivare alla mia mente cosciente. Non riesco a farlo.
Un tempo ero stato spietato, e non mi occorreva pensare, i movimenti immediati in una successione unica erano oliati di anni di esercizio e non serviva ragionare, le mie mani non tremavano neppure sotto la più grande pressione ma questa volta sto involontariamente lasciando al nemico il tempo di armarsi di nuovo e di puntarmi. So che se vedrò un lampo avrò ancora solo il tempo di premere il grilletto prima di sentire il colpo addosso e poi il botto, e non avrei il tempo di sapere dove sia finito il mio proiettile ma so anche che non avrò una seconda possibilità.
Potrei nascondermi ed aspettare che vengano a prenderci tutti.
Potrei urlare e svegliare i miei e nella loro agitazione prendere quello zaino e fuggire evitando forse i loro spari alla schiena.
Potrei invece essere uomo ed uccidere il cecchino prima di svegliare i miei e fare il mio lavoro.
“Quindi hai deciso?” mi rimbomba nella testa la voce.
Mi sento come quando hai il terrore dei cani e c’è un cane dall’altra parte della ringhiera, quando sai che non potrà farti male ma hai il desiderio forte di fuggire lo stesso, quando hai le spalle al muro e sai che ormai è tardi per fuggire e che l’unica cosa che puoi fare è affrontare quella paura. Non temo l’uomo che ho di fronte, ne la sua pallottola, ne la morte. Temo di fallire la mia missione, non quella di questi uomini, non quella per cui sono vestito in questo modo, ma la mia missione, quella per cui sono nato.
Ho il ricordo fisso di avere già usato questa metafora, o forse è solo un ricordo di quando da piccolo provavo il terrore per i cani per colpa di quel bastardo che mi ha morso.
Il fucile di quell’uomo è puntato verso di me ora. Ora so che non avrò un altro tentativo, ne la scelta di fuggire. Conta solo chi dei due avrà per primo le mani ferme.
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.” mi rimbomba nella testa la voce.
Sento il cane abbaiare e qualcuno recita i nomi delle persone che ho lasciato indietro, sembra la voce del biondo, nella mia testa. Solo nella mia testa.
Quanto sarà passato, tre secondi? Non è ancora il momento, non lo è ancora, la mano trema sotto il peso del feticcio, la mano trema come a sostenere un peso che va al di là di quello di questo fucile, la mano trema. Non è ancora il momento.
“Quindi? Hai deciso?” ancora nomi, credevo fossero meno, credevo di aver lasciato meno persone dietro.
Abbai di cane rabbioso. Nella mia testa. Nella mia testa.
Questo è il -lampo- momento.

Visite: 141
Nov 112016
 

“Quindi? Hai deciso?”
La persona da cui proveniva la voce lo stava guardando con aria interrogativa dall’altra parte di una scrivania. Lui era immobile, nel suo completo elegante leggermente stropicciato.
“Sì, non è stata chiara la mia risposta?”
Sembrava stupito del sentire nuovamente chiedere in merito alla decisione, era molto sudato ma apparentemente era come se qualunque fatica avesse fatto fosse relegata al di fuori di quella stanza, in una specie di oblio di cose dimenticate.
“Ricordi cosa hai risposto poco fa?” disse la persona dall’altra parte della scrivania.
“Certo ho detto che…” il volto dell’uomo si rabbuiò qualche istante. “Ho detto che…” Una vena gli si gonfiò sulla fronte, pulsava mentre si copriva il volto con le mani scuotendo la testa.
“Cazzo.” aggiunse. “Non avevo detto questo, solo pochi istanti fa ero certo del contrario! Ero sicuro che la decisione più sensata fosse…”
“Quindi? Hai deciso?” ripeté nuovamente l’altra persona.
L’uomo alzò la faccia dai palmi delle mani poco prima di urlare “Che cazzo mi avete dato da bere?”
“Nulla.” rispose la persona di fronte con tutta la calma del mondo.
La vena dell’uomo continuò a pulsare mentre lui rimaneva in silenzio.
Passarono alcuni minuti.
“Allora respirare, qualcosa? Qualche siero della verità?”
“Sei sicuro che sia questa la verità? Che sia la tua risposta definitiva?”
“Cazzo. No. Non è un siero della verità, non lo è perché la verità sarebbe una ed una soltanto, non è un cazzo di siero della verità, cosa mi avete dato?”
“Non ti ho dato nulla. Quello che sta accadendo sta accadendo solo grazie alla tua mente, a ciò che tu pensi. Ma non hai ricevuto nessuna sostanza ne da me ne da nessun altro.” La voce era assolutamente calma e rilassata, forse parlava leggermente a rilento “Ora è il momento di prendere una decisione, non c’è più tempo. Vuoi combattere o arrenderti? Ci credi ancora nonostante tutto o hai deciso che sia il momento di lasciarti andare?”
“Sei tu a controllare la mia mente. Sei tu che devi avere qualche potere, qualche cosa. Mi stai manipolando con le cose che dici” l’uomo sembrava agitarsi sempre di più, il pulsare della vena pareva volerla fare esplodere e le gocce di sudore avevano ripreso a scendere copiose. “Parli in maniera melliflua e mi fai cambiare idea, mi fai sragionare.” batté il pugno sul tavolo.
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.”
“Fanculo! Non credo di potercela fare! Mi è già stato detto che non ha senso, che non c’è speranza, che non c’è modo di affrontare quella battaglia, chi mi fa fare di lottare per qualcosa che non può che portare alla distruzione?”
“Il tempo sta per scadere, sarà qualcun’altro a decidere per te.”
L’uomo rimase in silenzio, i suoi occhi si muovevano velocemente in tutte le direzioni, cercava un appiglio, una certezza ma la stanza era vuota, non vi erano finestre e non si vedevano gli spigoli delle pareti. Tutto era di un bianco abbacinante tranne la sedia su cui era seduto, la scrivania e la sedia su cui era seduto il suo interlocutore. Vestito a sua volta di bianco.
All’esterno, qualunque cosa fosse l’esterno vi erano voci di persone, chiacchiere, risate.Cercava di isolarne le voci e di capire se qualcuno potesse comunicare con lui. A volte gli pareva di riconoscerne qualcuna, forse erano ricordi. Una frase gli ruotava in testa, gli pareva di vederla scritta, non aveva mai sentito una frase così pesante, schiacciante, pregna di responsabilità. La battaglia forse stava tutta in quella frase, il senso della battaglia, della sua vita stessa stava forse in quella frase e in niente altro. Era il peso che lo portava a cedere e la forza che lo portava a lottare. Allo stesso tempo.
Il ticchettio di un orologio segnava il tempo ed evidenziava il silenzio di quel luogo mentre la persona di fronte a lui lo fissava senza proferire parola.
Passarono ancora alcuni secondi che parvero ore.
“Quindi? Hai deciso?” disse l’uomo.

Visite: 160
Mag 152016
 

Continuo a ripetere ossessivo nella mia mente le stesse note

“Nulla cade dal cielo, ad eccezione delle stelle quando, avvolte nel velo della notte, come perle scivolano dal niente dentro ai sogni della gente.”

Una canzone di Gazzè, non un caso, non una scelta.

“Nulla sfavilla al confronto dei lunghi albori sul mare, quando lampi amaranto fabbricano martingale di luce sospesa, pendente, a sorreggere l’orizzonte.”

Penso ancora all’averti vista ed al mio modo nuovo di viverti, l’unico in fondo che mi sia possibile, l’unico che la mia mente possa reggere davvero senza che qualcosa straripi e si scontri con qualcos’altro. Senza che qualcosa vada a cozzare con qualcos’altro e lasciando che tu faccia di me -involontariamente- qualcosa di migliore, qualcosa che trascenda il mio essere stesso

“Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,
come il pensiero costante di averti vista.”

E non è questione di amore, o di sogno, o di qualsiasi romantico disegno da raccontare in musica, non è un qualcosa a cui anelare o da cui fuggire, è semplicemente ciò che è ed è così che scelgo di viverlo. Semplicemente per ciò che è, di momento in momento. Di ora in ora. Ho lottato una vita a costruire mura, fortificazioni, armi e corazze, ho passato una vita a distruggerle, ho passato una vita a destrutturarmi e ricostruirmi fino ad essere quello che sono oggi, fino a stare bene con me stesso. Solo con me stesso. Trovo sia raro, soprattutto oggi, arrivare ad essere autocompleti, a sentirsi parte di un mondo come entità a se stante in grado di provvedere ai propri bisogni a pieno. E ci sono arrivato oggi. Un oggi così vicino da apparire minuti fa, secondi forse. Ed è lì che ti ho vista. Forse pochi istanti prima. E non importa. Non importa nulla perché il solo guardare le tue labbra, il sentire la tua voce mi rende consapevole che posso essere migliore, che posso dare di più, che quando sto cadendo, mollando, frenando esiste qualcosa per lottare più forte. E non si tratta di lottare per te, per quelle labbra, quella voce, non si tratta di perdere me per quelle labbra, quella voce, per te. Ciò nonostante sono una spinta di cui potrei fare a meno ma di cui non ha senso privarsi, si tratta di lottare nel mondo e non arrendersi mai.

“Nulla precipita gli occhi più di abissi o spaccature, se visti da certe alture di nuvole e pennacchi.
Il resistere tenacemente di ogni essere vivente…”

E non desidero viverti accanto seppure saprei farlo, non desidero amarti seppure potrei farlo, non desidero lottare per rendere la tua vita migliore benché sicuro di esserne in grado. Benché sia pronto a farlo. Perché esiste un equilibrio, perché oggi la mia vita è migliore di quanto non lo sia mai stata, perché oggi la mia vita è come alla fine di una storia di cui sai esistere un seguito che non conosci, quando ti pregusti l’idea di cosa potrà essere scoprirne una nuova parte.

“Nulla crepita e schiocca tra parole in assemblea, come fa un’idea che di quelle non trabocca ma persevera paziente, finché giunto sia l’istante.”

Ed è così che il concetto stesso di “averti” diventa privo di significato, ricoperto di un velo di tempo, come un orologio immobile che abbia acquistato un altro significato e non serva più a segnare le ore.

“Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,
come il pensiero costante di averti vista,di averti vista”

Ed ancora il ricordo del tuo sorriso, sta notte, oggi, domani rivolto al mondo -o a chiunque, o non a me, o a me non importa- è motivo sufficiente per divenire migliore rispetto a me stesso senza neppure scegliere di cambiare o essere, senza neppure scegliere.

“Nulla interrompe e spariglia le cose ed il loro andamento, come la grandine e il vento, quando ogni chicco è una biglia, e di quell’Alto soltanto furente l’urlo impazzito si sente.”

Perché tu? Non lo so. Non l’ho scelto. Perché io? Vorrei chiedermi. O perché no? Ma non importano queste domande.  Non è questo che cerco. Non sono risposte. Vivo un altrove da qui, dove queste cose non importano, dove tu esisti come parte in un universo di cui faccio parte io stesso in un tutt’uno con gli altri, e non è questa stoffa azzurra tra le dita, non sono le parole dette o sentite, o le domande o le risposte a renderci parte di uno stesso uno in cui non conti ne tu ne io. Ma se fossi tu a chiederti perché, perché tu, perché io, non ti risponderò. Voglio solo che il mondo, le emozioni, la vita mi attraversi come quando osservo, sento, vivo ciò che osservo, sento, vivo quel sorriso, quella voce, quell’anima che sei.

“Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,
come il pensiero costante di averti vista.”

Continue reading »

Visite: 226
Set 122015
 

La sua infanzia non fu delle più felici, non che le mancassero gli affetti, i giochi, gli amici, non che la sua famiglia fosse particolarmente povera o disattenta, la causa scatenante fu certamente un evento della durata di poco più di quindici minuti, una frazione di questi quindici minuti durata forse non più di dieci. Una visione sola di un solo istante e di nuovo tutto ciò che ci sta attorno dilatato nuovamente in quello che significavano quei quindici minuti ed infine verso tutto il resto della vita a partire dal centro del tempo, del corpo, dell’energia, dal centro dello stomaco. La sua nascita fu semplice e veloce e in breve si trovò tra le braccia di una mamma medio borghese e di cultura abbastanza alta e quelle di un padre altrettanto medio borghese ma di una cultura ben più elevata, una famiglia ricca sia del tempo che delle sostanze, una famiglia accogliente e di sani principi, quasi da film americano. Non sempre però è tutto questo quello che serve ad una figlia per crescere o non sempre tutto questo può rimanere il tempo giusto per darle il tempo di conoscere il mondo ed abituarvisi. Crebbe come una bimba felice e sorridente, lo fu sempre in ogni fase della sua vita ad eccezione di quella fase dell’adolescenza che quasi tutti passano, la fase degli scontri generazionali, della ricerca dell’identità, e della fuga da qualcosa che in lei risultava irrisolto ed incomprensibile. Dimenticato e al contempo indimenticabile. Quest’ultima, la presenza costante di un mostro, per fortuna della maggior parte delle persone non è una fase fondamentale, ma fu questa probabilmente la cosa che la rese ciò che fu, nel bene e nel male. Nella forza e nella debolezza qualunque delle due parti fosse l’una e qualunque l’altra. Erano tempi di un passato quasi fiabesco in cui ancora i ritmi erano blandi, in cui per comunicare si usavano lettere di carta, telefoni con i fili, tempi in cui era necessario essere in casa per ricevere una telefonata ed aspettare per ricevere risposte scritte, tempi in cui si comunicava a parole e discorsi e non a faccine ed abbreviazioni. Suo padre però aveva la consuetudine pochi istanti prima di tornare a lavoro di alzare la cornetta del telefono e fare il numero di casa, un singolo squillo e da quel momento partiva il tempo. Mathilde da quell’istante contava quindici minuti esatti, non uno di meno e non uno di più e poi correva alla porta ad attenderlo, puntualmente sentiva le chiavi appese alla cintura di suo padre tintinnare su per le scale, fino a davanti alla porta, poi nuovamente tintinnare più forte e la serratura girare, la porta aprirsi e poi vedeva spuntare quelle grandi manone forti e la pancia tonda ma non grande sovrastate da due spalle grandi e lontane lontane lassù in alto e più in su ancora la sua barbuta faccia allegra che si avvicinava scendendo, abbracciandola e dandole un bacio grande sulla fronte. Quella volta accadde qualcosa di diverso. Quella volta suo padre doveva passare a prenderla per portarla al compleanno della sua migliore amica e lei era vestita a festa, il vestito intero azzurro e rosa con la gonna poco sopra le ginocchia, la schiena un po’ scoperta e le braccia completamente. Di profilo un po’ di seno iniziava a spuntare in un misto di apprensione e di aspettativa, sentiva di stare crescendo di fuori ma si sentiva ancora bimba dentro ed il rossetto un po’ vistoso e le unghie con lo smalto colorato di colori vivaci aumentavano questo contrasto in modo visivo e lo facevano uscire dalla sua testa per concretizzarsi. Non avrebbe mai più indossato dello smalto colorato, né un rossetto forte, ne molti altri dei trucchi che ne modificavano la gioventù e la facevano essere quasi adulta e al contempo bimba ma non avrebbe ricordato per anni il perché di questa scelta inconsapevole. Quella sera i quindici minuti passarono in fretta, come se l’orologio corresse, come se il mondo precipitasse in fretta verso una singolarità nel tempo e passata quella al contrario parve dilatarsi, rallentare, rallentare fortissimo e disperdersi. Poi squillò il telefono, squillò di nuovo mentre mamma si avvicinava lentamente come già aspettandosi qualcosa, bianca in volto “pronto”, disse. E niente altro per un tempo interminabile e poi “va bene”. Si vestì in fretta, senza dire nulla, con il volto come congelato, immobile, inespressivo. La spinse dolcemente ma risolutamente in macchina e la portò alla festa. Attese qualche istante dopo che la porta della casa che ospitava la festa fu chiusa ma non abbastanza perché l’urlo non si sentisse sopra al rumore del motore dell’auto accesa, sopra la musica e le urla dei ragazzini, non lo sentì quasi nessuno, tranne Mathilde che lo dimenticò secondi o anni dopo. Suo padre non era più. Vi era da qualche parte un corpo privo di una mente, di un’anima, di una personalità, un corpo spento che non poté più abbassarsi a stringere, né a baciare ma non le fu concesso di saperlo, non le fu concesso di salutarlo, non le fu concesso nulla di quello che forse sarebbe bastato a salvarla. Qualche ora dopo la madre tornò a prenderla. Dal suo punto di vista l’aria degli adulti era particolarmente mesta, non solo quella di sua madre ma quella di tutti indistintamente; aveva passato la festa mangiando per non parlare con gli altri, per non dover spiegare perché non avesse voglia di giocare, per non spiegare che era offesa perché era accaduto qualcosa e nessuno aveva avuto la decenza di spiegarglielo ed ora tutto quel cibo pesava nel suo stomaco come un macigno enorme mentre nella conferma di uno stato alterato del mondo la sacca si stringeva in un pugno. Sua madre la portò a casa e dopo averla lasciata in camera si chiuse a sua volta nella propria nel silenzio. Non disse una parola per tutto il tragitto, non disse una parola in casa mentre la casa stessa era come un enorme cuscino schiacciato sulla faccia della vita che era esistita fino a quel momento. Solo un tempo lunghissimo più tardi bussò alla porta e disse “Mathilde, ti devo parlare, è successa una cosa a papà” le raccontò una favola come la si racconta ai bambini, le raccontò che suo padre se ne era andato via e che non sarebbe tornato mai più. I bambini non temono la morte, i bambini hanno piena coscienza della morte del cessare di esistere e lo vivono come un fatto naturale, triste ma naturale, è tutto ciò che gli adulti vi costruiscono sopra a creare il problema e questo fu il suo personale di problema, il suo specifico, enorme personale problema, non il fatto che suo padre non sarebbe tornato. Non il fatto che suo padre avesse cessato per sempre di esistere. Il mondo era improvvisamente divenuto falso. Il mondo stava improvvisamente mentendo. Ascoltò sua madre parlare e piangere e parlare ancora e giustificarsi per cose inesistenti e piangere ancora fino a quando concluse “C’è pronto da mangiare. Ti va di mangiare qualcosa? Non mangi da un po’. Vai a lavarti le mani”. Annuì e il suo stomaco ancora pieno, bloccato si strinse fino a divenire una nocciolina. Si alzò e andò in bagno: fu questo il momento. Questo e nessun’altro. Lo stomaco orma pieno, bloccato, cementificato volle svuotarsi e lei si chinò a vomitare nel gabinetto, in un misto di schifo e liberazione, di sofferenza e di gioia, di acido e liberatorio. Si pulì la bocca con la carta igienica e per un istante si fermò dicendo “Mam…” e poi pensò che forse sarebbe stato peggio per entrambe. Fu la prima volta che si sentì grande, fu la prima volta che ebbe il sentore che avrebbe dovuto cavarsela da sola nella vita. Ma il momento nel momento, il momento chiave di tutti i momenti fu quando allungò la mano, prese distinto l’asciugamano di suo padre e vi pianse dentro. Quando l’odore della pelle misto al dopobarba entrarono dritti nel suo cervello, entrarono come un colpo di pistola, come una penjet di benzodiazepine diretta nell’ippocampo e le lacrime di rabbia, di impotenza, di gioia sgorgarono contemporaneamente come in un fiume di emozioni. Suo padre sembrava ancora lì, ancora presente, era in definitiva davvero parte di lui e attraverso i polmoni entrava in lei. “Mathilde! Dai è pronto!” era lui ad averle dato quel nome, il nome di un asteroide scoperto cento anni prima. Nascose l’asciugamani nel suo posto segreto e come se niente fosse andò a cena.

Visite: 313
Giu 152015
 

Tengo chiusi gli occhi ancora un po’, attorno a me il buio filtra tra le palpebre ed il silenzio mi avvolge, lo vivo, me ne lascio pervadere, mi lascio attraversare mentre osservo i tuoi occhi.
Capita talvolta osservando troppo un flash, una luce forte, il sole che questo si imprima in qualche modo sulla retina e che chiudendo gli occhi essa appaia ancora impressa come dentro le palpebre, come sospesa a qualche centimetro dagli occhi a seguirti in qualunque direzione osservi. Tutto ciò che vedi non puoi che vederlo attraverso quella palla al centro in qualche modo iridescente, mutante ma stabilmente immobile al centro del tuo sguardo.
Sono così i tuoi occhi per me, immobili al centro, privi quasi di un viso che resta evanescente, bianco quasi trasparente, nascosto nel buio come un fantasma. Al centro i tuoi occhi non chiari eppure neppure scuri di un colore indefinibile perché definirlo sarebbe come perdersi nell’infinità di un abisso,  così vivi da non poter non esserne attratto come due buchi neri in grado di assorbire la luce ma non come buchi neri perché in grado di emettere una brillantezza che neppure alla perla più preziosa sarà mai concesso; indefinibili perché impossibile osservarli senza  sentircisi l’anima trascinata giù e al contempo impossibili da non osservare per comprenderli.
Li vedo ancora qui, di fronte a me dagli occhi chiusi e non voglio sporcare questa vista col mondo, mi sento quasi soffocare da questa immensità come un peso sulla trachea come se l’aria pesasse, come il silenzio di tutto questo fosse così eterno da non aver bisogno di essere conservato nei ricordi.
Apro lentamente gli occhi, perché so che infine prima o poi lo dovrei fare comunque e nel buio assoluto vedo ancora queste due immense sfere, questi astri lucenti ed attorno ad essi sfumato un volto bianco, truccato per sembrare più smunto, un volto quasi impercettibile.
Provo a ruotare lentamente lo sguardo ma ancora, ovunque vedo i tuoi occhi, quegli occhi che ormai sento in qualche modo miei, come fossero parte di me. Resto ad osservarli ancora mentre i miei si abituano lentamente, molto lentamente al buio. Penso ai pochi istanti passati assieme o ai moltissimi, penso a cosa sei stata o sono, o siamo mai stati, e mentre penso mi accorgo che nulla di questo conta quanto conta ciò che vedo ora, ciò attraverso cui vedo ora.
Il senso di stretto alla gola si fa più pressante, non lo comprendo ma non rappresenta un problema in grado di distrarmi mentre il tuo volto si avvicina, truccato in modo stravagante davvero e poi si allontana un po’ e torna ad avvicinarsi ancora, osservo le occhiaie attorno a quei due portali verso l’infinito, così scure mentre la testa mi gira, mi gira mentre il tuo volto immobile ondeggia con me stabile al centro, si avvicina lentamente, si allontana, si avvicina.
Osservo le sopracciglia, la fronte liscia mentre gli occhi si abituano ma comincio a scorgere qualcosa che non torna, qualcosa di te che non ricordavo, una cicatrice che mi fa arrivare alla mente ricordi improvvisi che mi fanno sentire ancora più il peso di quest’aria assente.
E mentre quel volto si avvicina, si allontana mi accorgo che lentamente il tuo sguardo è scomparso nei meandri di un ricordo di un istante di un passato di un sogno di una racconto di una fiaba di un libro non scritto e quel volto, bianco, smunto, con nere occhiaie mi accorgo essere lentamente il mio che si allontana, si avvicina, si allontana, si avvicina.
Provo ad alzare una mano per toccarlo, per toccare il mio ma non mi è possibile e mentre dondolo avanti, ed indietro, avanti ed indietro davanti allo specchio di questo armadio ricordo all’improvviso di un anello che portavo al collo e che non vedo più nel riflesso al suo posto, di un anello che vedo ondeggiare in alto dietro la mia nuca legato al filo che lo reggeva, legato a qualcosa più in alto e che non vedo nel buio, mi accorgo l’aria nei polmoni non c’è più, che i polmoni non chiedono più aria. Mi accorgo che non so come io sia finito qui se per errore o desiderio ma che non rivedrò più quel ricordo di un istante di due immensità e del loro sorriso lucente e del riflesso del mondo attraverso di esse.

Visite: 240
Apr 232015
 

Ti vidi su di una panchina, abbracciata a tu sorella la quale leggeva, rimasi ad osservare il tuo volto pieno e vivo come quello di chi non sa soffrire che per istanti nonostante fossi seria ed annoiata, ti osservai sbuffare da lontano nascosto dietro un cespuglio.
Incantato ed incapace di mostrarmi, di parlarti, di palesare la mia presenza. Tante volte ti avevo immaginata, avevo osservato altre mentre non c’eri immaginando fossi tu e lasciandomi innamorare anche della loro presenza nella tua assenza, immaginarmi te davanti a me a muoverti e correre e sorridere, osservare i -non- tuoi capelli muoversi e saltare e supporre di conoscerti ed ora ero lì a guardarti finalmente di nuovo. Immobile bloccato.
Ero lì mentre passò quello strano coniglio: “Povero me, povero me! Farò tardi!” diceva, e quando il coniglio tirò fuori l’orologio a cipollotto dal doppio petto vidi il tuo sguardo stupito ma non come chi vede qualcosa di assurdo, stupito come qualcuno che vede qualcosa di bello ed inaspettato ma non incredibile, uno sguardo così naturale da rendere naturale a me il vedere questo strano personaggio saltellare di tutto punto vestito.
Ti osservai da lontano seguirlo, forse un po’ geloso lo ammetto perché lui si era palesato anche se involontariamente, ti osservai osservarlo entrare nella sua tana e pochi istanti dopo cadervi dentro.
Ti seguii.
Caddi o volai, non ricordo il vento dell’aria contro la pelle, non ricordo la paura della caduta se non per un’istante, era come se invece di scendere fosse il mondo a salire ed io immobile, vidi credenze e mobili, comodini, mi parve di cadere o salire miglia e miglia, non ti vidi più mentre scendevo e forse neppure dopo non lo so perché cominciai d’un tratto a complicarmi.
Ricordo di non ricordare cosa pensassi nell’istante stesso in cui lo pensavo e di ricordare ricordi passati di passati invissuti, ricordo che come al solito quando mi annoio cercai di calcolare cose, la velocità di caduta in base a punti di riferimento, la larghezza del corridoio verticale che mi pareva scorrermi addosso, ricordo di aver provato a calcolare quanti anni avessi ma non ricordavo quando fossi nato, e di contare quante dita avessi ma dopo essere arrivato a ventitré ricominciai e arrivai a due, e provando nuovamente erano quindici o trentatré ma poi ricordo di non ricordare se davvero quelli fossero i numeri e poi pensai che era una buona idea provare a calcolare i miei anni e mi fossi ricordato quando sono nato o quanto veloce andasse il suono, non ricordo eco o effetto doppler ma ricordo che i pensieri rimbalzavano sulle pareti e se pensavo verso il basso i pensieri correvano correvano senza tregua e se pensavo verso l’alto dimenticavo in fretta cosa non so perché non lo ricordo.
D’un tratto il pavimento o il terreno o il dove stavo andando mi raggiunse.
Mi ritrovai seduto.
Poco lontano un coniglio stava allontanandosi, indossava un doppio petto e reggeva con una zampa un orologio a cipollotto, sembrava agitato e frettoloso “Orecchi miei, baffi miei, come è tardi!” disse e si voltò un istante verso di me, ma non aveva baffi, non aveva orecchi o forse si nascosti da quei suoi bei capelli che contornavano un volto umano e dolce, pieno e vivo come quello di chi non sa soffrire che per istanti per nulla serio o annoiato, e perché avrebbe dovuto poi esserlo, ma neppure pieno della tensione e della fretta di chi corre per qualcosa che non ha scelto, il tuo sorriso era quello di chi sa cosa sta facendo e con la frenesia della gioia di fare, la gioia dell’inquietudine del non saper stare con le mani in mano e correvi, correvi, correva con quell’orologio il coniglio bianco dal volto umano, correvi lontano ed io dietro te con il tuo sorriso dentro.

Visite: 212
Apr 162015
 

*il racconto è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale*
Non è buona norma in genere immergersi in solitaria, in tutti i corsi insegnano a scendere sempre con in compagno ma d’altronde sono molte le cose che non è buona norma fare, ad esempio scendere con un bombolino ean 70 in una immersione profonda, ad esempio, ma non credo che nessuno dei due rappresenti un problema per l’attività che ho scelto di fare oggi.
Questa è una bella sera di una stellata come poche volte se ne vedono, complice l’inverno e lo scarso turismo la gran parte delle luci sono spente e questo permette di vedere il tutto illuminato solo dagli astri e dalla luna che sta salendo lentamente all’orizzonte tra i monti. L’aria è frizzante e viva, e l’acqua assolutamente calma, un’ottima notte per un’esperienza come questa.
La preparazione dell’attrezzatura come sempre è veloce ma meticolosa, non vorrei avere qualche genere di imprevisto che mi tolga la calma assoluta che ho dentro.
La bombola è piena ma non credo mi servirà, il bombolino ben agganciato e con l’erogatore chiuso, i formalismi sono importanti.
La torcia è ben carica, della secondaria non credo di averne bisogno ma è qui nella tasca del GAV non si sa mai, giusto? Fermo un passante per chiudermi la muta stagna, pulisco la maschera e sono pronto.
Le panchine sono sempre un ottimo aiuto per un subacqueo, niente di più comodo che sedersi, allacciarsi il gav, la bombola, prendere in una mano il bombolino e la maschera, nell’altra reggere la torcia e le pinne, alzarsi e camminare verso lo scivolo di alaggio per le barche.
Ho fatto centinaia di volte questa immersione e la conosco ormai più del giardino di casa ma è da sempre la mia preferita: qui ho imparato e qui voglio stare per sempre.
Con l’attrezzatura sulle spalle scendo in acqua lasciando i vari oggetti minuti sul bordo dello scivolo, l’acqua non è fredda come mi aspettavo e questo è molto positivo. Indosso la maschera e faccio un paio di prove creando depressione all’interno ma entra aria quindi non è messa bene, la ricontrollo, la sistemo, perfetto. Ora prendo dallo scivolo le pinne e le indosso, questa è una delle cose più comode di questo punto di immersione, puoi stare in piedi tranquillo a prepararti in acqua ma la profondità aumenta velocemente spostandoti di pochi metri. Un’accoppiata vincente.
Controllo l’aggancio del bombolino al GAV e sono pronto: tutto è in ordine.
Mi guardo intorno, mi viene spontaneo fare il gesto di ok con il pugno sulla testa ma questa volta non c’è qualcuno a cui segnalarlo, alzo il corrugato, svuoto e scendo.
Ci vogliono solo pochi istanti e mi trovo a cinque metri, mi viene da sorridere pensando che ho dimenticato di portare la boa di segnalazione, anche questa è una di quelle cose che non si fanno ma non credo sarà un problema per nessuno.
L’immersione, il mio percorso preferito almeno, inizia scendendo qualche metro seguendo una sagola che parte dalla base dello scivolo di alaggio verso il largo, questa porta ad un Continue reading »

Visite: 445
© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: