Staipa’s Blog

Il Blog di Stefano Giolo, divulgazione informatica, uso consapevole tecnologia, e fatti miei

Il caos provvidenziale e la famiglia Cecchettin

Tempo di lettura 9 minuti

Ho notato che nessuno entra nel panico quando le cose vanno secondo i piani… anche se i piani sono mostruosi. Se domani dico alla stampa che un teppista da strapazzo verrà ammazzato o che un camion pieno di soldati esploderà, nessuno va nel panico, perché fa tutto parte del piano. Ma quando dico che un solo piccolo sindaco morirà… allora tutti perdono la testa! Se introduci un po’ di anarchia… se stravolgi l’ordine prestabilito… tutto diventa improvvisamente caos.

Jocker in Il Cavaliere Oscuro, Christopher Nolan

Si tratta semplicemente di questo. Se non c’è un forte cambiamento, se non c’è qualcosa che lo scuote, l’essere umano tende ad abituarsi. Si tratta di un semplice meccanismo di sopravvivenza, se passassimo tutto il tempo a pensare a ciò che può accadere saremmo incapaci di uscire di casa o di alzarci dal letto. Se pensassimo a tutte le possibilità di ammalarci, fare un incidente per strada, essere ammazzati da un passante saremmo terrorizzati dalla realtà, e invece tendiamo ad abituarci. Soprattutto all’essere ammazzati, o ammazzate nello specifico, o a sapere che qualcuna viene ammazzata. Non è più strano o irreale di sapere che dei soldati siano stati uccisi, o che in alcune nazioni del mondo i civili siano sotto l’assedio costante delle bombe.

Ormai una donna ammazzata è un numero in più in una statistica di cui discutere stancamente. Sono in calo? Sono in crescita? Sono di più che in quella nazione là? Sono di meno di questa nazione qua? Sì, ma era un delitto sentimentale? Era un raptus? Se l’è cercata? Ma aveva denunciato o no? Sì, ma è il patriarcato oppure è normale succeda? Ma è normale che ci sia il patriarcato? Bla bla bla?

Poi viene uccisa un’altra ragazza, una ragazza normale parte di una famiglia normale. O forse no. Forse parte di una famiglia in grado di creare una rottura col passato, di scombinare i piani, di introdurre un po’ di anarchia.

Il fenomeno dei femminicidi è come molti fenomeni di violenza assimilabile al meccanismo del bullismo, c’è chi ha un potere -gli uomini-, chi lo subisce -le donne-, e chi deve decidere se stare a guardare o agire -la popolazione-. In quest’ultima categoria, come sempre, la gran parte delle persone sta seduta a guardare, una parte discretamente piccola si schiera a favore del debole. E la normalità prosegue indisturbata.

Anche in questo caso c’era un discreto fronte di solidarietà che sarebbe presto caduto nel dimenticatoio mentre fuori dalle finestre dell’opinione pubblica le “solite femministe” di Non Una Di Meno avrebbero urlato un po’ per poi sopirsi fino alla prossima morta ammazzata.

E invece la sorella di Giulia, Elena, ha parlato di patriarcato sui TG nazionali. A memoria credo sia stata la prima volta, anche se come tutti potrei aver dimenticato la precedente. La sorella di Giulia ha parlato di patriarcato ed è stata attaccata come satanista per il suo look e una felpa. Io l’ho trovato un segnale bellissimo. Per la prima volta parte della popolazione che in genere se ne sta seduta a guardare il bullo pestare la vittima si è alzata. Da una parte c’è stata una alzata di scudi verso la sorella, dall’altra attacchi ridicoli, perché diciamocelo, attaccare una ragazza dandole della satanista è oggettivamente ridicolo. Un attacco sensato, adulto, consapevole avrebbe tentato di smontare il suo discorso, non il suo look e la sua credibilità. In fondo lei era una possibile vittima che alzava la testa non solo in una piazza fuori dalle finestre ma in TV. Le è stato dato un potere che pochi hanno la possibilità di avere, e lei lo ha usato non per piangere, o per lamentarsi come tutti si sarebbero aspettati, lo ha usato per analizzare il fenomeno culturale e far riflettere le persone. Uscendo dal ruolo che la società si attendeva.

Quello che sarebbe stato normale, quello che non avrebbe creato caos sarebbe stato che lei si mettesse a piangere, sparisse nel suo angolino schiacciata dai bulli e dai loro difensori. Era questo che chi l’ha attaccata si aspettava, e inconsciamente era quello che si aspettavano tutti. Eppure, dall’altra parte c’è stata una nuova levata di scudi. E la famiglia Cecchettin ha retto.

Poi il funerale. Se Elena era riuscita ad attirare i media sul caso Gino, il padre, legge un’orazione civile dal peso enorme. Scritto lucidamente da una persona intelligente razionale ed analitica. Una forza interiore immensa che sfido chiunque a non ammirare.
In questo non riesco a non pensare alla tanto odiata razionalità degli informatici e alla loro capacità di smontare i problemi in problemi più piccoli e cercare di analizzarli pezzo per pezzo. Forse è questo che li ha salvati. Perché è questo che è Gino: un Ingegnere Informatico, e noi informatici spesso accusati di essere freddi calcolatori.

Altre levate di scudi, accuse di voler entrare in politica, accuse di essere troppo freddi e poco piangenti, accuse di voler cercare visibilità. Sì, ma totale incapacità di smontare un discorso che è oggettivamente perfetto. Che coglie nel segno. Non solo che scatena le ire di chi si sente colpito senza dargli la possibilità di difendersi attaccando anche una singola frase di quel discorso.

Infine, per ora, Gino da Fabio Fazio. Una intervista tranquilla, senza odio e rabbia, con tanta sofferenza e il desiderio di non rendere inutile tutta questa sofferenza. Di nuovo attacchi. Vuole diventare un personaggio televisivo. Vuole andare in politica. Come se la difesa delle donne dovesse avere una appartenzenza o un colore politico e non dovesse essere una presa di posizione superpartes. Se Gino volesse entrare in politica credo che dovrebbero essere tutti i partiti a cercare di accaparrarselo, da quelli della destra più estrema a quelli della sinistra più estrema passando per ogni colore e posizione possibili.

Odio. Odio. La solita Narrazione della prepotenza e dell’ignoranza (https://short.staipa.it/g4kud). Una persona di cui ho grande stima un giorno mi ha detto: “se si agitano tanto è perché sanno che stanno perdendo”, il tema era un altro, ma si parlava sempre di diritti, di libertà, e di scontri per non permettere che questi diritti e queste libertà venissero date.

Lo so, in mezzo c’è la sofferenza di una famiglia, una sofferenza che oltre ad essere dovuta alla morte di una figlia è dovuta agli insulti, all’odio, alla becera ignoranza di chi commenta; quindi il mio augurio non può che essere la risoluzione, o almeno la riduzione, di quella sofferenza: il cessare dell’odio nei loro confronti. Credo che d’altra parte, però, questo sia un segnale di cambiamento, quello che anche il padre della ragazza spera di realizzare: l’inizio di un cambio di direzione di cui lui si fa portavoce. E ognuno di noi, soprattutto gli uomini, dovrebbe dargli la mano e affiancarlo nel lottare ricordando che è colpa nostra se queste cose accadono (Ogni femminicidio è colpa mia https://short.staipa.it/ljona), e che il cambiamento deve partire da noi. Dobbiamo fare da volano a questo caos generato dal comportamento inatteso di questa famiglia.

Smettiamola di guardare chi odia e di pensare a come sia brutta questa società, il fatto che gli odiatori si alzino in piedi è perché non possono più starsene seduti a guardare, perché si sentono attaccati, perché si sentono assediati. Guardiamo chi ama, chi vuole cambiare le cose, abbracciamoli, facciamo gruppo, difendiamo le vittime, isoliamo il bullo.

Modifica del 16/12/2023

A corollario di quanto detto in questo articolo, una breve riflessione sui commenti ricevuti: L’incapacità di comprendere la realtà dei femminicidi (https://short.staipa.it/vef19)

Discorso di Gino Checchettin al Funerale di Giulia

Carissimi tutti,
abbiamo vissuto un tempo di profonda angoscia:
ci ha travolto una tempesta terribile e anche adesso questa pioggia di dolore sembra non finire mai.
Ci siamo bagnati, infreddoliti, ma ringrazio le tante persone che si sono strette attorno a noi per portarci il calore del loro abbraccio.
Mi scuso per l’impossibilità di dare riscontro personalmente, ma ancora grazie per il vostro sostegno di cui avevamo bisogno in queste settimane terribili.
La mia riconoscenza giunga anche a tutte le forze dell’ordine, al vescovo e ai monaci che ci ospitano, al presidente della Regione Zaia e al ministro Nordio e alle istituzioni che congiuntamente hanno aiutato la mia famiglia.
Mia figlia Giulia, era proprio come l’avete conosciuta, una giovane donna straordinaria. Allegra, vivace, mai sazia di imparare.
Ha abbracciato la responsabilità della gestione familiare dopo la prematura perdita della sua amata mamma.
Oltre alla laurea che si è meritata e che ci sarà consegnata tra pochi giorni, Giulia si è guadagnata ad honorem anche il titolo di mamma.
Nonostante la sua giovane età era già diventata una combattente, un’oplita, come gli antichi soldati greci, tenace nei momenti di difficoltà:
il suo spirito indomito ci ha ispirato tutti.
Il femminicidio è spesso il risultato di una cultura che svaluta la vita delle donne, vittime proprio di coloro avrebbero dovuto amarle e invece sono state vessate, costrette a lunghi periodi di abusi
fino a perdere completamente la loro libertà prima di perdere anche la vita.
Come può accadere tutto questo? Come è potuto accadere a Giulia?
Ci sono tante responsabilità, ma quella educativa ci coinvolge tutti: famiglie, scuola, società civile, mondo dell’informazione…
Mi rivolgo per primo agli uomini, perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere. Parliamo agli altri maschi che conosciamo, sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali.
Dovremmo essere attivamente coinvolti, sfidando la diffusione di responsabilità, ascoltando le donne, e non girando la testa di fronte ai segnali di violenza anche i più lievi. La nostra azione personale è cruciale per rompere il ciclo e creare una cultura di responsabilità e supporto.
A chi è genitore come me, parlo con il cuore: insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte.
Creiamo nelle nostre famiglie quel clima che favorisce un dialogo sereno perché diventi possibile educare i nostri figli al rispetto della sacralità di ogni persona, ad una sessualità libera da ogni possesso e all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro.
Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ci connette in modi straordinari, ma spesso, purtroppo, ci isola e ci priva del contatto umano reale.
È essenziale che i giovani imparino a comunicare autenticamente, a guardare negli occhi degli altri, ad aprirsi all’esperienza di chi è più anziano di loro.
La mancanza di connessione umana autentica può portare a incomprensioni e a decisioni tragiche.
Abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di ascoltare e di essere ascoltati, di comunicare realmente con empatia e rispetto.
La scuola ha un ruolo fondamentale nella formazione dei nostri figli.
Dobbiamo investire in programmi educativi che insegnino il rispetto reciproco, l’importanza delle relazioni sane e la capacità di gestire i conflitti in modo costruttivo per imparare ad affrontare le difficoltà senza ricorrere alla violenza.
La prevenzione della violenza di genere inizia nelle famiglie, ma continua nelle aule scolastiche, e dobbiamo assicurarci che le scuole siano luoghi sicuri e inclusivi per tutti.
Anche i media giocano un ruolo cruciale da svolgere in modo responsabile. La diffusione di notizie distorte e sensazionalistiche non solo alimenta un’atmosfera morbosa, dando spazio a sciacalli e complottisti, ma può anche contribuire a perpetuare comportamenti violenti.
Chiamarsi fuori, cercare giustificazioni, difendere il patriarcato quando qualcuno ha la forza e la disperazione per chiamarlo col suo nome, trasformare le vittime in bersagli solo perché dicono qualcosa con cui magari non siamo d’accordo, non aiuta ad abbattere le barriere. Perché da questo tipo di violenza che è solo apparentemente personale e insensata si esce soltanto sentendoci tutti coinvolti. Anche quando sarebbe facile sentirsi assolti.
Alle istituzioni politiche chiedo di mettere da parte le differenze ideologiche per affrontare unitariamente il flagello della violenza di genere. Abbiamo bisogno di leggi e programmi educativi mirati a prevenire la violenza, a proteggere le vittime e a garantire che i colpevoli siano chiamati a rispondere delle loro azioni. Le forze dell’ordine devono essere dotate delle risorse necessarie per combattere attivamente questa piaga e degli strumenti per riconoscere il pericolo.
Ma in questo momento di dolore e tristezza, dobbiamo trovare la forza di reagire, di trasformare questa tragedia in una spinta per il cambiamento.
La vita di Giulia, la mia Giulia, ci è stata sottratta in modo crudele, ma la sua morte, può anzi DEVE essere il punto di svolta per porre fine alla terribile piaga della violenza sulle donne. Grazie a tutti per essere qui oggi: che la memoria di Giulia ci ispiri a lavorare insieme per creare un mondo in cui nessuno debba mai temere per la propria vita.
Vi voglio leggere una poesia di Gibran che credo possa dare una reale rappresentazione di come bisognerebbe imparare a vivere:
“Il vero amore non è ne fisico ne romantico.
Il vero amore è l’accettazione di tutto ciò che è,
è stato, sarà e non sarà.
Le persone più felici non sono necessariamente
coloro che hanno il meglio di tutto,
ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.
La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta,
ma di come danzare nella pioggia…”
Cara Giulia,
è giunto il momento di lasciarti andare. Salutaci la mamma.
Ti penso abbracciata a lei e ho la speranza che, strette insieme, il vostro amore sia così forte da aiutare Elena, Davide e anche me non solo a sopravvivere a questa tempesta di dolore che ci ha travolto, ma anche ad imparare a danzare sotto la pioggia.
Sì, noi tre che siamo rimasti vi promettiamo che, un po’ alla volta, impareremo a muovere passi di danza sotto questa pioggia.
Cara Giulia, grazie, per questi 22 anni che abbiamo vissuto insieme e per l’immensa tenerezza che ci hai donato.
Anch’io ti amo tanto e anche Elena e Davide ti adorano.
Io non so pregare, ma so sperare: ecco voglio sperare insieme a te e alla mamma, voglio sperare insieme a Elena e Davide e voglio sperare insieme a tutti voi qui presenti: voglio sperare che tutta questa pioggia di dolore fecondi il terreno delle nostre vite e voglio sperare che un giorno possa germogliare.
E voglio sperare che produca il suo frutto d’amore, di perdono e di pace.
Addio Giulia, amore mio.

Gino Cecchettin

Questo blog non è solo sull'Uso Consapevole Delle Tecnologie

Questo è un blog politico. Che piaccia o no. Ma difficilmente mi si vedrà schierato a favore di un partito, o contro un partito… per partito preso.
Politica è essere o non essere razzisti, essere o non essere a favore dei diritti e delle libertà, politica è scegliere di buttare per terra una cartaccia o di raccoglierla e metterla in un cestino della differenziata, politica è scegliere tra accogliere o discriminare, sono tutte cose che non sono di destra o di sinistra, che non dovrebbero appartenere a l’uno o all’altra fazione politica. Sono “cosa pubblica”, sono bene pubblico.
Qui puoi leggere di più sulla mia idea di politica

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