Giu 182016
 

Non se ne andrà questo senso di fallimento.
Sono stato in un luogo, oggi. In un prato in cui ho fatto l’amore con te anni or sono.
Di nascosto da un mondo. Non lo ricordavo.
Come un pugno nello stomaco il mondo ancora una volta si è voltato.
Ancora una volta
mentre  sei lontana.

Scrivo.

Scrivo di un sogno in cui t’incontrai tanti anni prima,
il mio primo ricordo d’infanzia su cui costruire un altro mondo che potrebbe portarmi lontano.
Ne mancano ancora due da raccontare ed un mondo.
Lontano.
Racconto di te,
di ciò che sei stata in un altro mondo ancora
di cosa sarei stato senza incontrarti
poi il mondo si volta nuovamente.

Il mondo si volta.
Ancora una volta.

Si aprono porte,
si aprono nuove porte,
grandi porte.

E chi mi guarda vede quello in cui tu mi trasformasti,
non il fallimento di aver perduto me stesso in questo mondo.
Chi mi guarda ci crede davvero, più di quanto io
-miscredente possibilista-
possa mai credere.

Chi vede non sa nulla di cosa c’è dietro tutto questo muro
dietro questi mondi.

Ve ne sono altri, è vero, vivo tra i mondi, tra i monti, tramonti, tra morti, tramortiti sentimenti ritorti.

Non se ne andrà il senso di aver fallito,
e non importa se vincerò il mondo,
se conquisterò la vetta.
In tutto questo avrò fallito.

Non importa perché tornerai,
lo hai sempre fatto.
E te ne andrai in un altro mondo.
In un altro modo.

Forse mostro, forse musa, forse sogno, forse solo una foto nel tempo, forse tutto questo assieme.
E fallirò ancora.
Anche sull’olimpo.
Anche conquistato il mondo avrò sempre e comunque perduto il mio unico desiderio.

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Set 022015
 

Non accadde nulla quella sera.
Nulla che valga la pena raccontare.
Nulla che possa rimanere nella storia se non la tua inconsapevole scelta di portarmi a vedere un qualcosa che non sopporto.
Non vi fu nulla da tramandare ai posteri in un racconto, una poesia un ricordo vivido che abbia un senso scrivere su carta, non perché tu non valga, non perché tu non fossi bella, non perché qualcosa fosse andato male, semplicemente non accadde nulla.
Ci fu però l’odore della tua pelle, forse complice il caldo, forse complice la vicinanza fisica, forse complice il vento, o il silenzio o qualcos’altro che non so, o qualcos’altro ancora.
Ma c’era l’odore della tua pelle e attorno niente altro, non c’erano migliaia di persone, non c’erano nel cielo fuochi non c’erano le chiacchiere che facevo con qualcun’altro di cui neppure ricordo il nome, non c’era il rumore né il silenzio, né la presenza né l’assenza. Se qualcosa c’era oltre all’odore della tua pelle era l’inesistenza di tutto il resto.
Non c’era il tuo sguardo verso un altro, le tue domande a lui, quel lieve sentore di intesa quell’interesse velato poi non troppo.
C’era l’odore della tua pelle che penetrava nelle mie narici creando vortici di esplosioni luminose, che attraversava i pori stessi della mia pelle, l’epitelio olfattivo dentro di me, dentro la mia faccia, dentro la mia testa teso come quando sulla schiena i muscoli e la pelle si tendono nell’eccitazione o nella paura, ogni neurone olfattivo a correre abbracciato ad un altro come in un circolo di esaltati, come fighette ad un concerto di una boyband.
Ogni neurone olfattivo a spingere nel cervello un ago indolore pieno di sostanze psicodislettiche.
C’era solo questo e niente altro, e le conseguenze di questo, e qualcos’altro di me a muoversi in basso.
Non accadde niente, probabilmente non accadrà mai più.

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Giu 152015
 

Tengo chiusi gli occhi ancora un po’, attorno a me il buio filtra tra le palpebre ed il silenzio mi avvolge, lo vivo, me ne lascio pervadere, mi lascio attraversare mentre osservo i tuoi occhi.
Capita talvolta osservando troppo un flash, una luce forte, il sole che questo si imprima in qualche modo sulla retina e che chiudendo gli occhi essa appaia ancora impressa come dentro le palpebre, come sospesa a qualche centimetro dagli occhi a seguirti in qualunque direzione osservi. Tutto ciò che vedi non puoi che vederlo attraverso quella palla al centro in qualche modo iridescente, mutante ma stabilmente immobile al centro del tuo sguardo.
Sono così i tuoi occhi per me, immobili al centro, privi quasi di un viso che resta evanescente, bianco quasi trasparente, nascosto nel buio come un fantasma. Al centro i tuoi occhi non chiari eppure neppure scuri di un colore indefinibile perché definirlo sarebbe come perdersi nell’infinità di un abisso,  così vivi da non poter non esserne attratto come due buchi neri in grado di assorbire la luce ma non come buchi neri perché in grado di emettere una brillantezza che neppure alla perla più preziosa sarà mai concesso; indefinibili perché impossibile osservarli senza  sentircisi l’anima trascinata giù e al contempo impossibili da non osservare per comprenderli.
Li vedo ancora qui, di fronte a me dagli occhi chiusi e non voglio sporcare questa vista col mondo, mi sento quasi soffocare da questa immensità come un peso sulla trachea come se l’aria pesasse, come il silenzio di tutto questo fosse così eterno da non aver bisogno di essere conservato nei ricordi.
Apro lentamente gli occhi, perché so che infine prima o poi lo dovrei fare comunque e nel buio assoluto vedo ancora queste due immense sfere, questi astri lucenti ed attorno ad essi sfumato un volto bianco, truccato per sembrare più smunto, un volto quasi impercettibile.
Provo a ruotare lentamente lo sguardo ma ancora, ovunque vedo i tuoi occhi, quegli occhi che ormai sento in qualche modo miei, come fossero parte di me. Resto ad osservarli ancora mentre i miei si abituano lentamente, molto lentamente al buio. Penso ai pochi istanti passati assieme o ai moltissimi, penso a cosa sei stata o sono, o siamo mai stati, e mentre penso mi accorgo che nulla di questo conta quanto conta ciò che vedo ora, ciò attraverso cui vedo ora.
Il senso di stretto alla gola si fa più pressante, non lo comprendo ma non rappresenta un problema in grado di distrarmi mentre il tuo volto si avvicina, truccato in modo stravagante davvero e poi si allontana un po’ e torna ad avvicinarsi ancora, osservo le occhiaie attorno a quei due portali verso l’infinito, così scure mentre la testa mi gira, mi gira mentre il tuo volto immobile ondeggia con me stabile al centro, si avvicina lentamente, si allontana, si avvicina.
Osservo le sopracciglia, la fronte liscia mentre gli occhi si abituano ma comincio a scorgere qualcosa che non torna, qualcosa di te che non ricordavo, una cicatrice che mi fa arrivare alla mente ricordi improvvisi che mi fanno sentire ancora più il peso di quest’aria assente.
E mentre quel volto si avvicina, si allontana mi accorgo che lentamente il tuo sguardo è scomparso nei meandri di un ricordo di un istante di un passato di un sogno di una racconto di una fiaba di un libro non scritto e quel volto, bianco, smunto, con nere occhiaie mi accorgo essere lentamente il mio che si allontana, si avvicina, si allontana, si avvicina.
Provo ad alzare una mano per toccarlo, per toccare il mio ma non mi è possibile e mentre dondolo avanti, ed indietro, avanti ed indietro davanti allo specchio di questo armadio ricordo all’improvviso di un anello che portavo al collo e che non vedo più nel riflesso al suo posto, di un anello che vedo ondeggiare in alto dietro la mia nuca legato al filo che lo reggeva, legato a qualcosa più in alto e che non vedo nel buio, mi accorgo l’aria nei polmoni non c’è più, che i polmoni non chiedono più aria. Mi accorgo che non so come io sia finito qui se per errore o desiderio ma che non rivedrò più quel ricordo di un istante di due immensità e del loro sorriso lucente e del riflesso del mondo attraverso di esse.

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Mag 302015
 

Non ho voglia di svegliarmi, non credo sia ancora il momento, voglio rimanere ancora qui un po’ nel letto a ricordare la serata di ieri.
Quando mi sono vestita per lui e…
…cos’è successo ieri? Perché non riesco a ricordare?
Il letto non è affatto morbido, ed è freddo, ed ho un dolore forte al centro del petto.
Dove sono?!
Attorno a me buio, non sento il ticchettio della sveglia, ma è qui, la tocco ma sono sul pavimento e attorno sento solo la sveglia che non fa rumore e non sento le fughe delle mattonelle.
Sono seduta e gli occhi si stanno abituando all’oscurità, il pavimento di questo luogo è nero e lucido, somiglia a vetro ma è in qualche modo più solido del vetro, quasi fosse una pietra vetrosa, liscia, infinita. Non vedo niente altro attorno a me. Tranne la mia sveglia a terra, ferma a segnare le dodici, mezzanotte credo data la stanchezza che sento nel corpo.
Mi guardo attorno e mi viene da piangere perché non so cosa fare qui, non c’è lui, non ho modo di contattarlo, e non c’è nessuno.
Hei?! C’è nessuno?! C’è nessuno qui? Dove mi trovo?”.
Sento il mio cuore battere forte e tremo, l’aria mi manca.
“Calmati, su, calmati, cerca di capire cosa è successo, calmati”
Mi alzo e comincio a camminare, mi sento tremare, sento caldo, freddo.
Cammino avanti ed indietro in questo buio, in questa assenza di mondo, cammino e non riesco a stare ferma, avanti, indietro, avanti indietro, ma dove vado?
Calmati, calmati, ragiona, calmati
Mi viene da piangere, mi viene da piangere e non so cosa fare.

Poco distante comincio a scorgere un grande specchio, mi ricorda l’armadio a specchio che ho in camera ma ha più le proporzioni di una porta. Cos’altro ho da fare se non andare a vedere di cosa si tratta?
Cos’ho da fare se non andare a vederlo?
Porterò con me la sveglia, per quel che può servire, è pur sempre un pezzo della mia vita, anche se in questo momento ricordo solo la sveglia e che ero uscita per lui. Non ricordo il suo volto, non ricordo il suo nome e non ricordo il mio, e non ricordo chi fossi io ne niente altro, forse ho preso una botta, non ricordo di essere una che beve molto ne che si droga.
Non mi hanno drogata, non mi sento drogata, mi devo calmare
Il mio lavoro è invece qualcosa che ha a che fare con … una stella, un simbolo, alloro.

Mal di testa, una fitta, alla testa ed al petto, sto sudando tantissimo, sento l’odore del mio sudore, e il freddo.

Sono arrivata allo specchio, è grande pressappoco come una porta ma privo di maniglie, ha solo un bordo dove potrebbe esserci quello di una porta stessa ma dietro c’è un pannello nero e niente altro. Si tratta di un normale specchio per quanto sembri spuntare dal pavimento con soluzione di continuità.
“Uno specchio.”
Sono una bimba?” Una bimba un po’ gotica però. Appena truccata indosso una maglia con sbuffi di pizzo sul petto e maniche fini quasi trasparenti, una gonna a falde di stoffe delle varie tonalità del nero, asimmetrica e degli stivaletti con il tacco, il tutto in toni di nero.
Qualcosa mi dice che non sia un vestiario tipico per una bambina che potrebbe avere meno di dieci anni.
La mia pelle è stranamente bianca, quasi da bambola di ceramica e con i capelli lisci e biondo scuro do l’impressione di una metallara un po’ prematura, anche se non porto unghie nere o borchie o pendagli strani.
Mi siedo dando le spalle allo specchio e metto le faccia tra le mani.
Devo riuscire a ricordare chi sono, da dove vengo, cosa ci faccio in questo strano ambiente, è come se questo specchio ne fosse in qualche modo l’entrata, o l’uscita, il talismano, il centro. Il centro di un nulla però.

Le mie mani
Le mie mani non sono quelle di una bimba, le dita sono lunghe, fresche di manicure, affusolate, porto unghie perfette, di media lunghezza e con le cuticole ben curate
-“Di chi sono queste mani?“- smalto trasparente.
Formicolio che attraversa le spalle, muscoli che si irrigidiscono, mi alzo e mi allontano dallo specchio, cammino, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti ed indietro.
Calmati, calmati
La gamba che involontariamente vibra, si muove
Chi cazzo sono?! Chi sono?!” urlo.
Il vestito è quello che ho visto ma non sono una bambina, non ho gambe da bambina, non ho il petto piatto di una bambina.
Ma non so chi sono.
Mi giro di scatto a guardare nuovamente lo specchio, e mi vedo adulta, indosso un tailleur grigio antracite, con una borsa bauletto più chiara, e delle scarpe nere con tacco, i capelli raccolti di lato sulla spalla destra, credo abbia a che fare con il mio lavoro, ma il mio corpo, quello reale, quello che posso toccare continua ad essere vestito di nero, con quella gonna, quei tacchi quelle maniche.
Il mio riflesso si muove come me, ha le stesse unghie curate, la stessa espressione perplessa ma indossa un vestito da rappresentanza, nel riflesso, dietro di me compare per un istante un cartello con scritto “Agenzia investigativa HL”.

Mentre il cuore comincia a battere meno forte sento forse l’ultima goccia di sudore scendere dall’attaccatura dei capelli giù per il mio visto, sfioro le labbra con la mano e riaffiora qualche ricordo.
Agenzia investigativa HL

Stavo seguendo un caso, un uomo aveva ucciso diverse donne, o almeno diverse donne erano morte: due? Tre? Forse anche una bambina.
Investite
Lavoravo da poco per l’agenzia, una giovane spavalda rampante appena arrivata, ma pare che quell’uomo prediligesse giusto le ragazze giovani ed io potevo sembrarlo ancora più di quanto lo fossi. Si fidavano di me perché avevo una buona capacità di correlare dati ma non ero mai stata sotto copertura, non è neppure una pratica che queste agenzie facciano in genere, troppo rischioso. Eravamo stati ingaggiati da una famiglia la cui figlia era scomparsa, all’inizio avremmo dovuto solo trovarla ma quando la trovammo schiacciata ci chiesero di proseguire l’indagine senza coinvolgere le istituzioni ufficiali. Credo che il mio capo accettò solo per l’offerta economica notevole, perché invadere questo genere di indagine per un’agenzia rischia di essere più un danno che un guadagno.
Non eravamo mai riusciti a risalire all’auto perché le stordiva o uccideva prima di investirle e quindi non faceva danni tali da dover riparare il mezzo o comprare ricambi, e non avevamo neppure idea di che modello fosse. Gli omicidi che supponevamo essere stati effettuati dallo stesso autore erano avvenuti in posti apparentemente slegati tra loro, nessun legame se non il gusto nel vestirsi di nero, e le modalità estremamente simili.

Il gusto nel vestirsi di nero.

E poi c’era lui, lo vedo ora nello specchio dietro di me ad osservarmi col suo sorriso ironico di quando mi osservava convinto di non essere visto, quel suo sguardo ironico ed innamorato che tante volte ho spiato mentre lui pensava di spiare me, avrei potuto lasciarlo fare per ore.
Ma non avrei mai dovuto innamorarmi di lui non avrei mai potuto immaginare che avrei finito per farlo quando sono stata inviata ad indagare da vicino, avevamo pensato che potesse essere il nostro uomo solo grazie ad una segnalazione anonima su un auto sporca di qualcosa che poteva essere sangue.
Anonima.
Ma con il cachet proposto non potevamo dire che ce ne stavamo con le mani in mano, non avevo la certezza fosse lui, anzi non c’era nessuna prova che lo fosse, ma era l’unica pista disponibile ed io mi trovavo abbastanza bene nell’ambiente che frequentava.
Avevo scelto di non innamorarmi di lui nonostante quelle spalle non grandi ma fiere, nonostante il suo modo di farmi ridere.

La prima volta che un brivido mi prese fu passeggiando, quando la sua mano sfiorò per un istante la mia, non saprò mai quanto fosse reale, casuale, o manipolatorio quel tocco, ne i successivi, ne quel bacio sulle labbra mancato che doveva essere un normale saluto sulla guancia, ma a pensarli mi fanno ancora sorridere di piacere, sento ancora sulla nuca salire qualcosa tra i capelli.

Il momento in cui mi accorsi che il danno era fatto fu però quando una sera parlando di un’amica descrisse con dovizia di particolari il cappottino sfiancato, verde scuro di velluto raso con la cintura in vita, il suo stupido papillon da uomo indossato su una camicia viola con uno strano scollo e perfino l’anello con pietra ovale viola. Stupido non lo disse lui ovviamente, e questo mi fece capire che ne ero gelosa, che non avrei voluto mi fosse portato via neppure da me, dal mio lavoro. Fu il modo di descriverla, così ricco di particolari, così fatto di pregi di poca importanza eppure così piccoli da dover richiedere un interesse nel dettaglio che non aveva con me.

Cominciai ad accorgermi dell’odore della sua pelle quando mi passava accanto, della pelle del suo collo, ricordava i particolari di altre e mi faceva incazzare quando non ricordava la collana che avevo indossato il giorno prima, o forse lo faceva apposta per farmi rodere e trattenermi un po’ più accanto.

Mi convinsi che avevamo sbagliato obbiettivo, mi convinsi che quella persona non poteva essere un assassino, che dalla sua gentilezza d’uomo d’altri tempi non potesse scaturire violenza, mi convinsi che forse dopotutto c’era un motivo se ero finita tra le sue braccia.
C’era un motivo, mi sentivo in una storia scritta da uno scrittore pazzo, ma mi sentivo viva, sentivo il cuore accelerare quando lo stavo per incontrare e fermarsi quando le sue labbra si posavano sulle mie.

Cos’è questo?
Al centro del mio petto c’è una zona di nero più scuro, più secco, più rappreso ed al centro un buco.
Ah

Quella sera lui era strano, lo aspettai più del solito, era sempre puntuale ma non quella sera. Uscimmo come quasi ogni giorno da qualche tempo ma non parlò quasi mai, mi portò in riva al fiume a guardare l’acqua scorrere seduti sui sassi bianchi e lisci e poi tornammo alla macchina dove mi guardò con aria grave.

Ricordo come fosse ieri, o forse era ieri davvero, o forse era addirittura oggi, il suo sussurro a voce bassa ma calda all’orecchio sinistro. La sua voce calda.
Mi dispiace, deve finire. Qui. Oggi. Ora. Ho provato a convincermi che non fosse così, che tu fossi diversa, che io fossi diverso, ma non è così. Io devo seguire la mia strada e tu sulla mia strada sei solo una tappa“.
Il suo fiato si addensava poco distante dalla bocca e le sue braccia non bastavano a non farmi sentire i brividi
Sentivo le lacrime scendere ma mi sentivo apatica, intontita, come immobilizzata. Credevo avrei pensato un milione di cose in un momento simile ma invece la mia mente era piatta, vuota, calma.
Mi passavano solo nella mente i ricordi dei momenti vissuti e niente altro.
“E il senso di colpa.”
L’idea di aver sbagliato io di non essere abbastanza, di non essere adeguata, di essere sbagliata. Non mi passò per la mente neppure per un istante a che cosa si riferisse.

Dissi qualcosa, non so neppure cosa.
Disse qualcosa.

Abbassai la guardia completamente.

Poi come un improvviso spasmo sentii entrarmi nella carne qualcosa. Nel petto.
Mi congelò. Era come sentire un pezzo di ghiaccio che al contempo bruciasse la carne.
Lo vidi girarsi lentamente e mi sentii dire da lontano qualcosa come “io ti amavo stupido idiota” mentre la mente si annebbiava, mentre tutto diveniva scuro, mentre mi sentivo posare su di un pavimento nero di asfalto, mentre una chiazza lucida si allargava sotto di me e faceva apparire l’asfalto vetro nero.

Vidi una porta aprirsi, la sentii chiudersi con un tonfo alle spalle anche se ero sdraiata. Vidi un riflesso come se la porta fosse di specchio ed eccomi qui.

Ed eccomi qui.

Credo che l’unica cosa da fare sia incamminarsi nella direzione indicata da questa che un tempo forse era una porta, credo di sapere dove sto andando anche se non ne conosco ancora la forma, e mentre cammino un pappo di un pioppo mi passa accanto, di sfuggita mi è parso ci fosse un piccolo omino appeso dentro ma la luce, l’erba, il cielo che si stanno aprendo mi fanno pensare di essere quasi giunta alla meta.

Ora ricordo

 

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Mag 272015
 

Quella sera indossavi un vestito nero, un bellissimo vestito nero. Un po’ oscuro forse ma su di te, sulla tua pelle candida, sul tuo corpo non poteva che essere perfetto. Ricordo come fosse oggi i tuoi capelli castano chiari, lisci ma voluminosi scendere fino metà schiena scalati in modo da avere la zona centrale più lunga. Il rosa chiaro della tua pelle spuntare da dietro ai lati dei tuoi capelli dove la maglia finiva con una scollatura larga ma non volgare lasciando immaginare dove la curvatura del tuo collo andava ad attaccarsi al di sotto di orecchie perfette ed invitanti.
La maglia era nera, come il resto, e a contrapporsi al dietro liscio sulla parte frontale era ricca di fronzoli e pizzi monocromatici spinti all’esterno da un seno non troppo prorompente ne assente, di una misura perfetta. La scollatura lasciava scoperte le clavicole in tutta la loro lunghezza e solo poco più in basso lasciando l’immaginazione scivolare sui tendini del tuo collo piuttosto che sul décolleté pudicamente coperto, e vorticare fino al tuo mento perfetto, le guance lisce e gli occhi di una gradazione tra il verde ed il grigio truccati solo lievemente per allungarne l’angolo. Occhi che avrebbero potuto tagliare in due, o sciogliere, o far ridere a crepapelle, o far morire d’invidia. Le braccia erano coperte da maniche semi trasparenti di pizzo che terminavano con strisce di stoffa da cui uscivano le tue bianche mani con le dita affusolate e unghie mediamente lunghe prive di smalti ma perfette.
La maglia scendeva fino ad una gonna coprendone una piccola parte con un triangolo rivolto verso il basso. Era la gonna il pezzo forte, fatta di veli neri di stoffa finissima alcuni quasi trasparenti ed altri più spessi messi in modo assimmetrico e rialzati dietro dal tuo corpo a scendere sinuosamente staccati dalle tue gambe.
La maglia stretta evidenziava i tuoi fianchi altrettanto stretti e la gonna scendeva a tratti poco sotto il ginocchio a mostrare gambe chiare coperte di collant a rete come una tela di ragno, sostenute da stivaletti col tacco in stoffa opaca.
Ricordo come fosse ieri ogni particolare di quella sera, dal tuo vestito alla musica che stavamo ascoltando, “Crimson” dei Sentenced, la nostra preferita era “Killing Me, Killing you”, ironia della sorte e quella sera la ascoltammo la ascoltammo la ascoltammo ancora ed ancora ed ancora una volta.

Killing Me Killing You
Killing all we have
As our loves wither away

Burning Me Burning You
Burning us to ash
Drowning us in a sea of flames

Darling, do you feel, there is a storm coming our way
The burning light between us is already starting to fade
The fire in our hearts is smothered by the rain
and the crimson flame of passion turns into something gray

Non ci conoscevamo da molto ma era come se tu mi conoscessi da una vita, come se sapessi ogni istante quale sarebbe stata la mia reazione, quale sarebbe stato il luogo che avrei desiderato visitare, quasi ogni istante. Uno ti sfuggì probabilmente.
Era l’una di una notte di primavera, una di quelle in cui il caldo se ne va e il pizzo che copriva il tuo corpo lasciava andare un po’ troppo calore, giusto quel tanto da farti da farti irrigidire i muscoli e dare la possibilità al tuo uomo, a me, di abbracciarti stretta e stringerti per trasmetterti il mio, e farti vedere che c’ero, che ero lì.

Ti guardai diretta negli occhi e ti dissi il mio pensiero. Quel giorno sarebbe dovuta finire.
Mentre parlavo le parole sembravano riassumersi, raggrumarsi nell’aria, addensarsi in nuvole e fermarsi qualche istante tra me e te prima di proseguire dileguandosi nell’aria, non ero sicuro che tu stessi comprendendo quanto stava accadendo
Non dico che sarebbe potuta finire in modo diverso
Mi dissi guardandomi dritto negli occhi.
Dico solo che, poteva non finire
Le lacrime rigavano il tuo volto trascinando quel poco di mascara che era il tuo unico vezzo, il tuo volto era però immobile, impassibile mentre i tuoi occhi sembravano spegnersi virando dal verde grigio al grigio, qualche goccia cadeva sul pizzo esposto dal tuo seno scurendolo se possibile con un piccolo alone, un altro, un altro ancora.
Pensavi che il problema fosse tuo, che fossi tu a non sapermi amare come credi ma non avrei mai potuto dirti dove fosse il problema, non avrei mai potuto rivelarlo a nessuno senza drammatici epiloghi.
Eravamo appoggiati al cofano della mia macchina, tu seduta con un tacco sul paraurti ed un ginocchio in avanti, io abbracciato a te leggermente di lato in piedi probabilmente nel mio cappotto nero di pelle anni settanta, i miei stivali, il cappello con la tesa e qualche jeans e camicia a caso.
Il discorso non durò molto a lungo, d’altronde, non c’era neppure molto da dire se non la realtà di come stavano i fatti. Te lo concessi alla fine, ti concessi di sapere, ti concessi di conoscere ciò che mi portavo dentro da troppo tempo e che mai avevo condiviso, poi misi in tasca la mano e ne estrassi qualcosa.
Ricordo le tue mani posarsi sul mio viso qualunque espressione esso avesse, la tua attesa delle mie parole, e gocce ancora che cadevano. Le ricordo scendere dal tuo volto prima lentamente quando si staccavano dalle tue ciglia e poi accelerare sempre più fino al colmo delle tue gote e precipitare sulla superficie della tua guancia, arrivare in prossimità del centro del mento dove avevi una lieve e buffa rigonfiatura e da lì gettarsi suicide sul pizzo sul tuo petto sul tuo cuore sul tuo sangue sul tuo silenzio sui sussulti dei tuoi polmoni sui suoni del di dentro del tuo corpo a macchiare altre macchie che stavano crescendo.
Il tuo sguardo era allora di stupore, gli occhi grandi aperti più del dovuto, le labbra leggermente aperte, l’incavo al centro del collo tra le sporgenze delle clavicole incavato.
Non ebbi il coraggio di guardarti ulteriormente, non di guardarti così, immobile di sasso, di restare senza aver più nulla da dire ne da sentire, lasciai scivolare le mie mani una dal tuo volto ed una dal tuo addome verso i miei fianchi, pensai ancora quanto avevo amato il liscio di quella pelle e mi girai. Ricordo il vento che mi spingeva i capelli sul volto, sentii la tua voce dire “io ti amavo stupido idiota”, lottai per non voltarti e guardarti un ultima volta, lottai per ricordarti come ti ricordo ora e poi sentii infine un tonfo lieve e sordo.
L’asfalto cominciava a bagnarsi di pioggia, sentii le gocce sul viso e le ringraziai perchè non avrei dovuto chiedermi cos’era quel liquido sul mio volto. Ti immaginai lì ancora sull’asfalto, con i capelli spettinati e bagnati di troppe cose, immobile con il volto della speranza forse non ancora disillusa ma allontanai questa immagine.
Girai attorno alla macchina senza guardare in direzione del muso, salii, mi fermai il tempo di mettere al massimo il volume su “Beyond The Wall Of Sleep” ed diedi gas in avanti.
Poi andai a lavare via i resti di quella sera dall’auto, quelli che la pioggia non aveva lavato.

 

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Apr 222015
 

Vattene lontano da me.
Lontano come oltre la vita, oltre la morte.
Lontano.
Ricordo ancora come fosse oggi la prima volta che ti incontrai, lo ricordo più di quanto la mia mente sia in grado di ricordare gli anni, i decenni ed i secoli che intercorrono tra quel momento ed oggi.
Ricordo ogni singola piega della pelle del tuo volto, del tuo collo, ricordo il movimento delle tue mani e la delicatezza delle tue dita, ricordo ogni sfumatura che i tuoi capelli illuminati dal sole presero quel giorno, ricordo il tuo modo di muovere le labbra e la semplicità del tuo sorriso che faceva apparire naturale essere felici in questo mondo oscuro e nero, ricordo il sorriso che si disegnò sul mio volto, i muscoli della faccia che non potevo osservare ma che si tendevano incontrollabili a segnalare che qualcosa dentro di me stava cambiando, che qualcosa nella mia vita non era più ciò che era stato.
Non sono mai stato una persona buona ma ho lottato sempre per il bene fino a quell’infausto giorno lontano perso disperso e vivido secondo solo all’incontrarti la prima volta.
Lottavo per un dio che non ci assiste, che non ci ama, che non ci guida, che non serve più, che avevo smesso di credere dopo quel giorno e che ora mi osteggia, mia nemesi e contrapposizione.
Lottavo per lui col sangue ed il legno, col sangue e la spada, col sangue ed il sangue anche quando con una mano ti allontanai per seguire quella che credevo una missione più grande, dicendoti che non era quello il nostro tempo, che la mia missione non era terminata ancora.
Fu al mio ritorno che non ti trovai.
Fu al mio ritorno che rinnegai me stesso e questo dio.
Fu al mio ritorno che compresi quanto la solitudine si fosse impossessata di me nel profondo.
Fu al mio ritorno che invece di allontanare da me il calice della sofferenza ne bevvi avidamente, bevvi sangue e veleno e veleno e sangue e giurai morte e sofferenza e giurai vendetta a quel dio che mi aveva privato della tua dolcezza e della tua purezza.
Giurai vendetta a me stesso.
Ritrovarti, dopo secoli è stato invece il terzo istante della mia vita, ed è stato l’istinto a spingermi a te,  a farmi desiderare di godere della tua essenza cambiata, più oscura e sofferta, tu stessa rinnegata al mondo e le mie labbra fremono per assaggiare il tuo sangue, assaggiare il tuo vuoto, penetrare il tuo vuoto con ciò che guida il mio lato più oscuro.
Vattene lontano da me.
Lontano come oltre la vita, oltre la morte.
Lontano.
Perché me ne andrò ancora, perché non è questo a cui ciò che ero ambiva e ti trascinerei con me in questo vortice di inesistenza.
Preferisco, pre-ferisco, strappare la mia anima ancora -perché perduta in altri mondi- che nuovamente trascinarti giù da quella torre dove il fiume non ha ancora pulito il tuo sangue.
Vattene lontano da me o mi distruggeranno, e distruggeranno te, e il nostro nulla non sarà mai pace, non sarà mai.

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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