Ott 272017
 

Non avrei dovuto uscire di casa con questa stanchezza addosso, lo so. Ma non posso farci niente se devo andare proprio ora a... dove sto andando. Ho talmente sonno che non ricordo esattamente dove volevo andare. Ma sono qui e… D’un tratto, improvvisamente mi sveglio. Merda stavo addormentandomi alla guida?
Il guardrail è pericolosamente vicino al fianco, giro il volante, le ruote fischiano o sto dormendo? Sono nel mio letto che dormo o il sonno alla guida mi sta stordendo? Sembra quasi che il tempo rallenti e tanto vale la lasci andare questa macchina, mi sveglierò, no? O mi ritroverò schiacciato nei resti di un’auto contorta, schiacciato. No. Sto dormendo ed è tutto un sogno e niente altro mentre il frastuono del metallo contro il metallo riempie ogni parte del mio cervello buttando fuori ogni pensiero, non provo dolore -ancora- deve essere un sogno di poter svegliarmi al di fuori di un sogno.
E poi buio.
Buio. Continue reading »

Ott 232017
 

Oggi sono andato a correre. È stato strano. Mi sembrano secoli che non andavo a correre al tramonto, forse mi ricorda un po’ quella volta che al tramonto sono andato a camminare con lei, con i capelli del colore del sole, ma da quello sembrano passati millenni. C’era quell’atmosfera di freddo pungente che si contrappone al caldo del mio corpo e di caldo del mio corpo che si contrappone al freddo dentro. Una sensazione strana, mi ricorda di quella volta in cui sono stato investito.
Questo lo ricordo come fosse ieri. Sono sensazioni che difficilmente scivolano via dall’anima, te le porti dentro comunque vada.
Quel giorno credevo fosse uno come un’altro, avrei dovuto andare a correre il giorno dopo ma sarebbe stato un mese da che mi frequentavo con Lei. Avrei dovuto andare a correre il giorno dopo ma quel giorno non avevo di meglio da fare se non correre, sfogare il corpo e l’anima, tornare a casa, cucinare per Lei che mi avrebbe raggiunto più tardi. Certo avrei potuto leggere quel libro che stava sul mobiletto, avrei potuto studiare inglese, avrei potuto organizzare quel viaggio a Parigi, ma volevo correre e uscii. Mi sentivo in discreta forma nonostante il mio Continue reading »

Set 262017
 

Non li ho compiuti oggi trentacinque anni, è già passato qualche giorno.
Era un tempo del bilancio nella mia testa, di progetti di sogni, di desideri, di obbiettivi.
Sono falliti tutti. Dal primo all’ultimo.
Eppure sono felice.
In procinto di cambiare lavoro abbandonando un progetto che amo ancora durato quasi dieci anni, in procinto di proseguire sul mio grande sogno nonostante le mura alte che lo hanno circondato, in procinto di provarne un’altro più incredibile e assurdo, in continuo cambiamento.
In continuo cambiamento.
Oggi mi è ricapitata in mano, Itaca di Costantino Kavafis, o più precisamente mi è stata fatta ricapitare in mano, è curioso se penso quando e come ne sia venuto a contatto la prima volta. Era l’inizio della mia libertà, della mia vita in qualche modo adulta. La leggevo e sognavo che la mia vita sarebbe stata un viaggio incredibile e pieno di avventure, esperienze viaggi metaforici e non. Era il 1997. Sono passati venti anni da allora. Ed era settembre, ne sono Continue reading »

Ago 172017
 

L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.
-Cesare Pavese-

Ho sempre creato un legame nella mia mente tra la scrittura e altri tipi di piacere, in particolare l’orgasmo (ne ho già scritto). Nel tempo ogni cosa evolve, cresce matura. Crescono tutte di pari passo con l’esperienza. Quando paragonavo il piacere della scrittura all’orgasmo non conoscevo a fondo nessuna delle due, erano le prime esperienze i primi momenti, le prime cose brevi ed intense. Fossero scritte o provate. Nella vita ci sono momenti in cui il desiderio più forte è quello di provare nuove cose, diverse l’una dall’altra, bruciare come lampi o fuochi fatui in una forma di bulimia compulsiva. Scrivevo cose brevi, racconti, poesie, frasi che oggi si definiscono aforismi ma che per me erano sunti di concetti che avrei voluto utilizzare più avanti. Giravo sempre con un Moleskine in tasca ed una penna. Appuntavo e godevo d’istante, distante dal mondo. Poi quelle rincorse gli impeti, i desideri si acquietano. Credo sia stata così una delle chiavi che hanno definito il mio smettere di scrivere, il mio perdere capacità di emozionarmi, di emozionare, di creare mondi, di vivere nel mondo reale.
Aridità.
Poi un giorno o l’altro si arriva ad uno di quei punti in cui si deve scegliere. Ho finito? Ho finito davvero o mi sono solo infilato nel vicolo sbagliato? Il muro che mi trovo di fronte è solamente l’ennesimo fallimento, il più grande, o c’è da qualche parte una strada che non ho percorso? Che ho lasciato indietro, qualcosa di intentato. Che cosa voglio davvero? Continue reading »

Apr 142017
 

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell’aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l’atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell’atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l’atto non era presente. Continue reading »

Feb 202017
 

Mi sono sempre chiesto come esprimere il concetto di dimensioni fisiche aggiuntive a quelle che sperimentiamo quotidianamente, come spiegare a qualcuno di non avvezzo a tali teorie cosa possa essere una quarta dimensione o più. Lasciamo perdere come di consueto il fatto che una quarta dimensione, il tempo, la percepiamo ogni istante seppure non siamo in grado di interagirvi come con le altre e chiamiamo quarta una ulteriore “direzione” che non sia altezza, lunghezza o larghezza.
L’esempio classico che ho sempre usato è funzionale e semplice ma non permette di vivere in prima persona una rappresentazione di quarta dimensione, l’ho preso dalla spiegazione classica che viene fatta nella divulgazione scientifica, a partire da Stephen Hawking, passando per romanzi di fantascienza come Sfera di Michael Crichton al geniale Flatlandia di Edwin Abbott Abbott che ho già citato altre volte.
Recentemente una persona senza volerlo mi ha aperto un mondo, parlava di tutt’altro e mi ha dato un idea che ritengo particolarmente efficacie per estendere tale esempio classico e riportarlo alla nostra realtà. Non pretendo che tale spiegazione abbia una valenza scientifica ma piuttosto una valenza filosofica che possa aiutare ad una maggiore comprensione scientifica.
L’esempio classico è il seguente: immaginiamo un universo formato da una linea retta e i cui abitanti siano dei segmenti. Assumiamo che ogni segmento possieda due occhi, uno ad un capo ed uno all’altro in modo da poter vedere la direzione in cui si muoverà. Ogni segmento sarà in grado di vedere gli altri segmenti solamente come un punto che si avvicini o si allontani ed una volta raggiunto il segmento accanto non potrà sorpassarlo. La percezione del segmento di se stesso e degli altri sarà necessariamente il puntino che è la proiezione del suo corpo e non gli sarà possibile vedere altro, quello che noi “da fuori” riconosceremo come la linea che forma il segmento dal suo punto di vista sarà semplicemente il suo “interno”. Allarghiamo ora quell’universo e rendiamolo a due dimensioni, un immenso foglio bianco su cui possano muoversi diverse figure geometriche. Non importa quale sia la figura ma ognuna di esse percepirà le altre figure come linee. Gli occhi di ogni figura saranno all’altezza di questo foglio-universo e tali occhi percepiranno la proiezione su una dimensione, la larghezza, di ciò che è il loro corpo a due dimensioni. Quello che noi da fuori percepiamo come Continue reading »

Feb 072017
 

 

 

 

 

Sento
un dolore forte entrarmi nella testa
sento
forte un dolore come una punta entrare dall’orecchio
sento
forte un dolore sordo come urla nel fondo del cervello
-sento-
sordo il dolore di urla che mi accecano impedendomi di sentirti
-sento-
un dolore cane nell’orecchio che urla fino nel profondo del mio cervello
(sento)
nella testa entrare da dentro l’orecchio urla pulsanti che rodono e grattano il cervello
(sento)
nelle urla dentro la testa sputare fuori il dolore di roditori che mordono assordanti ogni pensiero
(sento qualcosa strapparsi)

Silenzio.

Dic 032016
 

Da dove proveniva il lampo?
Sono sicuro di aver premuto io il grilletto, ho sentito anche il botto.
Ma allora perché sono riuscito a vedere così bene il volto dell’uomo dall’altra parte, a vederne l’uniforme? Era identica alla mia.
Era identica alla mia.
Il buio è tornato e gli occhi abbagliati dal lampo, forse dai lampi mi impedisce di guardare ancora quell’uomo ma sento il fischio di un proiettile nella mia direzione, tra pochi decimi di secondo sentirò il botto provenire dalla direzione di quell’uomo se non mi sto sbagliando e l’unico movimento che riesco a fare e quello per toccare la tasca sinistra e vedere che lì c’è ancora il nuovo feticcio che potrei non consegnare più. Che non avrei mai consegnato comunque.
Poi come un tarlo nella testa sento un dolore cupo avanzare tra i pensieri, qualcosa che scardina ogni altro pensiero, inaspettato. Un ricordo, una rivelazione, una comprensione tragica e forte di cosa mi abbia portato qui e di quale fosse stata la mia missione.
Si fa strada spostando ricordi, istanti, distruggendo, aprendo.
Apro gli occhi.
“Quindi? Hai deciso?” mi dice l’uomo di fronte a me.
Mi ricorda me stesso, me stesso invecchiato. Ha perso gran parte dei capelli e le rughe gli segnano il volto. La carnagione sembra più chiara, forse ha problemi di pressione bassa?
Sembra consumato e magro.
“Qual’è la tua scelta definitiva?” mi dice.
“Fallo” rispondo.
Appoggiato sulla scrivania uno stiletto lucido e perfetto di acciaio. L’uomo con tutta calma lo raccoglie e mi gira attorno mentre resto immobile e chiudo gli occhi. Sento le sue braccia cingermi un attimo e spostarmi i capelli poi la lama mi sfiora sotto l’orecchio sinistro, la punta scorre lentamente fino al punto dove la mascella si unisce al cranio e rimane ferma un secondo mentre l’uomo cerca la giusta inclinazione. Poi quasi senza dolore sento la lama entrare nel mio collo. Dura un’istante solo come la puntura di una siringa prima che vada a recidere il midollo tra due vertebre staccando di fatto ogni sensazione del corpo.
Tutto sommato è stato gentile.
Apro gli occhi ed il cane è ancora lì.
Dall’altra parte della rete.
Abbaia e ringhia.
Ringhia.
Lo so che è dall’altra parte della rete e non potrà farmi male ma sono un bambino e il terrore mi sta paralizzando. Cerco la mano del nonno ma non la trovo e non riesco a fuggire.
Non vedo altro attorno, non riesco neppure a voltare lo sguardo.
Cerco di svegliarmi, ma mi accorgo che il dolore al ginocchio sbucciato è reale.
Cerco di svegliarmi.
Ma sono lì.
Sono lì.

Mag 152016
 

Continuo a ripetere ossessivo nella mia mente le stesse note

“Nulla cade dal cielo, ad eccezione delle stelle quando, avvolte nel velo della notte, come perle scivolano dal niente dentro ai sogni della gente.”

Una canzone di Gazzè, non un caso, non una scelta.

“Nulla sfavilla al confronto dei lunghi albori sul mare, quando lampi amaranto fabbricano martingale di luce sospesa, pendente, a sorreggere l’orizzonte.”

Penso ancora all’averti vista ed al mio modo nuovo di viverti, l’unico in fondo che mi sia possibile, l’unico che la mia mente possa reggere davvero senza che qualcosa straripi e si scontri con qualcos’altro. Senza che qualcosa vada a cozzare con qualcos’altro e lasciando che tu faccia di me -involontariamente- qualcosa di migliore, qualcosa che trascenda il mio essere stesso

“Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,
come il pensiero costante di averti vista.”

E non è questione di amore, o di sogno, o di qualsiasi romantico disegno da raccontare in musica, non è un qualcosa a cui anelare o da cui fuggire, è semplicemente ciò che è ed è così che scelgo di viverlo. Semplicemente per ciò che è, di momento in momento. Di ora in ora. Ho lottato una vita a costruire mura, fortificazioni, armi e corazze, ho passato una vita a distruggerle, ho passato una vita a destrutturarmi e ricostruirmi fino ad essere quello che sono oggi, fino a stare bene con me stesso. Solo con me stesso. Trovo sia raro, soprattutto oggi, arrivare ad essere autocompleti, a sentirsi parte di un mondo come entità a se stante in grado di provvedere ai propri bisogni a pieno. E ci sono arrivato oggi. Un oggi così vicino da apparire minuti fa, secondi forse. Ed è lì che ti ho vista. Forse pochi istanti prima. E non importa. Non importa nulla perché il solo guardare le tue labbra, il sentire la tua voce mi rende consapevole che posso essere migliore, che posso dare di più, che quando sto cadendo, mollando, frenando esiste qualcosa per lottare più forte. E non si tratta di lottare per te, per quelle labbra, quella voce, non si tratta di perdere me per quelle labbra, quella voce, per te. Ciò nonostante sono una spinta di cui potrei fare a meno ma di cui non ha senso privarsi, si tratta di lottare nel mondo e non arrendersi mai.

“Nulla precipita gli occhi più di abissi o spaccature, se visti da certe alture di nuvole e pennacchi.
Il resistere tenacemente di ogni essere vivente…”

E non desidero viverti accanto seppure saprei farlo, non desidero amarti seppure potrei farlo, non desidero lottare per rendere la tua vita migliore benché sicuro di esserne in grado. Benché sia pronto a farlo. Perché esiste un equilibrio, perché oggi la mia vita è migliore di quanto non lo sia mai stata, perché oggi la mia vita è come alla fine di una storia di cui sai esistere un seguito che non conosci, quando ti pregusti l’idea di cosa potrà essere scoprirne una nuova parte.

“Nulla crepita e schiocca tra parole in assemblea, come fa un’idea che di quelle non trabocca ma persevera paziente, finché giunto sia l’istante.”

Ed è così che il concetto stesso di “averti” diventa privo di significato, ricoperto di un velo di tempo, come un orologio immobile che abbia acquistato un altro significato e non serva più a segnare le ore.

“Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,
come il pensiero costante di averti vista,di averti vista”

Ed ancora il ricordo del tuo sorriso, sta notte, oggi, domani rivolto al mondo -o a chiunque, o non a me, o a me non importa- è motivo sufficiente per divenire migliore rispetto a me stesso senza neppure scegliere di cambiare o essere, senza neppure scegliere.

“Nulla interrompe e spariglia le cose ed il loro andamento, come la grandine e il vento, quando ogni chicco è una biglia, e di quell’Alto soltanto furente l’urlo impazzito si sente.”

Perché tu? Non lo so. Non l’ho scelto. Perché io? Vorrei chiedermi. O perché no? Ma non importano queste domande.  Non è questo che cerco. Non sono risposte. Vivo un altrove da qui, dove queste cose non importano, dove tu esisti come parte in un universo di cui faccio parte io stesso in un tutt’uno con gli altri, e non è questa stoffa azzurra tra le dita, non sono le parole dette o sentite, o le domande o le risposte a renderci parte di uno stesso uno in cui non conti ne tu ne io. Ma se fossi tu a chiederti perché, perché tu, perché io, non ti risponderò. Voglio solo che il mondo, le emozioni, la vita mi attraversi come quando osservo, sento, vivo ciò che osservo, sento, vivo quel sorriso, quella voce, quell’anima che sei.

“Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,
come il pensiero costante di averti vista.”

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Ott 062015
 

Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare. Qualche volta mi capitava di vedere una donna o un bimbo piangere e cercavo di immaginare cosa ci fosse dietro quel volto, quale fosse la storia.
Non accadde da subito, non dalle prime volte, iniziai a pensarci solo dopo quella volta della porta misteriosa.
Sedevo sempre qui. Sulla parete alla mia destra già allora vi era questa mensola e dietro la mensola attraverso una finestra la signora dei biglietti chiacchierava e chiedeva e chiacchierava e chiedeva e chiacchierava ed io la ascoltavo ed ascoltavo le storie, i ricordi, le emozioni delle persone mentre osservavo chi sedeva sull’altra panca giusto sotto gli orari. Le ascoltavo all’epoca non mi veniva in mente di cercarle, di immaginarle, di scavare tra i lineamenti i colori dei vestiti, le espressioni delle persone ignare.
Entra una signora, ora. Porta i capelli lunghi raccolti in una lunga coda ed ha un grande cane bianco, non me ne intendo di cani ma sembra come quello delle pubblicità della carta igienica solo più grande. Sembra affettuoso e lei è distesa e sorridente. Porta un vestito grigio/marrone ma in qualche modo allegro, ricco di movimento, la maglia è morbida e larga e le maniche corte sono a sbuffo e così anche la parte attorno al seno e il collo, la gonna lunga la fa sembrare quasi una donna dei miei tempi, così larga a pieghe morbide. Fa il biglietto alla macchinetta –Dio quanto era bella la signora dei biglietti quando ero piccolo e chissà che fine avrà fatto, la sua finestra ormai è chiusa da anni– è così giovane, nel fiore dell’età la immagino felice in questo inizio estate avrà appena finito gli studi e starà andando in collina a ridere e correre con il suo cane e magari con un ragazzo. La immagino con a casa una vespa del modello vecchio, bianca e con i girasoli, non so perché debba prendere il bus se ha una vespa ma probabilmente è per portare il cane con se. La sua aria distesa distende a mia volta la mia anima mentre si siede giusto sotto la bacheca e si accorge che la sto guardando ti accorgesti che ti stavo guardando, non credo avessimo più di dodici anni e il mio sguardo schizzò sulla bacheca all’improvviso fingendo di non starti osservando. Rimasi qualche minuto ancora ad osservare i foglietti appesi sotto quel vetro mentre con la coda dell’occhio cercavo di osservare il tuo volto, il tuo profilo, cercavo di spiare se mi guardassi, di scorgere un lieve rossore, un segno, un sentore. Di non lasciarti scorgere il lieve rossore che sentivo divamparmi dalle orecchie.
Il bus arrivava sempre troppo presto e tu salivi correndo e ti sedevi accanto al tuo gruppo di amiche, io ti osservavo ancora un istante mentre salivo ed andavo a sedermi lontano in attesa di essere trasportati verso scuola.
La porta accanto alla “tua” panca mi era sempre parsa misteriosa. Nei miei sogni poterla aprire era il più grande desiderio, paura, gioia, terrore che potessero esistere. Immaginavo dietro di essa ogni volta un mondo diverso ma sempre in qualche modo misterioso, immaginavo talvolta che fosse solo uno sgabuzzino, altre volte che fosse l’accesso ad una vasta cantina che poteva nascondere di volta in volta incredibili tesori, segreti, delitti. Talvolta credevo vi si nascondesse tutta una base segreta dei militari o l’accesso ad un mondo sotterraneo, o ancora l’ingresso ad un treno sotterraneo o verso l’interno del caveau di una banca, credevo né potessero uscire mostri o agenti segreti o diavoli direttamente dall’inferno o gli antichi egizi.
Di volta in volta, qualcosa di più bello e fantasioso. Passarono anni credo da quando iniziai a fantasticarvi a quando potei scoprire l’ovvia verità.
Una volta quando mi capitò di essere lì da solo, mi alzai e furtivo mi ci avvicinai a quella maniglia sempre fingendo di osservare gli orari, rimasi immobile e teso diversi minuti prima di prendere finalmente il coraggio, ma poi infine trovai la forza di posarvi la mano quasi temendo di ustionarmi o congelarmi o che sarebbe accaduto qualcosa di terribile, che si sarebbe aperta all’improvviso verso l’interno risucchiandomi in un luogo di paura o in un’avventura alla Tom Sawyer. La abbassai il più possibile lentamente ma mentre la sentivo cigolare sentii urlare “Hei ragazzino!”. Finsi di stare perdendo l’equilibrio e di essermi appoggiato solo per quel futile motivo e mi allontanai di corsa.
Ebbi però una soddisfazione, un piccolo passo verso la conoscenza: ora sapevo che la porta era chiusa a chiave e che la signora dei biglietti ne era l’inflessibile guardiana. Lei doveva sapere cosa vi fosse dietro, doveva essere a conoscenza del segreto.

Ho dimenticato tanto nella vecchiaia, mi sembra di perdere pezzi per strada e di non ricordare la mia stessa vita, avrei voluto saperne scrivere, non perché gli altri leggessero ma per poterla leggere io ora e ricordarmi ogni dettaglio come ricordo oramai solo quelli più lontani. Forse per questo sono tornato qui, mi sono come risvegliato qui seduto.

Quella macchia accanto alla porta. Quella macchia accanto alla porta, non quella scura fatta dall’usura dallo scrostamento dell’intonaco, quella più chiara che sta sotto. Ricordo ancora quel giorno in cui Marchetto fu spinto dai bulli contro la parete.
Marchetto era un ragazzino mite e un po’ sottomesso ed era il preferito dei prepotenti, era il preferito perché si offendeva ma non poteva rispondere, perché era buono e non si sapeva difendere. Non quella volta. Quella volta li vidi arrivare dal corridoio di sinistra, schivarono per un soffio la panca dove ero seduto, Marchetto sbatté contro la panca a destra e dopo aver appoggiato il sedere alla stessa si rialzò arrancando verso la porta a vetri; i tre gradassi invece lo spinsero di lato e andò a sbattere giusto contro lo stipite sinistro. Era in lacrime ed urlava “lasciatemi stare, non vi ho fatto niente, lasciatemi stare!”. In mano aveva uno dei primi succhi di frutta Yoga, probabilmente era stato questo ad attirare su di lui le ire dei compagni. Riuscì miracolosamente a divincolarsi dalle le braccia degli aggressori e in un incredibile impeto di rabbia scagliò contro di loro la bottiglietta che andò a fracassarsi giusto in quel punto sporcando quella parete. Lo vidi aprire la porta e correre, scappare fuori e poi li vidi rincorrerlo un istante prima che tutti uscissero dal campo visivo che la porta mi lasciava a disposizione mentre si chiudeva.
Non so come sia finita perché io ero seduto sulla solita panca ed osservavo il mondo intero da lì. Me lo immaginai a correre e correre come un forsennato e poi girarsi di scatto poco prima che lo raggiungessero per stenderli con un bel pugno sul naso. Un bel pugno a testa e poi fermarsi con le mani ai fianchi a contemplare la propria opera. Non credo andò esattamente così, qualche giorno dopo lo incontrai ed aveva al braccio un gesso e portava dignitosamente un occhio pesto.
Mentre fantasticavo su questo però ero rimasto seduto sulla panca e nel mentre accadde l’inaspettato, l’incredibile. Sentii ancora una volta urlare “Hei Ragazzino!” e poco dopo sentii netto il rumore di una serratura. Istintivamente voltai lo sguardo prima verso la finestra della vendita dei biglietti e la vidi per la prima volta senza la sua signora e subito dopo verso la porta misteriosa.
Mi parve come se il tempo si fermasse o rallentasse all’estremo.
Vidi la maniglia scendere di pochi millimetri, la vidi ritornare al suo posto e poi nuovamente la inclinarsi sempre di più fino a fermarsi, come se il cigolio fosse lungo minuti, ore anni tra l’inizio del movimento e la fine della sua corsa.
Rimase ferma un secolo o due e poi la vidi avanzare un po’, rientrare e nuovamente avanzare con tutta la porta. Vidi la fessura tra la porta e lo stipite aprirsi e vidi da dentro la luce artificiale formare da prima una linea sul pavimento e poi la linea allargarsi e divenire un cuneo. Non credo vi fosse sufficientemente buio perché la luce dalla stanza risaltasse così tanto ma nella mia mente era la luce del paradiso o dell’inferno o di entrambi, la luce di un altro mondo.
Quando la porta fu aperta abbastanza ebbi la sorpresa.
Non sapevo se essere deluso o stupito o entrambi. Dalla porta non spuntò un mostro e neppure il re, e neppure il diavolo o Gesù, dalla porta spuntò la signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino.
La signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino! Ed aveva le gambe ed un corpo! Non mi ero mai posto prima il problema del fatto che potesse avere delle gambe ed un corpo sotto le spalle e mi accorsi solo ora che le avesse, che fosse una signora come quelle che prendono l’autobus, come quelle che camminano per strada, che dovesse tornare a casa la sera, avere forse dei figli un marito, una vita. Mi cambiò molto questo fatto. Capii allora che tutte le persone hanno dietro una storia, hanno dietro qualche cosa che non si può sapere, e pensai a tutto questo mentre cercava invano di far andare via quella macchia di succo ottenendo solo il risultato di allungare la striscia e sbiadirla un po’.
Anche oggi quando vedo un ombra arrivare ad oscurare il vetro della porta aspetto con ansia di vedere la sua mano raggiungere la maniglia all’esterno della porta centrale, di vedere la maniglia abbassarsi, di vedere il cuneo della luce sul pavimento ed in esso il riflesso della persona che sta entrando, quasi con lo stesso stupore della volta che si aprì invece la porta misteriosa. Questo è un signore distinto di mezza età, ha in mano un libro, il suo portamento è quello di un uomo che ha vissuto molto ma anche quello di uno che ha ancora molto da vivere. Sicuro di se ed al contempo umile. Fa un cenno alla ragazza col cane e si siede sulla panca di fronte a leggere con le gambe accavallate. Credo che questo sia il suo momento di rilassamento, il momento in cui con soddisfazione può leggere in pace forse tra una giornata di lavoro e il rientro in una famiglia piena di ragazzini allegri e rumorosi, deve averne più di uno perché sembra benestante ed ha il volto di un brav’uomo. Di certo almeno uno perché quella macchia di cioccolato all’altezza del ginocchio, di lato, sembra essere la bocca di bambino felice.
Porta scarpe eleganti come quelle del controllore che ogni giorno saliva sul bus e ci controllava i biglietti. La prima volta che qualcuno di sconosciuto mi rivolse la parola fu proprio lui “Ti piace proprio tanto quella ragazzina, vero? Perché non ti fai avanti?” disse. Io negai tutto ma aveva ragione, seduto lontano alcuni posti più dietro e sull’altro lato ti osservavo incantato, osservavo il tuo profilo dolce e la tua gota sinistra mentre ridevi con le tue amiche parlando di cosa non so. La osservavo gonfiarsi e sgonfiarsi, osservavo la fossetta crearsi e ricrearsi, riuscivo a vedere anche i bianchi denti talvolta.
Era come un sogno, e parlarti era come interromperlo, e poi parlarti come, dicendoti cosa?

Ti scrissi un bigliettino, non ricordo le parole, sono passati decenni, ma ricordo ancora dove lo misi: sotto la bacheca, poco più a destra del centro vi era una fessura tra il muro ed il legno, giusto sopra a dove in genere ti mettevi. La vedo ancora da qui seduto quella fossetta, il mio scrigno del grande sogno, sperai per giorni che lo notassi, sperai per giorni che facesse da ambasciatore, da colomba, da messaggero. Ma non accadde mai che ti accorgessi della sua presenza. Non ero sicuro neppure che davvero mi avessi mai notato quando avevo l’impressione che i nostri sguardi si incrociassero.
Poi non ricordo molto altro di quel tempo, come se anche questo sia stato cancellato, non ricordo per quanto andai avanti in quel sogno.

Fu solo molti anni dopo, quando ti incontrai, quando ci incontrammo di nuovo e ci amammo che ti portai a prendere quel foglietto e a leggerlo per riderne assieme, ma la tua reazione non fu quella che mi aspettavo.
Stavamo assieme da un po’, non ricordo quanto tempo e tu non credevi che il mio pensiero di te durasse da ormai anni, credevi ti prendessi in giro, fu per questo che ti portai qui, in questa piccola stanza di questa stazione e una volta arrivati alla bacheca ti chiesi di guardare sotto, di vedere il piccolo pezzetto di carta incastrato nella fessura, niente di più di un biglietto del bus con sopra una scritta. Io ridevo, lo trovavo divertente ma poco dopo che le tue dita tastarono la carta e riuscisti ad estrarre ed aprire quel messaggio la tua reazione fu completamente diversa da quella che mi aspettavo: scoppiasti in lacrime abbracciandomi come fosse stata la rivelazione più grande di tutti i tempi, lacrime di emozione, di commozione, di amore immenso scaturito come cascata dal tuo volto. Sentii il calore del tuo respiro sul lato del mio viso e la morbidezza del tuo corpo stringermi forte, sentii le tue lacrime scorrere sulla mia guancia, il profumo del sale e della tua pelle e “Grazie, grazie, grazie”. Fu la prima volta che ti sentii pronunciare le parole “ti amo” la prima di una vita che però sta cadendo a pezzi momento per momento.
Li sto perdendo tutti, li sto perdendo tutti i ricordi di te se non quelli legati a questa panchina e a quel giorno in cui piangendo mi abbracciavi e quell’altro giorno in cui ci hai lasciati. Non ricordo il momento in se, non ricordo il giorno ma l’assenza successiva. La mancanza. Per anni, decenni hai portato al collo una medaglietta con dentro il mio bigliettino, quel giorno -da quel giorno- l’avevo io in mano, una mano non ancora vecchia come quella di oggi ma ancora più tremante. Una medaglietta e due o tre ricordi sono l’unica cosa che mi resta di te, l’unica cosa che resta di te se di noi quello che resta è il ricordo.

L’ho ancora al collo ora. Non l’ho mai aperta, come la porta misteriosa ho sempre temuto ne uscissero mostri, ricordi terribili per quanto belli, ricordi che mi facessero precipitare nell’abisso dentro di me, ricordi che mi facessero sorridere e rimpiangere di essere ancora qui dopo tutti questi anni. Ma non è forse di ricordi che sono in cerca ora? Non è forse per i ricordi che il mio corpo in un momento senza mente ha voluto portarmi qui?

L’assenza. Come è possibile ricordare un’assenza ancor più di una presenza? Una mancanza ancor più che un’intera vita?

Osservo le mie mani tremanti mentre si avvicinano al mio collo, mentre armeggiano per trovare la catenella. La temo e la bramo, ne fuggo e ne desidero la scoperta e mentre le mani tremano la sento cadere e sbattere nuovamente sul mio petto, poi di nuovo le mani a muoversi quasi ansiose quasi non fossero le mie quasi a vederle osservando il mondo da fuori da seduto su una panca di una stazione mentre ti passa accanto.

Sono vecchie le mie mani, tremanti e vecchie e secche mentre premono il tastino sul lato e la aprono
Armeggiano e mentre il pendaglio si apre vi vedo dentro due piccoli foglietti.
Le mani ne prendono uno e lo aprono, lo conosco, è un biglietto dell’autobus, un biglietto vecchissimo e sopra vi è scritto “Ciao, mi piaci. Se mi vuoi conoscere domani vieni qui con un fiore!”.
Sento scendere una lacrima lentamente mentre osservo le mie mani ancora. Hanno ripiegato il foglietto ed una lo tiene tra l’anulare il mignolo e il palmo mentre entrambe stanno aprendo l’altro. Un altro biglietto dell’autobus, vecchio ma non antico.
“Non avere paura, ti ho cercato amato e conosciuto anche senza un tuo messaggio, dove vado io non c’è bisogno di ricordi, né di paure”.
Vedo un ombra avvicinarsi ora ad oscurare un po’ il vetro della porta da fuori, è un ombra bassa di una ragazzina, la vedo alzare il braccio verso la maniglia e vedo la maniglia abbassarsi senza fare alcun rumore. Vedo anche la maniglia non abbassarsi e mentre osservo la porta aprirsi so che non si sta aprendo affatto.
La vedo lo stesso, la vedo entrare la bambina od attraversare la soglia chiusa, cammina verso di me e ne osservo l’assenza di un riflesso sul pavimento. Sorride, sorridi.
Hai un fiore tra i capelli, un fiore di lavanda, e mentre mi alzo dandoti la mano mi accorgo che anche io sono un bimbo.

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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