Nov 212016
 

“Puzzi di grappa Baffo.”
Nessuna risposta.
“Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!”
Nessuna risposta.
“Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?” si stava alterando.
“Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.” Baffo sembrava realmente dispiaciuto e altrettanto dispiaciuta parve la risposta di Biondo.
“Lo so, qui beviamo tutti, non c’è modo di sopravvivere a questo senza bere ma non mi piace affatto come ti stai comportando, sembri bloccato, in panico, e lo sembri da giorni. Allunga un braccio in avanti.”
Baffo allungò in avanti il braccio, la sua mano tremava. Lui rimase in silenzio.
“Ti rendi conto che tu sei probabilmente il miglior tiratore tra di noi? Non spari un colpo da giorni, forse da settimane” Biondo stava osservando Baffo con uno sguardo grave, parlava a bassa voce. “La mia sopravvivenza, quella di tutti gli uomini che abbiamo attorno dipende anche da te. Credi non mi sia accorto che punti il fucile assieme agli altri e poi non spari? Che le uniche volte che lo fai spari volutamente fuori bersaglio?” Baffo guardava in basso, in silenzio. Osservava le proprie mani tremare e provava con scarso impegno a concentrarsi per fermarle.
Attorno il vento fischiava nella notte, era una notte umida e fredda, folate di neve entravano nella trincea e gli uomini non di guardia cercavano inutilmente di dormire.
“Credi che io possa fare la differenza?” disse Baffo, guardava lo zaino pronto con la coda dell’occhio.
“Tu credi di no? Credi che potresti prendere quello zaino e fuggire? Ci sei in mezzo ormai. Ci sei in mezzo con tutte le scarpe, ci sei in mezzo con tutta la vita. Se provi a scappare qualcuno ti sparerà alla schiena come disertore. Non sarò certo io, sia chiaro ma qualcuno di certo se ne occuperà. E lo stesso potrebbe accadere quando qualcun’altro si accorgerà che hai smesso di sparare. Il tuo cibo è il cibo di tutti, la tua acqua l’acqua di tutti, le tue munizioni le munizioni di tutti. Non puoi sprecarle e startene seduto qui in attesa che qualcosa accada. Se attendi la morte tanto vale indossare ora quello zaino e fuggire, almeno ti sparerebbe qualcuno di noi e non attireresti l’attenzione del nemico.”
Baffo rimase in silenzio di nuovo, guardò lo zaino senza nascondersi, poi strinse le mani, ne sfilò il feticcio ed iniziò a farlo ruotare tra le dita. Aveva incontrato un uomo che faceva lo stesso con una pallottola ed ipnotizzava la gente ma lui era in grado solo di ipnotizzare se stesso.
“Siamo di guardia, io e te” continuò Biondo, “io e te e nessun’altro. Cosa pensi accada se ci attaccano e tu non spari, se te ne stai lì immobile in silenzio mentre arrivano e ci massacrano tutti? Se puoi fare la differenza? Puoi far si che tutti questi uomini vivano o muoiano. Ognuno di loro, ognuno di noi può fare la differenza ogni istante, e non sai chi la farà, quando la farà. Siate pronti. Non è questo che ci hanno ripetuto mille volte? Siate pronti. Lo hanno detto a me, lo hanno detto a te, lo hanno detto ad ognuno di questi uomini. Tu non puoi salvare te stesso, sono loro che ti salveranno e loro, ognuno di loro non può salvare se stesso senza l’aiuto degli altri. Credi possa mai uno solo di noi sopravvivere da solo?”
Baffo rimase ancora in silenzio, scosse leggermente la testa mentre si toccava la camicia sulla tasca, sul cuore. Aveva rimesso il feticcio al suo posto ma subito dopo tornò a toccarlo e ancora se ne allontanò come un fumatore che avesse aperto il pacchetto anche se aveva deciso di smettere.
“Baffo. Davvero. Pensi di farcela? Credi di essere in grado di riprenderti prima che sia troppo tardi?”
“Non lo so.” rispose Baffo. “Non lo so.”
Un istante prima del botto Baffo fece in tempo a vedere un lampo e a sentire un fischio ed un rumore sordo come di un cocomero colpito da un martello. Il lampo era alle spalle di Biondo, poi arrivò il botto e quasi contemporaneamente pezzi mollicci e caldi gli arrivarono sul volto e sulla tasca, e altrove. Fece in tempo a vedere un buco nella faccia di Biondo, un buco nero che aveva portato via una parte del naso e si univa all’orbita di un occhio non più presente.
Si alzò urlando e puntò il fucile nella direzione da cui aveva visto il lampo.
“Maledetto! Ti ammazzo!” fu il suo grido. Solo nella testa.

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Mag 142015
 

Mi trovavo lì, immobile, alle mie spalle un mondo, di fronte una porta verso un altro, l’istinto urlava dentro urlava fuori urlava di chiuderla per sempre.
L’istinto posò la mia mano, il palmo della mia mano sulla superficie di legno marrone liscio freddo. La pelle del mio palmo caldo sul freddo del legno liscio marrone. Il cuore batteva forte ma calmo ma forte ma calmo batteva il cuore.
Mentre i muscoli del mio braccio iniziavano a tendersi lievemente prima della spinta il mio sguardo cadde oltre la fessura tra la porta ed il nulla e fu quello il momento in cui cambiarono le cose, cambiò la scelta.
Guardai nella fessura che c’era tra la porta, priva di stipiti, e il rettangolo che ne definiva le dimensioni. Sul lato in cui era aperta lasciava vedere il pavimento nero e lucido della stanza all’esterno -o all’interno, non saprei dire- nella mia mano destra il bicchiere tremò un secondo ed abbassai la sinistra allontanando il palmo mentre le mie dita di riflesso si piegavano lievemente tremando.
Dietro di me infuriavano i pappi dei pioppi come in una bufera senza vento, infuriavano e cadevano e volavano e imbancavano ancora.
Guardai la mano abbassarsi come fosse quella di un altro, come se fosse quella di un automa.
Indugiai ancor una volta a guardare come la porta non avesse spessore vista di lato e cessasse di esistere vista da dietro, come il buco da cui avrei potuto passare fosse tale solo visto di fronte. Poi aprii la aprii del tutto, bevvi d’un fiato il contenuto del bicchiere, lo posai a terra accanto ed  attraversai il passaggio.
Mi parve che la stanza oltre la porta avesse delle lampade in fila sul soffitto, mi parve vi fosse una enorme quantità di porte attorno ma mi sentii un secondo mancare, mi girò la testa come quando si è ubriachi e le porte improvvisamente si allinearono come fossero state una visione sdoppiata di una sola riflessa sul pavimento, le lampade scomparvero anch’esse e tutto divenne il riflesso del passaggio della luce proveniente dalla porta, ed io al centro del riflesso a barcollare.
Un pappo volava e per un’istante sembrò un gigantesco cristallo di neve, vi vidi dentro prima la forma frattale tipica di un cristallo, poi tornò ad essere quello che era ma al centro vi era un piccolo omino appeso come ad un ombrello volante, mi parve di conoscerlo ma poi lo scordai. Lo vidi allontanarsi avanti lontano da me, in direzione retta fino a scomparire.
Mi ripresi solo quando alle mie spalle scomparve silenziosamente la luce e ne scomparve il riflesso. Ero in un ambiente piuttosto buio, la flebile luce che mi permetteva di vedere era diffusa e non proveniva da una direzione, mi voltai a guardare e vidi un grande specchio, una porta a specchio con la maniglia sulla destra, ma questa volta con gli stipiti.
Provai a ruotare la maniglia ma sembrava inamovibile.
Girai attorno e vidi che non era invisibile e priva di spessore come lo era stata dall’altro lato, il retro era un pannello di ebano perfettamente liscio, senza il segno degli stipiti ma già immaginavo si sarebbe comunque aperta in qualche modo pur non muovendo l’ebano stesso. In basso sembrava raccordarsi perfettamente al pavimento con una lieve curva passando dall’ebano all’ossidiana del pavimento perfettamente liscio e lucido.
Tornai di fronte allo specchio e mi fermai ad osservarmi al centro. Fu quello il momento in cui mi accorsi di non ricordare il mio volto, di non sapere che volto o che corpo aspettarmi di vedere. Avevo l’impressione di essere stato un ragazzino ma ora mi vedevo adulto, le rughe sul viso davano l’idea di una persona ancora giovane ma segnata dal passato o forse dal presente. Le occhiaie scure dicevano che non dormivo da molto, ma in effetti da quanto tempo ero qui? E dove era questo qui? I capelli rasati e radi erano brizzolati come la barba con il pizzo lungo ed i baffi arricciati all’inglese, portavo una giacca elegante blu con finissime righe bianche su una camicia azzurra e dei jeans un po’ troppo sportivi per le scarpe marroni eleganti che indossavo. Dalla tasca della giacca usciva la catenella di un orologio a pendolo ma mentre provavo ad estrarlo mi spostai leggermente di lato e la mia immagine cambiò, in modo veloce ma uniforme come se i tratti somatici cambiassero in modo continuo mi ritrovai a guardare l’immagine di un coniglio bianco in doppio petto con in mano un orologio da taschino, un coniglio in qualche modo antropomorfo ma pur sempre un coniglio. Mi spostai nuovamente al centro e tornai uomo adulto, mi spostai a sinistra e divenni coniglio, mi spostai ancora a sinistra e il coniglio divenne progressivamente una ragazzina, prima il volto e poi il corpo si trasformarono, mi sovvenne un nome, Alice credo, ma era solo come quando un ricordo fa capolino e poi per timidezza si ritira senza mostrarsi. Rimasi a guardarla un attimo in precario equilibrio, ricordavo di averla sognata, averla rincorsa o era solo un parto della mia mente? L’immagine riflessa di un desiderio?
Mi sbilanciai e mentre facevo perno su un piede per riprendere una posizione di equilibrio mi spostai ancora più a sinistra e vidi alla mia destra qualcosa accadere.
Comparve un ragazzino delle elementari, comparve fisicamente, accanto a me e guardava lo specchio. In quel punto ero ruotato di circa 45 gradi rispetto alla sua superficie e quindi potevo perfettamente vederne il riflesso accanto al mio riflesso, erano l’immagine della stessa persona, o di me forse, di me come forse stavo ricordandomi. Portavo i capelli corti, con la riga da un lato, addosso avevo un grembiule blu da scuola elementare, le scarpe erano nere di vernice e le calze lunghe arrivavano poco più in basso del ginocchio, poco più in basso del blu. Mi mossi leggermente più a destra e tornò Alice e scomparve i bambini, sia quello riflesso che quello apparentemente fisico che il riflesso di questo. Mi spostai più a sinistra di quanto fossi prima ma il mio riflesso usciva dal campo visivo, così tornai a far comparire i tre bambini, i due riflessi e quello con un corpo. L’ultimo lo vidi allontanarsi dandomi le spalle come non si fosse accorto di me, camminava di sbieco rimanendo sulla linea dei quarantacinque gradi e feci lo stesso, era come un irrefrenabile istinto a spingermi a farlo, camminai diversi metri prima di girarmi di scatto, e quando lo feci vidi che lui stesso si era girato al contempo e mi osservava, faceva i miei stessi movimenti, identici. Provai ad uscire dalla linea che avevo seguito, mi spostai poco più avanti e poco più indietro, lui si spostava con me e quando non eravamo sulla linea lui scompariva.
Tornai seguendo lo stesso percorso fino allo specchio, lui mi seguì imitandomi come fosse il mio riflesso o come se io fossi il suo. Tornati allo specchio rimanemmo ad osservarci qualche minuto e poi allungammo la mano come per toccarci, ci fermammo un istante prima della linea immaginaria che ci avrebbe permesso di toccarci, poi allungammo la mano e ci attraversammo come fantasmi.
Toccai invece la maniglia della porta, e la ruotai.

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Mag 112015
 

Ero ancora lì, accanto alla porta in attesa di un ricordo per sapere cosa attendessi, in attesa che un’attesa terminasse mentre terminava quello che veniva proiettato sullo schermo, non mancava molto al termine quando iniziò a nevicare nel bosco.
Nevicava ovunque nel bosco ma non nella casa di bosco, la neve si posava lieve e immobile ma non si accumulava, cadeva ancora. Non che ci fossero finestre da cui osservarla, non che ci fossero pareti a proteggere ma non c’era ne caldo ne freddo, ne vento ne bonaccia, e nevicava attorno e sopra e sotto e ovunque ma non nella casa che non era una casa. Nevicava.
Pensai per un momento, pensai che era strano non ci fosse freddo, e pensai che avrei voluto aprire il mobile accanto al divano, e che avrei voluto bere un Ballantine’s, che era un tempo infinitamente breve e lungo che ero qui, che avrei voluto chiudere quella maledetta porta una volta per tutte, che non sapevo cosa stavo aspettando e perché e che quindi era stupido non chiuderla e mentre osservavo cadere la neve cadere i pensieri cadere i ricordi di perché mi sentissi vagamente svenire, come io stesso fossi neve che lentamente scende come se io fossi in qualche modo mondo e questo mondo fosse me si mosse il mobile accanto allo schermo, si aprì, ne uscì una bottiglia di Ballantine’s che si versò in un bicchiere, la bottiglia alzata si sciolse e si versò nel bicchiere divenendo liquido ambrato, non più di due dita.
Feci in tempo in un balzo a guardare la porta chiudersi, lanciandomi verso di essa per fermarla in tempo per infilarvi il braccio e vederlo tranciare tra lo stipite d’aria nulla e la porta e getti di sangue solo per metà attraversarla di lato e per metà colorarla di rosso subito prima di svegliarmi sul divano.
La proiezione dava i titoli di coda e attorno a me infiniti pappi dei pioppi stavano scendendo ed imbiancando il mondo, la casa, il bosco, scendendo lentamente e portando con se la mia mente come fossi io stesso parte di tutto questo scendere, di tutto questo cadere, pensai che avrei voluto bere un bicchiere di Ballantine’s, pensai che c’era stranamente freddo quasi come fosse neve a cadere, pensai che forse era ora di chiudere quella porta che forse era il momento di andarsene.  Non vi era un confine tra la casa ed il bosco le pareti erano bosco e il bosco era bianco e le pareti erano bianche e tutto era bianco tranne il divano arancione al centro di questo universo e la porta.
Chiunque fosse Alice, mi sentii un coniglio.
Mi versai un bicchiere dal mobile accanto e mi avvicinai alla porta.
Posai la mano sulla porta e poco prima di muovere il braccio per spingerla allungai lo sguardo oltre.

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Mar 262015
 

Ad ogni passo
-lento-
per quanto live corrisponde il suono frusciante della neve pressata al di sotto delle corde che costituiscono la racchetta da neve.
Le gambe -pesanti- proseguono nel loro lavoro incessante, il ginocchio dolorante si piega,
si alza,
permette al piede
-lentamente-
di salire, di alzarsi dalla neve, da quei centimetri in cui è sceso nonostante la racchetta che intanto si stacca dal tallone inclinandosi e lascia cadere
-piano-
la neve che vi si era depositata poco prima.
I muscoli della coscia hanno un solo breve istante di riposo mentre la gamba sta scendendo nuovamente verso il legno che stava tracciando un solco con il vertice dietro abbassato e torna orizzontale a sprofondare lievemente
-ha nevicato da poco-
e mentre il ginocchio diminuisce l’angolatura il quadricipite torna ad irrigidirsi per sostenere il peso del corpo
-gli acidi lattici-
si fanno sentire
-i chilometri-
le ore di cammino e la salita
-il freddo-
mentre arriva il momento di un altro passo che
-lentamente-
porta avanti ancora di qualche centimetro tra infiniti centimetri dietro in basso da un dove verso altrove molto più in là il freddo
-pungente-
come aghi di questi pini di cui l’odore si spande attutito dall’umidità a congelarsi entra nelle ossa col vento
le braccia intirizzite tremano lievemente
-ed il fiato-
si congela
-l’acqua-
il mondo col vento del nord che soffia bianco trito di ghiaccio a colpire gli oggetti
-il volto-
nel silenzio
-l’anima-
irreale dietro le urla tra le fronde degli alberi e si fa che spazio nella mente.
-gli occhi-
Un altro passo, una fitta al ginocchio, ancora uno e poi sarà di nuovo un adesso
-lentamente-
un fruscio della neve pressata mentre il piede comincia ad alzarsi

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Gen 052015
 
  • 40 minuti per arrivare
  • 10 minuti per girare l’intero centro commerciale e decidere che non c’è nulla che valga la pena (e che per la cronaca ora vanno di moda anche gli uomini anoressici)
  • 40 minuti per uscire dalla bolgia tornare

Anche quest’anno dirotterò i miei soldi altrove: un bel paio di ciaspole e via sulla neve!

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Ago 232010
 

di Fabrizio Gatti

Centri storici abbandonati, strade invase dalle macerie, 30 mila ancora sfollati, 15 mila senza lavoro. Nuovi alloggi già deteriorati. Viaggio nei luoghi martoriati dal terremoto. Sedici mesi dopo le scosse

(19 agosto 2010)

Il centro di Sant Eusanio Forconese foto di Fabrizio Gatti Il centro di Sant’Eusanio Forconese
foto di Fabrizio Gatti
Qualcuno ha chiamato per nostalgia il numero della sua casa pericolante. E un bel giorno ha sentito rispondere. “Chi parla?”. “Chi parla? Ma chi sei tu?”. Quello dell’Aquila è stato il primo grande disastro italiano nell’era della comunicazione. E la comunicazione non può aspettare. È per questo che Telecom, secondo quanto è stato detto ad alcuni sfollati dallo sportello clienti, sta assegnando ad altri i numeri dei contratti sospesi dopo il terremoto.

Comincia così l’oblio. Ti cancellano dall’elenco telefonico. Non dalle bollette di abbonamenti tv, luce, gas che continuano ad arrivare. Almeno in città c’è il popolo delle carriole a tenere vivo il ricordo su cosa non è stato fatto. Ma nei paesi della provincia come Sant’Eusanio Forconese, Castelnuovo, Poggio Picenze i centri storici sono giorno dopo giorno sempre più estranei. Sempre più lontani dalla quotidianità. Immagini spettrali di un mondo ora rinchiuso dentro le facciate di legno pressato delle new town. Ci siamo giocati anche la seconda estate per avviare i lavori. Tra un mese in Abruzzo arriveranno il freddo e il maltempo. Se ne riparla dopo il prossimo inverno. E nessuno può ancora prevedere quando torneranno abitabili quei comuni: il 2015, il 2030, mai?

Lo show ha funzionato. Hanno dato appartamenti dignitosi e casette di legno a 18 mila persone e, a guardarle dal resto dell’Italia, sembra che tutti abbiano avuto un tetto. Invece il grosso resta ancora da fare. Rimuovere le macerie, avviare la ricostruzione vera nei centri storici, i più colpiti. E soprattutto riportare in città quanti si trovano nelle stesse condizioni di sedici mesi fa: 15 mila senza lavoro e 30 mila sfollati di cui 3.500 ospitati ancora negli alberghi sulla costa adriatica, secondo i dati calcolati a inizio agosto dal Comune dell’Aquila. Da quando il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ha passato i poteri di commissario delegato al presidente della Regione, Gianni Chiodi, i cittadini abruzzesi sperimentano ogni giorno cosa significhi il motto stampato sullo stemma del capoluogo: “Immota manet” c’è scritto, resta ferma. E infatti nei centri storici dei paesi non si muove nulla. Scavalcate le transenne che sbarrano le Continue reading »

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Nov 122009
 

Non lo so perché oggi ho scelto di salire sul sedile dietro della macchina, credo sia venuto spontaneo, così… fatto sta che mi ritrovo qui.
Alla guida c’è il buon vecchio Simon, lato passeggero nessuno.
Io sto piegato in avanti, appoggiato al sedile anteriore con la testa al di là del poggia testa, a parlare con lui, è una bella giornata di sole questa, inverno e sole, ottima per un bel giro sulla neve.
Siamo in autostrada già da qualche ora, in tranquillità, Simon non è solito correre ed è bello godersi il paesaggio e fare quattro chiacchere nel tragitto, godersi il tempo, godersi lo spazio, godersi la compagnia di…
D’un tratto accanto a noi un camion sembra sbandare un po’, stringerci di lato da destra.
In un’istante sfiora la macchina sul mio lato, non la tocca per un nonnulla e Simon lo schiva, ma sull’altro lato c’è ancora un camion. La macchina rallenta, si lascia sorpassare da entrambi.
Come sempre l’abbiamo scampata, l’ho scampata, si perché tanto ho la consapevolezza che non è ora, che non sarà qui che deve accadere, un po’ come una predestinazione, non lo so spiegare, e poi ora c’è lei.
…dicevo godersi la compagnia tra amici, lasciare che il mondo vada per la sua strada senza vincoli, senza strettoie, senza margini contro cui scontrarsi.
Lontano dal lavoro, dalle preoccupazioni, dai mille pensieri e… ed ancora un camion, questa volta, ancora ci stringe, questa volta è più avanti e il muso della macchina è a metà del rimorchio, e non c’è il tempo di frenare.
Non sento quasi neppure il rumore frastornante assordante della lamiera che si piega, si contorce, il muso della macchina che si stringe schiacciato tra il rimorchio di un camion e la motrice di un altro che è sopraggiunto da sinistra, ma osservo tutto, dura pochi istanti e tutto sta già finendo, anche questa volta ci è andata bene, anche questa volta incredibilmente ci è andata bene, anche se ci siamo andati vicino anche ques. Senza un istante d’attesa sento una pressione sulla schiena, non ho bisogno di vedere per capire che il tetto della macchina sta stringendosi su di me, che qualcosa è arrivato da dietro di noi, allungo la mano, sicuro di poter aprire la porta e fuggire prima di rimanere incastrato, allungo la mano senza neppure accorgermi che la mano non si può, non si potrà muovere, senza pensare che la portiera è schiacciata dalla fiancata di un camion, penso solo che vorrei mandarle almeno un messaggio, dirle qualcosa, penso solo che me la caverò per lei, penso solo che non pensavo che un corpo umano sottoposto a questa pressione potesse somigliare così ad un acino di uva, lo penso un istante mentre tutto esce da me.

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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