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	<title>Chiara Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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	<title>Chiara Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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		<title>Torna da me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2017 13:13:05 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Il suo fratellino se ne era andato ormai da due anni, un anno, sette mesi e ventidue giorni. E tre ore per l&#8217;esattezza, o almeno così avevano detto quelli della polizia. I minuti non era dato saperlo perché il corpo era stato trovato troppe ore dopo e la precisione di queste cose diminuisce nel tempo. Lo avevano trovato in un prato, stringeva forte il suo Batman, l&#8217;eroe che avrebbe voluto essere ma che quella volta non era riuscito a salvarlo. Non aveva piovuto, era un giorno di un tardo settembre e il bel tempo aveva contribuito a mantenere le tracce pulite e a non adulterare il piccolo corpicino in anticipo. L&#8217;avevano trovato sdraiato a faccia in giù nella terra senza nessun segno di violenza ma troppo lontano da casa per poter esserci arrivato da solo. Solo ad un esame più approfondito trovarono nel sangue Arsenico e nello stomaco una discreta dose di Coca-Cola. Probabilmente una forma moderna dell&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Acqua_tofana">acqua Tofana</a> offerta da chissà chi. Il corpo era poi stato pulito in ogni suo punto, rivestito e lasciato in quel punto senza lasciare traccia alcuna. Neppure nelle celle telefoniche, neppure orme nel prato. Non vi erano tracce di violenza, non vi erano tracce e basta. Arsenico a parte. Quello era stato lasciato come a indicare volutamente la causa della morte. Una domanda rimasta inespressa era stata quella di perché occuparsi di far sparire ogni traccia ma non usare un metodo meno <i>palese&nbsp;</i>dell&#8217;arsenico. I colpevoli non furono mai trovati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Era un mattino di un anno, sette mesi e ventidue giorni e tre ore dopo del momento, che le avrebbe cambiato per sempre la vita e suo fratello, congelato nei sei anni che aveva quando aveva lasciato questo mondo era&nbsp;lì di fronte a lei immobile dall&#8217;altra parte della stanza. Poteva essere solo un&#8217;ombra, un&#8217;allucinazione, una delle tante volte che lo aveva immaginato fino quasi a vederlo, poteva essere una di quelle immagini che vedi di sfuggita con la coda dell&#8217;occhio e poi se ne vanno quando le focalizzi ma era lì. Era ancora lì nonostante gli si stesse avvicinando. Il volto era più magro di come lo ricordasse, come se la pelle faticasse a rimanere su e tendesse a cadere come nel volto di un vecchio, sembrava quasi trasparente e fragile come carta velina, chiara e incartapecorita. Eppure sembrava così lui, così vivo, così rosa al contempo. La osservava silenziosamente con quel suo sguardo che ti trapassa, non sbatteva mai le palpebre. Non lo noti mai che una persona le sbatta, ma fu il contrasto forte di non vederlo accadere che le gelò il sangue e la fece fermare.<br>
&#8220;Andrea. Sei tu?&#8221; disse.<br>
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; rispose lui.<br>
Lacrime calde e copiose sgorgarono come una cascata improvvisa dagli occhi della ragazza. Le sue preghiere erano state esaudite?<br>
Il bambino alzò le braccia allungando le mani verso lei, il palmo di una mano aveva qualcosa di strano, che tolse d&#8217;improvviso l&#8217;entusiasmo alla ragazza. Il bambino iniziò ad avanzare lentamente con movimenti innaturali come se le ginocchia riuscissero a muoversi solamente di pochi centimetri, come se le caviglie non fossero in grado di flettere. Il palmo della mano avvicinandosi mostrò che cosa lo rendeva strano, la pelle era aperta e attraverso si vedeva un osso.<br>
&#8220;Andrea&#8230; sei tu?&#8221;<br>
&#8220;Agggnna, ffei gù?&#8221; rispose lui.<br>
Prima, quando lo aveva sentito parlare aveva sentito parlare aveva questa stessa pronuncia strascicata e marcia o le era sembrato normale? Non ne era più sicura. Non era più sicura di nulla se non del gelo che sentiva partire dal petto verso il collo. Solo una volta ricordava di essere rimasta così bloccata dal terrore. Era piccola e doveva lanciarsi da quello scivolo altissimo al parco acquatico, era stata poi spinta da un bambino ed era caduta nello scivolo, presa dal panico aveva rischiato di affogare una volta arrivata alla piscina e il bagnino l&#8217;aveva salvata, ora provava quel terrore ma anche il soffocare di dentro all&#8217;acqua e non sarebbe arrivato nessun bagnino.<br>
Sentì la pelle di suo fratello toccare l&#8217;avambraccio, una pelle molle come frutta andata a male e ruvida come cartapecora. La parte molle doveva essere quella più vicina all&#8217;osso. Una pelle fredda come non aveva mai sentito nulla. Le provocò un brivido che la scosse abbastanza da strappare via il proprio braccio dalle grinfie di quella cosa.<br>
&#8220;Gnaggna noo puuura&#8221; disse quella cosa ma era già alle spalle mentre la ragazza prendeva lo slancio per correre.</p>



<span id="more-4692"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Era accaduto solo poche ore prima, o almeno quella era l&#8217;impressione. Aveva lasciato casa di Giovanni giusto dall&#8217;altra parte della via e stava andando a casa. La mamma di Giovanni aveva appena chiamato mamma per avvisarla, c&#8217;era freddino ma Andrea pregustava già il caldino che avrebbe trovato in casa e le braccia amorose che lo avrebbero accolto, aveva una bella famiglia lui, non come quella di Giovanni che aveva il papà che lavorava sempre via. Fu mentre era immerso in questi pensieri che vide arrivare un&#8217;auto veloce, gli frenò accanto. Per un momento aveva pensato che sarebbe stato investito ed invece no, non accadde. La mamma si sarebbe arrabbiata tantissimo se fosse stato investito. Fece per girare attorno alla macchina ma un uomo scese e lo guardò fisso.<br>
&#8220;Ciao bambino, che ne dici, lo vuoi un dolcetto?&#8221;<br>
Andrea rimase un paio di istanti a penarci. Troppi. Mezzora dopo era in un posto che non conosceva. Aveva dormito durante il viaggio. Doveva essere sotto terra, o forse erano solo le finestre chiuse ma era buio. Vide accendersi delle candele attorno. Era sdraiato su di una pietra fredda, sembrava il piano della cucina di mamma ma molto più grande, e non bianco. Non riusciva a vedere molto perché non riusciva a muovere la testa se non di poco, sentiva le braccia e le gambe bloccate ma era stanco, troppo stanco per cercare di spingere di più.<br>
&#8220;Tranquillo piccolo, non muoverti, sono la dottoressa&#8221; disse una voce accanto a lui. Non era una voce familiare ma non ricordava la voce della dottoressa. Anzi era quasi sicuro di aver avuto un dottore. &#8220;Se non ti muovi non ti farà male&#8221; continuò la voce. Il dottore glie lo diceva sempre prima di fagli le punture. Ed era vero. Una volta aveva provato a muoversi e si era staccato l&#8217;ago e gli aveva fatto tantissimo male, e mamma si era agitata e anche il dottore e poi aveva pianto e alla fine la puntura glie l&#8217;avevano fatta di nuovo da un altra parte quindi probabilmente era davvero meglio stare fermo.<br>
Le candele si erano accese una ad una attorno a lui, erano a cerchio. Non aveva mai visto una medicina così, e a dire il vero non gli sembrava di essere ammalato.<br>
&#8220;Dov&#8217;è mamma?&#8221; disse.<br>
&#8220;Tranquillo, è qui. Dall&#8217;altra parte della porta, ti senti stanco vero?&#8221;<br>
&#8220;Sì&#8221;<br>
&#8220;Sei stato poco bene. Mamma ti ha portato qui, e ora ti dobbiamo curare, ma tu stai fermo e tranquillo vedrai che tra poco starai bene&#8221;<br>
Vedeva attorno delle ombre muoversi ma non capiva la direzione da cui arrivava la voce, era come se molte voci sotto questa sussurrassero, gli ricordava un po&#8217; il rosario, o le litanie in chiesa. Lo facevano sentire tranquillo perché don Mario è un uomo buono e anche se si annoiava tanto a sentirlo sapeva che gli faceva bene anche se non aveva mai visto il dottore con don Mario nella chiesa. Aveva l&#8217;impressione di poter girare la testa e riusciva a muovere le braccia.<br>
Fu una sorpresa riuscire a girarsi del tutto e trovarsi a faccia a faccia con un bambino identico a sé. Stava volando a faccia in giù su un bambino identico a sé. Salì più in alto osservando la dottoressa e gli infermieri muoversi nel buio. Indossavano strani vestiti come quello di mago Merlino ma neri. Poi tutto scomparve all&#8217;improvviso.<br>
Era in salotto. Era in salotto immobile in piedi e Anna stava entrando dalla porta. Sembrava strana, come fosse diventata più alta. I capelli erano diversi, con delle strisce più chiare, e il viso era un po&#8217; più allungato, era strana.<br>
&#8220;Andrea. Sei tu?&#8221; le sentì dire, era come se la voce venisse da lontano, come essere dentro a una scatola e sentire il suono provenire dall&#8217;esterno.<br>
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; non gli venne niente altro di più intelligente da dire ma anche il suono della propria voce sembrava distorto e lontano, aveva avuto l&#8217;impressione che muovere le labbra e la lingua fosse terribilmente difficile, ma questo non aveva a che fare con il fatto che il suono era come non provenisse da dentro di se ma da fuori da una scatola. La lingua, la bocca, le gambe, le braccia, tutto sembravano come quando capita di sedersi troppo a lungo sulla gamba e questa perde sensibilità. Era così l&#8217;intero corpo.<br>
Anna sembrava strana, quasi allarmata, forse doveva solo andare da lei e abbracciarla. Probabilmente e un abbraccio forte avrebbe fatto bene ad entrambi. Le braccia sembravano così pesanti alzandole.<br>
&#8220;Andrea&#8230; sei tu?&#8221; sentì dire come se la voce provenisse da ogni direzione. Qualcosa non andava. C&#8217;era qualcosa di strano e forse quella non era sua sorella. Perché sembrava così cresciuta?<br>
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; disse. La ragazza, sua sorella, sembrava bianca e spaventata, era rimasta immobile con la bocca aperta. Andrea decise di avvicinarsi a lei e toccarle il braccio. Avrebbe sempre potuto scegliere se scappare o abbracciarla.<br>
&#8220;Anna, ho paura&#8221; disse. Lei strattonò via il braccio e cominciò a correre.<br>
&#8220;No Anna, aspetta&#8221; disse provando a seguirla. Lei era sempre stata più veloce ma questa volta raggiungerla sembrava ancora più difficile del solito. Era come se le gambe rispondessero in ritardo e il sentirle intorpidite non aiutava. Ad ogni passo sembrava cedessero anche se non sentiva il consueto formicolio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Gno Gnnana aappaasaaa&#8221; quell&#8217;essere continuava a urlare alle sue spalle, non aveva il coraggio di voltarsi. Entrò in camera e sbatté la porta. La chiuse a chiave e si infilò sotto la scrivania. <em>Cosa sta accadendo?</em> Rimase in attesa con la testa tra le mani e le lacrime che piovevano come una fontana. In casa non c&#8217;era nessuno che avrebbe potuto aiutarla e salvarla. Salvarla da cosa poi? Cos&#8217;era quella <em>cosa</em>? Forse se l&#8217;era solo immaginata.<br>In fondo non c&#8217;era più alcun rumore da un po&#8217;. Forse avrebbe dovuto uscire da quella stupida scrivania e tornare fuori dalla stanz TUMP, TUMMP. TUMP. La <em>cosa</em> batteva alla porta e faceva i suoi versi, era ancora lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci aveva messo più del previsto a raggiungere la porta, Anna si era chiusa dentro a chiave.<br>
&#8220;Cosa succede Anna? Perché sei scappata? Ho paura!&#8221; disse mentre batteva sulla porta con i palmi&nbsp; delle mani. Avrebbe voluto piangere ma non sgorgavano lacrime. Batté più forte ma dopo alcuni tentativi accadde qualcosa che non credeva possibile. Tre dita della mano si ruppero senza dolore. Erano piegate verso il centro della mano. Si fermò a guardarle e si sedette a terra.<br>
&#8220;Ti aspetto qui&#8221;, disse &#8220;quando stai bene.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa fuori dalla porta smise di battere. Passarono alcuni minuti e di nuovo le parve che la realtà si aggiustasse, è strano come siano veloci ad attenuarsi nella le situazioni assurde. O che riteniamo assurde. Passarono solo alcuni minuti prima che ricominciasse a pensare che doveva essere stato tutto un sogno. Non c&#8217;era niente fuori di quella porta al di fuori dell&#8217;immaginazione, niente di cui aver paura. Presto sarebbero arrivati mamma e papà e avrebbero sorriso di tutto questo quando glie lo avrebbero raccontato. Non c&#8217;era nulla da temere.<br>
Si alzò e avvicinandosi lentamente alla porta ascoltò con attenzione i suoni.<br>
Nessun rumore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anna finalmente aprì la porta, sembrava ancora un po&#8217; spaventata ma molto meno di prima, era il momento di abbracciarla, sarebbe stata di sicuro subito meglio, e sarebbe stato meglio anche lui. Era il momento giusto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella&nbsp;<em>cosa</em> era ancora lì, non fece in tempo ad evitarla. Le braccia molli e secche al contempo avevano una forza spaventosa mentre bloccavano il collo della ragazza. Provò a dimenarsi ma non riusciva a colpire quello che sembrava così tanto il suo fratellino, non riusciva ad opporsi rischiando di farne violenza. Si mise a piangere mentre faticava sempre più a respirare. Pianse. Non le era rimasto altro.<br>
Pianse mentre osservava, da fuori, il proprio corpo a terra.<br>
Andrea, bello come era stato due anni fa, le porgeva la mano ed assieme si allontanarono da quello che ormai era un guscio di carne morta.</p>
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		<title>La mia prima volta (L&#8217;anima)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2017 13:34:30 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta/">&lt;- La mia prima volta</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-seconda-versione/">&lt;- La mia prima volta (La vita)</a></p>
<p>Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell&#8217;aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.<br />
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l&#8217;atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell&#8217;atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l&#8217;atto non era presente.<span id="more-4321"></span> Le scrissi la mia prima poesia a scuola, durante l&#8217;ora di inglese. Non ricordo le parole e mi chiedo se ci siano ancora nel suo diario di allora, se abbia ancora il diario di allora. Come in ogni prima volta però ricordo le emozioni provate. Non scrivevo realmente a lei, ma a quel riccio che ricordo ancora perfettamente più di quanto ricordi il suo viso, scrissi a me stesso mentre parlavo di quel riccio. Non partii con una classica ode a una donna ma con una specie di ode a dei capelli. D&#8217;altronde non conoscevo altro di lei.<br />
Ricordo tutto il riempirsi dentro come di una bolla che si gonfia, come un liquido che sale dal basso fino ad allargarmi il torace, a silenziarmi la gola, ad entrarmi in testa e spingere forte. Le persone che mi stanno accanto l&#8217;hanno spesso interpretato come se volessi isolarmi ed entrassi in una forma tra autismo e depressione, ognuno ha sempre avuto il proprio modo di interpretarmi in quello stato ma per me è solamente parte del processo. Della mia dipendenza se vogliamo. Una delle tante dipendenze. Ricordo perfettamente la sensazione di estraneazione, di stacco dal mondo, di isolamento non tanto dagli altri quanto da me stesso. Il desiderio che spinge, un desiderio che non avevo idea di da dove venisse né cosa desiderasse né dove e come sfogarlo. Presi in mano la penna, una stilografica blu in plastica gialla tutta mangiucchiata e scrissi a quel riccio, che poi quello che scrivevo arrivasse a Chiara era un fattore secondario. Scrissi di getto ma non so cosa scrissi. Alla fine il mio corpo, la mia anima, la mia mente parvero svuotati. Tutto quel liquido accumulato dentro che schiacciava e premeva su ogni mio organo, pensiero, su ogni parte di ciò che ero allontanandomi da me stesso ed ovattando tutto, era scomparso. Era scomparso con una forma di piacere quasi fisico che avrei imparato più tardi ad assimilare all&#8217;orgasmo. Seppure non fosse la prima volta che usassi la vena creativa per scrivere questa fu <em>la mia prima volta</em>, quella in cui ne compresi il potere terapeutico. Pensai che sarebbe stata comunque l&#8217;ultima. Cosa mai avrebbe potuto nuovamente scatenarmi una simile sensazione? E cosa avrei potuto scrivere di altrettanto forte? E poi queste cose belle a forza di ripetersi perdono forza, perdono valore ed infine si abbandonano, no?<br />
Ne scrissi altre due o tre credo, sempre al ricciolo di Chiara, consegnandole a Chiara perché il ricciolo potesse leggerle mentre le leggeva lei. Credo di averci fatto una passeggiata e ballato un lento e niente altro. Le promisi che un giorno le avrei fatto capire che per me non era solo un gioco, che non l&#8217;avrei dimenticata, e in qualche modo sto mantenendo la promessa anche ora anche se probabilmente non lo saprà mai. Anche se la promessa non era fatta a lei. Ho scritto molto anche sull&#8217;incavatura della sua schiena che ho toccato ballando quell&#8217;unico lento, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ElkqPNvMj6w">Independent Love Song di Scarlet</a>. Ma questo accadde più di quindici anni dopo e ha più a che vedere con il mio modo di scrivere e di pescare nei ricordi che con lei. Come tutto il resto d&#8217;altronde.<br />
Scrissi dell&#8217;altro nell&#8217;anno successivo e probabilmente quello dopo ancora. Mi ero illuso che quella sensazione potesse tornare e mi convinsi che il problema fosse non tanto nello scrivere quanto nell&#8217;amare. Non ero in grado di provare quello che avevo provato per lei. Per il ricciolo praticamente. Fu quando incontrai il mio primo amore, amore vero, che mi accorsi che il mio scrivere aveva poco a che fare con il mio amare gli umani e che quando mi chiese &#8220;Ti è piaciuto?&#8221; risposi &#8220;Sì, è quasi come scrivere.&#8221;<br />
Avevo ripreso a farlo da poco. I cambi, le rivoluzioni, le stranezze dell&#8217;adolescenza e degli ormoni stavano facendomi impazzire, ero un adolescente atipico in un mondo tipizzato, dovevo essere ciò che ero mascherandomi da metallaro, o da bravo ragazzo, o da musicista jazz, o da latin lover, o da timidino. Ero già consapevole di chi volevo essere ma la società non era in grado di accettare che lo fossi quindi dovevo raccontarmi a me stesso per avere la mia direzione. Scrivevo. Scrivevo sopratutto a me stesso. Scrivevo rinchiuso nella mia stanza. Quando tutto si riempiva di quel liquido soffocante che mi obbligava a farlo lo facevo e ogni volta mi dava piacere uscendo da me attraverso la penna. Ero praticamente rinchiuso in me, tra me, con me, all&#8217;interno di me. Iniziai a portarmi dietro un Moleskine, non perché lo avessero fatto Oscar Wilde o Ernest Hemingway ma semplicemente perché era comodo. Potevo scriverci per diminuire il liquido dentro e arrivare fino al momento in cui avrei potuto isolarmi e buttarlo fuori del tutto. Scrivevo sull&#8217;autobus, per strada, nei locali davanti ad una birra, nelle pause durante gli allenamenti. Scrivevo. Scrivevo delle cose che può scrivere un adolescente e di qualche altra. Non pensavo sarebbe durato a lungo. Finii di scrivere il mio primo libro nel giro di pochi mesi, era una raccolta di poesie, o quantomeno di pensieri. Aveva un inizio, uno svolgimento ed una conclusione come un romanzo, una storia organica e precisa di crescita. Pensavo non avrei mai più scritto altro. Conoscevo Rimbaud e mi piaceva l&#8217;idea di chiudere con la scrittura come aveva fatto lui, il <em>poeta dell&#8217;adolescenza</em>. Avevo scartato moltissime poesie che ritenevo buone, alcune ottime. Poesie sulla morte, sul senso della vita, sulle contraddizioni del mondo, poesie troppo sperimentali ma interessanti. Fu in quei giorni che tirai fuori dall&#8217;armadio il cappotto di pelle che avevo messo via la stagione precedente, infilandoci una mano in tasca ne trovai una pallina di carta. La aprii e dentro vi trovai scritto &#8220;Rievocazione dei sensi&#8221;, lo avevo scritto quasi un anno prima in una sera in cui avevo voglia di isolarmi dal mondo. I miei amici avevano preso l&#8217;autobus ed erano in centro ad aspettarmi, io avevo deciso di perdere l&#8217;autobus e di farmela a piedi anche se in venti minuti sarebbe arrivato il successivo. Attorno c&#8217;era nebbia, probabilmente era un novembre o un marzo, un giorno di mezza stagione. Camminavo come ho sempre amato fare nelle parti vietate della zona merci della stazione dei treni. Mi era venuta in mente solo quella frase, avevo una penna, un foglietto ma non il Moleskine. L&#8217;avevo scritta e messa in tasca. Poi tra una cosa e l&#8217;altra avevo finito per appallottolarla e ritrovarla mesi dopo. Fu una frase profetica e una rivelazione. Iniziò a prendere corpo quello che sarebbe stato il mio secondo libro iniziato, anche se ci misi anni a terminarlo, e fu probabilmente il mio quarto finito. Iniziò a prendere corpo <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, tra giochi e sperimentazioni e temi alternativi. Senza fretta. Senza volerlo realmente terminare era il coperchio sotto cui poteva stare molto del materiale che avevo scartato in precedenza. Ero convinto non lo avrei mai terminato, e avrei smesso preso di scrivere come Rimbaud, ma ero lontano dai diciannove anni.<br />
Il secondo libro lo scrissi di botto, in poche settimane dopo aver chiuso con il primo amore ed averne incontrato un&#8217;altro fuggevole ma estremamente provante dal punto di vista personale. Una persona più strana di me, più complicata di me, più estrema di me con cui confrontarsi e chiedermi chi fossi fino al nostro esplodere in una favilla luminosa. Cominciavo a pensare che forse dopo tutto avrei potuto continuare a scrivere un altro po&#8217;. Ma presi una pausa. Così, perché amo contraddirmi.<br />
Sembrava non esserci più nulla da scrivere, si era esaurito il filone e forse mi andava bene così. Scrissi un po&#8217; usando la tecnica e non la passione, scrissi altri pezzi di <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em> fino quasi a completarlo riempiendolo di esperimenti, giochi di parole, tecnica talvolta fredda. Poi come per ogni droga, per ogni dipendenza, per ogni fuga incontrai qualcuno che mi diede una scossa, che mi lanciò nel baratro o me ne estrasse. Che mi fece capire cos&#8217;è la dipendenza. Che mi fece capire cos&#8217;è la depressione. Che mi fece capire cos&#8217;è la vita. La prima volta che capii come sarebbe andata a finire fu sul suo letto quando iniziò a leggermi Prevert. Non avevo mai letto Prevert. Parlammo ore di poesia, giorni, mesi. Mi accorsi di come le sperimentazioni che avessi provato non fossero davvero così inutili, leggendole lei mi mise in mano Pessoa. Non avevo mai letto Pessoa e fu una rivoluzione. Ricordai come all&#8217;inizio la spinta fossero le poesie di Edgar Poe ma capii come ambissi involontariamente, pur non conoscendolo a Pessoa. Ne lessi la prosa e capii che come il mondo fosse più ampio. Fu lei che mi portò a terminare <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, a spingermi fino a farmelo pubblicare. Oggi lo rileggo e nel suo piccolo lo trovo ancora rivoluzionario. Trovo che sia ancora la cosa più bella che io sia mai riuscito a creare. Può non piacere, è ovvio, ma la portata che ha per me, la profeticità dei contenuti per me sono come se il me giovane avesse scritto al me di oggi cose che potrà capire solo il me di domani. Di tutta la mia produzione è stato fino ad oggi l&#8217;apice. Scrissi in quel tempo anche un&#8217;altra raccolta di poesie, ed un&#8217;altra ancora. Dalla prima all&#8217;ultima, ad eccezione del solito <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, che prometto non nominerò più, sono stati un percorso collegato, da una fine all&#8217;inizio successivo, da una fine al successivo ed ancora. Ne scrissi cinque con pause più o meno lunghe. Il cammino di un adolescente che cercava di crescere, di superare le paure, di lanciarsi da una rupe convinto di poter volare, di cadere ed infine di riprendersi. Arrivai a schifarmi di quello che scrivevo. A non voler più quella fuga, avrei voluto qualcosa di più, di più forte. Ero dipendente ma l&#8217;assuefazione aveva fatto il suo corso dopo più di seicento pezzi scritti e catalogati. Qualunque cosa provassi a scrivere mi risultava vuota, già scritta, già vista, inutile. Cominciai a cercare emozioni di altro genere. Di molti altri generi. E poi ancora una volta incontrai l&#8217;amore. Un amore strano e complicato seppure semplice. All&#8217;epoca avevo spostato il mio scrivere alla creazione di questo blog. Ci scrivevo già da qualche anno a dire il vero e scriverlo era stato probabilmente il motore per far nascere questo nuovo amore che quietò apparentemente il mio bisogno. Si spense il blog, si spense tutto. Fu <a href="https://www.staipa.it/blog/perche-ho-smesso-di-scrivere/">il motivo per cui smisi di scrivere</a>. Nel bene e nel male.<br />
Scrivere aveva preso a farmi schifo. Se provavo a scrivere e mi leggevo mi sentivo come un alcolizzato che si renda conto di essersi ubriacato contro il proprio volere l&#8217;ennesima volta. E tutto ciò che scrivevo mi dava il voltastomaco, era inutile, ripetitivo, vuoto. Il liquido che mi si formava dentro era stagnante e puzzolente. Si formava ma liberarlo dava prevalentemente olezzo. Ogni tanto pensavo a quel ricciolo di tanti anni prima, e mi dicevo che forse avevo finalmente raggiunto i diciannove anni di Rimbaud. Ne avevo trenta, ma era uguale. Non provavo più l&#8217;orgasmo dello scrivere ma sentivo ogni istante me stesso pieno di quel liquido che mi estraniava da me e dal mondo ma ero incapace di svuotarmene, privo del desiderio di svuotarmene. Mi stavo allontanando da tutto. Anestetizzato, arido, lontano. Poi l&#8217;amore finì, come era naturale che fosse, e con esso in qualche modo l&#8217;embargo che mi ero imposto. Non che fosse merito della fine dell&#8217;amore ma semplicemente fu un cambiamento abbastanza importante da impormi di riprendere in mano le cose.<br />
Provai a scrivere nuovamente in poesia schifandomi ancora come sempre e allora decisi di scrivere un romanzo. Avevo scritto racconti negli anni, avevo provato a scrivere racconti lunghi ma non mi era mai riuscito di superare poche pagine. Decisi di scrivere un romanzo su di me, per me, da tenere per me. Una forma di auto analisi. Lo scrissi in pochi mesi, era breve e non saprei dire neppure quanto bene fosse scritto ma dopo essere stato mesi a scrivere rinchiuso in casa avevo ritrovato me stesso. Il desiderio, la voglia di buttare fuori tutto, il contatto con il mondo e la realtà. Ed avevo goduto un universo intero. L&#8217;anestesia non era terminata però. L&#8217;aridità. Il distacco dal mondo. L&#8217;incapacità di provare emozioni positive o negative che fossero. L&#8217;apatia. Trovai il modo di emulare le emozioni, di viverle apparentemente, di simularle, di stimolare i ricordi per indurle. Era scriverle, scriverne. Per evocarle, per esorcizzarle, per vivere. Non molto diverso da alcune droghe o dell&#8217;autolesionismo era diventato il mio modo di <em>provare qualcosa</em>, qualunque cosa fosse pur di sentire di essere in vita.<br />
Quello è stato il momento in cui il blog è rinato con <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/dodici-gradi/"><em>dodici gradi</em></a> e con gli altri <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/"><em>racconti</em></a> che da allora mi accompagnano e hanno sostituito le sensazioni di cui un tempo avevo bisogno continuando ad alimentare la mia dipendenza e svuotare il mio dentro dal liquido che lo invade. Ho scritto un altro libro, di racconti da allora o meglio due libri concentrici. Il titolo del progetto nella mia testa era <em>Anestesia</em> ma sarebbe stato stupido fosse il titolo reale perché era costruito esattamente sul percorso e le sensazioni consce ed inconsce di un&#8217;anestesia totale, e dell&#8217;anestesia che stavo provando. Avrei rovinato al lettore (me stesso) il viaggio. Poi come sempre è quando hai bisogno di <em>qualcosa di più forte</em> che incontri qualcuno in grado di dartene. Ho incontrato la persona più importante degli ultimi anni per la mia dipendenza. Mi ha preso per mano e guardato negli occhi dicendo solo <em>io credo in te</em>. Se un giorno i frutti di quello che ho fatto in questi anni si vedranno il merito sarà più suo che di tutta la fatica fatta -che poi non è fatica- in questi anni. Mi ha guardato negli occhi mentre il liquido mi riempiva e isolava dal mondo e mi ha infilato nella pancia un coltello per aprire una breccia e farlo uscire. Il piacere che ne ho ricevuto, in ogni senso, in ogni modo è stato il più sconfinato e dura ancora ogni giorno anche se non ci credo. Ed ancora ogni volta mi sembra l&#8217;ultima. Costringendomi ad iscrivermi alla <a href="https://www.scuolapalomar.it/">scuola palomar</a> che avevo scoperto per caso mi ha messo davanti al fatto che era il momento di provare davvero a seguire un sogno. Ho scritto il mio primo romanzo completo, completo di ogni punto fondamentale. Migliorabile, sicuramente, ma ho superato il mio limite di non riuscire a scrivere più di un racconto lungo. Quel che ne sarà è da vedersi ma oggi scrivo ancora, mi riempio di quel liquido dal mondo e lo butto fuori. Scrivo su questo blog o altrove ed ogni singola volta mi sembra l&#8217;ultima. O la prima. Guardo ciò che ho scritto e mi chiedo come farà a venirmi in mente qualcosa di nuovo fino alla volta successiva ed ancora ed ancora ed ancora ed ancora. Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine, ma scrivo ancora ed è ancora tra tutte l&#8217;emozione più grande, il piacere più forte.<br />
Creare mondi. O raccontare mondi che esistono davvero ma altrove, in luoghi che gli altri  non possono visitare ma tu sì.<br />
Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine.<br />
Non importa.</p>
<ul>
<li><strong>Post Scriptum: </strong>Solo dopo aver scritto tutto questo il caso mi ha portato ad un&#8217;intervista dello scrittore che stimo di più e che ha segnato maggiormente la mia fantasia. Cercavo su internet &#8220;Dipendenza da scrittura&#8221; per trovare un&#8217;immagine interessante da allegare e come a volte capita è piovuto qualcosa.<br />
<blockquote><p><em><em><em><em><br />
Mi ricordo quando ero uno studente che scriveva storie e romanzi, alcuni dei quali furono poi pubblicati, altri no. Era come se la mia testa stesse per esplodere, talmente tante cose volevo scrivere in una volta. Avevo un sacco di idee, tutte intasate. Come se avessero bisogno di chiedere il permesso per uscire. <strong>C’era questa falda acquifera sotterranea di storie che volevo raccontare e dovevo solo conficcarvi una tubatura per far sì che tutto fiottasse fuori.</strong></em></em></em></em></p>
<p><em><em>I can remember as a college student writing stories and novels, some of which ended up getting published and some that didn&#8217;t. It was like my head was going to burst – there were so many things I wanted to write all at once. I had so many ideas, jammed up. It was like they just needed permission to come out. <strong>I had this huge aquifer underneath of stories that I wanted to tell and I stuck a pipe down in there and everything just gushed out. </strong></em></em></p>
<p><a href="https://www.rollingstone.com/culture/culture-features/stephen-king-the-rolling-stone-interview-191529/">Stephen King in un intervista a Rolling Stone</a>.</p></blockquote>
</li>
</ul>
<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-quarta-versione/">La mia prima volta (Il sangue) -&gt;</a></p>
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		<title>Immemori battaglie pt6: Da dove proveniva il lampo. Da dove proveniva il tutto.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Dec 2016 10:41:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Da dove proveniva il lampo? Sono sicuro di aver premuto io il grilletto, ho sentito anche il botto. Ma allora perché sono riuscito a vedere così bene il volto dell&#8217;uomo dall&#8217;altra parte, a vederne l&#8217;uniforme? Era identica alla mia. Era identica alla mia. Il buio è tornato e gli occhi abbagliati dal lampo, forse dai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da dove proveniva il lampo?<br />
Sono sicuro di aver premuto io il grilletto, ho sentito anche il botto.<br />
Ma allora perché sono riuscito a vedere così bene il volto dell&#8217;uomo dall&#8217;altra parte, a vederne l&#8217;uniforme? Era identica alla mia.<br />
Era identica alla mia.<br />
Il buio è tornato e gli occhi abbagliati dal lampo, forse dai lampi mi impedisce di guardare ancora quell&#8217;uomo ma sento il fischio di un proiettile nella mia direzione, tra pochi decimi di secondo sentirò il botto provenire dalla direzione di quell&#8217;uomo se non mi sto sbagliando e l&#8217;unico movimento che riesco a fare e quello per toccare la tasca sinistra e vedere che lì c&#8217;è ancora il nuovo feticcio che potrei non consegnare più. Che non avrei mai consegnato comunque.<br />
Poi come un tarlo nella testa sento un dolore cupo avanzare tra i pensieri, qualcosa che scardina ogni altro pensiero, inaspettato. Un ricordo, una rivelazione, una comprensione tragica e forte di cosa mi abbia portato qui e di quale fosse stata la mia missione.<br />
Si fa strada spostando ricordi, istanti, distruggendo, aprendo.<br />
Apro gli occhi.<br />
“Quindi? Hai deciso?” mi dice l&#8217;uomo di fronte a me.<br />
Mi ricorda me stesso, me stesso invecchiato. Ha perso gran parte dei capelli e le rughe gli segnano il volto. La carnagione sembra più chiara, forse ha problemi di pressione bassa?<br />
Sembra consumato e magro.<br />
&#8220;Qual&#8217;è la tua scelta definitiva?&#8221; mi dice.<br />
&#8220;Fallo&#8221; rispondo.<br />
Appoggiato sulla scrivania uno stiletto lucido e perfetto di acciaio. L&#8217;uomo con tutta calma lo raccoglie e mi gira attorno mentre resto immobile e chiudo gli occhi. Sento le sue braccia cingermi un attimo e spostarmi i capelli poi la lama mi sfiora sotto l&#8217;orecchio sinistro, la punta scorre lentamente fino al punto dove la mascella si unisce al cranio e rimane ferma un secondo mentre l&#8217;uomo cerca la giusta inclinazione. Poi quasi senza dolore sento la lama entrare nel mio collo. Dura un&#8217;istante solo come la puntura di una siringa prima che vada a recidere il midollo tra due vertebre staccando di fatto ogni sensazione del corpo.<br />
Tutto sommato è stato gentile.<br />
Apro gli occhi ed il cane è ancora lì.<br />
Dall&#8217;altra parte della rete.<br />
Abbaia e ringhia.<br />
Ringhia.<br />
Lo so che è dall&#8217;altra parte della rete e non potrà farmi male ma sono un bambino e il terrore mi sta paralizzando. Cerco la mano del nonno ma non la trovo e non riesco a fuggire.<br />
Non vedo altro attorno, non riesco neppure a voltare lo sguardo.<br />
Cerco di svegliarmi, ma mi accorgo che il dolore al ginocchio sbucciato è reale.<br />
Cerco di svegliarmi.<br />
Ma sono lì.<br />
Sono lì.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Immemori battaglie pt2: &#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2016 23:26:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; La persona da cui proveniva la voce lo stava guardando con aria interrogativa dall&#8217;altra parte di una scrivania. Lui era immobile, nel suo completo elegante leggermente stropicciato. &#8220;Sì, non è stata chiara la mia risposta?&#8221; Sembrava stupito del sentire nuovamente chiedere in merito alla decisione, era molto sudato ma apparentemente era come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221;<br />
La persona da cui proveniva la voce lo stava guardando con aria interrogativa dall&#8217;altra parte di una scrivania. Lui era immobile, nel suo completo elegante leggermente stropicciato.<br />
&#8220;Sì, non è stata chiara la mia risposta?&#8221;<br />
Sembrava stupito del sentire nuovamente chiedere in merito alla decisione, era molto sudato ma apparentemente era come se qualunque fatica avesse fatto fosse relegata al di fuori di quella stanza, in una specie di oblio di cose dimenticate.<br />
&#8220;Ricordi cosa hai risposto poco fa?&#8221; disse la persona dall&#8217;altra parte della scrivania.<br />
&#8220;Certo ho detto che&#8230;&#8221; il volto dell&#8217;uomo si rabbuiò qualche istante. &#8220;Ho detto che&#8230;&#8221; Una vena gli si gonfiò sulla fronte, pulsava mentre si copriva il volto con le mani scuotendo la testa.<br />
&#8220;Cazzo.&#8221; aggiunse. &#8220;Non avevo detto questo, solo pochi istanti fa ero certo del contrario! Ero sicuro che la decisione più sensata fosse&#8230;&#8221;<br />
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; ripeté nuovamente l&#8217;altra persona.<br />
L&#8217;uomo alzò la faccia dai palmi delle mani poco prima di urlare &#8220;Che cazzo mi avete dato da bere?&#8221;<br />
&#8220;Nulla.&#8221; rispose la persona di fronte con tutta la calma del mondo.<br />
La vena dell&#8217;uomo continuò a pulsare mentre lui rimaneva in silenzio.<br />
Passarono alcuni minuti.<br />
&#8220;Allora respirare, qualcosa? Qualche siero della verità?&#8221;<br />
&#8220;Sei sicuro che sia questa la verità? Che sia la tua risposta definitiva?&#8221;<br />
&#8220;Cazzo. No. Non è un siero della verità, non lo è perché la verità sarebbe una ed una soltanto, non è un cazzo di siero della verità, cosa mi avete dato?&#8221;<br />
&#8220;Non ti ho dato nulla. Quello che sta accadendo sta accadendo solo grazie alla tua mente, a ciò che tu pensi. Ma non hai ricevuto nessuna sostanza ne da me ne da nessun altro.&#8221; La voce era assolutamente calma e rilassata, forse parlava leggermente a rilento &#8220;Ora è il momento di prendere una decisione, non c&#8217;è più tempo. Vuoi combattere o arrenderti? Ci credi ancora nonostante tutto o hai deciso che sia il momento di lasciarti andare?&#8221;<br />
&#8220;Sei tu a controllare la mia mente. Sei tu che devi avere qualche potere, qualche cosa. Mi stai manipolando con le cose che dici&#8221; l&#8217;uomo sembrava agitarsi sempre di più, il pulsare della vena pareva volerla fare esplodere e le gocce di sudore avevano ripreso a scendere copiose. &#8220;Parli in maniera melliflua e mi fai cambiare idea, mi fai sragionare.&#8221; batté il pugno sul tavolo.<br />
&#8220;Quindi? Qual&#8217;è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.&#8221;<br />
&#8220;Fanculo! Non credo di potercela fare! Mi è già stato detto che non ha senso, che non c&#8217;è speranza, che non c&#8217;è modo di affrontare quella battaglia, chi mi fa fare di lottare per qualcosa che non può che portare alla distruzione?&#8221;<br />
&#8220;Il tempo sta per scadere, sarà qualcun&#8217;altro a decidere per te.&#8221;<br />
L&#8217;uomo rimase in silenzio, i suoi occhi si muovevano velocemente in tutte le direzioni, cercava un appiglio, una certezza ma la stanza era vuota, non vi erano finestre e non si vedevano gli spigoli delle pareti. Tutto era di un bianco abbacinante tranne la sedia su cui era seduto, la scrivania e la sedia su cui era seduto il suo interlocutore. Vestito a sua volta di bianco.<br />
All&#8217;esterno, qualunque cosa fosse l&#8217;esterno vi erano voci di persone, chiacchiere, risate.Cercava di isolarne le voci e di capire se qualcuno potesse comunicare con lui. A volte gli pareva di riconoscerne qualcuna, forse erano ricordi. Una frase gli ruotava in testa, gli pareva di vederla scritta, non aveva mai sentito una frase così pesante, schiacciante, pregna di responsabilità. La battaglia forse stava tutta in quella frase, il senso della battaglia, della sua vita stessa stava forse in quella frase e in niente altro. Era il peso che lo portava a cedere e la forza che lo portava a lottare. Allo stesso tempo.<br />
Il ticchettio di un orologio segnava il tempo ed evidenziava il silenzio di quel luogo mentre la persona di fronte a lui lo fissava senza proferire parola.<br />
Passarono ancora alcuni secondi che parvero ore.<br />
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; disse l&#8217;uomo.</p>
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		<title>Chiara Passilongo &#8211; La parabola delle stelle cadenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2015 17:45:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non recensisco spesso ed in genere lo faccio sulla musica, ma oggi mi sento di parlare di questo libro, e di questa scrittrice emergente Veronese che mi è capitato di avere l&#8217;onore di conoscere nelle mie peripezie.Si tratta di &#8220;La parabola delle stelle cadenti&#8221; e di Chiara Passilongo. Come ho già avuto modo di dire [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Non recensisco spesso ed in genere lo faccio sulla musica, ma oggi mi sento di parlare di questo libro, e di questa scrittrice emergente Veronese che mi è capitato di avere l&#8217;onore di conoscere nelle mie peripezie.<br>Si tratta di &#8220;<em>La parabola delle stelle cadenti</em>&#8221; e di Chiara Passilongo.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-medium wp-image-3821"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="169" height="300" data-attachment-id="3821" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/chiara-passilongo-la-parabola-delle-stelle-cadenti/wp_20151105_002/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?fit=920%2C1632&amp;ssl=1" data-orig-size="920,1632" data-comments-opened="1" data-image-title="La parabola delle stelle cadenti &amp;#8211; Chiara Passilongo" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;La parabola delle stelle cadenti &amp;#8211; Chiara Passilongo&lt;/p&gt;
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<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Come ho già avuto modo di dire a lei il genere del romanzo se preso così come in sinossi, non è decisamente qualcosa che normalmente mi attirerebbe, si tratta della storia di una immaginaria famiglia veronese che nell&#8217;arco dei circa trent&#8217;anni a partire dal 1981 si trova ad affrontare la nascita ed il successo di una azienda&nbsp;dolciaria partendo da una piccola gestione familiare fino a raggiungere il successo nazionale trovandosi ad incontrarsi e scontrarsi con la realtà storica e politica dell&#8217;ultimo trentennio fino alla crisi dei nostri giorni, ma si tratta anche della vicende familiari, della crescita dei figli e dello scontro tra una generazione legata alla terra ed una proiettata verso la modernità.<br>Basta leggere l&#8217;incipit per avere un&#8217;idea chiara di non trovarsi di fronte un romanzo comune, la delicatezza e la precisione con cui viene tratteggiata l&#8217;intera vicenda in poche righe sembra la precisione semplice di un testo come &#8220;Imagine&#8221; di John Lennon, dove non una sola parola è fuori luogo, non una sola parola è di troppo ed una sola parola in meno sarebbe stata una mancanza.<br>Traspare in ogni riga un controllo e un dosaggio delle parole che non a tutti è possibile realizzare e l&#8217;intero svolgimento tra personaggi ben tratteggiati e da un lato così tipici dall&#8217;altro interessanti invoglia alla conoscenza di un mondo che è un po&#8217; quello che ha creato la nostra generazione di trentenni nel bene e nel male e sembra di rileggere senza troppa nostalgia ma anche senza troppo distacco un mondo che sembra ormai distante ma che è ancora il nostro.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-medium wp-image-3819"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="169" height="300" data-attachment-id="3819" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/chiara-passilongo-la-parabola-delle-stelle-cadenti/wp_20151105_004/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_004-e1446745293633.jpg?fit=920%2C1632&amp;ssl=1" data-orig-size="920,1632" data-comments-opened="1" data-image-title="La parabola delle stelle cadenti &amp;#8211; Chiara Passilongo &amp;#8211; Incipit" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;La parabola delle stelle cadenti &amp;#8211; Chiara Passilongo &amp;#8211; Incipit&lt;/p&gt;
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<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Su <a href="https://www.amazon.it/La-parabola-delle-stelle-cadenti/dp/8804658304">Amazon</a>&nbsp;è possibile leggerne la prima parte se questa mia recensione avesse acceso in voi il desiderio di conoscerla</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-thumbnail wp-image-3820"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="150" height="150" data-attachment-id="3820" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/chiara-passilongo-la-parabola-delle-stelle-cadenti/wp_20151105_003/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?fit=920%2C1632&amp;ssl=1" data-orig-size="920,1632" data-comments-opened="1" data-image-title="Dedica" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;Dedica&lt;/p&gt;
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		<title>Attese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 16:52:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci. La panca su cui sono seduto è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.<br />
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.<br />
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare. Qualche volta mi capitava di vedere una donna o un bimbo piangere e cercavo di immaginare cosa ci fosse dietro quel volto, quale fosse la storia.<br />
Non accadde da subito, non dalle prime volte, iniziai a pensarci solo dopo quella volta della <i>porta misteriosa</i>.<br />
Sedevo sempre qui. Sulla parete alla mia destra già allora vi era questa mensola e dietro la mensola attraverso una finestra la signora dei biglietti chiacchierava e chiedeva e chiacchierava e chiedeva e chiacchierava ed io la ascoltavo ed ascoltavo le storie, i ricordi, le emozioni delle persone mentre osservavo chi sedeva sull’altra panca giusto sotto gli orari. Le ascoltavo all’epoca non mi veniva in mente di cercarle, di immaginarle, di scavare tra i lineamenti i colori dei vestiti, le espressioni delle persone ignare.<br />
<i>Entra una signora, ora. Porta i capelli lunghi raccolti in una lunga coda ed ha un grande cane bianco, non me ne intendo di cani ma sembra come quello delle pubblicità della carta igienica solo più grande. Sembra affettuoso e lei è distesa e sorridente. Porta un vestito grigio/marrone ma in qualche modo allegro, ricco di movimento, la maglia è morbida e larga e le maniche corte sono a sbuffo e così anche la parte attorno al seno e il collo, la gonna lunga la fa sembrare quasi una donna dei miei tempi, così larga a pieghe morbide. Fa il biglietto alla macchinetta &#8211;</i>Dio quanto era bella la signora dei biglietti quando ero piccolo e chissà che fine avrà fatto, la sua finestra ormai è chiusa da anni<i>&#8211; è così giovane, nel fiore dell’età la immagino felice in questo inizio estate avrà appena finito gli studi e starà andando in collina a ridere e correre con il suo cane e magari con un ragazzo. La immagino con a casa una vespa del modello vecchio, bianca e con i girasoli, non so perché debba prendere il bus se ha una vespa ma probabilmente è per portare il cane con se. La sua aria distesa distende a mia volta la mia anima mentre si siede giusto sotto la bacheca e si accorge che la sto guardando </i>ti accorgesti che ti stavo guardando, non credo avessimo più di dodici anni e il mio sguardo schizzò sulla bacheca all’improvviso fingendo di non starti osservando. Rimasi qualche minuto ancora ad osservare i foglietti appesi sotto quel vetro mentre con la coda dell’occhio cercavo di osservare il tuo volto, il tuo profilo, cercavo di spiare se mi guardassi, di scorgere un lieve rossore, un segno, un sentore. Di non lasciarti scorgere il lieve rossore che sentivo divamparmi dalle orecchie.<br />
Il bus arrivava sempre troppo presto e tu salivi correndo e ti sedevi accanto al tuo gruppo di amiche, io ti osservavo ancora un istante mentre salivo ed andavo a sedermi lontano in attesa di essere trasportati verso scuola.<br />
La porta accanto alla “<i>tua</i>” panca mi era sempre parsa misteriosa. Nei miei sogni poterla aprire era il più grande desiderio, paura, gioia, terrore che potessero esistere. Immaginavo dietro di essa ogni volta un mondo diverso ma sempre in qualche modo misterioso, immaginavo talvolta che fosse solo uno sgabuzzino, altre volte che fosse l’accesso ad una vasta cantina che poteva nascondere di volta in volta incredibili tesori, segreti, delitti. Talvolta credevo vi si nascondesse tutta una base segreta dei militari o l’accesso ad un mondo sotterraneo, o ancora l’ingresso ad un treno sotterraneo o verso l’interno del caveau di una banca, credevo né potessero uscire mostri o agenti segreti o diavoli direttamente dall’inferno o gli antichi egizi.<br />
Di volta in volta, qualcosa di più bello e fantasioso. Passarono anni credo da quando iniziai a fantasticarvi a quando potei scoprire l’ovvia verità.<br />
Una volta quando mi capitò di essere lì da solo, mi alzai e furtivo mi ci avvicinai a quella maniglia sempre fingendo di osservare gli orari, rimasi immobile e teso diversi minuti prima di prendere finalmente il coraggio, ma poi infine trovai la forza di posarvi la mano quasi temendo di ustionarmi o congelarmi o che sarebbe accaduto qualcosa di terribile, che si sarebbe aperta all’improvviso verso l’interno risucchiandomi in un luogo di paura o in un’avventura alla Tom Sawyer. La abbassai il più possibile lentamente ma mentre la sentivo cigolare sentii urlare “<i>Hei ragazzino!</i>”. Finsi di stare perdendo l’equilibrio e di essermi appoggiato solo per quel futile motivo e mi allontanai di corsa.<br />
Ebbi però una soddisfazione, un piccolo passo verso la conoscenza: ora sapevo che la porta era chiusa a chiave e che la signora dei biglietti ne era l’inflessibile guardiana. Lei doveva sapere cosa vi fosse dietro, doveva essere a conoscenza del segreto.</p>
<p><i>Ho dimenticato tanto nella vecchiaia, mi sembra di perdere pezzi per strada e di non ricordare la mia stessa vita, avrei voluto saperne scrivere, non perché gli altri leggessero ma per poterla leggere io ora e ricordarmi ogni dettaglio come ricordo oramai solo quelli più lontani. Forse per questo sono tornato qui, mi sono come risvegliato qui seduto.</i></p>
<p>Quella macchia accanto alla porta. Quella macchia accanto alla porta, non quella scura fatta dall’usura dallo scrostamento dell’intonaco, quella più chiara che sta sotto. Ricordo ancora quel giorno in cui Marchetto fu spinto dai bulli contro la parete.<br />
Marchetto era un ragazzino mite e un po’ sottomesso ed era il preferito dei prepotenti, era il preferito perché si offendeva ma non poteva rispondere, perché era buono e non si sapeva difendere. Non quella volta. Quella volta li vidi arrivare dal corridoio di sinistra, schivarono per un soffio la panca dove ero seduto, Marchetto sbatté contro la panca a destra e dopo aver appoggiato il sedere alla stessa si rialzò arrancando verso la porta a vetri; i tre gradassi invece lo spinsero di lato e andò a sbattere giusto contro lo stipite sinistro. Era in lacrime ed urlava “<i>lasciatemi stare, non vi ho fatto niente, lasciatemi stare!</i>”. In mano aveva uno dei primi succhi di frutta Yoga, probabilmente era stato questo ad attirare su di lui le ire dei compagni. Riuscì miracolosamente a divincolarsi dalle le braccia degli aggressori e in un incredibile impeto di rabbia scagliò contro di loro la bottiglietta che andò a fracassarsi giusto in quel punto sporcando quella parete. Lo vidi aprire la porta e correre, scappare fuori e poi li vidi rincorrerlo un istante prima che tutti uscissero dal campo visivo che la porta mi lasciava a disposizione mentre si chiudeva.<br />
Non so come sia finita perché io ero seduto sulla solita panca ed osservavo il mondo intero da lì. Me lo immaginai a correre e correre come un forsennato e poi girarsi di scatto poco prima che lo raggiungessero per stenderli con un bel pugno sul naso. Un bel pugno a testa e poi fermarsi con le mani ai fianchi a contemplare la propria opera. Non credo andò esattamente così, qualche giorno dopo lo incontrai ed aveva al braccio un gesso e portava dignitosamente un occhio pesto.<br />
Mentre fantasticavo su questo però ero rimasto seduto sulla panca e nel mentre accadde l’inaspettato, l’incredibile. Sentii ancora una volta urlare “<i>Hei Ragazzino!</i>” e poco dopo sentii netto il rumore di una serratura. Istintivamente voltai lo sguardo prima verso la finestra della vendita dei biglietti e la vidi per la prima volta senza la sua signora e subito dopo verso la porta misteriosa.<br />
Mi parve come se il tempo si fermasse o rallentasse all’estremo.<br />
Vidi la maniglia scendere di pochi millimetri, la vidi ritornare al suo posto e poi nuovamente la inclinarsi sempre di più fino a fermarsi, come se il cigolio fosse lungo minuti, ore anni tra l’inizio del movimento e la fine della sua corsa.<br />
Rimase ferma un secolo o due e poi la vidi avanzare un po’, rientrare e nuovamente avanzare con tutta la porta. Vidi la fessura tra la porta e lo stipite aprirsi e vidi da dentro la luce artificiale formare da prima una linea sul pavimento e poi la linea allargarsi e divenire un cuneo. Non credo vi fosse sufficientemente buio perché la luce dalla stanza risaltasse così tanto ma nella mia mente era la luce del paradiso o dell’inferno o di entrambi, la luce di un altro mondo.<br />
Quando la porta fu aperta abbastanza ebbi la sorpresa.<br />
Non sapevo se essere deluso o stupito o entrambi. Dalla porta non spuntò un mostro e neppure il re, e neppure il diavolo o Gesù, dalla porta spuntò la signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino.<br />
La signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino! Ed aveva le gambe ed un corpo! Non mi ero mai posto prima il problema del fatto che potesse avere delle gambe ed un corpo sotto le spalle e mi accorsi solo ora che le avesse, che fosse una signora come quelle che prendono l’autobus, come quelle che camminano per strada, che dovesse tornare a casa la sera, avere forse dei figli un marito, una vita. Mi cambiò molto questo fatto. Capii allora che tutte le persone hanno dietro una storia, hanno dietro qualche cosa che non si può sapere, e pensai a tutto questo mentre cercava invano di far andare via quella macchia di succo ottenendo solo il risultato di allungare la striscia e sbiadirla un po’.<br />
<i>Anche oggi quando vedo un ombra arrivare ad oscurare il vetro della porta aspetto con ansia di vedere la sua mano raggiungere la maniglia all’esterno della porta centrale, di vedere la maniglia abbassarsi, di vedere il cuneo della luce sul pavimento ed in esso il riflesso della persona che sta entrando, quasi con lo stesso stupore della volta che si aprì invece la porta misteriosa. Questo è un signore distinto di mezza età, ha in mano un libro, il suo portamento è quello di un uomo che ha vissuto molto ma anche quello di uno che ha ancora molto da vivere. Sicuro di se ed al contempo umile. Fa un cenno alla ragazza col cane e si siede sulla panca di fronte a leggere con le gambe accavallate. Credo che questo sia il suo momento di rilassamento, il momento in cui con soddisfazione può leggere in pace forse tra una giornata di lavoro e il rientro in una famiglia piena di ragazzini allegri e rumorosi, deve averne più di uno perché sembra benestante ed ha il volto di un brav’uomo. Di certo almeno uno perché quella macchia di cioccolato all’altezza del ginocchio, di lato, sembra essere la bocca di bambino felice.</i><i><br />
</i><i>Porta scarpe eleganti come quelle </i>del controllore che ogni giorno saliva sul bus e ci controllava i biglietti. La prima volta che qualcuno di sconosciuto mi rivolse la parola fu proprio lui “<i>Ti piace proprio tanto quella ragazzina, vero? Perché non ti fai avanti?</i>” disse. Io negai tutto ma aveva ragione, seduto lontano alcuni posti più dietro e sull’altro lato ti osservavo incantato, osservavo il tuo profilo dolce e la tua gota sinistra mentre ridevi con le tue amiche parlando di cosa non so. La osservavo gonfiarsi e sgonfiarsi, osservavo la fossetta crearsi e ricrearsi, riuscivo a vedere anche i bianchi denti talvolta.<br />
Era come un sogno, e parlarti era come interromperlo, e poi parlarti come, dicendoti cosa?</p>
<p>Ti scrissi un bigliettino, non ricordo le parole, sono passati decenni, ma ricordo ancora dove lo misi: sotto la bacheca, poco più a destra del centro vi era una fessura tra il muro ed il legno, giusto sopra a dove in genere ti mettevi. La vedo ancora da qui seduto quella fossetta, il mio scrigno del grande sogno, sperai per giorni che lo notassi, sperai per giorni che facesse da ambasciatore, da colomba, da messaggero. Ma non accadde mai che ti accorgessi della sua presenza. Non ero sicuro neppure che davvero mi avessi mai notato quando avevo l’impressione che i nostri sguardi si incrociassero.<br />
Poi non ricordo molto altro di quel tempo, come se anche questo sia stato cancellato, non ricordo per quanto andai avanti in quel sogno.</p>
<p>Fu solo molti anni dopo, quando ti incontrai, quando ci incontrammo di nuovo e ci amammo che ti portai a prendere quel foglietto e a leggerlo per riderne assieme, ma la tua reazione non fu quella che mi aspettavo.<br />
Stavamo assieme da un po’, non ricordo quanto tempo e tu non credevi che il mio pensiero di te durasse da ormai anni, credevi ti prendessi in giro, fu per questo che ti portai qui, in questa piccola stanza di questa stazione e una volta arrivati alla bacheca ti chiesi di guardare sotto, di vedere il piccolo pezzetto di carta incastrato nella fessura, niente di più di un biglietto del bus con sopra una scritta. Io ridevo, lo trovavo divertente ma poco dopo che le tue dita tastarono la carta e riuscisti ad estrarre ed aprire quel messaggio la tua reazione fu completamente diversa da quella che mi aspettavo: scoppiasti in lacrime abbracciandomi come fosse stata la rivelazione più grande di tutti i tempi, lacrime di emozione, di commozione, di amore immenso scaturito come cascata dal tuo volto. Sentii il calore del tuo respiro sul lato del mio viso e la morbidezza del tuo corpo stringermi forte, sentii le tue lacrime scorrere sulla mia guancia, il profumo del sale e della tua pelle e “<i>Grazie, grazie, grazie</i>”. Fu la prima volta che ti sentii pronunciare le parole “<i>ti amo</i>” la prima di una vita che però sta cadendo a pezzi momento per momento.<br />
<i>Li sto perdendo tutti, li sto perdendo tutti i ricordi di te se non quelli legati a questa panchina e a quel giorno in cui piangendo mi abbracciavi e quell’altro giorno in cui ci hai lasciati. Non ricordo il momento in se, non ricordo il giorno ma l’assenza successiva. La mancanza. Per anni, decenni hai portato al collo una medaglietta con dentro il mio bigliettino, quel giorno -da quel giorno- l’avevo io in mano, una mano non ancora vecchia come quella di oggi ma ancora più tremante. Una medaglietta e due o tre ricordi sono l’unica cosa che mi resta di te, l’unica cosa che resta di te se di noi quello che resta è il ricordo.</i></p>
<p><i>L’ho ancora al collo ora. Non l’ho mai aperta, come la </i>porta misteriosa<i> ho sempre temuto ne uscissero mostri, ricordi terribili per quanto belli, ricordi che mi facessero precipitare nell’abisso dentro di me, ricordi che mi facessero sorridere e rimpiangere di essere ancora qui dopo tutti questi anni. Ma non è forse di ricordi che sono in cerca ora? Non è forse per i ricordi che il mio corpo in un momento senza mente ha voluto portarmi qui?</i></p>
<p><i>L’assenza. Come è possibile ricordare un’assenza ancor più di una presenza? Una mancanza ancor più che un’intera vita?</i></p>
<p><i>Osservo le mie mani tremanti mentre si avvicinano al mio collo, mentre armeggiano per trovare la catenella. La temo e la bramo, ne fuggo e ne desidero la scoperta e mentre le mani tremano la sento cadere e sbattere nuovamente sul mio petto, poi di nuovo le mani a muoversi quasi ansiose quasi non fossero le mie quasi a vederle osservando il mondo da fuori da seduto su una panca di una stazione mentre ti passa accanto.</i></p>
<p><i>Sono vecchie le mie mani, tremanti e vecchie e secche mentre premono il tastino sul lato e la aprono</i><i><br />
</i><i>Armeggiano e mentre il pendaglio si apre vi vedo dentro due piccoli foglietti.</i><i><br />
</i><i>Le mani ne prendono uno e lo aprono, lo conosco, è un biglietto dell’autobus, un biglietto vecchissimo e sopra vi è scritto “Ciao, mi piaci. Se mi vuoi conoscere domani vieni qui con un fiore!”. </i><i><br />
</i><i>Sento scendere una lacrima lentamente mentre osservo le mie mani ancora. Hanno ripiegato il foglietto ed una lo tiene tra l’anulare il mignolo e il palmo mentre entrambe stanno aprendo l’altro. Un altro biglietto dell’autobus, vecchio ma non antico. </i><i><br />
</i><i>“Non avere paura, ti ho cercato amato e conosciuto anche senza un tuo messaggio, dove vado io non c’è bisogno di ricordi, né di paure”.</i><i><br />
</i><i>Vedo un ombra avvicinarsi ora ad oscurare un po’ il vetro della porta da fuori, è un ombra bassa di una ragazzina, la vedo alzare il braccio verso la maniglia e vedo la maniglia abbassarsi senza fare alcun rumore. Vedo anche la maniglia non abbassarsi e mentre osservo la porta aprirsi so che non si sta aprendo affatto.</i><i><br />
</i><i>La vedo lo stesso, la vedo entrare la bambina od attraversare la soglia chiusa, cammina verso di me e ne osservo l’assenza di un riflesso sul pavimento. Sorride,</i> sorridi.<br />
Hai un fiore tra i capelli, un fiore di lavanda, e mentre mi alzo dandoti la mano mi accorgo che anche io sono un bimbo.<i><br />
</i></p>
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		<pubDate>Thu, 27 Aug 2015 07:40:36 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Sento ancora scorrere le mie dita, due, nella fessura sul tuo corpo, lentamente.<br>Come fosse oggi le sento scivolare dall&#8217;alto al basso ripercorrendola tutta mentre stiamo abbracciati.<br> I muscoli della tua schiena né rilassati né contratti, lisci sotto il vestito, sotto quella maglia bianca di lino con sul petto un apertura ricoperta di azzurro quasi come un pizzo e quelle maniche lunghe che scendono con i polsini allargati a strascico e le mie dita a scorrere sulla fessura che i tuoi muscoli sulla schiena lasciano a nascondere la colonna vertebrale.<br> Ho i tuoi capelli accanto al mio zigomo,<br> il loro profumo,<br> chiaro,<br> chiari,<br> il loro profumo,<br> i tuoi capelli come se fossi stata creata per essere tutt&#8217;uno con me,<br> con il mio corpo<br> danzando lentamente al suono di musiche del tutto nostre.<br> Sono passati anni -decenni- da allora,<br> sono passati anni -decenni-.<br> Siamo invecchiati nel tempo,<br> certamente anche tu,<br> lontani nel tempo,<br> lontani,<br> siamo invecchiati.<br> Ti feci una promessa allora -non la ricorderai- ed oggi mentre la ripenso, mentre ti ripenso, mentre penso alle mie dita nella fessura della tua colonna vertebrale mi chiedo come sia oggi la tua schiena, come sia il profumo dei tuoi capelli, come siano cambiate le nostre altezze e provo ad immaginare se tra le mie braccia il tuo corpo possa stare ancora perfettamente come quella volta, quell&#8217;unica volta, prima ed ultima, inizio e fine.</p>
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		<title>Oltre il muro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2015 10:57:50 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Non ho voglia di svegliarmi, non credo sia ancora il momento, voglio rimanere ancora qui un po&#8217; nel letto a ricordare la serata di ieri.<br>Quando mi sono vestita per lui e&#8230;<br>&#8230;cos&#8217;è successo ieri? Perché non riesco a ricordare?<br>Il letto non è affatto morbido, ed è freddo, ed ho un dolore forte al centro del petto.<br>Dove sono?!<br>Attorno a me buio, non sento il ticchettio della sveglia, ma è qui, la tocco ma sono sul pavimento e attorno sento solo la sveglia che non fa rumore e non sento le fughe delle mattonelle.<br>Sono seduta e gli occhi si stanno abituando all&#8217;oscurità, il pavimento di questo luogo è nero e lucido, somiglia a vetro ma è in qualche modo più solido del vetro, quasi fosse una pietra vetrosa, liscia, infinita. Non vedo niente altro attorno a me. Tranne la mia sveglia a terra, ferma a segnare le dodici, mezzanotte credo data la stanchezza che sento nel corpo.<br>Mi guardo attorno e mi viene da piangere perché non so cosa fare qui, non c&#8217;è lui, non ho modo di contattarlo, e non c&#8217;è nessuno.<br>&#8220;<em>Hei?! C&#8217;è nessuno?! C&#8217;è nessuno qui? Dove mi trovo?&#8221;.<br></em>Sento il mio cuore battere forte e tremo, l&#8217;aria mi manca.<br><em>&#8220;Calmati, su, calmati, cerca di capire cosa è successo, calmati&#8221;<br></em>Mi alzo e comincio a camminare, mi sento tremare, sento caldo, freddo.<br>Cammino avanti ed indietro in questo buio, in questa assenza di mondo, cammino e non riesco a stare ferma, avanti, indietro, avanti indietro, ma dove vado?<br>&#8220;<em>Calmati, calmati, ragiona, calmati</em>&#8220;<br>Mi viene da piangere, mi viene da piangere e non so cosa fare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poco distante comincio a scorgere un grande specchio, mi ricorda l&#8217;armadio a specchio che ho in camera ma ha più le proporzioni di una porta. Cos&#8217;altro ho da fare se non andare a vedere di cosa si tratta?<br>&#8220;<em>Cos&#8217;ho da fare se non andare a vederlo?</em>&#8220;<br>Porterò con me la sveglia, per quel che può servire, è pur sempre un pezzo della mia vita, anche se in questo momento ricordo solo la sveglia e che ero uscita per lui. Non ricordo il suo volto, non ricordo il suo nome e non ricordo il mio, e non ricordo chi fossi io ne niente altro, forse ho preso una botta, non ricordo di essere una che beve molto ne che si droga.<br>&#8220;<em>Non mi hanno drogata, non mi sento drogata, mi devo calmare</em>&#8220;<br>Il mio lavoro è invece qualcosa che ha a che fare con &#8230; una stella, un simbolo, alloro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mal di testa, una fitta, alla testa ed al petto, sto sudando tantissimo, sento l&#8217;odore del mio sudore, e il freddo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono arrivata allo specchio, è grande pressappoco come una porta ma privo di maniglie, ha solo un bordo dove potrebbe esserci quello di una porta stessa ma dietro c&#8217;è un pannello nero e niente altro. Si tratta di un normale&nbsp;specchio per quanto sembri spuntare dal pavimento con soluzione di continuità.<br><em>&#8220;Uno specchio.&#8221;</em><br>&#8220;<em>Sono una bimba?</em>&#8221; Una bimba un po&#8217; gotica però. Appena truccata indosso una maglia con sbuffi di pizzo sul petto e maniche fini quasi trasparenti, una gonna a falde di stoffe delle varie tonalità del nero,&nbsp;asimmetrica e degli stivaletti con il tacco, il tutto in toni di nero.<br>Qualcosa mi dice che non sia un vestiario tipico per una bambina che potrebbe avere meno di dieci anni.<br>La mia pelle è stranamente bianca, quasi da bambola di ceramica e con i capelli lisci e biondo scuro do l&#8217;impressione di una metallara un po&#8217; prematura, anche se non porto unghie nere o borchie o pendagli strani.<br>Mi siedo dando le spalle allo specchio e metto le faccia tra le mani.<br>Devo riuscire a ricordare chi sono, da dove vengo, cosa ci faccio in questo strano ambiente, è come se questo specchio ne fosse in qualche modo l&#8217;entrata, o l&#8217;uscita, il talismano, il centro. Il centro di un nulla però.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Le mie mani</em>&#8220;<br>Le mie mani non sono quelle di una bimba, le dita sono lunghe, fresche di manicure, affusolate, porto unghie perfette, di media lunghezza e&nbsp;con le cuticole ben curate<br>-&#8220;<em>Di chi sono queste mani?</em>&#8220;-&nbsp;smalto trasparente.<br>Formicolio che attraversa le spalle, muscoli che si irrigidiscono, mi alzo e mi allontano dallo specchio, cammino, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti ed indietro.<br>&#8220;<em>Calmati, calmati</em>&#8220;<br>La gamba che involontariamente vibra, si muove<br>&#8220;<em>Chi cazzo sono?! Chi sono?!</em>&#8221; urlo.<br>Il vestito è quello che ho visto ma non sono una bambina, non ho gambe da bambina, non ho il petto piatto di una bambina.<br>Ma non so chi sono.<br>Mi giro di scatto a guardare nuovamente lo specchio, e mi vedo adulta, indosso un tailleur grigio antracite, con una borsa bauletto più chiara, e delle scarpe nere con tacco, i capelli raccolti di lato sulla spalla destra, credo&nbsp;abbia a che fare con&nbsp;il mio lavoro, ma il mio corpo, quello reale, quello che posso toccare continua ad essere vestito di nero, con quella gonna, quei tacchi quelle maniche.<br>Il mio riflesso si muove come me, ha le stesse unghie curate, la stessa espressione perplessa ma indossa un vestito da rappresentanza, nel riflesso, dietro di me compare per un istante un cartello con scritto&nbsp;&#8220;Agenzia investigativa HL&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre il cuore comincia a battere meno forte sento forse l&#8217;ultima goccia di sudore scendere dall&#8217;attaccatura dei capelli giù per il mio visto, sfioro le labbra con la mano e riaffiora qualche ricordo.<br>&#8220;<em>Agenzia investigativa HL</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stavo seguendo un caso, un uomo aveva ucciso diverse donne, o almeno diverse donne erano morte: due? Tre? Forse anche una bambina.<br>&#8220;<em>Investite</em>&#8220;<br>Lavoravo da poco per l&#8217;agenzia, una giovane spavalda rampante appena arrivata, ma pare che quell&#8217;uomo prediligesse giusto le ragazze giovani ed io potevo&nbsp;sembrarlo ancora&nbsp;più di quanto lo fossi. Si fidavano di me perché avevo una buona capacità di correlare dati ma non ero mai stata sotto copertura, non è neppure una pratica che queste agenzie facciano in genere, troppo rischioso. Eravamo stati ingaggiati da una famiglia la cui figlia era scomparsa, all&#8217;inizio avremmo dovuto solo trovarla ma quando la trovammo schiacciata ci chiesero di proseguire l&#8217;indagine senza coinvolgere le istituzioni ufficiali. Credo che il mio capo accettò solo per l&#8217;offerta economica notevole, perché invadere questo genere di indagine per un&#8217;agenzia rischia di essere più un danno che un guadagno.<br>Non eravamo mai riusciti a risalire all&#8217;auto perché le stordiva o uccideva&nbsp;prima di investirle e quindi non faceva danni tali da dover riparare il mezzo o comprare ricambi, e non avevamo neppure idea di che modello fosse.&nbsp;Gli omicidi che supponevamo essere&nbsp;stati effettuati dallo stesso autore erano avvenuti in posti apparentemente slegati tra loro, nessun legame se non il gusto nel vestirsi di nero, e le modalità estremamente simili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Il gusto nel vestirsi di nero.</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;era lui, lo vedo ora nello specchio dietro di me ad osservarmi col suo sorriso ironico di quando mi osservava convinto di non essere visto, quel suo sguardo ironico ed innamorato che tante volte ho spiato mentre lui pensava di spiare me, avrei potuto lasciarlo fare per ore.<br>Ma non avrei mai dovuto innamorarmi di lui non avrei mai potuto immaginare che avrei finito per farlo quando sono stata inviata ad indagare da vicino, avevamo pensato che potesse essere il nostro uomo solo grazie ad una segnalazione anonima&nbsp;su un auto sporca di qualcosa che poteva essere sangue.<br>Anonima.<br>Ma con il cachet proposto non potevamo dire che&nbsp;ce ne stavamo con le mani in mano,&nbsp;non avevo la certezza fosse lui, anzi non c&#8217;era nessuna prova che lo fosse,&nbsp;ma era l&#8217;unica pista disponibile ed io mi trovavo abbastanza bene nell&#8217;ambiente che frequentava.<br>Avevo scelto di non innamorarmi di lui nonostante quelle spalle non grandi ma fiere, nonostante il suo modo di farmi ridere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima volta che un brivido mi prese fu passeggiando, quando la sua mano sfiorò per un istante la mia, non saprò mai quanto fosse reale, casuale, o manipolatorio quel tocco, ne i successivi, ne quel bacio sulle labbra&nbsp;mancato che doveva essere un normale saluto sulla guancia, ma a pensarli mi fanno ancora sorridere di piacere, sento ancora sulla nuca salire qualcosa tra i capelli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il momento in cui mi accorsi che il danno era fatto fu però quando una sera parlando di un&#8217;amica descrisse con dovizia di particolari il&nbsp;cappottino sfiancato, verde scuro di velluto raso con la cintura in vita, il suo stupido papillon da uomo indossato su una camicia viola con uno strano scollo e perfino l&#8217;anello&nbsp;con pietra ovale viola. Stupido non lo disse lui ovviamente, e questo mi fece capire che ne ero gelosa, che non avrei voluto mi fosse portato via neppure da me, dal mio lavoro. Fu il modo di descriverla, così ricco di particolari, così fatto di pregi di poca importanza eppure così piccoli da dover richiedere un interesse nel dettaglio che non aveva con me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciai ad accorgermi dell&#8217;odore della sua pelle quando mi passava accanto, della pelle del suo collo, ricordava i particolari di altre e mi faceva incazzare quando non ricordava la collana che avevo indossato il giorno prima, o&nbsp;forse lo faceva apposta per farmi rodere e trattenermi un po&#8217; più accanto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi convinsi che&nbsp;avevamo sbagliato obbiettivo, mi convinsi che quella persona non poteva essere un assassino, che dalla sua gentilezza d&#8217;uomo d&#8217;altri tempi non potesse scaturire violenza, mi convinsi che forse dopotutto c&#8217;era un motivo se ero finita tra le sue braccia.<br>C&#8217;era un motivo, mi sentivo in una storia scritta da uno scrittore pazzo, ma mi sentivo viva, sentivo il cuore accelerare quando lo stavo per incontrare e fermarsi quando le sue labbra si posavano sulle mie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Cos&#8217;è questo?</em>&#8220;<br>Al centro del mio petto c&#8217;è una zona di nero più scuro, più secco, più rappreso ed al centro un buco.<br>&#8220;<em>Ah</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella sera lui era strano, lo aspettai più del solito, era sempre puntuale ma non quella sera. Uscimmo come quasi ogni&nbsp;giorno da qualche tempo ma non parlò quasi mai, mi portò in riva al fiume a guardare l&#8217;acqua scorrere seduti sui sassi bianchi e lisci e poi tornammo alla macchina&nbsp;dove mi guardò con aria grave.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo come fosse ieri, o forse era ieri davvero, o forse era addirittura oggi, il suo sussurro a voce bassa ma calda all&#8217;orecchio sinistro. La sua voce calda.<br>&#8220;<em>Mi dispiace, deve finire. Qui. Oggi. Ora. Ho provato a convincermi che non fosse così, che tu fossi diversa, che io fossi diverso, ma non è così. Io devo seguire la mia strada e tu sulla mia strada sei solo una tappa</em>&#8220;.<br>Il suo fiato si addensava poco distante dalla bocca e le sue braccia non bastavano a non farmi sentire i brividi<br>Sentivo le lacrime scendere ma mi sentivo apatica, intontita, come immobilizzata. Credevo avrei pensato un milione di cose in un momento simile ma invece la mia mente era piatta, vuota, calma.<br>Mi passavano solo nella mente i ricordi dei momenti vissuti e niente altro.<br><em>&#8220;E il senso di colpa.&#8221;</em><br>L&#8217;idea di aver sbagliato io di non essere abbastanza, di non essere adeguata, di essere sbagliata. Non mi passò per la mente neppure per un istante a che cosa si riferisse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dissi qualcosa, non so neppure cosa.<br>Disse qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbassai la guardia completamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi come un improvviso spasmo sentii entrarmi nella carne qualcosa. Nel petto.<br>Mi congelò. Era come sentire un pezzo di ghiaccio che al contempo bruciasse la carne.<br>Lo vidi girarsi lentamente e mi sentii dire da lontano qualcosa come &#8220;io ti amavo stupido idiota&#8221; mentre la mente si annebbiava, mentre tutto diveniva scuro, mentre mi sentivo posare su di un pavimento nero di asfalto, mentre&nbsp;una chiazza lucida si allargava sotto di me e faceva apparire l&#8217;asfalto vetro nero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vidi una porta aprirsi, la sentii chiudersi con un tonfo alle spalle anche se ero sdraiata. Vidi un riflesso come se la porta fosse di specchio ed eccomi qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Ed eccomi qui.</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo che l&#8217;unica cosa da fare sia incamminarsi nella direzione indicata da questa che un tempo forse era una porta, credo di sapere dove sto andando anche se non ne conosco ancora la forma, e mentre cammino&nbsp;un pappo di un pioppo mi passa accanto, di sfuggita mi è parso ci fosse un piccolo omino appeso dentro ma la luce, l&#8217;erba, il cielo che si stanno aprendo mi fanno pensare di essere quasi giunta alla meta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Ora ricordo</em>&#8220;</p>
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		<title>Immergersi in te stesso (edited)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2015 17:05:53 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph"><span style="color: #999999;"><em>*il racconto è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale*</em></span><br>Non è buona norma in genere immergersi in solitaria,&nbsp;in tutti i corsi insegnano a scendere sempre con in compagno ma d&#8217;altronde sono molte le cose che non è buona norma fare, ad esempio scendere con&nbsp;un bombolino ean 70 in una immersione profonda, ad esempio, ma non credo che nessuno dei due rappresenti un problema per l&#8217;attività che ho scelto di fare oggi.<br>Questa è una bella sera di una stellata come poche volte se ne vedono, complice l&#8217;inverno&nbsp;e lo scarso turismo la gran parte delle luci sono spente e questo permette di vedere il tutto illuminato solo dagli astri e dalla luna che sta salendo lentamente all&#8217;orizzonte tra i monti. L&#8217;aria è frizzante e viva, e l&#8217;acqua assolutamente calma, un&#8217;ottima notte per un&#8217;esperienza come questa.<br>La preparazione dell&#8217;attrezzatura come sempre è veloce ma meticolosa, non vorrei avere qualche genere di imprevisto che mi tolga la calma assoluta&nbsp;che ho dentro.<br>La bombola è piena ma non credo mi servirà, il bombolino ben agganciato e con l&#8217;erogatore chiuso, i formalismi sono importanti.<br>La torcia è ben carica, della secondaria non credo di averne bisogno ma è qui nella tasca del GAV non si sa mai, giusto? Fermo un passante per chiudermi la muta stagna, pulisco la maschera e sono pronto.<br>Le panchine sono sempre un ottimo aiuto per un subacqueo, niente di più comodo che sedersi, allacciarsi il gav, la bombola, prendere in una mano il bombolino e la maschera, nell&#8217;altra reggere la torcia e le pinne, alzarsi e camminare verso lo scivolo di alaggio per le barche.<br>Ho fatto centinaia di volte questa immersione e la conosco ormai più del giardino di casa ma è da sempre la mia preferita: qui ho imparato e qui voglio stare per&nbsp;sempre.<br>Con l&#8217;attrezzatura sulle spalle scendo in acqua lasciando i vari oggetti minuti sul bordo dello scivolo, l&#8217;acqua non è fredda come mi aspettavo e questo è molto positivo. Indosso la maschera e faccio un paio di prove creando depressione all&#8217;interno ma entra aria&nbsp;quindi non è messa bene, la ricontrollo, la sistemo, perfetto. Ora prendo dallo scivolo&nbsp;le pinne e le indosso, questa è una delle cose più comode di questo punto di immersione, puoi stare in piedi tranquillo a prepararti in acqua ma la profondità aumenta velocemente spostandoti di pochi metri. Un&#8217;accoppiata vincente.<br>Controllo l&#8217;aggancio del bombolino al&nbsp;GAV e sono pronto: tutto è in&nbsp;ordine.<br>Mi guardo intorno, mi viene spontaneo fare il gesto di ok con il pugno sulla testa ma questa volta non c&#8217;è qualcuno a cui segnalarlo, alzo il corrugato, svuoto e scendo.<br>Ci vogliono solo pochi istanti e mi trovo a cinque metri, mi viene da sorridere pensando che ho dimenticato di portare la boa di segnalazione, anche questa è una di quelle cose che non si fanno ma non credo sarà un problema per nessuno.<br>L&#8217;immersione, il mio percorso preferito almeno, inizia scendendo qualche metro seguendo una sagola che parte dalla base dello scivolo di alaggio verso il largo, questa porta ad un piccolo canyon che lascia presagire l&#8217;immensa bellezza che da lì a poco colpirà il mio sguardo e la pace che porta.<br>Di notte si vede poco oltre a due pareti di roccia ognuna a pochi centimetri dalla spalla, potrebbe fare impressione detto così ma quaggiù è un altra cosa, tra queste due pareti si vedono scendere rapidamente le rocce da una decina di metri a oltre i trentacinque, di fronte il blu scuro&nbsp;assoluto, dietro le pietre della spiaggetta.<br>Ed è nel blu che bisogna andare, questo canyon in genere fa effetto di&nbsp;sfogo per le correnti e mescola i termoclini con il movimento di acqua che si incanala. Fermandosi all&#8217;inizio a volte sembra di avere il vento freddo tra i capelli&nbsp;ma&nbsp;non questa sera perché di inverno l&#8217;acqua in superficie non è sufficientemente calda ed i termoclini sono di conseguenza meno marcati. L&#8217;emozione di scendere da questo punto in ogni caso&nbsp;resta sempre unica. In pochi secondi sono a trenta metri, carezzo la valvola del bombolino ma non è ancora il suo momento: ora posso guardarmi attorno;&nbsp;il canyon scompare in alto e qui il buio è più forte, si vede solo quello che viene illuminato dal cono luminoso della torcia e puntando verso sinistra, verso il largo, la luce non può nulla contro l&#8217;oscurità infinita della notte. A destra invece le rocce color sabbia chiara&nbsp;mi sovrastano ed in un anfratto c&#8217;è il presepe, forse il punto di immersione&nbsp;più famoso da queste parti. Lo saluto rimanendo a guardarlo ancora qualche minuto mentre attorno non c&#8217;è alcun suono al di fuori delle bolle che escono dal mio erogatore. Ritmicamente. Circa ogni otto secondi.<br>Questo è ciò che vengo a trovare qui ogni volta: il silenzio così diverso dal silenzio del mondo di sopra, così diverso da ogni silenzio. Talvolta&nbsp;ci sono suoni,&nbsp;molti, ma pur sempre in qualche modo educati: quando l&#8217;acqua è mossa si sentono le rocce cozzare tra loro, i sassi muoversi con quel tipico suono secco e acuto che&nbsp;somiglia a quello che fa un accendino quando si accende, ma più acuto, più breve e secco. I suoni sott&#8217;acqua si propagano molto più velocemente che nell&#8217;aria, tanto da impedire di capire la direzione da cui provengono, ad esempio il suono dei motori delle barche somiglia&nbsp;a quello di una mosca che voli in modo costante, e anche questo se non lo si conosce è impossibile da comprendere, e non si riesce a capire da che parte arrivi, da che parte vada. I suoni qui ti avvolgono, e come essi sei parte del mondo, sei parte del mondo come il mondo è parte di te.<br>Allontanandomi dal presepe scendo di pochi metri e mi sposto, dovrei trovare qualche sette nano dallo strano nome, i subacquei hanno un umorismo particolare, il più famoso e storico si&nbsp;chiama &#8220;embolo&#8221; credo sia il più significativo oltre ad essere il primo che ho incontrato. Scendendo più in profondità, oltre i quaranta metri i riflessi cominciano a rallentare, tutto ciò che può essere tensione nel mondo di fuori qui dentro è così lontano, assente, così insignificante da scomparire. Non come se si rimpicciolisse e ridimensionasse ma proprio come se la superficie dell&#8217;acqua fosse un portale tra un universo ed un altro e tutto rimanesse nel proprio. Qui non esistono. Penso sempre all&#8217;immagine di &#8220;Stargate&#8221; nel momento in cui mi sto immergendo, c&#8217;è una consapevolezza diversa, una calma, un rilassamento che&nbsp;credo possa esserci simile solo nello spazio siderale. L&#8217;adrenalina non esiste ed il cuore batte lentamente, il respiro è lento e regolare, chiudendo gli occhi sembra quasi di sciogliersi e mescolarsi e far parte di questo tutto, ci si sente un niente parte di un tutto e al contempo un tutto con tutto.<br>Puoi vedere pesci muoversi lenti ed avvicinarsi curiosi, consapevoli che tu non sei un pericolo, a volte sfiorarli, puoi essere uno di loro, toccare i gamberi sotto quello che per noi è il collo e vederli muovere le zampette, puoi vedere cuccioli protetti da adulti ed infilarti in foreste di piante verde fluorescente, o osservare il modo sinuoso con cui le anguille avanzano,&nbsp;peccato che in genere duri poco meno di un ora prima di dover risalire per l&#8217;aria o per la saturazione dell&#8217;azoto che sia, ma non questa volta.<br>Il computer segna 66 metri,&nbsp;lentamente apro il bombolino, con un EAN 70 l&#8217;ossigeno-tossicità dovrebbe essere stata sufficiente a stordirmi a trenta metri a più di sessanta non dovrebbe volerci molto, ma il fondo qui supera agevolmente i cento e nel frattempo continuerò a scendere. Per sicurezza ho indossato molto più dei pesi che utilizzo in genere. Mi tolgo il gav, lo faccio ruotare davanti a me respirando ancora dalla bombola dell&#8217;aria, che nel frattempo chiudo. Ho ancora un paio di respiri prima che non esca più nulla, il tempo di rimettere il gav, e iniziare a respirare dall&#8217;erogatore del bombolino.<br>All&#8217;inizio sembra tutto normale, ma non potevo aspettarmi come diceva il mio istruttore che fosse &#8220;un colpo di pistola&#8221;, nulla nel corpo umano è così secco ed immediato credo,&nbsp;non che sia un medico, conosco solo quello che riguarda la subacquea, mentre scendo oltre la zona sabbiosa mi si avvicina un luccio enorme, sembra guardarmi ed io lo guardo, mi ruota attorno e si mette a testa in giù come un delfino, mi fa ridere e le bolle che escono dal mio erogatore lo fanno fuggire, o forse era già fuggito prima che ridessi&nbsp;&nbsp; non&nbsp;&nbsp;&nbsp; ne&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; s ono&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; troppo&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; ss icuro,&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; il&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; tempo&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; sembra&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; scorrere&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; strano.<br>D&#8217;un tratto mi accorgo di avere i piedi in alto e di aver toccato il fondo con la testa, è un attimo poi mi giro mentre passa un altro luccio, questo non sorride. Forse è quello di prima.<br>Ho forse, il dubbio&nbsp; &nbsp;che&nbsp;&nbsp; &nbsp;potrebbe non essere il luccio&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; delfino il &nbsp;ruotavo io? Ruotare? Il fondo. Sto respirando, e questa cosa sulla bocca, in bocca,&nbsp;mi infastidisce come un peso come una maschera di ferro di un re imprigionato. La tolgo e sto volando, in assenza di peso posso muovermi come si muovono gli uccelli, posso fluttuare nell&#8217;universo e attraversare mondi&nbsp;o essere io mondo&nbsp;attorno a me nubi belle color della sabbia si alzano mi impediscono la vista e poi si spostano e si muovono, sembra di essere&nbsp;nel cielo&nbsp;e uccelli senza ali&nbsp;mi guardano e&nbsp;ridono. No&nbsp;non ridono le ali ma gli uccelli, insomma quelli lì, non li vedi?! Quelli lì.<br>Ridono e io rido con loro, rido a crepapelle come un matto mentre&nbsp;Embolo che&nbsp;è sceso qui da me&nbsp;mi saluta, e quello? Quello sembra Giuseppe che cammina con&nbsp;Maria o sono due pesci o sono le mie mani che si allontanano verso un dove che non so&nbsp;e vedo i fiori sul fondo e i prati verdi poi più nulla e fiori che divengano grandi grandi grandi come mondi e dentro i fiori tanti fiori con dentro fiori grandi e poi nulla.<br>Credo che gli occhi abbiano iniziato a ruotare verso l&#8217;alto, insistentemente.&nbsp;Mi fanno male mi fanno male come volessero girarsi dentro come dovessi guardare dietro ma non potessi girare la testa?<br>Non mi sento più nell&#8217;acqua, non mi sento più. E vedo dentro, credo che gli occhi siano girati davvero&nbsp;dentro e vedo dentro di me.<br>Ho sempre pensato che le immersioni portassero all&#8217;introspezione quanto la meditazione, che aiutassero a rilassarsi e parlare con se, con l&#8217;io profondo a vederlo ed affrontarlo lontano dalla realtà,&nbsp;ma ora vedo dentro me! Voglio dire, vedo direttamente il cervello, il cervello e i suoi tarli,&nbsp;con le loro zampette e le loro alette lunghe e striate, vedo insetti muoversi sulla&nbsp;superficie,&nbsp;dentro attraverso buchi, mordere, mordicchiare, ne sento il rumore, crick crick,&nbsp;guarda quello! Ha il volto di Lei e sta mordendo proprio in mezzo credo ci sia la parola lì, se ho un ricordo vago di queste cose&nbsp;e quello lì? Sembra così triste e solo, scontroso con quell&#8217;aria superiore, ha due baffoni buffi ed un piccolissimo orologio a cipollotto e morde anche lui qua e là, dentro, profondo. Dietro lui una lunga scia che attraversa più parti del cervello, ed eccone un altro curioso che muove la testa come a ritmo perso in se stesso e fa i suoi buchi con un trapano a meno invece che mordendo.&nbsp;Sento come di non avere più un corpo e mi sento risucchiato dentro, come dicono debba essere&nbsp;in un buco nero mi sento allungare,&nbsp;allungato all&#8217;infinito come uno spaghetto&nbsp;a partire da quello che potevano essere i piedi infinitamente lontani e le caviglie chilometri prima e&nbsp;decine di chilometri indietro le ginocchia, centinaia il corpo e migliaia le spalle fino alla testa che tende a distanza infinita&nbsp;e sono liquido. Attorno a me infiniti dischi morbidi e rossi come cuscini tondi ed altri bianchi come sfere dalla superficie rugosa altri&nbsp;oggetti ancora rosa ma nell&#8217;insieme il tutto è di un rosso scuro e vivido, scivolo velocemente in questa specie di corridoio tondo pieno di vicoli, curve bivi e diramazioni, ogni tanto ci sono valvole da cui posso entrare e guardando dietro mi accorgo che non posso tornare da dove vengo spinto a intervalli regolari, ad ogni colpo più in là e&nbsp;come se sapessi dove andare come se fossi attratto da qualcosa&nbsp;nonostante i bivi mi sembra di essere organicamente unito in una sola entità. Accelero e rallento, accelero e rallento come spinto o trascinato, accelero e rallento, e il corridoio si fa sempre più stretto, in mille, milioni, miliardi di piccoli corridoi ed io pur sentendomi uno&nbsp;sono in ognuno di loro come diviso in infinite infinitesime parti di un tutto vedo infiniti corridoi, sono in&nbsp;infiniti infinitesimi corridoi e sento di essere spinto e attratto fino a raggiungere una superficie più solida dove i corridoi sono talmente stretti da essere indistinguibile l&#8217;essere ancora in corridoi&nbsp;o lo stare attraversando una struttura solida tra atomo e atomo. Sento di stare cambiando, sento come se non fossi più nell&#8217;acqua ma per un istante mi sento carne e aria e legno e nulla di tutto questo, mi sento fantasma che attraversa un muro e muro attraversato&nbsp;e nuovamente mi trovo in un lungo corridoio questa volta lineare e dritto.<br>Blu. Per qualche momento sembra una situazione stabile, ho il tempo di osservare attorno contemporaneamente in ogni direzione la superficie di questa galleria grigia e il blu che sono dentro di essa. La sento muoversi, non piegarsi, non comprimersi ma come se si inclinasse velocemente in una direzione, nell&#8217;altra, in un altra ancora e poi&nbsp;nuovamente mi sento&nbsp;risucchiato verso il basso,&nbsp;veloce sento il rumore di qualcosa strofinato, qualcosa che gratta&nbsp;su una superficie non liscia ma neppure&nbsp;molto porosa,&nbsp;non sono più nell&#8217;acqua perché sento le direzioni dei suoni ed è in basso questo rumore, a scatti come trascinato, ed è la direzione verso cui sto andando.<br>Mentre parte di me osserva ancora la superficie liscia osservo dove inizia il mio essere stringersi il corridoio, mi sento stringere tra due punte di metallo e comincio ad uscire, ad essere fuori su di una superficie bianca&nbsp;dalla quale mi sento attratto tanto da non potermi più staccare, sento di stare prendendo una forma sinuosa lunga interrotta a tratti, mi sento parte di qualcosa di più grande di me.<br>Resto lì qualche tempo immobile, mentre sento spostare la superficie su cui sono finito, sento di rimanere chiuso quando una superficie analoga viene appoggiata su quella che sento mia e poi di nuovo sento l&#8217;aria quando questa superficie non so quanto tempo dopo viene nuovamente allontanata. Poi come una pelle d&#8217;oca sento alzarsi qualcosa di me, lo sento elevarsi, allontanarsi, sento come di perdere il corpo se mai l&#8217;ho avuto e di essere essenza ed improvvisamente volo&nbsp;verso qualcosa, verso&nbsp;l&#8217;alto.<br>Non sapevo i tuoi occhi fossero così belli, così veri, così stupiti ma li vedo un istante e poi sento battere.<br>Tump, Tump, Tump, Tump.<br>Ho trovato casa.</p>
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		<title>San Nemo 2015 parte 3 (e conclusione, credo, e cosa avrei voluto)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2015 17:54:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Oggi mi occuperò di recensire gli ultimi 4 ggggiovini che hanno cantato ieri, poi forse decreterò il mio vincitore. O forse no. Giovanni Caccamo &#8220;Ritornerò da te&#8221;: Intanto ha scritto il brano da solo. Cento punti per questo. Non posso dire che suoni il piano, dato che il più del tempo gesticola, ma va bene [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi mi occuperò di recensire gli ultimi 4 ggggiovini che hanno cantato ieri, poi forse decreterò il mio vincitore. O forse no.</p>
<p><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-252bc686-7bb1-49a2-be25-1730b53331e2.html">Giovanni Caccamo &#8220;Ritornerò da te&#8221;</a>: Intanto ha scritto il brano da solo. Cento punti per questo. Non posso dire che suoni il piano, dato che il più del tempo gesticola, ma va bene anche così, per il resto potrei dire che</p>
<p>&#8230;e ecco, così insomma.</p>
<p><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-742de783-d210-4840-ac9e-e6526b28f1cd.html">Serena Brancale &#8220;Galleggiare&#8221;</a>: Sto leggendo IT, di Stephen King, &#8220;Galleggiare&#8221; è un verbo che a tal proposito mi inquieta non poco, per il resto anche lei ha scritto il suo brano, quindi anche a lei cento punti. Sembra Gabriella Cilmi quando si veste bene e canta cose eleganti, cioè quasi mai quindi la preferisco alla Cilmi. Interessante la scelta di cantare un pezzo swing classicone, la sua voce mi ricorda a tratti qualcuna, a tratti qualcun&#8217;altra ma in definitiva mi sembra sufficientemente personale proprio perché non troppo legata a qualcuno, discreta capacità tecnica. Riesce a camminare su un filo appeso tra il banale e il ricercato in modo magistrale, senza strafare. Non credo comprerò un suo album, ma credo lo ascolterò se mi capiterà sotto mano.<br />
Non riesco a dire neppure una cattiveria. L&#8217;ho ascoltata anche una seconda volta e devo dire che mi piace.</p>
<p><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a8ec94cf-4f06-4f9d-9e0d-1e0359f18158.html">Amara &#8220;Credo&#8221;</a>: Dirige Avarello, il direttore col cappello, canta un Ananas. Credo sia Maria de Filippi travestita, poco. CantA in modo un po&#8217; nervosA con un improvvisA lettera A che appare ogni tAnto, come un tic improvvisA, per il resto, purtroppo non mi dice assolutamente nulla. Forse è un vaghissimo alla lontana ricordo di tentativo di ricordare provando a fare il verso vagamente a Mia Martini, non so. Ma non credo di poter aggiungere altro.<br />
Forse avrebbe fatto più successo se avesse ammesso di essere la de Filippi travestita da ananas.</p>
<p><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-349c9e73-b98b-4f92-b5a8-efd81832dd25.html">Rakele &#8220;Io non lo so cos&#8217;è l&#8217;amore&#8221;</a>: la Rai ha tagliato gli autori&#8230; va beh&#8230; oh&#8230; che vvvvvoce sssensuale e sottovociosa&#8230;. dopo due secondi di voce ho chiuso il video, ma poi mi sono detto che non potevo non scrivere qualche cattiveriaahhhhh ehhh quindi hhhhooooo decishhoooo di aschoooltahhhhrlhhhaaaa, bellhhha la tasthhhhhierhhhaaa bonthheeempi suonata da bambhiiino.<br />
Spero che l&#8217;abbiano cacciata via subito.<br />
Voglio dire, appena è uscita dal palco.</p>
<p>Bene ascoltati tutti gli artisti credo di poter decretare il mio vincitore. E fare il mio pronostico sbagliato.<br />
Premio per la critica mio: Il Volo<br />
Premio per la critica pronostico: Il Volo</p>
<p>Vincitore tra i giovani mio: Serena Brancale (che secondo me cacceranno subito se non l&#8217;hanno già fatto)<br />
Vincitore tra i giovani pronostico: Amara</p>
<p>1lassifica assoluta mia<br />
1. Chiara (per essere l&#8217;unica decente tra i big, il che è tutto dire visto che sono un suo grande detrattore)<br />
2. KuTso (per averci provato)<br />
4. Il Volo (per l&#8217;idea meno banale)</p>
<p>Classifica assoluta pronostico:<br />
1. Chiara (Con conseguente scandalo complottista dei call center di Tim)<br />
2. Biggio e Mandelli<br />
3. Il Volo</p>
<p>Trovo però che sia stato uno dei peggiori Sanremo, quindi allego per ricordare i bei tempi cosa mi aspetto in genere quando ne ascolto i pezzi.</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/iyNq5Y0yCZM" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/e5VRINsCqOo" width="420" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/M4FCg2l5d4g" width="420" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/yePXZD_HjXo" width="420" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/VLpZQJF_o48" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/SNzvHzAdlFY" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/RiLEmT8mrE8" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/brPpL6aLEXs" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/cLqelpZS7R4" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/9dcWJbiLjhE" width="420" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>Solo per citarne qualcuno ecco.<br />
Io San Remo lo guardo nella speranza di incontrare cose così, purtroppo non accade sempre, e sicuramente non quest&#8217;anno.</p>
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		<title>San Nemo 2015 parte 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Feb 2015 19:05:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[Credo di aver rotto la tradizione di recensire San Remo per un anno o due, forse no, non mi ricordo e non ho voglia di controllare. Tuttavia quest&#8217;anno ho voglia di riprendere la mia BELLISSIMA tradizione di commento dei brani presenti a San Remo. Non guardo da anni la trasmissione, quindi sono costretto a recensire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Credo di aver rotto la tradizione di recensire San Remo per un anno o due, forse no, non mi ricordo e non ho voglia di controllare.<br>
Tuttavia quest&#8217;anno ho voglia di riprendere la mia BELLISSIMA tradizione di commento dei brani presenti a San Remo.<br>
Non guardo da anni la trasmissione, quindi sono costretto a recensire in ritardo di un giorno aspettando i video su youtube.<br>
In genere lo faccio in modo piuttosto sarcastico, questa volta vedremo.<br>
Non so in quale ordine le prendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d0bfc521-47f0-4807-98fe-6a42039fe615.html">Chiara &#8220;Straordinario&#8221;</a>: il&nbsp;bisognoi di mostrare cosai sa farei, con la voce (e apparentementei, somigliare ai Valeria Rossi i, per chi non ricordai chi sia i, si ascolti la vecchia,&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=s1pQi4LDBbY">Sole Cuore Amore</a>&nbsp;i, che non è l&#8217;unica cosa che abbia scrittoi)&nbsp;rovina una canzone che nell&#8217;insiemei, non è neppure così male. I. Capisco alla fine il tentativoi, di darci dentro con tutte le possibilità i, vocali che ha i, essendo più o meno rimasta risucchiata dalla pubblicità della Timi. Alla fine la apprezzo, nonostante tutto i, anche se non è &#8230; nulla di straordinario.<br> I.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-b13eba5c-015e-4d89-a947-b3d074fa48a8.html">Gianluca Grignani &#8220;Sogni infranti&#8221;</a>: da quando Massimo Luca ha smesso di produrgli i dischi ha continuato a cantare la stessa canzone, questa volta è riuscito anche a stonare e fare dei vibrati alcolistici di alto livello. Credo che già che si scrive le canzoni potrebbe scriverne qualcuna&nbsp;che riesca a cantare. Potrebbe anche smettere di far finta di essere rock. Decisamente mi delude, nonostante i primi album (quelli prodotti da Massimo Luca) erano dei gran begli album, di allora è rimasto solo l&#8217;animo depresso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8499a843-be52-4d13-8289-bb6d2d49b1a5.html">Alex Britti &#8220;Un attimo importante&#8221;</a>: non posso non dire che la voce di Arisa che presenta è terribile, somiglia a nonna papera, ma non ha molto a che fare col brano. La chitarra di Alex mi fa venire sempre la pelle d&#8217;oca, un mostro. Peccato per l&#8217;impressione che&nbsp;canti fuori tempo rispetto alla sua stessa chitarra, il brano mi sembra interessante nonostante i tentennamenti vocali e le stecche qua e là non poco frequenti. Se è un festival della canzone per me questo brano dovrebbe arrivare in finale, se è un festival dei cantanti&#8230; a volte penso che Alex dovrebbe scrivere brani, suonarci la chitarra e far cantare qualcun altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-c061b95b-2084-49f6-8698-0df53fbb82cd.html">Malika Ayane &#8220;Adesso e qui&#8221;</a>: colgo l&#8217;occasione per dire che comunque la Marrone è un camionista. La voce di Malika è sempre spettacolare. Non sopporto il suo modo di cantare, ma questo è assolutamente gusto personale, personalmente però mi piace la sua mimica. Tornando al brano lo trovo interessante, non troppo uguale alla media, non troppo fuori dai canoni sanremesi, non direi ci siano gravi stecche, anche verso metà brano mi sono addormentato sulla tastiera. La candido come possibile vincitrice dell&#8217;edizione per il giusto rapporto tra vocalità e banalità. Potrebbe meritarselo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-ffe70a5a-7873-4f20-a379-fc37bc90d967.html">Dear Jack &#8220;Il mondo esplode&#8221;</a>: sento parlare da un po&#8217; di questo gruppo, ed ammetto che non ho mai avuto alcun interesse ad informarmi su di loro, credo di aver fatto bene. Con un cantante leggermente stonatino, forse non troppo leggermente, sono la banalità disarmante. Ormai hanno esportato nel mondo quello che chiamavo &#8220;Rock Veronese&#8221; perché dieci anni fa tutti i gruppi rock di Verona facevano sta cosa, ora mi sono tragicamente accorto che posso chiamarlo &#8220;Rock banalitaliano&#8221;. Prendi un gruppo rock di minori di 25 anni in Italia e quasi sicuramente sarà indistinguibile. Prendi una&nbsp;chitarrina elettrica che fa due note di contrappunto alla voce, frasi banali come &#8220;niente è per sempre&#8221; e parole &#8220;mondo&#8221;, &#8220;esplode&#8221;, &#8220;cerca&#8221;, &#8220;senso&#8221;, &#8220;viaggio&#8221;, &#8220;cielo&#8221;, &#8220;aria&#8221; mettili in frasi fintointellettualpoetiche, intro un po&#8217; basso, ritornello con la voce alta che sale e scende ed hai fatto il gruppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a732c361-5206-41d3-a82b-7276147a367f.html">Lara Fabian &#8220;Voce&#8221;</a>: Cesare Cremonini ha fatto bene a <a href="https://twitter.com/CremoniniCesare/status/565269410995519488">specificare di non aver scritto lui questo brano</a>. Canzone estremamente e banalmente sanremese. Forse potrebbe vincere questa in quanto uguale a decine di altre che hanno vinto, non capisco la scelta di farla cantare ad una persona che non pronuncia correttamente l&#8217;italiano ad un festival della canzone italiana, ma probabilmente continua sulla linea politically correct che ha fatto scegliere un presentatore di colore e una valletta transessuale (ah non era la valletta quella transessuale??!). Non riesco ad aggiungere altro su questo brano, ma se vince&#8230; siamo proprio banalitaliani. Comunque tecnicamente bravetta la cantante, anche se andrebbe meglio come corista.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9d59c01c-5b33-48ba-94b0-f9cd9110a120.html">Nek &#8220;Fatti avanti amore&#8221;</a>: Arisa che urla Nek mi ha fatto prendere un colpo. Lui ci riprova con la musica da gggiovani, e un nuovo look alla &#8220;the rasmus&#8221;, il giro di base del brano sarebbe stato quasi degno di Corona o di ICE MC nei primi anni 90, oggi temo non vada più, e temo non sia mai andato con un cantato del genere. Stecca abbastanza spesso. Mi spiace perché Nek avrebbe anche una bella voce, solo che i pezzi che canta&#8230; non li apprezzo a fondo. Le sue pause per creare atmosfera e preparare alla &#8220;botta&#8221;&#8230; sarebbero anche carine se non fossero estremamente ripetitive e poi la &#8220;botta&#8221; non fosse un giretto privo di mordente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-72559873-d37e-4c21-8fd5-f3de9f38f0d3.html">Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi (Platinette) &#8220;Io sono una finestra&#8221;</a>: Lucio &#8220;Violino&#8221; Fabbri??! Lucio &#8220;Violino&#8221; Fabbri??! Platinette vestito da uomo???! Platinette vestito da uomo???! Bella voce. Non me lo aspettavo. Non che sappia cantare, ben inteso, però ha una bella voce calda più di quanto mi sarei mai aspettato. &#8220;Coscienza iconoclasta&#8221;&#8230; trovo che il pezzo sia scritto bene, quindi a questo punto quindi appoggio Lucio &#8220;Violino&#8221; Fabbri (scusare l&#8217;attacco pregiudiziale) lei canta discretamente, lui no. Ma nell&#8217;insieme probabilmente può competere discretamente, nonostante il tema dell&#8217;omo-tran-sessualità che ormai è diventato un must obbligatorio, e nonostante non sia gran che accettato nonostante tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-ee0b420c-e8d7-4405-a5a2-8014c5f231b2.html">Annalisa &#8220;Una finestra tra le stelle&#8221;</a>: Naranarananna narararananna narararananna, una lieve tendenza a Valeria Rossi ma meno di Chiara, non ho capito perché ogni tanto si scuote tutta a destra e sinistra, per il resto bella voce, discreta insomma, non noto particolari stecche, mi sembra che mi urli nell&#8217;orecchio di continuo e non capisco perché debba continuare ad urlare, per il resto il brano è di una banalità disarmante, forse perfino troppo banale per competere ai vertici, ma cara Annalisa, non disperare, quasi sempre alla fine vincono pezzi come il tuo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-af146bbb-1c03-439d-ae89-8992e078a10c.html">Nesli &#8220;Buona Fortuna Amore&#8221;</a>: perché un uomo si fa chiamare Nesliii? Ci sono rimasto maleeeee quando l&#8217;ho visto&#8230; il brano è un po&#8217; cantilenanteeeee, e alla Vasco Rossiiiii, dei peggiori tempiiiiii, sembra più un testo da reppeeeeeeer, ma nell&#8217;insieme non è malissimooooooo, potrebbe essere Vasco Rosiiiiii che scrive una canzone con Jiovanottiiiiiii.<br>
Ma ripeto nell&#8217;insieme non è malissimoooooo. Forse tutto sommatoooooo di questa serata mi pare uno dei miglioriiiiii.</p>
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		<title>Ricordi d&#8217;Abruzzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 01:50:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Credo sia e resti per sempre una delle esperienze più forti della mia vita, una delle esperienze di vita che più mi hanno segnato, con voi, Tommaso, Davide, Marco, Sofia, Chiara, Alice, Stefano e con tutti i ragazzi che c&#8217;erano alle tendopoli. Ricordo i loro sguardi, le loro parole, a volte straniti, persi a volte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Credo sia e resti per sempre una delle esperienze più forti della mia vita, una delle esperienze di vita che più mi hanno segnato, con voi, Tommaso, Davide, Marco, Sofia, Chiara, Alice, Stefano e con tutti i ragazzi che c&#8217;erano alle tendopoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo i loro sguardi, le loro parole, a volte straniti, persi a volte svegli come pochi.<br>Ricordo l&#8217;unione che solo la vecchia buona banda di B.P. crea in pochi istanti. Fratelli, fratelli mai visti prima ma che tali resteranno per tutta la vita. Fratelli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fratelli a lavorare accanto a me per altri fratelli che ancora mi cercano dopo questi mesi, con cui ancora si scambiano parole, opinioni, emozioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo mesi ancora devo rielaborare tutto, tutte le emozioni, i ricordi, i sentimenti forti provati, sentimenti emozioni e ricordi che confrontati ad altri momenti, a quelli che pensavo i momenti più importanti del mio passato sono invece gradini, metri, chilometri sopra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E penso a come è ancora la vita attorno a quelle piazze, quelle case crollate, a come tutto questo sia stato strumentalizzato dai media, nel bene e nel male, da una parte e dall&#8217;altra, di come la realtà filtrata sia spesso radicalmente diversa dalla realtà vissuta, a come sia difficile portare con chiarezza la propria esperienza vissuta in quei momenti a chi non può vedere i miei occhi mentre ne parlo, penso a come invece restino colpite le persone che mi guardano negli occhi mentre racconto gli occhi dei ragazzi ci Civitatomassa, dei ragazzi di Piazza D&#8217;Armi, e degli adulti, degli anziani, e di Francesca, e di quella bimba dolce e al contempo agitata, nervosa, di quei genitori disperati senza un futuro che rendevano comunque la vita dei loro figli il migliore possibile nei limiti di quanto si potesse.</p>



<span id="more-2163"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Penso alla forza degli uomini in quei momenti e penso anche alla debolezza, alla voglia di arrendersi, agli eccessi di ira o di sconforto, alle unioni e alle divisioni che le difficoltà creano negli animi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso a come certe cose se non le hai vissute non le puoi capire, a come io stesso che ero lì non potevo e non posso pretendere di capire gli animi delle persone che hanno vissuto il terremoto vero, quello devastante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso però al tremore delle gambe dopo un terremoto, alle gambe molle del calo di adrenalina, alla sensazione che la terra sotto i piedi avesse perso la consistenza improvvisamente, a come ogni certezza nel mentre di quel tremore fosse improvvisamente in un&#8217;istante scomparsa, a come la potenza della terra la forza si in grado di farti sentire schiacciato, piccolo, infinitesimo, impotente, e come il sorriso di un ragazzo invece ti faccia comprendere quanto l&#8217;uomo sia infine più forte di ogni forza del mondo, di ogni terremoto o alluvione, l&#8217;uomo in quanto gruppo, l&#8217;uomo in quanto società, l&#8217;uomo in quanto umanità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho visto esempi di umanità immensi, ho visto esempi di persone immense, o visto la vita nascere proprio perché scontrata con la morte, la vita nascere proprio perché in quel mentre era necessario non arrendersi, ho visto l&#8217;anima della gente, ho visto cose che noi umani non sospettiamo di avere dentro, e con me molti altri le hanno viste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non lasciamo che tutto questo però resti un&#8217;esperienza personale, un qualcosa di &#8220;vissuto da me&#8221; un qualcosa &#8220;che mi porto dentro&#8221;, facciamo fruttare tutto questo, facciamolo crescere, condividiamolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E grazie ragazzi, grazie di aver cambiato la vita mia e di molti altri volontari, grazie con la vostra sofferenza e il vostro male, e con la vostra forza, e con il vostro animo di aver aiutato noi delle varie protezioni civili ad essere, spero, persone migliori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie.</p>



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		<title>Sulla cultura, sulla perdita della cultura, sulla fede, sui popoli che conquistano altri popoli, su come i popoli dovrebbero fare per mantenere la propria identità.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 15:43:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si fa un gran parlare di culture che vogliono cannibalizzarne altre, di crocefissi da tenere o togliere, di perdita di identità di conquiste, di scontri culturali, religiosi, di guerre sante e chi si lamenta è ovviamente, giustamente, chi rischia di soccombere. Ma perché? Se lo chiedono le persone che si lamentano il perché? E Cosa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si fa un gran parlare di culture che vogliono cannibalizzarne altre, di crocefissi da tenere o togliere, di perdita di identità di conquiste, di scontri culturali, religiosi, di guerre sante e chi si lamenta è ovviamente, giustamente, chi rischia di soccombere.<br />
Ma perché? Se lo chiedono le persone che si lamentano il perché? E Cosa fanno per opporvisi?</p>
<p>Un esempio che mi sembra calzare è l&#8217;educazione di un bimbo, o di un ragazzo.<br />
Ci sono infinite cose che attraggono l&#8217;attenzione d<span id="more-15"></span>i un bimbo o di un adolescente, molte sono cose positive, molte altre sono cose negative, che appaiono positive per poi rivelarsi pericolose o dannose.<br />
Credo esistano soprattutto due generi di approccio all&#8217;educare in una direzione, il primo è quella di vietare ogni incontro con le cose che possono portare sulla &#8220;strada sbagliata&#8221; la secondo è quello di rafforzare e dare un esempio forte verso la &#8220;strada giusta&#8221;.<br />
Un esempio stupido ma politicamente pulito può essere la dieta, una persona che vuole dimagrire si troverà tra una torta stupenda e il suo desiderio di dimagrire, quale dei due sceglierà? Credo sia indipendente dal fatto che la torta possa rappresentare un bene o un male ma che dipenda soprattutto da quanto forte e importante sia la cosa che ha fatto scegliere di prendere la via della dieta.<br />
Oppure si poteva nascondere la torta, fino a incontrare quella dopo, o quella dopo ancora, o comunque avere così voglia da cercare di trovare dove sia stata nascosta.</p>
<p>Viviamo attualmente in un mondo che è fortemente destabilizzato per via dei valori, per via della possibilità di progettarsi, di fare da se la propria strada, di riconoscersi in qualcosa di forte, di sentirsi stabili nelle decisioni mentre tutto il resto attorno ruota, cambia in base al vento, alla luna o a qualsivoglia moda. Ma l&#8217;uomo, soprattutto l&#8217;uomo meno forte e sicuro ha bisogno di una direzione, ha bisogno di un esempio da seguire, ha bisogno di una strada credibile e chiara, una strada che gli dia la forza di alzarsi quando cade perché conscio della poppai direzione. Si può vivere dispersi a casaccio, si ma solo per qualche tempo.<br />
Anche chi vive alla giornata alla fine sceglie dei valori, delle cose in cui credere, delle cose che forse servono anche solo per giustificarsi ma segue una direzione.</p>
<p>Sono molte le culture che cambiano in tutto questo, in passato nel nostro territorio la chiesa rappresentava probabilmente l&#8217;esempio più forte da seguire, quello che dava una direzione certa e chiara almeno per i tempi, poi vi fu il fascismo, quali esempi più grandi di direzione da seguire? Di gruppo di cui riconoscersi parte, nel bene e nel male?<br />
Negli anni sessanta e settanta ci sono stati i movimenti popolari, altro grande movimento, esempio, struttura, gruppo di cui si poteva far parte, in cui si poteva credere, o a cui si poteva opporsi.<br />
Sempre di qua o di là.<br />
A quel punto, tu potevi essere da una parte o dall&#8217;altra e quale era il tuo ruolo? Portare avanti con convinzione il tuo credo, i tuoi valori e con questo esempio convincere più persone possibile a seguire la tua strada, che fosse l&#8217;una o che fosse l&#8217;altra.</p>
<p>Al giorno d&#8217;oggi questo sembra sempre meno presente la massa è appiattita e la propria idea la si porta avanti contro o a favore di quel personaggio del grande fratello o di qualche programma della De Filippi, personaggio che l&#8217;anno prossimo sarà un altro e di quello di quest&#8217;anno non se ne parlerà più gran che.</p>
<p>E questo sfortunatamente vale per tutti e per tutto, non ha più senso identificarsi in un partito politico perché i partiti non hanno un minimo di credibilità, non ha senso credere in nulla perché nulla ha esempi davvero forti.</p>
<p>E così arrivano altre culture più forti e piano piano ci &#8220;conquistano&#8221; come è stato quando noi in passato abbiamo conquistato il mondo.<br />
E questo perché?<br />
Perché all&#8217;epoca eravamo noi quelli convinti, quelli forti di ideali in cui credere, ora sono gli altri.</p>
<p>Mi guardo attorno e vedo gente che protesta per una croce o per un minareto e poi non va neppure in chiesa, e poi quando gli chiedi &#8220;domenica mattina vai a messa?&#8221; ti risponde &#8220;no guarda, ieri sera ho bevuto troppo e me ne sto a letto&#8221;.<br />
Vogliamo salvare la nostra cultura ma non ci crediamo, vogliamo salvare i nostri valori ma non li sappiamo portare avanti, spesso addirittura ce ne vergognamo, e poi abbiamo il coraggio di lamentarci se ci &#8220;conquistano&#8221;?</p>
<p>Una persona in preda all&#8217;insicurezza che i media e il mondo ci propinano, vuoi per mancanza effettiva di cultura, vuoi per il periodo economicamente buio, vuoi per il periodo politicamente buio come può seguire noi, il nostro esempio se noi stessi non abbiamo cultura, non crediamo in quello che diciamo, non portiamo le nostre idee ma le nascondiamo vergognandocene? Seguiranno noi o una cultura più forte, più decisa tanto da perdere la vita per le proprie condizioni?<br />
Dove sono finiti i nostri martiri, i nostri eroi? Se ne stanno tutti in Afghanistan con i Carabinieri perché noi preferiamo starcene sul divano o forse dovremmo iniziare noi ad essere i nostri testimoni, a lottare per ciò che siamo, a mostrare ciò che siamo così che qualcuno ci possa seguire?<br />
Preferiamo che sia qualcun&#8217;altra a predicare, a perderci la faccia, ad essere deriso perché noi non lo difendiamo se non dicendo sommessamente &#8220;sissi ha ragione&#8221;. E non è votando per avere una croce nelle scuole che si darà un esempio ai nostri ragazzi, o vietando i minareti.<br />
Da che mondo è mondo qualsiasi cosa venga bandita o vietata acquista maggior forza, maggior credibilità in relazione a quanto i suoi testimoni continueranno a perseverare col loro esempio, il proibizionismo non ha mai portato i risultati sperati se la cosa proibita è inseguita con forza, l&#8217;unica cosa che può portare lontano da qualcosa è dare l&#8217;esempio opposto, mostrare come sia credibile, forte, vero e soprattutto coerente quello in cui crediamo.</p>
<p>Qual&#8217;è la cultura che non vogliamo perdere? Perché se sono i musei e i quadri e i libri di Dante… beh, cose stupende ma tranquilli non li perderemo, se invece è qualcosa di più, qualcosa di diverso, beh dimostriamolo, portiamo avanti questi valori, queste idee, con forza, con coerenza.<br />
Qualcuno presto o tardi ci seguirà, come noi abbiamo seguito chi ci ha preceduto.</p>
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		<title>Return to Sulla felicità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 14:28:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[a Chiara Più dipende da cose esterne a te, più hai facilità nel perderla. Questo non significa essere egoisti, significa stare bene con se stessi per poter donare se stessi agli altri. Se io ho bisogno di te per stare bene cosa do a te? Certamente non tutto me stesso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-style: italic;">a Chiara</span></p>
<p>Più dipende da cose esterne a te, più hai facilità nel perderla.<br />
Questo non significa essere egoisti, significa stare bene con se stessi per poter donare se stessi agli altri.<br />
Se io ho bisogno di te per stare bene cosa do a te? Certamente non tutto me stesso.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Luce Chiara</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Feb 2009 23:09:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Luce Chiara 15/02/2009 Osservo il tuo sguardo lucido di lacrime gioia comprensione sogni osservo il tuo sguardo che osserva a sua volta dentro te come fosse dentro me osservarti E poi&#8230; e poi d&#8217;un tratto dal banale si entra in qualcosa che è nubi ed è cielo ed è montagna e i fiori che la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: bold;">Luce Chiara</span><br />
15/02/2009<br style="font-weight: bold;" /><br />
Osservo il tuo sguardo<br />
lucido di lacrime<br />
gioia<br />
comprensione<br />
sogni<br />
osservo il tuo sguardo che osserva a sua volta<br />
dentro te<br />
come fosse dentro me osservarti</p>
<p>E poi&#8230;<br />
e poi d&#8217;un tratto dal banale si entra in qualcosa che è nubi<br />
ed è cielo ed è montagna e i fiori che la popolano<br />
e luci<br />
e colori<br />
e neve<br />
e prati<br />
e tutto<br />
e tutto ciò che è contraddizione stessa del tutto<br />
tutto e ciò che ancora si scontra con l&#8217;esistenza<br />
e ciò che non esiste si trova ad essere tutto ciò che è e che ha senso<br />
tutto ciò che credevo realtà si capovolge<br />
tutto ciò che un giorno prima era il mio essere diviene il non essere, il perdere me stesso<br />
tutto ciò che era il mio fuggire diviene il mio divenire<br />
d&#8217;un tratto il cielo diventa mare e il mare cielo,<br />
la terra innevata diviene nube bianca, le rosse nubi fiori, i fiori stelle<br />
ed io a testa in giù cammino sulle mani e rido,<br />
rido ancora un po&#8217; prima di saltare verso un cielo di nubi sparse,<br />
prima di saltare tra fiori e stelle<br />
e foglie e lucciole che erano prima stelle<br />
e farfalle che eran prima foglie<br />
e immagini di quadri che ora sono realtà e luoghi divenuti immagini<br />
e sogni.<br />
Rido ancora un po&#8217; prima di saltare e nuovamente vivere<br />
quel che non è sogno, non è realtà, ne immaginazione ne sentimento.<br />
Rido un po&#8217; e poi vivo.<br />
Quel che è certo qui, è che vivo.</p>
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		<title>Salite&#8230;.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 20:59:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho sognato sta notte. Una salita, di roccia, e terra, ripida e pioggia. Mi arrampicavo su di un percorso erto, ripido scivoloso, mi arrampicavo sempre con più fatica, dovevo arrivare lassù, qualunque cosa fosse, dovevo arrivarci, e scivolavo, ero ormai pieno di fango, le mani ferite, stanco, il percorso sempre più Erto, ormai pareva di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho sognato sta notte.<br />
Una salita, di roccia, e terra, ripida e pioggia.<br />
Mi arrampicavo su di un percorso erto, ripido scivoloso, mi arrampicavo sempre con più fatica, dovevo arrivare lassù, qualunque cosa fosse, dovevo arrivarci, e scivolavo, ero ormai pieno di fango, le mani ferite, stanco, il percorso sempre più Erto, ormai pareva di arrampicarsi in parete, tra sassi, terra chiara, sabbia, stanchezza, scivolavo. Poi infine mi <span id="more-163"></span>arrendevo, non era più possibile proseguire, era davvero impossibile a chiunque proseguire e ho cominciato a scendere, arrivato quasi alla fine ormai era tutto allagato, per tornare alla strada dovevo tuffarmi in una specie di stagno, mi tuffavo, mi tuffavo ma curiosamente non ero bagnato, arrivavo al di là dell&#8217;acqua e in quel momento arrivava un mio amico, mi passava accanto e saliva da dove ero sceso, saliva una scalinata breve, una normalissima scalinata come quelle che si trovano nelle case. Portava al piano di sopra, portava ad una mansarda, chiudeva la porta e tornava giù da me.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>&#8230;.fatto. (post modificato lievemente)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Oct 2008 18:58:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ed infine l&#8217;ho fatto. Ho indossato per l&#8217;ultima volta la mia uniforme? Ultima uscita dei passaggi? Forte Gisella. Qui ho fatto la prima uscita della mia vita, con i Lupetti tanti anni fa a giocare e poi dormire fuori per la prima volta lì vicino, qui finisce, come un cerchio che si chiude. Mezzora per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">Ed infine l&#8217;ho fatto.<br />
Ho indossato per l&#8217;ultima volta la mia uniforme?<br />
Ultima uscita dei passaggi?<br />
Forte Gisella. Qui ho fatto la prima uscita della mia vita, con i Lupetti tanti anni fa a giocare e poi dormire fuori per la prima volta lì vicino, qui finisce, come un cerchio che si chiude.<br />
Mezzora per indossarla, questa uniforme, nel silenzio. Lacrime che spingono contro una barriera di sorriso. Ci sono i miei lupi là, e loro devono essere allegri.<br />
Indossare la camicia che sono fiero di portare, arrotolarne le maniche,  tre giri? Quattro? Sono sempre stato indeciso, in realtà dipende <span id="more-226"></span>dal mio umore ma nessuno lo sa. Indossare quel fazzolettone blu con cui ho passato tanti momenti stupendi e meno.<br />
Paura.<br />
Ed in tasca il mio fazzolettone, quello blu e bordeaux, quello su cui ho promesso tanti anni fa. Per stringerlo ogni tanto, per sentire che ho promesso, per sentire che ancora sono, nonostante tutto sono.<br />
E giocare e correre, e abbracciare i miei piccoli, e quelli che erano i miei ragazzi in reparto, abbracciare la piccola Betty, Giulia, la piccola e la grande, Lorenzo che mi guarda e mi chiede &#8220;ma verrai a trovarci qualche volta?&#8221; , qualche genitore che dice &#8220;ma sei sicuro?&#8221;, ed io &#8220;no, non sono affatto sicuro, ma è quello che è giusto ora, poi si vedrà&#8221;, sentirne l&#8217;abbraccio forte fisico e non, sentire famiglia, famiglia, affetto. Sentire Betty e Giorgia ed altri che vogliono ancora una volta essere abbracciati, portati in braccio, fatti girare e cappottare, e i ragazzi più grandi a cercare la sfida come sempre. Andrea timido che non sa neppure se rivolgermi la parola ma sorridente quando gli salto addosso nel prato.<br />
Non è stato come quando di soppiatto io e Francesca scappammo dopo aver fatto una rivoluzione da questi colori che ora stringo forte nel pugno. Rivoluzione che rifarei altre cento, mille volte.<br />
Francesca.<br />
Ho pensato a te in quelle ore.<br />
Ho pianto silenziosamente duranlte la messa. Nessuno se ne è accorto perché come tu sai so piangere senza lacrime, e c&#8217;era la tua mano a stringermi. Nella destra la tua, nella sinistra la mia promessa.<br />
Immerso nei pensieri, due pensieri, forti.<br />
E i canti quei canti che fin da piccolo mi hanno emozionato tanto da legarmi ad un mondo.<br />
E i lupi che non sono più i &#8220;miei&#8221; lupi, come frecce lanciate prendano la loro strada guidati ancora un po&#8217; dalle mani di altri e poi pian piano solo da se stessi.<br />
Il forte che si svuota lentamente, Chiara. Chiara che ho sempre visto tra l&#8217;ostile e il severo e non so neppure il perché, col suo bimbo legato al corpo a fermarsi qualche istante a parlare con me.<br />
Ho fatto la cosa giusta? Ho una casa da portare avanti, ho dei sogni da portare avanti, ho una parte di me da rimettere in sesto. Progetto del capo? L&#8217;ultimo vero l&#8217;ho fatto nel 2003 prima della rivoluzione e forse ne ho raggiunto oggi gli obiettivi. Non sarebbe ora di farne un altro di vero?<br />
Penso allo sguardo di Chiara che mi ha colpito, allo sguardo dei lupi, ai ringraziamenti dei genitori. Davvero mi serviva questo per capire che la mia strada è quella? L&#8217;abbraccio di Daniela timido e indeciso ma sincero?<br />
Ma non è ora il tempo, devo ricostruire una parte di me che è lì ma è crollata da tempo, devo ricostruire una parte di me che serve anche in questo servizio e che ho tralasciato troppo, ho lasciato andare troppo.<br />
Corro, scappo sul lago (in ritardo come sempre) per lasciarmi scivolare sessanta metri sott&#8217;acqua, &#8220;al diamante&#8221; sotto Torri del Benaco, senza il tempo di salutare Embolo il protettore dei sub e fermandosi solo un istante a salutare la madonna del presepe e dirle ancora quel che le dico ogni volta, chissà che un giorno mi ascolti.</div>
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		<title>&#8230;..incontri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2008 22:12:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non vedo perché non vivere il resto della mia vita accanto a te, se solo il destino, Dio, volesse. Non vedo perché non esser libero di amarti senza alcun vincolo, senza lasciar liberi i sogni. Eppure&#8230; eppure sembra lassù non si voglia, sembra lassù non si abbia di questi progetti. Sembra. Ed ancora neppure una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non vedo perché non vivere il resto della mia vita accanto a te, se solo il destino, Dio, volesse.<br />
Non vedo perché non esser libero di amarti senza alcun vincolo, senza lasciar liberi i sogni.<br />
Eppure&#8230; eppure sembra lassù non si<span id="more-277"></span> voglia, sembra lassù non si abbia di questi progetti.<br />
Sembra.<br />
Ed ancora neppure una foto con te, neppure un&#8217;immagine di noi che non sia da leggere, o ricordare, o pensare.<br />
L&#8217;odore di te su me sparirà presto e più lentamente la sensazione elle tue labbra sulla mia fronte.<br />
Ma il tuo abbraccio no, le tue parole, le ore accanto, le forme del tuo viso, gli incavi, le rotondità, i nei, la forma dolce e disegnata delle tue labbra, i tuoi occhi vedi o grigi o azzurri a seconda della luce, contornati da capelli scomposti, vivi di rossi colori e la pelle chiara che arrossisce lievemente -anche a legger queste parole certamente-.<br />
No.<br />
Non spariranno presto tatuati dentro me.<br />
No.</p>
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		<title>Capi scout: Vanno rispettati i valori fondanti della società</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 May 2007 10:55:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dopo un veloce giro di mail che io ho sottoscritto ma non iniziato, ieri è uscita questa lettera su &#8220;L&#8217;Arena&#8221; il giornale locale di Verona e credo su &#8220;Il Verona&#8221;. Capi scout: Vanno rispettati i valori fondanti della società (da L&#8217;Arena del 25/05/2007 pg.46) Le esternazioni a favore di un utilizzo più disinvolto delle armi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<p>Dopo un veloce giro di mail che io ho sottoscritto ma non iniziato, ieri è uscita questa lettera su &#8220;L&#8217;Arena&#8221; il giornale locale di Verona e credo su &#8220;Il Verona&#8221;.</p>
<p><span style="font-weight: bold;">Capi scout: Vanno rispettati i valori fondanti della società</span><br />
(da L&#8217;Arena del 25/05/2007 pg.46)</p>
<p>Le esternazioni a favore di un utilizzo più disinvolto delle armi da parte delle forze dell’Ordine e soprattutto a favore della “pulizia etnica”, da parte del candidato sindaco Flavio Tosi e di alcuni esponenti della Lega Nord in suo appoggio, ci destano preoccupazione, soprattutto per la disinvolta leggerezza con cui in questa campagna elettorale simili affermazioni vengono pronunciate in pubblico e mai smentite (così ci risulta) dai protagonisti, e talvolta riportate dai quotidiani locali. (Alcuni esempi: giovedì 10 maggio, “Perché la polizia municipale gira armata? per sparare alle zanzare?”; 17 maggio, &#8220;Gentilini lancia Tosi e annuncia alla città “Ora pulizia etnica”).<br />
Poiché riteniamo che le parole abbiano peso, e che chi si candida a rappresentare l’intera città, soprattutto quando <span id="more-459"></span>appoggiato da alcuni dei maggiori partiti politici, non possa lasciare margini di dubbio circa il rispetto di valori fondanti di una società libera e democratica, chiediamo al candidato sindaco Flavio Tosi di dichiararsi pubblicamente e inequivocabilmente contrario ad ogni forma di pulizia etnica e di violenza armata, in generale e come politica per i prossimi anni di amministrazione, e di prendere le distanze da ogni persona che dichiari simili gravissime intenzioni. Ciò in considerazione della gravità di quanto continuamente affermato dal candidato sindaco, in pieno contrasto con i valori di fraternità internazionale e di rispetto della persona a prescindere dall&#8217;etnia, dal credo religioso, dal sesso, dall&#8217;estrazione sociale, che insegniamo ai nostri ragazzi, e non ultimo in contrasto con i valori della vocazione cristiana che ci anima. Abbiamo assistito ad una campagna elettorale dai toni particolarmente poco edificanti da parte del candidato sindaco, ed in particolare nei casi sopra citati di pessimo esempio per i ragazzi cui rivolgiamo la nostra azione educativa. Non vorremmo trovarci nella situazione di doverci vergognare, come educatori di futuri cittadini attivi e responsabili, del nostro Sindaco. Per questo rivolgiamo questa richiesta prima dello svolgimento delle elezioni del 27 e 28 maggio. Questa lettera non ha la pretesa di rappresentare tutta l&#8217;associazione Agesci veronese, che è caratterizzata da diversità di opinioni considerate un valore.<br />
Alcuni Capi Scout dell&#8217;Agesci di Verona</p>
<p>Alberto Falezza; Daniele Moscogiuri; Anna Zampieri; Paola Tonin; Marta Tonin; Luca Zambelli; Silvia Corlevich; Alberto Scandola; Fabia Catalano; Francesco Patuzzi; Chiara Banelli; Giacomo Albi; Alice Vianello; AnnaGloria Caburlon; Elena Santoro; Mirko Roncari; Marco Damini; <span style="font-style: italic;">Stefano Giolo</span>; Roberta Silvestri; Lucia Recchia; Valentina Melloni; Giorgio Carli; Bruno Rossi; Giancarlo Falezza; Stefano Avesani; Camilla Sandrini; Giordano Marconcini; Matteo Corcioni; Aldo Corcioni; Andrea Febi; Paolo Tacchi Venturi<br />
<br style="font-weight: bold;" /><span style="font-weight: bold;">Prontamente questa notte mi è stata inviata la seguente mail:</span><br />
In seguito alla tua mail inoltratami nei giorni scorsi e oggi apparsa sul quotidiano l&#8217;arena mi sento anch&#8217;io in dovere di rispondere per far apparire la mia disapprovazione a quanto sta accadendo:<br />
Per prima cosa non metto in dubbio che le infelici espressioni usate dal candidato sindaco Tosi e dal Signor Gentilini siano state eccessivamente audaci e sgradevoli,però voglio ribadire che il nostro compito di capi è quello di &#8220;educare al discernimento e alla scelta, perchè una coscienza formata è capace di autentica libertà&#8221; e non quello di essere portavoci strumentalizzabili e strumentalizzati di una o dell&#8217;altra parte politica.<br />
Io non penso che un capo scout debba votare centrodestra o centrosinistra,per una frase uscita sul giornale o per l&#8217;opinione di un segretario nazionale di partito ma penso che sarebbe più opportuno che andasse a leggersi i programmi di entrambe le coalizioni e si facesse un&#8217;idea adeguata in merito.<br />
E comunque men che meno penso che un capo scout possa e debba diventare involontaria bandiera di una associazione che raccoglie oltre che a una gran diversità di opinioni,anche una gran quantità di bambini<br />
e ragazzi(e quindi famiglie) che non ci chiedono certamente di essere protagonisti sui giornali.<br />
Buona strada, XXXX<br />
Capoclan XXXX<br />
(ex candidato al consiglio comunale per una lista di centrosinistra)</p>
<p><span style="font-weight: bold;">Ho pubblicato questa sua mail (togliendo il nome) per pubblicare la mia risposta a lui, la quale chiarisce (spero) la mia posizione e quella degli altri che hanno firmato tale lettera, trai quali ci sono tra l&#8217;altro alcuni tra i più stimati capo scout della provincia:</span><br />
Inanzi tutto vorrei farti notale che la mail inoltratati nei giorni scorsi non è mia ma di Xxxxxxx Xxxxxxx del XXX, o quantomeno da lui è arrivata a me e io non l&#8217;ho inviata a nessuno, se la lettera pubblicata sul giornale L&#8217;Arena è la stessa pervenuta via mail (io non lo so, non sapevo neppure quando fosse uscita) <span style="font-size: xx-small;">[N.d.R: Ora ho controllato ed ovviamente è esattamente quella]</span> non c&#8217;è scitto in alcun modo ne di votare a sinistra ne di non votare Flavio Tosi.<br />
Indipendentemente dalla mia posizione politica, che per quanto ne sai potrebbe essere anche di destra, quella lettera chiede al candidato sindaco di moderare i propri termini razzisti e inneggianti alla Violenza, non chiede a nessuno ne di non votarlo. Lo trovo perfettamente coerente con i principi dello scoutismo e non credo che un capo scout possa accettare e non far nulla nel momento in cui chiunque, candidato a sindaco, giornalista, cantante o qualsiasi personaggio &#8220;in vista&#8221; faccia sfoggio e punto di forza della propria immagine sull&#8217;odio razziale.<br />
Questo non significa che la sinistra abbia programmi che siano migliori o peggiori, anche nell&#8217;ottica dell&#8217;integrazione e della gestione dell&#8217;immigrazione, significa semplicemente che io, come chi ha scritto quella lettera esigo che prima di essere eletto (perché diciamocelo, a Verona è molto probabile venga eletto) riveda pubblicamente le sue posizioni fortemente razziste. Poi venga pure eletto, se alla maggior parte dei veronesi il suo programma odio razziale escluso va bene.</p>
<p>[N,d.R Dall&#8217;altra parte trovo sgradevole aver ricevuto i complimenti personali da un candidato per la circoscrizione del principale partito politico opposto a Tosi, perché mi pare evidente che costui non ha capito nulla dello spirito apartitico di questa lettera aperta e dello scoutismo]</p>
</div>
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		<title>Incontro quasi mistico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 May 2007 12:27:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ieri un mio vecchio amico è diventato prete, non capitano tutti i giorni ste cose&#8230; per anni ha fatto scoutismo con mio fratello e per uno con me, quando ero piccolo, così alla festa sono stati invitati i mitici capi scout di quei tempi, tra essi Ema, il mio primissssimo capo scout e sua moglie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri un mio vecchio amico è diventato prete, non capitano tutti i giorni ste cose&#8230;</p>
<div style="text-align: justify;">per anni ha fatto scoutismo con mio fratello e per uno con me, quando ero piccolo, così alla festa sono stati invitati i mitici capi scout di quei tempi, tra essi Ema, il mio primissssimo capo scout e sua moglie Sara. Sono i due capi a cui sono legato di più, non lo so il perché ma sono sempre stati i miei preferiti, quelli da cui ho preso di più (assieme a Marco e la Chiara e in genere gli altri che all&#8217;epoca hanno fondato il gruppo).<br />
Per me è stato una specie di viaggio mistico.<br />
Nella mia storia di scout ho avuto diversi problemi e sconfitte, non ho mai preso la partenza, sono stato più o meno forzato ad andarmene dalla comunità capi perché per qualcuno risultavo scomodo (soprattutto per il prete) eccetera. Abbiamo parlato un sacco della mia storia e lui mi ha raccontato della sua.<br />
Stupendo.<span id="more-463"></span><br />
Vedere che lui, mio educatore in infanzia non avesse mi preso la partenza che il mio gruppo scout è nato perché il gruppo dei suoi fondatori sono stati cacciati dalla parrocchia dove agivano perché il prete non voleva una ragazza che aveva una relazione con un divorziato, vedere che da questo loro cambiare luogo è nato molto di ciò che mi ha fatto essere chi sono, ricordare che lui come me è un informatico&#8230; insomma&#8230; è stata un esperienza, un viaggio nel passato e nelle prospettive del futuro davvero incredibile, e in tutto questo attorno giravano quelli che tre anni fa erano i &#8220;miei ragazzi&#8221; ed ora sono cresciuti, le ragazzine quasi donne, i ragazzini quasi uomini, che ancora mi salutano, mi dimostrano la stima che i coeducatori non mi riconoscevano solo perché avevo metodi diversi dai loro o perché avevano paura di schierarsi a favore di quel terzo del gruppo che veniva denigrato da quel decimo del gruppo che contava più del resto.<br />
Un esperienza stupenda che mi ridà forza mi fa credere di nuovo in ciò che faccio, nella forza della proposta che facciamo.<br />
Grazie Ema. Grazie di avermi fatto vedere quel poco che è servito poi a farmi crescere più di tutto quel tanto che mi è stato mostrato dopo da altri.<br />
Grazie.</div>
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		<title>Return tu Giovanno d&#039;Arca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 May 2007 20:18:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dopo tre giorni che sento le voci, odo i suoni ho sentito qualcosa di familiare: Leggete ad alta voce le seguenti parole mettendo delle lunghe pause tra una e l&#8217;altra: Romeeeeeo, Giulieeeeeetta, Veroooooona, L&#8217;amooooore Ora fate una pausa. Ripetete le stesse parole in ordine casuale. Continua per due o tre volte. Fatto? Bene ora prendete [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">Dopo tre giorni che sento le voci, odo i suoni ho sentito qualcosa di familiare:<br />
Leggete ad alta voce le seguenti parole mettendo delle lunghe pause tra una e l&#8217;altra:
</div>
<div style="margin-left: 40px; text-align: justify;"><span style="font-style: italic;">Romeeeeeo, Giulieeeeeetta, Veroooooona, L&#8217;amooooore</span></div>
<div style="text-align: justify;">
<p>Ora fate una pausa.</p>
<p>Ripetete le stesse parole in ordine casuale.<br />
Continua per due o tre volte.</p>
<p>Fatto? Bene ora prendete la colla vinilica e&#8230;. ah no<span id="more-464"></span> questo non centra.</p>
<p>Questo pezzo cominciava a insospettirmi così tornandodal dentista ho deciso di affrontare il mio destino e seguire il suono, andare verso quelle voci che mi chiamavano, scoprire se nascondevano il mio destino.<br />
E siccome il destino è una parola che era destino usassi, il destino mi ha fatto scrivere destino un degeio di volte, chissà&#8230;.<br />
Fattò sta che ero destinato ad andare verso una destinazione non chiara.<br />
Il suono proveniva da ovest, ah no da sud, ero dal dentista.<br />
Il suono proveniva da sud.<br />
Passai davanti al sexy shop, passai davanti allo spiansa e poi&#8230;. e poi infine giungei davanti ad un immenso, gigantesco palco, tutto coperto da teli, privacy a mille. Così nessuno può capire che il suono proviene proprio dalle gigantesche casse che ci sono dietro i teli, solo io che ho i super poteri e vedo con i raggi X.<br />
La musica è familiare. Certamente si tratta una canzone a caso di Cocciante, una vale l&#8217;altra, non importa.<br />
Non è possibile avvicinarsi, ma io fermo eroicamente il poveretto che abita giusto davanti a questa immensa struttura e gli dico &#8220;??? Che è sta roba??!?&#8221; e lui con aria mesta dice &#8220;Hai presente Romeo e Giulietta? L&#8217;opera che fanno in arena quest&#8217;estate? Ecco&#8230; han deciso di fare le prove qui&#8230; tutti i giorni&#8230;.&#8221;</p>
<p>E così finalmente ho scoperto l&#8217;arcano.<br />
Si tratta sul serio di un segno per me.<br />
Domani andrò a darmi fuoco davanti al palco, se trovo Cocciante lo abbraccio.</p>
</div>
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