Apr 122018
 

Negli ultimi anni, l’espansione di Internet e la conseguente accelerazione e popolarizzazione dell’informazione ha cambiato il nostro mondo in diversi modi.

Umberto Eco aveva riassunto in una maniera quantomai efficace quanto stava accadendo, era il 10 giugno 2015 durante l’incontro con i giornalisti in occasione della laurea honoris causa in Comunicazione e cultura dei media conferitagli dall’Università di Torino, parlava di Twitter ma in generale dei social media

…dà diritto di parola a legioni di imbecilli, i quali prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società. […] Sono della gente che di solito veniva messa a tacere dai compagni […] e che adesso invece ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. […] Credo che dopo un poco si crei una sindrome di scetticismo, la gente non crederà più a quello che gli dice Twitter. All’inizio è tutto un grande entusiasmo, a poco poco a poco dice: chi l’ha detto? Twitter. Allora tutte balle.

Il problema oggi è saper distinguere quali siano gli imbecilli, molti dei quali usano la stessa affermazione di Eco per bullarsi e sentirsi migliori. Prima di iniziare questo discorso però ci tengo a precisare che anche io potrei essere uno di questi, e che di certo in alcuni momenti lo sono stato.

Anni or sono la moda dei complotti era decisamente minore e spesso si basava su complotti verosimili o reali, la nostra Ustica, la P2, lo Scandalo della banca Romana, la trattativa Stato Mafia sono le prime e forse più importanti che mi vengono in mente, la morte di Kennedy, un’altro estero ce ne sono a decine e sono reali, comprovati esistenti. Assieme a questi ne esistevano pochi altri, tutto quello che non aveva documentazione affidabile scompariva nella memoria delle persone e nell’oblio. Forse i primi casi di notizie false (no per ora non userò il termine che va di moda oggi) sono stati quelli sugli alieni come il caso dell’Incidente di Roswell, in particolare per quanto riguarda l’autopsia dell’alieno. Esiste il filmato e questo ha creato uno dei primi legami del tipo “ho visto il filmato quindi è vero” Continue reading »

Apr 032018
 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, fondata il 22 luglio 1946 ma entrata in vigore il 7 aprile 1948 promuove ogni anno in questa data la giornata mondiale della salute. Il SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) organizza per l’occasione l’evento La Salute scende in Piazza in tutte le principali città Italiane, quest’anno sarà presente anche a Verona in Piazza Bra e saranno presenti tra le altre associazioni anche il CICAP Veneto. Con un banchetto di informazione medica, nello specifico questo banchetto viene realizzato da un piccolo gruppo del CICAP Veneto che sta organizzandosi per fondare una sezione Veronese dell’associazione.

Alcuni degli argomenti che verranno trattati dalle varie associazioni saranno:

  • Donazione di sangue ed emoderivati o degli organi;
  • Diabete e i rischi cardiovascolari;
  • Cancro;
  • Disinformazione in ambito medico-scientifico.

In Piazza Bra saranno presenti diversi banchetti informativi con i rappresentanti delle varie associazioni allo scopo di permettere ai cittadini di discutere e informarsi attraverso il dialogo su queste e altre tematiche della salute.
Altre associazioni presenti saranno fidas, avis, aido, admo, Cuamm Medici con l’Africa

Ecco il volantino completo e l’evento facebook:

Mar 142018
 

“L’acceleratore LHC sprigiona un’energia mai raggiunta prima e secondo le teorie dovrebbe essere sufficiente per trovare questa fantomatica particella la quale spiega la massa delle cose, e quindi rappresenta una misura fondamentale per decifrare la materia. […] Ma credo che sarebbe più eccitante se non lo trovassimo, il bosone di Higgs. Dimostrerebbe che c’è qualcosa di sbagliato nelle nostre idee e che dobbiamo pensare di più per trovare altre spiegazioni. Per questo ho scommesso cento dollari che non lo troveremo.”

Stephen Hawking per tanti versi ha rappresentato quello che per me è Continue reading »

Mar 012017
 

Molte delle persone che mi conoscono, soprattutto quelle che mi conoscono meno probabilmente, mi conoscono per la mia passione per la montagna e per quella per la scienza. Ho raccontato raramente da dove queste due passioni vengano, ho raccontato spesso che venissero dallo scoutismo, talvolta che venissero da mio padre. Tutto questo è vero. Non posso dire che non sia così. Ma prima di questo c’è un signora nella mia vita che mi ha dato un imprinting tutto speciale, prima che arrivasse lo scoutismo, probabilmente prima che arrivassero i ricordi.
Quando ero molto piccolo, non saprei dire quanto, mio padre mi portava a camminare in montagna, ricordo poche cose, ricordo il Carega, l’Altissimo, ricordo la Val di Rabbi ed una giornata di pioggia sul percorso dei laghi da quelle parti, ricordo l’acqua ferrugginosa ma soprattutto ricordo una signora, un’amica di famiglia che camminava con me. Ricordo il tempo passato a parlare con lei, le domande che le facevo, le risposte, la sua prontezza di spirito e la sua spiccata intelligenza. Era un adulto che riusciva a parlare con me bambino, era una donna come le bibliotecarie dei film, di quelle di una certa età che sanno tutto, con una cultura vasta e frizzante. Almeno così la vedevo. Con lei parlavo di dinosauri.
Dinosauri, minerali e geologia, antropologia e storia. Per me la montagna era parlare con questa signora e imparare e scambiarci opinioni, sapere, conoscere. Vedere sul campo. Vedere la forma delle montagne e ragionare sulla formazione di quelle rocce, quasi sempre sedimentarie, e dei probabili fossili che contenevano, perché li contenessero, come si formavano i fossili, di quali animali o piante, di come si fosse arrivati all’uomo. Ragionarlo sul campo. Guardandosi attorno.
Credo che sia grazie a lei che buona parte della mia formazione abbia preso una direzione più scientifica che umanistica mentre al contempo mio padre mi raccontava i miti greci e romani e mi leggeva omero.
Non che non potessi parlare di Continue reading »

Feb 202017
 

Mi sono sempre chiesto come esprimere il concetto di dimensioni fisiche aggiuntive a quelle che sperimentiamo quotidianamente, come spiegare a qualcuno di non avvezzo a tali teorie cosa possa essere una quarta dimensione o più. Lasciamo perdere come di consueto il fatto che una quarta dimensione, il tempo, la percepiamo ogni istante seppure non siamo in grado di interagirvi come con le altre e chiamiamo quarta una ulteriore “direzione” che non sia altezza, lunghezza o larghezza.
L’esempio classico che ho sempre usato è funzionale e semplice ma non permette di vivere in prima persona una rappresentazione di quarta dimensione, l’ho preso dalla spiegazione classica che viene fatta nella divulgazione scientifica, a partire da Stephen Hawking, passando per romanzi di fantascienza come Sfera di Michael Crichton al geniale Flatlandia di Edwin Abbott Abbott che ho già citato altre volte.
Recentemente una persona senza volerlo mi ha aperto un mondo, parlava di tutt’altro e mi ha dato un idea che ritengo particolarmente efficacie per estendere tale esempio classico e riportarlo alla nostra realtà. Non pretendo che tale spiegazione abbia una valenza scientifica ma piuttosto una valenza filosofica che possa aiutare ad una maggiore comprensione scientifica.
L’esempio classico è il seguente: immaginiamo un universo formato da una linea retta e i cui abitanti siano dei segmenti. Assumiamo che ogni segmento possieda due occhi, uno ad un capo ed uno all’altro in modo da poter vedere la direzione in cui si muoverà. Ogni segmento sarà in grado di vedere gli altri segmenti solamente come un punto che si avvicini o si allontani ed una volta raggiunto il segmento accanto non potrà sorpassarlo. La percezione del segmento di se stesso e degli altri sarà necessariamente il puntino che è la proiezione del suo corpo e non gli sarà possibile vedere altro, quello che noi “da fuori” riconosceremo come la linea che forma il segmento dal suo punto di vista sarà semplicemente il suo “interno”. Allarghiamo ora quell’universo e rendiamolo a due dimensioni, un immenso foglio bianco su cui possano muoversi diverse figure geometriche. Non importa quale sia la figura ma ognuna di esse percepirà le altre figure come linee. Gli occhi di ogni figura saranno all’altezza di questo foglio-universo e tali occhi percepiranno la proiezione su una dimensione, la larghezza, di ciò che è il loro corpo a due dimensioni. Quello che noi da fuori percepiamo come Continue reading »

Ott 222014
 

Negli ultimi anni si continua a dire che ci sia stato un boom dell’informatica, che l’informatica sia entrata nelle nostre vite, e sempre più spesso si sente un amico definirsi “informatico” perché “bravo con il computer”, spesso si chiama “informatico” il nostro amico che sa installare Linux, che ci sistema il disco danneggiato o che ci aggiusta il PC.

Il termine informatica e informatico sono sempre più usati e sempre più a sproposito. Si guarda i bimbi meravigliati che capiscono al volo l’iPad o il tablet di turno e si resta a bocca aperta pensando “io di informatica non ci capisco niente”. E così si dimostra la propria tesi.
Molti genitori danno in mano oggetti tecnologici ai loro figli con la convinzione che “ne capiscano più di loro”, ma pochi si rendono conto e spiegano al figlio che sotto quella tecnologia c’è un mondo. Chissenefrega, funziona! Direte voi.

Ebbene è anche a questa incapacità di scindere tra la tecnologia e l’informatica che ci sta sotto, tra la magia di ciò che si vede e la realtà di ciò che è che fa si che ci si infili in situazioni estremamente rischiose. La gran parte dei neofiti del mondo della tecnologia, anche adulti si trova davanti oggetti che funzionano magicamente e che inviano ad altri oggetti simili cose magiche. Tu hai un oggetto che fa tutto, e non ti chiedi cosa faccia. Tu hai un oggetto dove salvi le tue foto e non ti chiedi se dietro queste foto vengano salvate anche altrove, così nasce “the fappening“, il famoso scandalo di foto famose rubate, ma peggio così i nostri figli, fratellini, nipotini e cuginetti si fanno rubare foto intime perché non si rendono conto che tutto ciò che viene inviato attraverso qualsiasi cosa può essere intercettato.
Sono fortunati quei pochi che ancora ricordano il modem fare quegli strani rumori per connettersi, e ancora di più quei pochissimi che ricordano che internet, il nostro smartphone, la smart tv, il frigorifero connesso alla rete funzionano ancora come quel modem, solo silenziosamente e velocemente.

Ma il tema di cui volevo parlare in realtà era ancora più a “basso livello”, come si dice in informatica.
Lavoro in una società di “informatica”, vivo in mezzo a informatici ed “informatici”, e distinguo tra informatici e tecnologici. La società per cui lavoro in realtà è una società di servizi, non offre informatica, ma servizi di informatica applicata, ma questo molti di quelli che ci lavorano non lo sanno, e molti che non hanno a che fare con l’informatica si ritengono informatici.
Io possiedo un modesto pc portatile con prestazioni adatte a grafica di media entità, giochi di media entità, andar ein internet e scrivere un po’, ma quando parlo con gli “informatici” li sento dire cose come, ma come fai a lavorare senza almeno un 8 core, 64giga di ram, la scheda video supermegacattiv di amd multicore stratosfericamente overclockata? Parlano di cambiare componenti, di prenderne più fighi e volere più potenza. Io la chiamo ansia da prestazione, o invidia del pene come un mio collega ha argutamente indicato.

Copio da una banale wikipedia ma è piuttosto precisa in questo caso:

L’informatica è la scienza che si occupa del trattamento dell’informazione mediante procedure automatizzabili.

Il termine informatica deriva dalla lingua tedesca informatik ed è stato coniato nel 1957 da Karl Steinbuch nel suo articolo Informatik: Automatische. Informationsverarbeitung, poi è stato ripreso da Philippe Dreyfus nel 1962 col libroInformatique, contrazione di informazione automatica.

In particolare è la scienza che ha per oggetto lo studio dei fondamenti teorici dell’informazione, della sua computazionea livello logico e delle tecniche pratiche per la sua implementazione e applicazione in sistemi elettroniciautomatizzati detti quindi sistemi informatici.

Io amo l’informatica, e ci ho messo tanto a capirlo, ci ho messo ben più di un diploma e di una laurea, ci ho investito il mio futuro, e non saprei che farmene di un 8coresuperoverclocckato, perchè questa è tecnologia, non informatica.

Sempre nell’azienda dove lavoro ho seguito quello che fino ad ora credo sia il più bel progetto che mi sia capitato tra le mani, un progetto che ha aperto la strada a diversi sviluppi se possibile ancora più interessanti.
Cercherò di spiegare nel modo più semplice e meno noioso possibile di cosa si tratta.

Il problema è avere centinaia di migliaia di lavori sa svolgere collegati tra loro con milioni di dipendenze. Il lavoro ennesimo non può terminare fino a che non sono finiti i suoi predecessori, ogni predecessore ha però decine di predecessori a sua volta, non in catene lineari ma interconnesse. Non posso montare la ruota se non ho i bulloni e il cerchione e la gomma. La gomma non esiste se non la fabbricano, i bulloni me li deve comprare qualcuno, il cerchione mi arriva da un altra parte.
Basta uno di questi per bloccare avanti il resto.
Questo per centinaia di migliaia di lavori e milioni di legami.
Come avere una stima esatta dei tempi di svolgimento di tutto questo con un anticipo di ventiquattro ore? Come mantenere monitorato tutto questo a intervalli di dieci minuti senza avere troppa complessità computazionale e perdere troppo tempo?

Questa è l’informatica, e questo con tanto lavoro sono riuscito a realizzare con un collega, e siamo riusciti a realizzarlo in modo molto più preciso e performante degli attuali prodotti sul mercato.

Quando racconto questo ad un informatico lui mi risponde “grande! Ma hai usato dijkstra o ti sei fatto un algoritmo tu?”. Dijkstra in effetti è un’ottima strada per risolvere il problema, ma consuma troppe risorse.
Quando lo racconto ad un “informatico” questo mi risponde “grande! Ma con che linguaggio lo hai scritto?” La verità? L’ho scritto su un foglio di carta disegnando degli strani simboli che mi sono inventato. Stavo guardando Grey’s Anathomy, o qualcosa del genere.

L’informatica non è il linguaggio di programmazione, ne la programmazione, ne il pezzo di ferro su cui gira il programma, ne il programma stesso.

L’informatica è la scienza che si occupa del trattamento dell’informazione mediante procedure automatizzabili.

Automatizzabili, non automatizzate. Per quanto mi riguarda ad automatizzarlo lo può fare qualcun’altro, o lo faccio tanto per “concludere il progetto” ma l’informatica sta dietro a tutto questo. Il mio algoritmo non è un algoritmo Java (sebbene gran parte della realizzazione in azienda sia stata realizzata in Java per motivi tecnologici), ma un algoritmo, potrei scriverlo in Java, Rexx, Pascal, C++, pseudocodice, disegnarlo su un foglio con simbolini che mi sono inventato e rimarrebbe informatica allo stesso modo, rimarrebbe quello che è allo stesso modo.

Poi si, con il tuo supercomputer costoso puoi montarci video, puoi scriverci software mutithread, puoi sfruttare il parallelismo della scheda video, puoi realizzare un amico virtuale, ma non fa di te un informatico.
Ti fa sentire un informatico.
I più grandi informatici della storia Turing  e Church sono vissuti in un epoca in cui i computer non esistevano, ed hanno scritto loro cosa sia l’informatica. I vari Gates, Jobs, e i famosi “informatici” conosciuti dal pubblico sono tecnologici, sono venditori, sono tante cose che non tolgono nulla al loro genio, ma non sono informatici, Dennis Ritchie era un informatico loro coetaneo e che ha dato una enorme spinta all’informatica applicata alla tecnologia, loro hanno usato il suo lavoro e il lavoro degli informatici per comprare il mondo, ma l’informatica è altro.

Per questo quando dico che vorrei andare a vivere in un paese privo di tecnologia non sono incoerente con la mia passione per l’informatica. Io adoro risolvere problemi che implichino l’elaborazione dell’informazione, ma lo posso fare anche senza un computer.

Informatica e tecnologia non sono la stessa cosa, l’informatica è esistita prima dei computer ed esisterà dopo, come un unico filo che parte dal pallottoliere e arriverà all’intelligenza artificiale. Sfruttando la tecnologia, ma non rimanendone schiava.

Ott 022014
 

Finalmente dopo tempo sembra che “il motore sia ripartito”, e sto scrivendo parecchio. Probabilmente più di quanto abbia mai fatto ed in una forma che è decisamente diversa da quella di un tempo. Si cambia, si cresce, ed è bello.

Ho scritto un romanzo “Romanzo incompiuto“, che non so se davvero mai mi impegnerò a pubblicare, mi piace, si. Ma riconosco che c’è troppo “me” come fosse una contorta biografia immaginaria.
Le pochissime persone che me ne hanno dato un parere, tra le poche persone che lo hanno avuto in mano me ne hanno fatto dei complimenti che non ritengo del tutto sinceri, come a non avere il coraggio di dire il vero. Mi fa ridere perché proprio nel romanzo stesso parlo del fastidio dell’incapacità delle persone che ti vogliono bene di dirti davvero cosa pensano di cosa produci.

So di poter scrivere di meglio ed ho altri progetti per la testa, almeno due.
Del primo questo è la demo, il trailer.
Non penso di metterne online altri pezzi fino a che non sarà finito, ma mi diverte l’idea di pubblicare una specie di Trailer.

Per dire che non mi sono di nuovo spento, per far sapere a chi è lontano che qualcosa si muove, che la vita prosegue. Per dire a chi mi spinge a scrivere che lo sto facendo ancora, per dire a chi non glie ne frega niente che nonostante tutto ha pienamente ragione a fregarsene.

Il tempo

“Vedi? Quello che devi fare è semplicemente concentrarti e ricordare cosa c’è attorno. Ricordare ogni singolo dettaglio e ricrearlo nella tua mente, dopo di che aprire gli occhi e vedere il mondo che c’era di nuovo attorno a te, niente altro”

“Provaci”

“Provaci, su”

“Conta fino a dieci, uno, due…”

Cos’è questa voce?

“tre, quattro…”

Cos’è questa voce? Chi mi parla?

“cinque, sei…”

C’è così buio attorno a me, gli occhi però stanno iniziando ad abituarsi lentamente al buio, sto cominciando a

“sette, otto…”

vedere attorno come se invece vedessi attraverso le palpebre chiuse, o qualcosa del genere

“nove, dieci”

Apro gli occhi, o almeno, sono sicuro che ora siano aperti ma non è cambiato nulla.
Sono nel vuoto.
Non proprio nel vuoto, perché in qualche modo il vuoto sta ruotando, credevo di essere orizzontale ma sono piuttosto sicuro di essere in piedi, le mie braccia si muovono tranquillamente in ogni direzione senza impedimenti.

Se batto i piedi a terra però mi accorgo che un “a terra” esiste, quindi almeno non sto volando. La voce diceva qualcosa riguardo il pensare ai dettagli e ricrearli.
Pensare ai dettagli e ricrearli.
Cosa c’era prima? Prima di cosa?

Che ore sono? L’orologio segna le 19:19, ho un orologio.
Ho un orologio e segna le 15:20, si.

E cosa ci faccio qui? Aspetta, sono le 12:30, oggi alle 12:30 dovevo andare a prendere un cuore. Dovevo andare dal meccanico a prendere un cuore.

Non credo abbia senso tutto questo.
Devo procedere per gradi, intanto mi serve una sedia, una come questa, ecco. Mi siedo. Non sono al chiuso, altrimenti la mi claustrofobia mi avrebbe già fatto uscire di testa, oppure, in alternativa, forse sono già uscito di testa per la claustrofobia.

Hei, da dove è comparsa questa sedia?
Non c’era nulla tuttavia prima di questo. Non arrivo “da qualche parte” o da qualche cosa, è come se io fossi sempre stato qui, o se prima non fossi esistito.
Cos’era la voce.
Se c’era una voce ci deve essere qualcuno, se ci deve essere qualcuno questo qualcuno deve poter comunicare ancora con me.

“Signore, signore, dove siete? Mi avete parlato poco fa, dove siete ora?”

Silenzio.

“Signore, dove siete?”

Mi sembra di distinguere un lieve bagliore, qualcosa di bianco in lontananza, grigio, rosa. Mi alzo, devo scoprire cos’è.
Sento un tuffo al cuore improvviso, qualcosa non va, e forse un ricordo torna alla mente un istante, si affaccia, sorride e se ne va come a voler dire ma ad essere bloccato un istante nella timidezza.

Intanto mi avvicino e vedo come un immagine di un uomo, sembra anziano. Sembra un quadro, l’immagine sembra di un uomo sulla settantina, e seduto su una sedia di legno ma nel buio se ne vede solo un pomello salire accanto alla spalla destra. È rivolto verso di me, la fronte ampia. È un uomo di cui si direbbe ironicamente “ha la fronte alta” i capelli sono brizzolati, più bianchi che neri, le sopracciglia grandi e folte, lo sguardo buono ma vecchio e stanco. Il naso grande ma non troppo e porta una folta barba unita ai baffi, grigia brizzolata anch’essa, forse con qualche tratto ancora di castano lieve.
Porta una tunica nera di cui si vede poco se non il grande colletto largo a sua volta bianco, o grigio più chiaro della barba.

La mano sinistra è posata sull’appoggia braccio della grande sedia di legno, porta un anello con una pietra tonda all’anulare sinistro, non sembra però un anello che abbia a che fare con le nozze. La tunica o comunque questo vestito nero ha dei polsini bianchi, come il colletto.
Nella mano destra ha quello che sembrerebbe un antico cannocchiale.

“Ma per trovar il bene io ho provato
che bisogna proceder pel contrario:
Cerca del male, e l’hai bell’e trovato;
Però che ‘l sommo bene e ‘l sommo male
S’appaion com’i polli di mercato.”

Non ho capito, signore, ma è lei che ha parlato?

“Quello, che noi ci immaginiamo, bisogna che sia o una delle cose già vedute, o un composto di cose o di parti delle cose altra volta vedute.”

Poi si alzò. L’uomo si alzò dall’immagine e mi si avvicinò.

“Mio giovane allievo” disse.
“Osserva”
accanto a lui c’era un tavolo, non lo avevo visto prima, ed in mano non aveva più un antico cannocchiale ma un cronometro digitale moderno.
Sul tavolo una struttura di metallo reggeva un filo, al filo era appeso un gancio ed al gancio un cono con la punta verso il basso.
Sul cono c’era scritto 100g, cento grammi.

Prese il cono lo spostò di lato e lo fece ricadere in modo che dondolasse, in modo che facesse da pendolo.
Misurò con il cronometro l’oscillazione, per diverse oscillazioni, il tutto in assoluto silenzio.

Scrisse dei numeri su un foglio e poi dichiarò “1,60 secondi”.
Prese nuovamente il pendolo e lo alzò nuovamente, questa volta più di quanto lo avesse alzato precedentemente.
Riprese a misurare, scrisse nuovamente.
“1,60 secondi mio allievo”
Sorrise lievemente, con quel sorriso stanco e con gli occhi stanchi e gialli di un vecchio stanco e lentamente, come si muove un vecchio, prese il peso a forma di cono e lo sostituì con uno più grande, mi guardò un istante e lo fece nuovamente oscillare.

Misura, misura, misura, misura, scarabocchio.
“1,60 secondi, ancora”
Cambiò altri due pesi, e misurò sempre lo stesso valore.
Questa volta sempre in silenzio. Concentrato.
Poi girò una piccola vite all’altezza alla quale iniziava il filo e accorciò il filo stesso.
Mise nuovamente sul gancetto il primo peso e lo fece oscillare.
“1,40 secondi questa volta”
Ricominciò nuovamente l’esperimento con la nuova lunghezza.
Cambiare il peso, misurare, scrivere, “1,40 secondi”, cambiare il peso, misurare, scrivere “1,40 secondi”, cambiare il peso misurare.
Non so quanto andò avanti.
Poi d’un tratto si fermò e mi guardò, non proprio negli occhi, era come se guardasse contemporaneamente dentro di me ma lo sguardo fosse puntat0 leggermente più in basso delle mie pupille.

Si girò e disse “1,80 secondi”, regolò il filo, mise un peso scelto a caso senza guardare, misurò, misurò, misurò, scrisse.
“1,80 secondi”.
“Mio giovane allievo, cosa comprendi da questo?”
“Credo sia il principio del pendolo, l’oscillazione è indipendente dal peso ma dipendente dalla lunghezza del filo”

Fece qualche istante di silenzio. Poi d’un tratto come se non avessi parlato
“Mio giovane allievo, cosa comprendi da questo?”
Non sapevo cosa rispondere.
Mi distrassi un secondo guardandomi riflesso in uno dei pesi, erano lucidi e curvi, modificavano certamente l’aspetto, le forme. Ma difficilmente i colori.

I miei capelli erano corti, con la riga di lato, indossavo un grembiule da scuola elementare blu, non potevo esserne certo data la distorsione delle misure ma dovevo essere un bambino. O essere almeno travestito da bambino.
“Mio giovane allievo, forse lo capirai nel tempo e nello spazio. Senza velocità. Nel tempo e nello spazio”

Mi porse il cronometro digitale parlammo ancora a lungo di cose che non ricordo e che non saprei ripetere, poi si allontanò.

Il tavolo, non saprei dire quando, era scomparso, ed in mano ora ho un orologio antico come l’eterno. Un vecchio orologio da taschino, con dentro la foto di una signora che deve essere vissuta non so quante epoche fa. Pensandoci meglio ricordo che avevamo parlato della necessità di un metodo di verifica per comprendere ciò che siamo, da dove veniamo, per comprendere la realtà e riprodurla. Mi aveva detto di metterci il cuore, mi di non tradire mai me stesso neanche sotto minaccia o qualcosa del genere.

Ora sono di nuovo nel vuoto, accanto alla mia sedia con un orologio antico in mano.
Segna mezzogiorno.

Tic
Tac
Tic
Tac
Tic
Tac

Come il cuore del tempo.
Come il cuore

Nel tempo.

Non so perché, ma spesso mi viene spontaneo contare i battiti del mio cuore tum, tum, tum, confrontarlo con il battito dell’orologio leggermente più veloce, tic, tic, tic.

Lasciar passare una trentina di secondi, e poi fare la moltiplicazione e accorgermi che non mi ricordo assolutamente quale sia la frequenza cardiaca corretta e di aver fatto questo lavoro per niente.

Un tuffo al cuore, nuovamente.

Accade quando qualcosa cambia?

L’orologio segna mezzogiorno e un minuto. O è mezzanotte? Come se in questo istante iniziasse un viaggio, un mondo, qualcosa.

Sfugge

Tic, tac, tic, tac, tic, tac. C’è qualcosa che mi sfugge, è come l’impressione che questo orologio in qualche modo acceleri. Non è facile definirlo, e non ho modo di confrontarlo.
Voglio dire, avevo un orologio digitale poco fa, ma ora per qualche motivo non l’ho più al polso, forse me lo sono tolto parlando con quel vecchio eppure la sensazione è che qualcosa sia cambiato, come un salto nel vuoto.

Il battito del cuore. Devo rilassarmi, lasciare regolarizzare il battito del cuore e confrontarlo ancora una volta con il tempo.
Devo rilassarmi.

È divertente come rilassarsi sia la cosa più difficile al mondo quando vuoi rilassarti e quando una sensazione di irrequietezza inspiegata attanaglia la tua anima.

Tic, tac, tic, tac, tump, tump, tump, tic, tac, tic, tac.
L’orologio accelera, si, o rallenta il cuore.
Non dovrebbe rallentare il cuore, a meno che non stia rilassandomi. Non sto rilassandomi affatto, non dovrebbe rallentare il cuore quindi accelera l’orologio.
L’orologio è a carica, forse è troppo carico, ho letto da qualche parte che questi orologi a piena carica accelerano così quando sono scarichi possono rallentare un poco e mantenersi mediamente corretti.

O l’ho immaginato non ricordo, quindi forse ora è troppo carico.
Provo a girare la rotella per vedere quanto lo è.
Un giro, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove.
Beh, forse tira avanti di suo.
Probabilmente tira avanti da solo.

La sedia non c’è più.

Credo non resti che camminare.
Gli occhi ormai si sono abituati al buio ed ora posso dire con certezza che non c’è nulla. Ho anche dubbi se il pavimento esista davvero o se non sia una qualche specie di campo di forza che esiste solo dove sono i miei piedi o dove metto le mani quando le porto all’altezza dei piedi stessi.

Potrei provare a saltare improvvisamente, ma la paura mi attanaglia. E se saltando questa specie di campo di forza non facesse in tempo a crearsi? E se cadessi? E se si creasse un istante dopo mozzandomi un piede? E se non ci fosse fondo e cadessi in eterno?

In realtà ne sarei curioso, l’attrito dell’aria dovrebbe permettermi di accelerare fino ad un certo punto per poi mantenere la mia velocità costante, e a velocità costante non dovrei poter distinguere l’essere in movimento o il non esserlo.

Potrei stare cadendo anche ora quindi… no. No, i capelli sono fermi e sotto i piedi se spingo sento qualcosa.

E se quel qualcosa stesse cadendo e impedisse all’aria da sotto di scompigliarmi i capelli? Se fosse destinato ad arrivare su un fondo?
Se stessi semplicemente precipitando per trasformarmi in una polpetta di ossa e sangue sul fondo di qualcosa?

No. No. Non lo è, non ho modo di dimostrarlo ma non credo possa essere questo che sta accadendo.

“Mississipì”.
Non ricordo dove l’ho imparato ma “Mississipì” è una parola che pronunciata con il giusto accento dura un secondo.
Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic.

Forse mi sto facendo influenzare.
Posso nascondere l’orologio e dire Mississipì sessanta volta, ora segna le mezzanotte e diciotto, o mezzogiorno, non lo so.

Mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì.

Dodici e diciannove.

Misure

C’è qualcosa là in fondo. Sembra un luccichio, sembra come un piccolo rettangolo che riflette la luce.
Non so quale luce dato che c’è buio.

Che alternative ho? Credo che tra stare qui in piedi a contare secondi e battiti del cuore e andare a vedere di cosa si tratta l’alternativa meno noiosa sia decisamente andare a vedere di cosa si tratta.

Tic, tac, tic, tac, tic, tac. Mi sta ossessionando. Questo orologio mi sta ossessionando.
Lo devo gettare.

No.

Non posso, è l’unico baluardo della realtà. Non so di quale realtà, ma mi pare così terribilmente l’unica cosa che abbia un qualcosa di certo, di scientifico che separarmene forse mi porterebbe alla follia più che tenerlo con me.

Eppure quel pendolo, quel vecchio… questo stesso orologio con la sua catena è un pendolo.
Ho un modo per valutare se a sbagliare sia l’orologio o il mio cuore!

Quante oscillazioni fa l’orologio a mo’ di pendolo in un minuto?
Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette, ventotto, ventinove, trenta, trentuno, trentadue, trentatré, trentaquattro, trentacinque, trentasei, trentasette, trentotto, trentanove, quaranta, quarantuno, quarantadue, quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque, quarantasei, quarantasette, quarantotto, quarantanove, cinquanta, cinquantuno.
Sono passati trenta secondi. Fanno centodue oscillazioni al minuto, circa un secondo e sette decimi.

Se la fisica non mi abbandona questa è l’unica costante che ho.
Alle dodici e ventidue il mio pendolo oscillava centodue volte al minuto.
Queste sono le mie uniche misure del mondo, del tempo e dello spazio. La lunghezza della catena del mio pendolo, e centodue oscillazioni che misurano quello che per me sarà un minuto.

Ott 062011
 

Ciao Steve.
Al di la di ogni speculazione non c’è dubbio che l’impronta lasciata sia enorme. Continue reading »

Set 242011
 
Dichiarazione della Gelmini sulle scopete del CERN

Dichiarazione della Gelmini sulle scopete del CERN (fonte)

Io mi deprimo all’idea che il nostro ministro dell’istruzione sia ignorante a questo punto, e soprattutto che si permetta di fare dichiarazioni su cose che non conosce vantandosi pure di assurdità..

“Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro. ”

Dico… qualcuno ritiene credibile che tra il CERN a Ginevra e Il gran sasso in Abruzzo ci sia un tunnel scavato sotto terra? Dalla svizzera al centro Italia un tunnel?? Non lo sa che i neutrini vengono sparati attraverso la crosta terrestre e non vengono influenzati dalla materia se non in minima parte?

Per altro gli autori dell’esperimento suppongono di sbagliarsi e chiedono supporto alla comunità scientifica per aiutarli a dimostrare se vi sia un errore o se il dato sia reale, e a quel punto bisognerà vedere quanto cambierà se semplicemente sarà un allargamento della relatività co che cosa implicherà, di certo non la faciloneria di “possiamo andare più veloci della luce”.

Per il resto in italia l’investimento per la ricerca è sotto l’1%, nelle nazioni a forte crescita come giappone e cina toccano il 40%…

Continuo a chiedermi perché i ministri non li facciano fare a chi sa qualcosa di ciò che deve amministrare.

Ecco il suo articolo… vediamo se almeno lo cambierà…

Set 182011
 

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