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	<title>finevita Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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		<title>Quando una scelta personale diventa un processo pubblico: le gemelle Kessler</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Nov 2025 15:37:04 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci sono discussioni che sembrano fatte per restare civili, lucide, razionali. Poi arriva la realtà, e scopriamo che non siamo affatto pronti. La morte delle gemelle Kessler è uno di quei casi in cui il dibattito si è trasformato in una specie di confessionale collettivo: chi giudica, chi assolve, chi si straccia le vesti, chi tira in ballo Dio, chi la sacralità, chi la solitudine, chi persino la televisione degli anni Sessanta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In mezzo a tutto questo rumore, spesso manca proprio la cosa più semplice: <strong>la voce delle dirette interessate</strong>, che non ci sono più e che, probabilmente, non avrebbero avuto alcun desiderio di essere trasformate in un ariete ideologico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Prima di tutto, un preambolo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Non avrei mai voluto scrivere di questo argomento.<br>Mi sembrava — e sotto molti aspetti mi sembra ancora — <strong>stupido</strong> parlarne. Ci sono temi che dovrebbero rimanere privati, intimi, non trasformati in spettacolo da timeline: la morte, le scelte personali, il modo in cui qualcuno decide di concludere la propria storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, più leggevo commenti, analisi improvvisate, giudizi trancianti e teologie copia-incollate da meme, più mi saliva quella sensazione fastidiosa, quasi fisica, che mi prende quando la discussione pubblica deraglia completamente. Una specie di impulso irrefrenabile: <em>ok, ora devo mettere ordine, almeno per me stesso</em>. E per farlo, onestamente, non c’è altro modo se non scrivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se un tema mi sembra assurdo, confuso, distorto, allora vale la pena di fermarsi un attimo e rifletterci meglio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’eco distorta di una scelta privata</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le Kessler erano due donne di quasi novant’anni. Hanno condiviso una vita intera e hanno scelto di condividerne anche la fine, attraverso una procedura legale, regolamentata, non improvvisata né impulsiva. Eppure, l’esito di questa scelta è stato trasformato in un’arena retorica in cui ognuno ha sentito il bisogno di dire «io avrei fatto», «io avrei evitato», «io so che cosa è giusto».</p>



<p class="wp-block-paragraph">È curioso come la morte, più della vita, diventi improvvisamente proprietà pubblica: ognuno pensa di poterci entrare, giudicare, interpretare. È un meccanismo antichissimo, umano, perfino comprensibile. Ma resta profondamente viziato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dove si inceppa il ragionamento</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle cose più evidenti è quanto il dibattito sia infarcito di bias cognitivi e fallacie logiche. Non è una novità: quando entriamo in territori emotivamente densi, il nostro cervello smette di essere un laborioso archivista e diventa un commentatore notturno di talk show.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco alcuni degli inciampi più evidenti:</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La proiezione</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Io non lo farei mai, quindi chi lo fa non è lucido.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un classico intramontabile. Proiettiamo sui corpi e sulle scelte degli altri il nostro vissuto, come se la loro biografia fosse la nostra.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il falso dilemma</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«O accetti il suicidio assistito senza condizioni, o vuoi far soffrire la gente.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">No. Tra il bianco e il nero c’è un archivio infinito di grigi. Esistono regolamenti, procedure, verifiche, tutele. Il mondo non è bipolare (non sempre, almeno).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma anche:<br>«Se accetti il suicidio assistito sei un debole»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altra variante del pensiero magico: trasformare una scelta complessa e ponderata in un difetto di carattere. Come se il coraggio si misurasse solo nell’ostinarsi a rimanere in vita a prescindere, e non anche nella lucidità di riconoscere quando una storia è arrivata alla sua ultima pagina.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Lo scivolone del pendio scivoloso</strong>**</h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Se lo permetti a loro, domani elimineremo i fragili.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dove “domani” è sempre un tempo indefinito e “elimineremo” è un verbo scelto apposta per far venire i brividi. Nessun collegamento logico, solo suggestione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’appello al sacro</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«La vita è un dono di Dio, non puoi disporne.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Benissimo, se ci credi. Ma allora vale <strong>per te</strong>. In uno Stato laico, il tuo codice spirituale non può diventare automaticamente la norma per chi non lo condivide. Se permettiamo il suicidio assistito a qualcuno, non significa che debba suicidarti tu. Tu puoi continuare a seguire le regole del tuo dio.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Lo spaventapasseri</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Quindi secondo te i depressi devono morire?»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Interpretare la posizione dell’altro nel modo più radicale possibile è il modo migliore per non capirla mai. Tanto più che nessuno ha parlato di depressione in questo caso.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’elefante nella stanza: Dio</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il tema religioso è quello che più di tutti riesce a spostare la conversazione fuori asse. Per chi crede, esistono dogmi, comandamenti, significati nella sofferenza. È legittimo. Ma è un linguaggio interno a quella comunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema nasce quando da un insegnamento <strong>personale</strong> si pretende un obbligo <strong>universale</strong>. Quando il “Dio vuole” diventa “la legge deve”. Quando ciò che per te è sacro diventa un recinto per tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi non crede vive questa dinamica come un paradosso: è come sentirsi dire che l’amico immaginario di qualcun altro ha deciso cosa possiamo fare con il nostro corpo. È inevitabile che il discorso sembri surreale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Autodeterminazione non significa leggerezza</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un errore di fondo, molto diffuso, è immaginare che chi sceglie il suicidio assistito lo faccia per impulsività, fuga, improvvisazione. In realtà la procedura legale — soprattutto nei paesi dove è regolamentata — richiede colloqui, verifiche, documenti, conferme. È tutto tranne che un gesto “facile”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E le Kessler, per come è stato ricostruito, avevano pianificato tutto: cremazione, urna, lasciti. Non erano due adolescenti spaventate. Erano due donne di quasi novant’anni che hanno vissuto abbastanza da sapere cosa volevano.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La verità è che abbiamo paura</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Temiamo la morte. Temiamo ancora di più l’idea che qualcuno possa guardarla in faccia e dire «ho finito». Ci destabilizza. Va contro un istinto di sopravvivenza che ci accompagna da milioni di anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Paradossalmente, è proprio l’esistenza di un termine a dare spessore a ciò che facciamo prima. Sapere che non abbiamo tempo infinito potrebbe essere un pungolo a vivere meglio, non a vivere nel terrore: scegliere cosa conta, con chi vogliamo passare i giorni che restano, quali battaglie meritano le nostre energie. La morte, in questo senso, non è solo una minaccia ma anche un promemoria feroce: non possiamo continuare a rimandare all’infinito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando due persone scelgono di concludere la propria storia in modo lucido, consapevole e condiviso, mettono in crisi un pezzo profondo della nostra psicologia. Forse per questo il dibattito diventa così violento: non stiamo giudicando <em>loro</em>, ma la minaccia simbolica che rappresentano.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La mia posizione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto è giusto chiarirla, senza giri di parole. Io credo che la vita sia un bene prezioso, ma non un bene <strong>proprietario</strong> di altri. Non credo che si possa entrare nei vissuti altrui con l’arroganza di sapere cosa sia meglio per loro. E non credo che un principio religioso — per quanto importante per chi lo vive — possa diventare un obbligo civile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altra parte, riconoscere che la vita è finita non significa coltivare un culto della morte. Al contrario: vuol dire prendere sul serio il fatto che ogni biografia ha un inizio e una fine, e che tra questi due estremi c’è uno spazio limitato in cui possiamo — finché siamo lucidi — decidere che uso fare del nostro tempo. Per qualcuno questo comporta spremere ogni ultimo giorno, per altri arriva il momento in cui il semplice prolungamento biologico non coincide più con l’idea di vivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per me, una scelta come quella delle Kessler appartiene esattamente a chi l’ha fatta. È un atto che riguarda due persone, la loro relazione, la loro intimità, il loro tempo. Noi possiamo discuterne per capire il contesto, migliorare le leggi, evitare abusi. Ma non per riscrivere la loro volontà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa più onesta che possiamo fare, forse, è accettare che non tutte le esistenze appartengono al coro. Alcune, fino alla fine, restano duetti.</p>
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		<title>Chi lotta contro i diritti dell&#8217;uomo e chi lotta per i diritti del pesce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Sep 2018 15:15:13 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Lo so. Alla domanda &#8220;<i>In che mondo vivranno i nostri figli?</i>&#8221; rispondo sempre &#8220;<i>Nello stesso in cui viviamo noi e in cui hanno vissuto i nostri genitori e i genitori dei nostri genitori e così via</i>&#8220;. Il mondo alla fine è sempre la stessa declinazione di bellezze e brutture. L&#8217;uomo si crede migliore di chi è venuto prima (e di chi verrà dopo) e ogni volta si meraviglia nello scoprire di essere invece peggiore. Di fatto cambiano le situazioni ma non i meccanismi di base. Cambiano i tempi ma non l&#8217;uomo.<br>Una domanda più pertinente per me sarebbe: &#8220;<i>Ma in che mondo stiamo vivendo noi?</i>&#8220;.<br>In questi giorni mi sono trovato ad affrontare un paradosso che come direbbe una mia cara amica, &#8220;<i>non mi ci sta in testa</i>&#8220;. Non trovo una definizione migliore. In poche ore mi sono trovato a leggere articoli di un gruppo parlamentare che lotta per diminuire i diritti dei cittadini (<a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/vita-famiglia-e-liberta-al-via-lintergruppo-parlamentare">https://goo.gl/L7PbCY</a>) e di una <i>attivista vegana</i> che lotta per i diritti dei pesci (<a href="https://www.vegolosi.it/news/la-cena-allacquario-di-genova-mangiando-pesce-davanti-ai-pesci/">https://goo.gl/Fqephw</a>) lamentandosi del fatto che all&#8217;acquario di Genova ci si mangi davanti. Come se un pesce riuscisse a distinguere cos&#8217;hai nel piatto. Come se la differenza tra un uomo e una mucca, entrambi mammiferi, fosse maggiore di quella tra uno delfino e un totano che sono rispettivamente un mammifero cetaceo e un cefalopode.<br>Siamo davvero in un mondo in cui nonostante la crisi economica, nonostante le guerre continue, nonostante esseri umani muoiano quotidianamente nella ricerca della libertà qualcuno si occupa di togliere altre libertà o di lamentarsi perché un delfino, che mangia pesce per definizione, potrebbe offendersi perché ti vede un totano nel piatto. Mi immagino già il totano che fa il tifo quando ti vede nel piatto un tonno o una ricciola, suoi principali predatori.<br>Qualcuno vuole decidere come finire la propria vita e ottiene la possibilità di farlo. Che male ti fa se tu non vuoi avere questa libertà? Qualcuno vuole riconosciuti i diritti di poter ereditare, avere informazioni mediche, condividere degli averi, costruire qualcosa con chi ama indipendentemente dal sesso e riesce ad ottenerlo. Che male ti fa se tu non vuoi farlo?</p>



<span id="more-5765"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Sembra che ognuno si senta in potere di scegliere di che cosa gli altri abbiano diritto, cosa sia giusto e cosa sia sbagliato per gli altri. L&#8217;<i>etero</i> di turno che dall&#8217;alto della propria conoscenza del mondo può sentenziare sulla vita del&nbsp;<i>ricchione</i> di turno. Il <i>benestante dalla vita perfetta</i> che dal suo divano sente di poter decidere per le scelte della <i>ragazza violentata in un vicolo</i>. Il <i>giovane&nbsp;bigotto</i>&nbsp;che si sente di poter decidere per <i>l&#8217;anziano malato ad un passo dalla morte</i>.&nbsp;<br>Nel frattempo in&nbsp;Aceh, Afghanistan, Algeria, Burundi, Colombia, Congo, Costa d&#8217;Avorio, Egitto, Eritrea, Etiopia, Filippine, Yemen, Israele, Palestina, Libia, Kashmir, Kurdistan, Nepal, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Siria, Somalia, Sudan, Uganda, Ucraina (Dati purtroppo aggiornati al 2016<br><a href="https://contropiano.org/documenti/2017/01/06/la-guerra-mondiale-corso-coinvolti-47-paesi-087675">https://goo.gl/u4F3hC</a> ) ci sono persone che muoiono per fame, bombe, diritti negati.&nbsp;<br><br><img data-recalc-dims="1" decoding="async" data-attachment-id="5768" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/guerre-nel-mondo/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?fit=1357%2C628&amp;ssl=1" data-orig-size="1357,628" data-comments-opened="1" data-image-title="Guerre nel mondo 2006" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?fit=1024%2C474&amp;ssl=1" class="wp-image-5768" style="width: 554px;" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?h=256&#038;ssl=1" alt=""  scale="0" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?w=1357&amp;ssl=1 1357w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=300%2C139&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=1024%2C474&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=768%2C355&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=640%2C296&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=100%2C46&amp;ssl=1 100w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=24%2C11&amp;ssl=1 24w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=36%2C17&amp;ssl=1 36w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=48%2C22&amp;ssl=1 48w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><br>Altro che&nbsp;<i>Repubblica fondata sul lavoro</i>,&nbsp;<i>diritto al lavoro</i>,&nbsp;<i>diritto all&#8217;autodeterminazione</i>. Loro non hanno diritto a mangiare, a bere, a respirare, a passeggiare, a ridere. Non hanno diritto a vivere. Non sono tonni che guardano umani mangiare totani. Non sono uomini frustrati e insoddisfatti che invidiano la libertà e l&#8217;apertura mentale di altri uomini.<br>E ciò nonostante, quando qualcuno proveniente di questi paesi arriva a chiederci aiuto siamo capaci di rifiutarlo, perché abbiamo paura che ci rubino il nostro di diritto al lavoro, il nostro diritto a sentirci migliori, i nostri diritti. Abbiamo paura che ci tolgano il diritto di stare a pensare quali diritti togliere agli <i>altri di noi</i>. Abbiamo paura che ci sveglino e ci facciano capire quanto sia stupido perdere tempo su queste cose. Abbiamo paura di accorgerci che stiamo a pensare a&nbsp;<i>froci</i>,&nbsp;<i>negri</i>, <i>peccatori che vogliono morire</i>,<i> assassine di feti</i>,&nbsp;solo perché non vogliamo guardare dentro di noi e renderci conto che siamo uguali alle persone che odiamo, siamo uguali a ciò che ci schifa. Siamo uguali.<br>Semplicemente siamo uguali a loro, a chi ci ha preceduto, a chi ci succederà. Siamo uguali ai nostri figli e ai nostri nonni. Siamo uguali a chi diceva <i>Heil Hitler</i>, siamo uguali ai&nbsp;<i>servi della gleba&nbsp;</i>e ai&nbsp;<i>patrizi</i>. Siamo uguali ai seguaci di&nbsp;<i>Malcom X</i> o di <i>Ghandi</i>. Siamo uguali ai <i>cavalieri medievali</i> e ai poveracci che al tempo prendevano la sifilide nei bordelli. Siamo uguali ai grandi viaggiatori eroici come&nbsp;<i>Cristoforo Colombo</i> che arrivò in America e agli europei che spazzarono via le popolazioni autoctone. Siamo uguali a <i>Neil Armstrong</i> che mise il primo piede sulla Luna e ai complottisti convinti che sulla Luna non ci siamo mai stati. Siamo uguali a <i>chi attraversa il Mediterraneo su un gommone</i> e a <i>chi vive sui monti e non ha mai visto il mare</i>. Siamo uguali a chi <i>prega ogni giorno il suo Dio</i> e a <i>chi violenta bambini nascondendosi dietro un ruolo</i>. Siamo uguali a <i>chi prega un dio diverso dal nostro</i> e a <i>chi crede che non esista nulla oltre la morte</i>. Siamo uguali a <i>un qualunque ladro o assassino</i> e siamo uguali alla <i>maestra delle elementari</i>.<br>Basterebbe capire questo. Capire che i miei diritti sono i tuoi. Che toglierne a te equivale a toglierne a me, o ai miei figli.&nbsp;<br>Basterebbe capire questo per rendersi conto di quanto siamo stupidi.<br>Ma non lo faremo, proprio come i nostri genitori, e i loro prima, e i loro prima ancora. E non lo faranno i nostri figli, e i figli dei nostri figli perché in sostanza la questione è sempre e solo che siamo tutti uguali.<br>Il paradosso sta tutto qui. Non nei totani e i delfini. Non nel sentirsi in diritto di togliere diritti.<br>Il paradosso sta nell&#8217;essere tutti uguali da 200.000 anni e non essere in grado di capirlo.</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Immagine in evidenza:&nbsp;<i>Uguaglianza davanti alla morte Bouguereau &#8211; égalité devant la mort</i>&nbsp;di William-Adolphe Bouguereau (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Uguaglianza_davanti_alla_morte">https://goo.gl/K4qrdz</a>)</p>
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