Giu 062017
 

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)
<- La mia prima volta (L’anima)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano lunghi fino quasi a metà schiena castano scuro, lisci e morbidi. Tendevano a stare con la riga in mezzo come li aveva tenuti probabilmente per anni ma la sua mano continuava a scompigliarli dandole un movimento fluido e compatto posizionandoli ogni volta in maniera diversa. Ricordo perfettamente il bianco chiaro del suo corpo, la sua pancia piatta ma morbida di quel lieve strato di adipe che ogni donna dovrebbe avere, ricordo parte di me scivolarle liquida sulla pelle della pancia ed entrare nell’ombelico fino a farlo traboccare e poi scendere di lato accanto all’osso del bacino. Lentamente. Fu quello probabilmente a scatenare il tutto di ciò che avvenne successivamente. Era una sera come un’altra una sera come tante e lei ancora non l’avevo mai incontrata. Credo mi abbiano colpito per prima le labbra imbronciate e poi quei capelli lanciati da un lato all’altro da un braccio bianco e chiaro zeppo di lentiggini. Era triste, seduta su di una panchina al parco, al buio.
“Tutto bene?” le dissi.
“No” rispose.
Niente altro. Mi sedetti accanto a lei e non si spostò.
Il suo profumo era un profumo unisex, non saprei dirne il nome ma lo avevo già sentito altrove, sfiorava i meandri profondi della mia mente.
Restammo seduti uno accanto all’altra per minuti, decine di minuti, forse anche più di un’ora senza rivolgerci la parola poi lei si alzò e si allontanò lentamente. Continue reading »

Apr 142017
 

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell’aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l’atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell’atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l’atto non era presente. Continue reading »

Mar 012017
 

Molte delle persone che mi conoscono, soprattutto quelle che mi conoscono meno probabilmente, mi conoscono per la mia passione per la montagna e per quella per la scienza. Ho raccontato raramente da dove queste due passioni vengano, ho raccontato spesso che venissero dallo scoutismo, talvolta che venissero da mio padre. Tutto questo è vero. Non posso dire che non sia così. Ma prima di questo c’è un signora nella mia vita che mi ha dato un imprinting tutto speciale, prima che arrivasse lo scoutismo, probabilmente prima che arrivassero i ricordi.
Quando ero molto piccolo, non saprei dire quanto, mio padre mi portava a camminare in montagna, ricordo poche cose, ricordo il Carega, l’Altissimo, ricordo la Val di Rabbi ed una giornata di pioggia sul percorso dei laghi da quelle parti, ricordo l’acqua ferrugginosa ma soprattutto ricordo una signora, un’amica di famiglia che camminava con me. Ricordo il tempo passato a parlare con lei, le domande che le facevo, le risposte, la sua prontezza di spirito e la sua spiccata intelligenza. Era un adulto che riusciva a parlare con me bambino, era una donna come le bibliotecarie dei film, di quelle di una certa età che sanno tutto, con una cultura vasta e frizzante. Almeno così la vedevo. Con lei parlavo di dinosauri.
Dinosauri, minerali e geologia, antropologia e storia. Per me la montagna era parlare con questa signora e imparare e scambiarci opinioni, sapere, conoscere. Vedere sul campo. Vedere la forma delle montagne e ragionare sulla formazione di quelle rocce, quasi sempre sedimentarie, e dei probabili fossili che contenevano, perché li contenessero, come si formavano i fossili, di quali animali o piante, di come si fosse arrivati all’uomo. Ragionarlo sul campo. Guardandosi attorno.
Credo che sia grazie a lei che buona parte della mia formazione abbia preso una direzione più scientifica che umanistica mentre al contempo mio padre mi raccontava i miti greci e romani e mi leggeva omero.
Non che non potessi parlare di Continue reading »

Gen 172017
 
Gene Cernan Apollo 10

Ieri se ne è andato uno dei miei miti, Gene Cernan. In pochi lo ricordano di fronte ai più blasonati Neil Armstrong o Buzz Aldrin, ma lo ricordo con grande affetto. Ho sempre trovato affascinante l’epoca dei pionieri dello spazio, forse l’ultima grande conquista dopo Cristoforo Colombo: salire su una navicella poco più grande di te ed andare là dove nessun’uomo è mai stato prima, lontano centinaia di migliaia di km da terra senza possibilità di recupero.
Lo si ricorda come “L’ultimo uomo a camminare sulla luna” ma ha fatto parte del piccolo gruppo di Astronauti che vi camminò fin dal primo giorno, fu il secondo americano ed il terzo uomo in assoluto a camminare liberamente nello spazio con la missione Gemini 9 per effettuare una serie di esercizi e di prove di macchinari all’esterno della nave, successero cose che abituati alla fantascienza non ci aspetteremmo come l’appannarsi della visiera e il non avere appigli sufficientemente ergonomici per portare a termine la missione.
La sua seconda missione fu Apollo 10, e lo scopo fu portare il LEM (modulo di allunaggio) a 15 km dalla luna per poter fare i test che avrebbero permesso ad Apollo 11 di atterrare con Armstrong e Aldrin.
Alla terza missione, Apollo 17 fu concesso anche a lui di sbarcare e mettere piede sul suono lunare assieme ad Harrison H. Schmitt, ultimo uomo a mettere il piede sulla luna ma penultimo a risalire subito prima di Cernan. Sulla luna si prese la libertà di scendere dal Lunar Rover e tracciare sulla sabbia tre lettere Continue reading »

Apr 142015
 

Sono stato a non so quanti concerti nella mia vita, e non so con quante persone nel tempo, nello spazio, tra le dimensioni.
I concerti per me si dividono in due macro categorie, la prima è quella in cui vado ad ascoltare musica, la seconda è quella in cui vado a incontrare musica.
Oggi sono qui, la folla mi attornia, di fronte a me una ragazza dai capelli ricci mi ricorda qualcuno, si muove come immersa nel mondo del suono, la vedo sorridere pur non vedendone il volto e ne riconoscerei il sorriso. Accanto a me una vecchia amica con cui condivido una passione del tutto musicale e di ricordi di mare, di monti, di tramonti Corsi e dell’odore di quel fuoco, e di fonte a lei immancabilmente la donna più alta del mondo a spostarsi ovunque lei vada. Due donne nascondono il loro affetto reciproco che non è d’amicizia pura e tra rockers e persone raffinate la folla si mescola in caleidoscopiche combinazioni di colori e di volti, persone si muovono all’unisono pendendo dalle labbra di una cantante non più così giovane come un tempo ma d’una carica immensa, ed io lì al centro di un mondo fino. Non saprei come descriverlo con una parola diversa. Fino come carta velina e sfocato e distante come lo sfondo di un ritratto in primo piano, io sono lì accanto alla sua voce, neppure il suo volto e niente esiste attorno, non esistono le braccia fini della ragazza di fronte a me, non esiste la mia amica, le due amanti, non esistono i metallari e le signore raffinate, i cartelli, e i salti.
Da fuori devo sembrare del tutto intontito, silenzioso, spento mentre dentro si muove un mondo di immagini colori e sensazioni e ricordi di mare di chitarre di un letto grande del volto di una vecchia amica che non vedo da troppo tempo e che continuerò a non vedere per troppo tempo ancora e che forse incontrerò un giorno altrove, da un altra parte in un altro quando dove e perché.
Non è così magra come un tempo sul palco la voce, formosa più di quando faceva preoccupare il suo pubblico e con quel vestito mi ricorda un altra voce accanto all’orecchio a suonare quella chitarra per me, all’orecchio, mentre con pezzi di specchio distrutto tra le mani cercavo immagini che mi dicessero chi ero e non le vedevo, le ombre ne nascondono il volto e le labbra si trasformano in quelle labbra che sapevano ascoltare e parlare e dire e amare pur senza amare ed essere salvezza costante. Sento quella chitarra acustica lontana da tutti i suoni entrare dentro come un pugno, come quel pugno che sentisti dentro un giorno davanti alla porta di casa quando pronunciai quelle parole. E scivolo nei meandri di altri istanti di un auto a vagare per ore nel nulla di un mondo che era tutto tra le due porte e nulla al di fuori.
“Accontentarsi di niente” è una frase che ruota nel cielo di questo ambiente chiuso azzurro di nuvole chiare d’un giorno d’estate tra i papaveri “accontentarsi di niente” in qualunque modo tu voglia leggerlo è la risposta. Tra lo scegliere di arrendersi o il lottare all’infinito e ruota nell’essere, nell’etere, come sdraiato sopra di me fiori a forma di mani a muoversi nel vento creato dai suoni ed il sole delle luci e dell’amore che viene scagliato da un palco quasi sputato di rabbia e per questo vivo.
Ho passato anni ad accumulare ricordi, ho passato anni a vivere mondi diversi unendo in me infinite esperienze cozzanti diverse intersecanti che esplodono in momenti in cui vivo la musica o creo e poi d’un tratto quasi un istante dopo essere iniziato, due ore e più tardi, le urla gli applausi ed accanto a me ancora la mia vecchia cara amica, le due amanti segrete e tutti gli altri mentre si accendono le luci ed è ora di tornare.

 

Nov 212014
 

Mi è capitato in questi giorni di essere interpellato sulla mia idea di amore.
Credevo di averne scritto esaustivamente in passato, ma cercando ho scoperto di non averlo fatto, o di aver perso dove ne avevo scritto.
Oggi un uomo che parla della propria idea di amore viene sicuramente preso per debole, stupido, sentimentale. Non si parla di amore, è diventato tabù tra gli adulti, come ridotto ad una esperienza adolescenziale.
L’amore adulto dovrebbe essere una mera scelta, un contratto, qualcosa di freddo e calcolato?

Credo nell’amore. Ma non credo che l’amore sia solo un sentimento.
Credo che l’amore sia per sempre, ma che non sempre il sentimento lo sia.
Credo che l’amore sia una scelta ed al contempo un accadimento.

Sono una persona discretamente facile all’infatuazione, ma difficile all’amore, non dico spesso le parole tanto desiderate da un’aspirante amata, non dico spesso “ti amo”, credo che vi sia un rischio di inflazione dell’affermazione, credo che a ripeterlo, ripeterlo, e ripeterlo ancora perda ogni valore.
Come l’inglese “I Love You” usato ed abusato tanto da perdere per noi significato.
Se arrivo a dire “ti amo” quell’amore è per sempre, non ho mai smesso di amare, non ho mai smesso di essere disposto a dare la vita per chi amo, in modi diversi, talvolta dare la vita significa anche lasciare andare.
Trovo che amare e desiderare il possesso siano due cose estremamente distanti e slegate, non necessariamente complementari, non necessariamente opposte, non necessariamente unite o disgiunte.

Ma forse ora è il momento di esprimere più chiaramente il mio concetto di amore.
L’esempio che prendo in genere è quello della madre. Non esistono molte forme di amore più genuine e forti di quelle della madre che ha generato un figlio, vi è un legame immenso infinito, inscindibile. Ma il figlio può essere cattivo, crudele, fare del male alla propria madre. Lei non cesserà di amarlo, ma non necessariamente proverà sentimenti positivi. Arriverò forse perfino ad odiarlo pur continuando ad amarlo, a volere il suo bene.
Un altro esempio, per chi crede almeno è l’immagine di Cristo sulla croce. Non credo che avesse sentimenti benevolenti nei confronti di chi lo fustigava, di chi gli sputava, gli lanciava pietre, lo insultava.
Ma amava sempre e comunque, indipendentemente dai sentimenti.

Credo che l’amore non sia una scelta da rinnovare ogni giorno ma una scelta che nasce da dentro, che appare nel tempo e che crea un legame, anche se mono direzionale, inscindibile.
Almeno per me è così.

Posso amare e al contempo essere consapevole che una persona non può vivere a contatto con me, e non provare il desiderio di possederla, di incontrarla, di carezzarla. Ma sarò sempre disposto a fare del mio meglio per la sua felicità, per la sua vita, per il suo essere.

Il sentimento va coltivato ogni giorno, la passione, il desiderio, la voglia di stare assieme ogni mattino deve essere una scelta, un rinnovo una ricerca.
L’amore una volta acceso invece per me è una linea retta infinita verso l’universo.
Immutabile.

Si può amare una persona con cui non si desidera condividere più nulla e proprio per questo nell’amore puro non c’è il bisogno della gelosia.
La gelosia è frutto del desiderio di possessione, che è legittimo, è fondamentale alla passione al desiderio, alla piacevolezza dell’essere.

Ma non all’amore.

Ott 222014
 

Negli ultimi anni si continua a dire che ci sia stato un boom dell’informatica, che l’informatica sia entrata nelle nostre vite, e sempre più spesso si sente un amico definirsi “informatico” perché “bravo con il computer”, spesso si chiama “informatico” il nostro amico che sa installare Linux, che ci sistema il disco danneggiato o che ci aggiusta il PC.

Il termine informatica e informatico sono sempre più usati e sempre più a sproposito. Si guarda i bimbi meravigliati che capiscono al volo l’iPad o il tablet di turno e si resta a bocca aperta pensando “io di informatica non ci capisco niente”. E così si dimostra la propria tesi.
Molti genitori danno in mano oggetti tecnologici ai loro figli con la convinzione che “ne capiscano più di loro”, ma pochi si rendono conto e spiegano al figlio che sotto quella tecnologia c’è un mondo. Chissenefrega, funziona! Direte voi.

Ebbene è anche a questa incapacità di scindere tra la tecnologia e l’informatica che ci sta sotto, tra la magia di ciò che si vede e la realtà di ciò che è che fa si che ci si infili in situazioni estremamente rischiose. La gran parte dei neofiti del mondo della tecnologia, anche adulti si trova davanti oggetti che funzionano magicamente e che inviano ad altri oggetti simili cose magiche. Tu hai un oggetto che fa tutto, e non ti chiedi cosa faccia. Tu hai un oggetto dove salvi le tue foto e non ti chiedi se dietro queste foto vengano salvate anche altrove, così nasce “the fappening“, il famoso scandalo di foto famose rubate, ma peggio così i nostri figli, fratellini, nipotini e cuginetti si fanno rubare foto intime perché non si rendono conto che tutto ciò che viene inviato attraverso qualsiasi cosa può essere intercettato.
Sono fortunati quei pochi che ancora ricordano il modem fare quegli strani rumori per connettersi, e ancora di più quei pochissimi che ricordano che internet, il nostro smartphone, la smart tv, il frigorifero connesso alla rete funzionano ancora come quel modem, solo silenziosamente e velocemente.

Ma il tema di cui volevo parlare in realtà era ancora più a “basso livello”, come si dice in informatica.
Lavoro in una società di “informatica”, vivo in mezzo a informatici ed “informatici”, e distinguo tra informatici e tecnologici. La società per cui lavoro in realtà è una società di servizi, non offre informatica, ma servizi di informatica applicata, ma questo molti di quelli che ci lavorano non lo sanno, e molti che non hanno a che fare con l’informatica si ritengono informatici.
Io possiedo un modesto pc portatile con prestazioni adatte a grafica di media entità, giochi di media entità, andar ein internet e scrivere un po’, ma quando parlo con gli “informatici” li sento dire cose come, ma come fai a lavorare senza almeno un 8 core, 64giga di ram, la scheda video supermegacattiv di amd multicore stratosfericamente overclockata? Parlano di cambiare componenti, di prenderne più fighi e volere più potenza. Io la chiamo ansia da prestazione, o invidia del pene come un mio collega ha argutamente indicato.

Copio da una banale wikipedia ma è piuttosto precisa in questo caso:

L’informatica è la scienza che si occupa del trattamento dell’informazione mediante procedure automatizzabili.

Il termine informatica deriva dalla lingua tedesca informatik ed è stato coniato nel 1957 da Karl Steinbuch nel suo articolo Informatik: Automatische. Informationsverarbeitung, poi è stato ripreso da Philippe Dreyfus nel 1962 col libroInformatique, contrazione di informazione automatica.

In particolare è la scienza che ha per oggetto lo studio dei fondamenti teorici dell’informazione, della sua computazionea livello logico e delle tecniche pratiche per la sua implementazione e applicazione in sistemi elettroniciautomatizzati detti quindi sistemi informatici.

Io amo l’informatica, e ci ho messo tanto a capirlo, ci ho messo ben più di un diploma e di una laurea, ci ho investito il mio futuro, e non saprei che farmene di un 8coresuperoverclocckato, perchè questa è tecnologia, non informatica.

Sempre nell’azienda dove lavoro ho seguito quello che fino ad ora credo sia il più bel progetto che mi sia capitato tra le mani, un progetto che ha aperto la strada a diversi sviluppi se possibile ancora più interessanti.
Cercherò di spiegare nel modo più semplice e meno noioso possibile di cosa si tratta.

Il problema è avere centinaia di migliaia di lavori sa svolgere collegati tra loro con milioni di dipendenze. Il lavoro ennesimo non può terminare fino a che non sono finiti i suoi predecessori, ogni predecessore ha però decine di predecessori a sua volta, non in catene lineari ma interconnesse. Non posso montare la ruota se non ho i bulloni e il cerchione e la gomma. La gomma non esiste se non la fabbricano, i bulloni me li deve comprare qualcuno, il cerchione mi arriva da un altra parte.
Basta uno di questi per bloccare avanti il resto.
Questo per centinaia di migliaia di lavori e milioni di legami.
Come avere una stima esatta dei tempi di svolgimento di tutto questo con un anticipo di ventiquattro ore? Come mantenere monitorato tutto questo a intervalli di dieci minuti senza avere troppa complessità computazionale e perdere troppo tempo?

Questa è l’informatica, e questo con tanto lavoro sono riuscito a realizzare con un collega, e siamo riusciti a realizzarlo in modo molto più preciso e performante degli attuali prodotti sul mercato.

Quando racconto questo ad un informatico lui mi risponde “grande! Ma hai usato dijkstra o ti sei fatto un algoritmo tu?”. Dijkstra in effetti è un’ottima strada per risolvere il problema, ma consuma troppe risorse.
Quando lo racconto ad un “informatico” questo mi risponde “grande! Ma con che linguaggio lo hai scritto?” La verità? L’ho scritto su un foglio di carta disegnando degli strani simboli che mi sono inventato. Stavo guardando Grey’s Anathomy, o qualcosa del genere.

L’informatica non è il linguaggio di programmazione, ne la programmazione, ne il pezzo di ferro su cui gira il programma, ne il programma stesso.

L’informatica è la scienza che si occupa del trattamento dell’informazione mediante procedure automatizzabili.

Automatizzabili, non automatizzate. Per quanto mi riguarda ad automatizzarlo lo può fare qualcun’altro, o lo faccio tanto per “concludere il progetto” ma l’informatica sta dietro a tutto questo. Il mio algoritmo non è un algoritmo Java (sebbene gran parte della realizzazione in azienda sia stata realizzata in Java per motivi tecnologici), ma un algoritmo, potrei scriverlo in Java, Rexx, Pascal, C++, pseudocodice, disegnarlo su un foglio con simbolini che mi sono inventato e rimarrebbe informatica allo stesso modo, rimarrebbe quello che è allo stesso modo.

Poi si, con il tuo supercomputer costoso puoi montarci video, puoi scriverci software mutithread, puoi sfruttare il parallelismo della scheda video, puoi realizzare un amico virtuale, ma non fa di te un informatico.
Ti fa sentire un informatico.
I più grandi informatici della storia Turing  e Church sono vissuti in un epoca in cui i computer non esistevano, ed hanno scritto loro cosa sia l’informatica. I vari Gates, Jobs, e i famosi “informatici” conosciuti dal pubblico sono tecnologici, sono venditori, sono tante cose che non tolgono nulla al loro genio, ma non sono informatici, Dennis Ritchie era un informatico loro coetaneo e che ha dato una enorme spinta all’informatica applicata alla tecnologia, loro hanno usato il suo lavoro e il lavoro degli informatici per comprare il mondo, ma l’informatica è altro.

Per questo quando dico che vorrei andare a vivere in un paese privo di tecnologia non sono incoerente con la mia passione per l’informatica. Io adoro risolvere problemi che implichino l’elaborazione dell’informazione, ma lo posso fare anche senza un computer.

Informatica e tecnologia non sono la stessa cosa, l’informatica è esistita prima dei computer ed esisterà dopo, come un unico filo che parte dal pallottoliere e arriverà all’intelligenza artificiale. Sfruttando la tecnologia, ma non rimanendone schiava.

Mar 112011
 

Come di consueto dopo un po’ di ascolti un’artista che mi colpisce poi la recensisco, ne parlo, ne do tributo.
Questa volta è Nathalie. Si, per il secondo anno dopo Noemi devo ammettere che da x-factor è uscita un’altra artista che mi emozione. Forse più di Noemi.
Nathalie.

Devo ammettere che il primo ascolto è stato dovuto al vedere per caso questa ragazzina (in realtà ha 31 anni) per puro caso su MTV. Io che la TV non la guardo quasi mai, e MTV ancor meno.
Zapping, e poi questi occhietti azzurri, bah fermiamoci a vedere questa nuova sconosciuta. Dopo una breve intervista si mette al pianoforte e canta.
Pelle d’oca.
Poco dopo sarebbe andata a san remo, ma poco dopo, prima di sanremo, avevo già tra le mani il suo primo mini cd.
In punta dei piedi.
Partiamo appunto da “In Punta di Piedi”, che poi (aimè) è il singolo che l’ha lanciata ad x-factor. Il ritmo.. il ritmo mi ricorda inesorabilmente lo stile che avrei voluto dare ad “Eri qui”, l’unica canzone che mi sia mai messo di impegno a scrivere. Ma ovviamente lei l’ha scritta ad un livello di mille spanne sopra a quello che avrei mai potuto fare io.
Già perché contrariamente a tante delle cantanti di moda oggi lei le canzoni se le scrive.
Subito dopo “Cornflake Girl” di Tori Amos…. sarà che io fin da piccolo avevo una passione smodata per Tori, sarà che anni fa dicevo “se incontro una donna che sa cantare e suonare il piano come Tori Amos la sposo a scatola chiusa” ma un po’ mi ha stupito e con scetticismo ho iniziato ad ascoltare fino ad avere di nuovo ancora la pelle d’oca, mi è parso incredibile, assurdo ma per la Continue reading »

Mag 122010
 

Non è passato moltissimo da quando ho criticato la produzione della cantante Noemi dicendo che la stavano sprecando, scrivevo testualmente

La sua vocalità è indubbiamente superiore a molte delle cantanti che girano, ma la musica? La musica ha solo lo scopo di supportare la voce. Musica piatta.
Togli la voce e resta un giro blues a caso, che cambia giusto un po’ per il ritornello.
Stimo molto la voce, la tecnica vocale di Noemi, più di quanto si possa stimare la banalità della voce di Grignani, e forse come cantante farà strada, ma il brano, il brano specifico non durerà perché non c’è musica, perché non c’è un atmosfera elaborata e costruita ad arte, così come nella gran parte degli artisti italiani di ora.

Parlavo del brano “Briciole” il suo primo singolo, inizialmente non incluso nel primo album “Sulla mia pelle” ed incluso successivamente nella versione Deluxe (altra nota negativa verso la produzione che per vendere di più fa comprare due volte lo stesso album ai fan accaniti [o ottiene di farlo scaricare?!]).

Ascoltando i brani successivi devo ammettere che hanno decisamente virato direzione, perfino la cura della voce è cambiata migliorando notevolmente. A tratti si sente ancora “l’immaturità” della voce ma le possibilità sono enormi, sia sul Continue reading »

Feb 262010
 

Studio suggerisce un nesso tra il fumo e un quoziente d’intelligenza basso

Dipendenze_10333C.jpg Che fumare non fosse esattamente una scelta lungimirante già si sapeva. Ora però una ricerca israeliana evidenzia un collegamento possibile fra la passione per le sigarette e un quoziente intellettivo non proprio brillante.
Un’équipe di medici dello Sheba Medical Center di Tel Hashomer, in Israele, hanno analizzato il QI di circa 20 mila militari diciottenni che erano stati appena arruolati nell’esercito, il 28 per cento dei quali fumava più di una sigaretta al giorno.
Alla fine, gli scienziati hanno riscontrato nei fumatori un quoziente d’intelligenza inferiore in media di 7,5 punti rispetto ai loro commilitoni che non fumavano. Fra i non fumatori la media è risultata di 101, mentre per i fumatori era di 94, e la differenza era ancora più evidente fra chi fumava meno di cinque sigarette al giorno (98) rispetto ai fumatori più accaniti (90).
I medici israeliani hanno naturalmente considerato una serie di variabili che avrebbero potuto influenzare i risultati, ad esempio le condizioni socio-culturali e la diversa provenienza dei soggetti, oltre alla eventualità che i test peggiori fossero influenzati da un’astinenza dalla nicotina.
Per corroborare la propria tesi, i medici hanno messo a confronto anche 70 coppie di fratelli di cui soltanto uno era fumatore, e i risultati sono stati gli stessi: “questi risultati suggeriscono che gli adolescenti con un basso QI dovrebbero essere oggetto di campagne antifumo specifiche”, ha dichiarato Mark Wieser, il coordinatore della ricerca, che è stata pubblicata sulla rivista specializzata in dipendenze Addiction.

http://italiasalute.leonardo.it/Psichiatria.asp

Andrea Piccoli

FONTE

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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