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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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		<title>Torna da me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2017 13:13:05 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Il suo fratellino se ne era andato ormai da due anni, un anno, sette mesi e ventidue giorni. E tre ore per l&#8217;esattezza, o almeno così avevano detto quelli della polizia. I minuti non era dato saperlo perché il corpo era stato trovato troppe ore dopo e la precisione di queste cose diminuisce nel tempo. Lo avevano trovato in un prato, stringeva forte il suo Batman, l&#8217;eroe che avrebbe voluto essere ma che quella volta non era riuscito a salvarlo. Non aveva piovuto, era un giorno di un tardo settembre e il bel tempo aveva contribuito a mantenere le tracce pulite e a non adulterare il piccolo corpicino in anticipo. L&#8217;avevano trovato sdraiato a faccia in giù nella terra senza nessun segno di violenza ma troppo lontano da casa per poter esserci arrivato da solo. Solo ad un esame più approfondito trovarono nel sangue Arsenico e nello stomaco una discreta dose di Coca-Cola. Probabilmente una forma moderna dell&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Acqua_tofana">acqua Tofana</a> offerta da chissà chi. Il corpo era poi stato pulito in ogni suo punto, rivestito e lasciato in quel punto senza lasciare traccia alcuna. Neppure nelle celle telefoniche, neppure orme nel prato. Non vi erano tracce di violenza, non vi erano tracce e basta. Arsenico a parte. Quello era stato lasciato come a indicare volutamente la causa della morte. Una domanda rimasta inespressa era stata quella di perché occuparsi di far sparire ogni traccia ma non usare un metodo meno <i>palese&nbsp;</i>dell&#8217;arsenico. I colpevoli non furono mai trovati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Era un mattino di un anno, sette mesi e ventidue giorni e tre ore dopo del momento, che le avrebbe cambiato per sempre la vita e suo fratello, congelato nei sei anni che aveva quando aveva lasciato questo mondo era&nbsp;lì di fronte a lei immobile dall&#8217;altra parte della stanza. Poteva essere solo un&#8217;ombra, un&#8217;allucinazione, una delle tante volte che lo aveva immaginato fino quasi a vederlo, poteva essere una di quelle immagini che vedi di sfuggita con la coda dell&#8217;occhio e poi se ne vanno quando le focalizzi ma era lì. Era ancora lì nonostante gli si stesse avvicinando. Il volto era più magro di come lo ricordasse, come se la pelle faticasse a rimanere su e tendesse a cadere come nel volto di un vecchio, sembrava quasi trasparente e fragile come carta velina, chiara e incartapecorita. Eppure sembrava così lui, così vivo, così rosa al contempo. La osservava silenziosamente con quel suo sguardo che ti trapassa, non sbatteva mai le palpebre. Non lo noti mai che una persona le sbatta, ma fu il contrasto forte di non vederlo accadere che le gelò il sangue e la fece fermare.<br>
&#8220;Andrea. Sei tu?&#8221; disse.<br>
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; rispose lui.<br>
Lacrime calde e copiose sgorgarono come una cascata improvvisa dagli occhi della ragazza. Le sue preghiere erano state esaudite?<br>
Il bambino alzò le braccia allungando le mani verso lei, il palmo di una mano aveva qualcosa di strano, che tolse d&#8217;improvviso l&#8217;entusiasmo alla ragazza. Il bambino iniziò ad avanzare lentamente con movimenti innaturali come se le ginocchia riuscissero a muoversi solamente di pochi centimetri, come se le caviglie non fossero in grado di flettere. Il palmo della mano avvicinandosi mostrò che cosa lo rendeva strano, la pelle era aperta e attraverso si vedeva un osso.<br>
&#8220;Andrea&#8230; sei tu?&#8221;<br>
&#8220;Agggnna, ffei gù?&#8221; rispose lui.<br>
Prima, quando lo aveva sentito parlare aveva sentito parlare aveva questa stessa pronuncia strascicata e marcia o le era sembrato normale? Non ne era più sicura. Non era più sicura di nulla se non del gelo che sentiva partire dal petto verso il collo. Solo una volta ricordava di essere rimasta così bloccata dal terrore. Era piccola e doveva lanciarsi da quello scivolo altissimo al parco acquatico, era stata poi spinta da un bambino ed era caduta nello scivolo, presa dal panico aveva rischiato di affogare una volta arrivata alla piscina e il bagnino l&#8217;aveva salvata, ora provava quel terrore ma anche il soffocare di dentro all&#8217;acqua e non sarebbe arrivato nessun bagnino.<br>
Sentì la pelle di suo fratello toccare l&#8217;avambraccio, una pelle molle come frutta andata a male e ruvida come cartapecora. La parte molle doveva essere quella più vicina all&#8217;osso. Una pelle fredda come non aveva mai sentito nulla. Le provocò un brivido che la scosse abbastanza da strappare via il proprio braccio dalle grinfie di quella cosa.<br>
&#8220;Gnaggna noo puuura&#8221; disse quella cosa ma era già alle spalle mentre la ragazza prendeva lo slancio per correre.</p>



<span id="more-4692"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Era accaduto solo poche ore prima, o almeno quella era l&#8217;impressione. Aveva lasciato casa di Giovanni giusto dall&#8217;altra parte della via e stava andando a casa. La mamma di Giovanni aveva appena chiamato mamma per avvisarla, c&#8217;era freddino ma Andrea pregustava già il caldino che avrebbe trovato in casa e le braccia amorose che lo avrebbero accolto, aveva una bella famiglia lui, non come quella di Giovanni che aveva il papà che lavorava sempre via. Fu mentre era immerso in questi pensieri che vide arrivare un&#8217;auto veloce, gli frenò accanto. Per un momento aveva pensato che sarebbe stato investito ed invece no, non accadde. La mamma si sarebbe arrabbiata tantissimo se fosse stato investito. Fece per girare attorno alla macchina ma un uomo scese e lo guardò fisso.<br>
&#8220;Ciao bambino, che ne dici, lo vuoi un dolcetto?&#8221;<br>
Andrea rimase un paio di istanti a penarci. Troppi. Mezzora dopo era in un posto che non conosceva. Aveva dormito durante il viaggio. Doveva essere sotto terra, o forse erano solo le finestre chiuse ma era buio. Vide accendersi delle candele attorno. Era sdraiato su di una pietra fredda, sembrava il piano della cucina di mamma ma molto più grande, e non bianco. Non riusciva a vedere molto perché non riusciva a muovere la testa se non di poco, sentiva le braccia e le gambe bloccate ma era stanco, troppo stanco per cercare di spingere di più.<br>
&#8220;Tranquillo piccolo, non muoverti, sono la dottoressa&#8221; disse una voce accanto a lui. Non era una voce familiare ma non ricordava la voce della dottoressa. Anzi era quasi sicuro di aver avuto un dottore. &#8220;Se non ti muovi non ti farà male&#8221; continuò la voce. Il dottore glie lo diceva sempre prima di fagli le punture. Ed era vero. Una volta aveva provato a muoversi e si era staccato l&#8217;ago e gli aveva fatto tantissimo male, e mamma si era agitata e anche il dottore e poi aveva pianto e alla fine la puntura glie l&#8217;avevano fatta di nuovo da un altra parte quindi probabilmente era davvero meglio stare fermo.<br>
Le candele si erano accese una ad una attorno a lui, erano a cerchio. Non aveva mai visto una medicina così, e a dire il vero non gli sembrava di essere ammalato.<br>
&#8220;Dov&#8217;è mamma?&#8221; disse.<br>
&#8220;Tranquillo, è qui. Dall&#8217;altra parte della porta, ti senti stanco vero?&#8221;<br>
&#8220;Sì&#8221;<br>
&#8220;Sei stato poco bene. Mamma ti ha portato qui, e ora ti dobbiamo curare, ma tu stai fermo e tranquillo vedrai che tra poco starai bene&#8221;<br>
Vedeva attorno delle ombre muoversi ma non capiva la direzione da cui arrivava la voce, era come se molte voci sotto questa sussurrassero, gli ricordava un po&#8217; il rosario, o le litanie in chiesa. Lo facevano sentire tranquillo perché don Mario è un uomo buono e anche se si annoiava tanto a sentirlo sapeva che gli faceva bene anche se non aveva mai visto il dottore con don Mario nella chiesa. Aveva l&#8217;impressione di poter girare la testa e riusciva a muovere le braccia.<br>
Fu una sorpresa riuscire a girarsi del tutto e trovarsi a faccia a faccia con un bambino identico a sé. Stava volando a faccia in giù su un bambino identico a sé. Salì più in alto osservando la dottoressa e gli infermieri muoversi nel buio. Indossavano strani vestiti come quello di mago Merlino ma neri. Poi tutto scomparve all&#8217;improvviso.<br>
Era in salotto. Era in salotto immobile in piedi e Anna stava entrando dalla porta. Sembrava strana, come fosse diventata più alta. I capelli erano diversi, con delle strisce più chiare, e il viso era un po&#8217; più allungato, era strana.<br>
&#8220;Andrea. Sei tu?&#8221; le sentì dire, era come se la voce venisse da lontano, come essere dentro a una scatola e sentire il suono provenire dall&#8217;esterno.<br>
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; non gli venne niente altro di più intelligente da dire ma anche il suono della propria voce sembrava distorto e lontano, aveva avuto l&#8217;impressione che muovere le labbra e la lingua fosse terribilmente difficile, ma questo non aveva a che fare con il fatto che il suono era come non provenisse da dentro di se ma da fuori da una scatola. La lingua, la bocca, le gambe, le braccia, tutto sembravano come quando capita di sedersi troppo a lungo sulla gamba e questa perde sensibilità. Era così l&#8217;intero corpo.<br>
Anna sembrava strana, quasi allarmata, forse doveva solo andare da lei e abbracciarla. Probabilmente e un abbraccio forte avrebbe fatto bene ad entrambi. Le braccia sembravano così pesanti alzandole.<br>
&#8220;Andrea&#8230; sei tu?&#8221; sentì dire come se la voce provenisse da ogni direzione. Qualcosa non andava. C&#8217;era qualcosa di strano e forse quella non era sua sorella. Perché sembrava così cresciuta?<br>
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; disse. La ragazza, sua sorella, sembrava bianca e spaventata, era rimasta immobile con la bocca aperta. Andrea decise di avvicinarsi a lei e toccarle il braccio. Avrebbe sempre potuto scegliere se scappare o abbracciarla.<br>
&#8220;Anna, ho paura&#8221; disse. Lei strattonò via il braccio e cominciò a correre.<br>
&#8220;No Anna, aspetta&#8221; disse provando a seguirla. Lei era sempre stata più veloce ma questa volta raggiungerla sembrava ancora più difficile del solito. Era come se le gambe rispondessero in ritardo e il sentirle intorpidite non aiutava. Ad ogni passo sembrava cedessero anche se non sentiva il consueto formicolio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Gno Gnnana aappaasaaa&#8221; quell&#8217;essere continuava a urlare alle sue spalle, non aveva il coraggio di voltarsi. Entrò in camera e sbatté la porta. La chiuse a chiave e si infilò sotto la scrivania. <em>Cosa sta accadendo?</em> Rimase in attesa con la testa tra le mani e le lacrime che piovevano come una fontana. In casa non c&#8217;era nessuno che avrebbe potuto aiutarla e salvarla. Salvarla da cosa poi? Cos&#8217;era quella <em>cosa</em>? Forse se l&#8217;era solo immaginata.<br>In fondo non c&#8217;era più alcun rumore da un po&#8217;. Forse avrebbe dovuto uscire da quella stupida scrivania e tornare fuori dalla stanz TUMP, TUMMP. TUMP. La <em>cosa</em> batteva alla porta e faceva i suoi versi, era ancora lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci aveva messo più del previsto a raggiungere la porta, Anna si era chiusa dentro a chiave.<br>
&#8220;Cosa succede Anna? Perché sei scappata? Ho paura!&#8221; disse mentre batteva sulla porta con i palmi&nbsp; delle mani. Avrebbe voluto piangere ma non sgorgavano lacrime. Batté più forte ma dopo alcuni tentativi accadde qualcosa che non credeva possibile. Tre dita della mano si ruppero senza dolore. Erano piegate verso il centro della mano. Si fermò a guardarle e si sedette a terra.<br>
&#8220;Ti aspetto qui&#8221;, disse &#8220;quando stai bene.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa fuori dalla porta smise di battere. Passarono alcuni minuti e di nuovo le parve che la realtà si aggiustasse, è strano come siano veloci ad attenuarsi nella le situazioni assurde. O che riteniamo assurde. Passarono solo alcuni minuti prima che ricominciasse a pensare che doveva essere stato tutto un sogno. Non c&#8217;era niente fuori di quella porta al di fuori dell&#8217;immaginazione, niente di cui aver paura. Presto sarebbero arrivati mamma e papà e avrebbero sorriso di tutto questo quando glie lo avrebbero raccontato. Non c&#8217;era nulla da temere.<br>
Si alzò e avvicinandosi lentamente alla porta ascoltò con attenzione i suoni.<br>
Nessun rumore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anna finalmente aprì la porta, sembrava ancora un po&#8217; spaventata ma molto meno di prima, era il momento di abbracciarla, sarebbe stata di sicuro subito meglio, e sarebbe stato meglio anche lui. Era il momento giusto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella&nbsp;<em>cosa</em> era ancora lì, non fece in tempo ad evitarla. Le braccia molli e secche al contempo avevano una forza spaventosa mentre bloccavano il collo della ragazza. Provò a dimenarsi ma non riusciva a colpire quello che sembrava così tanto il suo fratellino, non riusciva ad opporsi rischiando di farne violenza. Si mise a piangere mentre faticava sempre più a respirare. Pianse. Non le era rimasto altro.<br>
Pianse mentre osservava, da fuori, il proprio corpo a terra.<br>
Andrea, bello come era stato due anni fa, le porgeva la mano ed assieme si allontanarono da quello che ormai era un guscio di carne morta.</p>
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		<title>La bestia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Aug 2017 18:43:27 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Questo sarà il resoconto fedele di quanto accadde realmente quella notte di tredici anni fa, perché tutto quello che si è detto, le leggende che ne sono nate sulla mia persona non sono più reali di una fiaba per bambini. Non racconterò di quello che già sapete, di come affrontai il mostro e di come lo uccisi se davvero questo è quello che è accaduto, non mi soffermerò su quanto già scritto nei resoconti pubblici che ormai tutti avete letto e riletto, ma solamente su quanto in quei resoconti non è stato scritto. Su quanto non ho mai confessato ad anima viva. Ad anima. Viva.<br>Perché ora dopo tredici anni scelgo di scriverne? Perché sento che le forze mi stanno abbandonando, che il processo iniziato quel giorno sta arrivando a compimento, perché sappiate che cosa dovrete affrontare quando io me ne sarò andato. Io lo compresi quasi immediatamente, quando dopo essermi pulito di tutto quel sangue, dopo che il mio corpo fu recuperato alla fine di quella battaglia memorabile mi ritrovai a guardare nel piatto che sarebbe stata la mia cena. Quando mi guardai allo specchio e notai i primi impercettibili cambiamenti.<br>La domanda che mi è stata posta più spesso è certamente come sia stato possibile sopravvivere ad un simile scontro, si dice che nessun essere umano fosse in grado di affrontare la bestia, che non fosse possibile abbatterla con mezzi umani tanto che da quel giorno mi consideraste quasi un semidio o qualcosa di più. La risposta temo fosse che avevate ragione voi. Nessun essere umano ha la forza, il potere, il coraggio, l&#8217;arguzia o quello che volete, o meglio l&#8217;insieme di tutto questo per avvicinarsi neppure alla bestia. Accanto a lei non esiste altra scelta che soccombere o fuggire. Niente altro. Mi trovai io stesso a scegliere tra le due strade e scelsi la seconda. Fuggii prima di soccombere, o almeno ero convinto di aver fatto questo. Lo so che la delusione in molti di voi vi porterà ad odiarmi per l&#8217;immagine che avete creato su di me, per l&#8217;aspettativa, ma quando fui abbastanza vicino da vederla in tutta la sua interezza nonostante i mesi spesi nella ricerca, quando la vidi negli occhi fuggii in quella valle oscura, attraversai il ponte e fuggii via. Fu in quel momento che iniziò la battaglia vera e propria quando dall&#8217;altra parte del ponte trovai nuovamente quegli occhi a guardarmi. Ero suo. Non mi ero mai chiesto davvero come avrei potuto fermarla, l&#8217;impavida gioventù e la certezza in una morte eroica me lo avevano impedito. Non mi era più data la scelta tra fuggire e soccombere, ero stato un vile, un coniglio ma non era bastato a salvarmi. Rimasi immobile mentre invece di mordermi alla giugulare come mi aspettavo prese le mie armi, una ad una e le rivolse verso di me.<br>&#8220;Sono belle, forti&#8221; disse. Lo disse con voce suadente, più come un complimento che come un&#8217;accusa. &#8220;Raramente ho visto armi di tale fattura&#8221; aggiunse. Mi mostrò come usarle meglio di quanto avrei mai potuto fare. Meglio di come Cort, il mio maestro, mi avesse mai insegnato. Mi mostrò come avrei potuto usarle per ucciderla e poi le posò a terra. Non ebbi più il coraggio di impugnarle. Sarebbe stato più vile che fuggire, sarebbe stato più debole di morire. Fece l&#8217;amore con me. Come non lo avevo mai fatto, come non lo avrei mai più fatto. Mi chiese di usare una delle mie armi su di lei, mi chiese di punirla e ferirla, di farle del male ma non lo feci. Prese lei quell&#8217;arma e si tagliò fino a perdere più sangue di quanto credevo possibile e rimase a guardarmi mentre stava per morire. Lasciarla morire sarebbe stato più vile che usare contro di lei le mie armi come mi aveva insegnato a fare. Lasciarla morire sarebbe stato più vile di qualunque altra cosa. La salvai. Ne leccai le ferite perché altro non avevo per pulirne i lembi e li ricucii come lei mi mostrò. Ne bevvi il sangue e la ricucii. La bestia mi sorrise guardandomi ricoperto del suo di dentro, del suo odore ferroso e forte. Ne avevo la bocca, il viso, il collo, l&#8217;intero corpo ricoperti. Non so per quanto tempo mi tenne con sé, voi dite poche ore io ricordo secoli. Ricordo di essere invecchiato accanto a lei e morto e rinato e aver vissuto altre vite, ed altre ancora. Voi dite minuti io ricordo millenni di cui ricordo ogni istante e potrei raccontarvi resoconti di intere civiltà morte e sepolte e rinate e fiorite e morte e divenute polvere dalla cui polvere sono nati mondi. Rimasi lì accanto al mostro, alla bestia come se io fossi la regina e lei il re, lei la divinità di interi universi ed io l&#8217;umile messia. Persi le forze nel tempo. Invecchiai nei millenni ma era come se fossero durati pochi istanti come se ogni energia di cui ero in grado mi venisse succhiato e mentre invecchiavo io, lei, la bestia, ringiovaniva e diveniva più forte.<br>Un giorno infine svenni. Privato di ogni energia dopo aver visto nascere e morire l&#8217;ultimo degli universi possibili svenni. Quando mi risvegliai ero ancora ricoperto del suo sangue, le mie armi a terra come mi avete ritrovato, il mostro se ne era andato ed io ero divenuto un eroe.<br>Fu quando potei pulirmi e lavarmi dopo aver dormito non so quanto che osservai il mio volto, la forma dei miei denti, lo sguardo. Era cambiato qualcosa di impercettibile ma mi sentivo diverso. Fu quando mi portaste la cena che il mio sguardo era attratto più dal gocciolio lieve e rosso della carne che da qualunque altra cosa. Mi chiesi per la prima volta cosa sarei diventato.<br>Mi chiesi per la prima volta davvero come si potesse fermare la bestia.<br>Me lo sto chiedendo ora. Qui. Mentre vi scrivo.<br>Non so se riuscirò a fermarla, o se ci riuscirete mai voi.</p>
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		<title>La mia prima volta (L&#8217;anima)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2017 13:34:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#60;- La mia prima volta &#60;- La mia prima volta (La vita) Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta/">&lt;- La mia prima volta</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-seconda-versione/">&lt;- La mia prima volta (La vita)</a></p>
<p>Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell&#8217;aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.<br />
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l&#8217;atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell&#8217;atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l&#8217;atto non era presente.<span id="more-4321"></span> Le scrissi la mia prima poesia a scuola, durante l&#8217;ora di inglese. Non ricordo le parole e mi chiedo se ci siano ancora nel suo diario di allora, se abbia ancora il diario di allora. Come in ogni prima volta però ricordo le emozioni provate. Non scrivevo realmente a lei, ma a quel riccio che ricordo ancora perfettamente più di quanto ricordi il suo viso, scrissi a me stesso mentre parlavo di quel riccio. Non partii con una classica ode a una donna ma con una specie di ode a dei capelli. D&#8217;altronde non conoscevo altro di lei.<br />
Ricordo tutto il riempirsi dentro come di una bolla che si gonfia, come un liquido che sale dal basso fino ad allargarmi il torace, a silenziarmi la gola, ad entrarmi in testa e spingere forte. Le persone che mi stanno accanto l&#8217;hanno spesso interpretato come se volessi isolarmi ed entrassi in una forma tra autismo e depressione, ognuno ha sempre avuto il proprio modo di interpretarmi in quello stato ma per me è solamente parte del processo. Della mia dipendenza se vogliamo. Una delle tante dipendenze. Ricordo perfettamente la sensazione di estraneazione, di stacco dal mondo, di isolamento non tanto dagli altri quanto da me stesso. Il desiderio che spinge, un desiderio che non avevo idea di da dove venisse né cosa desiderasse né dove e come sfogarlo. Presi in mano la penna, una stilografica blu in plastica gialla tutta mangiucchiata e scrissi a quel riccio, che poi quello che scrivevo arrivasse a Chiara era un fattore secondario. Scrissi di getto ma non so cosa scrissi. Alla fine il mio corpo, la mia anima, la mia mente parvero svuotati. Tutto quel liquido accumulato dentro che schiacciava e premeva su ogni mio organo, pensiero, su ogni parte di ciò che ero allontanandomi da me stesso ed ovattando tutto, era scomparso. Era scomparso con una forma di piacere quasi fisico che avrei imparato più tardi ad assimilare all&#8217;orgasmo. Seppure non fosse la prima volta che usassi la vena creativa per scrivere questa fu <em>la mia prima volta</em>, quella in cui ne compresi il potere terapeutico. Pensai che sarebbe stata comunque l&#8217;ultima. Cosa mai avrebbe potuto nuovamente scatenarmi una simile sensazione? E cosa avrei potuto scrivere di altrettanto forte? E poi queste cose belle a forza di ripetersi perdono forza, perdono valore ed infine si abbandonano, no?<br />
Ne scrissi altre due o tre credo, sempre al ricciolo di Chiara, consegnandole a Chiara perché il ricciolo potesse leggerle mentre le leggeva lei. Credo di averci fatto una passeggiata e ballato un lento e niente altro. Le promisi che un giorno le avrei fatto capire che per me non era solo un gioco, che non l&#8217;avrei dimenticata, e in qualche modo sto mantenendo la promessa anche ora anche se probabilmente non lo saprà mai. Anche se la promessa non era fatta a lei. Ho scritto molto anche sull&#8217;incavatura della sua schiena che ho toccato ballando quell&#8217;unico lento, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ElkqPNvMj6w">Independent Love Song di Scarlet</a>. Ma questo accadde più di quindici anni dopo e ha più a che vedere con il mio modo di scrivere e di pescare nei ricordi che con lei. Come tutto il resto d&#8217;altronde.<br />
Scrissi dell&#8217;altro nell&#8217;anno successivo e probabilmente quello dopo ancora. Mi ero illuso che quella sensazione potesse tornare e mi convinsi che il problema fosse non tanto nello scrivere quanto nell&#8217;amare. Non ero in grado di provare quello che avevo provato per lei. Per il ricciolo praticamente. Fu quando incontrai il mio primo amore, amore vero, che mi accorsi che il mio scrivere aveva poco a che fare con il mio amare gli umani e che quando mi chiese &#8220;Ti è piaciuto?&#8221; risposi &#8220;Sì, è quasi come scrivere.&#8221;<br />
Avevo ripreso a farlo da poco. I cambi, le rivoluzioni, le stranezze dell&#8217;adolescenza e degli ormoni stavano facendomi impazzire, ero un adolescente atipico in un mondo tipizzato, dovevo essere ciò che ero mascherandomi da metallaro, o da bravo ragazzo, o da musicista jazz, o da latin lover, o da timidino. Ero già consapevole di chi volevo essere ma la società non era in grado di accettare che lo fossi quindi dovevo raccontarmi a me stesso per avere la mia direzione. Scrivevo. Scrivevo sopratutto a me stesso. Scrivevo rinchiuso nella mia stanza. Quando tutto si riempiva di quel liquido soffocante che mi obbligava a farlo lo facevo e ogni volta mi dava piacere uscendo da me attraverso la penna. Ero praticamente rinchiuso in me, tra me, con me, all&#8217;interno di me. Iniziai a portarmi dietro un Moleskine, non perché lo avessero fatto Oscar Wilde o Ernest Hemingway ma semplicemente perché era comodo. Potevo scriverci per diminuire il liquido dentro e arrivare fino al momento in cui avrei potuto isolarmi e buttarlo fuori del tutto. Scrivevo sull&#8217;autobus, per strada, nei locali davanti ad una birra, nelle pause durante gli allenamenti. Scrivevo. Scrivevo delle cose che può scrivere un adolescente e di qualche altra. Non pensavo sarebbe durato a lungo. Finii di scrivere il mio primo libro nel giro di pochi mesi, era una raccolta di poesie, o quantomeno di pensieri. Aveva un inizio, uno svolgimento ed una conclusione come un romanzo, una storia organica e precisa di crescita. Pensavo non avrei mai più scritto altro. Conoscevo Rimbaud e mi piaceva l&#8217;idea di chiudere con la scrittura come aveva fatto lui, il <em>poeta dell&#8217;adolescenza</em>. Avevo scartato moltissime poesie che ritenevo buone, alcune ottime. Poesie sulla morte, sul senso della vita, sulle contraddizioni del mondo, poesie troppo sperimentali ma interessanti. Fu in quei giorni che tirai fuori dall&#8217;armadio il cappotto di pelle che avevo messo via la stagione precedente, infilandoci una mano in tasca ne trovai una pallina di carta. La aprii e dentro vi trovai scritto &#8220;Rievocazione dei sensi&#8221;, lo avevo scritto quasi un anno prima in una sera in cui avevo voglia di isolarmi dal mondo. I miei amici avevano preso l&#8217;autobus ed erano in centro ad aspettarmi, io avevo deciso di perdere l&#8217;autobus e di farmela a piedi anche se in venti minuti sarebbe arrivato il successivo. Attorno c&#8217;era nebbia, probabilmente era un novembre o un marzo, un giorno di mezza stagione. Camminavo come ho sempre amato fare nelle parti vietate della zona merci della stazione dei treni. Mi era venuta in mente solo quella frase, avevo una penna, un foglietto ma non il Moleskine. L&#8217;avevo scritta e messa in tasca. Poi tra una cosa e l&#8217;altra avevo finito per appallottolarla e ritrovarla mesi dopo. Fu una frase profetica e una rivelazione. Iniziò a prendere corpo quello che sarebbe stato il mio secondo libro iniziato, anche se ci misi anni a terminarlo, e fu probabilmente il mio quarto finito. Iniziò a prendere corpo <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, tra giochi e sperimentazioni e temi alternativi. Senza fretta. Senza volerlo realmente terminare era il coperchio sotto cui poteva stare molto del materiale che avevo scartato in precedenza. Ero convinto non lo avrei mai terminato, e avrei smesso preso di scrivere come Rimbaud, ma ero lontano dai diciannove anni.<br />
Il secondo libro lo scrissi di botto, in poche settimane dopo aver chiuso con il primo amore ed averne incontrato un&#8217;altro fuggevole ma estremamente provante dal punto di vista personale. Una persona più strana di me, più complicata di me, più estrema di me con cui confrontarsi e chiedermi chi fossi fino al nostro esplodere in una favilla luminosa. Cominciavo a pensare che forse dopo tutto avrei potuto continuare a scrivere un altro po&#8217;. Ma presi una pausa. Così, perché amo contraddirmi.<br />
Sembrava non esserci più nulla da scrivere, si era esaurito il filone e forse mi andava bene così. Scrissi un po&#8217; usando la tecnica e non la passione, scrissi altri pezzi di <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em> fino quasi a completarlo riempiendolo di esperimenti, giochi di parole, tecnica talvolta fredda. Poi come per ogni droga, per ogni dipendenza, per ogni fuga incontrai qualcuno che mi diede una scossa, che mi lanciò nel baratro o me ne estrasse. Che mi fece capire cos&#8217;è la dipendenza. Che mi fece capire cos&#8217;è la depressione. Che mi fece capire cos&#8217;è la vita. La prima volta che capii come sarebbe andata a finire fu sul suo letto quando iniziò a leggermi Prevert. Non avevo mai letto Prevert. Parlammo ore di poesia, giorni, mesi. Mi accorsi di come le sperimentazioni che avessi provato non fossero davvero così inutili, leggendole lei mi mise in mano Pessoa. Non avevo mai letto Pessoa e fu una rivoluzione. Ricordai come all&#8217;inizio la spinta fossero le poesie di Edgar Poe ma capii come ambissi involontariamente, pur non conoscendolo a Pessoa. Ne lessi la prosa e capii che come il mondo fosse più ampio. Fu lei che mi portò a terminare <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, a spingermi fino a farmelo pubblicare. Oggi lo rileggo e nel suo piccolo lo trovo ancora rivoluzionario. Trovo che sia ancora la cosa più bella che io sia mai riuscito a creare. Può non piacere, è ovvio, ma la portata che ha per me, la profeticità dei contenuti per me sono come se il me giovane avesse scritto al me di oggi cose che potrà capire solo il me di domani. Di tutta la mia produzione è stato fino ad oggi l&#8217;apice. Scrissi in quel tempo anche un&#8217;altra raccolta di poesie, ed un&#8217;altra ancora. Dalla prima all&#8217;ultima, ad eccezione del solito <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, che prometto non nominerò più, sono stati un percorso collegato, da una fine all&#8217;inizio successivo, da una fine al successivo ed ancora. Ne scrissi cinque con pause più o meno lunghe. Il cammino di un adolescente che cercava di crescere, di superare le paure, di lanciarsi da una rupe convinto di poter volare, di cadere ed infine di riprendersi. Arrivai a schifarmi di quello che scrivevo. A non voler più quella fuga, avrei voluto qualcosa di più, di più forte. Ero dipendente ma l&#8217;assuefazione aveva fatto il suo corso dopo più di seicento pezzi scritti e catalogati. Qualunque cosa provassi a scrivere mi risultava vuota, già scritta, già vista, inutile. Cominciai a cercare emozioni di altro genere. Di molti altri generi. E poi ancora una volta incontrai l&#8217;amore. Un amore strano e complicato seppure semplice. All&#8217;epoca avevo spostato il mio scrivere alla creazione di questo blog. Ci scrivevo già da qualche anno a dire il vero e scriverlo era stato probabilmente il motore per far nascere questo nuovo amore che quietò apparentemente il mio bisogno. Si spense il blog, si spense tutto. Fu <a href="https://www.staipa.it/blog/perche-ho-smesso-di-scrivere/">il motivo per cui smisi di scrivere</a>. Nel bene e nel male.<br />
Scrivere aveva preso a farmi schifo. Se provavo a scrivere e mi leggevo mi sentivo come un alcolizzato che si renda conto di essersi ubriacato contro il proprio volere l&#8217;ennesima volta. E tutto ciò che scrivevo mi dava il voltastomaco, era inutile, ripetitivo, vuoto. Il liquido che mi si formava dentro era stagnante e puzzolente. Si formava ma liberarlo dava prevalentemente olezzo. Ogni tanto pensavo a quel ricciolo di tanti anni prima, e mi dicevo che forse avevo finalmente raggiunto i diciannove anni di Rimbaud. Ne avevo trenta, ma era uguale. Non provavo più l&#8217;orgasmo dello scrivere ma sentivo ogni istante me stesso pieno di quel liquido che mi estraniava da me e dal mondo ma ero incapace di svuotarmene, privo del desiderio di svuotarmene. Mi stavo allontanando da tutto. Anestetizzato, arido, lontano. Poi l&#8217;amore finì, come era naturale che fosse, e con esso in qualche modo l&#8217;embargo che mi ero imposto. Non che fosse merito della fine dell&#8217;amore ma semplicemente fu un cambiamento abbastanza importante da impormi di riprendere in mano le cose.<br />
Provai a scrivere nuovamente in poesia schifandomi ancora come sempre e allora decisi di scrivere un romanzo. Avevo scritto racconti negli anni, avevo provato a scrivere racconti lunghi ma non mi era mai riuscito di superare poche pagine. Decisi di scrivere un romanzo su di me, per me, da tenere per me. Una forma di auto analisi. Lo scrissi in pochi mesi, era breve e non saprei dire neppure quanto bene fosse scritto ma dopo essere stato mesi a scrivere rinchiuso in casa avevo ritrovato me stesso. Il desiderio, la voglia di buttare fuori tutto, il contatto con il mondo e la realtà. Ed avevo goduto un universo intero. L&#8217;anestesia non era terminata però. L&#8217;aridità. Il distacco dal mondo. L&#8217;incapacità di provare emozioni positive o negative che fossero. L&#8217;apatia. Trovai il modo di emulare le emozioni, di viverle apparentemente, di simularle, di stimolare i ricordi per indurle. Era scriverle, scriverne. Per evocarle, per esorcizzarle, per vivere. Non molto diverso da alcune droghe o dell&#8217;autolesionismo era diventato il mio modo di <em>provare qualcosa</em>, qualunque cosa fosse pur di sentire di essere in vita.<br />
Quello è stato il momento in cui il blog è rinato con <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/dodici-gradi/"><em>dodici gradi</em></a> e con gli altri <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/"><em>racconti</em></a> che da allora mi accompagnano e hanno sostituito le sensazioni di cui un tempo avevo bisogno continuando ad alimentare la mia dipendenza e svuotare il mio dentro dal liquido che lo invade. Ho scritto un altro libro, di racconti da allora o meglio due libri concentrici. Il titolo del progetto nella mia testa era <em>Anestesia</em> ma sarebbe stato stupido fosse il titolo reale perché era costruito esattamente sul percorso e le sensazioni consce ed inconsce di un&#8217;anestesia totale, e dell&#8217;anestesia che stavo provando. Avrei rovinato al lettore (me stesso) il viaggio. Poi come sempre è quando hai bisogno di <em>qualcosa di più forte</em> che incontri qualcuno in grado di dartene. Ho incontrato la persona più importante degli ultimi anni per la mia dipendenza. Mi ha preso per mano e guardato negli occhi dicendo solo <em>io credo in te</em>. Se un giorno i frutti di quello che ho fatto in questi anni si vedranno il merito sarà più suo che di tutta la fatica fatta -che poi non è fatica- in questi anni. Mi ha guardato negli occhi mentre il liquido mi riempiva e isolava dal mondo e mi ha infilato nella pancia un coltello per aprire una breccia e farlo uscire. Il piacere che ne ho ricevuto, in ogni senso, in ogni modo è stato il più sconfinato e dura ancora ogni giorno anche se non ci credo. Ed ancora ogni volta mi sembra l&#8217;ultima. Costringendomi ad iscrivermi alla <a href="https://www.scuolapalomar.it/">scuola palomar</a> che avevo scoperto per caso mi ha messo davanti al fatto che era il momento di provare davvero a seguire un sogno. Ho scritto il mio primo romanzo completo, completo di ogni punto fondamentale. Migliorabile, sicuramente, ma ho superato il mio limite di non riuscire a scrivere più di un racconto lungo. Quel che ne sarà è da vedersi ma oggi scrivo ancora, mi riempio di quel liquido dal mondo e lo butto fuori. Scrivo su questo blog o altrove ed ogni singola volta mi sembra l&#8217;ultima. O la prima. Guardo ciò che ho scritto e mi chiedo come farà a venirmi in mente qualcosa di nuovo fino alla volta successiva ed ancora ed ancora ed ancora ed ancora. Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine, ma scrivo ancora ed è ancora tra tutte l&#8217;emozione più grande, il piacere più forte.<br />
Creare mondi. O raccontare mondi che esistono davvero ma altrove, in luoghi che gli altri  non possono visitare ma tu sì.<br />
Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine.<br />
Non importa.</p>
<ul>
<li><strong>Post Scriptum: </strong>Solo dopo aver scritto tutto questo il caso mi ha portato ad un&#8217;intervista dello scrittore che stimo di più e che ha segnato maggiormente la mia fantasia. Cercavo su internet &#8220;Dipendenza da scrittura&#8221; per trovare un&#8217;immagine interessante da allegare e come a volte capita è piovuto qualcosa.<br />
<blockquote><p><em><em><em><em><br />
Mi ricordo quando ero uno studente che scriveva storie e romanzi, alcuni dei quali furono poi pubblicati, altri no. Era come se la mia testa stesse per esplodere, talmente tante cose volevo scrivere in una volta. Avevo un sacco di idee, tutte intasate. Come se avessero bisogno di chiedere il permesso per uscire. <strong>C’era questa falda acquifera sotterranea di storie che volevo raccontare e dovevo solo conficcarvi una tubatura per far sì che tutto fiottasse fuori.</strong></em></em></em></em></p>
<p><em><em>I can remember as a college student writing stories and novels, some of which ended up getting published and some that didn&#8217;t. It was like my head was going to burst – there were so many things I wanted to write all at once. I had so many ideas, jammed up. It was like they just needed permission to come out. <strong>I had this huge aquifer underneath of stories that I wanted to tell and I stuck a pipe down in there and everything just gushed out. </strong></em></em></p>
<p><a href="https://www.rollingstone.com/culture/culture-features/stephen-king-the-rolling-stone-interview-191529/">Stephen King in un intervista a Rolling Stone</a>.</p></blockquote>
</li>
</ul>
<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-quarta-versione/">La mia prima volta (Il sangue) -&gt;</a></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Fuga dal mondo. Parte 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Mar 2017 17:18:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;E se scaviamo una buca per passarci sotto?&#8221; &#8220;Ci vuole un sacco di tempo!&#8221; &#8220;Sì, ma la maestra non ci vede, possiamo farlo tutti i giorni fino a quando si passa!&#8221; I due ragazzini avevano otto anni, attorno quasi tutti gli altri stavano correndo o urlando, in molti si erano organizzati per giocare a calcio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;E se scaviamo una buca per passarci sotto?&#8221;<br />
&#8220;Ci vuole un sacco di tempo!&#8221;<br />
&#8220;Sì, ma la maestra non ci vede, possiamo farlo tutti i giorni fino a quando si passa!&#8221;<br />
I due ragazzini avevano otto anni, attorno quasi tutti gli altri stavano correndo o urlando, in molti si erano organizzati per giocare a calcio occupando la gran parte del giardino. Le maestre chiacchieravano tra loro dall&#8217;altra parte ed un cespuglio proteggeva la privacy dei due aspiranti fuggitivi.<br />
&#8220;Forse hai ragione. E se invece ci fosse un buco da qualche parte?&#8221;<br />
&#8220;Possiamo provare a fare il giro. Ma dobbiamo controllare che non ci guardino.&#8221;<br />
Il più alto dei due indossava una tuta grigia con sulla parte davanti il disegno di un supereroe sconosciuto, probabilmente inventato da chi produce la tuta. Portava degli occhiali quadrati e decisamente anni settanta, il più basso aveva un paio di Jeans ed un maglioncino rosso di cotone. Sembrava il più sveglio dei due.<br />
&#8220;Facciamo così&#8221; disse &#8220;Io mi muovo verso quell&#8217;angolo controllando, tu fai da palo e guardi se le maestre si insospettiscono, va bene?&#8221;<br />
&#8220;Va bene&#8221; rispose il più alto voltandosi nella direzione delle maestre. Sembravano intente in una discussione accesa, cose da grandi sicuramente, politica o scarpe, o magari parenti, cose così. Quando si voltò a guardare il suo amico sembrava scomparso. In un angolo in fondo la rete era piegata in un punto in cui non era fissata al terreno ed era possibile passarci al di sotto. Probabilmente era uscito di lì senza dire nulla, o forse l&#8217;aveva detto ma lui era stato troppo concentrato a guardare le maestre. I compagni sembravano tutti distratti a giocare a calcio, le compagne a parte qualcuna stavano facendo un qualche gioco in un&#8217;altra zona del giardino, probabilmente giocavano alle mamme o a qualche cosa da femmine che a lui comunque non interessava. Era il momento giusto per fuggire. Per scoprire cosa fosse il mondo oltre alla scuola e a casa di mamma. E soprattutto era l&#8217;unico modo per raggiungere il suo amico, ovunque si fosse ficcato.<br />
Fece un grande respiro e si avvicinò lentamente al buco, si voltò nuovamente a controllare<span id="more-4269"></span>e sembrava che nessuno stesse guardando nella sua direzione. Provò ad alzare un po&#8217; la rete e non sembrava difficile passarci sotto, ma si fece prendere dalla paura.<br />
E se fosse stato scoperto? Non era il caso di pensarci meglio? Presto però sarebbe finita la ricreazione, sarebbero rientrati ed avrebbero scoperto l&#8217;assente, avrebbero controllato centimetro per centimetro il giardino e scoperto il buco e lo avrebbero chiuso. Non ci sarebbe stata una seconda occasione. Alzò la rete e vi si infilò sotto. Iniziò infilandosi di testa ma un&#8217;estremità puntuta della rete si impigliò nella tuta, era la sua tuta preferita ma strattonò comunque strappandolaun po&#8217;. Una volta arrivato sull&#8217;altro lato rimase sdraiato e si voltò a a guaradre il giardino. Nessuno si era accorto di niente.<br />
Anzi no.<br />
Una bambina lo stava guardando seria, era quella che gli era sempre piaciuta di più ma non aveva mai avuto il coraggio di rivolgerle la parola. Lui portò l&#8217;indice sulle labbra e le fece segno di non dire niente a nessuno, lei sorrise e annuì.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt4: Spari?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Nov 2016 17:35:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Puzzi di grappa Baffo.&#8221; Nessuna risposta. &#8220;Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!&#8221; Nessuna risposta. &#8220;Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?&#8221; si stava alterando. &#8220;Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.&#8221; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Puzzi di grappa Baffo.&#8221;<br />
Nessuna risposta.<br />
&#8220;Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!&#8221;<br />
Nessuna risposta.<br />
&#8220;Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?&#8221; si stava alterando.<br />
&#8220;Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.&#8221; Baffo sembrava realmente dispiaciuto e altrettanto dispiaciuta parve la risposta di Biondo.<br />
&#8220;Lo so, qui beviamo tutti, non c&#8217;è modo di sopravvivere a questo senza bere ma non mi piace affatto come ti stai comportando, sembri bloccato, in panico, e lo sembri da giorni. Allunga un braccio in avanti.&#8221;<br />
Baffo allungò in avanti il braccio, la sua mano tremava. Lui rimase in silenzio.<br />
&#8220;Ti rendi conto che tu sei probabilmente il miglior tiratore tra di noi? Non spari un colpo da giorni, forse da settimane&#8221; Biondo stava osservando Baffo con uno sguardo grave, parlava a bassa voce. &#8220;La mia sopravvivenza, quella di tutti gli uomini che abbiamo attorno dipende anche da te. Credi non mi sia accorto che punti il fucile assieme agli altri e poi non spari? Che le uniche volte che lo fai spari volutamente fuori bersaglio?&#8221; Baffo guardava in basso, in silenzio. Osservava le proprie mani tremare e provava con scarso impegno a concentrarsi per fermarle.<br />
Attorno il vento fischiava nella notte, era una notte umida e fredda, folate di neve entravano nella trincea e gli uomini non di guardia cercavano inutilmente di dormire.<br />
&#8220;Credi che io possa fare la differenza?&#8221; disse Baffo, guardava lo zaino pronto con la coda dell&#8217;occhio.<br />
&#8220;Tu credi di no? Credi che potresti prendere quello zaino e fuggire? Ci sei in mezzo ormai. Ci sei in mezzo con tutte le scarpe, ci sei in mezzo con tutta la vita. Se provi a scappare qualcuno ti sparerà alla schiena come disertore. Non sarò certo io, sia chiaro ma qualcuno di certo se ne occuperà. E lo stesso potrebbe accadere quando qualcun&#8217;altro si accorgerà che hai smesso di sparare. Il tuo cibo è il cibo di tutti, la tua acqua l&#8217;acqua di tutti, le tue munizioni le munizioni di tutti. Non puoi sprecarle e startene seduto qui in attesa che qualcosa accada. Se attendi la morte tanto vale indossare ora quello zaino e fuggire, almeno ti sparerebbe qualcuno di noi e non attireresti l&#8217;attenzione del nemico.&#8221;<br />
Baffo rimase in silenzio di nuovo, guardò lo zaino senza nascondersi, poi strinse le mani, ne sfilò il feticcio ed iniziò a farlo ruotare tra le dita. Aveva incontrato un uomo che faceva lo stesso con una pallottola ed ipnotizzava la gente ma lui era in grado solo di ipnotizzare se stesso.<br />
&#8220;Siamo di guardia, io e te&#8221; continuò Biondo, &#8220;io e te e nessun&#8217;altro. Cosa pensi accada se ci attaccano e tu non spari, se te ne stai lì immobile in silenzio mentre arrivano e ci massacrano tutti? Se puoi fare la differenza? Puoi far si che tutti questi uomini vivano o muoiano. Ognuno di loro, ognuno di noi può fare la differenza ogni istante, e non sai chi la farà, quando la farà. Siate pronti. Non è questo che ci hanno ripetuto mille volte? Siate pronti. Lo hanno detto a me, lo hanno detto a te, lo hanno detto ad ognuno di questi uomini. Tu non puoi salvare te stesso, sono loro che ti salveranno e loro, ognuno di loro non può salvare se stesso senza l&#8217;aiuto degli altri. Credi possa mai uno solo di noi sopravvivere da solo?&#8221;<br />
Baffo rimase ancora in silenzio, scosse leggermente la testa mentre si toccava la camicia sulla tasca, sul cuore. Aveva rimesso il feticcio al suo posto ma subito dopo tornò a toccarlo e ancora se ne allontanò come un fumatore che avesse aperto il pacchetto anche se aveva deciso di smettere.<br />
&#8220;Baffo. Davvero. Pensi di farcela? Credi di essere in grado di riprenderti prima che sia troppo tardi?&#8221;<br />
&#8220;Non lo so.&#8221; rispose Baffo. &#8220;Non lo so.&#8221;<br />
Un istante prima del botto Baffo fece in tempo a vedere un lampo e a sentire un fischio ed un rumore sordo come di un cocomero colpito da un martello. Il lampo era alle spalle di Biondo, poi arrivò il botto e quasi contemporaneamente pezzi mollicci e caldi gli arrivarono sul volto e sulla tasca, e altrove. Fece in tempo a vedere un buco nella faccia di Biondo, un buco nero che aveva portato via una parte del naso e si univa all&#8217;orbita di un occhio non più presente.<br />
Si alzò urlando e puntò il fucile nella direzione da cui aveva visto il lampo.<br />
&#8220;Maledetto! Ti ammazzo!&#8221; fu il suo grido. Solo nella testa.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt1: La fine.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2016 16:52:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sembrava quello il giorno. Dietro di me una vita di scontri, di lotte. Davanti finalmente l&#8217;obbiettivo di una vita, di molte vite. Troppe. Lì, in tutta la sua mirabile essenza. Di fronte a me. Ebbi il tempo di fermarmi ad osservarne l&#8217;intera figura e ricordare. Non ero in grado di fare l&#8217;elenco di tutti gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sembrava quello il giorno.<br />
Dietro di me una vita di scontri, di lotte. Davanti finalmente l&#8217;obbiettivo di una vita, di molte vite. Troppe. Lì, in tutta la sua mirabile essenza. Di fronte a me.<br />
Ebbi il tempo di fermarmi ad osservarne l&#8217;intera figura e ricordare. Non ero in grado di fare l&#8217;elenco di tutti gli uomini, gli amici, che avevo lasciato dietro alle spalle. Delle vite perdute nell&#8217;obbiettivo comune di raggiungere questo che ora stavo osservando. Ci provai, provai a ricordare i volti ma mi apparivano distorti, con le bocche aperte o le teste esplose, nei miei ricordi stessi riconoscevo corpi da medagliette o dettagli che ricordiamo solo delle persone importanti. Innumerevoli persone importanti. Ero rimasto solo. L&#8217;ultimo era morto pochi giorni prima parandosi di fronte a me un istante prima che qualcosa mi colpisse e venendone colpito al mio posto.<br />
Ho sempre odiato tutto questo, ho sempre odiato le battaglie e uccidere, ammazzare. Avrei potuto dire che avrei dato l&#8217;anima per non farlo ma era evidente non fosse così. Alla fine io stesso avevo strappato vite, lo avevo fatto di nemici valorosi e di amici, perché lì in mezzo alla fine sei sempre solo, lo sei anche quando accanto a te c&#8217;è la persona che ami di più forse. Ma su questo ero fortunato: l&#8217;amore mi era stato strappato tanto tempo prima, mi era stato strappato il giorno in cui era iniziato tutto. Il giorno in cui avevo smesso di avere qualcosa da perdere. Probabilmente è stata questa la mia forza, il motivo della mia assenza di paura: non avere nulla da perdere.<br />
E a quel punto mancava solo un ultimo passo da affrontare. Portavo ancora quel feticcio, da un lato lucido come nuovo e dall&#8217;altro rovinato e distrutto quel giorno. Trascinato sull&#8217;asfalto. Mi ricordava il bene ed il male, un po&#8217; come una mia versione dello yin e dello yang, molto più prosaica, mi ricordava perché ero in quel campo, quanto di quello che avevo dietro era distrutto e quanto forse il poco che rimaneva davanti fosse la cosa che poteva più somigliare alla luce.<br />
La solitudine. L&#8217;aver perso ogni cosa, ogni anima affine, ogni persona della propria vita è una sensazione che ognuno dovrebbe provare. Vivere morti in vita. Non per un giorno, ne per cento, ma per anni dovrebbe essere simulato nella testa di ognuno perché possa capire quanto di bello sta ignorando perché possa imparare ad avere qualcosa per cui lottare pur non avendo nulla da perdere. Non lo provano in molti, per lo più non vi si avvicinano neppure o avvicinandovisi cadono inesorabilmente. Io ero un sopravvissuto, i corpi esplosi, crivellati, morti che chiamavo amici nella mia testa erano invece caduti.<br />
Ero lì. Finalmente. Pronto a&#8230; a cosa? All&#8217;ultimo attacco. O alla resa. O alla pace. O alla morte. Davanti a me c&#8217;era quello per cui da quel giorno avevo iniziato a lottare facendo a pezzi la mia vita con le mine, accoltellandomi pezzi dell&#8217;anima e ricostruendo ogni giorno meticolosamente curandomi da solo le ferite.<br />
Ero lì.<br />
Uscii allo scoperto.<br />
Fu un lampo. Mi trafisse qualcosa.<br />
Il lampo non veniva da ciò che mi aveva trafitto ma dalla mia testa, dal dolore lancinante che avevo provato decine di altre volte ma che questa volta sembrava avere un qualcosa di più definitivo. Sembrava contenere tutte le ferite di una vita più un&#8217;altra ancora nuova. Caddi.<br />
Mi cedette un ginocchio e caddi a terra non ancora esanime.<br />
Feci in tempo a guardare un&#8217;ultima volta nella direzione a cui agoniavo e da quella vidi partire un&#8217;oggetto che non potei evitare. Mi resi conto della mia vecchiaia in quel momento, della mia impotenza, del tempo perduto che non sarebbe più tornato. Misi la mano sul feticcio ed attesi che la granata mi esplodesse addosso portandomi via il feticcio e la mano e tutto il resto.</p>
<p>Ora sono qui. Al punto in cui iniziò tutto. Il feticcio ancora tra le mani, su un lato lucido e chiaro, come nuovo, sull&#8217;altro annerito come da un&#8217;esplosione, graffiato come trascinato sull&#8217;asfalto. Lo faccio ruotare sul tavolo, come sempre. C&#8217;è un uomo poco distante, è vivo. Credo di esserlo anche io almeno fisicamente. Qual&#8217;è la direzione verso cui devo andare? Ho come un vago ricordo di aver appena perso qualcosa, la testa mi rimbomba come dopo un botto, ma so cosa devo raggiungere, l&#8217;obbiettivo di una vita. Devo solo trovare la direzione, non ho più nulla da perdere ormai e quell&#8217;uomo forse potrebbe essermi d&#8217;aiuto.<br />
Mi alzo mentre il ginocchio sinistro ha un momento di cedimento, poi mi incammino verso quella direzione.</p>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Aug 2016 19:03:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tutto ciò che c&#8217;era da fare è fatto, tutto ciò che andava preparato è pronto. Ora non resta che raccogliere i sogni, e tutto ciò che ne verrà. Vorrei allungare la mano, portarti con me, ma andrò veloce. Prendila se lo vuoi, prendila e non mi seguirai: ti porterò con me.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Tutto ciò che c&#8217;era da fare è fatto,<br />
tutto ciò che andava preparato è pronto.<br />
Ora non resta che raccogliere i sogni,<br />
e tutto ciò che ne verrà.<br />
<img data-recalc-dims="1" decoding="async" data-attachment-id="3903" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/tutto/giu/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?fit=1344%2C657&amp;ssl=1" data-orig-size="1344,657" data-comments-opened="1" data-image-title="Giù" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?fit=1024%2C501&amp;ssl=1" class="aligncenter size-medium wp-image-3903" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=300%2C147&#038;ssl=1" alt="Giù" width="300" height="147" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=300%2C147&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=1024%2C501&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=768%2C375&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=640%2C313&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=100%2C49&amp;ssl=1 100w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=24%2C12&amp;ssl=1 24w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=36%2C18&amp;ssl=1 36w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=48%2C23&amp;ssl=1 48w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?w=1344&amp;ssl=1 1344w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Vorrei allungare la mano,<br />
portarti con me,<br />
ma andrò veloce.<br />
<del> Prendila se lo vuoi,</del><br />
<del> prendila e non mi seguirai: ti porterò con me.</del></p>
<p style="text-align: center;">
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		<title>Le parole nel tempo, ciò che è scritto non se ne andrà.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jun 2016 23:19:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Io voglio essere la tua oasi e vorrei tu fossi la mia, non qualcosa da lasciare indietro ma un luogo dove tornare a respirare, a bere acqua, a rinfrancarsi, da portare nel cuore chiamandolo casa. Vai dunque, e quando lo vorrai, allunga la mano e cerca la mia.&#8221; Le parole assumono significato nel tempo. Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Io voglio essere la tua oasi e vorrei tu fossi la mia, non qualcosa da lasciare indietro ma un luogo dove tornare a respirare, a bere acqua, a rinfrancarsi, da portare nel cuore chiamandolo <em>casa</em>.</p>
<p>Vai dunque, e quando lo vorrai, allunga la mano e cerca la mia.&#8221;</p>
<p>Le parole assumono significato nel tempo.<br />
Il tempo stesso assume significato nel mutare delle parole.<br />
Il tutto in un continuo circolo che è paradosso.</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><em>“Vai dunque. Ci sono altri mondi oltre a questo”<br />
-Roland di Gilead-</em></p>
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		<title>Fumo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2015 17:49:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Ricorda di quando iniziò ad avere queste fantasie?&#8221; Fantasie? &#8220;Si, omicidi morti, cose di questo genere&#8221; Io non ho di queste fantasie, e soprattutto non vedo perché dovrei averne, al limite ho fatto qualche sogno, poco altro. &#8220;Bene, ricorda quando è iniziata questa sua ossessione, questa serie di sogni, questo suo pensare alla morte di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Ricorda di quando iniziò ad avere queste fantasie?&#8221;<br />
</em>Fantasie?<br />
<em>&#8220;Si, omicidi morti, cose di questo genere&#8221;</em><br />
Io non ho di queste fantasie, e soprattutto non vedo perché dovrei averne, al limite ho fatto qualche sogno, poco altro.<br />
<em>&#8220;Bene, ricorda quando è iniziata questa sua ossessione, questa serie di sogni, questo suo pensare alla morte di donne?&#8221;</em><br />
Non credo di esserne ossessionato, nel modo più assoluto, mi capita qualche volta di pensarci, si come può capitare di pensare nuda una bella donna che passa, ma non direi di esserne ossessionato o dipendente, io sono uno che sta ben alla larga dalle dipendenze e cose simili, sto lontano dalle droghe, dal fumo, dall&#8217;alcool, si qualche birretta a volte tuttalpiù, ma niente di che.<br />
<em>&#8220;Cosa le viene in mente pensando parola ossessione?&#8221;<br />
</em>I fumatori.<br />
<em>&#8220;Lei si sente ossessionato dai fumatori?&#8221;<br />
</em>No, i fumatori sono ossessionati dal fumo<br />
<em>&#8220;Provi a parlarmene&#8221;<br />
</em>Li guarda mai? Sembra come se la presenza stessa del fumo li attorni, come chiocciole che si portino dietro il propri guscio, loro si portano dietro il fumo, l&#8217;alone di puzza, il bisogno di fumare, la sigaretta in tasca sempre pronta e se non lo è la comprano o la rollano ossessivamente, continuamente. Il loro bisogno di uscire ogni ora a respirare da quel loro rotolino di morte, di respirare la morte passo passo, piano piano, ogni giorno più e più volte, e ogni volta ancora non ne sono soddisfatti. Sa, da piccolo ho letto Momo, di Michael Ende, non so se ha presente, mi sono rimasti impressi nella testa, proprio dentro, tatuati i personaggi cattivi: degli uomini grigi che si nutrivano del tempo sottraendolo alle persone, uomini in giacca e cravatta e con la valigetta, ma soprattutto uomini con il sigaro. Il sigaro e fatto con le foglie -o i petali non ricordo- del tempo essiccati ed arrotolati, ne erano talmente dipendenti da dover fumare ogni istante e dover accendere un sigaro ogni volta con quello che stava finendo. Lo vedo così il fumatore. Mi sembra come un malato bisognoso di una flebo, incapace di viverne senza ma come se la flebo fosse contemporaneamente veleno e piacere, lo vedo come una persona sopraffatta dal bisogno impellente di assumere qualcosa di esterno per riequilibrare qualcosa di interno, quasi come se non lo assumesse il cuore dovesse esplodere o il cervello spegnersi. Lo vedo come un malato che non si rende conto di essere malato, come uno zombie che non si sia reso conto di essere morto, lì attaccato a questa sua sigaretta a credere di aspirare la vita mentre è il fumo ad aspirarla via. Non credo di saperne rendere l&#8217;idea fino in fondo ma penso al fumo che invade i bronchi come a veder fumare l&#8217;uomo invisibile e questo fumo entrare poi nelle vene e dalle vene entrare nel cervello, negli organi e colonizzarli, colonizzane i desideri come un parassita, mille parassiti, milioni di parassiti che necessitino di nutrirsi ancora con una nuova boccata e vedo il fumatore ignaro, incapace di capire come ognuna sia un darsi ulteriormente a questo demone. Vedo il corpo marcire dentro partendo dai polmoni ed irrorando il marcio a raggiera seguendo le vene e via via fino ai capillari e mentre vedo il corpo marcire li vedo attaccati a quel bastoncino fumante come se non fosse capace di staccarsi, mi sembra uno di quei topi a cui hanno dato un tasto che stimola il piacere e che muoiono di fame a forza di stare a stimolare quello, come una lumaca attratta dal sale che a poco a poco si scoglie ed ho la consapevolezza che non servirà a nulla dirglielo, farglielo notare, perché otterrebbe lo stesso scopo.<br />
<em>“Quindi li vede senza speranze in qualche modo?”<br />
</em>Si, anche se alcuni si salvano o sopravvivono a lungo.<br />
“<em>Capisco, ed invece come vede le donne? Come è il suo rapporto con esse?</em>”<br />
Non credo valga la pena parlarne, non credo che abbiano questa importanza da doverne discutere, no?<br />
<em>“Eppure in questi incontri lei me ne ha parlato spesso, ha spesso parlato di fantasie che le riguardano”<br />
</em>No, non credo lo siano. Non credo siano fantasie quantomeno.<br />
<em>“Cosa sono se non sono fantasie?”<br />
</em>La seduta è finita.<br />
<em>“Cosa sono se non sono fantasie?”<br />
</em>La seduta è finita.<br />
<em>“Ritorneremo sull’argomento alla prossima seduta”</em></p>
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		<title>La porta del paese delle meraviglie – Parte terza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2015 20:52:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ero ancora lì, accanto alla porta in attesa di un ricordo per sapere cosa attendessi, in attesa che un&#8217;attesa terminasse mentre terminava quello che veniva proiettato sullo schermo, non mancava molto al termine quando iniziò a nevicare nel bosco.Nevicava ovunque nel bosco ma non nella casa di bosco, la neve si posava lieve e immobile [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Ero ancora lì, accanto alla porta in attesa di un ricordo per sapere cosa attendessi, in attesa che un&#8217;attesa terminasse mentre terminava quello che veniva proiettato sullo schermo, non mancava molto al termine quando iniziò a nevicare nel bosco.<br>Nevicava ovunque nel bosco ma non nella casa di bosco, la neve si posava lieve e immobile ma non si accumulava, cadeva ancora. Non che ci fossero finestre da cui osservarla, non che ci fossero pareti a proteggere ma non c&#8217;era ne caldo ne freddo, ne vento ne bonaccia, e nevicava attorno e sopra e sotto e ovunque ma non nella casa che non era una casa. Nevicava.<br>Pensai per un momento, pensai che era strano non ci fosse freddo, e pensai che avrei voluto&nbsp;aprire il mobile accanto al divano, e che avrei voluto bere un Ballantine&#8217;s, che era un tempo infinitamente breve e lungo che ero qui, che avrei voluto chiudere quella maledetta porta una volta per tutte, che non sapevo cosa stavo aspettando e perché e che quindi era stupido non&nbsp;chiuderla e mentre osservavo cadere la neve cadere i pensieri cadere i ricordi di perché&nbsp;mi sentissi vagamente svenire, come&nbsp;io stesso fossi neve che lentamente scende come se io fossi in qualche modo mondo e&nbsp;questo mondo fosse me&nbsp;si mosse il mobile accanto allo schermo, si aprì, ne uscì una bottiglia di&nbsp;Ballantine&#8217;s che si versò in un bicchiere, la bottiglia alzata si sciolse e si versò nel bicchiere divenendo liquido ambrato, non più di due dita.<br>Feci in tempo in un balzo a guardare la porta chiudersi, lanciandomi verso di essa per fermarla in tempo per infilarvi il braccio e vederlo tranciare tra lo stipite d&#8217;aria nulla e la porta e getti di sangue solo per metà attraversarla di lato e per metà colorarla di rosso subito prima di svegliarmi sul divano.<br>La proiezione dava i titoli di coda e attorno a me infiniti pappi dei pioppi stavano scendendo ed imbiancando il mondo, la casa, il bosco,&nbsp;scendendo lentamente e portando con se la mia mente come fossi io stesso parte di tutto questo scendere, di tutto questo cadere,&nbsp;pensai che avrei voluto bere un bicchiere di Ballantine&#8217;s, pensai che c&#8217;era stranamente freddo quasi come fosse neve a cadere, pensai che forse era ora di chiudere quella porta che forse era il momento di andarsene.&nbsp; Non vi era un confine tra la casa ed il bosco le pareti erano bosco e il bosco era bianco e le pareti erano bianche e tutto era bianco tranne il divano arancione al centro di questo universo e la porta.<br>Chiunque fosse Alice, mi sentii un coniglio.<br>Mi versai un bicchiere dal mobile accanto e mi avvicinai alla porta.<br>Posai la mano sulla porta e poco prima di muovere il braccio per spingerla allungai lo sguardo oltre.</p>
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		<title>Lettera d&#8217;amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2015 23:25:25 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Ricordo l&#8217;ultima volta che ti vidi, la penultima a dire il vero, ma l&#8217;ultima prima di quel momento.<br>Ti guardavo mentre mi sorridevi, ti guardavo come si guarda qualcuno che non si da per scontato non si perderà mai,<br>ti guardavo con l&#8217;aria distratta di quando si vede qualcuno ogni giorno, ogni istante.<br>Non potevo sapere che non ti avrei mai più rivista, che ti avrei rivista solo un&#8217;altra volta in uno stato ben diverso.<br>Non potevo comprendere l&#8217;amore che mi legava a te e il non avertelo mostrato ancora abbastanza,<br>ti osservai sorridermi e voltarti, allontanarti da me a passi lenti mentre lavavo i piatti, ti osservavo dalla finestra finché uscisti dal mio campo visivo e poi mai più ti vidi sorridere, mai più ti vidi voltarti con l&#8217;aria che solo tu avevi.<br>Ricordo il primo giorno che ti vidi, schiva e solitaria.<br>Bellissima, e schiva, e solitaria, e timida.<br>Ti scelsi subito perché eri tu che volevo, ti scelsi subito perché avvicinandomi non fuggisti, ti lasciasti dolcemente sfiorare, fu come cogliere un fiore, come cogliere tutta la bellezza di un mondo in una mano.<br>Ricordo i mesi che passammo assieme, la tua diffidenza crescere e calare, e scivolare come una vibrazione di un diapason prima forte ed instabile poi sempre più stabile e poi flebile in oscillazioni sempre minori, fino a quel giorno, quel sorriso.<br>Non da molto lasciavi che io sfiorassi il tuo intero corpo, che ti prendessi tra le mie braccia e baciassi ogni parte di te, non da molto avevi cominciato a cercarmi a mostrarmi quell&#8217;amore che avevo già compreso, intravisto, amato a mia volta, non da molto avevi iniziato a lasciarti amare quel giorno che fu l&#8217;ultimo.<br>Furono improvvise le urla dalla strada, inaspettate, stavo asciugandomi ancora le mani dai piatti, non avevo capito che quel sorriso, quel lieve tentennamento, quel girarsi a guardarmi e fermarti un secondo era il tuo modo di salutarmi, di lasciarmi una fotografia nella mente, eterna ed indelebile, non avevo capito che stavi dicendomi &#8220;Ecco&#8230; io vado&#8221; e che stavi andando davvero.<br>Furono improvvise le urla dalla strada, mi chiamavano, chiamavano il mio nome, ci misi un po&#8217; a capirlo a rendermi conto che all&#8217;improvviso tu non c&#8217;eri più, che ti avrei vista una sola volta ancora ma mai più sorridere, mai più camminare, mai più correre, mai più saltare.<br>Furono improvvise le urla di chi ti ha trovata accanto a tuo fratello che provava a salvarti rischiando a sua volta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ora non mi resta che il ricordo di te dopo anni, di come ad ogni goffo movimento ti uscisse un miagolio, di come rispondessi al tuo nome come ad un appello &#8220;io!&#8221; e tuo fratello che prima di allora era silenzioso che iniziò a miagolare e piangere come non mai, a far uscire un miagolio ad ogni goffo movimento, a ricordarmi ogni giorno di te, della tua bellezza, di quello che sei stata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Precipitevolissimevolmente scivolo nei meandri dei ricordi di te.</p>
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		<title>L&#039;Aquila aspetta il miracolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 01:14:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Primo Di Nicola Sfollati a quota 40 mila. Macerie ancora da rimuovere. Rischi inquinamento. È lungo l&#8217;elenco dei problemi irrisolti. A dieci mesi dal sisma Vigili al lavoro davanti al palazzo del Governo VIDEOINCHIESTA L&#8217;Aquila, l&#8217;emergenza continua La nomina a ministro annunciata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, una commossa lettera di addio agli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Primo Di Nicola</p>
<p><strong>Sfollati a quota 40 mila. Macerie ancora da rimuovere. Rischi inquinamento. È lungo l&#8217;elenco dei problemi irrisolti. A dieci mesi dal sisma</strong></p>
<div><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/eol/eol2/2010/02/11/jpg_2120860.jpg" border="0" alt="" /></div>
<p>Vigili al lavoro davanti al palazzo del Governo</p>
<p><strong>VIDEOINCHIESTA</strong> L&#8217;Aquila, l&#8217;emergenza continua<br />
La nomina a ministro annunciata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, una commossa lettera di addio agli abruzzesi su una pagina del &#8216;Centro&#8217;. Così Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, alla fine di gennaio ha passato le consegne al nuovo commissario per la ricostruzione, il presidente della Regione Gianni Chiodi e al suo vice, il sindaco dell&#8217;Aquila Massimo Cialente. Se ne è andato con la riconoscenza dei terremotati per il modo in cui la Protezione civile ha offerto i suoi generosi aiuti e l&#8217;orgoglio per quanto realizzato per avviare<span id="more-1391"></span> il rientro alla normalità, a cominciare dal Progetto Case (Complessi antisismici ecocompatibili ecocostenibili), oltre 180 edifici, per non parlare di qualche migliaio di Map, le casette in legno. In tutto, Bertolaso ha speso oltre 1 miliardo e mezzo di euro per assistere la popolazione e completare opere in grado di dare un tetto sicuro a oltre 20 mila persone. Un successo, insomma, anche se non sono solo rose. Nell&#8217;eredità che lascia a Chiodi ci sono anche problemi: il numero degli sfollati ancora in alberghi e case private; una situazione incandescente nei comuni fuori dal cratere del sisma; una città intasata di macerie; i guasti ambientali provocati dal Progetto Case.</p>
<p>La carica dei 40 mila Il problema più grande è senza dubbio quello degli sfollati aquilani. A oltre dieci mesi dal terremoto e nonostante le promesse del premier che aveva assicurato una casa per tutti entro il 31 dicembre, sono oltre 40 mila gli aquilani che continuano a vivere in hotel (6 mila), caserme (1.100), appartamenti lungo la costa (2.400) e soprattutto in autonoma sistemazione in case in affitto o altro (più di 31 mila). Come mai così tanta gente non è riuscita ad avere un nuovo alloggio o a rientrare nelle proprie abitazioni? La questione non è di poco conto visto che, a parte tutto il resto, assistere questa massa di sfollati costa tantissimo: un giorno in albergo vale fino 70 euro a persona, gli affitti arrivano a un massimo di 800 euro. Morale: dallo scorso aprile sono già stati spesi oltre 220 milioni per dare ospitalità agli aquilani. Certo, i terremotati da sistemare sono risultati tanti, oltre 70 mila, ma le ragioni per le quali ancora oggi circolano tutti questi sfollati, secondo Giustino Masciocco, assessore alle Politiche abitative del comune, &#8220;vanno fatte risalire alle stime sbagliate della Protezione civile sul fabbisogno delle abitazioni da costruire per coloro che avevano visto la propria distrutta dal sisma e nei ritardi con i quali si stanno riparando le case poco danneggiate&#8221;. Una tesi confermata da Cialente che definisce tutto ciò &#8220;la nostra Waterloo&#8221;. Cominciamo dall&#8217;errore di calcolo.</p>
<p>Conti in rosso Le cifre dicono chiaramente che rispetto ai 7.181 aventi diritto a uno degli alloggi del Progetto Case in quanto proprietari di abitazioni classificate E ed F (quelle distrutte e le altre inutilizzabili perché vicine ad altre pericolanti) la Protezione civile ne ha costruite solo 5.565, ben 1.616 in meno del necessario. Con il risultato che altrettanti nuclei familiari composti da single giovani e anziani o da coppie sono rimaste senza l&#8217;alloggio. Questo errore, a sentire il Comune, è stato determinato dal fatto che il primo censimento dei danni avviato da Bertolaso venne fatto trascurando la &#8216;zona rossa&#8217; del centro storico quasi completamente distrutta e lavorando sulla fascia della cinta urbana meno danneggiata. Questa circostanza, unita al fatto che spesso i fabbricati compresi nelle fredde statistiche non erano case monofamiliari ma condomini anche con più di 20 appartamenti, hanno favorito l&#8217;errore di stima che ha spinto Bertolaso a fine maggio a fare costruire soli 3.775 alloggi. A dire al verità, anche il Comune aveva avviato un suo screening basato sui dati dell&#8217;anagrafe che indicò in circa 12 mila i nuclei che potevano avere bisogno di nuove abitazioni. Ma Cialente, che pure racconta di avere portato queste stime a Bertolaso, non venne ascoltato. Così si è andati avanti nell&#8217;errore. Fino a metà agosto, quando alla Protezione civile sono arrivati i risultati di un altro censimento che fissava il numero delle famiglie con abitazione E ed F crollate o inutilizzabili in circa 13 mila. E di questi appunto 7.181 chiedevano l&#8217;alloggio del Progetto Case. Solo davanti all&#8217;evidenza di questi numeri Bertolaso si decide a rimediare ordinando la costruzione di altri 675 appartamenti, mentre Cialente chiede 1.600 Moduli abitativi provvisori (Map), le famose casette di legno, ottenendone però solo 1.115. Ma nemmeno questa accelerazione è sufficiente: all&#8217;appello continuano a mancare ancora 1.616 appartamenti per un totale di circa 2 mila persone che continuano ad alimentare l&#8217;esercito degli sfollati.</p>
<p>Avanti piano Ma la fetta più grossa dei 40 mila è senza dubbio quella costituita dagli abitanti meno danneggiati e le cui abitazioni sono state classificate B e C (le A sono quelle agibili), circa 15 mila case riguardanti 30 mila persone. Vista la lieve entità dei danni, riparabili in poche settimane, proprio la veloce sistemazione di queste abitazioni avrebbe dovuto favorire il rientro degli sfollati. Invece, gli interventi più leggeri si stanno rivelando una via Crucis visto che ancora all&#8217;inizio di febbraio pochissimi lavori sono partiti. Colpa del caos normativo provocato dai decreti del governo in materia di ricostruzione che ha spinto la gran parte dei terremotati a temporeggiare; della mancanza del prezzario della Regione Abruzzo varato solo a metà settembre; dei lenti controlli sulla regolarità delle pratiche; dell&#8217;allungamento dei termini per la presentazione delle richieste di contributo prorogati fino al 31gennaio. Un circolo vizioso che dovrebbe spezzarsi ora che Cialente dice di voler usare il pugno di ferro con l&#8217;obbligo di inizi lavori entro sette giorni dalla concessione del contributo pena la perdita dello stesso e di qualsiasi forma di assistenza. Un giro di vite che dovrebbe consentire al massimo entro il mese di agosto il rientro nelle case dei 40 mila sfollati aquilani.</p>
<p>Terremotati invisibili Sono quelli dei comuni fuori dal cosiddetto &#8216;cratere&#8217; del sisma dimenticati persino dalle statistiche della Protezione civile (nel suo sito non compaiono). Quanti siano esattamente nessuno lo sa. E già questo la dice lunga sulla delicatezza della questione. Una stima fatta dal consigliere regionale Giuseppe Di Pangrazio, fa ammontare a quasi 10 mila il loro numero. Si tratta di persone di paesi che ricadono dentro le province dell&#8217;Aquila, Teramo e Pescara. Solo a Sulmona ce ne sono quasi mille e vivono in albergo o ospiti in abitazioni di amici e parenti. Da questi sfollati &#8216;invisibili&#8217; si levano proteste per il diverso trattamento rispetto all&#8217;Aquila. Nel loro caso non è stata la Protezione civile a farsi carico dell&#8217;assistenza. A queste incombenze hanno dovuto pensare i comuni che, come Pratola, dallo Stato hanno avuto solo 250 mila euro, 100 mila dei quali per fronteggiare l&#8217;emergenza e i restanti per finanziare la ricostruzione dei fabbricati. Una miseria considerando che, a Pratola, le richieste di contributo sono state 150 con importi che quasi sempre superano i 40 mila euro. E non basta: avere il contributo non è semplice, occorre dimostrare la relazione tra il danno subito e il terremoto. Il che è facile solo a dirsi, vista la macchinosità dei controlli. La presidente della provincia Stefania Pezzopane chiede per questo &#8220;la cessazione della disparità di trattamento&#8221;. Anche per evitare il ripetersi di quello che è successo a Natale quando nello stesso albergo la Protezione civile ha consegnato pacchi dono ai terremotati dell&#8217;Aquila lasciando a mani vuote gli &#8216;invisibili&#8217;del cratere.</p>
<p>Un muro di macerie Tra quelli aperti lasciati in eredità dalla Protezione civile, secondo l&#8217;assessore alle politiche ambientali dell&#8217;Aquila Alfredo Moroni, quello delle macerie &#8220;è il problema dei problemi&#8221;. Nonostante un&#8217;intesa raggiunta con il comune nei mesi scorsi per risolvere lui la questione, Bertolaso ha passato le consegne lasciando per le vie del centro storico ancora chiuso circa 4 milioni di tonnellate di materiale frutto di crolli e demolizioni. E ora questa enorme massa impedisce la circolazione dei mezzi necessari ad avviare anche la minima riparazione degli immobili danneggiati, come a piazza S. Maria Paganica oppure nella storica via Cascina. La questione non è trascurabile: &#8220;Se non liberiamo le strade&#8221;, spiega Moroni, &#8220;non è possibile nemmeno avviare la ricostruzione&#8221;. Per questo Cialente aveva scritto a Bertolaso sollecitandolo ad allestire i siti necessari allo smaltimento dei rifiuti. Il sindaco aveva addirittura invocato l&#8217;impiego del Genio militare. Ma senza successo. Così oggi per la drammatica emergenza aquilana è in funzione un solo sito per lo smaltimento delle macerie, mentre altri due potrebbero essere allestiti a breve. Ad appesantire la situazione c&#8217;è poi la circostanza che la normativa in materia è particolarmente spinosa. E gli amministratori preferiscono procedere con i piedi di piombo per evitare guai giudiziari. Se comunque anche gli altri due impianti verranno aperti, con una spesa di 30 milioni di euro nel 2010 verranno rimosse 1 milione di tonnellate di detriti, quasi un terzo del totale. Ma occorre fare di più: con questo ritmo ci vorranno infatti tre anni per aprire le vie del centro storico ai mezzi necessari alla ricostruzione. Troppi.</p>
<p>Chi inquina di più L&#8217;emergenza del terremoto in Abruzzo si è aggiunta a un&#8217;altra, quella ambientale del fiume Aterno. A questo fiume il cui bacino è da sempre assediato dagli scarichi fuori norma di molti paesi e persino della facoltà di ingegneria ambientale dell&#8217;università dell&#8217;Aquila, la Protezione civile ha assestato un altro colpo con le fogne non depurate di alcuni insediamenti del Progetto Case: quelli di Assergi, Camarda e Paganica che vanno a inquinare l&#8217;affluente Vera; ma soprattutto quello di Bazzano, per il quale l&#8217;associazione Libera si appresta a scendere sul sentiero di guerra, completato in fretta e furia per consentire a Berlusconi di consegnarlo ai terremotati il 29 settembre, giorno del suo compleanno.</p>
<p>Il caso di Bazzano è singolare perché proprio al di sotto delle nuove case che ospitano circa 2 mila terremotati è in costruzione un depuratore voluto da Adriano Goio, commissario governativo per l&#8217;emergenza ambientale del fiume Aterno, per pulire gli scarichi dell&#8217;abitato preesistente. A causa dei ritardi dell&#8217;Enel, il depuratore non è però funzionante per mancanza di energia. Ciononostante, il consorzio Forcase incaricato da Bertolaso di realizzare le abitazioni dei terremotati ha iniziato a scaricare senza preavviso nella condotta del depuratore. Morale: Goio ha chiuso con dei palloni l&#8217;accesso all&#8217;impianto e solo per carità di patria, per non creare altri dispiaceri ai terremotati bisognosi di quegli alloggi, ha autorizzato il consorzio a scaricare la fogna direttamente nel fiume. Solo negli ultimi giorni Goio ha autorizzato la reimmissione della fogna nel depuratore, che però continua a non funzionare.<br />
(11 febbraio 2010)</p>
<h1><a href="https://lespresso.it/palazzo/2010/02/11/news/l-aquila-aspetta-il-miracolo-1.18749" target="_blank" rel="noopener noreferrer">FONTE</a></h1>
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		<title>Abruzzo&#8230; articoli interessanti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2009 23:32:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tre articoli interessanti&#8230; L&#8217;Aquila moribonda: un SOS all&#8217;Europa Siamo agli inizi del quinto mese dal rovinoso sbriciolamento díuna intera città e dalla fuga in massa dei suoi abitanti. Il motto più diffuso, variamente utilizzato in questa o quellíoccasione, è stato ìLíAquila feritaî. Dalle ferite si può guarire o, invece, morire per infezione: ed è purtroppo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tre articoli interessanti&#8230;</p>
<p><span style="font-weight: bold;">L&#8217;Aquila moribonda: un SOS all&#8217;Europa</span><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-weight: bold;"><br />
</span>Siamo agli inizi del quinto mese dal rovinoso sbriciolamento díuna intera città e dalla fuga in massa dei suoi abitanti. Il motto più diffuso, variamente utilizzato in questa o quellíoccasione, è stato ìLíAquila feritaî. Dalle ferite si può guarire o, invece, morire per infezione: ed è purtroppo questa seconda terribile ipotesi che sta consolidandosi sullo spettrale sfondo della città, la cui<span id="more-84"></span> fotografia attuale coincide ancora, combacia terribilmente con quella dei nerissimi secondi delle 3.32 (a parte marginali differenze, come la soffocante invasione delle erbacce).</p>
<p>Nel mio articolo Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (LíAquila bella mé) disponibile in rete sin dagli inizi di giugno, lanciavo líallarme per la salvezza del Centro storico dellíAquila a causa dei risibili fondi governativi stanziati, dei mancati puntellamenti alle costruzioni gravemente danneggiate dal sisma iniziale e dalle scosse successive, dei fortissimi ritardi nella rimozione delle macerie.</p>
<p>Da allora, la situazione è fortemente peggiorata, mentre ìi raggi solariî dello specchietto delle allodole per gli aquilani ñ rivelatisi ottime cavie per quasi tutti i massmedia televisivi e non, artefici di una martellante propaganda di regime tuttora in corso ñ, per líItalia e líEuropa intera, venivano concentrati sul cosiddetto piano C.A.S.E.</p>
<p>» di qualche giorno fa la diciottesima apparizione del sig. b. tra le macerie ancora arrossate, il quale con telecamera al seguito, si è ìarrampicatoî su due tetti della cementificata little town di Bazzano per farsi riprendere, orgoglioso e ridente (chíè ben altro dal sorridente) mentre scioglieva i nodi della bandiera italiana.<br />
Solo che i nodi reali, andatisi a posizionare sempre più numerosi e grandi, giorno dopo giorno, nellíaffamato ìpettine della veritàî, fanno purtroppo presagire una brutta fine per il capoluogo abruzzese ed una mortificante esistenza civile e culturale per i suoi sfortunati ex abitanti.</p>
<p>Mentre gli euro effettivamente disponibili per la semplice sopravvivenza quotidiana continuano sempre più a scarseggiare (chiedete ai circa 10.000 aquilani arrangiatisi alla meno peggio nel trovare una sistemazione autonoma fuori la loro amatissima città, quanti, dei previsti pacchi alimentari siano effettivamente arrivati sulle loro tavole), il sig. b. non finisce mai di stupire con le sue stravaganti affermazioni.</p>
<p>Così nello sceneggiato della fiction televisiva in corso di registrazione e che terminerà quasi certamente dopo le previste elezioni nella Provincia dellíAquila a Novembre, appariranno villette completamente arredate immerse nel verde; ci saranno poi lenzuola cifrate, frigoriferi pieni (compresi una torta gelato e lo spumante per brindare allíevento) e, udite udite, persino opere díarte.</p>
<p>E qui casca, anzi era già cascato líasino, con la fallimentare ìlista di nozzeî (pacchianeria delle parole quando sono usate in modo così improprio) stilata per i 44 monumenti adottabili da parte dei Capi di Stato e di Governo intervenuti al G8 dellíAquila (sui 350 milioni di euro necessari per il loro restauro, ne sono stati racimolati circa il 10% per 7 monumenti: gli euro mancanti chi li metterà? E i 50 milioni promessi dal ministro Bondi, sono stati forse già dirottati in altri più appetitosi bacini elettorali?).</p>
<p>Non è pertanto inopportuno rimembrare al sig. b. che la nobilissima Città dellíAquila fino alle 3.31 dello stramaledettisimo sisma, era Lei líìopera díarteî, o meglio un museo a cielo aperto costellato nelle immediate vicinanze da reperti archeologici di altissimo valore storico (Amiternum e Necropoli di Fossa) ed intra moenia da superbi monumenti religiosi (le chiese di S. Maria di Collemaggio, S. Bernardino, S. Silvestro, S. Pietro, S. Maria del Soccorso, S. Maria Paganica, S. Domenico, su tutte, ivi compresa la Chiesa del Suffragio o delle Anime Sante che dir si voglia, tanto osannata dai media internazionali) e civili (Fontana delle 99 Cannelle, Fortezza Spagnola, altre prodigiose piazze e fontane a non finire); Palazzi di altissimo pregio artistico vincolati dalla Soprintendenza (basta qui citare gli affreschi cinquecenteschi di ascendenza raffaellesca come era dato di vedere a Palazzo Farinosi- Branconio e al Casino Branconio o le altre preziose decorazioni di Palazzo Fibbioni), intriganti cortili rinascimentali, stupende facciate medioevali (Le Cancelle) e barocche (Palazzo Centi-Colella e Palazzo Ardinghelli). Alla vorticosa girandola si aggiungano vie, coste, vicoli presidiati dalla possenza di architetture i cui portali, bifore e stemmi gentilizi, erano la testimonianza più tangibile dei trascorsi aulici di questa invidiabile ed invidiata città (da Costa Masciarelli a Via Fortebraccio, da Via Roma e Via Sassa a Via di S. Martino, via S. Marciano e decine e decine di altre ancora).<br />
Né erano da meno (continuo ad usare il verbo al passato per sottolineare lo stato mortale díuna intera città distrutta e sinora completamente abbandonata alla sua triste sorte) altre emergenze architettoniche ed artistiche presenti nelle frazioni e nei comuni più vicini (tra le altre, le Chiese di S. Vittorino, S. Giusta a Bazzano e S. Maria ad Cryptas a Fossa, con i suoi duecenteschi affreschi del Giudizio Universale, collocati dallo storico Ferdinando Bologna ai vertici dellíarte in Italia del periodo).</p>
<p>Allíinterno dei preziosi scrigni sino a qui elencati e degli altri sottaciuti, era tutto un fiorire di opere díarte autentiche e non già della prevedibile paccottiglia preannunciata per le little towns (opere díarte documentate nel ìbombardatoî, inagibile Museo Nazionale díAbruzzo, dallíepoca romana ai giorni nostri), quali sculture, pitture, orificeria, paramenti sacri, ecc. Per non parlare poi, sempre in ambito culturale, dei codici miniati o, tra i primi incunaboli italiani, de Le Vite Parallele di Plutarco stampato nel 1482 a LíAquila dallíallievo del Gutenberg Adamo de Rotweill.</p>
<p>Per la reale salvaguardia e tutela dellíinestimabile patrimonio distrutto o sfregiato dalla catastrofe, e per richiamare líattenzione dellíopinione pubblica europea e mondiale, sempre in quellíarticolo lanciavo líidea-pilota dellíadozione da parte degli aquilani e degli abruzzesi antagonisti, dellíunitaria parola díordine LíAQUILA CITTAí DíEUROPA / LíAQUILA PATRIMONIO DELLíUMANITAí E DELLíUNESCO (questa seconda frase è stata recentemente rilanciata con successo dal prof. Sabatini).</p>
<p>Già ho motivato le ragioni ed il perché di LíAQUILA CITTAí DíEUROPA. Vale comunque la pena di aggiungere che le ramificate, robuste radici europee della città federiciana sono rinvenibili nelle numerose opere díarte di soggetto sacro e profano realizzate da artisti non italiani quasi tutti operanti in città nei secolo scorsi, variamenti presenti nelle prestigiose collezioni del Museo Nazionale díAbruzzo. Attorno alle stesse, con la collaborazione degli Istituti Italiani di Cultura allíestero, delle ambasciate e dei consolati, potrebbero aggregarsi, oltre ad una mostra itinerante nelle ìcittà gemellabiliî (da Parigi e Londra, a Amsterdam, Bruxelles, Vienna, Budapest, Praga, Madrid, ecc.), una serie di iniziative culturali attivabili dalle Soprintendenze abruzzesi, dallíArchivio di Stato, dalla Biblioteca Provinciale dellíAquila e dalle varie Istituzioni culturali, saldando ovviamente la rilettura storica della città con la tragica cronaca sismica (proiezione di cortometraggi, mostre fotografiche, presentazione di libri, seminari ecc.). Detto in altre parole, se si vuole avere la solidarietà dellíEuropa intera ben al di là delle stringenti ed irrisolte problematiche finanziarie, occorrerà far sentire ai cittadini continentali, che líAquila moribonda è una loro strettissima parente da accudire e da curare con ogni riguardo.</p>
<p>Esaminiamo gli antichi, ma riattualizzabili legami di ìsangue culturaleî. Mi limito a citare alcuni di questi artisti ed opere: il monumentale dipinto LíAnnunciazione datato e firmato (Aloysius Finsonius belga brugensis [di Bruges, n.d.a.] 1612) deceduto ad Amsterdam nel 1617; Il Calvario di Rinaldo Fiammingo; la Madonna con bambino e Santi, líAdorazione dei Magi e la Presentazione al tempio di Aert Mytens (Bruxelles 1541- Roma 1602); Sacra famiglia, databile 1532, dellíolandeseVermejn Jan Cornelisz; i vari dipinti di Carlo Ruther (il celestino Padre Andrea), ivi comprese le sei tele salvate recentemente nella Basilica di S. Maria di Collemaggio, nato a Danzica nel 1630 e morto forse a LíAquila durante il terremoto del 1703 e, ancora, altre opere dellíaustriaco Pietro Alemanno (1440-1489), di Pierre Subleyras, pittore e incisore nato a Saint-Gilles du Gard nel 1699, ecc.ecc.</p>
<p>Altri capolavori ancora, legati in un modo o nellíaltro alla storia della città, come i due dipinti di Raffaello Sanzio Doppio Ritratto (ora al Louvre di Parigi) e La Visitazione (già nella Chiesa di S. Silvestro a LíAquila, ed ora al Museo del Prado di Madrid) ñ scaturiti dalla fraterna amicizia tra líurbinate ed il cubiculario aquilano Giovan Battista Branconioñ ; o ancora, la vasta iconografia legata alla figura di S. Giovanni da Capestrano (dallíomonimo pulpito nella Chiesa di S. Stefano a Vienna, al monumento dedicatogli a Budapest o al suo ritratto su tavola datato 1452 ed a firma di Tommaso Burgkmair, ora alla Galleria Nazionale di Praga); per continuare, con il disegno della Madonna di Loreto, dellíartista cinquecentesco aquilano Pompeo Cesura (ora nelle Collezioni reali di Windsor), hanno tutto il potenziale culturale per far venire alla luce il vero volto dellíAquila, così brutalmente profanato più che dal terremoto, dalle indigeste trovate e trovatine del sig. b. e dei suoi fidi vassalli.</p>
<p>Non è difficile immaginare le prossime mosse propagandistiche del suddetto sig. b. strategicamente legate allo slogan ìEntro dicembre 30.000 cittadini dellíAquila avranno un tettoî. Ammesso e non concesso che ciò si verifichi, conosce il sig. b. la reale consistenza numerica dei suoi abitanti? Ai fasulli conteggi ìdella servaî ne mancano circa 40.000: quale ingrato destino sarà loro riservato dal 1 gennaio 2010? E se anche gli esclusi fossero solo qualche migliaio (senza più tetto o tenda, forse precari rifugiati civili nelle camere díalbergo), cosa cambierà della loro indicibile sofferenza già patita e di quella a venire?</p>
<p>Intento gli uomini, le donne ed i bambini in carne ed ossa ospitati nelle tendopoli-lager della Protezione civile saranno stati nel corso di ben otto-nove mesi, prima congelati (aprile-maggio), poi infradiciati (giugno), quindi arrostiti (luglio-agosto-metà settembre), di nuovo congelati (ottobre-dicembre), e tutto ciò con le scosse sismiche ìin corso díoperaî: casette o non casette, siano esse provvisorie o definitive, in legno e/o in cemento, cíè veramente di che piangere!</p>
<p>Antonio Gasbarrini<br />
<a href="https://www.abruzzo24ore.tv/news/L-Aquila-moribonda-un-SOS-all-Europa/12250.htm">Fonte Abruzzo24ore</a></p>
<p><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-weight: bold;">Terremoto, proteste a L&#8217;Aquila: ´Si specula</span><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-weight: bold;">sugli affitti, 350 euro a settimanaª</span></p>
<p>L&#8217;AQUILA (8 agosto) &#8211; Sit-in di protesta, all&#8217;Aquila, coordinato dall&#8217;associazione Casa Pound Italia, per contestare le speculazioni sugli affitti immobiliari. I manifestanti, una cinquantina circa, si sono riuniti nella piazza di Coppito, frazione dell&#8217;Aquila.<br />
´Fino a 350 euro a settimana per un appartamentoª. ´Abbiamo scelto questo posto &#8211; ha spiegato Simone Laurenzi, dell&#8217;Associazione Casa Pound &#8211; perché in questo quartiere, secondo le denunce di alcuni quotidiani, ci sono stati molti casi di speculazione immobiliare, con affitti che hanno superato i 350 euro a settimana per un appartamentoª. Casa Pound Italia ´pretende che si stabilisca un prezzo massimo da non superare anziché foraggiare gli speculatori con i soldi dello Statoª.</p>
<p>Mantini (Udc): Berlusconi chieda scusa agli aquilani. ´Berlusconi non offenda, con proclami populisti, la dignità e la pazienza dei cittadini del terremotoª dice il deputato dell&#8217;Udc, Pierluigi Mantini, commentando quanto detto dal premier Berlusconi sulle nuove case che verranno consegnate in Abruzzo. ´Da aquilano colpito dal terremoto &#8211; aggiunge &#8211; ricordo al premier che noi i prati, i fiori e gli alberi ad alto fusto già li abbiamo e non certo per merito suo. Anzi, se ne stanno distruggendo molti e non sempre a ragione. I nanetti nei giardini se li può senz&#8217;altro risparmiare, per le lenzuola cifrate siamo in grado di provvedere mentre la torta gliela offriamo noi se la smette di dire stupidaggini sulla pelle dei terremotati che non sono affatto in crociera ma sotto le tende o sfollati con molte preoccupazioni e ben poca contentezzaª.</p>
<p>´L&#8217;Aquila &#8211; conclude &#8211; non è una succursale di Villa Certosa, il premier recuperi la serietà dell&#8217;uomo di Stato e chieda scusa agli aquilani per queste affermazioni provocatorie e irriguardose. I problemi della ricostruzione sono seri, complessi e in larga misura irrisoltaª.</p>
<p><span style="font-weight: bold;"><a href="https://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/">Fonte: Il Messaggero</a></span></p>
<p><span style="font-weight: bold;">L&#8217;Aquila, 5.000 fuori dagli alberghi</span><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-weight: bold;">stop assistenza se la casa è agibile</span><br style="font-weight: bold;" /><br />
L&#8217;AQUILA &#8211; Da oggi, per cinquemila aquilani l&#8217;albergo è vietato. Dovranno lasciarlo immediatamente. Entro questa sera, tutti i terremotati con la casa agibile (classificata con la lettera A) dovranno uscire dagli hotel. L&#8217;ordine è arrivato dalla Protezione Civile che ha deciso di metter fine all&#8217;assistenza gratuita per tutte quelle famiglie che hanno disatteso altre simili ordinanze emesse in precedenza dal sindaco dell&#8217;Aquila Massimo Cialente.</p>
<p>Potranno, invece, passare il ferragosto e anche buona parte di settembre ancora in albergo, gli altri 25 mila aquilani con la casa completamente distrutta o con danni rilevanti. Mentre altri 30 mila rimarranno in tenda, almeno fino ai primi di ottobre. La Protezione civile ha demandato alla Guardia di Finanza i controlli relativi al rispetto di questa ordinanza. Gli alberghi saranno perlustrati per verificare che l&#8217;aut-aut venga rispettato.</p>
<p>Sul fronte della ricostruzione, invece, un problema rimane: non c&#8217;è posto per tutti nelle nuove case &#8220;provvisorie&#8221; volute dal Governo, quelle che serviranno per sistemare gli sfollati nell&#8217;attesa che L&#8217;Aquila venga ricostruita. E per questo motivo, gli alloggi saranno assegnati con un punteggio, in base ad una classifica. Infatti, le richieste abitative da parte delle famiglie sfollate &#8211; secondo una stima del Comune dell&#8217;Aquila &#8211; sono oltre quindicimila, mentre gli appartamenti previsti dal piano pubblico appena quattromila.</p>
<p>Così l&#8217;amministrazione locale ha avuto dalla Protezione Civile il compito di scegliere quali saranno gli inquilini delle diciannove aree in costruzione, e sulla cui realizzazione il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha assicurato di vigilare per tutta l&#8217;estate.<br />
&#8220;Un compito ingrato&#8221; assicurano dalla giunta municipale &#8220;perché si tratta di stendere una classifica dei terremotati&#8221;. E quasi undicimila famiglie saranno escluse. Non avranno, invece, diritto all&#8217;alloggio gli aquilani che hanno un&#8217;abitazione agibile o coloro ai quali la Protezione Civile sta già pagando l&#8217;affitto altrove. Niente case anche a chi ha costruito un manufatto temporaneo (casa di legno). Previsti incentivi anche per gli studenti universitari.</p>
<p>Intanto, procedono a ritmo serrato i lavori nei cantieri degli alloggi provvisori. Alcuni giorni fa, sono state aggiudicate le commesse per gli arredi per un valore di 14 milioni di euro. La fornitura prevede per singolo appartamento: lavastoviglie, televisore, colonna frigo con congelatore, cuscini e tutti i mobili necessari a rendere perfettamente efficace la dotazione di ognuno degli oltre quattromila appartamenti.</p>
<p>Oggi a questi cantieri ha fatto visita il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, accompagnato dal ministro Roberto Calderoni e dal vice-ministro Roberto Castelli. Bossi ha al termine del mini-tour nei siti in costruzione ha sottolineato che &#8220;la ricostruzione procede spedita, che molto si sta facendo per questa città e che gli aquilani devono avere pazienza&#8221;.</p>
<p><span style="font-weight: bold;"><a href="https://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/terremoto-abruzzo/albergo-vietato/albergo-vietato.html">Fonte La Repubblica</a></span></p>
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		<title>Ho imparato a sognare.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 19:24:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho imparato a sognare, e a rincorrere i sogni. Ho imparato a sognare e non smetterò mai più. Ho Imparato A Sognare -Negrita- Ho imparato a sognare, che non ero bambino che non ero neanche un&#8217; età Quando un giorno di scuola mi durava una vita e il mio mondo finiva un po là Tra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="story_comment">Ho imparato a sognare, e a rincorrere i sogni.<br />
Ho imparato a sognare e non smetterò mai più.</span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/rj3T-ZFpsSA&amp;hl=it&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p><span style="font-weight: bold;">Ho Imparato A Sognare</span><br />
<span style="font-style: italic;">-Negrita-</span></p>
<p>Ho imparato a sognare,<br />
che non<span id="more-148"></span> ero bambino<br />
che non ero neanche un&#8217; età<br />
Quando un giorno di scuola<br />
mi durava una vita<br />
e il mio mondo finiva un po là<br />
Tra quel prete palloso<br />
che ci dava da fare<br />
e il pallone che andava<br />
come fosse a motore<br />
C&#8217;era chi era incapace a sognare<br />
e chi sognava già<br />
Ho imparato a sognare<br />
e ho iniziato a sperare<br />
che chi c&#8217;ha avere avrà<br />
ho imparato a sognare<br />
quando un sogno è un cannone,<br />
che se sogni<br />
ne ammazzi metà<br />
Quando inizi a capire<br />
che sei solo e in mutande<br />
quando inizi a capire<br />
che tutto è più grande<br />
C&#8217; era chi era incapace a sognare<br />
e chi sognava già</p>
<p>Tra una botta che prendo<br />
e una botta che dò<br />
tra un amico che perdo<br />
e un amico che avrò<br />
che se cado una volta<br />
una volta cadrò<br />
e da terra, da lì m&#8217;alzerò</p>
<p>C&#8217;è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò</p>
<p>Ho imparato a sognare,<br />
quando inizi a scoprire<br />
che ogni sogno<br />
ti porta più in là<br />
cavalcando aquiloni,<br />
oltre muri e confini<br />
ho imparato a sognare da là<br />
Quando tutte le scuse,<br />
per giocare son buone<br />
quando tutta la vita<br />
è una bella canzone<br />
C&#8217;era chi era incapace a sognare<br />
e chi sognava già</p>
<p>Tra una botta che prendo<br />
e una botta che dò<br />
tra un amico che perdo<br />
e un amico che avrò<br />
che se cado una volta<br />
una volta cadrò<br />
e da terra, da lì m&#8217;alzerò</p>
<p>C&#8217;è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Inizi</title>
		<link>https://www.staipa.it/blog/inizio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Nov 2008 04:18:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un fuoco. Iniziò tutto lì? Un fuoco? O forse prima, si tra le costruzioni, rialzate, tende, tavoli. Corde e legno, legature e sostegni. Pochi sguardi. Intesa. Non servì molto altro che due parole, una battuta uno sguardo, sfuggente uno sguardo di simpatia uno sguardo di interesse uno sguardo di intesa uno sguardo di complicità e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un fuoco.<br />
Iniziò tutto lì?<br />
Un fuoco?<br />
O forse prima, si<br />
tra le costruzioni,<br />
rialzate, tende, tavoli.<br />
Corde e<span id="more-185"></span> legno,<br />
legature e sostegni.</p>
<p>Pochi sguardi.</p>
<p>Intesa.</p>
<p>Non servì molto altro che due parole, una battuta<br />
uno sguardo, sfuggente<br />
uno sguardo di simpatia<br />
uno sguardo di interesse<br />
uno sguardo di intesa<br />
uno sguardo di complicità<br />
e tutto divenne clandestino.</p>
<p>Ricordi confusi nel tempo,<br />
istanti confusi come vecchi disegni in grafite sporcati, sbavati, strisciati.</p>
<p>Li guardo ancora ed ancora</p>
<p>una parte è viva,<br />
intonsa come appena disegnata,<br />
scolpita:<br />
il tuo sguardo, il tuo sorriso.<br />
Lì.<br />
Immobili come allora.<br />
E da quell&#8217;immagine si diramano ancora altre immagini,<br />
torna il fuoco, il cerchio, la complicità, l&#8217;intesa,<br />
l&#8217;interesse, la simpatia, lo sguardo sfuggente a rincorrersi per istanti qua e là.</p>
<p>Tu sai, io so, io so, tu sai,<br />
e nessun&#8217;altro ancora<br />
nessuno.</p>
<p>Sono passati anni ed anni sono tornati<br />
l&#8217;emozione intonsa come i tratti d&#8217;un disegno appena fatto,<br />
l&#8217;emozione e la poesia, pienezza disarmante.<br />
Lo sapevi sarei tornato prima o poi,<br />
lo sapevo.<br />
Nel frattempo rincorsi il tuo sogno in altri sguardi, in altri volti.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Complicità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Sep 2008 14:58:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dal Vecchio Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano]]></category>
		<category><![CDATA[addio]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Anni]]></category>
		<category><![CDATA[Bluvertigo]]></category>
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					<description><![CDATA[Complicità&#8230; ho da poco acquistato il nuovo CD Live dei Bluvertigo , preludio al loro ritorno sulle scene spero con un album all&#8217;altezza di precedenti. Beh credo che il loro brano a cui sono più legato sia complicità. Ricordo ancora quando Lei ed io ci allontanammo, un giorno freddo di anni fa, in luogo che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Complicità&#8230;<br />
ho da poco acquistato il nuovo CD Live dei <a href="https://www.youtube.com/user/bluvertigoofficial?hl=it&amp;gl=IT&amp;cbrd=1&amp;ucbcb=1">Bluvertigo</a> , preludio al loro ritorno sulle scene spero con un album all&#8217;altezza di precedenti.<br />
Beh credo che il loro brano a cui sono più legato sia complicità.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/ANg21F50wMU&amp;hl=it&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>Ricordo ancora quando Lei ed io ci allontanammo,<span id="more-241"></span> un giorno freddo di anni fa, in luogo che era così Nostro, così intimo, così privato e che oramai non è più tale, sporco dall&#8217;inciviltà di studenti e pazienti e barboni.<br />
Addio.<br />
Addio per sempre nel gelido freddo, gelido il tempo, gelido io, gelida lei che passeggiava raccogliendo un fiore, guardandosi intorno, parlando lentamente mentre ascoltavo. Il mio finale &#8220;Addio&#8221;.<br />
Allontanarsi, salire in macchina ed andare. Andare dove, poi?<br />
Andare perché?<br />
Andare.<br />
Lontano, non importa.<br />
E poi un richiamo, come un sussurro nel vento.<br />
Dove sei? Dove sei?<br />
E scendere dalla macchina quando ormai ero lontano da quel luogo, e camminare verso qualcosa che credevo di sapere, o speravo o mi illudevo o&#8230; era lì.<br />
E un bacio lento, lieve, lungo.<br />
Il primo. Il primo di tanti.<br />
E salire ancora su quell&#8217;auto, e lo stereo che canta &#8220;Complicità&#8221; dei Bluvertigo.<br />
&#8220;Ma&#8230; sei diventato romantico? Ascolti anche questa musica?&#8221;<br />
&#8220;No, lo sono sempre stato, vedrai&#8221;<br />
E così iniziò un qualcosa di indefinitamente lungo che ancora vive e trascina seppur non più nell&#8217;amore, che vive e cammina vicino, distante.<br />
Cammina.<br />
Ci ha dato tanto, ci da tanto, che che ne dica il mondo.</p>
]]></content:encoded>
					
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