Ott 062015
 

Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare. Qualche volta mi capitava di vedere una donna o un bimbo piangere e cercavo di immaginare cosa ci fosse dietro quel volto, quale fosse la storia.
Non accadde da subito, non dalle prime volte, iniziai a pensarci solo dopo quella volta della porta misteriosa.
Sedevo sempre qui. Sulla parete alla mia destra già allora vi era questa mensola e dietro la mensola attraverso una finestra la signora dei biglietti chiacchierava e chiedeva e chiacchierava e chiedeva e chiacchierava ed io la ascoltavo ed ascoltavo le storie, i ricordi, le emozioni delle persone mentre osservavo chi sedeva sull’altra panca giusto sotto gli orari. Le ascoltavo all’epoca non mi veniva in mente di cercarle, di immaginarle, di scavare tra i lineamenti i colori dei vestiti, le espressioni delle persone ignare.
Entra una signora, ora. Porta i capelli lunghi raccolti in una lunga coda ed ha un grande cane bianco, non me ne intendo di cani ma sembra come quello delle pubblicità della carta igienica solo più grande. Sembra affettuoso e lei è distesa e sorridente. Porta un vestito grigio/marrone ma in qualche modo allegro, ricco di movimento, la maglia è morbida e larga e le maniche corte sono a sbuffo e così anche la parte attorno al seno e il collo, la gonna lunga la fa sembrare quasi una donna dei miei tempi, così larga a pieghe morbide. Fa il biglietto alla macchinetta –Dio quanto era bella la signora dei biglietti quando ero piccolo e chissà che fine avrà fatto, la sua finestra ormai è chiusa da anni– è così giovane, nel fiore dell’età la immagino felice in questo inizio estate avrà appena finito gli studi e starà andando in collina a ridere e correre con il suo cane e magari con un ragazzo. La immagino con a casa una vespa del modello vecchio, bianca e con i girasoli, non so perché debba prendere il bus se ha una vespa ma probabilmente è per portare il cane con se. La sua aria distesa distende a mia volta la mia anima mentre si siede giusto sotto la bacheca e si accorge che la sto guardando ti accorgesti che ti stavo guardando, non credo avessimo più di dodici anni e il mio sguardo schizzò sulla bacheca all’improvviso fingendo di non starti osservando. Rimasi qualche minuto ancora ad osservare i foglietti appesi sotto quel vetro mentre con la coda dell’occhio cercavo di osservare il tuo volto, il tuo profilo, cercavo di spiare se mi guardassi, di scorgere un lieve rossore, un segno, un sentore. Di non lasciarti scorgere il lieve rossore che sentivo divamparmi dalle orecchie.
Il bus arrivava sempre troppo presto e tu salivi correndo e ti sedevi accanto al tuo gruppo di amiche, io ti osservavo ancora un istante mentre salivo ed andavo a sedermi lontano in attesa di essere trasportati verso scuola.
La porta accanto alla “tua” panca mi era sempre parsa misteriosa. Nei miei sogni poterla aprire era il più grande desiderio, paura, gioia, terrore che potessero esistere. Immaginavo dietro di essa ogni volta un mondo diverso ma sempre in qualche modo misterioso, immaginavo talvolta che fosse solo uno sgabuzzino, altre volte che fosse l’accesso ad una vasta cantina che poteva nascondere di volta in volta incredibili tesori, segreti, delitti. Talvolta credevo vi si nascondesse tutta una base segreta dei militari o l’accesso ad un mondo sotterraneo, o ancora l’ingresso ad un treno sotterraneo o verso l’interno del caveau di una banca, credevo né potessero uscire mostri o agenti segreti o diavoli direttamente dall’inferno o gli antichi egizi.
Di volta in volta, qualcosa di più bello e fantasioso. Passarono anni credo da quando iniziai a fantasticarvi a quando potei scoprire l’ovvia verità.
Una volta quando mi capitò di essere lì da solo, mi alzai e furtivo mi ci avvicinai a quella maniglia sempre fingendo di osservare gli orari, rimasi immobile e teso diversi minuti prima di prendere finalmente il coraggio, ma poi infine trovai la forza di posarvi la mano quasi temendo di ustionarmi o congelarmi o che sarebbe accaduto qualcosa di terribile, che si sarebbe aperta all’improvviso verso l’interno risucchiandomi in un luogo di paura o in un’avventura alla Tom Sawyer. La abbassai il più possibile lentamente ma mentre la sentivo cigolare sentii urlare “Hei ragazzino!”. Finsi di stare perdendo l’equilibrio e di essermi appoggiato solo per quel futile motivo e mi allontanai di corsa.
Ebbi però una soddisfazione, un piccolo passo verso la conoscenza: ora sapevo che la porta era chiusa a chiave e che la signora dei biglietti ne era l’inflessibile guardiana. Lei doveva sapere cosa vi fosse dietro, doveva essere a conoscenza del segreto.

Ho dimenticato tanto nella vecchiaia, mi sembra di perdere pezzi per strada e di non ricordare la mia stessa vita, avrei voluto saperne scrivere, non perché gli altri leggessero ma per poterla leggere io ora e ricordarmi ogni dettaglio come ricordo oramai solo quelli più lontani. Forse per questo sono tornato qui, mi sono come risvegliato qui seduto.

Quella macchia accanto alla porta. Quella macchia accanto alla porta, non quella scura fatta dall’usura dallo scrostamento dell’intonaco, quella più chiara che sta sotto. Ricordo ancora quel giorno in cui Marchetto fu spinto dai bulli contro la parete.
Marchetto era un ragazzino mite e un po’ sottomesso ed era il preferito dei prepotenti, era il preferito perché si offendeva ma non poteva rispondere, perché era buono e non si sapeva difendere. Non quella volta. Quella volta li vidi arrivare dal corridoio di sinistra, schivarono per un soffio la panca dove ero seduto, Marchetto sbatté contro la panca a destra e dopo aver appoggiato il sedere alla stessa si rialzò arrancando verso la porta a vetri; i tre gradassi invece lo spinsero di lato e andò a sbattere giusto contro lo stipite sinistro. Era in lacrime ed urlava “lasciatemi stare, non vi ho fatto niente, lasciatemi stare!”. In mano aveva uno dei primi succhi di frutta Yoga, probabilmente era stato questo ad attirare su di lui le ire dei compagni. Riuscì miracolosamente a divincolarsi dalle le braccia degli aggressori e in un incredibile impeto di rabbia scagliò contro di loro la bottiglietta che andò a fracassarsi giusto in quel punto sporcando quella parete. Lo vidi aprire la porta e correre, scappare fuori e poi li vidi rincorrerlo un istante prima che tutti uscissero dal campo visivo che la porta mi lasciava a disposizione mentre si chiudeva.
Non so come sia finita perché io ero seduto sulla solita panca ed osservavo il mondo intero da lì. Me lo immaginai a correre e correre come un forsennato e poi girarsi di scatto poco prima che lo raggiungessero per stenderli con un bel pugno sul naso. Un bel pugno a testa e poi fermarsi con le mani ai fianchi a contemplare la propria opera. Non credo andò esattamente così, qualche giorno dopo lo incontrai ed aveva al braccio un gesso e portava dignitosamente un occhio pesto.
Mentre fantasticavo su questo però ero rimasto seduto sulla panca e nel mentre accadde l’inaspettato, l’incredibile. Sentii ancora una volta urlare “Hei Ragazzino!” e poco dopo sentii netto il rumore di una serratura. Istintivamente voltai lo sguardo prima verso la finestra della vendita dei biglietti e la vidi per la prima volta senza la sua signora e subito dopo verso la porta misteriosa.
Mi parve come se il tempo si fermasse o rallentasse all’estremo.
Vidi la maniglia scendere di pochi millimetri, la vidi ritornare al suo posto e poi nuovamente la inclinarsi sempre di più fino a fermarsi, come se il cigolio fosse lungo minuti, ore anni tra l’inizio del movimento e la fine della sua corsa.
Rimase ferma un secolo o due e poi la vidi avanzare un po’, rientrare e nuovamente avanzare con tutta la porta. Vidi la fessura tra la porta e lo stipite aprirsi e vidi da dentro la luce artificiale formare da prima una linea sul pavimento e poi la linea allargarsi e divenire un cuneo. Non credo vi fosse sufficientemente buio perché la luce dalla stanza risaltasse così tanto ma nella mia mente era la luce del paradiso o dell’inferno o di entrambi, la luce di un altro mondo.
Quando la porta fu aperta abbastanza ebbi la sorpresa.
Non sapevo se essere deluso o stupito o entrambi. Dalla porta non spuntò un mostro e neppure il re, e neppure il diavolo o Gesù, dalla porta spuntò la signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino.
La signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino! Ed aveva le gambe ed un corpo! Non mi ero mai posto prima il problema del fatto che potesse avere delle gambe ed un corpo sotto le spalle e mi accorsi solo ora che le avesse, che fosse una signora come quelle che prendono l’autobus, come quelle che camminano per strada, che dovesse tornare a casa la sera, avere forse dei figli un marito, una vita. Mi cambiò molto questo fatto. Capii allora che tutte le persone hanno dietro una storia, hanno dietro qualche cosa che non si può sapere, e pensai a tutto questo mentre cercava invano di far andare via quella macchia di succo ottenendo solo il risultato di allungare la striscia e sbiadirla un po’.
Anche oggi quando vedo un ombra arrivare ad oscurare il vetro della porta aspetto con ansia di vedere la sua mano raggiungere la maniglia all’esterno della porta centrale, di vedere la maniglia abbassarsi, di vedere il cuneo della luce sul pavimento ed in esso il riflesso della persona che sta entrando, quasi con lo stesso stupore della volta che si aprì invece la porta misteriosa. Questo è un signore distinto di mezza età, ha in mano un libro, il suo portamento è quello di un uomo che ha vissuto molto ma anche quello di uno che ha ancora molto da vivere. Sicuro di se ed al contempo umile. Fa un cenno alla ragazza col cane e si siede sulla panca di fronte a leggere con le gambe accavallate. Credo che questo sia il suo momento di rilassamento, il momento in cui con soddisfazione può leggere in pace forse tra una giornata di lavoro e il rientro in una famiglia piena di ragazzini allegri e rumorosi, deve averne più di uno perché sembra benestante ed ha il volto di un brav’uomo. Di certo almeno uno perché quella macchia di cioccolato all’altezza del ginocchio, di lato, sembra essere la bocca di bambino felice.
Porta scarpe eleganti come quelle del controllore che ogni giorno saliva sul bus e ci controllava i biglietti. La prima volta che qualcuno di sconosciuto mi rivolse la parola fu proprio lui “Ti piace proprio tanto quella ragazzina, vero? Perché non ti fai avanti?” disse. Io negai tutto ma aveva ragione, seduto lontano alcuni posti più dietro e sull’altro lato ti osservavo incantato, osservavo il tuo profilo dolce e la tua gota sinistra mentre ridevi con le tue amiche parlando di cosa non so. La osservavo gonfiarsi e sgonfiarsi, osservavo la fossetta crearsi e ricrearsi, riuscivo a vedere anche i bianchi denti talvolta.
Era come un sogno, e parlarti era come interromperlo, e poi parlarti come, dicendoti cosa?

Ti scrissi un bigliettino, non ricordo le parole, sono passati decenni, ma ricordo ancora dove lo misi: sotto la bacheca, poco più a destra del centro vi era una fessura tra il muro ed il legno, giusto sopra a dove in genere ti mettevi. La vedo ancora da qui seduto quella fossetta, il mio scrigno del grande sogno, sperai per giorni che lo notassi, sperai per giorni che facesse da ambasciatore, da colomba, da messaggero. Ma non accadde mai che ti accorgessi della sua presenza. Non ero sicuro neppure che davvero mi avessi mai notato quando avevo l’impressione che i nostri sguardi si incrociassero.
Poi non ricordo molto altro di quel tempo, come se anche questo sia stato cancellato, non ricordo per quanto andai avanti in quel sogno.

Fu solo molti anni dopo, quando ti incontrai, quando ci incontrammo di nuovo e ci amammo che ti portai a prendere quel foglietto e a leggerlo per riderne assieme, ma la tua reazione non fu quella che mi aspettavo.
Stavamo assieme da un po’, non ricordo quanto tempo e tu non credevi che il mio pensiero di te durasse da ormai anni, credevi ti prendessi in giro, fu per questo che ti portai qui, in questa piccola stanza di questa stazione e una volta arrivati alla bacheca ti chiesi di guardare sotto, di vedere il piccolo pezzetto di carta incastrato nella fessura, niente di più di un biglietto del bus con sopra una scritta. Io ridevo, lo trovavo divertente ma poco dopo che le tue dita tastarono la carta e riuscisti ad estrarre ed aprire quel messaggio la tua reazione fu completamente diversa da quella che mi aspettavo: scoppiasti in lacrime abbracciandomi come fosse stata la rivelazione più grande di tutti i tempi, lacrime di emozione, di commozione, di amore immenso scaturito come cascata dal tuo volto. Sentii il calore del tuo respiro sul lato del mio viso e la morbidezza del tuo corpo stringermi forte, sentii le tue lacrime scorrere sulla mia guancia, il profumo del sale e della tua pelle e “Grazie, grazie, grazie”. Fu la prima volta che ti sentii pronunciare le parole “ti amo” la prima di una vita che però sta cadendo a pezzi momento per momento.
Li sto perdendo tutti, li sto perdendo tutti i ricordi di te se non quelli legati a questa panchina e a quel giorno in cui piangendo mi abbracciavi e quell’altro giorno in cui ci hai lasciati. Non ricordo il momento in se, non ricordo il giorno ma l’assenza successiva. La mancanza. Per anni, decenni hai portato al collo una medaglietta con dentro il mio bigliettino, quel giorno -da quel giorno- l’avevo io in mano, una mano non ancora vecchia come quella di oggi ma ancora più tremante. Una medaglietta e due o tre ricordi sono l’unica cosa che mi resta di te, l’unica cosa che resta di te se di noi quello che resta è il ricordo.

L’ho ancora al collo ora. Non l’ho mai aperta, come la porta misteriosa ho sempre temuto ne uscissero mostri, ricordi terribili per quanto belli, ricordi che mi facessero precipitare nell’abisso dentro di me, ricordi che mi facessero sorridere e rimpiangere di essere ancora qui dopo tutti questi anni. Ma non è forse di ricordi che sono in cerca ora? Non è forse per i ricordi che il mio corpo in un momento senza mente ha voluto portarmi qui?

L’assenza. Come è possibile ricordare un’assenza ancor più di una presenza? Una mancanza ancor più che un’intera vita?

Osservo le mie mani tremanti mentre si avvicinano al mio collo, mentre armeggiano per trovare la catenella. La temo e la bramo, ne fuggo e ne desidero la scoperta e mentre le mani tremano la sento cadere e sbattere nuovamente sul mio petto, poi di nuovo le mani a muoversi quasi ansiose quasi non fossero le mie quasi a vederle osservando il mondo da fuori da seduto su una panca di una stazione mentre ti passa accanto.

Sono vecchie le mie mani, tremanti e vecchie e secche mentre premono il tastino sul lato e la aprono
Armeggiano e mentre il pendaglio si apre vi vedo dentro due piccoli foglietti.
Le mani ne prendono uno e lo aprono, lo conosco, è un biglietto dell’autobus, un biglietto vecchissimo e sopra vi è scritto “Ciao, mi piaci. Se mi vuoi conoscere domani vieni qui con un fiore!”.
Sento scendere una lacrima lentamente mentre osservo le mie mani ancora. Hanno ripiegato il foglietto ed una lo tiene tra l’anulare il mignolo e il palmo mentre entrambe stanno aprendo l’altro. Un altro biglietto dell’autobus, vecchio ma non antico.
“Non avere paura, ti ho cercato amato e conosciuto anche senza un tuo messaggio, dove vado io non c’è bisogno di ricordi, né di paure”.
Vedo un ombra avvicinarsi ora ad oscurare un po’ il vetro della porta da fuori, è un ombra bassa di una ragazzina, la vedo alzare il braccio verso la maniglia e vedo la maniglia abbassarsi senza fare alcun rumore. Vedo anche la maniglia non abbassarsi e mentre osservo la porta aprirsi so che non si sta aprendo affatto.
La vedo lo stesso, la vedo entrare la bambina od attraversare la soglia chiusa, cammina verso di me e ne osservo l’assenza di un riflesso sul pavimento. Sorride, sorridi.
Hai un fiore tra i capelli, un fiore di lavanda, e mentre mi alzo dandoti la mano mi accorgo che anche io sono un bimbo.

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Set 122015
 

La sua infanzia non fu delle più felici, non che le mancassero gli affetti, i giochi, gli amici, non che la sua famiglia fosse particolarmente povera o disattenta, la causa scatenante fu certamente un evento della durata di poco più di quindici minuti, una frazione di questi quindici minuti durata forse non più di dieci. Una visione sola di un solo istante e di nuovo tutto ciò che ci sta attorno dilatato nuovamente in quello che significavano quei quindici minuti ed infine verso tutto il resto della vita a partire dal centro del tempo, del corpo, dell’energia, dal centro dello stomaco. La sua nascita fu semplice e veloce e in breve si trovò tra le braccia di una mamma medio borghese e di cultura abbastanza alta e quelle di un padre altrettanto medio borghese ma di una cultura ben più elevata, una famiglia ricca sia del tempo che delle sostanze, una famiglia accogliente e di sani principi, quasi da film americano. Non sempre però è tutto questo quello che serve ad una figlia per crescere o non sempre tutto questo può rimanere il tempo giusto per darle il tempo di conoscere il mondo ed abituarvisi. Crebbe come una bimba felice e sorridente, lo fu sempre in ogni fase della sua vita ad eccezione di quella fase dell’adolescenza che quasi tutti passano, la fase degli scontri generazionali, della ricerca dell’identità, e della fuga da qualcosa che in lei risultava irrisolto ed incomprensibile. Dimenticato e al contempo indimenticabile. Quest’ultima, la presenza costante di un mostro, per fortuna della maggior parte delle persone non è una fase fondamentale, ma fu questa probabilmente la cosa che la rese ciò che fu, nel bene e nel male. Nella forza e nella debolezza qualunque delle due parti fosse l’una e qualunque l’altra. Erano tempi di un passato quasi fiabesco in cui ancora i ritmi erano blandi, in cui per comunicare si usavano lettere di carta, telefoni con i fili, tempi in cui era necessario essere in casa per ricevere una telefonata ed aspettare per ricevere risposte scritte, tempi in cui si comunicava a parole e discorsi e non a faccine ed abbreviazioni. Suo padre però aveva la consuetudine pochi istanti prima di tornare a lavoro di alzare la cornetta del telefono e fare il numero di casa, un singolo squillo e da quel momento partiva il tempo. Mathilde da quell’istante contava quindici minuti esatti, non uno di meno e non uno di più e poi correva alla porta ad attenderlo, puntualmente sentiva le chiavi appese alla cintura di suo padre tintinnare su per le scale, fino a davanti alla porta, poi nuovamente tintinnare più forte e la serratura girare, la porta aprirsi e poi vedeva spuntare quelle grandi manone forti e la pancia tonda ma non grande sovrastate da due spalle grandi e lontane lontane lassù in alto e più in su ancora la sua barbuta faccia allegra che si avvicinava scendendo, abbracciandola e dandole un bacio grande sulla fronte. Quella volta accadde qualcosa di diverso. Quella volta suo padre doveva passare a prenderla per portarla al compleanno della sua migliore amica e lei era vestita a festa, il vestito intero azzurro e rosa con la gonna poco sopra le ginocchia, la schiena un po’ scoperta e le braccia completamente. Di profilo un po’ di seno iniziava a spuntare in un misto di apprensione e di aspettativa, sentiva di stare crescendo di fuori ma si sentiva ancora bimba dentro ed il rossetto un po’ vistoso e le unghie con lo smalto colorato di colori vivaci aumentavano questo contrasto in modo visivo e lo facevano uscire dalla sua testa per concretizzarsi. Non avrebbe mai più indossato dello smalto colorato, né un rossetto forte, ne molti altri dei trucchi che ne modificavano la gioventù e la facevano essere quasi adulta e al contempo bimba ma non avrebbe ricordato per anni il perché di questa scelta inconsapevole. Quella sera i quindici minuti passarono in fretta, come se l’orologio corresse, come se il mondo precipitasse in fretta verso una singolarità nel tempo e passata quella al contrario parve dilatarsi, rallentare, rallentare fortissimo e disperdersi. Poi squillò il telefono, squillò di nuovo mentre mamma si avvicinava lentamente come già aspettandosi qualcosa, bianca in volto “pronto”, disse. E niente altro per un tempo interminabile e poi “va bene”. Si vestì in fretta, senza dire nulla, con il volto come congelato, immobile, inespressivo. La spinse dolcemente ma risolutamente in macchina e la portò alla festa. Attese qualche istante dopo che la porta della casa che ospitava la festa fu chiusa ma non abbastanza perché l’urlo non si sentisse sopra al rumore del motore dell’auto accesa, sopra la musica e le urla dei ragazzini, non lo sentì quasi nessuno, tranne Mathilde che lo dimenticò secondi o anni dopo. Suo padre non era più. Vi era da qualche parte un corpo privo di una mente, di un’anima, di una personalità, un corpo spento che non poté più abbassarsi a stringere, né a baciare ma non le fu concesso di saperlo, non le fu concesso di salutarlo, non le fu concesso nulla di quello che forse sarebbe bastato a salvarla. Qualche ora dopo la madre tornò a prenderla. Dal suo punto di vista l’aria degli adulti era particolarmente mesta, non solo quella di sua madre ma quella di tutti indistintamente; aveva passato la festa mangiando per non parlare con gli altri, per non dover spiegare perché non avesse voglia di giocare, per non spiegare che era offesa perché era accaduto qualcosa e nessuno aveva avuto la decenza di spiegarglielo ed ora tutto quel cibo pesava nel suo stomaco come un macigno enorme mentre nella conferma di uno stato alterato del mondo la sacca si stringeva in un pugno. Sua madre la portò a casa e dopo averla lasciata in camera si chiuse a sua volta nella propria nel silenzio. Non disse una parola per tutto il tragitto, non disse una parola in casa mentre la casa stessa era come un enorme cuscino schiacciato sulla faccia della vita che era esistita fino a quel momento. Solo un tempo lunghissimo più tardi bussò alla porta e disse “Mathilde, ti devo parlare, è successa una cosa a papà” le raccontò una favola come la si racconta ai bambini, le raccontò che suo padre se ne era andato via e che non sarebbe tornato mai più. I bambini non temono la morte, i bambini hanno piena coscienza della morte del cessare di esistere e lo vivono come un fatto naturale, triste ma naturale, è tutto ciò che gli adulti vi costruiscono sopra a creare il problema e questo fu il suo personale di problema, il suo specifico, enorme personale problema, non il fatto che suo padre non sarebbe tornato. Non il fatto che suo padre avesse cessato per sempre di esistere. Il mondo era improvvisamente divenuto falso. Il mondo stava improvvisamente mentendo. Ascoltò sua madre parlare e piangere e parlare ancora e giustificarsi per cose inesistenti e piangere ancora fino a quando concluse “C’è pronto da mangiare. Ti va di mangiare qualcosa? Non mangi da un po’. Vai a lavarti le mani”. Annuì e il suo stomaco ancora pieno, bloccato si strinse fino a divenire una nocciolina. Si alzò e andò in bagno: fu questo il momento. Questo e nessun’altro. Lo stomaco orma pieno, bloccato, cementificato volle svuotarsi e lei si chinò a vomitare nel gabinetto, in un misto di schifo e liberazione, di sofferenza e di gioia, di acido e liberatorio. Si pulì la bocca con la carta igienica e per un istante si fermò dicendo “Mam…” e poi pensò che forse sarebbe stato peggio per entrambe. Fu la prima volta che si sentì grande, fu la prima volta che ebbe il sentore che avrebbe dovuto cavarsela da sola nella vita. Ma il momento nel momento, il momento chiave di tutti i momenti fu quando allungò la mano, prese distinto l’asciugamano di suo padre e vi pianse dentro. Quando l’odore della pelle misto al dopobarba entrarono dritti nel suo cervello, entrarono come un colpo di pistola, come una penjet di benzodiazepine diretta nell’ippocampo e le lacrime di rabbia, di impotenza, di gioia sgorgarono contemporaneamente come in un fiume di emozioni. Suo padre sembrava ancora lì, ancora presente, era in definitiva davvero parte di lui e attraverso i polmoni entrava in lei. “Mathilde! Dai è pronto!” era lui ad averle dato quel nome, il nome di un asteroide scoperto cento anni prima. Nascose l’asciugamani nel suo posto segreto e come se niente fosse andò a cena.

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Lug 122015
 

Ti osservo da un po’, sei lì, seduto immobile con gli occhi chiusi.
È ora di svegliarsi mio amato, è ora di vegliarsi.
Scuoto il pavimento.
Ti osservo mentre improvvisamente apri gli occhi, lo sguardo allucinato con il quale ti guardi attorno, spaventato attonito incredulo nel buio.
Ti osservo.
Senti il morbido di quel molle pavimento sotto il tuo corpo.
Viscido.
Senti le pieghe morbide e tumide su cui sei seduto.
Viscido.
Ti osservo mentre come cieco abbassi le mani e lo tocchi, ne saggi la consistenza, cerchi di comprenderne il significato mentre la tua mente torna lentamente attiva, lentamente.
Ti metti a carponi mentre speri che il tuo sguardo si abitui al rossastro buio che ti circonda.
Ti metti a carponi e tocchi
viscido
ciò che ti circonda.
Vedo nei tuoi occhi la paura, il dubbio, l’incomprensione prima e poi lentamente montante dal nulla all’estremo il panico.
Ti alzi in piedi e urli a squarciagola, urli, urli come se qualcuno potesse sentirti ma solo io
dentro di me
posso sentire la tua paura il tuo terrore.
Guardi la discesa di fronte a te, il buco pulsante e scuro che ti porterebbe dove non puoi sapere e mentre gli occhi si sono abituati sono più grandi, più veloci
si muovono senza tregua attorno con le tue mani, con la tua testa con il tuo collo
scivoli
per un momento scivoli verso la fossa
il buco
l’uscita sbagliata
ma ti aggrappi, ti aggrappi alle tumide pieghe rosse e non cadi
ti arrampichi, sali, ti arrampichi e torni in posizione sicura.
Ti osservi attorno circondato di questa molle situazione mentre osservi in alto e guardi l’altra possibile uscita.
Sei nella follia del panico
sei nel non controllo della paura
sei nell’ossessiva ricerca di comprensione di qualcosa che non puoi capire
urli ancora.

Urli.

Calci la parete molle accanto a te, le dai pugni, le dai calci ancora e ancora pugni urlando e non ti accorgi che in tutto questo si muove
ciò che ti circonda si muove e si agita mentre io ne godo
ma non è ancora il momento di lasciarti andare, non è ancora il momento.

Ti fermi e controlli nelle tua tasche ciò che puoi avere.
Nulla ovviamente
ma tu controlli e speri ricordando di aver scordato qualcosa

Ti siedi nuovamente sconsolato.
Con una mano carezzi una molle piega su cui seduto mentre sei sovrappensiero e questa ancora in uno spasmo si muove,
ti sposta, ti allontana
gioisco nel mentre
sorrido
Il tuo sguardo si rabbuia qualche istante, vedo le tue sopracciglia avvicinarsi tra loro, le pupille puntare verso il basso come a cercare concentrazione, il tuo sguardo si sposta leggermente di lato, verso destra,
ricordo quella tua espressione, quella di quando frughi nella tua testolina a cercare un’idea, un ricordo, un appiglio.
Non mi serve supporre o immaginare ciò che stai per fare ed infatti porti la mano alla fronte e ti massaggi le sopracciglia mentre osservi qualcosa di inesistente oltre la tua mano o meglio dentro la tua testa. So già contare i secondi che ti ci vogliono prima di vederti alzare, togliere la mano dalla faccia e guardare in basso col collo incurvato quasi a guardare così in basso da guardare sotto il tuo stesso braccio poi dopo aver fatto due passi provi ad arrampicarti sulla superficie ruvida e ricca di pieghe e mentre ti arrampichi le pieghe stesse si allargano, si muovono, si agitano sempre di più ed io ti osservo e rido e penso a quanto ti amo e quanto nella mia vita tu sia stato un punto di riferimento e al contempo rido di questa tua situazione.
Rido
e mentre rido tutto attorno a te si muove ancora si agita come se ciò che ti contiene fosse preso da convulsioni
ma non è ancora il momento, sto godendo della situazione ma come se stessi facendo l’amore con te non voglio arrivare subito al momento fatidico, voglio gustarmi ancora la tua situazione mentre scivoli e ricadi nuovamente sul fondo e scalci a terra e dai pugni con la faccia della rabbia, con la faccia di chi vorrebbe una mazza per spaccare tutto anche se non c’è niente.

Ti fermi.

Osservi.

Per un istante hai nuovamente l’aria di chi ha capito e ricominci ad arrampicarti, incessantemente nonostante le scosse, nonostante i movimenti inconsulti sali attaccato come un ragno o un geco alle pieghe e mentre queste si muovono, mentre si scuotono, mentre cercano di cacciarti tu resti aggrappato fina a giungere quasi all’uscita.

È quello il momento in cui una scossa più forte mi dice che è il momento del piacere
il momento in cui ti lascerò andare fuori per sempre dalla mia vita
il momento in cui il mio stomaco ti sputerà fuori da questo mio mondo nel cesso di un bar schifoso dietro la cui parete amici sorridenti ed ignari mi aspettano.

E ti osservo mentre risali il mio esofago impigliandoti un istante nel cardias come per trattenerti, spinto dagli acidi in cui neppure ti accorgevi di essere.

Mi sembra di vederti un istante in mezzo alla cena di questa sera mentre premo il tasto dello sciacquone, mi sembra di sentirti urlare mentre soddisfatta mi pulisco la bocca e risistemo il trucco, mentre la bolla attorno a me scompare.

Ora posso tornare a sorridere, ora posso tornare da loro.

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Apr 142015
 

Sono stato a non so quanti concerti nella mia vita, e non so con quante persone nel tempo, nello spazio, tra le dimensioni.
I concerti per me si dividono in due macro categorie, la prima è quella in cui vado ad ascoltare musica, la seconda è quella in cui vado a incontrare musica.
Oggi sono qui, la folla mi attornia, di fronte a me una ragazza dai capelli ricci mi ricorda qualcuno, si muove come immersa nel mondo del suono, la vedo sorridere pur non vedendone il volto e ne riconoscerei il sorriso. Accanto a me una vecchia amica con cui condivido una passione del tutto musicale e di ricordi di mare, di monti, di tramonti Corsi e dell’odore di quel fuoco, e di fonte a lei immancabilmente la donna più alta del mondo a spostarsi ovunque lei vada. Due donne nascondono il loro affetto reciproco che non è d’amicizia pura e tra rockers e persone raffinate la folla si mescola in caleidoscopiche combinazioni di colori e di volti, persone si muovono all’unisono pendendo dalle labbra di una cantante non più così giovane come un tempo ma d’una carica immensa, ed io lì al centro di un mondo fino. Non saprei come descriverlo con una parola diversa. Fino come carta velina e sfocato e distante come lo sfondo di un ritratto in primo piano, io sono lì accanto alla sua voce, neppure il suo volto e niente esiste attorno, non esistono le braccia fini della ragazza di fronte a me, non esiste la mia amica, le due amanti, non esistono i metallari e le signore raffinate, i cartelli, e i salti.
Da fuori devo sembrare del tutto intontito, silenzioso, spento mentre dentro si muove un mondo di immagini colori e sensazioni e ricordi di mare di chitarre di un letto grande del volto di una vecchia amica che non vedo da troppo tempo e che continuerò a non vedere per troppo tempo ancora e che forse incontrerò un giorno altrove, da un altra parte in un altro quando dove e perché.
Non è così magra come un tempo sul palco la voce, formosa più di quando faceva preoccupare il suo pubblico e con quel vestito mi ricorda un altra voce accanto all’orecchio a suonare quella chitarra per me, all’orecchio, mentre con pezzi di specchio distrutto tra le mani cercavo immagini che mi dicessero chi ero e non le vedevo, le ombre ne nascondono il volto e le labbra si trasformano in quelle labbra che sapevano ascoltare e parlare e dire e amare pur senza amare ed essere salvezza costante. Sento quella chitarra acustica lontana da tutti i suoni entrare dentro come un pugno, come quel pugno che sentisti dentro un giorno davanti alla porta di casa quando pronunciai quelle parole. E scivolo nei meandri di altri istanti di un auto a vagare per ore nel nulla di un mondo che era tutto tra le due porte e nulla al di fuori.
“Accontentarsi di niente” è una frase che ruota nel cielo di questo ambiente chiuso azzurro di nuvole chiare d’un giorno d’estate tra i papaveri “accontentarsi di niente” in qualunque modo tu voglia leggerlo è la risposta. Tra lo scegliere di arrendersi o il lottare all’infinito e ruota nell’essere, nell’etere, come sdraiato sopra di me fiori a forma di mani a muoversi nel vento creato dai suoni ed il sole delle luci e dell’amore che viene scagliato da un palco quasi sputato di rabbia e per questo vivo.
Ho passato anni ad accumulare ricordi, ho passato anni a vivere mondi diversi unendo in me infinite esperienze cozzanti diverse intersecanti che esplodono in momenti in cui vivo la musica o creo e poi d’un tratto quasi un istante dopo essere iniziato, due ore e più tardi, le urla gli applausi ed accanto a me ancora la mia vecchia cara amica, le due amanti segrete e tutti gli altri mentre si accendono le luci ed è ora di tornare.

 

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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