Mag 152016
 

Continuo a ripetere ossessivo nella mia mente le stesse note

“Nulla cade dal cielo, ad eccezione delle stelle quando, avvolte nel velo della notte, come perle scivolano dal niente dentro ai sogni della gente.”

Una canzone di Gazzè, non un caso, non una scelta.

“Nulla sfavilla al confronto dei lunghi albori sul mare, quando lampi amaranto fabbricano martingale di luce sospesa, pendente, a sorreggere l’orizzonte.”

Penso ancora all’averti vista ed al mio modo nuovo di viverti, l’unico in fondo che mi sia possibile, l’unico che la mia mente possa reggere davvero senza che qualcosa straripi e si scontri con qualcos’altro. Senza che qualcosa vada a cozzare con qualcos’altro e lasciando che tu faccia di me -involontariamente- qualcosa di migliore, qualcosa che trascenda il mio essere stesso

“Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,
come il pensiero costante di averti vista.”

E non è questione di amore, o di sogno, o di qualsiasi romantico disegno da raccontare in musica, non è un qualcosa a cui anelare o da cui fuggire, è semplicemente ciò che è ed è così che scelgo di viverlo. Semplicemente per ciò che è, di momento in momento. Di ora in ora. Ho lottato una vita a costruire mura, fortificazioni, armi e corazze, ho passato una vita a distruggerle, ho passato una vita a destrutturarmi e ricostruirmi fino ad essere quello che sono oggi, fino a stare bene con me stesso. Solo con me stesso. Trovo sia raro, soprattutto oggi, arrivare ad essere autocompleti, a sentirsi parte di un mondo come entità a se stante in grado di provvedere ai propri bisogni a pieno. E ci sono arrivato oggi. Un oggi così vicino da apparire minuti fa, secondi forse. Ed è lì che ti ho vista. Forse pochi istanti prima. E non importa. Non importa nulla perché il solo guardare le tue labbra, il sentire la tua voce mi rende consapevole che posso essere migliore, che posso dare di più, che quando sto cadendo, mollando, frenando esiste qualcosa per lottare più forte. E non si tratta di lottare per te, per quelle labbra, quella voce, non si tratta di perdere me per quelle labbra, quella voce, per te. Ciò nonostante sono una spinta di cui potrei fare a meno ma di cui non ha senso privarsi, si tratta di lottare nel mondo e non arrendersi mai.

“Nulla precipita gli occhi più di abissi o spaccature, se visti da certe alture di nuvole e pennacchi.
Il resistere tenacemente di ogni essere vivente…”

E non desidero viverti accanto seppure saprei farlo, non desidero amarti seppure potrei farlo, non desidero lottare per rendere la tua vita migliore benché sicuro di esserne in grado. Benché sia pronto a farlo. Perché esiste un equilibrio, perché oggi la mia vita è migliore di quanto non lo sia mai stata, perché oggi la mia vita è come alla fine di una storia di cui sai esistere un seguito che non conosci, quando ti pregusti l’idea di cosa potrà essere scoprirne una nuova parte.

“Nulla crepita e schiocca tra parole in assemblea, come fa un’idea che di quelle non trabocca ma persevera paziente, finché giunto sia l’istante.”

Ed è così che il concetto stesso di “averti” diventa privo di significato, ricoperto di un velo di tempo, come un orologio immobile che abbia acquistato un altro significato e non serva più a segnare le ore.

“Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,
come il pensiero costante di averti vista,di averti vista”

Ed ancora il ricordo del tuo sorriso, sta notte, oggi, domani rivolto al mondo -o a chiunque, o non a me, o a me non importa- è motivo sufficiente per divenire migliore rispetto a me stesso senza neppure scegliere di cambiare o essere, senza neppure scegliere.

“Nulla interrompe e spariglia le cose ed il loro andamento, come la grandine e il vento, quando ogni chicco è una biglia, e di quell’Alto soltanto furente l’urlo impazzito si sente.”

Perché tu? Non lo so. Non l’ho scelto. Perché io? Vorrei chiedermi. O perché no? Ma non importano queste domande.  Non è questo che cerco. Non sono risposte. Vivo un altrove da qui, dove queste cose non importano, dove tu esisti come parte in un universo di cui faccio parte io stesso in un tutt’uno con gli altri, e non è questa stoffa azzurra tra le dita, non sono le parole dette o sentite, o le domande o le risposte a renderci parte di uno stesso uno in cui non conti ne tu ne io. Ma se fossi tu a chiederti perché, perché tu, perché io, non ti risponderò. Voglio solo che il mondo, le emozioni, la vita mi attraversi come quando osservo, sento, vivo ciò che osservo, sento, vivo quel sorriso, quella voce, quell’anima che sei.

“Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,
come il pensiero costante di averti vista.”

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Giu 172015
 

Grazie.
Iniziava così la lettera, senza un riferimento ad un nome, ad una persona specifica, semplicemente Grazie. La lettera era indirizzata a coloro che nel tempo avevano iniziato a seguirne le creazioni. Il tutto era iniziato come un blog di poesia trasformatosi nel tempo in uno di politica, fatti propri, e varie ed eventuali. Nel tempo, negli anni era cambiato, evoluto per certi versi ed involuto per altri. I lettori erano stati molti in alcuni periodi e pochi in altri, talvolta dall’estero e spesso invece da specifici centri e zone nazionali.
Negli anni c’erano state crisi, periodi di scrittura compulsiva, periodi di assenza e silenzio.
Ultimamente vi era stata una nuova evoluzione improvvisa, come dal nulla, dopo un periodo di silenzio aveva ricominciato a scrivere, molto in privato ma molto anche sul blog. Racconti prevalentemente, alcuni filoni di racconti.
Qualcosa era cambiato in questo, nel modo di scrivere, nel modo di vedere lo scrivere stesso, erano prevalentemente esercizi di stile per trovare una nuova strada un nuovo percorso da seguire un nuovo modo di esprimersi ma senza un reale fine, senza un fine preciso.
I lettori ormai scomparsi da tempo tuttavia cominciarono a tornare, improvvisamente come improvvisamente vi era stato questo cambio repentino, cominciarono ad arrivargli complimenti, richieste su come sarebbe andato a finire la storia di un personaggio, incitamenti.
Fu nel periodo stesso che come un segno del cielo arrivò un premio ad un concorso letterario neppure cercato.
Comprese che forse col suo modo di scrivere, era cambiato in qualche modo il suo modo di essere, che tutti quegli esercizi di stile potevano essere finalizzati diversamente. Fu per questo che scrisse quella lettera ai propri lettori, quel ringraziamento per la stima accordatagli, lo scrisse nel suo stile tra l’egocentrico e lo sperimentale, con un filo di ironia, lo scrisse per dire che forse per un po’ non sarebbero più stati pubblicati altri esercizio-racconti, lo scrisse mentre in sottofondo “The Call of Cthulhu” rilasciava le sue note.
Era il momento di rimettersi a studiare, di fare ricerca per realizzare qualcosa di più ampio, di più organico, era il momento di chiamare a raccolta le conoscenze tecniche, sue e di consulenti, disegnatori, esoteristi, medici ed untori.
Scrisse un egocentrico Grazie, tornerò su questo argomento più avanti e poi lasciò quella lettera a scivolare nell’etere perché potesse raggiungere le persone che ama.

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Mar 072015
 

Sono il ricordino di un passato,
l’anello appeso al collo d’un amore perduto,
il carillon lasciato a casa quando vivi lontano,
la lettera nascosta in fondo al cassetto e mai gettata,
la fotografia sbiadita di un momento indimenticato,

Sono il ricordo di un passato,
e resto qui -nascosto-
in attesa di nulla.

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Feb 282015
 

Era una sera di quelle in cui la temperatura ti fa rabbrividire solo un istante, il respiro si addensava in una piccola nube prima di scomparire quasi improvvisamente, indossavamo tutti maglioncini leggeri o giacche leggere, ed era buio.
Moltissimo buio.
Ricordo l’aria frizzante di quella sera come fosse oggi, come fosse vera, e ricordo di aver girato la testa incontrando accanto ai miei occhi la mano di mio padre, la presi e la tirai leggermente verso di me, lui sembrava assorto a guardare nella stessa direzione in cui stavo guardando io solo pochi istanti prima.
Ho sentito la mia voce dire “papà, papà, ma chi è quella ragazzina”?
Era sulla strada davanti a casa mia, a terra, piatta come un foglio di carta leggermente raggrinzito, attorno a lei c’erano dei signori che non conoscevo e qualche mio zio o zia che non saprei definire, c’era anche la zia gilda, e quella signora che mi dava sempre le caramelle al miele. Entrambe signore anziane nel buio della sera si distinguevano solo per il fumo che usciva dalle loro bocche e che vedevo nonostante fossero di spalle salire qualche istante dalle loro teste.
Erano vestite di nero, con il velo in testa e quei vestiti tipici delle donne anziane delle zone rurali. Osservavano tutti la bambina schiacciata, quasi fosse disegnata a terra e il signore che con una spatola di ferro la stava staccando dall’asfalto e ne stava raccogliendo i resti, come quando si stacca un adesivo da un contenitore di plastica.
La bambina era anch’essa vestita di nero come tutto, portava un vestito intero con le gonne che arrivavano fino all’altezza delle ginocchia e delle scarpe di vernice in tinta.
Il viso era dolce, non sorridente ma neppure triste, era difficile distinguere molto i lineamenti, un po’ per l’età, un po’ per la piattezza dell’immagine, aveva però lunghi capelli neri raccolti in due trecce ai lati.

Mi svegliai lentamente, non di soprassalto, passai dallo stato del sonno a quello della veglia pensando ancora a chi potesse essere questa ragazzina, provavo un senso forte legame elettivo nei suoi confronti e una mezza consapevolezza che non fosse un sogno fino in fondo, le diedi il mio stesso nome ma ovviamente al femminile.

Quando fui completamente sveglio piangevo per la sua assenza, per il suo essersene andata dal mio mondo, in un modo o nell’altro. Ero un bambino, di sei anni ed è il ricordo di sogno più vecchio che io abbia.

Mi ha accompagnato per tutta la vita in un modo o nell’altro, ci sono certi giorni nelle mezze stagioni, a settembre quando l’aria si raffredda o a marzo quando sta iniziando ad andarsene il freddo in cui passando davanti alla casa dove abitavo sento ancora quella lieve brezza, osservo l’aria addensarsi poco davanti alla mia bocca e poi allontanarsi e guardo come aspettandomi di incontrare quella bambina, o di vedere cosa le fosse accaduto.

Ricordo altri due sogni non molto distanti, il primo so di averlo fatto qualche mese dopo di questo, nel sogno ero adulto, guidavo un auto e questa si fermava ai bordi di una strada rialzata, da lontano vedevo giù dal dirupo una donna, in questo sogno ero adulto, immobile a guardare in direzione opposta alla mia. Scesi dall’auto e percorsi la discesa verso la donna, la raggiunsi mentre era ancora voltata di spalle e le toccai una mano.
Un istante dopo stavamo scappando da un branco di lupi e mi svegliai del tutto privo di paura come se fosse stato il sogno più avvincente, l’avventura più divertente mai vissuta, tanto che la ripetei decine e decine di volte nei miei giochi a scuola nelle settimane a venire.

Nel tempo mi capitava spesso di sentire la sensazione di essere tornato a quel momento, quell’aria leggermente fresca, frizzante, il buio attorno, i lampioni spenti, forse solo uno lampeggiante per dare l’atmosfera del vedo e non vedo, e la netta sensazione che girandomi avrei visto la bambina, o la donna adulta che nel frattempo poteva essere diventata.

Nella mia adolescenza quella bambina divenne il mio ideale di bellezza, negli occhi di ogni ragazzina cercavo i suoi, cercavo una ragazzina col mio nome, una ragazza con quei capelli, una donna con quello sguardo.

Quando ero adolescente sognai di incontrarla, fu come un colpo di fulmine improvviso, la incontrai e l’affinità elettiva che ci legava esplose in una scintilla, non so descrivere come ma il sogno durò mesi in cui ogni sera ci vedevamo, uscivamo, facevamo mille cose ma al contempo non ricordo nessuna di queste cose, ricordo la sensazione di averle vissute. Lei era sempre vestita di nero e portava ancora quei capelli neri raccolti anche se più corti rispetto al primo sogno.
Un giorno decise di portarmi a casa sua, per presentarmi suo padre, abitava vicino a dove abitavo nella realtà, saprei anche andare a suonare a quel campanello se mai ne avessi avuto il coraggio. Nel sogno suonò lei, una volta entrato ricordo la stanza il tavolone grande, il camino, ricordo quell’aria di casa calda, quel senso di focolare domestico d’altri tempi, ricordo di aver discusso con suo padre dei miei studi, di cosa avrei voluto fare da grande, mi disse cosa secondo lui sarebbe stato conveniente facessi nella mia vita, che è poi quel che feci nella realtà ma non per i suoi consigli.
Poi mi girai per sorridere a lei, ma lei non c’era, chiesi a suo padre e lui si mise a piangere e mi svegliai.

Fu uno dei sogni più strani che feci e l’ultimo in cui la sognai dormendo, passarono molti anni da allora divenni il professionista che curiosamente nel sogno mi era stato consigliato di diventare ma non ebbi mai un buon rapporto con le donne, non saprei dire il perché, o forse si. Non avevano quei capelli, quello sguardo, o quando lo avevano ne ero terrorizzato.

Un giorno diversi anni fa stavo guidando, non ricordo neppure da dove tornassi, cosa ci facessi lì se mi distrassi, se corressi, non ricordo nulla, ma ero su una curva di una tangenziale poco lontano da dove abito ora, persi il controllo del mezzo, improvvisamente, senza alcun presagio la coda cominciò ad allargarsi, a perdere aderenza a scivolare verso l’esterno. Ricordo tutto come a rallentatore, il tempo di pensare che non sarebbe potuta finire bene, la lucidità di controsterzare, il pensiero dei corsi di guida sicura in cui mi ripetevano che il corpo tende a far girare l’auto nella direzione in cui si guarda, il pensiero costante di guardare la strada nella direzione in cui avrei dovuto andare, il guardrail che sfiora il muso della macchina mentre la coda è già sulla corsia di destra. Ho tutto il tempo di pensare che sono fortunato ad essere su una strada a doppia corsia ma a senso unico e di essere su quella di sinistra, finalmente il controsterzo comincia ad agire e la coda ricomincia a rientrare, giusto il tempo di sperare di essermela cavata e poi di accorgermi dell’effetto pendolo che porta l’auto a ruotare nella direzione opposta, giusto il tempo di pensare ancora di guardare nella direzione giusta in modo che la memoria muscolare faccia il resto.
Non so quanto sia durato, ma dentro di me è durato ore il tempo tra l’inizio di quella sbandata e la fine. Immobile al centro della strada, senza danni.

Chiusi gli occhi e respirai.

Chiusi gli occhi e ringraziai il cielo per essere stato solo in macchina e per non aver ceduto al panico.

Posai la mano sul sedile del passeggero, poco distante dal freno a mano, sempre con gli occhi chiusi e sentii una mano toccarmi, una mano calda, liscia.
L’aria era frizzante o forse era l’adrenalina ad esserlo, aprii gli occhi e accanto a me non c’era nessuno, guardai subito la mia mano e non notai nulla di strano.

Tornai a casa lentamente ancora con il cuore in gola, incapace, incapacitato, in crisi, ed una volta arrivato mi misi a letto e spensi la luce.
Il cuore batteva ancora terribilmente forte, dovevo bere un goccio di Jack, aprii gli occhi e allungando la mano verso l’interruttore mi cadde lo sguardo sull’armadio a specchio, la luce era poca, solo quella che filtrava dagli scuri semichiusi dalla notte, ma accanto a me, dietro di me nel letto vidi una donna dai lunghi capelli raccolti su due trecce, accesi la luce e mi voltai a guardarla.

Non c’era.

Ora sono qui, guardo il liquido dorato nel bicchiere largo, lo faccio ruotare, penso che sia uno dei colori più belli che conosca quello del whiskey, e mi piace la densità così diversa da quella dell’acqua, il modo di muoversi, l’odore forte prima di berlo il gusto forte e delicato che cambia nel tempo del sorseggio tra infinite sfumature tra dolce e amaro, ed il retrogusto che rimane.
Non sono più stato al buio da allora. Non ho più spento la luce ne sono uscito di casa la sera.
Ho un termometro da esterni e non esco mai se la temperatura non è lontana dai dodici gradi, molto più bassa o molto più alta non importa, ma non voglio più sentire quell’aria frizzante, non voglio più vedere l’aria del respiro addensarsi in quel modo.
Non ho più dormito con le luci spente e non ho più guidato, i miei colleghi mi danno del pazzo perché cammino un ora e mezzo ogni giorno, andata e ritorno. Le giornate si stanno accorciando però, e la temperatura si abbassa, non manca molto a quando non potrò più andare a lavoro e senza passare dal buio, senza vedere addensarsi l’aria del respiro.

Per questo scrivo questa lettera.
Ora il bicchiere è finito, e sento il freddo dentro.
Ora il bicchiere è finito e spegnerò la luce.

 

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Feb 142015
 

Ricordo l’ultima volta che ti vidi, la penultima a dire il vero, ma l’ultima prima di quel momento.
Ti guardavo mentre mi sorridevi, ti guardavo come si guarda qualcuno che non si da per scontato non si perderà mai,
ti guardavo con l’aria distratta di quando si vede qualcuno ogni giorno, ogni istante.
Non potevo sapere che non ti avrei mai più rivista, che ti avrei rivista solo un’altra volta in uno stato ben diverso.
Non potevo comprendere l’amore che mi legava a te e il non avertelo mostrato ancora abbastanza,
ti osservai sorridermi e voltarti, allontanarti da me a passi lenti mentre lavavo i piatti, ti osservavo dalla finestra finché uscisti dal mio campo visivo e poi mai più ti vidi sorridere, mai più ti vidi voltarti con l’aria che solo tu avevi.
Ricordo il primo giorno che ti vidi, schiva e solitaria.
Bellissima, e schiva, e solitaria, e timida.
Ti scelsi subito perché eri tu che volevo, ti scelsi subito perché avvicinandomi non fuggisti, ti lasciasti dolcemente sfiorare, fu come cogliere un fiore, come cogliere tutta la bellezza di un mondo in una mano.
Ricordo i mesi che passammo assieme, la tua diffidenza crescere e calare, e scivolare come una vibrazione di un diapason prima forte ed instabile poi sempre più stabile e poi flebile in oscillazioni sempre minori, fino a quel giorno, quel sorriso.
Non da molto lasciavi che io sfiorassi il tuo intero corpo, che ti prendessi tra le mie braccia e baciassi ogni parte di te, non da molto avevi cominciato a cercarmi a mostrarmi quell’amore che avevo già compreso, intravisto, amato a mia volta, non da molto avevi iniziato a lasciarti amare quel giorno che fu l’ultimo.
Furono improvvise le urla dalla strada, inaspettate, stavo asciugandomi ancora le mani dai piatti, non avevo capito che quel sorriso, quel lieve tentennamento, quel girarsi a guardarmi e fermarti un secondo era il tuo modo di salutarmi, di lasciarmi una fotografia nella mente, eterna ed indelebile, non avevo capito che stavi dicendomi “Ecco… io vado” e che stavi andando davvero.
Furono improvvise le urla dalla strada, mi chiamavano, chiamavano il mio nome, ci misi un po’ a capirlo a rendermi conto che all’improvviso tu non c’eri più, che ti avrei vista una sola volta ancora ma mai più sorridere, mai più camminare, mai più correre, mai più saltare.
Furono improvvise le urla di chi ti ha trovata accanto a tuo fratello che provava a salvarti rischiando a sua volta.

Ed ora non mi resta che il ricordo di te dopo anni, di come ad ogni goffo movimento ti uscisse un miagolio, di come rispondessi al tuo nome come ad un appello “io!” e tuo fratello che prima di allora era silenzioso che iniziò a miagolare e piangere come non mai, a far uscire un miagolio ad ogni goffo movimento, a ricordarmi ogni giorno di te, della tua bellezza, di quello che sei stata.

Precipitevolissimevolmente scivolo nei meandri dei ricordi di te.

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Feb 132015
 

Oggi mi occuperò di recensire gli ultimi 4 ggggiovini che hanno cantato ieri, poi forse decreterò il mio vincitore. O forse no.

Giovanni Caccamo “Ritornerò da te”: Intanto ha scritto il brano da solo. Cento punti per questo. Non posso dire che suoni il piano, dato che il più del tempo gesticola, ma va bene anche così, per il resto potrei dire che

…e ecco, così insomma.

Serena Brancale “Galleggiare”: Sto leggendo IT, di Stephen King, “Galleggiare” è un verbo che a tal proposito mi inquieta non poco, per il resto anche lei ha scritto il suo brano, quindi anche a lei cento punti. Sembra Gabriella Cilmi quando si veste bene e canta cose eleganti, cioè quasi mai quindi la preferisco alla Cilmi. Interessante la scelta di cantare un pezzo swing classicone, la sua voce mi ricorda a tratti qualcuna, a tratti qualcun’altra ma in definitiva mi sembra sufficientemente personale proprio perché non troppo legata a qualcuno, discreta capacità tecnica. Riesce a camminare su un filo appeso tra il banale e il ricercato in modo magistrale, senza strafare. Non credo comprerò un suo album, ma credo lo ascolterò se mi capiterà sotto mano.
Non riesco a dire neppure una cattiveria. L’ho ascoltata anche una seconda volta e devo dire che mi piace.

Amara “Credo”: Dirige Avarello, il direttore col cappello, canta un Ananas. Credo sia Maria de Filippi travestita, poco. CantA in modo un po’ nervosA con un improvvisA lettera A che appare ogni tAnto, come un tic improvvisA, per il resto, purtroppo non mi dice assolutamente nulla. Forse è un vaghissimo alla lontana ricordo di tentativo di ricordare provando a fare il verso vagamente a Mia Martini, non so. Ma non credo di poter aggiungere altro.
Forse avrebbe fatto più successo se avesse ammesso di essere la de Filippi travestita da ananas.

Rakele “Io non lo so cos’è l’amore”: la Rai ha tagliato gli autori… va beh… oh… che vvvvvoce sssensuale e sottovociosa…. dopo due secondi di voce ho chiuso il video, ma poi mi sono detto che non potevo non scrivere qualche cattiveriaahhhhh ehhh quindi hhhhooooo decishhoooo di aschoooltahhhhrlhhhaaaa, bellhhha la tasthhhhhierhhhaaa bonthheeempi suonata da bambhiiino.
Spero che l’abbiano cacciata via subito.
Voglio dire, appena è uscita dal palco.

Bene ascoltati tutti gli artisti credo di poter decretare il mio vincitore. E fare il mio pronostico sbagliato.
Premio per la critica mio: Il Volo
Premio per la critica pronostico: Il Volo

Vincitore tra i giovani mio: Serena Brancale (che secondo me cacceranno subito se non l’hanno già fatto)
Vincitore tra i giovani pronostico: Amara

1lassifica assoluta mia
1. Chiara (per essere l’unica decente tra i big, il che è tutto dire visto che sono un suo grande detrattore)
2. KuTso (per averci provato)
4. Il Volo (per l’idea meno banale)

Classifica assoluta pronostico:
1. Chiara (Con conseguente scandalo complottista dei call center di Tim)
2. Biggio e Mandelli
3. Il Volo

Trovo però che sia stato uno dei peggiori Sanremo, quindi allego per ricordare i bei tempi cosa mi aspetto in genere quando ne ascolto i pezzi.

Solo per citarne qualcuno ecco.
Io San Remo lo guardo nella speranza di incontrare cose così, purtroppo non accade sempre, e sicuramente non quest’anno.

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Nov 292014
 

Quante volte ho iniziato a scrivere qualcosa che iniziava con “osservando il tuo sguardo?” ma è da lì che parto a creare mondi, da uno sguardo, da un sorriso talvolta e il tuoi non sono come altri, non sono gli unici al mondo, non sono i migliori ne i peggiori ma sono i tuoi, e così osservo il tuo sguardo, gli occhi chiari ad osservare me mentre osservo il mare dietro te, osservo il tuo sorriso -mai malinconico- rivolto nella mia direzione aprirsi come uno squarcio di luce nel cielo.
Penso alla semplicità vera e sincera di quel sorriso in grado di raccontare e dare e parlare, il sorriso di una persona che sul treno ancora guarda la gente e non un lucido vetro lucente pieno di immagini e parole vuote ed irreali, uno sguardo che profuma di inchiostro di carta di libro di lettera scritta a mano, di mani che si toccano davvero, di abbracci e di odori e di colori e di vita reale.
Credo di poter immaginare l’odore della tua pelle come immagino l’odore di un mondo intero attraverso quegli iridi, attraverso gli istanti fissati in immagini che resteranno indelebili. Attraverso i sogni che faccio viaggiando e guardando le persone salire e scendere dal treno, attraverso i fogli che faccio viaggiando e guardando le persone salire e scendere dal treno. Li attraverso.
Penso ad istanti distanti di stantii ricordi che segnarono sofferenze senza speranze nel silenzio.
Penso alle aspettative mancate, ai sogni distrutti e ti osservo come fossi tu che puoi estrarre un anima dal fango, come i tuoi occhi fossero di un angelo e il tuo sorriso ali, poi mi volto e mentre fuggo so di non essere in quel fango da tempo, ma so che non è il tuo sguardo che cerco, so che non è il tuo sorriso, so che non è la tua bellezza, la tua delicatezza, so che non è l’odore di carta, di inchiostro, di treno, di viaggio, di mare.

Cerco un me che ho ritrovato nel tempo, tornando indietro, un me che si era perso dentro il profondo di certezze tombali e pietre. Non ho il tempo di rincorrere, sperare, credere valutare, non ho il tempo di correre, cacciare di andare contro il vento contro il mondo e contro il tempo
Non ho il tempo di stare a tempo.
Sto rincorrendo me stesso, sto conquistando me stesso, sto conquistando il mio mondo ritrovato, il mio passato; il futuro può aspettare, lo incontrerò comunque, diventerà comunque oggi. Ma domani.

Non posso cogliere un fiore che non saprei curare.

Non posso cogliere un fiore che non saprei curare.

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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