Feb 142015
 

Ricordo l’ultima volta che ti vidi, la penultima a dire il vero, ma l’ultima prima di quel momento.
Ti guardavo mentre mi sorridevi, ti guardavo come si guarda qualcuno che non si da per scontato non si perderà mai,
ti guardavo con l’aria distratta di quando si vede qualcuno ogni giorno, ogni istante.
Non potevo sapere che non ti avrei mai più rivista, che ti avrei rivista solo un’altra volta in uno stato ben diverso.
Non potevo comprendere l’amore che mi legava a te e il non avertelo mostrato ancora abbastanza,
ti osservai sorridermi e voltarti, allontanarti da me a passi lenti mentre lavavo i piatti, ti osservavo dalla finestra finché uscisti dal mio campo visivo e poi mai più ti vidi sorridere, mai più ti vidi voltarti con l’aria che solo tu avevi.
Ricordo il primo giorno che ti vidi, schiva e solitaria.
Bellissima, e schiva, e solitaria, e timida.
Ti scelsi subito perché eri tu che volevo, ti scelsi subito perché avvicinandomi non fuggisti, ti lasciasti dolcemente sfiorare, fu come cogliere un fiore, come cogliere tutta la bellezza di un mondo in una mano.
Ricordo i mesi che passammo assieme, la tua diffidenza crescere e calare, e scivolare come una vibrazione di un diapason prima forte ed instabile poi sempre più stabile e poi flebile in oscillazioni sempre minori, fino a quel giorno, quel sorriso.
Non da molto lasciavi che io sfiorassi il tuo intero corpo, che ti prendessi tra le mie braccia e baciassi ogni parte di te, non da molto avevi cominciato a cercarmi a mostrarmi quell’amore che avevo già compreso, intravisto, amato a mia volta, non da molto avevi iniziato a lasciarti amare quel giorno che fu l’ultimo.
Furono improvvise le urla dalla strada, inaspettate, stavo asciugandomi ancora le mani dai piatti, non avevo capito che quel sorriso, quel lieve tentennamento, quel girarsi a guardarmi e fermarti un secondo era il tuo modo di salutarmi, di lasciarmi una fotografia nella mente, eterna ed indelebile, non avevo capito che stavi dicendomi “Ecco… io vado” e che stavi andando davvero.
Furono improvvise le urla dalla strada, mi chiamavano, chiamavano il mio nome, ci misi un po’ a capirlo a rendermi conto che all’improvviso tu non c’eri più, che ti avrei vista una sola volta ancora ma mai più sorridere, mai più camminare, mai più correre, mai più saltare.
Furono improvvise le urla di chi ti ha trovata accanto a tuo fratello che provava a salvarti rischiando a sua volta.

Ed ora non mi resta che il ricordo di te dopo anni, di come ad ogni goffo movimento ti uscisse un miagolio, di come rispondessi al tuo nome come ad un appello “io!” e tuo fratello che prima di allora era silenzioso che iniziò a miagolare e piangere come non mai, a far uscire un miagolio ad ogni goffo movimento, a ricordarmi ogni giorno di te, della tua bellezza, di quello che sei stata.

Precipitevolissimevolmente scivolo nei meandri dei ricordi di te.

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© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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