Set 182017
 

Questa pagina mi sembra un discreto testo sull’argomento come guarire dall’abuso narcisistico un riassunto molto veloce ma interessante, con qualche fonte su cui approfondire.

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Dic 032016
 

Da dove proveniva il lampo?
Sono sicuro di aver premuto io il grilletto, ho sentito anche il botto.
Ma allora perché sono riuscito a vedere così bene il volto dell’uomo dall’altra parte, a vederne l’uniforme? Era identica alla mia.
Era identica alla mia.
Il buio è tornato e gli occhi abbagliati dal lampo, forse dai lampi mi impedisce di guardare ancora quell’uomo ma sento il fischio di un proiettile nella mia direzione, tra pochi decimi di secondo sentirò il botto provenire dalla direzione di quell’uomo se non mi sto sbagliando e l’unico movimento che riesco a fare e quello per toccare la tasca sinistra e vedere che lì c’è ancora il nuovo feticcio che potrei non consegnare più. Che non avrei mai consegnato comunque.
Poi come un tarlo nella testa sento un dolore cupo avanzare tra i pensieri, qualcosa che scardina ogni altro pensiero, inaspettato. Un ricordo, una rivelazione, una comprensione tragica e forte di cosa mi abbia portato qui e di quale fosse stata la mia missione.
Si fa strada spostando ricordi, istanti, distruggendo, aprendo.
Apro gli occhi.
“Quindi? Hai deciso?” mi dice l’uomo di fronte a me.
Mi ricorda me stesso, me stesso invecchiato. Ha perso gran parte dei capelli e le rughe gli segnano il volto. La carnagione sembra più chiara, forse ha problemi di pressione bassa?
Sembra consumato e magro.
“Qual’è la tua scelta definitiva?” mi dice.
“Fallo” rispondo.
Appoggiato sulla scrivania uno stiletto lucido e perfetto di acciaio. L’uomo con tutta calma lo raccoglie e mi gira attorno mentre resto immobile e chiudo gli occhi. Sento le sue braccia cingermi un attimo e spostarmi i capelli poi la lama mi sfiora sotto l’orecchio sinistro, la punta scorre lentamente fino al punto dove la mascella si unisce al cranio e rimane ferma un secondo mentre l’uomo cerca la giusta inclinazione. Poi quasi senza dolore sento la lama entrare nel mio collo. Dura un’istante solo come la puntura di una siringa prima che vada a recidere il midollo tra due vertebre staccando di fatto ogni sensazione del corpo.
Tutto sommato è stato gentile.
Apro gli occhi ed il cane è ancora lì.
Dall’altra parte della rete.
Abbaia e ringhia.
Ringhia.
Lo so che è dall’altra parte della rete e non potrà farmi male ma sono un bambino e il terrore mi sta paralizzando. Cerco la mano del nonno ma non la trovo e non riesco a fuggire.
Non vedo altro attorno, non riesco neppure a voltare lo sguardo.
Cerco di svegliarmi, ma mi accorgo che il dolore al ginocchio sbucciato è reale.
Cerco di svegliarmi.
Ma sono lì.
Sono lì.

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Nov 292016
 

Non è lo sparare l’atto principe dell’azione, è solo la conseguenza. Tutto l’insieme dell’atto è soprattutto nella respirazione e nell’attesa. Un susseguirsi di momenti in cui riempi i tuoi polmoni, stabilizzi il corpo e attendi un susseguirsi di istanti che sarebbero quelli sbagliati. Dal puntare al momento in cui premerai il grilletto passano solo pochi secondi di inspirazione, attesa, stabilizzazione della mira. Poi arriva l’istante esatto, subito dopo è troppo tardi. La mano incomincerà a tremare, il peso dell’arma a pesare, il cuore accelererà pompando il sangue e non potrai fare altro che abbassare l’arma e ricominciare un nuovo ciclo.
Il nemico è là, in fondo alla canna del mio fucile, allineato al mirino, poco più in basso per bilanciare la curva della traiettoria lunga. Il vento è calato in questa notte fredda e lo vedo mentre mi cerca col lo sguardo. Il colpo che ha appena sparato gli ha fatto perdere il punto, o forse non si era accorto fossimo in due quando ha ucciso il mio compagno.
Passano nella mia mente infinite cose mentre inizio ad inspirare l’aria nei miei polmoni, passano i nomi degli uomini di cui ricordo il volto nella morte, passa l’impressione di essere già stato a questo punto come in un dejavu, mi sembra anche di ricordare come sia andata a finire ma il ricordo si ferma un’istante prima di arrivare alla mia mente cosciente. Non riesco a farlo.
Un tempo ero stato spietato, e non mi occorreva pensare, i movimenti immediati in una successione unica erano oliati di anni di esercizio e non serviva ragionare, le mie mani non tremavano neppure sotto la più grande pressione ma questa volta sto involontariamente lasciando al nemico il tempo di armarsi di nuovo e di puntarmi. So che se vedrò un lampo avrò ancora solo il tempo di premere il grilletto prima di sentire il colpo addosso e poi il botto, e non avrei il tempo di sapere dove sia finito il mio proiettile ma so anche che non avrò una seconda possibilità.
Potrei nascondermi ed aspettare che vengano a prenderci tutti.
Potrei urlare e svegliare i miei e nella loro agitazione prendere quello zaino e fuggire evitando forse i loro spari alla schiena.
Potrei invece essere uomo ed uccidere il cecchino prima di svegliare i miei e fare il mio lavoro.
“Quindi hai deciso?” mi rimbomba nella testa la voce.
Mi sento come quando hai il terrore dei cani e c’è un cane dall’altra parte della ringhiera, quando sai che non potrà farti male ma hai il desiderio forte di fuggire lo stesso, quando hai le spalle al muro e sai che ormai è tardi per fuggire e che l’unica cosa che puoi fare è affrontare quella paura. Non temo l’uomo che ho di fronte, ne la sua pallottola, ne la morte. Temo di fallire la mia missione, non quella di questi uomini, non quella per cui sono vestito in questo modo, ma la mia missione, quella per cui sono nato.
Ho il ricordo fisso di avere già usato questa metafora, o forse è solo un ricordo di quando da piccolo provavo il terrore per i cani per colpa di quel bastardo che mi ha morso.
Il fucile di quell’uomo è puntato verso di me ora. Ora so che non avrò un altro tentativo, ne la scelta di fuggire. Conta solo chi dei due avrà per primo le mani ferme.
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.” mi rimbomba nella testa la voce.
Sento il cane abbaiare e qualcuno recita i nomi delle persone che ho lasciato indietro, sembra la voce del biondo, nella mia testa. Solo nella mia testa.
Quanto sarà passato, tre secondi? Non è ancora il momento, non lo è ancora, la mano trema sotto il peso del feticcio, la mano trema come a sostenere un peso che va al di là di quello di questo fucile, la mano trema. Non è ancora il momento.
“Quindi? Hai deciso?” ancora nomi, credevo fossero meno, credevo di aver lasciato meno persone dietro.
Abbai di cane rabbioso. Nella mia testa. Nella mia testa.
Questo è il -lampo- momento.

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Nov 112016
 

“Quindi? Hai deciso?”
La persona da cui proveniva la voce lo stava guardando con aria interrogativa dall’altra parte di una scrivania. Lui era immobile, nel suo completo elegante leggermente stropicciato.
“Sì, non è stata chiara la mia risposta?”
Sembrava stupito del sentire nuovamente chiedere in merito alla decisione, era molto sudato ma apparentemente era come se qualunque fatica avesse fatto fosse relegata al di fuori di quella stanza, in una specie di oblio di cose dimenticate.
“Ricordi cosa hai risposto poco fa?” disse la persona dall’altra parte della scrivania.
“Certo ho detto che…” il volto dell’uomo si rabbuiò qualche istante. “Ho detto che…” Una vena gli si gonfiò sulla fronte, pulsava mentre si copriva il volto con le mani scuotendo la testa.
“Cazzo.” aggiunse. “Non avevo detto questo, solo pochi istanti fa ero certo del contrario! Ero sicuro che la decisione più sensata fosse…”
“Quindi? Hai deciso?” ripeté nuovamente l’altra persona.
L’uomo alzò la faccia dai palmi delle mani poco prima di urlare “Che cazzo mi avete dato da bere?”
“Nulla.” rispose la persona di fronte con tutta la calma del mondo.
La vena dell’uomo continuò a pulsare mentre lui rimaneva in silenzio.
Passarono alcuni minuti.
“Allora respirare, qualcosa? Qualche siero della verità?”
“Sei sicuro che sia questa la verità? Che sia la tua risposta definitiva?”
“Cazzo. No. Non è un siero della verità, non lo è perché la verità sarebbe una ed una soltanto, non è un cazzo di siero della verità, cosa mi avete dato?”
“Non ti ho dato nulla. Quello che sta accadendo sta accadendo solo grazie alla tua mente, a ciò che tu pensi. Ma non hai ricevuto nessuna sostanza ne da me ne da nessun altro.” La voce era assolutamente calma e rilassata, forse parlava leggermente a rilento “Ora è il momento di prendere una decisione, non c’è più tempo. Vuoi combattere o arrenderti? Ci credi ancora nonostante tutto o hai deciso che sia il momento di lasciarti andare?”
“Sei tu a controllare la mia mente. Sei tu che devi avere qualche potere, qualche cosa. Mi stai manipolando con le cose che dici” l’uomo sembrava agitarsi sempre di più, il pulsare della vena pareva volerla fare esplodere e le gocce di sudore avevano ripreso a scendere copiose. “Parli in maniera melliflua e mi fai cambiare idea, mi fai sragionare.” batté il pugno sul tavolo.
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.”
“Fanculo! Non credo di potercela fare! Mi è già stato detto che non ha senso, che non c’è speranza, che non c’è modo di affrontare quella battaglia, chi mi fa fare di lottare per qualcosa che non può che portare alla distruzione?”
“Il tempo sta per scadere, sarà qualcun’altro a decidere per te.”
L’uomo rimase in silenzio, i suoi occhi si muovevano velocemente in tutte le direzioni, cercava un appiglio, una certezza ma la stanza era vuota, non vi erano finestre e non si vedevano gli spigoli delle pareti. Tutto era di un bianco abbacinante tranne la sedia su cui era seduto, la scrivania e la sedia su cui era seduto il suo interlocutore. Vestito a sua volta di bianco.
All’esterno, qualunque cosa fosse l’esterno vi erano voci di persone, chiacchiere, risate.Cercava di isolarne le voci e di capire se qualcuno potesse comunicare con lui. A volte gli pareva di riconoscerne qualcuna, forse erano ricordi. Una frase gli ruotava in testa, gli pareva di vederla scritta, non aveva mai sentito una frase così pesante, schiacciante, pregna di responsabilità. La battaglia forse stava tutta in quella frase, il senso della battaglia, della sua vita stessa stava forse in quella frase e in niente altro. Era il peso che lo portava a cedere e la forza che lo portava a lottare. Allo stesso tempo.
Il ticchettio di un orologio segnava il tempo ed evidenziava il silenzio di quel luogo mentre la persona di fronte a lui lo fissava senza proferire parola.
Passarono ancora alcuni secondi che parvero ore.
“Quindi? Hai deciso?” disse l’uomo.

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Ott 152015
 

“Ricorda di quando iniziò ad avere queste fantasie?”
Fantasie?
“Si, omicidi morti, cose di questo genere”
Io non ho di queste fantasie, e soprattutto non vedo perché dovrei averne, al limite ho fatto qualche sogno, poco altro.
“Bene, ricorda quando è iniziata questa sua ossessione, questa serie di sogni, questo suo pensare alla morte di donne?”
Non credo di esserne ossessionato, nel modo più assoluto, mi capita qualche volta di pensarci, si come può capitare di pensare nuda una bella donna che passa, ma non direi di esserne ossessionato o dipendente, io sono uno che sta ben alla larga dalle dipendenze e cose simili, sto lontano dalle droghe, dal fumo, dall’alcool, si qualche birretta a volte tuttalpiù, ma niente di che.
“Cosa le viene in mente pensando parola ossessione?”
I fumatori.
“Lei si sente ossessionato dai fumatori?”
No, i fumatori sono ossessionati dal fumo
“Provi a parlarmene”
Li guarda mai? Sembra come se la presenza stessa del fumo li attorni, come chiocciole che si portino dietro il propri guscio, loro si portano dietro il fumo, l’alone di puzza, il bisogno di fumare, la sigaretta in tasca sempre pronta e se non lo è la comprano o la rollano ossessivamente, continuamente. Il loro bisogno di uscire ogni ora a respirare da quel loro rotolino di morte, di respirare la morte passo passo, piano piano, ogni giorno più e più volte, e ogni volta ancora non ne sono soddisfatti. Sa, da piccolo ho letto Momo, di Michael Ende, non so se ha presente, mi sono rimasti impressi nella testa, proprio dentro, tatuati i personaggi cattivi: degli uomini grigi che si nutrivano del tempo sottraendolo alle persone, uomini in giacca e cravatta e con la valigetta, ma soprattutto uomini con il sigaro. Il sigaro e fatto con le foglie -o i petali non ricordo- del tempo essiccati ed arrotolati, ne erano talmente dipendenti da dover fumare ogni istante e dover accendere un sigaro ogni volta con quello che stava finendo. Lo vedo così il fumatore. Mi sembra come un malato bisognoso di una flebo, incapace di viverne senza ma come se la flebo fosse contemporaneamente veleno e piacere, lo vedo come una persona sopraffatta dal bisogno impellente di assumere qualcosa di esterno per riequilibrare qualcosa di interno, quasi come se non lo assumesse il cuore dovesse esplodere o il cervello spegnersi. Lo vedo come un malato che non si rende conto di essere malato, come uno zombie che non si sia reso conto di essere morto, lì attaccato a questa sua sigaretta a credere di aspirare la vita mentre è il fumo ad aspirarla via. Non credo di saperne rendere l’idea fino in fondo ma penso al fumo che invade i bronchi come a veder fumare l’uomo invisibile e questo fumo entrare poi nelle vene e dalle vene entrare nel cervello, negli organi e colonizzarli, colonizzane i desideri come un parassita, mille parassiti, milioni di parassiti che necessitino di nutrirsi ancora con una nuova boccata e vedo il fumatore ignaro, incapace di capire come ognuna sia un darsi ulteriormente a questo demone. Vedo il corpo marcire dentro partendo dai polmoni ed irrorando il marcio a raggiera seguendo le vene e via via fino ai capillari e mentre vedo il corpo marcire li vedo attaccati a quel bastoncino fumante come se non fosse capace di staccarsi, mi sembra uno di quei topi a cui hanno dato un tasto che stimola il piacere e che muoiono di fame a forza di stare a stimolare quello, come una lumaca attratta dal sale che a poco a poco si scoglie ed ho la consapevolezza che non servirà a nulla dirglielo, farglielo notare, perché otterrebbe lo stesso scopo.
“Quindi li vede senza speranze in qualche modo?”
Si, anche se alcuni si salvano o sopravvivono a lungo.
Capisco, ed invece come vede le donne? Come è il suo rapporto con esse?
Non credo valga la pena parlarne, non credo che abbiano questa importanza da doverne discutere, no?
“Eppure in questi incontri lei me ne ha parlato spesso, ha spesso parlato di fantasie che le riguardano”
No, non credo lo siano. Non credo siano fantasie quantomeno.
“Cosa sono se non sono fantasie?”
La seduta è finita.
“Cosa sono se non sono fantasie?”
La seduta è finita.
“Ritorneremo sull’argomento alla prossima seduta”

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Mar 052010
 

La ricerca: i più intelligenti non tradiscono, chi lo fa è meno evoluto

Le coppie – L’ultimo saggio di Satoshi Kanazawa, della London School of Economics

Se gli economisti studiano l’infedeltà

La ricerca: i più intelligenti non tradiscono, chi lo fa è meno evoluto

Davvero più un uomo è infedele, più è fesso? Sul serio i monogami hanno un quoziente intellettivo più alto dei playboy? Se è vero, in Italia siamo messi male. Se la teoria del professor Satoshi Kanazawa venisse confermata, fornirebbe una possibile (seppur parziale) spiegazione degli attuali guai nazionali. Si potrebbero serenamente incolpare gli uomini della nostra classe dirigente (cioè quasi tutta la nostra classe dirigente). Sono in maggioranza donnaioli, qualcuno si appassiona ai trans, sono comunque poco fedeli. A volte se ne vantano; spessissimo vengono giustificati e ammirati.

Il maschio femminaro (nell’inconscio collettivo e ultimamente anche nel conscio) è percepito come più potente e abile dei monogami; in molti casi viene scelto come capo. In troppi casi, viene blandito con offerte di femmine (magari consenzienti, ma non in un ruolo entusiasmante) che diventano merce di scambio tra grandi fedifraghi. Purtroppo, sostiene Kanazawa, oggi come oggi meno un uomo è fedele, meno è intelligente. Il suo ultimo saggio (pubblicato sulla rivista Social Psychology Quarterly) sarà probabilmente impopolare dalle nostre parti, ma tant’è. Il professore di psicologia dell’evoluzione alla London School of Economics sostiene che gli uomini sono sempre stati «leggermente poligami». Ora però in molti «entrano volontariamente in una relazione sessualmente esclusiva». Il che è una «novità evolutiva». Sono i più intelligenti ad adottare queste novità; e a diventare «più evoluti» (gli eroi delle riviste e dei siti di pettegolezzi non sono tanto evoluti, allora; qualcuno/a lo sospettava). Conclusione di Kanazawa: gli uomini che non riescono ad adattarsi, che cedono alle tentazioni e tradiscono sono probabilmente più stupidi. Mentre i più svegli «sono in grado di capire il valore della fedeltà» (non ci sono molti maschi svegli nei reality, e in altri ambienti; anche questo lo temevamo).

Kanazawa non diventerà un’icona culturale dei latin lover, è evidente. Ma susciterà qualche simpatia tra le donne non impeccabili. L’equazione «infedele uguale scemo» al femminile non funziona. Alle donne è sempre stato chiesto di essere fedeli a un unico compagno; anche nelle società poligame (d’ora in poi chi ha molti fidanzati o ha tradito il marito potrà spiegare «ho fatto un salto evolutivo», perché no, può darsi). E la diversità di genere, per il noto studioso, esiste eccome. Tra le sue opere precedenti spicca «Why Men Gamble and Women Buy Shoes», perché gli uomini giocano d’azzardo e le donne comprano scarpe, su come l’evoluzione ha creato diversi comportamenti e reazioni dei due sessi. Acclamato su poker e scarpe, Kanazawa ha avuto meno consensi quando si è occupato di aspetto fisico.

Il suo saggio sul «perché la gente bella ha più figlie femmine» è stato smontato da uno statistico della Columbia University; e le chance in più di avere femmine per le coppie bellone sono state ufficialmente ridotte dal 26 all’8 per cento. Ma intanto: in attesa di venire smentito su intelligenza e fedeltà da qualche scienziato seduttore, Kanazawa, nel suo ultimo saggio, mette di cattivo umore anche i monogami di centrodestra. Analizzando i dati dell’American National Longitudinal Study of Adolescent Health, ha scoperto che i giovani intervistati sicuri di essere «molto liberal» hanno un quoziente intellettivo medio di 106; mentre quelli che si definiscono «molto conservatori» non superano una media di 95, insomma non risulterebbero furbissimi (forse sono quelli che in Italia mandano a presentare le liste, vai a sapere).

Maria Laura Rodotà
02 marzo 2010

FONTE

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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