Staipa’s Blog

Il Blog di Stefano Giolo

La narrazione della prepotenza (e dell’ignoranza)

Solo pochi giorni fa scrivevo del bullismo usato come propaganda politica (https://wp.me/pQMJM-1Qo). Non era ancora scoppiata la fobia del Coronavirus, che poi si chiama 2019-nCoV perchè coronavirus è solo una macro categoria di virus (per info: https://tinyurl.com/rqn789a), e Stephen King doveva ancora abbandonare Facebook all’urlo di “Non mi fido. Troppe fake news e poca protezione della privacy” (https://tinyurl.com/tw635t6).

Frequento sempre meno i social, ci scrivo prevalentemente per notificare i nuovi articoli di questo blog, ma li navigo, li esploro, leggo quello che ci scrive su la gente. Mi sono sempre interessato alla Psicologia delle masse (https://it.wikipedia.org/wiki/Psicologia_delle_masse), a partire da quando da piccolo mi affascinava il fenomeno per cui nell’Arena di Verona ai concerti gli applausi tendono dopo pochi secondi a sincronizzarsi sulla frequenza di rimbalzo dell’eco.

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La colpa delle Fake News è vostra

Da qualche anno si parla sempre più spesso di Fake News. Tutti preoccupati dal fenomeno, tutti ad accusare tutti di Fake News. Fa sorridere come solo qualche anno fa si chiamassero bugie, o diffamazioni, o notizie false. Oggi sono tutte Fake News.

Ma di chi è la colpa delle Fake News? Di chi le crea o di chi, in una sorta di analfabetismo digitale, non è in grado di distinguere il vero dal falso?
Cosa cambia rispetto alla notizia che ci viene raccontata da un amico al bar che ci racconta che negli stati uniti escono i coccodrilli dagli scarichi o che suo cugino si è ritrovato in un fosso che gli mancava un rene?
Essenzialmente nulla. L’unica reale differenza è la diffusione estremamente più capillare e veloce che gli da ulteriore ma apparente credibilità.

La questione però è che la diffusione di queste false credenze non è dovuta al mezzo di trasporto, non conta che sia la voce, il giornale, internet, un social network, un cellulare perché in tutti i casi il mezzo di trasporto siamo noi: le persone.

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Dalla morte delle api al tecno-stress

Come tutti sappiamo la tecnologia in questi ultimi anni ha portato numerosi benefici ma anche numerosi problemi.
Tra questi, sia come beneficio che come problema, ha portato un accelerazione vertiginosa dei tempi di reazione.

Se pochi anni fa per chiunque era normale muoversi verso un negozio e prendersi il proprio tempo per scegliere un prodotto, inviare una lettera e attendere pazientemente una risposta, fare una telefonata e attenderne un’altra nei giorni successivi, oggi siamo molto meno disposti ad attendere.
Mail, messaggi, chat ci spingono ad accelerare. Comprare compulsivamente con pochi click, pretendere risposte in pochi istanti, comunicare compulsivamente senza ragionare.
Accade quando ci interfacciamo con il mondo esterno ma accade anche e soprattutto nel mondo lavorativo: sempre più spesso i progetti vanno fatti per ieri.

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Wikipedia Inverse Color

Konzentrationslager Warschau: Come modificare l’opinione pubblica tramite Wikipedia

Wikipedia è un entità che tutti percepiscono come positiva, ed in effetti lo è. Sembrerebbe realizzare il sogno di Asimov di una Enciclopedia galattica che contenga l’intera conoscenza umana.

Lo è? No. Ed è grande il rischio di considerarla tale.

Non solo è riuscita a scalzare le buone vecchie enciclopedie cartacee ma in gran parte anche le moderne enciclopedie online come la Encarta che per qualche anno ha spopolato. I suoi segreti sono la gratuità e il continuo aggiornamento. Sulla carta, (sembra un gioco di parole) la peer review di cui è per forza di cose permeata dovrebbe garantire all’enciclopedia stessa di essere costantemente riveduta e corretta. Qualunque utente può registrarsi e modificare una voce. Se la modificherà in maniera errata verrà corretta da altri utenti rendendo in qualche modo la conoscenza “democratica”.

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Sicurezza in Montagna

Dammi tre parole: ///guaio.rivolta.abilmente

Capita talvolta di avere bisogno di un soccorso e di non aver e non essere certi di saper spiegare ai soccorritori dove ci si trova. Speriamo non succeda, certo ma tutti sappiamo che in ogni caso può accadere. Ci si sente sicuri perché ormai c’è la tecnologia, Internet, il GPS, WhatsAPP (o chi per esso) con cui condividere la propria posizione. Ma tutto questo in genere richiede due cose: la connessione internet funzionante, il contatto telefonico del soccorritore. Immaginiamo ora di essere in alta montagna, in un luogo dove il telefono non prende e dover chiamare soccorso. Quale soluzione? Certo sarebbe bene avere sempre una cartina, sapere sempre dove vi trovate, saper ricavare dalla cartina le proprie coordinate con precisione.
Oggi c’è una tecnologia che se conosciuta e usata può davvero salvarci la vita, e le uniche due cose necessarie sono:



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Locandina The Great Hack

La democrazia della paura

Parlo spesso della privacy, lancio allarmi, cerco di spiegare. Non lo faccio solo io, lo fanno in tanti, ma l’uso che le persone continuano ad avere dei social mostra palesemente quanto tali allarmi siano assolutamente ignorati dalla gran parte della popolazione. Purtroppo è anche facile comprendere che proprio chi sta ignorando questo genere di allarmi è esattamente il target delle azioni che sono state fatte per il controllo dell’opinione pubblica.
Ho citato più volte il caso di Cambridge Analytica che secondo le indagini sembra aver agito prevalentemente sulla campagna di Trump e su quella della Brexit.
“The Great Hack – Privacy violata” è un documentario presente su Netflix (https://www.netflix.com/it/Title/80117542) che credo sia fondamentale sia guardato. Le mie parole, i miei allarmi, possono non contare nulla, come quelli di tanti professionisti del settore che come me lo stanno lanciando ma generalmente quando qualcosa è su Netflix appare improvvisamente più interessante anche per le masse.

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FaceApp

Perché a prendere in giro chi ti lancia allarmi sulla privacy stai solo facendo la figura dello stupido.

In questi giorni si parla particolarmente di FaceApp, e della sua privacy. Dopo il consueto scoppio della mania da parte dell’utente medio, gli esperti hanno alzato scudi e spade e suonato decine di allarmi. Il risultato è stato come sempre che chi non sa nulla dell’argomento si ritiene più intelligente e si sente in diritto di prendere in giro chi da esperto pone determinate questioni. Probabilmente FBI negli stati uniti e il nostro Garante per la privacy sono anche loro dei pivelli stupidi meno intelligenti dei leoni da tastiera dato che entrambi hanno aperto indagini sull’argomento (https://tinyurl.com/y5yhubts).
Forse neppure il fatto che ormai moltissimi Smatphone e computer vengano sbloccati con la faccia del proprietario e che questo uso stia andando sempre più di moda preoccupa mentre state dando la vostra faccia ad un sistema in grado di elaborare in così poco tempo un immagine di quel livello.

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La disaffezione dal “Social”

Il processo in me è iniziato da un po’, ammetto di essere sempre stato piuttosto altalenante nell’uso dei Social Network. So ad esempio di averne abusato ai tempi dei forum quando la parola “Social Network” non era ancora stata coniata ma sui forum si conoscevano persone reali, iniziavano discussioni reali che si perpetravano a volte anche per mesi o anni e che sfociavano in cene, concerti, amicizie, talvolta matrimoni. La venuta di quelli che oggi si chiamano Social Network al contrario è corrisposta ad una maggiore asocialità. Ma non è di questo che voglio parlare. I Social Network sono riusciti a sostituire i vecchi bar di paese in tutto e per tutto, in primis in quello che era la voce di paese, la leggenda metropolitana perpetrata, il mi ha detto mio cugino divenuto il ha condiviso il mio amico, si è espansa fino a diventare realtà come un tempo diveniva realtà nel piccolo quartiere o nella cittadina.

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Complottismo e Anticomplottismo

Negli ultimi anni, l’espansione di Internet e la conseguente accelerazione e popolarizzazione dell’informazione ha cambiato il nostro mondo in diversi modi.

Umberto Eco aveva riassunto in una maniera quantomai efficace quanto stava accadendo, era il 10 giugno 2015 durante l’incontro con i giornalisti in occasione della laurea honoris causa in Comunicazione e cultura dei media conferitagli dall’Università di Torino, parlava di Twitter ma in generale dei social media

…dà diritto di parola a legioni di imbecilli, i quali prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società. […] Sono della gente che di solito veniva messa a tacere dai compagni […] e che adesso invece ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. […] Credo che dopo un poco si crei una sindrome di scetticismo, la gente non crederà più a quello che gli dice Twitter.



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Come smettere di ricevere SMS pubblicitari da Vodafone (e forse altri operatori)

Come molti altri sono stato per qualche tempo cliente di Vodafone, e come molti altri dopo aver cambiato operatore telefonico ho cominciato a ricevere SMS pubblicitari per convincermi a tornare in Vodafone. Nel tempo ho provato a telefonare al 190, ha mandare lettere di reclamo e altre strade e nessuna ha sortito l’effetto sperato. Stanco di ricevere sms su sms alla fine ho provato a scrivere pubblicamente sulla loro pagina Facebook, per provare a richiedere il blocco dell’invio degli SMS per il rientro in Vodafone. Ovviamente con il mio stile…
Finalmente ho ricevuto risposte:

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Una rivoluzione immaginaria

Una rivoluzione immaginaria

Riflettevo su questa cosa ancora anni fa, avevo un età in cui ci si sente destinati a cambiare il mondo, in cui ci si sente di poter essere “la persona diversa”, quella intelligente, quella che può fare la differenza. Mi guardavo attorno e pensavo a come generazioni di giovani abbiano nel tempo cambiato o quantomeno provato a cambiare il mondo. Penso alle generazioni che negli anni 70 hanno creato fermenti che anche in una nazione piccola come l’Italia hanno cambiato l’istruzione, lasciamo perdere se nel meglio o nel peggio, al fermento artistico che univa poesia a musica a pittura a performance artistiche, alle comuni in cui musicisti di estrazioni diverse contribuivano a vicenda a creare opere di altri senza pensare ai guadagni, tornando indietro alle generazioni che hanno combattuto per la patria con o senza fucile in mano, quelli che hanno contribuito alle ricostruzioni.

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