Giu 252018
 

Ci ho riflettuto molto in questi anni, ogni volta che mi è successo, o che non mi è successo, ho fatto ricerche, mi sono documentato. Schizofrenia mi hanno detto. Non lo è. Per il semplice fatto che è reale, che ricordo dettagli che non potrei ricordare se non fosse reale. Dicono che negli anni mi si sia strutturata nella testa tutta una quantità di cose che non ho affrontato e che questo abbia costruito dei ricordi che si possono assimilare a ricordi reali ma che non lo sono, come sogni. Io non ricordo il dolore nei sogni. Non mi sono mai svegliato dai sogni provando sulla pelle o nelle ossa il ricordo fisico del dolore. Ovvio. Dicono che mi sia addormentato in una posizione che mi ha causato dolore, ci sono infinite giustificazioni ma non sono sufficienti. Non lo sono mai del tutto, anche perché non si tratta di sogni. Attraverso il confine e vivo l’altra parte, e accade da dopo la prima volta in cui sono morto.
Le obbiezioni quando dico queste cose sono sempre le stesse, che tutti muoiono ma che si muore una volta sola, ma io non lo so, e non lo sanno anche loro perché non sono mai morti per la prima volta. La chiamo la prima volta non perché ce ne siano state altre, è che so che dovrò morire ancora, come tutti, ma credo di dover morire ancora due volte. Una di qui e una di là. Comunque sia dovrò morire altre due volte perché non è un sogno, non più di quanto io stesso sia un sogno proveniente dal di là del confine.
Ero un ragazzino la prima volta che sono morto, avevo sette anni, due mesi e tre giorni. Un ragazzino normale come tanti. Fino a quel momento avevo avuto una normalissima vita. Una, normalissima vita. Avevo appena terminato la seconda media, era il 19 di giugno. All’epoca portavo i capelli a caschetto in stile tazza che andavano di moda negli anni novanta, portavo quasi sempre una tuta di felpa grigia e uno zainetto pieno dei miei tesori, un piccolissimo coltellino trovato per terra, una lente di ingrandimento, una fionda che mio padre aveva piegato su un tondino di ferro e a cui Continue reading »

Apr 162015
 

*il racconto è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale*
Non è buona norma in genere immergersi in solitaria, in tutti i corsi insegnano a scendere sempre con in compagno ma d’altronde sono molte le cose che non è buona norma fare, ad esempio scendere con un bombolino ean 70 in una immersione profonda, ad esempio, ma non credo che nessuno dei due rappresenti un problema per l’attività che ho scelto di fare oggi.
Questa è una bella sera di una stellata come poche volte se ne vedono, complice l’inverno e lo scarso turismo la gran parte delle luci sono spente e questo permette di vedere il tutto illuminato solo dagli astri e dalla luna che sta salendo lentamente all’orizzonte tra i monti. L’aria è frizzante e viva, e l’acqua assolutamente calma, un’ottima notte per un’esperienza come questa.
La preparazione dell’attrezzatura come sempre è veloce ma meticolosa, non vorrei avere qualche genere di imprevisto che mi tolga la calma assoluta che ho dentro.
La bombola è piena ma non credo mi servirà, il bombolino ben agganciato e con l’erogatore chiuso, i formalismi sono importanti.
La torcia è ben carica, della secondaria non credo di averne bisogno ma è qui nella tasca del GAV non si sa mai, giusto? Fermo un passante per chiudermi la muta stagna, pulisco la maschera e sono pronto.
Le panchine sono sempre un ottimo aiuto per un subacqueo, niente di più comodo che sedersi, allacciarsi il gav, la bombola, prendere in una mano il bombolino e la maschera, nell’altra reggere la torcia e le pinne, alzarsi e camminare verso lo scivolo di alaggio per le barche.
Ho fatto centinaia di volte questa immersione e la conosco ormai più del giardino di casa ma è da sempre la mia preferita: qui ho imparato e qui voglio stare per sempre.
Con l’attrezzatura sulle spalle scendo in acqua lasciando i vari oggetti minuti sul bordo dello scivolo, l’acqua non è fredda come mi aspettavo e questo è molto positivo. Indosso la maschera e faccio un paio di prove creando depressione all’interno ma entra aria quindi non è messa bene, la ricontrollo, la sistemo, perfetto. Ora prendo dallo scivolo le pinne e le indosso, questa è una delle cose più comode di questo punto di immersione, puoi stare in piedi tranquillo a prepararti in acqua ma la profondità aumenta velocemente spostandoti di pochi metri. Un’accoppiata vincente.
Controllo l’aggancio del bombolino al GAV e sono pronto: tutto è in ordine.
Mi guardo intorno, mi viene spontaneo fare il gesto di ok con il pugno sulla testa ma questa volta non c’è qualcuno a cui segnalarlo, alzo il corrugato, svuoto e scendo.
Ci vogliono solo pochi istanti e mi trovo a cinque metri, mi viene da sorridere pensando che ho dimenticato di portare la boa di segnalazione, anche questa è una di quelle cose che non si fanno ma non credo sarà un problema per nessuno.
L’immersione, il mio percorso preferito almeno, inizia scendendo qualche metro seguendo una sagola che parte dalla base dello scivolo di alaggio verso il largo, questa porta ad un Continue reading »

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