Feb 292016
 

Era mentre osservavo quegli occhi, i tuoi, i suoi, quelli di Lei che sta accadendo, proprio ora mentre osservavo nei tempi antichi la loro luce, e mentre stava accadendo come un fiore la mia corolla si apre, lentamente i petali si stanno schiudendo e lasceranno entrare questa luce che sta scaldando il mio corpo, illuminando l’interno del mio corpo, scaldando quello che era il mio corpo, la mia mente schiusa alle emozioni che non avevo mai incontrato prima. Fu quel giorno che amai l’ansia, che amai il battere forte del cuore in gola ed i tremori e il non sapere quale direzione prendere, l’inadattezza di vivere che solo oggi ho visto per la prima volta e che amai da allora, come amai la paura, il terrore nei miei occhi che guardano i tuoi occhi, il tremore dei miei occhi che guarderanno i tuoi per la prima volta guardare i miei. Ed è per questo che amerò il non sapere cosa fare, amerò il non aver saputo scegliere quando il mondo mi fu avverso e il desiderio di fuggire, e il cadere e la tristezza che mi ha provocato e che il mondo porta sulle spalle, perché tutto questo è vita, e ringrazierò mille volte i suoi occhi severi quando mi sgridarono e guarderanno con sdegno. Tutto questo è vita, tutto questo è ciò che mi ha fatto incontrare quegli occhi e quegli occhi furono ciò che amai, ed è mentre gli osservavo che tutto inizia.

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Mag 272015
 

Quella sera indossavi un vestito nero, un bellissimo vestito nero. Un po’ oscuro forse ma su di te, sulla tua pelle candida, sul tuo corpo non poteva che essere perfetto. Ricordo come fosse oggi i tuoi capelli castano chiari, lisci ma voluminosi scendere fino metà schiena scalati in modo da avere la zona centrale più lunga. Il rosa chiaro della tua pelle spuntare da dietro ai lati dei tuoi capelli dove la maglia finiva con una scollatura larga ma non volgare lasciando immaginare dove la curvatura del tuo collo andava ad attaccarsi al di sotto di orecchie perfette ed invitanti.
La maglia era nera, come il resto, e a contrapporsi al dietro liscio sulla parte frontale era ricca di fronzoli e pizzi monocromatici spinti all’esterno da un seno non troppo prorompente ne assente, di una misura perfetta. La scollatura lasciava scoperte le clavicole in tutta la loro lunghezza e solo poco più in basso lasciando l’immaginazione scivolare sui tendini del tuo collo piuttosto che sul décolleté pudicamente coperto, e vorticare fino al tuo mento perfetto, le guance lisce e gli occhi di una gradazione tra il verde ed il grigio truccati solo lievemente per allungarne l’angolo. Occhi che avrebbero potuto tagliare in due, o sciogliere, o far ridere a crepapelle, o far morire d’invidia. Le braccia erano coperte da maniche semi trasparenti di pizzo che terminavano con strisce di stoffa da cui uscivano le tue bianche mani con le dita affusolate e unghie mediamente lunghe prive di smalti ma perfette.
La maglia scendeva fino ad una gonna coprendone una piccola parte con un triangolo rivolto verso il basso. Era la gonna il pezzo forte, fatta di veli neri di stoffa finissima alcuni quasi trasparenti ed altri più spessi messi in modo assimmetrico e rialzati dietro dal tuo corpo a scendere sinuosamente staccati dalle tue gambe.
La maglia stretta evidenziava i tuoi fianchi altrettanto stretti e la gonna scendeva a tratti poco sotto il ginocchio a mostrare gambe chiare coperte di collant a rete come una tela di ragno, sostenute da stivaletti col tacco in stoffa opaca.
Ricordo come fosse ieri ogni particolare di quella sera, dal tuo vestito alla musica che stavamo ascoltando, “Crimson” dei Sentenced, la nostra preferita era “Killing Me, Killing you”, ironia della sorte e quella sera la ascoltammo la ascoltammo la ascoltammo ancora ed ancora ed ancora una volta.

Killing Me Killing You
Killing all we have
As our loves wither away

Burning Me Burning You
Burning us to ash
Drowning us in a sea of flames

Darling, do you feel, there is a storm coming our way
The burning light between us is already starting to fade
The fire in our hearts is smothered by the rain
and the crimson flame of passion turns into something gray

Non ci conoscevamo da molto ma era come se tu mi conoscessi da una vita, come se sapessi ogni istante quale sarebbe stata la mia reazione, quale sarebbe stato il luogo che avrei desiderato visitare, quasi ogni istante. Uno ti sfuggì probabilmente.
Era l’una di una notte di primavera, una di quelle in cui il caldo se ne va e il pizzo che copriva il tuo corpo lasciava andare un po’ troppo calore, giusto quel tanto da farti da farti irrigidire i muscoli e dare la possibilità al tuo uomo, a me, di abbracciarti stretta e stringerti per trasmetterti il mio, e farti vedere che c’ero, che ero lì.

Ti guardai diretta negli occhi e ti dissi il mio pensiero. Quel giorno sarebbe dovuta finire.
Mentre parlavo le parole sembravano riassumersi, raggrumarsi nell’aria, addensarsi in nuvole e fermarsi qualche istante tra me e te prima di proseguire dileguandosi nell’aria, non ero sicuro che tu stessi comprendendo quanto stava accadendo
Non dico che sarebbe potuta finire in modo diverso
Mi dissi guardandomi dritto negli occhi.
Dico solo che, poteva non finire
Le lacrime rigavano il tuo volto trascinando quel poco di mascara che era il tuo unico vezzo, il tuo volto era però immobile, impassibile mentre i tuoi occhi sembravano spegnersi virando dal verde grigio al grigio, qualche goccia cadeva sul pizzo esposto dal tuo seno scurendolo se possibile con un piccolo alone, un altro, un altro ancora.
Pensavi che il problema fosse tuo, che fossi tu a non sapermi amare come credi ma non avrei mai potuto dirti dove fosse il problema, non avrei mai potuto rivelarlo a nessuno senza drammatici epiloghi.
Eravamo appoggiati al cofano della mia macchina, tu seduta con un tacco sul paraurti ed un ginocchio in avanti, io abbracciato a te leggermente di lato in piedi probabilmente nel mio cappotto nero di pelle anni settanta, i miei stivali, il cappello con la tesa e qualche jeans e camicia a caso.
Il discorso non durò molto a lungo, d’altronde, non c’era neppure molto da dire se non la realtà di come stavano i fatti. Te lo concessi alla fine, ti concessi di sapere, ti concessi di conoscere ciò che mi portavo dentro da troppo tempo e che mai avevo condiviso, poi misi in tasca la mano e ne estrassi qualcosa.
Ricordo le tue mani posarsi sul mio viso qualunque espressione esso avesse, la tua attesa delle mie parole, e gocce ancora che cadevano. Le ricordo scendere dal tuo volto prima lentamente quando si staccavano dalle tue ciglia e poi accelerare sempre più fino al colmo delle tue gote e precipitare sulla superficie della tua guancia, arrivare in prossimità del centro del mento dove avevi una lieve e buffa rigonfiatura e da lì gettarsi suicide sul pizzo sul tuo petto sul tuo cuore sul tuo sangue sul tuo silenzio sui sussulti dei tuoi polmoni sui suoni del di dentro del tuo corpo a macchiare altre macchie che stavano crescendo.
Il tuo sguardo era allora di stupore, gli occhi grandi aperti più del dovuto, le labbra leggermente aperte, l’incavo al centro del collo tra le sporgenze delle clavicole incavato.
Non ebbi il coraggio di guardarti ulteriormente, non di guardarti così, immobile di sasso, di restare senza aver più nulla da dire ne da sentire, lasciai scivolare le mie mani una dal tuo volto ed una dal tuo addome verso i miei fianchi, pensai ancora quanto avevo amato il liscio di quella pelle e mi girai. Ricordo il vento che mi spingeva i capelli sul volto, sentii la tua voce dire “io ti amavo stupido idiota”, lottai per non voltarti e guardarti un ultima volta, lottai per ricordarti come ti ricordo ora e poi sentii infine un tonfo lieve e sordo.
L’asfalto cominciava a bagnarsi di pioggia, sentii le gocce sul viso e le ringraziai perchè non avrei dovuto chiedermi cos’era quel liquido sul mio volto. Ti immaginai lì ancora sull’asfalto, con i capelli spettinati e bagnati di troppe cose, immobile con il volto della speranza forse non ancora disillusa ma allontanai questa immagine.
Girai attorno alla macchina senza guardare in direzione del muso, salii, mi fermai il tempo di mettere al massimo il volume su “Beyond The Wall Of Sleep” ed diedi gas in avanti.
Poi andai a lavare via i resti di quella sera dall’auto, quelli che la pioggia non aveva lavato.

 

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Apr 092015
 

Il turno di lavoro oggi è stato duro, più duro del solito e sento la stanchezza chiudermi gli occhi, apro i finestrini e metto l’aria al massimo per cercare di svegliarmi meglio per questa ultima mezzora di strada e poi potrò infilarmi sotto le coperte. Il termometro indica che fuori ci sono dodici gradi ed io indosso solo la t-shirt dell’Oktoberfest 2011, ottima situazione per svegliarmi fuori un po’.
Il navigatore da qualche giorno quando punto casa dopo un po’ sembra impazzire e mi indica un altro luogo, gli altri giorni questa cosa mi fa incazzare terribilmente oggi stranamente invece mi sento così rilassato, forse per questo misto tra stanchezza e freddo da sentirmi quasi inerte. La mente riprende a lavorare anche se gli occhi rimangono mezzo chiusi, e la testa mi

cade

non sono sulla strada di casa!
Mi sono distratto e come uno scemo mi sono messo a seguire l’indicazione sbagliata del navigatore che non so dove mi sta portando, indica un luogo a dieci minuti da qui, e stanchezza a parte non ho davvero molto da perdere, domani finalmente potrò starmene a casa almeno il mattino e a casa nessuno mi aspetta quindi quale miglior momento per fare una cosa scema?
Fermo al semaforo osservo le mie braccia scoperte, i peli dritti della pelle d’oca, tremo leggermente ma è un bene, mi tiene senza dubbio più sveglio, metto la testa fuori e respiro l’odore umido di questa serata, non mi ero accorto avesse piovuto, il respiro si addensa e dietro il respiro vedo il rosso del semaforo trasformarsi un verde. Sono in una zona della città che mi sembra terribilmente, ancora un paio di svolte e ci sono, chissà dov…

TUMPH

…una bambina?! Era una bambina! Ho investito una bambina? Cosa ci faceva in mezzo alla strada?
Scendo a controllare? Scappo? Non credo mi abbia visto nessuno, ma cosa ci faceva una bambina da sola in mezzo alla strada immobile, come mi guardasse, e poi era vestita completamente di nero, non fosse per quella pelle bianca cinerea non avrei neppure visto che era una bambina, avrei sentito il tonfo, e… e la macchina che si è alzata quando la ruota sinistra le è passata sopra.
La macchina che si è sbilanciata spingendo il mio corpo verso destra mentre la ruota le passava sopra.
Il rumore molliccio di qualcosa sotto la mia ruota sinistra che passava su di lei.
Il rumore della gomma che cigola su qualcosa di umido dopo essere scesa, dopo essere passata sul corpo della bambina.
E sto ancora guidando, il navigatore punta a casa mia, casa mia e rimbomba nella mia testa il rumore, lo spostamento del corpo la ruota il silenzio, non ho neppure frenato.

Sono a casa ora, non ho il coraggio di scendere di guardare il sangue che deve essere sul fanale, sulla ruota sulla ruota che ha schiacciato quel corpo sul fanale che ha spaccato quel corpo.

Scendo e guardo a terra la strada priva di segni, osservo il muso della macchina, anch’esso normale, liscio, senza ammaccatura, senza macchie, addirittura impolverato, la ruota normale, sporca di terra come sempre e di nient’altro.
Credo di aver sognato.
L’unica cosa è questa sostanza nera, come carta velina bagnata incollatasi sul paraurti come un adesivo umido, come le decalcomanie per i tatuaggi dei bambini prima che si asciughino, come foglie umide e fini portate dal vento e sferzate da ore di pioggia.

 

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Mar 142011
 

E’ critica la situazione a Fukushima, dove a tre giorni dal devastante terremoto che ha colpito il Giappone, si lotta perevitare una nuova Chernobyl. Le barre di combustibile sono rimaste scoperte in tutti e tre i reattori della centrale nucleare di Fukushima 1 ed in uno di essi potrebbe essere cominciato il processo di fusione. Ad aggravare la situazione una nuova forte scossa di assestamento di magnitudo 6,2 avvertita anche a Tokyo. Intanto, si continuano a contare le vittime: 5.000 secondo l’ultimo bilancio che però si ritiene possa salire fino a 10 mila. Sul fronte economico la Borsa diTokyo ha chiuso gli scambi con una perdita del 6,18%; ferma la produzione nei maggiori impianti automobilistici del paese. La Bank of Japan ha immesso sui mercati valutari denaro liquido per 12mila miliardi di yen. La Farnesina ha reso noto che è sceso a due il numero degli italiani di cui non si hanno notizie.

TOKYO CHIEDE AIUTO A USA PER REATTORI – Il Giappone ha chiesto agli Stati Uniti aiuto per contribuire a raffreddare le centrali nucleari danneggiate: lo rende noto la Us Nuclear Regulatory Commission, Continue reading »

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Feb 222011
 

Qui mi sono imbattuto in un interessante ed esaustivo elenco delle strategie più usate dai ciarlatani in generale e da quelli che bazzicano il web in particolare.
Ho pensato di riproporlo con qualche modifica per adattarlo a ciò che accade in forum e blog (l’originale si riferiva nello specifico all’ambiente dei newsgroup), in quanto veramente illuminante, anche perché quella che ho linkato è la versione italiana di una lista di fuffosità varia redatta inizialmente da un gruppo statunitense, a dimostrazione del fatto che tutto il mondo è paese: le regole che seguono, vi ricordano il comportamento di qualcuno, per purissimo caso?

Per essere un Fuffaro come si deve, è necessario seguire le seguenti norme:

1.

Preferite sempre la chiave di lettura cospirazionista rispetto alla chiave di lettura noiosamente banale: le spiegazioni naturali, come ad esempio che a Roswell sia caduto un pallone-sonda, sono per i sempliciotti e per le spie del governo. Se volete andare a letto con quella topina newage tutta curve non ditele che l’astrologia è una cretinata (anche i non-fuffari possono trarre temporaneo beneficio da questo consiglio).

2.

Mai cercare la più semplice ed ovvia causa di qualcosa ed in particolare evitate come la peste di menzionare il Rasoio di Occam: è la vostra nemesi!

3.

Dovete essere convinti che la parola «anomalia» significhi «conferma indubitabile» di attività paranormale, o analogamente «dimostrazione inoppugnabile» di presenza aliena, o ancora «prova incontestabile» di misterioso e malvagissimo complotto a livello come minimo mondiale se non intergalattico.
Quindi usate la parola «anomalia» più spesso che potete: eventualmente arricchitela da aggettivi come «inspiegabile», «inquietante», o, se siete in full attack mode, «evidente», «lampante», ed altro che implichi gravi difetti psicofisici in chi osasse trovarla qualcosa di normale.

4.

Definite tutto quello che è comunemente accettato, e contro cui vi battete, usando l’aggettivo «ufficiale» in senso dispregiativo, come se si trattasse di un’imposizione proveniente da qualche autorità di cui bisogna diffidare e non di cose che chiunque, solo volendolo, può verificare.
Riempitevi la bocca di frasi che iniziano Continue reading »
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Ott 242007
 

Nella storia dell’uomo sono molte le scoperte scientifiche che sono state fatte, alcune utili, altre meno.
Alcune assolutamente geniali altre meno.
Alcune che solo un genio poteva fare, altre fatte da imbecilli.

Ad esempio.. il DNA è sicuramente una scoperta fatta da un imbecille.

Il DNA è stato il premio Nobel James Dewey Watson.
Proprio lo scienziato che qualche giorno fa si è fatto notare per aver sostenuto che i neri sono meno intelligenti dei bianchi.
Cosa ne pensate?

È un imbecille?
Ecco, appunto.

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Apr 132007
 

Ognuno di noi accaniti lettori ha qualche autore a cui è particolarmente legato, fin da piccolo quando al compleanno un’amica mi ha regalato “Il Corvo ed altre poesie” di Edgar Poe io sono stato affascinato da questo grandissimo poeta. Edgar Poe. Allan è un secondo nome aggiunto per ricordarne il legame al patrigno che non lo trattò mai eccessivamente bene e che tentò di frenarlo nei suoi interessi artistici.
Poe è stato conosciuto principalmente e commercialmente per i suoi racconti horror, racconti che hanno insita una forma di malattia, di oscurità, un genio del thriller psicologico a dire il vero, più che dell’Horror, perché ha ben poco a che fare con ciò che chiamiamo Horror oggi, non vi sono mostri, sangue, violenza, ma solo atmosfere, immaginazione, psicologia.
Ma non è questo che mi fa amare Eddie ma la poesia. I racconti per cui era famoso erano il modo che aveva per sostentarsi economicamente, la poesia era il suo mondo, dove raccontava se stesso Continue reading »

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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