Giu 152015
 

Tengo chiusi gli occhi ancora un po’, attorno a me il buio filtra tra le palpebre ed il silenzio mi avvolge, lo vivo, me ne lascio pervadere, mi lascio attraversare mentre osservo i tuoi occhi.
Capita talvolta osservando troppo un flash, una luce forte, il sole che questo si imprima in qualche modo sulla retina e che chiudendo gli occhi essa appaia ancora impressa come dentro le palpebre, come sospesa a qualche centimetro dagli occhi a seguirti in qualunque direzione osservi. Tutto ciò che vedi non puoi che vederlo attraverso quella palla al centro in qualche modo iridescente, mutante ma stabilmente immobile al centro del tuo sguardo.
Sono così i tuoi occhi per me, immobili al centro, privi quasi di un viso che resta evanescente, bianco quasi trasparente, nascosto nel buio come un fantasma. Al centro i tuoi occhi non chiari eppure neppure scuri di un colore indefinibile perché definirlo sarebbe come perdersi nell’infinità di un abisso,  così vivi da non poter non esserne attratto come due buchi neri in grado di assorbire la luce ma non come buchi neri perché in grado di emettere una brillantezza che neppure alla perla più preziosa sarà mai concesso; indefinibili perché impossibile osservarli senza  sentircisi l’anima trascinata giù e al contempo impossibili da non osservare per comprenderli.
Li vedo ancora qui, di fronte a me dagli occhi chiusi e non voglio sporcare questa vista col mondo, mi sento quasi soffocare da questa immensità come un peso sulla trachea come se l’aria pesasse, come il silenzio di tutto questo fosse così eterno da non aver bisogno di essere conservato nei ricordi.
Apro lentamente gli occhi, perché so che infine prima o poi lo dovrei fare comunque e nel buio assoluto vedo ancora queste due immense sfere, questi astri lucenti ed attorno ad essi sfumato un volto bianco, truccato per sembrare più smunto, un volto quasi impercettibile.
Provo a ruotare lentamente lo sguardo ma ancora, ovunque vedo i tuoi occhi, quegli occhi che ormai sento in qualche modo miei, come fossero parte di me. Resto ad osservarli ancora mentre i miei si abituano lentamente, molto lentamente al buio. Penso ai pochi istanti passati assieme o ai moltissimi, penso a cosa sei stata o sono, o siamo mai stati, e mentre penso mi accorgo che nulla di questo conta quanto conta ciò che vedo ora, ciò attraverso cui vedo ora.
Il senso di stretto alla gola si fa più pressante, non lo comprendo ma non rappresenta un problema in grado di distrarmi mentre il tuo volto si avvicina, truccato in modo stravagante davvero e poi si allontana un po’ e torna ad avvicinarsi ancora, osservo le occhiaie attorno a quei due portali verso l’infinito, così scure mentre la testa mi gira, mi gira mentre il tuo volto immobile ondeggia con me stabile al centro, si avvicina lentamente, si allontana, si avvicina.
Osservo le sopracciglia, la fronte liscia mentre gli occhi si abituano ma comincio a scorgere qualcosa che non torna, qualcosa di te che non ricordavo, una cicatrice che mi fa arrivare alla mente ricordi improvvisi che mi fanno sentire ancora più il peso di quest’aria assente.
E mentre quel volto si avvicina, si allontana mi accorgo che lentamente il tuo sguardo è scomparso nei meandri di un ricordo di un istante di un passato di un sogno di una racconto di una fiaba di un libro non scritto e quel volto, bianco, smunto, con nere occhiaie mi accorgo essere lentamente il mio che si allontana, si avvicina, si allontana, si avvicina.
Provo ad alzare una mano per toccarlo, per toccare il mio ma non mi è possibile e mentre dondolo avanti, ed indietro, avanti ed indietro davanti allo specchio di questo armadio ricordo all’improvviso di un anello che portavo al collo e che non vedo più nel riflesso al suo posto, di un anello che vedo ondeggiare in alto dietro la mia nuca legato al filo che lo reggeva, legato a qualcosa più in alto e che non vedo nel buio, mi accorgo l’aria nei polmoni non c’è più, che i polmoni non chiedono più aria. Mi accorgo che non so come io sia finito qui se per errore o desiderio ma che non rivedrò più quel ricordo di un istante di due immensità e del loro sorriso lucente e del riflesso del mondo attraverso di esse.

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Apr 222015
 

Vattene lontano da me.
Lontano come oltre la vita, oltre la morte.
Lontano.
Ricordo ancora come fosse oggi la prima volta che ti incontrai, lo ricordo più di quanto la mia mente sia in grado di ricordare gli anni, i decenni ed i secoli che intercorrono tra quel momento ed oggi.
Ricordo ogni singola piega della pelle del tuo volto, del tuo collo, ricordo il movimento delle tue mani e la delicatezza delle tue dita, ricordo ogni sfumatura che i tuoi capelli illuminati dal sole presero quel giorno, ricordo il tuo modo di muovere le labbra e la semplicità del tuo sorriso che faceva apparire naturale essere felici in questo mondo oscuro e nero, ricordo il sorriso che si disegnò sul mio volto, i muscoli della faccia che non potevo osservare ma che si tendevano incontrollabili a segnalare che qualcosa dentro di me stava cambiando, che qualcosa nella mia vita non era più ciò che era stato.
Non sono mai stato una persona buona ma ho lottato sempre per il bene fino a quell’infausto giorno lontano perso disperso e vivido secondo solo all’incontrarti la prima volta.
Lottavo per un dio che non ci assiste, che non ci ama, che non ci guida, che non serve più, che avevo smesso di credere dopo quel giorno e che ora mi osteggia, mia nemesi e contrapposizione.
Lottavo per lui col sangue ed il legno, col sangue e la spada, col sangue ed il sangue anche quando con una mano ti allontanai per seguire quella che credevo una missione più grande, dicendoti che non era quello il nostro tempo, che la mia missione non era terminata ancora.
Fu al mio ritorno che non ti trovai.
Fu al mio ritorno che rinnegai me stesso e questo dio.
Fu al mio ritorno che compresi quanto la solitudine si fosse impossessata di me nel profondo.
Fu al mio ritorno che invece di allontanare da me il calice della sofferenza ne bevvi avidamente, bevvi sangue e veleno e veleno e sangue e giurai morte e sofferenza e giurai vendetta a quel dio che mi aveva privato della tua dolcezza e della tua purezza.
Giurai vendetta a me stesso.
Ritrovarti, dopo secoli è stato invece il terzo istante della mia vita, ed è stato l’istinto a spingermi a te,  a farmi desiderare di godere della tua essenza cambiata, più oscura e sofferta, tu stessa rinnegata al mondo e le mie labbra fremono per assaggiare il tuo sangue, assaggiare il tuo vuoto, penetrare il tuo vuoto con ciò che guida il mio lato più oscuro.
Vattene lontano da me.
Lontano come oltre la vita, oltre la morte.
Lontano.
Perché me ne andrò ancora, perché non è questo a cui ciò che ero ambiva e ti trascinerei con me in questo vortice di inesistenza.
Preferisco, pre-ferisco, strappare la mia anima ancora -perché perduta in altri mondi- che nuovamente trascinarti giù da quella torre dove il fiume non ha ancora pulito il tuo sangue.
Vattene lontano da me o mi distruggeranno, e distruggeranno te, e il nostro nulla non sarà mai pace, non sarà mai.

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Apr 142015
 

Sono stato a non so quanti concerti nella mia vita, e non so con quante persone nel tempo, nello spazio, tra le dimensioni.
I concerti per me si dividono in due macro categorie, la prima è quella in cui vado ad ascoltare musica, la seconda è quella in cui vado a incontrare musica.
Oggi sono qui, la folla mi attornia, di fronte a me una ragazza dai capelli ricci mi ricorda qualcuno, si muove come immersa nel mondo del suono, la vedo sorridere pur non vedendone il volto e ne riconoscerei il sorriso. Accanto a me una vecchia amica con cui condivido una passione del tutto musicale e di ricordi di mare, di monti, di tramonti Corsi e dell’odore di quel fuoco, e di fonte a lei immancabilmente la donna più alta del mondo a spostarsi ovunque lei vada. Due donne nascondono il loro affetto reciproco che non è d’amicizia pura e tra rockers e persone raffinate la folla si mescola in caleidoscopiche combinazioni di colori e di volti, persone si muovono all’unisono pendendo dalle labbra di una cantante non più così giovane come un tempo ma d’una carica immensa, ed io lì al centro di un mondo fino. Non saprei come descriverlo con una parola diversa. Fino come carta velina e sfocato e distante come lo sfondo di un ritratto in primo piano, io sono lì accanto alla sua voce, neppure il suo volto e niente esiste attorno, non esistono le braccia fini della ragazza di fronte a me, non esiste la mia amica, le due amanti, non esistono i metallari e le signore raffinate, i cartelli, e i salti.
Da fuori devo sembrare del tutto intontito, silenzioso, spento mentre dentro si muove un mondo di immagini colori e sensazioni e ricordi di mare di chitarre di un letto grande del volto di una vecchia amica che non vedo da troppo tempo e che continuerò a non vedere per troppo tempo ancora e che forse incontrerò un giorno altrove, da un altra parte in un altro quando dove e perché.
Non è così magra come un tempo sul palco la voce, formosa più di quando faceva preoccupare il suo pubblico e con quel vestito mi ricorda un altra voce accanto all’orecchio a suonare quella chitarra per me, all’orecchio, mentre con pezzi di specchio distrutto tra le mani cercavo immagini che mi dicessero chi ero e non le vedevo, le ombre ne nascondono il volto e le labbra si trasformano in quelle labbra che sapevano ascoltare e parlare e dire e amare pur senza amare ed essere salvezza costante. Sento quella chitarra acustica lontana da tutti i suoni entrare dentro come un pugno, come quel pugno che sentisti dentro un giorno davanti alla porta di casa quando pronunciai quelle parole. E scivolo nei meandri di altri istanti di un auto a vagare per ore nel nulla di un mondo che era tutto tra le due porte e nulla al di fuori.
“Accontentarsi di niente” è una frase che ruota nel cielo di questo ambiente chiuso azzurro di nuvole chiare d’un giorno d’estate tra i papaveri “accontentarsi di niente” in qualunque modo tu voglia leggerlo è la risposta. Tra lo scegliere di arrendersi o il lottare all’infinito e ruota nell’essere, nell’etere, come sdraiato sopra di me fiori a forma di mani a muoversi nel vento creato dai suoni ed il sole delle luci e dell’amore che viene scagliato da un palco quasi sputato di rabbia e per questo vivo.
Ho passato anni ad accumulare ricordi, ho passato anni a vivere mondi diversi unendo in me infinite esperienze cozzanti diverse intersecanti che esplodono in momenti in cui vivo la musica o creo e poi d’un tratto quasi un istante dopo essere iniziato, due ore e più tardi, le urla gli applausi ed accanto a me ancora la mia vecchia cara amica, le due amanti segrete e tutti gli altri mentre si accendono le luci ed è ora di tornare.

 

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Mar 202015
 
  1. Trovare un eclissi di sole.
  2. Prendere una scatola di dimensioni tali da poterla tenere in mano, va bene 30X20 circa.
  3. Togliere uno dei due lati più ampi.
  4. Fare un piccolo buco su uno dei due lati più piccoli.
  5. Incollare all’interno della scatola sul lato opposto un foglio bianco.
  6. Puntare il lato con il buco verso il sole
  7. Guardare l’eclissi proiettata sul foglio bianco.

p.s. forse una scatola da scarpe è l’idea migliore, usate le forbici arrotondate.

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Feb 112015
 

Credo di aver rotto la tradizione di recensire San Remo per un anno o due, forse no, non mi ricordo e non ho voglia di controllare.
Tuttavia quest’anno ho voglia di riprendere la mia BELLISSIMA tradizione di commento dei brani presenti a San Remo.
Non guardo da anni la trasmissione, quindi sono costretto a recensire in ritardo di un giorno aspettando i video su youtube.
In genere lo faccio in modo piuttosto sarcastico, questa volta vedremo.
Non so in quale ordine le prendo.

Chiara “Straordinario”: il bisognoi di mostrare cosai sa farei, con la voce (e apparentementei, somigliare ai Valeria Rossi i, per chi non ricordai chi sia i, si ascolti la vecchiai, Sole Cuore Amore i, che non è l’unica cosa che abbia scrittoi) rovina una canzone che nell’insiemei, non è neppure così male. I. Capisco alla fine il tentativoi, di darci dentro con tutte le possibilità i, vocali che ha i, essendo più o meno rimasta risucchiata dalla pubblicità della Timi. Alla fine la apprezzo, nonostante tutto i, anche se non è … nulla di straordinario.
I.

Gianluca Grignani “Sogni infranti”: da quando Massimo Luca ha smesso di produrgli i dischi ha continuato a cantare la stessa canzone, questa volta è riuscito anche a stonare e fare dei vibrati alcolistici di alto livello. Credo che già che si scrive le canzoni potrebbe scriverne qualcuna che riesca a cantare. Potrebbe anche smettere di far finta di essere rock. Decisamente mi delude, nonostante i primi album (quelli prodotti da Massimo Luca) erano dei gran begli album, di allora è rimasto solo l’animo depresso.

Alex Britti “Un attimo importante”: non posso non dire che la voce di Arisa che presenta è terribile, somiglia a nonna papera, ma non ha molto a che fare col brano. La chitarra di Alex mi fa venire sempre la pelle d’oca, un mostro. Peccato per l’impressione che canti fuori tempo rispetto alla sua stessa chitarra, il brano mi sembra interessante nonostante i tentennamenti vocali e le stecche qua e là non poco frequenti. Se è un festival della canzone per me questo brano dovrebbe arrivare in finale, se è un festival dei cantanti… a volte penso che Alex dovrebbe scrivere brani, suonarci la chitarra e far cantare qualcun altro.

Malika Ayane “Adesso e qui”: colgo l’occasione per dire che comunque la Marrone è un camionista. La voce di Malika è sempre spettacolare. Non sopporto il suo modo di cantare, ma questo è assolutamente gusto personale, personalmente però mi piace la sua mimica. Tornando al brano lo trovo interessante, non troppo uguale alla media, non troppo fuori dai canoni sanremesi, non direi ci siano gravi stecche, anche verso metà brano mi sono addormentato sulla tastiera. La candido come possibile vincitrice dell’edizione per il giusto rapporto tra vocalità e banalità. Potrebbe meritarselo.

Dear Jack “Il mondo esplode”: sento parlare da un po’ di questo gruppo, ed ammetto che non ho mai avuto alcun interesse ad informarmi su di loro, credo di aver fatto bene. Con un cantante leggermente stonatino, forse non troppo leggermente, sono la banalità disarmante. Ormai hanno esportato nel mondo quello che chiamavo “Rock Veronese” perché dieci anni fa tutti i gruppi rock di Verona facevano sta cosa, ora mi sono tragicamente accorto che posso chiamarlo “Rock banalitaliano”. Prendi un gruppo rock di minori di 25 anni in Italia e quasi sicuramente sarà indistinguibile. Prendi una chitarrina elettrica che fa due note di contrappunto alla voce, frasi banali come “niente è per sempre” e parole “mondo”, “esplode”, “cerca”, “senso”, “viaggio”, “cielo”, “aria” mettili in frasi fintointellettualpoetiche, intro un po’ basso, ritornello con la voce alta che sale e scende ed hai fatto il gruppo.

Lara Fabian “Voce”: Cesare Cremonini ha fatto bene a specificare di non aver scritto lui questo brano. Canzone estremamente e banalmente sanremese. Forse potrebbe vincere questa in quanto uguale a decine di altre che hanno vinto, non capisco la scelta di farla cantare ad una persona che non pronuncia correttamente l’italiano ad un festival della canzone italiana, ma probabilmente continua sulla linea politically correct che ha fatto scegliere un presentatore di colore e una valletta transessuale (ah non era la valletta quella transessuale??!). Non riesco ad aggiungere altro su questo brano, ma se vince… siamo proprio banalitaliani. Comunque tecnicamente bravetta la cantante, anche se andrebbe meglio come corista.

Nek “Fatti avanti amore”: Arisa che urla Nek mi ha fatto prendere un colpo. Lui ci riprova con la musica da gggiovani, e un nuovo look alla “the rasmus”, il giro di base del brano sarebbe stato quasi degno di Corona o di ICE MC nei primi anni 90, oggi temo non vada più, e temo non sia mai andato con un cantato del genere. Stecca abbastanza spesso. Mi spiace perché Nek avrebbe anche una bella voce, solo che i pezzi che canta… non li apprezzo a fondo. Le sue pause per creare atmosfera e preparare alla “botta”… sarebbero anche carine se non fossero estremamente ripetitive e poi la “botta” non fosse un giretto privo di mordente.

Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi (Platinette) “Io sono una finestra”: Lucio “Violino” Fabbri??! Lucio “Violino” Fabbri??! Platinette vestito da uomo???! Platinette vestito da uomo???! Bella voce. Non me lo aspettavo. Non che sappia cantare, ben inteso, però ha una bella voce calda più di quanto mi sarei mai aspettato. “Coscienza iconoclasta”… trovo che il pezzo sia scritto bene, quindi a questo punto quindi appoggio Lucio “Violino” Fabbri (scusare l’attacco pregiudiziale) lei canta discretamente, lui no. Ma nell’insieme probabilmente può competere discretamente, nonostante il tema dell’omo-tran-sessualità che ormai è diventato un must obbligatorio, e nonostante non sia gran che accettato nonostante tutto.

Annalisa “Una finestra tra le stelle”: Naranarananna narararananna narararananna, una lieve tendenza a Valeria Rossi ma meno di Chiara, non ho capito perché ogni tanto si scuote tutta a destra e sinistra, per il resto bella voce, discreta insomma, non noto particolari stecche, mi sembra che mi urli nell’orecchio di continuo e non capisco perché debba continuare ad urlare, per il resto il brano è di una banalità disarmante, forse perfino troppo banale per competere ai vertici, ma cara Annalisa, non disperare, quasi sempre alla fine vincono pezzi come il tuo.

Nesli “Buona Fortuna Amore”: perché un uomo si fa chiamare Nesliii? Ci sono rimasto maleeeee quando l’ho visto… il brano è un po’ cantilenanteeeee, e alla Vasco Rossiiiii, dei peggiori tempiiiiii, sembra più un testo da reppeeeeeeer, ma nell’insieme non è malissimooooooo, potrebbe essere Vasco Rosiiiiii che scrive una canzone con Jiovanottiiiiiii.
Ma ripeto nell’insieme non è malissimoooooo. Forse tutto sommatoooooo di questa serata mi pare uno dei miglioriiiiii.

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Gen 192015
 

Poche cose ho visto al mondo belle quanto i raggi gialli del sole del primo mattino fendere come lame la nebbia dell’inverno contro luce.
E tu eri qui accanto a me, ed io ero accanto a te, sebbene lontani.
Sebbene tu non pensassi certamente a me.

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Nov 142014
 

Fui illuminato all’improvviso dalla potenza della luce, come se il cielo aperto in un istante in un squarcio avesse mostrato come il sole fosse invece che una palla un gigantesco universo che prima guardasse dallo spioncino convinto di non essere visto.
Nel cielo stormi di migliaia di storni volavano nel cielo terso e azzurro.
Non c’è nulla di più simile alle mani di una donna che danza musiche orientali per descrivere il movimento nel cielo di quei gruppi, quegli ammassi di piccoli corpi volanti che scendono, salgono come uno solo cambiando forme di istante in istante in modo continuo, in alto verso il cielo ed in basso tanto da sentirne lo spostamento d’aria, tanto da sentire l’odore delle piume e del grasso pronto per il freddo invernale.
D’improvviso vedere il bosco, nel bosco, attraverso il bosco.
Vedere cerbiatti, animali, volpi rincorrersi veloci, non della velocità della paura ma di quella della spensieratezza, sentire i pesci sfiorarsi nel fiume luminoso che scorre sotto questo ponte di pietra bianca e di legno scuro, vecchio, resistente.
Sentire il prato ed i fori respirare e muoversi, riconoscere le voci di ogni stelo e vedere le api posarsi, e grilli e cicale e cervi volanti muoversi ognuno per la sua strada, ognuno nella sua storia, ognuno affaccendato per i suoi bisogni. E sentire i tronchi degli alberi crescere lentamente come sempre ma inesorabilmente, inarrestabili.
Le rose, le rose luminose, illuminate che chiedono di essere carezzate e non colte, cantano soavi un richiamo di pace all’infinito.
Che sa di infinito.
Uno sguardo all’infinito dentro il tuo sguardo.
In un istante.

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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