Nov 212014
 

Mi è capitato in questi giorni di essere interpellato sulla mia idea di amore.
Credevo di averne scritto esaustivamente in passato, ma cercando ho scoperto di non averlo fatto, o di aver perso dove ne avevo scritto.
Oggi un uomo che parla della propria idea di amore viene sicuramente preso per debole, stupido, sentimentale. Non si parla di amore, è diventato tabù tra gli adulti, come ridotto ad una esperienza adolescenziale.
L’amore adulto dovrebbe essere una mera scelta, un contratto, qualcosa di freddo e calcolato?

Credo nell’amore. Ma non credo che l’amore sia solo un sentimento.
Credo che l’amore sia per sempre, ma che non sempre il sentimento lo sia.
Credo che l’amore sia una scelta ed al contempo un accadimento.

Sono una persona discretamente facile all’infatuazione, ma difficile all’amore, non dico spesso le parole tanto desiderate da un’aspirante amata, non dico spesso “ti amo”, credo che vi sia un rischio di inflazione dell’affermazione, credo che a ripeterlo, ripeterlo, e ripeterlo ancora perda ogni valore.
Come l’inglese “I Love You” usato ed abusato tanto da perdere per noi significato.
Se arrivo a dire “ti amo” quell’amore è per sempre, non ho mai smesso di amare, non ho mai smesso di essere disposto a dare la vita per chi amo, in modi diversi, talvolta dare la vita significa anche lasciare andare.
Trovo che amare e desiderare il possesso siano due cose estremamente distanti e slegate, non necessariamente complementari, non necessariamente opposte, non necessariamente unite o disgiunte.

Ma forse ora è il momento di esprimere più chiaramente il mio concetto di amore.
L’esempio che prendo in genere è quello della madre. Non esistono molte forme di amore più genuine e forti di quelle della madre che ha generato un figlio, vi è un legame immenso infinito, inscindibile. Ma il figlio può essere cattivo, crudele, fare del male alla propria madre. Lei non cesserà di amarlo, ma non necessariamente proverà sentimenti positivi. Arriverò forse perfino ad odiarlo pur continuando ad amarlo, a volere il suo bene.
Un altro esempio, per chi crede almeno è l’immagine di Cristo sulla croce. Non credo che avesse sentimenti benevolenti nei confronti di chi lo fustigava, di chi gli sputava, gli lanciava pietre, lo insultava.
Ma amava sempre e comunque, indipendentemente dai sentimenti.

Credo che l’amore non sia una scelta da rinnovare ogni giorno ma una scelta che nasce da dentro, che appare nel tempo e che crea un legame, anche se mono direzionale, inscindibile.
Almeno per me è così.

Posso amare e al contempo essere consapevole che una persona non può vivere a contatto con me, e non provare il desiderio di possederla, di incontrarla, di carezzarla. Ma sarò sempre disposto a fare del mio meglio per la sua felicità, per la sua vita, per il suo essere.

Il sentimento va coltivato ogni giorno, la passione, il desiderio, la voglia di stare assieme ogni mattino deve essere una scelta, un rinnovo una ricerca.
L’amore una volta acceso invece per me è una linea retta infinita verso l’universo.
Immutabile.

Si può amare una persona con cui non si desidera condividere più nulla e proprio per questo nell’amore puro non c’è il bisogno della gelosia.
La gelosia è frutto del desiderio di possessione, che è legittimo, è fondamentale alla passione al desiderio, alla piacevolezza dell’essere.

Ma non all’amore.

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Ago 052012
 

In questi giorni mi sono interrogato sul mio scrivere, anzi per l’esattezza sul mio non scrivere.
Perché non scrivo?
Non sento più il bisogno di scrivere?
Talvolta si, ma è ciò che vorrei scrivere a bloccarmi, o meglio chi leggerebbe e non trovo sensato scrivere solo per me, perché ciò che è scritto lo è per essere letto.
La vita è più frenetica, il tempo è meno, vivere da soli ti lascia determinate libertà ma contemporaneamente ti porta via molti tempi morti un tempo utilizzabili per creare, scrivere, comporre, suonare.
L’età fa calare determinati impeti letterari ma neppure questa ne è la causa.
Un tempo la mia vita era più “tumultuosa” come quella di ogni adolescente o ragazzo e amavo creare “mondi” immaginari o pseudo reali ed applicarli alla realtà del momento, scrivere cose struggenti ed applicarle a realtà non necessariamente tali, scrivere racconti o pezzi poetici da psico killer e camuffarli da rabbia adolescenziale, scrivere di uno sguardo incontrato per strada come fosse l’amore di una vita, magari applicarlo ad uno sguardo di persona reale ma non necessariamente corrispondente per giustificare il mio scrivere d’un amore che in realtà non esisteva.
Era semplice una volta immaginato -profilato- qualcosa di struggente trovare una situazione a cui applicarlo e quindi scriverlo già su una data situazione, era semplice data un immagine nella mente renderla reale su un volto, su un luogo, su qualcosa che rendesse l’immagine poetica una poetica realtà.
Ora il mondo attorno a me è cambiato, complice l’età, complice una stabilità (psicologica e sentimentale, dato che quella lavorativa decisamente non è per ora).
Scrivere un racconto sul sorriso di una donna, o l’immagine di un ricordo di un istante modificato nel tempo,  mi espone al dover spiegare alle persone che ho accanto da dove venga tale immagine, a inventare sia il sorriso della persona che ho accanto o a giustificare perché non lo sia,  scrivere del sentimento di vuoto ed assenza dato dalla mancanza di qualcuno mi espone a dover giustificare da dove venga questo desiderio di scriverlo, a inventare a chi applicarlo per quietare almeno parzialmente il dubbio, l’incredulità del fatto che possa non essere applicato a nulla di reale se non al ricordo di ricordi, o a un sogno estemporaneo.
Scrivere una parafrasi di passi della Bibbia mi espone al dubbio di blasfemia, da giustificare di fronte ai ragazzi che educo nello scoutismo, o più probabilmente ai loro genitori che al giorno d’oggi attraverso Facebook possono vedere praticamente tutto, compreso questo post.
Lo scrivere un racconto cyberpunk con la cultura che ci sta dietro legata a modi di dire volgari che lo rendono tale mi espone a sua volta agli stessi rischi, scrivere un racconto di morte invece espone al preconcetto che uno sia psicopatico, che non possa educar ragazzi, che stia male e vada educato quando magari è solo il parto di un sogno, o della visione di un film, o di un’innocente riflessione sulla morte, ma in passato ho scritto e non pubblicato cose ben peggiori che ai miei occhi sono sfoghi, o provocazioni ma agli occhi di una fidanzata, di un genitore, di un datore di lavoro risultano essere tradimenti, sintomi di violenza, mancanza di rispetto.
Poco importa se tutto ciò sia alternato con consigli su come cercare di avere un’informazione non di parte, o se provo a dimostrare l’esistenza dell’anima si può pensar di me che io creda d’esser arrivato chissà dove o essere chissà chi.
Infine se talvolta scrivo cose più filosofiche sulla vita, o cose sulla felicità, indubbiamente meno interpretabili, eppure a volerla tirar tutta tra le righe ci possono essere lì più pezzi della mia vita vera di quanto ce ne siano nel resto di quanto scrivo, ma non è sempre e solo questo che scrivo o che trovo da scrivere.
Io credo non di “scrivere” ma di “trovar qualcosa da scrivere” trovarlo dove? Nell’aria, nel mondo, sotto il cuscino, sotto il tappetino dell’ascensore di lavoro, nella tua tasca, lo trovo lì.
E poi io stesso rileggendomi mi chiedo chi abbia scritto ciò che ho trovato da scrivere, estraniandomi completamente da me, dal perché ho scritto da cosa ho scritto, dimenticando chi sia lo scrittore.
E da tutto questo nasce un ulteriore dubbio, diatriba, una dicotomia del pensiero, perché questo stesso scritto può essere compreso in fondo o può essere lasciato a un livello che mi indichi semplicemente come paranoico.
Quindi in definitiva la domanda è perché non scrivo?
Per che non scrivo o per chi non scrivo?
Non scrivo per chi mi chiede perché scrivo, non scrivo su chi sbaglia a cercare come interpretare ciò i miei scritti, non scrivo per chi quando descrivo un volto si sofferma a pensare a chi sia quel volto e non alla poesia che voglio esprimere, per chi quando scrivo di un amore vuole sapere se quell’amore esista  e non si sofferma a goderne semplicemente l’immaginario, non scrivo per chi quando descrivo un sentimento mi chiede a chi sia diretto e non si limiti a provare a viverlo per nessuno o tutti o chi vuole come lo vivo io scrivendolo, al contrario non scrivo per chi quando scrivo rabbia e insulti si sente offeso invece di chiedersi a cosa e chi siano rivolti e perché, non scrivo per chi non ha la capacità di astrarre dal conoscermi e non riesca a leggere un mio racconto horror, cyberpunk o splatter come leggerebbe il racconto di uno scrittore sconosciuto.
Non scrivo in definitiva per chi giudica e chi legge ciò che scrivo non per quello che scrivo ma per conoscere cose che non vi sono scritte.

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Mar 012011
 

Luna
-Negrita-

Tu non lo sai
quanto mi piace
non lo sai
quando ti perdi
a far finta di essere
semplice… calma…
morbida…
Come un mistero
da decifrare
tu sei la luna
ancora da esplorare
Aspettami…
voglio salire lassù…

…E NON TORNARE PIÙ…

Ti vedo trasformare
lacrime in coriandoli
con un bicchiere in mano
mi ritrovo qui a scoprire
lucida, splendida
serenità…
E ridi ancora
mi aiuti a respirare
Bianco aquilone
che gioca con il sole
Aspettami…
voglio salire lassù…

…E NON TORNARE PIÙ…

L’estate e’ un sentimento…
e’ caldo anche d’inverno…
Aspettami…
voglio salire lassù…

…E NON TORNARE PIÙ…

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Set 042010
 
Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni difetto, fisico o psicologico che fosse.
Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni cosa che non fosse il mio cuore, o forse il cuore di chiunque abbia un minimo, infinitesimo gusto per la bellezza: la bellezza in genere, non i visi, le donne, non i paesaggi, non i tramonti estivi in lidi caraibici, la bellezza in genere, un ideale più alto.
Un sorriso di quelli che immagini sorridere anche quando chi lo porta sta piangendo, un sorriso che anche nel momento più drammatico avrebbe la capacità di farti pervadere da un senso di bene profondo.
Quel giorno ero ad una festa, difficilmente ricordo neppure cosa si festeggiasse, c’era molta gente e poca che si conoscesse ed in mezzo a tutta quella gente d’un tratto vidi un sorriso, uno di quelli che ti entrano dentro e poi non li puoi più scordare. Un sorriso di quelli che potresti passare su tutto il resto, di quelli che saprebbero donarti un gioia anche nel peggiore dei momenti.
Che bel viso, pensavo, no non tanto il viso in se ma il sorriso, quelle labbra così…. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che potresti essere la persona più brutta del mondo che la tua bellezza lascerebbe alle spalle ogni altro pensiero. Che poi non ce ne è il bisogno perché non è solo il sorriso ma tutto, come è la forma del tuo collo, il seno pronunciato e ben formato e… no in effetti forse qualcosa…. ma no, quello sguardo, quel sorriso… il sorriso, quelle labbra così…. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che…. e poi improvvisamente ti girasti e non riuscii più a vederti, a trovarti.
Nei giorni successivi mi misi a cercare nelle foto, nelle foto di amici, ovunque il tuo viso finché non riuscii, nella foto di un amico, a scorgerlo. Si, in realtà era una foto di oscena ubriachezza, il mio amico in una posa plastica a mimare qualcosa che non vorrei pronunciare qui aveva come sfondo il tuo sorriso che guardava giusto verso la fotocamera, forse dietro la fotocamera, forse me dietro la fotocamera. Ma non voglio illudermi di un tale sogno.
Eri tu. Cioè quello che conoscevo di te. Tutto quello che conoscevo di te.
Tutto quello che avrei conosciuto se mi fossi fermato a quel punto.
E così cominciai a chiedere di te, arrivai a lasciare nel locale ed altrove copie della tua foto, ovviamente dopo aver rimosso la parte oscena, a pubblicare su internet questa mia ricerca di quel sorriso, la ricerca della bellezza, non in senso puramente estetico ma in quel senso più alto che puoi comprendere solo quando ti ci trovi dinnanzi. E quando la trovi non puoi lasciarla sfuggire, non puoi che perpetrare la tua ricerca, vivere quel sogno. Non era amore, affetto, sentimento, non è mai stato nulla di questo, ma ricerca della bellezza, solo della bellezza.
La ricerca andò avanti per mesi, anni forse, non lo so, non ne ho più memoria ormai, vidi quel sorriso per pochi istanti talvolta sul volto di altre ma scompariva in un attimo perché non vero, perché non tuo.
È all’improvviso che oggi sei tornata come un fantasma del passato all’improvviso. Un trafiletto sul giornale che parla di te, c’è la tua foto, c’è finalmente il tuo nome, e c’è l’addio di chi ti ha amato.
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Feb 152009
 

Luce Chiara
15/02/2009

Osservo il tuo sguardo
lucido di lacrime
gioia
comprensione
sogni
osservo il tuo sguardo che osserva a sua volta
dentro te
come fosse dentro me osservarti

E poi…
e poi d’un tratto dal banale si entra in qualcosa che è nubi
ed è cielo ed è montagna e i fiori che la popolano
e luci
e colori
e neve
e prati
e tutto
e tutto ciò che è contraddizione stessa del tutto
tutto e ciò che ancora si scontra con l’esistenza
e ciò che non esiste si trova ad essere tutto ciò che è e che ha senso
tutto ciò che credevo realtà si capovolge
tutto ciò che un giorno prima era il mio essere diviene il non essere, il perdere me stesso
tutto ciò che era il mio fuggire diviene il mio divenire
d’un tratto il cielo diventa mare e il mare cielo,
la terra innevata diviene nube bianca, le rosse nubi fiori, i fiori stelle
ed io a testa in giù cammino sulle mani e rido,
rido ancora un po’ prima di saltare verso un cielo di nubi sparse,
prima di saltare tra fiori e stelle
e foglie e lucciole che erano prima stelle
e farfalle che eran prima foglie
e immagini di quadri che ora sono realtà e luoghi divenuti immagini
e sogni.
Rido ancora un po’ prima di saltare e nuovamente vivere
quel che non è sogno, non è realtà, ne immaginazione ne sentimento.
Rido un po’ e poi vivo.
Quel che è certo qui, è che vivo.

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Gen 282008
 

E ti vengo a cercare
anche solo per vederti o parlare
perché ho bisogno della tua presenza
per capire meglio la mia essenza.
Questo sentimento popolare
nasce da meccaniche divine
un rapimento mistico e sensuale
mi imprigiona a te.
Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri
non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
fare come un eremita
che rinuncia a sé.
E ti vengo a cercare
con la scusa di doverti parlare
perché mi piace ciò che pensi e che dici
perché in te vedo le mie radici.
Questo secolo ormai alla fine
saturo di parassiti senza dignità
mi spinge solo ad essere migliore
con più volontà.
Emanciparmi dall’incubo delle passioni
cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male
essere un’immagine divina
di questa realtà.
E ti vengo a cercare
perché sto bene con te
perché ho bisogno della tua presenza.

Franco Battiato

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Gen 272008
 

Essere un ricordo,
stupendo, dolce, delicato.
Ma essere un ricordo.
Nulla di paragonabile a ciò che invece è.

Essere un ricordo,
essere forse eterno,
immortale,
infinito,
ma essere un ricordo e non poter più agire.

Essere solo ciò che si è già stato.
Per sempre.
Essere un ricordo
pieno di sentimento e vuoto di essenza.
Essere un ricordo e nient’altro.

Nient’altro
mentre tu vivi ancora
ciò che sei,
ciò che non puoi non essere.

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Mag 142007
 

Contrapposizioni, Il Filo Edizioni è il mio primo libro edito. Vincitore di una targa e un diploma di merito al Premio Internazionale di Poesia “San Domenichino” Città di Massa è in fine giunto a scadenza del contratto.

Sarà reperibile nelle principali librerie di Verona (in particolare da Gheduzzi e al Gelso) e ordinabile in tutte le librerie italiane ancora per qualche settimana e poi non ne sarà più garantita la reperibilità.

Dalla Prefazione:
Stefano Giolo osserva la vita attraverso un caleidoscopio di poesia che riporta le immagini di un mondo complesso. La vita appare nei suoi versi come il teatro dalle apparenti contraddizioni, in un palcoscenico di carta Stefano Giolo mette in scena l’assurdo che regola la percezione dell’essere ingabbiandola a priori in griglie di senso prestabilite. Una silloge fatta di vetri che come echi di pensieri s’infrangono nell’anima riflettendo e ricomponendo una realtè nascosta, della quale egli tenta di rivelare le profonde contraddizioni intrinseche ai diversi punti di osservazioni che si decide di adottare per comprenderla. E di svelarne la bellezza, quella che arriva improvvisa dalla vita, e che ci trova spesso impreparati di fronte a noi stessi.

Un articolo de “L’Arena” il quotidiano di Verona:

La silloge del giovane musicista alla Gheduzzi «Contrapposizioni» nella poesia di Giolo Prima di tutto il ritmo. Chissà se è un caso che il giovanissimo Stefano Giolo, veronese, classe 1982, suoni il sassofono nel gruppo latin rock jazz «Raku Quintet»: la sua prima prova poetica, intitolata «Contrapposizioni» (Edizioni Il Filo, pp. 103, euro 12), sembrerebbe proprio smentire la casualità. Si tratta infatti di un’agile raccolta dai tempi più vari che si caratterizza e che trova il suo elemento unificante nella musicalità: intesa non nel senso di una scelta metrica precisa, quanto come «orecchio», come naturale talento che il giovane poeta rivela nell’accostamento di termini che, vicini, producono di per sé una suggestione. Ce lo lascia intendere del resto l’autore stesso, nel capitolo VIII, che si intitola «Poesia. Per me». Vi leggiamo: «C’è qualcosa nell’aria questa sera. Ho voglia di scrivere, un po’ soffrire, senza dolore, come amare, senza dormire, come stare in un prato di notte sotto le stelle e sentire il respiro del mondo…». C’è un senso di trascinamento nelle parole, come se l’autore volesse farci intendere che questo per lui è poesia: un affidarsi delle cose ai suoni. Le cose infatti appaiono a Giolo come «contrapposizioni», la realtà è tensione tra sentimenti contrastanti, di cui è difficile intuire il senso e il destino. Nel suo lavoro giustamente Valentina Scacchi nella Prefazione che apre il volume afferma che in queste liriche «la vita appare come il teatro delle apparenti contraddizioni, in un palcoscenico di carta. Stefano Giolo mette in scena l’assurdo che regola la percezione dell’essere…Un sentimento di vertigine pervade questi versi che tentano di spiccare il volo ma sentono il peso della loro costrizione a terra». La musica, il respiro segreto della parola o, meglio, dell’incrociarsi delle parole, diventa la via necessaria a ridare un senso, un ordine alla realtà. E, nello stesso tempo, si pone come strumento in grado di liberare la lingua, a sua volta vittima della contraddizione inscritta nella vita, dalla non autenticità cui oggi è costretta: dulice liberazione dunque, la scrittura poetica, dalla prigione dell’esistenza ma anche dallo schematismo di scritture omologate. La ricerca di verità risulta per altro dominante anche nei contenuti: lo vediamo bene nella parte finale della raccolta, per esempio nella lirica, bellissima, intitolata Mirco, dove l’iterazione degli stessi termini scandisce l’autenticità della disperazione. O ancora in Elena, dove la brevità secca e aspra dei versi racconta l’asciuttezza impietrita del dolore di un’assenza. A riprova vale ancora quanto afferma il poeta. Quando parla di poesia, intesa anche come arte e dunque, in generale, come ispirazione, Giolo scrive infatti «contraddizioni assurde che per contraddizione/ spiegano la realtà/ perdendo allora la contraddittorietà». Il libro, premiato con una targa e un diploma di merito al concorso letterario internazionale «San Domenichino- Città di Massa», verrà presentato domani, venerdì, alle 18,30 alla libreria Gheduzzi-Giubbe Rosse in Corso Sant’Anastasia.
-Alessandra Galetto-

Voglio riportare ancora una volta i ringraziamenti che compaiono alla fine del libro
Per questo mio figlio voglio sentitamente ringraziare Assunta Reffi  che è stata per due anni, mia insegnante di lettere. Mi ha incoraggiato dopo la lettura di “Amore & Pioggia” ed è per i suoi complimenti, probabilmente, che ho continuato a scrivere. Voglio ringraziare anche Manuela, altra mia insegnante per non avermi in alcun modo spinto, per non aver creduto in me, per aver spinto il mio orgoglio verso il dimostrare che si sbagliava.

Ringrazio chi mi ha ispirato e chi crede in questo progetto e tutti gli artisti di Schegge di Cristallo (www.scheggedicristallo.com).
Ringrazio tutte le persone che mi sono state vicine in questi anni e tutte le persone che ho incontrato per caso, per pochi istanti o a lungo, che mi hanno ispirato, spinto, frenato, amato, ferito, curato, che mi hanno dato motivo di scrivere.
Ringrazio i sassi sulla riva dell’Adige e il ponte di Castel Vecchio, con i suoi scorci di Verona. Ringrazio chi me li ha fatti amare.

In fine trovo doveroso aggiungere un ringraziamento al Bencio che mi ha fatto scoprire questa casa editrice, Valentina  della casa editrice stessa che con la sua simpatia mi ha accompagnato in questi due anni tra i meandri dei concorsi letterari, tutti quelli che hanno acquistato (o che lo faranno in queste settimane) il libro in tutta Italia, Mari che mi ha aiutato nella stesura definitiva, e chiunque mi abbia fornito una critica positiva o non di ciò che ho scritto.
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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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