Ago 032017
 

Sono diventato te. Nel tempo.
Sono diventato te.
Ricordo ancora il primo istante in cui ti ho veduta. Troppo grande ho pensato. Eri grande. Sì. Non avevo idea di quanto, di cosa e in che senso lo fossi. La prima impressione era che tu fossi di età troppo avanzata, troppo grande sì. La seconda era che tu fossi eccessivamente sovrappeso, troppo grande. Mi ci volle poco tempo per capire che dentro ci fosse uno spessore diverso, che non eri come le altre che avevo incontrato, tra giovani si sarebbe detto che eri una grande, troppo grande.  Eppure non avevo capito nulla di quello che contenevi. Di quello che c’era dentro come fossi stata un grande contenitore, troppo grande. Non l’avevo capito. Negli anni ho visto molte di queste cose dentro, delle tue parti, dei tuoi pezzi. Eri una specie di enorme puzzle che portava sul proprio corpo i segni di errori e di gioie e di ogni momento. Li portavi con fierezza ed eri in grado di fare cose, di vivere cose, di sopportare cose, di affrontare cose, di insegnare cose, di mostrare cose, di vivere cose, di essere cose. Troppe per la mia piccola mente ristretta, per l’anima rinchiusa che mi ritrovavo. Troppo piccola per contenerti, e te troppo grande.

Solo per questo ho deciso di farti a pezzi.

Ho pensato che scomponendoti avrei potuto riuscire a Continue reading »

Giu 062017
 

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)
<- La mia prima volta (L’anima)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano lunghi fino quasi a metà schiena castano scuro, lisci e morbidi. Tendevano a stare con la riga in mezzo come li aveva tenuti probabilmente per anni ma la sua mano continuava a scompigliarli dandole un movimento fluido e compatto posizionandoli ogni volta in maniera diversa. Ricordo perfettamente il bianco chiaro del suo corpo, la sua pancia piatta ma morbida di quel lieve strato di adipe che ogni donna dovrebbe avere, ricordo parte di me scivolarle liquida sulla pelle della pancia ed entrare nell’ombelico fino a farlo traboccare e poi scendere di lato accanto all’osso del bacino. Lentamente. Fu quello probabilmente a scatenare il tutto di ciò che avvenne successivamente. Era una sera come un’altra una sera come tante e lei ancora non l’avevo mai incontrata. Credo mi abbiano colpito per prima le labbra imbronciate e poi quei capelli lanciati da un lato all’altro da un braccio bianco e chiaro zeppo di lentiggini. Era triste, seduta su di una panchina al parco, al buio.
“Tutto bene?” le dissi.
“No” rispose.
Niente altro. Mi sedetti accanto a lei e non si spostò.
Il suo profumo era un profumo unisex, non saprei dirne il nome ma lo avevo già sentito altrove, sfiorava i meandri profondi della mia mente.
Restammo seduti uno accanto all’altra per minuti, decine di minuti, forse anche più di un’ora senza rivolgerci la parola poi lei si alzò e si allontanò lentamente. Continue reading »

Gen 312017
 

(Precedente: Alex pt1)

Non puoi capire come gli innesti cibernetici ti cambino fino a quando gli innesti cibernetici non ti hanno cambiato. Non puoi capire fino a che punto tutte quelle stronzate del fatto che ti facciano perdere umanità non siano affatto stronzate. Il primo innesto l’ho fatto quasi per gioco, per moda. Non avevo ancora i miei seguaci all’epoca ma ero entrato nel gruppo da poco. Ognuno di loro aveva la propria caratteristica speciale, che lo rendeva più minaccioso. Gli anni dei tatuaggi, dei piercing o delle creste in testa erano passati, cioè voglio dire tutti li avevano e non era più un segno di distinzione, era quasi conformismo almeno tra chi viveva nei bassifondi, gli innesti sottocutanei tradizionali erano anche questi roba passata. C’era chi si era fatto innestare un braccio bionico solo per il gusto di averlo e di essere più forte senza dover sostituire necessariamente un braccio non più funzionante, c’era chi si era fatto innestare mezza calotta cranica in acciaio a vista, chi denti in titanio affilati. Quello con i denti in titanio tra l’altro si tagliava spesso mangiando, anzi si taglia ancora, è quello che uso come capo apparente, quello che in formazione sta davanti a tutti fingendo di essere me. Io sono sempre stato un ragazzo timido almeno all’apparenza, un ragazzo dimesso. La prima installazione che mi sono fatto fare è stata una sostituzione dell’iride. La prima versione che avevo installato si limitava ad illuminarsi di rosso quando lo sceglievo. Mi permetteva di rimanere anonimo ma diventare minaccioso al bisogno, non era ancora una versione come quella di oggi con Continue reading »

Gen 122017
 

Era una serata come un’altra, come mille o come nessuna. Attorno le auto in movimento erano poche, finite le feste la gente era ormai stufa di andare in centro ed era il momento giusto per frequentarlo prima che alla gente tornasse la smania degli acquisti grazie ai saldi.
Era in piedi, era ormai il momento di salutare gli amici dopo una serata piacevole seppur breve, s’era parlato di ogni cosa, di forse e di ma e di certo e di altro ed ancora. Una serata come altre. Di fronte a lui a ridere e parlare un vecchio amico, e due nuove e la distanza frapposta della novità, del non essere nella zona di confort seppure confortato da una situazione piacevole.

Lui le sfiorò le mani. Voleva sentire solo la consistenza di quei guanti di pelle morbida e niente altro. Lui le sfiorò le mani e mentre le sfiorava le mani il mio sguardo cadde su quelle quattro mani, sulle due a stringere le altre due, e sullo sguardo di lui. Rideva con assoluto candore, guardando quelle mani e non lo sguardo che stava poco dietro. Quello sguardo si fece un’istante serio, o forse fu una mia impressione. Si fece serio il mio indubbiamente, involontariamente mentre dentro di me qualcosa di caldo si scioglieva dalle pareti alte del mio interno precipitando improvvisamente verso il basso come in un vortice che non riuscivo a comprendere.

La ragazza voltò lo sguardo verso di lui e parve un’istante accorgersi di cosa accadeva nella sua mente. Un’istante prima che la strada si inclinasse. Mentre la strada si piegava in un imbuto i palazzi attorno si alzavano e le macchine parcheggiate cominciavano a muoversi verso di loro, tutto divenne in qualche modo liquido e mentre cadevano sembravano fondersi in un unico nulla di unico gorgo nero. Tutto attorno a lui era improvvisamente scomparso. O apparso. Quando aprì gli occhi viaggiava su Continue reading »

Dic 032016
 

Da dove proveniva il lampo?
Sono sicuro di aver premuto io il grilletto, ho sentito anche il botto.
Ma allora perché sono riuscito a vedere così bene il volto dell’uomo dall’altra parte, a vederne l’uniforme? Era identica alla mia.
Era identica alla mia.
Il buio è tornato e gli occhi abbagliati dal lampo, forse dai lampi mi impedisce di guardare ancora quell’uomo ma sento il fischio di un proiettile nella mia direzione, tra pochi decimi di secondo sentirò il botto provenire dalla direzione di quell’uomo se non mi sto sbagliando e l’unico movimento che riesco a fare e quello per toccare la tasca sinistra e vedere che lì c’è ancora il nuovo feticcio che potrei non consegnare più. Che non avrei mai consegnato comunque.
Poi come un tarlo nella testa sento un dolore cupo avanzare tra i pensieri, qualcosa che scardina ogni altro pensiero, inaspettato. Un ricordo, una rivelazione, una comprensione tragica e forte di cosa mi abbia portato qui e di quale fosse stata la mia missione.
Si fa strada spostando ricordi, istanti, distruggendo, aprendo.
Apro gli occhi.
“Quindi? Hai deciso?” mi dice l’uomo di fronte a me.
Mi ricorda me stesso, me stesso invecchiato. Ha perso gran parte dei capelli e le rughe gli segnano il volto. La carnagione sembra più chiara, forse ha problemi di pressione bassa?
Sembra consumato e magro.
“Qual’è la tua scelta definitiva?” mi dice.
“Fallo” rispondo.
Appoggiato sulla scrivania uno stiletto lucido e perfetto di acciaio. L’uomo con tutta calma lo raccoglie e mi gira attorno mentre resto immobile e chiudo gli occhi. Sento le sue braccia cingermi un attimo e spostarmi i capelli poi la lama mi sfiora sotto l’orecchio sinistro, la punta scorre lentamente fino al punto dove la mascella si unisce al cranio e rimane ferma un secondo mentre l’uomo cerca la giusta inclinazione. Poi quasi senza dolore sento la lama entrare nel mio collo. Dura un’istante solo come la puntura di una siringa prima che vada a recidere il midollo tra due vertebre staccando di fatto ogni sensazione del corpo.
Tutto sommato è stato gentile.
Apro gli occhi ed il cane è ancora lì.
Dall’altra parte della rete.
Abbaia e ringhia.
Ringhia.
Lo so che è dall’altra parte della rete e non potrà farmi male ma sono un bambino e il terrore mi sta paralizzando. Cerco la mano del nonno ma non la trovo e non riesco a fuggire.
Non vedo altro attorno, non riesco neppure a voltare lo sguardo.
Cerco di svegliarmi, ma mi accorgo che il dolore al ginocchio sbucciato è reale.
Cerco di svegliarmi.
Ma sono lì.
Sono lì.

Ott 172015
 

Fu così che infine scelse di pugnalarsi nell’unico punto in cui il suo corpo era vulnerabile, non lo fece per morire, ne scelse di voler soffrire per punire una propria scelta od errore.
Si pugnalò nell’unico punto in cui avrebbe potuto creargli dolore, forse morte, e scelse di farlo accanto ad una persona che conosceva appena, una persona di cui aveva però piena fiducia.
“Questo è il più grande dono che possa farti” disse.
“Questo è il dono della conoscenza di ciò che sono, il dono della mia stessa esistenza”
Fu così che scelse di porgergli l’elsa dell’arma.
“Questo è il più grande dono che possa farti” disse.
“Non importa cosa sceglierai di farne”.

Ott 042015
 

È affilando la tua lama che cambio, che al termine del mio mese genetlìaco inizio un mondo nuovo senza compromessi.
È sempre stato l’inizio
-la fine-
il capodanno reale che a dispetto del mondo ho sempre festeggiato
in
solitudine
raccolta.

Affilo la lama del tuo coltello e lascio tu possa scegliere di usarlo
non temo più quello nè altro
non temo più
non tremo più

lascio che il mondo resti indietro
-o vada avanti, non mi importa-
mentre incontro un nuovo mondo che sa di vecchio mondo
un vecchio mondo che sa di nuovo mondo

affilo la tua lama perché ora la so usare
non userò la tua lama perché non ho bisogno di usarla

è la mia strada,
quella mi è stata negata per lasciarmi il tempo di vederla
quella che mi è stata negata per darmi modo di dimostrane l’attaccamento
è la mia strada.

Ed improvviso una luce si accende.

 

 

Nov 092010
 

Sono Alex, non ho un cognome e se anche lo avessi non lo verrei a dire a te.
Sono nato in una famiglia medio borghese, non si stava male, anzi forse a dirla tutta si stava fin troppo bene, almeno prima che scoppiasse la guerriglia.
I miei genitori lavoravano in una corporazione erano entrambi a un buon livello gerarchico ed economico, non c’era nulla di cui potersi lamentare, io crescevo primo della classe fin dall’asilo, fin dall’asilo stupivo gli insegnanti per la mia acuta intelligenza e i miei compagni per la mia inettitudine ed incapacità di rapportarmi a loro.
Ero preso in giro, bistrattato, ero lo sfigato del gruppo, quello che non c’era posto per un altro giocatore, quello che “è stato lui maestra”, quello che…. ho imparato presto quanto le persone siano infide, quanto appena mostri un lato debole queste in massa ti attacchino in quel punto per distruggerti, ho cominciato ad isolarmi. A covare una vendetta che non avrei mai potuto realizzare.
Mia madre aspettava un bimbo, sarebbe nato un fratello, chissà, magari qualcuno che mi sarebbe stato accanto, avevo cinque anni i primi segnali di instabilità della società si iniziavano a sentire, i miei genitori erano visibilmente preoccupati. Potrei dirti di cosa si occupava la loro corporazione ma dovrei dirti troppe cose su di loro fatto sta che fu a causa di questa che mia madre perse il bambino, perse mio fratello, non solo, perse la possibilità di avere figli per colpa di quella cazzo di roba chimica.
Non so per quanto la vidi piangere, mio padre che la consolava e che a fatica teneva le lacrime, entrambi loro che cercavano di spiegarmi come fossi un bambino le cose. Si lo ero un bambino, è vero, ma capivo molte più cose di quanto credessero.
Continuai a covare vendetta.
Da allora i miei genitori furono solo sempre più tesi, e parlavano sempre meno di lavoro, parlavano sempre meno.
Un giorno, avrò avuto sette anni, non mi portarono a casa da scuola, non mi ci portarono più.
Fui affidato ad un’altra famiglia felice ma io avevo già capito cos’era accaduto.
Restai con loro qualche anno, sempre in questa specie di mondo fatato e dorato, lontano da ogni male, lontano dalla guerriglia che ormai divampava nei bassifondi della città e sempre a sentirmi preso in giro dai miei coetanei, questa volta chiamato orfano, chiamato trovatello, con offese pesanti ai miei genitori, allusioni al fatto che non mi avessero voluto più con loro.
Mi sentivo non l’essere più insignificante ma quello più schifoso e ciò nonostante al centro del mondo ero la nullità.
Avevo ormai quattordici anni quando scappai di casa.
Quando scappai dalla famiglia.
Quando scappai da tutto.
Quando scappai da me stesso, o almeno ci provai.
La vita non fu semplice, attorno c’era guerriglia e venivo da un mondo di inetti lavoratori dipendenti, avevo le unghie pulite, avevo i calzini bianchi, avevo i capelli corti.
Ora ho i miei Jeans strappati, ho i miei stivali, i miei capelli lunghi incolti, la mia moto, la mia gente. Mia.
I primi tempi furono difficili ma la mia intelligenza spiccata mi aiutò a trovare i contatti, le amicizie se di amicizie si può parlare in questo mondo, diciamo le conoscenze ecco.
Iniziai a formare il mio fisico, ad imparare ad usare una lama per qualcosa che non fosse spalmare il burro sul pane, scoprii di avere una certa resistenza fisica, capii che essere lo sfigato serviva si ad essere insultato ma anche ad essere considerato non meritevole di sprecare una pallottola o di sporcare un coltello. Scoprii che essere almeno apparentemente remissivo serviva anche ad essere ignorato.
Scoprii che nonostante stessi fuggendo dal mondo non ero in grado di sfuggire a me stesso.
A sedici anni incontrai una delle due donne della mia vita, quella da cui non posso più allontanarmi.
Conobbi la droga.
All’inizio quelle uditive, suoni distorti che cambiavano la mente, e poi pian piano quelle chimiche, credo di aver provato qualsiasi cosa.
Passò un altro anno, nel frattempo cominciai a raccogliere qualche altro disadattato, e a crearmi il mio gruppo di bulli. A fare parte di un gruppo di bulli.
All’inizio mi tenevano per le mie idee, mi consideravano lo sfigato del gruppo, come sempre, ma davo buone idee ed ero sveglio.
Non sapevano che fossi anche forte ormai, e che sapessi usare una lama ma sapevano che tramavo vendetta, che bramavo vendetta, che volevo sapere perché i miei genitori erano stati fatti sparire, erano stati uccisi, anche se ho sempre avuto, ho tutt’ora la convinzione che centrasse quello schifo chimico che già aveva danneggiato mia madre precedentemente.
L’anno successivo compii diciotto anni, fu in quei giorni che conobbi Lei. L’altra donna da cui ancora non riesco a staccarmi se non per breve tempo.
Fu il capo del mio gruppo a farmela incontrare, era bella, bella come mai avrei potuto immaginare una donna, occhi verdi, capelli ricci lunghi.
Io vivevo per le strade, io ero uno sfigato, ero un perdente non avrei mai potuto avvicinarmi ad una simile bellezza seppure avesse uno sfregio che le attraversava il volto dall’esterno del sopracciglio destro al mento passando per le labbra, quasi all’angolo delle labbra.
Fu il mio capo ad avvicinarsi a lei che passava per strada insultandola con apprezzamenti degni di un microcefalo.
E fu lei ad avvicinarsi e colpirlo con un pugno sul naso.
Ci volle qualche secondo perché lui si riprendesse e tentasse di violentarla per punirla.
Ci volle qualche secondo perché la lama del mio coltello gli attraversasse la schiena e gli uscisse dal petto.
Ci volle un secondo perché lui si rendesse conto prima di stramazzare al suolo, prima che il gruppo si rendesse conto che il capo ora era un altro.
Prima che mi rendessi conto che ora ero qualcuno, nel male o nel… male che fosse.
Nadja. Nadja significa speranza e quello era, è il suo nome.
Non la salutai neppure, guardai il gruppo e dissi: “andiamo qui abbiamo finito” e il gruppo per la prima volta mi seguì.
Ero diventato un assassino, ero diventato un leader, ero diventato uno schifo. Ah no, quello lo ero già.
Fu lei a cercarmi.
Che Donna.
Fu lei a cercarmi, ad avvicinarsi a me giorni dopo, a baciarmi e lasciarmi in tasca un foglio.
Senza dire una parola.
E andarsene.
Era il suo indirizzo, e poche parole d’amore, di un amore stringato e secco come il pugno in faccia al mio vecchio “amico”.
Io, lo sfigato avevo per la prima volta una donna. Una donna che mi volesse intendo, che non fosse costretta dalle contingenze o dai miei compagni o da altro.
Insomma avevo una Donna, la mia donna.
Ma non fu neppure questo credo a farmela amare, a farmela stimare. Mi accorsi di amarla quando mi accorsi di aver vendicato per la prima volta una persona che non fosse me stesso.
Di aver vendicato qualcun altro, di aver spostato il centro del mondo da me a fra noi. Ci vediamo ancora io e lei, non dico che stiamo assieme dico che certe cose le vivo solo con lei e lei con me, dico che non c’è altro posto dove vorrei tornare quando sono ferito, o stanco. E lei lo stesso con me.
L’anno successivo incontrai Cort, il mio Maestro.
Colui che mi aiutò ad affinare le arti del mio sopravvivere, del mio essere, del mio lottare.
Lottare per cosa?
Per la vendetta. Perché fu sempre Cort a scoprire qualche informazione in più sui miei genitori su come siano stati fatti sparire per aver toccato equilibri della corporazione che non avrebbero dovuto toccare, per aver scoperto cose che non avrebbero dovuto scoprire.
Non mi ha mai confermato la loro morte, non ha mai detto nulla a dire il vero su cosa sia stato fatto di loro e ancora mi chiedo perché mi abbia raccontato queste cose, perché mi abbia aiutato ad affinare le tecniche e perché improvvisamente sia scomparso.
Scomparso. A volte ho paura facciano sparire anche Nadja, a volte ho paura che in realtà ce l’abbiano con me e non con le persone accanto a me, per questo cerco di vederla, si ma non troppo, ne troppo apertamente.
E così continuo a lottare, lottare per la vendetta.
O per… per qualcosa. Per sopravvivere a questo mondo. In giro col mio gruppo.
Per abitudine giro ancora in mezzo, come non fossi il leader, come fossi lo sfigato intelligentone utile come consigliere del capo.
Quello che sembra il capo è solo il migliore di loro. Si, di loro, non di noi.
E così giriamo, sopravviviamo, andiamo avanti. O indietro, o da una parte, insomma hai capito..

(Successivo: Alex pt2)

Dic 292008
 

Come da un sogno rimetto piede in casa dopo un campo scout, l’ennesimo.
Questa volta invernale con i Lupetti, come cambusiere, ma rigorosamente in uniforme!
Rimetto lo zaino, sempre pronto nell’armadio, tolgo l’uniforme e il fazzolettone ancora una volta pronto a indossarli di nuovo alla prima occasione e ripenso a questi giorni.

Neve

Neve

A quel ragazzino che faceva il grande, e il superiore che poi a fine campo quasi Continue reading »

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: