Staipa’s Blog

Il Blog di Stefano Giolo

Gocce

Era da diverso tempo che si faceva la stessa domanda.
Aveva mangiato come al solito qualcosa al volo, non si ricordava neppure cosa a dire il vero, poi era tornato davanti al computer e si era messo di nuovo al lavoro.

Non era un periodo semplice, la pressione di Luca, il suo responsabile si stava facendo terribilmente forte. Il fatturato aziendale era in netto calo, l’azienda aveva perso un grosso cliente e per riuscire a far quadrare i conti aveva licenziato tutti i consulenti. Marco si trovava addosso tutto il peso di un lavoro che non gli era mai andato giù fino in fondo.
Al culmine di una discussione aveva sbattuto i pugni sul tavolo e si era allontanato per calmarsi, era andato verso il bagno e si era rinfrescato il volto.

Si sentiva confuso. La mente annebbiata non gli permetteva neppure di ricordare che cosa lo aveva fatto incazzare pochi istanti prima. Stava uscendo di testa. Doveva tornarsene a casa.

Si sedette sulla tazza del cesso e fu in quel momento che si accorse di qualcosa di strano sulla camicia. Erano tre gocce rosse. Nella parte bassa, poco sopra Perfettamente tonde spiccavano sul bianco della camicia come fragole su una torta di panna. Si alzò, sistemò i pantaloni e tornò a guardarsi allo specchio.
Controllò che non gli fosse uscito sangue dal naso: sembrava a posto. Eppure quelle tre gocce rosse erano lì, assieme a qualcosa che spingeva nel fondo della mente per emergere. Cercò di tornare indietro col pensiero: che cosa aveva mangiato? Era passato poco più di un’ora dalla pausa pranzo. Eppure qualcosa gli impediva di ricordare. Non era stato un panino? Gli pareva di sì. Ma cosa conteneva? Melanzane, zucchine… c’era o non c’era del pomodoro?
Osservava le macchie e le macchie sembravano osservare lui.
Un brivido gli scorreva lungo la schiena mentre cercava di ricordare cosa avesse mangiato a colazione. O che cosa avesse generato quelle macchie. In genere mangiava biscotti con il caffè latte, solo raramente marmellata sulle fette biscottate. Era uno di quei giorni?
No. Aveva l’impressione che dovesse essere estremamente ovvio da dove venissero quelle gocce ma non riusciva a ricordare. Come se la i ricordi si stessero ritirando ed avvicinando sempre più all’adesco, come se il prima stesse cessando di esistere.
Tornò in ufficio.
-Luca, scusami, mi sento poco bene, avrei bisogno di tornare a casa, è un problema? – Disse.
Chiuse il portatile, indossò il soprabito e si allontanò senza aspettare una risposta.
Fuori, il cielo era azzurro e luminoso. Troppo azzurro. Troppo luminoso per guardarlo. Avrebbe preferito di gran lunga che il mondo sentisse addosso il peso che sentiva lui e invece sembrava che tutto cospirasse per far sì che il suo mal di testa riuscisse a spaccargli il cranio.
Nella mente l’immagine delle tre fragole esplodeva come dei flash. Fragole scomposte, slabbrate, probabilmente marce o avvelenate.
Questa immagine stava mangiandolo da dentro, mordeva e scricchiolava dentro il suo cervello facendosi strada.

Si accorse di essere immobile davanti alla porta della palazzina nella quale lavorava. Era uscito e si era fermato a guardare il mondo.
Una signora camminava spingendo un passeggino, dentro un bambino sorrideva felice. Marco si chiese che fine avrebbe fatto quel bambino tra settant’anni, ancora chiuso in un ufficio, ancora a tagliare pezzi di carne in macelleria o a spalare merda in qualche altro modo. O forse neppure, forse sarebbe finito sotto un ponte sostituito da una macchina che avrebbe fatto il suo lavoro.
-Ridi, ridi finché puoi, perché poi arriverà la vita- Pensò guardandolo.

Sentiva il sole scaldargli la schiena mentre lentamente camminava verso casa, sentiva il profumo nauseante dei fiori che stavano sbocciando, le risate dei bambini alla scuola elementare che finalmente potevano giocare fuori e trapanargli i timpani con i loro urletti striduli e fastidiosi. Lui non ne avrebbe mai avuto uno.

Un agente di polizia gli passò accanto osservandolo e Marco si irrigidì improvvisamente. Non aveva neppure idea di perché gli stesse succedendo ma non voleva essere guardato, controllato, visto.
Tornò a pensare a quelle tre macchie, a quelle maledette tre macchie rosse schifose. L’agente era passato e Marco si voltò a controllare di non essere seguito. Un movimento privo di raziocinio ma non aveva saputo resistere alla tentazione di guardare. Solo questo ci voleva, essere fermato per qualche sorta di controllo e magari finire in qualche guaio. Non bastava il lavoro, la gente felice, i bambini, il sole, le stramaledette noie della stramaledetta vita. Non bastava aver trovato in casa quel bracciale da uomo. Sotto il comodino. Sotto quel fottuto comodino che gli aveva regalato sua suocera. Ci sarebbe mancato anche un arresto per qualcosa a caso. Eccesso di assenza di empatia. Furto di speranza a mano armata.
Che poi che colpa ne aveva lui di tutto quello che stava accadendo nella sua vita?
Che colpa ne aveva se non aveva mai avuto il coraggio di affrontare la verità fino a quel giorno?

Continuò a passeggiare. Mancava poco ormai per arrivare a casa.
Come l’avrebbe trovata?
Non era importante. Ormai non la sentiva neppure più casa sua. L’aveva comprata, aveva fatto un mutuo, sì. E poi? E poi era stata Anna a scegliere gli arredamenti, metà dei quali erano arrivati da sua madre. “Roba usata! Roba garantita! Questo è un Luigi XVI!” O qualunque Luigi o Giovanni fosse. Compreso quel cazzo di comodino. Quel cazzo di comodino con sotto quel cazzo di bracciale. Da uomo.

E di che uomo, tra l’altro! Un genio. Nome, cognome e data della prima comunione, c’erano. Nome, cognome e data della prima comunione. Sotto il comodino. Nella casa di un altro. Accanto al letto.

Con il passo pesante Marco attraversò il vialetto di casa. Lóna, il cane, non abbaiò. Si chiese distrattamente se l’avrebbe mai più sentita abbaiare mentre tornava a pensare a quei tre piccoli cerchi rossi che avevano insozzato la camicia per ricordargli cosa fosse successo. Stava iniziando ora a ricordarlo. Stava lentamente tornando lucido.

Aprì la porta ed entrò in casa. Si tolse il soprabito e lo appese all’attaccapanni.
C’era silenzio. Solo il ticchettio dell’orologio scandiva il passare del tempo. Quanto ne era passato? Quanto ne avrebbe dovuto passare ancora?
Tic. Tac. Silenzio.
Tic.

Tac.

Silenzio.

Si sedette al tavolo della cucina, era ancora tutto lì.
La busta. I fogli. Tutti quei documenti. La penna.

Tic. Tac. Silenzio.

La prese in mano, come aveva fatto ogni giorno di quella settimana. La mano tremava.
Appoggiò la penna sul foglio, ancora una volta. Poi la rialzò, ancora una volta.

Tic. Tac. Silenzio.

Aveva scelto di farlo con l’inchiostro rosso, con la stessa penna a calamaio con cui le aveva scritto la prima lettera d’amore.
Inchiostro rosso, chissà se sarebbe stato valido, ma per lui era importante usare quello.

Tic. Tac. Silenzio.

E fu con quello che firmò il divorzio.

Disclaimer

Tutto ciò che leggi qui dentro è una libera rielaborazioni di vissuti, sogni e immaginati. Non rispecchia necessariamente la mia realtà. Se chi legge presume di interpretare la mia vera persona sbaglia. Se chi legge presume che tutto sia inventato sbaglia parimenti. Se tu che leggi mi conosci, leggimi come leggeresti uno scrittore sconosciuto e non chiederti altro di diverso di ciò che chiederesti di questo.

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