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Il Blog di Stefano Giolo

Ecco perché all’Aquila non si ricostruisce

Tempo di lettura 2 minuti

Il Cavaliere di nuovo a Coppito, ma la ricostruzione è ancora in alto mare.

Sale sul montacarichi e si fa portare sul tetto di una casa in costruzione dove scioglie il nastro che tiene chiusa una bandiera italiana. Il tricolore, una volta liberato, garrisce al vento, con accanto il volto sorridente del presidente del consiglio.
Il palcoscenico è quello di Bazzano, una delle zone dove sorgeranno le tremila casette destinate ai terremotati aquilani. Attore protagonista, Silvio Berlusconi, che ieri è andato per un sopralluogo sui cantieri. Scena questa che è destinata a ripetersi spesso, visto che il premier ha fatto sapere che durante il mese di agosto almeno una volta a settimana si recherà in terra abruzzese per seguire i lavori.
Ora, non è una novità il fatto che Berlusconi abbia puntato parecchie fiche politiche sulla gestione postterremoto.
E di conseguenza sta mettendo in campo tutta la sua moral suasion nei confronti di Tremonti (che ha la cassa) e Bertolaso (che coordina il progetto) affinché i prefabbricati siano pronti il più presto possibile. I risultati del resto cominciano ad arrivare, visto che sui cantieri si lavora a ritmo serrato, fino a notte fonda, e probabilmente i tempi di consegna indicati, fra novembre e dicembre, saranno rispettati.
Tuttavia l’ossessione, soprattutto mediatica, del premier per la costruzione delle casette cela un problema ben più grosso, che in autunno rischia di esplodere nelle mani del governo: la ricostruzione vera e propria dell’Aquila ancora non è partita e sconta ritardi importanti. Il primo segnale d’allarme l’ha lanciato un paio di giorni fa proprio Bertolaso, che si è chiesto come mai le domande per i contributi statali fossero ancora poche, due o tremila. Si tratta di quelle per accedere ai 10mila euro destinati a case che hanno pochi danni e che velocemente potrebbero essere di nuovo abitabili.
Alla domanda ha risposto sconsolato il sindaco aquilano, Massimo Cialente, che ha spiegato come il governo e la protezione civile abbiano messo più di un paletto burocratico nelle procedure. In sostanza, sebbene l’ordinanza sia stata firmata il 25 maggio, tutti quei passaggi necessari per renderla operativa (come il tariffario e le linee guida) sono stati compiuti solo una settimana fa. Questo per le abitazioni danneggiate. Per quelle inagibili invece regna ancora l’incertezza, non è possibile presentare nessuna domanda. Il risultato è un centro storico aquilano paralizzato. Perché? Il problema principale è sempre lo stesso: i soldi. Cialente sostiene di aver ricevuto da pochi giorni solo 20 milioni a fronte dei 120 necessari. E mercoledì la maggioranza ha respinto l’emendamento al Dpef, presentato dai dem Lusi e Legnini, che intendeva mettere nel documento nero su bianco le cifre per l’Abruzzo per i prossimi quattro anni.
Con la ricostruzione ancora in alto mare, allora per il governo diventa imprescindibile puntare sulle casette, che a regime daranno alloggi a 15mila persone. Ma cosa succederà agli altri 35mila sfollati meno fortunati? Il premier ieri ha annunciato che lo stato si farà carico di appartamenti sfitti e di villette per 11mila persone. Ne mancano però all’appello ancora 24mila. È qui che a Berlusconi viene in soccorso la sua proverbiale fantasia.
Ad agosto verrà fatto un censimento fra gli aquilani, che potranno “scegliere” se andare nelle nuove casette, in uno degli appartamenti sfitti o in alternativa a casa di parenti o amici. In quest’ultimo caso, il governo darà un contributo mensile di 600 euro. Soldi che hanno tutta l’aria di essere il prezzo del silenzio per quello che si prospetta essere una ricostruzione lunga, complicata e senza fondi. Non a caso il premier ha trovato ad attenderlo a Coppito i comitati in piena contestazione.
Gianni Del Vecchio
FONTE Europaquotidiano

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