Apr 022019
 

Il cambiamento sta avvenendo ormai da qualche anno, prima sottovoce quando al bar la gente diceva “Io non ce l’ho con loro ma…“, poi complice una certa politica tutti quei “io non sono [omissis] ma..” è diventata nella pratica la formula di una nazione tanto da arrivare al governo e venire sdoganata come normale, ampiamente accettata. Conosco perfino persone che pur lavorando nel sociale e con poveri e stranieri non provano nessuna pietà per chi arriva in barcone, e questo vale per ognuna delle minoranze che vengono regolarmente vessate. Non è solo questione del fatto che vessare una minoranza sia più semplice, che faccia sentire un’appartenenza, che aiuti a distrarci da problemi più immediati o ci faccia sentire migliori. Forse esiste un altro meccanismo insito nell’uomo a spingere la massa in quella direzione.

Il problema, come spesso accade, va visto dal punto di vista di una società che abbia in se un’idea di morale. In senso generico, ed in modo trasversale tra le culture e le religioni c’è spesso la visione che il mondo sia giusto, che a comportamenti scorretti e negativi debba necessariamente corrispondere una reazione negativa, e viceversa che comportamenti corretti e positivi corrispondano necessariamente a premi divini, karmici, o meritocratici che siano. Non è passato molto da quando si considerava l’AIDS legata esclusivamente al tipo di desiderio sessuale, e c’è ancora chi predica che il non avere figli sia causa di tumore al seno (https://tinyurl.com/y659clee), o peggio chi considera i terremoti punzoni divine (https://tinyurl.com/y3jqp5el).
Nel 1966 il sociologo Melvin Lerner e la psicologa Carolyn Simmons hanno pubblicato sul Journal of personality and social psychology uno studio dal titolo
“La reazione dell’osservatore alla ‘vittima innocente’: compassione o rifiuto?” (“Observer’s Reaction to the ‘Innocent Victim’: Compassion or Rejection?” https://tinyurl.com/y3833sme). L’idea era partita da Melvin in relazione al comportamento degli infermieri con cui collaborava e che risultavano involontariamente gentili e cordiali con alcuni malati mentali e sgarbati fino ad accusarli di essere colpevoli dei propri problemi con altri. Voleva capire quale relazione ci fosse tra la compassione e l’osservazione esterna di una situazione “dolorosa”.
I soggetti dello studio venivano posti ad osservare attraverso una televisione a circuito chiuso una donna sottoposta ad un test di memoria. La donna, che in realtà era un’attrice d’accordo con i ricercatori, sembrava subire una scossa elettrica ad ogni risposta sbagliata.
Solo ad un gruppo ridotto dei soggetti venne chiesto se sarebbero stati d’accordo sul sostituire il sistema a punizione con uno a rinforzo positivo, premiando la donna alle risposte giuste invece che punirla a quelle sbagliate. Quasi tutti, ovviamente, accettarono di buon grado questa proposta.
Alla fine dell’esperimento il gruppo a cui era stato proposto di modificare la punizione in rinforzo positivo descrisse la donna come vittima innocente che non meritava di essere punita mentre il gruppo a cui non era stato proposto considerò in larga maggioranza la donna meritevole di essere punita. Dal loro punto di vista la donna meritava le scosse elettriche in quanto incapace di concentrarsi a sufficienza per portare a termine la prova di memoria: se si fosse concentrata di più, secondo questi, sarebbe stata in grado di superare la prova indenne.
L’analisi dei dati portò i ricercatori a comprendere che chi non aveva potuto impedire la sofferenza della donna non era in grado di accettare l’ingiustizia e si trovava inconsciamente costretto a trovare delle motivazioni che rendessero quella situazione giustificata.
In psicologia questo meccanismo viene definito razionalizzazione post hoc. lo stesso si quando si produce una fallacia del tipo:

  • si è prodotto A, poi si è prodotto B
  • dunque A ha causato B

Il problema è che il susseguirsi degli avvenimenti non implica necessariamente che il primo sia causa del secondo. Se c’è un aumento di immigrati e io vengo rapinato non significa necessariamente che l’aumento di immigrati abbia causato la mia rapina. Se vaccino mio figlio al primo anno di età e poi a tre scopro che soffre di autismo non significa necessariamente che il vaccino sia la causa dell’autismo. Se mangio la pastasciutta oggi e domani vengo investito non significa che la pastasciutta sia la causa del mio investimento. Al contrario, seguendo questo ragionamento, la rapina che ho subito e l’autismo del figlio, potrebbero dipendere dalla pastasciutta perché a ben guardare l’ordine delle cose sia il figlio che io ce ne siamo nutriti prima dei due eventi.
A partire dallo studio di Lerner e Simmons ne sono stati svolti diversi altri sull’argomento: “Experimental Research on Just-World Theory: Problems, Developments, and Future Challenges”, pubblicato da Carolyn Hafer e Laurent Bègue nel Psychological Bulletin, Vol. 131 (https://tinyurl.com/y43aycjw) indicava nel 2005 66 ricerche a tal proposito con diversi modelli teorici e interpretazioni. Oltre che sulla percezione degli infermieri rispetto gli ammalati sono stati fatti studi su casi di violenza domestica, stupro, incidenti stradali, povertà, immigrazione. In tutti i casi i risultati hanno mostrato una correlazione secondo cui chi più ha una maggior convinzione in un mondo giusto, premi divini o karmici più ha la tendenza ad avere minore empatica verso le vittime. Questo causa una tendenza a razionalizzare la situazione motivando il male accaduto come una conseguenza di errori della vittima, che per tanto andrebbe punita.
Per uscire da questo meccanismo che altro non è che una forma di pregiudizio, l’unico modo è quello di cercare di comprenderlo al meglio. Bisogna capire che la tendenza a colpevolizzare la vittima purtroppo non nasce sempre da cattiveria o ignoranza ma spesso, per assurdo, proprio dal bisogno di trovare un senso alla sofferenza delle persone. La nostra mente fatica ad accettare la violenza o il dolore insensati e privi di raziocinio e cerca di inquadrarli in qualcosa che è in grado di comprendere ed incasellare. Di conseguenza a volte è proprio l’idea che esista un mondo giusto, che regoli autonomamente e bilanci il bene ed il male che porta a perpetrare involontariamente tale ingiustizia. Invece di provare a fermarla uscendo dallo schema si finisce per giustificarla ed esserne complici.

In pratica è lo stesso meccanismo che a tutti noi fa pensare che il nostro amico se le va sempre a cercare quando gli capita spesso qualche sfortuna, o che ci toglie l’empatia verso quelli che chiamiamo tossici, perché potevano pensarci prima o alle donne con problemi di alimentazione perché sono stupide e non capiscono che stanno bene anche così, o peggio ancora a dire di una donna stuprata che se l’è andata a cercare. La differenza è che ultimamente sono i leader politici a indicarci chi odiare e lo fanno per acquisire la nostra fiducia, il nostro interesse. Usano la nostra razionalizzazione ad hoc per convincerci che i nostri problemi derivano da dei fattori esterni, invasori o che vogliano sovvertire le nostre regole o che vogliano in qualche modo continuare a perpetrare quegli stessi problemi semplicemente perché così noi, convinti di non poterci fare nulla non solo non potremo provare empatia, ma non ci lamenteremo dell’incapacità di questi politici stessi di risolvere i problemi, o spesso della loro colpevolezza nel causarli. Questo tra l’altro sarà un ottimo meccanismo perché avendo dimostrato la loro tesi con la fallacia di cui sopra

  • si è prodotto A, poi si è prodotto B
  • dunque A ha causato B

Potranno perdere tempo a fingere di risolvere A per dare a noi la percezione che B stia migliorando. E continuare a dare la colpa ad A qualora B non migliori sensibilmente.

Fonte di ispirazione: QueryOnline https://www.queryonline.it/2017/04/06/dare-un-senso-alla-sofferenza-lipotesi-del-mondo-giusto/



Tutto ciò che leggi qui dentro è una libera rielaborazioni di vissuti, sogni e immaginati. Non rispecchia necessariamente la mia realtà. Se chi legge presume di interpretare la mia vera persona sbaglia. Se chi legge presume che tutto sia inventato sbaglia parimenti. Se tu che leggi mi conosci, leggimi come leggeresti uno scrittore sconosciuto e non chiederti altro di diverso di ciò che chiederesti di questo.

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