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Il Blog di Stefano Giolo

Cosa sa Facebook di me? Cosa sa Google di me?

Tempo di lettura 8 minuti

Una paura molto comune che serpeggia nella rete è il dubbio che Facebook, Google o altri siti e social network ci spiino. Ma cosa sanno in realtà di noi? Esiste modo di proteggersi da questa loro conoscenza?

La risposta semplificata a queste due domande potrebbe essere tutto quello di cui hanno bisogno e no. Ma con dei distinguo.

Innanzi tutto, questa problematica non è legata solo a questi due colossi. Anche Microsoft, Apple, Twitter, Instagram (che poi è di proprietà di Facebook), WhatsApp (che pure è di proprietà di Facebook), WeChat e probabilmente chiunque altro raccoglie dati allo stesso modo di Facebook e Google, l’unica differenza è forse la pervasività di uno o dell’altro. Esistono due metodi per sapere se queste piattaforme usano e sfruttano i nostri dati, il primo metodo è estremamente noioso ed è quello di leggersi le policy di privacy che abbiamo approvato in fase di registrazione

Privacy Policy di…

Basta cercare su un qualunque motore di ricerca “Privacy Policy” seguito dal nome del servizio a cui siamo interessati. Sono però spesso lunghe, ampollose e di difficile lettura.

Il secondo metodo è chiedersi: perché è gratis?

Perché è gratis?

In Italia purtroppo abbiamo una lunga tradizione di pirateria e di sensazione che tutto debba esserci fornito gratis. Da quando esistono i computer la gran parte di noi ha piratato i software, da Windows, a Photoshop, a Office, a qualunque minuscola utility nella convinzione che tutto costasse troppo. Qui ci sarebbe una enorme parentesi da aprire sui danni che questa filosofia ha fatto all’industria del software, quella discografica e quella cinematografica, ma il risultato è che oggi quando qualcosa ci viene proposto gratis a noi sembra del tutto normale, quando ci viene proposto a pagamento ci sembra un oltraggio.

Dietro allo sviluppo, alla gestione, al mantenimento di un software invece ci sono dei costi che sono enormi e crescono in base alla quantità di clienti che un prodotto ha. Sviluppare un’app o un sito non è una cosa che si faccia in pochi minuti e spesso non è una cosa che possa essere fatta in poche persone. Oltre al software specifico ci sono infrastrutture tecnologiche, sistemi di backup, sistemi che garantiscano la business continuity (fare in modo che il sistema funzioni sempre anche a fronte di malfunzionamenti locali) e disaster recovery (fare in modo che anche a fronte di un disastro come un terremoto, un’alluvione, un’esplosione nucleare i dati non vengano perduti e si possa ripartire)

Ovviamente più sono i clienti, più il servizio è sparso per il mondo, più è vitale, più i costi aumentano. E dietro a tutto questo ovviamente ci sono persone che si nutrono, vestono e istruiscono figli e pagano case proprio come ognuno di noi.
Tutto questo ci viene fornito gratis, e non solo la cosa non ci stupisce ma quando la catena di Sant’Antonio di turno ci paventa che possano chiederci mezzo euro all’anno corriamo a condividere col terrore che ci costringano a pagare qualcosa!
Diamo perfino per scontato che questi servizi debbano essere sempre attivi e ci lamentiamo o li scherniamo quando hanno dei malfunzionamenti, come se pagassimo per averli sempre attivi.

Non è strano?

Se Facebook uno può pensare sopravviva solamente della pubblicità che ci propina (ma vedremo che non è assolutamente così), cosa si può dire di altri servizi come quelli di messaggistica che di pubblicità non ne mostrano? Sono degli incredibili benefattori?

I Fratelli Grimm nel 700 avevano già provato a spiegarcelo con il racconto di Tremotino ma:

Se non paghi un prodotto, allora il prodotto sei tu.

Questa volta niente autore della citazione, l’hanno detto in troppi per risalire a un primo.

Se non stai pagando tu il servizio che ti viene fornito, allora è evidente che il servizio ti viene fornito usando un’altra fonte di guadagno. Ma se fornirti il servizio non fosse esso stesso la fonte del guadagno perché qualcuno dovrebbe faticare a fornirtelo? Non si sta parlando di enti benefici, di governi che forniscono la sanità pubblica, di grandi benefattori, o di offerte per convincerti a comprare altro, si sta parlando di normali società e aziende a scopo di lucro che forniscono un servizio completamente gratuito. Come è possibile?

Quello su cui vivono sono esattamente i tuoi dati e se temi per l’uso che ne fanno l’unico modo per proteggersi è quello di non utilizzarle. Se temi Google dovresti non usare Google (e gli smartphone e tablet Android e gmail eccetera), se temi Apple dovresti non usare iPhone, iPad o un Mac, se temi Microsoft non dovresti usare Windows o Office, se temi Facebook non dovresti usare Whatsapp, Instagram e Facebook… eccetera.
Certo potresti disabilitare alcune funzioni, per esempio disabilitare il GPS del telefono, ma questo ti impedirebbe di usare alcuni servizi, come per esempio il navigatore stradale anche se in realtà non serve il GPS per tracciare il tuo telefono (https://wp.me/pQMJM-1ZN).

A questo punto torniamo alla domanda iniziale.

Cosa sa Facebook di me? Cosa sa Google di me?

Tutto ciò di cui hanno bisogno. Il funzionamento di questo genere di servizio è la raccolta massiva di dati. Per ognuno viene creata una sorta di identità digitale, dove vengono raccolte informazioni in maniera del tutto automatizzata. Per fare un esempio io potrei essere iscritto a WhatsApp, essendoci iscritto avrò fornito al servizio tutta la mia rubrica telefonica (spero ne siano tutti consapevoli, altrimenti come farebbero a metterci in contatto con gli amici?), i messaggi sono criptati e non possono essere visionati se non da chi spedisce e da chi legge, nessuno intermediario può leggerli. Ma le connessioni no. Si può sapere qual è il numero che contatto più di frequente, si può sapere gli orari, si può sapere quali contatti nella mia rubrica sono quelli con cui ho relazioni più continuative. Esisterà una identità digitale senza un nome ma con un numero di telefono. Il mio. E con attaccate miriadi di informazioni.
Poi mi registrerò a Instagram, o a Facebook, magari inserendo il mio numero. A quel punto quell’identità digitale presente su WhatsApp comincerà ad avere un nome e un cognome sui server di Facebook. E le mie connessioni di rubrica acquistano nuovi significati, arricchendosi ulteriormente. Una persona registrata su Facebook che avrà fornito la propria rubrica come me verrà identificata come mio conoscente e se per esempio quella è una delle più contattate da me e lavora in una palestra è possibile che io sia interessato alle palestre e divento un buon target a cui inviare pubblicità mirate di quel genere.
Nel frattempo, però sarò magari registrato a Instagram arricchendo ancora quella mia identità digitale di dati, connessioni, like.

Tutto è utile a questo fine, ogni infinitesima informazione. Più informazioni ha il servizio migliori target pubblicitari potrà vendere. E se venisse usato in maniera pericolosa o se i dati dovvessero essere parzialmente o totalmente rubati? Non satebbe la prima volta, è già accaduto.

A cosa serve l’identità digitale?

L’identità digitale diventerà in pochissimo tempo un mio alter ego con gusti, interessi, conoscenze, legami sentimentali, luoghi preferiti. Più like metto, più interessi esplicito, più cose faccio su questi servizi più la mia identità digitale crescerà diventando il tutto e per tutto simile alla mia identità reale. Non importa a nessun umano di sapere se mi piace il cioccolato o la fragola, se mi piacciono gli uomini o le donne, se guardo porno bdsm o classici Disney. Non ci sarà nessuna persona interessata a conoscere i miei più ludibri segreti. Tuttavia, ci saranno migliaia di servizi pubblicitari interessati a sapere cosa piace a un uomo di 38 anni, che abiti nella mia zona e abbia un profilo psicologico, tecnico, sentimentale simile al mio. Per sapere quali pubblicità mandarmi, per sapere come attirarmi e spingermi a passare più tempo su un dato servizio.

Poi c’è chi utilizzerà quei dati direttamente mandando pubblicità durante l’uso del servizio come Facebook, o Instagram, c’è chi avrà solo lo scopo di raccogliere dati e darli all’azienda madre come WhatsApp a Facebook, c’è chi creerà un proprio sistema in cui gli inserzionisti possano comprare statistiche per pubblicità o direttamente inserzioni come Facebook e Google.
Dati.
Grandi dati aggregati ed elaborazioni degli stessi. E pubblicità, pubblicità per comprare, per usare un altro servizio e purtroppo talvolta per convincerci a cosa credere o su cosa votare alle elezioni.

Qual è la soluzione?

Come sempre la conoscenza. Fuggire da questo meccanismo sarebbe impossibile, oggi solo l’avere uno smartphone implica scendere a compromessi con una di queste grandi aziende.
Esistono alternative, ma estremamente marginali, e poi per comunicare con i conoscenti dovremmo comunque usare uno dei sistemi di messaggistica che usano loro.

Sapere come funzionano queste cose, però, è utile per decidere la quantità e la qualità dei dati che si è disposti a cedere, a imparare a fare un uso maggiormente consapevole dei servizi, a sapere che più forniamo informazioni più loro sanno conoscerci e renderci in qualche modo dipendenti. Non tanto brandendoci con la forza quanto dandoci i contentini di mostrarci in bacheca le cose che ci attirano. Rendendoci conto che quando siamo estremamente divisivi è probabile siamo vittime di Fake News (https://wp.me/pQMJM-20K) inviate proprio a noi perché chi le crea sa che proprio a noi piacciono quelle tematiche.
Ci sono mille altri modi in cui violiamo la nostra privacy ogni giorno (https://wp.me/pQMJM-203) e la soluzione non è essere terrorizzati ma essere consapevoli di quello che stiamo facendo.

Bisogna smettere di utilizzare tutto?

Se la paura è per il singolo fornitore la risposta è sì. Se hai paura di Facebook non devi usare nessun suo servizio, se hai paura di Google non devi usare nessun suo servizio, esattamente come se hai paura del tuo vicino, non suonare il campanello neanche per chiedere lo zucchero.
Tutto il mio articolo è stato focalizzato maggiormente su Facebook e su Google per un motivo preciso, ma in tutto questo voglio ricordare che lo stesso vale per Apple, Twitter, o qualunque altro servizio.

Tuttavia, sul piatto della bilancia va messo anche il servizio che viene fornito. Se prendiamo nuovamente in analisi i due big che ho citato più volte, premesso che stiate regalando loro la stessa quantità di privacy ad uno lo state facendo per ricevere in cambio foto di amici, soddisfazione nel ricevere like, informazione e disinformazione con parecchie problematiche di limpidezza (https://wp.me/pQMJM-20K), la possibilità di tenervi in contatto con persone lontane, con l’altro state ricevendo in cambio, uno dei migliori motori di ricerca del mondo, un sistema per fare videoconferenze, una suite per l’ufficio completa, uno dei migliori servizi mail, un servizio di storage online, un sito di pubblicazione di paper e documentazioni scientifiche e per la scuola, un traduttore in decine di lingue, un navigatore satellitare completo con situazione del traffico in tempo reale e tutti i negozi, orari di apertura e recensioni, un sistema di news avanzato e bipartisan… e molto altro.

La scelta ovviamente sta a ognuno di noi. Persona per persona, servizio per servizio.

Leggendo questo articolo ti sono venute delle domande a cui potrei rispondere nei prossimi articoli?

Qui puoi trovare tutte le domande semplici: https://short.staipa.it/ledomandesemplici


Conferenze

Sono disponibile per l'organizzazione di conferenze su Uso consapevole delle tecnologie, e su Come riconoscere le Fake News, o altri temi analoghi. Potete contattarmi attraverso i miei contatti su questo sito. Le conferenze possono essere declinate per formazione per adolescenti, formazione per genitori o formazione per insegnanti. Potete visitare l'apposita pagina Conferenze e Corsi per maggiori informazioni.

1 thought on “Cosa sa Facebook di me? Cosa sa Google di me?

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