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	<title>mani Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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	<title>mani Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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		<title>Fare l&#8217;amore con la scrittura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Aug 2017 10:17:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.-Cesare Pavese- Ho sempre creato un legame nella mia mente tra la scrittura e altri tipi di piacere, in particolare l&#8217;orgasmo (ne ho già scritto). Nel [&#8230;]]]></description>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L&#8217;unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.<br>-Cesare Pavese-</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Ho sempre creato un legame nella mia mente tra la scrittura e altri tipi di piacere, in particolare l&#8217;orgasmo (<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">ne ho già scritto</a>). Nel tempo ogni cosa evolve, cresce matura. Crescono tutte di pari passo con l&#8217;esperienza. Quando paragonavo il piacere della scrittura all&#8217;orgasmo non conoscevo a fondo nessuna delle due, erano le prime esperienze i primi momenti, le prime cose brevi ed intense. Fossero scritte o provate. Nella vita ci sono momenti in cui il desiderio più forte è quello di provare nuove cose, diverse l&#8217;una dall&#8217;altra, bruciare come lampi o fuochi fatui in una forma di bulimia compulsiva. Scrivevo cose brevi, racconti, poesie, frasi che oggi si definiscono <em>aforismi</em> ma che per me erano sunti di concetti che avrei voluto utilizzare più avanti. Giravo sempre con un Moleskine in tasca ed una penna. Appuntavo e godevo d&#8217;istante, distante dal mondo. Poi quelle rincorse gli impeti, i desideri si acquietano. Credo sia stata così una delle chiavi che hanno definito il mio smettere di scrivere, il mio perdere capacità di emozionarmi, di emozionare, di creare mondi, di vivere nel mondo reale.<br>Aridità.<br>Poi un giorno o l&#8217;altro si arriva ad uno di quei punti in cui si deve scegliere. Ho finito? Ho finito davvero o mi sono solo infilato nel vicolo sbagliato? Il muro che mi trovo di fronte è solamente l&#8217;ennesimo fallimento, il più grande, o c&#8217;è da qualche parte una strada che non ho percorso? Che ho lasciato indietro, qualcosa di intentato. Che cosa voglio davvero?<br>La gioia è quella di cominciare, sì, ma ambire ad un termine veloce è la cosa che uccide. Il bello è cominciare ogni giorno, interrogarsi e scegliere ogni giorno. Ogni istante può essere un inizio, anche sullo stesso progetto, nello stesso mondo, con la stessa persona. Scrivere un romanzo, rimetterci le mani dopo tanto tempo è come amare la stessa persona ancora ed ancora dopo tanto tempo. Non è più il piacere dell&#8217;orgasmo fine a se stesso, della prima volta. Diventa l&#8217;emozione profonda di conoscere dove mettere le mani, di conoscere dove lasciarsi trasportare e dove prendere le redini del discorso, dove provare ad esplorare nuovi orizzonti e dove invece siano già stati esplorati. Ogni singolo giorno, ogni singola parola, ogni singolo pensiero escono con una naturalezza che non sono quelle dei primi giorni, senza quella paura folle di sbagliare, ma con il desiderio di approfondire, di crescere, di avanzare. Non sei più tu a creare ma il tutto cresce con te e tu con il tutto. Bisogna scegliere di abbandonare strade, di riprenderne altre, di creare nuovi spazi e di chiuderne di vecchi, bisogna saper osare con la consapevolezza che si può sbagliare e tornare indietro e riprovare e crescere ancora. Arrivi a conoscere ogni personaggio, ogni situazione, ogni parte di quel corpo che stai toccando e a stupirti ogni volta di più di quanto invece tu non li conosca, di quanto tu non possa averne un reale controllo. Infine è quando hai il coraggio di lasciartene travolgere, di lasciare che sia tutto il resto a guidare le tue mani e non le tue mani a guidare tutto il resto che hai compreso il piacere. L&#8217;essere parte col mondo.<br>È quando trovi ciò che ti scatena questi pensieri, una storia, un&#8217;idea, una persona che è il momento di cominciare, di scegliere di cominciare quel romanzo. Non importa dove può portarti perché la vita è iniziare e percorrere una strada, per tutto il resto c&#8217;è tempo. Se non fosse questo tanto varrebbe morire.</p>
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		<title>Era musica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Aug 2017 17:13:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Era musica. Non avei potuto non reagire a quel modo. Era musica. Sentivo le note attraversarmi le vene, una ad una minime semiminime e pause rimbalzarmi dentro. Le sentivo entrare dalle dita, dalle braccia, dalle schiena sotto le tue mani, dall&#8217;odore della tua pelle dai capelli a sfiorarmi il viso. Note come di una sinfonia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Era musica.<br />
Non avei potuto non reagire a quel modo.<br />
Era musica.</p>
<p style="text-align: right;">Sentivo le note attraversarmi le vene, una ad una<br />
minime semiminime e pause rimbalzarmi dentro.<br />
Le sentivo entrare dalle dita, dalle braccia,<br />
dalle schiena sotto le tue mani,<br />
dall&#8217;odore della tua pelle<br />
dai capelli a sfiorarmi il viso.<br />
Note come di una sinfonia a più voci.</p>
<p style="text-align: right;">Avvolto in un vortice sono rimasto immobile,<br />
indeciso se<span id="more-4493"></span> staccarmi o restare<br />
se restare immobile o rispondere ai tuoi gesti<br />
se esserne terrorizzato o lasciarmi scivolare.</p>
<p style="text-align: right;">Come sentire da bimbo per la prima volta Mozart,<br />
privo degli strumenti per comprenderlo sentirsi attraversare,<br />
incapace di distinguerne i suoni,<br />
incapace di separarne le parti,<br />
lasciarsi attraversare da tutto questo &#8220;troppo&#8221;</p>
<p style="text-align: right;">Desiderarne ancora.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Come cambierà la mia vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 May 2017 19:28:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ci sono persone che riescono a farti odiare le cose che ami di più, rivolgerle e sconvolgerle di inettitudine, incapaci neppure di rendersi conto della propria incapacità e di essere un danno per chi li circonda, convinte di salvare il mondo che stanno prendendo a calci nel culo fino farti capire che il mondo è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono persone che riescono a farti odiare le cose che ami di più, rivolgerle e sconvolgerle di inettitudine, incapaci neppure di rendersi conto della propria incapacità e di essere un danno per chi li circonda, convinte di salvare il mondo che stanno prendendo a calci nel culo fino farti capire che il mondo è degli inetti e che per chi ha una testa non c&#8217;è luogo.<br />
Ci sono persone che riescono a farti amare le cose che odi di più, a spingerti a credere che l&#8217;impossibile non esiste, che è l&#8217;impegno a rivoltare il mondo, cambiarlo, farlo progredire, che i limiti sono fatti per essere superati che nel mondo sono gli inetti che<span id="more-4421"></span> rimarranno indietro e quelli che non ci credono, quelli che non si lanciano.<br />
Ci sono persone che con la loro immobilità, il non esporsi, il non dire, il rimanere immobili su posizioni, il rifuggire ogni discussione accesa spengono gli animi. Immobili inamovibili ti convincono che il mondo è nelle mani di chi non si lascia muovere, di chi non prende posizione perché non può perdere, perché alla fine gli altri attorno si stancheranno.<br />
Poi ci sei tu. Ci sono io. Navigando tra tutto, tra questo e quello consapevole che troppe cose nel mondo dipendono dagli altri per poter essere autonomi, che per quanto tu possa essere forte, deciso, preparato finirai per scontrarti sempre con la realtà di chi può prevedere le tue mosse. Di chi può conoscere il perché, di chi vuole poter scegliere anche nella vita degli altri. C&#8217;è sempre, in definitiva, qualcuno che prenderà parte alla tua decisione perché sopra di te, accanto, o in mezzo alla decisione.<br />
Lancerò monete.<br />
Lancerò monete come un folle per scegliere. Lancerò monete.<br />
Ma non saranno monete, sceglierebbero loro, sceglierebbe un pezzo di metallo che ruota.<br />
Cambierà così la mia vita. Ogni aspetto, ogni istante, mi volto e scelgo.<br />
Cambierà così, in un caotico movimento neutrale.</p>
<p>Un caotico<br />
neutrale</p>
<p>mo vi men t o</p>
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		<title>La tua bellezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 May 2017 12:36:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Osservo la tua bellezza nella mia mente. Ricordo di te come tre punti verdi. I tuoi occhi, grandi, curiosi, vividi e luminosi osservarmi. E un pendaglio. Mi torna in mente -in lampi improvvisi- la tua bellezza semplice. Innotabile perfezione nascosta in un mondo di figure irrealistiche. Timida e nascosta inconsapevole, quasi come ti sentissi inadatta. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Osservo la tua bellezza<br />
nella mia mente.<br />
Ricordo di te come tre punti verdi.<br />
I tuoi occhi, grandi, curiosi, vividi e luminosi osservarmi.<br />
E un pendaglio.<br />
Mi torna in mente -in lampi improvvisi- la tua bellezza semplice.<br />
Innotabile perfezione nascosta in un mondo di figure irrealistiche.<br />
Timida e nascosta inconsapevole,<span id="more-4402"></span> quasi come ti sentissi inadatta.<br />
Mi torna in mente il tuo modo di muovere le mani imbarazzato.<br />
I tuoi polsi.<br />
Il fisico minuto appena coperto da un maglioncino casto,<br />
gli occhiali grandi così grandi da non nasconderti.<br />
Ti appoggiavi a me. E fuggivi. E tornavi. E fuggivi.<br />
Da lontano mi hai visto osservarti, lo so perché io ho visto te osservarmi.</p>
<p style="text-align: right;">Ma era un altro mondo, un&#8217;altra realtà,<br />
non importa se fosse più reale questo o quello.<br />
Era un altro mondo.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Arrivederci.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Apr 2017 17:19:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In questi ultimi mesi questo bLog è stato un esperimento sociale e tecnico. Un bell&#8217;esperimento. Ho avuto modo di testare vari stili di scrittura dove per testare intendo sia nello scrivere sia nelle reazioni di chi legge. Ho visto come far ripartire il giro dai pochi lettori dello scorso anno ai numerosi che ora lo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In questi ultimi mesi questo bLog è stato un esperimento sociale e tecnico. Un bell&#8217;esperimento. Ho avuto modo di testare vari stili di scrittura dove per testare intendo sia nello scrivere sia nelle reazioni di chi legge. Ho visto come far ripartire il giro dai pochi lettori dello scorso anno ai numerosi che ora lo leggono regolarmente fino a picchi impensabili più di dieci volte superiori al suo standard con l&#8217;uso di titoli e tematiche ad oc. Ho conosciuto perfino qualche persona nuova che leggendolo mi ha interpellato non per chiedere ma per ringraziare o dare un&#8217;opinione. Pareri preziosi. Certo come di consueto ho incontrato anche chi insiste a interpretare dieci minuti dopo avergli detto di non farlo e ad incazzarsi per futili motivi ma a questo ormai sono abituato da anni.<br />
In tutto questo breve percorso ho imparato molto, più da chi mi ha letto che da cosa ho scritto, più dal parere di poche persone che dallo scrivere per me stesso.<br />
Una di queste recentemente, almeno considerato che mentre sto scrivendo è passata da poco la metà di marzo, colpita da uno dei racconti mi ha parlato di sé, e poi mi ha parlato di me in maniera che mi ha tuffato indietro in un mondo da cui provengo e che mi ha reso ciò che sono. &#8220;Leggerti è come guardare dalla vetrina di una pasticceria. Vedo pasticcini stupendi e buonissimi, ma<span id="more-4356"></span> io li vorrei mordere, vorrei addentarli non restare fuori a guardarli. Quando tu scrivi a volte sei così, non ti lasci andare, e quando lo fai, quando ti sporchi allora è magnifico&#8221;. Non sono le sue esatte parole ma sono sicuro che non ne avrà a male perché sono molto simili e ammetto di non ricordare quelle esatte. Lo stesso giorno, poche ore prima a dire il vero, lo stesso parere ma con parole più tecniche e meno poetiche lo avevo ricevuto da qualcuno che in qualche modo potrebbe avere in mano il mio futuro. Lo stesso parere, latente inafferrabile nascosto incompreso, lo aveva il mio inconscio quando rileggeva quello su cui sto lavorando da un anno e mezzo, ma non riuscivo ad afferrarlo. Oggi ripensando a tutto questo ho iniziato a sentire respirando, nel palato, dentro infilato tra il palato ed il naso, dove si incastrano gli odori o il catarro lieve di quando il raffreddore sta finendo, ho iniziato a sentire lì. Sentivo l&#8217;odore ferroso del di dentro di una persona. Sentivo attorno le labbra seccarsi il suo di dentro e attorno alla lingua quel legamento come di colla morbida, lo sentivo tra le dita, allargandole le sentivo lisce e scivolose e collose e morbide. Sentivo quella sensazione che perduta nel tempo rievocava il passato. Ero caduto come lanciandomi a braccia aperte all&#8217;indietro sul telo di vigili del fuoco. Nel passato da cui sono arrivato.<br />
Ho sentito le mie mani sporche del suo di dentro di tanti anni fa quando riuscivo ad entrarvi, aprire, entrarvi, scavare, entrarvi e sporcarmi le mani e la bocca e tutta la faccia e gioire come un matto di tutto quello che vi trovavo. Sporcarmi le mani.<br />
Sono stato come un falco negli ultimi tempi. Un falco dalla vista buona in grado di cogliere ogni dettaglio, il grado di elaborarlo, in grado di proporlo e riproporlo ma come un falco lo facevo dall&#8217;alto. Un falco che poi invece di infilare la testa le zampe e il collo nel corpo, nel sangue, nel di dentro della propria vittima, tornava nella sua gabbia a nutrirsi del mangime. Senza provare le emozioni reali. Credevo di sporcarle quelle mani ma nel luogo sbagliato, io luoghi che mi permettevano comunque di non sporcarle con la realtà. Questo è accaduto nel mio scrivere e non solo, ed era divenuto normalità.<br />
Questo ho imparato.<br />
Ci sono decine di cose davanti ancora da scrivere, da fare, da vivere, racconti iniziati e pagine da scrivere ogni dove, progetti. Non mi fermo qui, ma mi fermo qui. Per un po&#8217;.<br />
Mi piace l&#8217;idea di aver appena scritto della dipendenza da scrittura e mi piace l&#8217;idea di contraddirmi smettendo apparentemente di farlo. Ma non smetterò.<br />
Ora devo dedicarmi ad un progetto più grande, più ampio, più lungo, più sporco, più vivo. Tornerò ancora qui, un po&#8217; più di rado probabilmente. Forse già domani o tra un mese.<br />
Ora devo dedicarmi ad un progetto più grande in cui credo. Poi si vedrà.<br />
Arrivederci a presto, e grazie a chi in questi mesi mi ha seguito ancora, grazie a chi continuerà a seguirmi nei prossimi e grazie a chi ha avuto la delicatezza e la forza di parlarmi.</p>
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		<title>Una società incapace di comprendere il suicidio e la droga</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2017 21:48:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In questi giorni si è fatto un tanto parlare di un ragazzino che denunciato dalla madre per uso di sostanze stupefacenti si è buttato dalla finestra durante la perquisizione delle forze dell&#8217;ordine. Ci ho pensato parecchio, ci ho pensato perché conosco ragazzini che fumano, ci ho pensato perché anche come capo scout tutto questo deve [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni si è fatto un tanto parlare di un ragazzino che denunciato dalla madre per uso di sostanze stupefacenti si è buttato dalla finestra durante la perquisizione delle forze dell&#8217;ordine. Ci ho pensato parecchio, ci ho pensato perché conosco ragazzini che fumano, ci ho pensato perché anche come capo scout tutto questo deve interessarmi, ci ho pensato perché mi sembra tutto sbagliato. Tutti i discorsi che ne sono nati. Sia chi accusa la madre di poco tatto per il quale lui si sarebbe suicidato, sia per chi dice impugna il vessillo di &#8220;liberalizziamola&#8221; dicendo che se fosse libera non sarebbe accaduto, chi dice che i ragazzi non dovrebbero fumare, chi dice che dovrebbero essere liberi di farlo che non fa male. Nessuno si interroga su perché il ragazzo si sia suicidato. La verità, credo, è che il motivo per cui quel ragazzo si è suicidato è perché tutti si limitano a chiedersi cosa sia accaduto quel giorno.<br />
Premesso che nessuno di noi lettori di giornali, o fruitori di telegiornali avrà mai sufficienti informazioni per sapere che cosa sia accaduto, come fosse la vita di quella famiglia e il passato di quel ragazzo io coglierei l&#8217;occasione per non fare nessuno schieramento né a favore né contro di nulla, ne dell&#8217;uso o liberalizzazione delle droghe, né del comportamento corretto o scorretto della madre o delle forze dell&#8217;ordine o di altro. Di strumentalizzazioni, spesso becere, ne sono state fatte abbastanza.<br />
La verità, e ne sono piuttosto convinto, è che nessuno si suicida per una situazione. Nessuno si suicida per la vergogna di essere stato beccato con le mani nella marmellata, come nessuno si suicida per essere stato lasciato dalla donna o per aver perso il lavoro, ma i media, noi osservatori esterni ogni volta che accade ci chiediamo cosa fosse successo negli ultimi dieci minuti, forse nell&#8217;ultima giornata. No.<br />
Nessuno a meno che sia estremamente stupido si suicida in un giorno. Il suicidio è qualcosa che la persona medita, pensa, costruisce e riflette in mesi, anni, forse tutta la propria esistenza. Il suicidio accade quando una persona si trova ad essere completamente <span id="more-4253"></span>isolata dalla società che lo circonda, e non isolata nel senso che nessuno gli parla ma che da un lato nessuno lo comprende dall&#8217;altro la persona non riesce a trovare il corretto modo di esprimersi e farsi comprendere. Accade quando i ponti delle comunicazioni con l&#8217;esterno sono ormai da troppo tempo recisi, quando si perde la speranza di ricostruirne. Se qualcuno si uccide per essere stato trovato con le mani nella marmellata è stata solo la goccia che ha fatto traboccare un gigantesco vaso grande come il mare. Sarebbe potuto accadere il giorno dopo per qualcos&#8217;altro, o il giorno dopo ancora, ma non è quella la causa scatenante. Non lo è mai. Proprio il fatto che la società veda il suicidio in questo modo paradossalmente è una delle cause del suicidio perché ancora una volta dimostra, a chi è ancora vivo e ci sta pensando, come il senso di essere incompreso dagli altri abbia un fondamento.<br />
E la droga? La droga cosa c&#8217;entra in tutto questo? La droga è la stessa cosa. Una forma di suicidio controllato mal interpretato dalla società. Le persone hanno paura che uno spinello porti alle droghe pesanti, ma non è questo il reale nesso logico. Quasi certamente le droghe pesanti per arrivare passano dallo spinello, sì, è normale provare prima qualcosa di <em>semplice</em> prima di <em>rischiare troppo</em>, ma il nesso logico è un altro. Non è lo spinello a portare alla droga pesante quanto non è l&#8217;essere scoperto che porta al suicidio, a portare alle droghe pesanti è lo stesso genere di malessere, di incomunicabilità, di insoddisfazione, di bisogno di fuga che porta al desiderio di morire, solo con alcune differenze come la paura di morire, la speranza che possa essere un momento di passaggio o altre cose simili. Non è vietando il fumo che si eviterà l&#8217;eroina, non è essendo accondiscendenti che si eviterà il suicidio è amando la persona, dandogli modo di fare esperienze che riempiano la vita e non il tempo vuoto, è migliorando la vita a trecentosessanta gradi che si può evitarli, non pensando agli ultimi dieci minuti in cui ci si ha litigato. Non significa sia facile, non significa che ci sia un metodo per farlo ma finché pensiamo che uno si faccia di eroina perché si era fatto uno spinello o che si suicidi perché ha litigato con qualcuno sicuramente stiamo guardando nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.<br />
Di persone che si sono fatti spinelli per provare e non sono diventate tossicodipendenti c&#8217;è pieno il mondo, e qual&#8217;è il vero discriminante se non tutto il resto della loro vita? La soddisfazione, la noia, l&#8217;amore delle persone care, la realizzazione personale. Non lo spinello, non il litigio, non la punizione ma tutto il resto.<br />
Finché la società non capirà questo continuerà a guardare dalla parte sbagliata, a non capire, a non risolvere.</p>
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		<title>Il mago di Oz (La porta del paese delle meraviglie – Sequel)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2017 23:19:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Fu sul tragitto di quella strada, su quei mattoni gialli che affrontai infine il destino che attendevo. Fu quando scoprii il mago dietro al telo, quando dietro al telo scoprii lo specchio che mostrava il mago. Mi scoprii con un cilindro in mano, mi scoprii con una mano nel cilindro, ma non c&#8217;era pubblico a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Fu sul tragitto di quella strada,<br />
su quei mattoni gialli che affrontai infine il destino che attendevo.<br />
Fu quando scoprii il mago dietro al telo,<br />
quando dietro al telo scoprii lo specchio che mostrava il mago.</p>
<p style="text-align: right;">Mi scoprii con un cilindro in mano,<br />
mi scoprii con una mano nel cilindro,<br />
ma non c&#8217;era pubblico a cui mostrarlo.</p>
<p style="text-align: right;">Mi scoprii il mago,<br />
e il pubblico,<br />
e tutto,<br />
e nulla.</p>
<p style="text-align: right;">Tirai fuori la mano ma il coniglio era già fuggito.<br />
Tirai fuori la mano e trovai un orologio rotto.<br />
Il pubblico non applaudì.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Le sfiorò le mani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jan 2017 17:48:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Era una serata come un&#8217;altra, come mille o come nessuna. Attorno le auto in movimento erano poche, finite le feste la gente era ormai stufa di andare in centro ed era il momento giusto per frequentarlo prima che alla gente tornasse la smania degli acquisti grazie ai saldi. Era in piedi, era ormai il momento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Era una serata come un&#8217;altra, come mille o come nessuna. Attorno le auto in movimento erano poche, finite le feste la gente era ormai stufa di andare in centro ed era il momento giusto per frequentarlo prima che alla gente tornasse la smania degli acquisti grazie ai saldi.<br />
Era in piedi, era ormai il momento di salutare gli amici dopo una serata piacevole seppur breve, s&#8217;era parlato di ogni cosa, di forse e di ma e di certo e di altro ed ancora. Una serata come altre. Di fronte a lui a ridere e parlare un vecchio amico, e due nuove e la distanza frapposta della novità, del non essere nella zona di confort seppure confortato da una situazione piacevole.</p>
<p><em>Lui le sfiorò le mani. Voleva sentire solo la consistenza di quei guanti di pelle morbida e niente altro. Lui le sfiorò le mani e mentre le sfiorava le mani il mio sguardo cadde su quelle quattro mani, sulle due a stringere le altre due, e sullo sguardo di lui. Rideva con assoluto candore, guardando quelle mani e non lo sguardo che stava poco dietro. Quello sguardo si fece un&#8217;istante serio, o forse fu una mia impressione. Si fece serio il mio indubbiamente, involontariamente mentre dentro di me qualcosa di caldo si scioglieva dalle pareti alte del mio interno precipitando improvvisamente verso il basso come in un vortice che non riuscivo a comprendere.<br />
</em></p>
<p>La ragazza voltò lo sguardo verso di lui e parve un&#8217;istante accorgersi di cosa accadeva nella sua mente. Un&#8217;istante prima che la strada si inclinasse. Mentre la strada si piegava in un imbuto i palazzi attorno si alzavano e le macchine parcheggiate cominciavano a muoversi verso di loro, tutto divenne in qualche modo liquido e mentre cadevano sembravano fondersi in un unico nulla di unico gorgo nero. Tutto attorno a lui era improvvisamente scomparso. O apparso. Quando aprì gli occhi viaggiava su<span id="more-4116"></span> di un treno. Gli parve di averlo aspettato secoli quel treno. Di fronte a lui seduta una donna, aveva lunghi capelli neri con dei riflessi rossi di hennè, il suo viso era rilassato e dolce, gli occhi grandi, le sopracciglia curate ed un piccolo piercing a luce nell&#8217;incavo del naso. Era in sovrappeso ma nascondeva molto bene la cosa valorizzando con vestiario le parti migliori. Si sarebbe detta una madre ideale. Al di sotto del mento un taglio netto le aveva aperto il collo in una linea dritta da una parte all&#8217;altra e lei aveva continuato a sorridere nonostante. Le braccia erano stese aperte con le mani appoggiate ai sedili accanto come per alzarsi, le dita spiegate ed allargate. Il sangue aveva smesso di uscire da un po&#8217; ed aveva sporcato tutto lo scompartimento. Il ragazzo riusciva a vedersi dallo specchio sopra la testa di lei e da quello vedeva lo specchio dietro di sé. Si guardò il corpo, non vi era alcuna traccia di sangue, e pur sedendosi sul sedile sporco non si sporcava. Aveva in mano un bisturi però. Questo sì, sporco di sangue.<br />
Si allontanò dallo scompartimento con calma camminando nel corridoio, aveva lasciato la porta scorrevole aperta e camminando guardava stancamente come tutti gli altri posti fossero vuoti. Camminò fino all&#8217;ultimo vagone senza incontrare anima viva o morta che fosse. Aveva ancora il bisturi in mano, lo osservò. Il sangue era secco, il sangue stesso nello scompartimento era secco seppure il colore fosse vivido e forte come fosse stato nuovo.<br />
Il treno era in movimento ma all&#8217;esterno il mondo non sembrava più reale di un film i cui fondali fossero disegnati malamente e gli pareva continuassero a ripetersi, ripetersi, ripetersi incessantemente. Provò ad aprire un portellone e non accadde nulla, provò a tirare il freno di emergenza e di nuovo non accadde nulla.<br />
Appoggiò la lama al proprio collo e spinse con forza. Un getto nero uscì inondando a schizzi l&#8217;ambiente circostante, una quantità enorme e troppo scura di liquido lo avvolse e tutto divenne nero, il liquidò gli entrò in bocca soffocandolo, nei polmoni, dentro al corpo e si fissò dentro all&#8217;interno come attaccato a pareti di una grotta.</p>
<p>&#8220;Bene, allora noi andiamo, dai magari la prossima volta ci si vede per un aperitivo, no?&#8221; disse l&#8217;altra ragazza, quella senza i guanti di pelle.<br />
&#8220;Sì, potrebbe essere.&#8221; rispose lui.<br />
Un&#8217;auto li illuminò un&#8217;istante con i fari mentre passava lì accanto. I tre si allontanarono e solo quando rimase solo premette il tasto sulla chiave, salì in macchina e l&#8217;avviò per tornare a casa.</p>
<p>
<a href='https://www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/10-Aria.mp3'>Aria</a>
</p>
<p><a href="https://myspace.com/alcheramusic">Alchera Myspace</a></p>
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		<title>Immemori battaglie pt5: -lampo-</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2016 23:25:21 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è lo sparare l&#8217;atto principe dell&#8217;azione, è solo la conseguenza. Tutto l&#8217;insieme dell&#8217;atto è soprattutto nella respirazione e nell&#8217;attesa. Un susseguirsi di momenti in cui riempi i tuoi polmoni, stabilizzi il corpo e attendi un susseguirsi di istanti che sarebbero quelli sbagliati. Dal puntare al momento in cui premerai il grilletto passano solo pochi secondi di inspirazione, attesa, stabilizzazione della mira. Poi arriva l&#8217;istante esatto, subito dopo è troppo tardi. La mano incomincerà a tremare, il peso dell&#8217;arma a pesare, il cuore accelererà pompando il sangue e non potrai fare altro che abbassare l&#8217;arma e ricominciare un nuovo ciclo.<br />
Il nemico è là, in fondo alla canna del mio fucile, allineato al mirino, poco più in basso per bilanciare la curva della traiettoria lunga. Il vento è calato in questa notte fredda e lo vedo mentre mi cerca col lo sguardo. Il colpo che ha appena sparato gli ha fatto perdere il punto, o forse non si era accorto fossimo in due quando ha ucciso il mio compagno.<br />
Passano nella mia mente infinite cose mentre inizio ad inspirare l&#8217;aria nei miei polmoni, passano i nomi degli uomini di cui ricordo il volto nella morte, passa l&#8217;impressione di essere già stato a questo punto come in un dejavu, mi sembra anche di ricordare come sia andata a finire ma il ricordo si ferma un&#8217;istante prima di arrivare alla mia mente cosciente. Non riesco a farlo.<br />
Un tempo ero stato spietato, e non mi occorreva pensare, i movimenti immediati in una successione unica erano oliati di anni di esercizio e non serviva ragionare, le mie mani non tremavano neppure sotto la più grande pressione ma questa volta sto involontariamente lasciando al nemico il tempo di armarsi di nuovo e di puntarmi. So che se vedrò un lampo avrò ancora solo il tempo di premere il grilletto prima di sentire il colpo addosso e poi il botto, e non avrei il tempo di sapere dove sia finito il mio proiettile ma so anche che non avrò una seconda possibilità.<br />
Potrei nascondermi ed aspettare che vengano a prenderci tutti.<br />
Potrei urlare e svegliare i miei e nella loro agitazione prendere quello zaino e fuggire evitando forse i loro spari alla schiena.<br />
Potrei invece essere uomo ed uccidere il cecchino prima di svegliare i miei e fare il mio lavoro.<br />
&#8220;Quindi hai deciso?&#8221; mi rimbomba nella testa la voce.<br />
Mi sento come quando hai il terrore dei cani e c&#8217;è un cane dall&#8217;altra parte della ringhiera, quando sai che non potrà farti male ma hai il desiderio forte di fuggire lo stesso, quando hai le spalle al muro e sai che ormai è tardi per fuggire e che l&#8217;unica cosa che puoi fare è affrontare quella paura. Non temo l&#8217;uomo che ho di fronte, ne la sua pallottola, ne la morte. Temo di fallire la mia missione, non quella di questi uomini, non quella per cui sono vestito in questo modo, ma la mia missione, quella per cui sono nato.<br />
Ho il ricordo fisso di avere già usato questa metafora, o forse è solo un ricordo di quando da piccolo provavo il terrore per i cani per colpa di quel bastardo che mi ha morso.<br />
Il fucile di quell&#8217;uomo è puntato verso di me ora. Ora so che non avrò un altro tentativo, ne la scelta di fuggire. Conta solo chi dei due avrà per primo le mani ferme.<br />
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.” mi rimbomba nella testa la voce.<br />
Sento il cane abbaiare e qualcuno recita i nomi delle persone che ho lasciato indietro, sembra la voce del biondo, nella mia testa. Solo nella mia testa.<br />
Quanto sarà passato, tre secondi? Non è ancora il momento, non lo è ancora, la mano trema sotto il peso del feticcio, la mano trema come a sostenere un peso che va al di là di quello di questo fucile, la mano trema. Non è ancora il momento.<br />
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; ancora nomi, credevo fossero meno, credevo di aver lasciato meno persone dietro.<br />
Abbai di cane rabbioso. Nella mia testa. Nella mia testa.<br />
Questo è il -lampo- momento.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt4: Spari?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Nov 2016 17:35:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Puzzi di grappa Baffo.&#8221; Nessuna risposta. &#8220;Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!&#8221; Nessuna risposta. &#8220;Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?&#8221; si stava alterando. &#8220;Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.&#8221; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Puzzi di grappa Baffo.&#8221;<br />
Nessuna risposta.<br />
&#8220;Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!&#8221;<br />
Nessuna risposta.<br />
&#8220;Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?&#8221; si stava alterando.<br />
&#8220;Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.&#8221; Baffo sembrava realmente dispiaciuto e altrettanto dispiaciuta parve la risposta di Biondo.<br />
&#8220;Lo so, qui beviamo tutti, non c&#8217;è modo di sopravvivere a questo senza bere ma non mi piace affatto come ti stai comportando, sembri bloccato, in panico, e lo sembri da giorni. Allunga un braccio in avanti.&#8221;<br />
Baffo allungò in avanti il braccio, la sua mano tremava. Lui rimase in silenzio.<br />
&#8220;Ti rendi conto che tu sei probabilmente il miglior tiratore tra di noi? Non spari un colpo da giorni, forse da settimane&#8221; Biondo stava osservando Baffo con uno sguardo grave, parlava a bassa voce. &#8220;La mia sopravvivenza, quella di tutti gli uomini che abbiamo attorno dipende anche da te. Credi non mi sia accorto che punti il fucile assieme agli altri e poi non spari? Che le uniche volte che lo fai spari volutamente fuori bersaglio?&#8221; Baffo guardava in basso, in silenzio. Osservava le proprie mani tremare e provava con scarso impegno a concentrarsi per fermarle.<br />
Attorno il vento fischiava nella notte, era una notte umida e fredda, folate di neve entravano nella trincea e gli uomini non di guardia cercavano inutilmente di dormire.<br />
&#8220;Credi che io possa fare la differenza?&#8221; disse Baffo, guardava lo zaino pronto con la coda dell&#8217;occhio.<br />
&#8220;Tu credi di no? Credi che potresti prendere quello zaino e fuggire? Ci sei in mezzo ormai. Ci sei in mezzo con tutte le scarpe, ci sei in mezzo con tutta la vita. Se provi a scappare qualcuno ti sparerà alla schiena come disertore. Non sarò certo io, sia chiaro ma qualcuno di certo se ne occuperà. E lo stesso potrebbe accadere quando qualcun&#8217;altro si accorgerà che hai smesso di sparare. Il tuo cibo è il cibo di tutti, la tua acqua l&#8217;acqua di tutti, le tue munizioni le munizioni di tutti. Non puoi sprecarle e startene seduto qui in attesa che qualcosa accada. Se attendi la morte tanto vale indossare ora quello zaino e fuggire, almeno ti sparerebbe qualcuno di noi e non attireresti l&#8217;attenzione del nemico.&#8221;<br />
Baffo rimase in silenzio di nuovo, guardò lo zaino senza nascondersi, poi strinse le mani, ne sfilò il feticcio ed iniziò a farlo ruotare tra le dita. Aveva incontrato un uomo che faceva lo stesso con una pallottola ed ipnotizzava la gente ma lui era in grado solo di ipnotizzare se stesso.<br />
&#8220;Siamo di guardia, io e te&#8221; continuò Biondo, &#8220;io e te e nessun&#8217;altro. Cosa pensi accada se ci attaccano e tu non spari, se te ne stai lì immobile in silenzio mentre arrivano e ci massacrano tutti? Se puoi fare la differenza? Puoi far si che tutti questi uomini vivano o muoiano. Ognuno di loro, ognuno di noi può fare la differenza ogni istante, e non sai chi la farà, quando la farà. Siate pronti. Non è questo che ci hanno ripetuto mille volte? Siate pronti. Lo hanno detto a me, lo hanno detto a te, lo hanno detto ad ognuno di questi uomini. Tu non puoi salvare te stesso, sono loro che ti salveranno e loro, ognuno di loro non può salvare se stesso senza l&#8217;aiuto degli altri. Credi possa mai uno solo di noi sopravvivere da solo?&#8221;<br />
Baffo rimase ancora in silenzio, scosse leggermente la testa mentre si toccava la camicia sulla tasca, sul cuore. Aveva rimesso il feticcio al suo posto ma subito dopo tornò a toccarlo e ancora se ne allontanò come un fumatore che avesse aperto il pacchetto anche se aveva deciso di smettere.<br />
&#8220;Baffo. Davvero. Pensi di farcela? Credi di essere in grado di riprenderti prima che sia troppo tardi?&#8221;<br />
&#8220;Non lo so.&#8221; rispose Baffo. &#8220;Non lo so.&#8221;<br />
Un istante prima del botto Baffo fece in tempo a vedere un lampo e a sentire un fischio ed un rumore sordo come di un cocomero colpito da un martello. Il lampo era alle spalle di Biondo, poi arrivò il botto e quasi contemporaneamente pezzi mollicci e caldi gli arrivarono sul volto e sulla tasca, e altrove. Fece in tempo a vedere un buco nella faccia di Biondo, un buco nero che aveva portato via una parte del naso e si univa all&#8217;orbita di un occhio non più presente.<br />
Si alzò urlando e puntò il fucile nella direzione da cui aveva visto il lampo.<br />
&#8220;Maledetto! Ti ammazzo!&#8221; fu il suo grido. Solo nella testa.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt3: Lettere e notti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Nov 2016 23:08:22 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Succede in notti come queste, notti subito prima o subito dopo di una battaglia, notti insonni, che accade. Dovresti pensare a fare un briefing per il giorno successivo o un debriefing del precedente ma non importa. Non ci riusciresti comunque. E forse è la grappa che hai buttato giù per non pensarci o il manto stesso della notte, del silenzio attorno mentre il mondo sembra scomparso e così lontano ma le inibizioni se ne sono andate, resti solo con te stesso e con i demoni che questa guerra avrebbe dovuto esorcizzare, i demoni da cui volevi scappare il giorno in cui hai iniziato questa strada ti osservano e ti ruotano attorno. Osservi il tuo zaino. Sai che è pronto, non ti serve neppure controllarlo. Sai che è pronto per fuggire al primo cenno di pericolo eppure lo hai scelto. Lo hai scelto tu questo percorso, hai scelto tu di lottare per questa causa, hai scelto tu di andare verso la gloria o la morte. Guardi anche il fucile del tuo compagno e lo carezzi, vorresti puntartelo sul mento e premere quel cazzo di grilletto, sarebbe una fuga così semplice, così veloce eppure non sei uomo neppure per andartene così.<br />
Ci sono cose che hai deciso non avresti mai più detto, persone a cui avevi deciso non le avresti più dette eppure la notte, o forse quel sorso di grappa&#8230; era solo un sorso, non abbastanza ma ti ritrovi con un foglio in mano ed una penna e stai scrivendo parole che vorresti dire, vivere qualcosa che per esplicito ti è stato chiesto di non vivere, ed allora prendi un altro po&#8217; di grappa, lo versi su quel foglio e poco prima di dargli fuoco ti rendi conto che qualcuno da lontano potrebbe vederlo, avresti potuto attirare il nemico. Ti tendi conto che ciò che hai scritto non solo è vero, ma resta indelebile nelle tue mani. Così asciughi il foglio e lo riponi nella tasca della camicia, la tasca sul cuore. Domani puzzerai ancora di grappa e ti daranno dell&#8217;alcolizzato e non potrai dire quanto vicino alla morte sei stato, quanto vicini alla morte tu abbia portato i tuoi compagni, annuirai e dirai solo &#8220;Sì.&#8221; pensando che forse hai un nuovo feticcio perché non ne bastava uno, non bastava quello che incessantemente ti fai ruotare tra le mani, non bastava il cazzo di feticcio che ti ricorda ogni giorno perché sei lì, perché sei finito i quel mondo, non ti bastava.<br />
Ed è ora di infilarsi nel sacco a pelo, forse è la volta che ti si chiuderanno gli occhi.<br />
Forse è la volta che i tuoi occhi si chiuderanno. O si apriranno forse.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt2: &#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2016 23:26:18 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221;<br />
La persona da cui proveniva la voce lo stava guardando con aria interrogativa dall&#8217;altra parte di una scrivania. Lui era immobile, nel suo completo elegante leggermente stropicciato.<br />
&#8220;Sì, non è stata chiara la mia risposta?&#8221;<br />
Sembrava stupito del sentire nuovamente chiedere in merito alla decisione, era molto sudato ma apparentemente era come se qualunque fatica avesse fatto fosse relegata al di fuori di quella stanza, in una specie di oblio di cose dimenticate.<br />
&#8220;Ricordi cosa hai risposto poco fa?&#8221; disse la persona dall&#8217;altra parte della scrivania.<br />
&#8220;Certo ho detto che&#8230;&#8221; il volto dell&#8217;uomo si rabbuiò qualche istante. &#8220;Ho detto che&#8230;&#8221; Una vena gli si gonfiò sulla fronte, pulsava mentre si copriva il volto con le mani scuotendo la testa.<br />
&#8220;Cazzo.&#8221; aggiunse. &#8220;Non avevo detto questo, solo pochi istanti fa ero certo del contrario! Ero sicuro che la decisione più sensata fosse&#8230;&#8221;<br />
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; ripeté nuovamente l&#8217;altra persona.<br />
L&#8217;uomo alzò la faccia dai palmi delle mani poco prima di urlare &#8220;Che cazzo mi avete dato da bere?&#8221;<br />
&#8220;Nulla.&#8221; rispose la persona di fronte con tutta la calma del mondo.<br />
La vena dell&#8217;uomo continuò a pulsare mentre lui rimaneva in silenzio.<br />
Passarono alcuni minuti.<br />
&#8220;Allora respirare, qualcosa? Qualche siero della verità?&#8221;<br />
&#8220;Sei sicuro che sia questa la verità? Che sia la tua risposta definitiva?&#8221;<br />
&#8220;Cazzo. No. Non è un siero della verità, non lo è perché la verità sarebbe una ed una soltanto, non è un cazzo di siero della verità, cosa mi avete dato?&#8221;<br />
&#8220;Non ti ho dato nulla. Quello che sta accadendo sta accadendo solo grazie alla tua mente, a ciò che tu pensi. Ma non hai ricevuto nessuna sostanza ne da me ne da nessun altro.&#8221; La voce era assolutamente calma e rilassata, forse parlava leggermente a rilento &#8220;Ora è il momento di prendere una decisione, non c&#8217;è più tempo. Vuoi combattere o arrenderti? Ci credi ancora nonostante tutto o hai deciso che sia il momento di lasciarti andare?&#8221;<br />
&#8220;Sei tu a controllare la mia mente. Sei tu che devi avere qualche potere, qualche cosa. Mi stai manipolando con le cose che dici&#8221; l&#8217;uomo sembrava agitarsi sempre di più, il pulsare della vena pareva volerla fare esplodere e le gocce di sudore avevano ripreso a scendere copiose. &#8220;Parli in maniera melliflua e mi fai cambiare idea, mi fai sragionare.&#8221; batté il pugno sul tavolo.<br />
&#8220;Quindi? Qual&#8217;è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.&#8221;<br />
&#8220;Fanculo! Non credo di potercela fare! Mi è già stato detto che non ha senso, che non c&#8217;è speranza, che non c&#8217;è modo di affrontare quella battaglia, chi mi fa fare di lottare per qualcosa che non può che portare alla distruzione?&#8221;<br />
&#8220;Il tempo sta per scadere, sarà qualcun&#8217;altro a decidere per te.&#8221;<br />
L&#8217;uomo rimase in silenzio, i suoi occhi si muovevano velocemente in tutte le direzioni, cercava un appiglio, una certezza ma la stanza era vuota, non vi erano finestre e non si vedevano gli spigoli delle pareti. Tutto era di un bianco abbacinante tranne la sedia su cui era seduto, la scrivania e la sedia su cui era seduto il suo interlocutore. Vestito a sua volta di bianco.<br />
All&#8217;esterno, qualunque cosa fosse l&#8217;esterno vi erano voci di persone, chiacchiere, risate.Cercava di isolarne le voci e di capire se qualcuno potesse comunicare con lui. A volte gli pareva di riconoscerne qualcuna, forse erano ricordi. Una frase gli ruotava in testa, gli pareva di vederla scritta, non aveva mai sentito una frase così pesante, schiacciante, pregna di responsabilità. La battaglia forse stava tutta in quella frase, il senso della battaglia, della sua vita stessa stava forse in quella frase e in niente altro. Era il peso che lo portava a cedere e la forza che lo portava a lottare. Allo stesso tempo.<br />
Il ticchettio di un orologio segnava il tempo ed evidenziava il silenzio di quel luogo mentre la persona di fronte a lui lo fissava senza proferire parola.<br />
Passarono ancora alcuni secondi che parvero ore.<br />
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; disse l&#8217;uomo.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt1: La fine.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2016 16:52:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sembrava quello il giorno. Dietro di me una vita di scontri, di lotte. Davanti finalmente l&#8217;obbiettivo di una vita, di molte vite. Troppe. Lì, in tutta la sua mirabile essenza. Di fronte a me. Ebbi il tempo di fermarmi ad osservarne l&#8217;intera figura e ricordare. Non ero in grado di fare l&#8217;elenco di tutti gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sembrava quello il giorno.<br />
Dietro di me una vita di scontri, di lotte. Davanti finalmente l&#8217;obbiettivo di una vita, di molte vite. Troppe. Lì, in tutta la sua mirabile essenza. Di fronte a me.<br />
Ebbi il tempo di fermarmi ad osservarne l&#8217;intera figura e ricordare. Non ero in grado di fare l&#8217;elenco di tutti gli uomini, gli amici, che avevo lasciato dietro alle spalle. Delle vite perdute nell&#8217;obbiettivo comune di raggiungere questo che ora stavo osservando. Ci provai, provai a ricordare i volti ma mi apparivano distorti, con le bocche aperte o le teste esplose, nei miei ricordi stessi riconoscevo corpi da medagliette o dettagli che ricordiamo solo delle persone importanti. Innumerevoli persone importanti. Ero rimasto solo. L&#8217;ultimo era morto pochi giorni prima parandosi di fronte a me un istante prima che qualcosa mi colpisse e venendone colpito al mio posto.<br />
Ho sempre odiato tutto questo, ho sempre odiato le battaglie e uccidere, ammazzare. Avrei potuto dire che avrei dato l&#8217;anima per non farlo ma era evidente non fosse così. Alla fine io stesso avevo strappato vite, lo avevo fatto di nemici valorosi e di amici, perché lì in mezzo alla fine sei sempre solo, lo sei anche quando accanto a te c&#8217;è la persona che ami di più forse. Ma su questo ero fortunato: l&#8217;amore mi era stato strappato tanto tempo prima, mi era stato strappato il giorno in cui era iniziato tutto. Il giorno in cui avevo smesso di avere qualcosa da perdere. Probabilmente è stata questa la mia forza, il motivo della mia assenza di paura: non avere nulla da perdere.<br />
E a quel punto mancava solo un ultimo passo da affrontare. Portavo ancora quel feticcio, da un lato lucido come nuovo e dall&#8217;altro rovinato e distrutto quel giorno. Trascinato sull&#8217;asfalto. Mi ricordava il bene ed il male, un po&#8217; come una mia versione dello yin e dello yang, molto più prosaica, mi ricordava perché ero in quel campo, quanto di quello che avevo dietro era distrutto e quanto forse il poco che rimaneva davanti fosse la cosa che poteva più somigliare alla luce.<br />
La solitudine. L&#8217;aver perso ogni cosa, ogni anima affine, ogni persona della propria vita è una sensazione che ognuno dovrebbe provare. Vivere morti in vita. Non per un giorno, ne per cento, ma per anni dovrebbe essere simulato nella testa di ognuno perché possa capire quanto di bello sta ignorando perché possa imparare ad avere qualcosa per cui lottare pur non avendo nulla da perdere. Non lo provano in molti, per lo più non vi si avvicinano neppure o avvicinandovisi cadono inesorabilmente. Io ero un sopravvissuto, i corpi esplosi, crivellati, morti che chiamavo amici nella mia testa erano invece caduti.<br />
Ero lì. Finalmente. Pronto a&#8230; a cosa? All&#8217;ultimo attacco. O alla resa. O alla pace. O alla morte. Davanti a me c&#8217;era quello per cui da quel giorno avevo iniziato a lottare facendo a pezzi la mia vita con le mine, accoltellandomi pezzi dell&#8217;anima e ricostruendo ogni giorno meticolosamente curandomi da solo le ferite.<br />
Ero lì.<br />
Uscii allo scoperto.<br />
Fu un lampo. Mi trafisse qualcosa.<br />
Il lampo non veniva da ciò che mi aveva trafitto ma dalla mia testa, dal dolore lancinante che avevo provato decine di altre volte ma che questa volta sembrava avere un qualcosa di più definitivo. Sembrava contenere tutte le ferite di una vita più un&#8217;altra ancora nuova. Caddi.<br />
Mi cedette un ginocchio e caddi a terra non ancora esanime.<br />
Feci in tempo a guardare un&#8217;ultima volta nella direzione a cui agoniavo e da quella vidi partire un&#8217;oggetto che non potei evitare. Mi resi conto della mia vecchiaia in quel momento, della mia impotenza, del tempo perduto che non sarebbe più tornato. Misi la mano sul feticcio ed attesi che la granata mi esplodesse addosso portandomi via il feticcio e la mano e tutto il resto.</p>
<p>Ora sono qui. Al punto in cui iniziò tutto. Il feticcio ancora tra le mani, su un lato lucido e chiaro, come nuovo, sull&#8217;altro annerito come da un&#8217;esplosione, graffiato come trascinato sull&#8217;asfalto. Lo faccio ruotare sul tavolo, come sempre. C&#8217;è un uomo poco distante, è vivo. Credo di esserlo anche io almeno fisicamente. Qual&#8217;è la direzione verso cui devo andare? Ho come un vago ricordo di aver appena perso qualcosa, la testa mi rimbomba come dopo un botto, ma so cosa devo raggiungere, l&#8217;obbiettivo di una vita. Devo solo trovare la direzione, non ho più nulla da perdere ormai e quell&#8217;uomo forse potrebbe essermi d&#8217;aiuto.<br />
Mi alzo mentre il ginocchio sinistro ha un momento di cedimento, poi mi incammino verso quella direzione.</p>
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		<title>Tutto.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Aug 2016 19:03:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tutto ciò che c&#8217;era da fare è fatto, tutto ciò che andava preparato è pronto. Ora non resta che raccogliere i sogni, e tutto ciò che ne verrà. Vorrei allungare la mano, portarti con me, ma andrò veloce. Prendila se lo vuoi, prendila e non mi seguirai: ti porterò con me.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Tutto ciò che c&#8217;era da fare è fatto,<br />
tutto ciò che andava preparato è pronto.<br />
Ora non resta che raccogliere i sogni,<br />
e tutto ciò che ne verrà.<br />
<img data-recalc-dims="1" decoding="async" data-attachment-id="3903" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/tutto/giu/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?fit=1344%2C657&amp;ssl=1" data-orig-size="1344,657" data-comments-opened="1" data-image-title="Giù" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?fit=1024%2C501&amp;ssl=1" class="aligncenter size-medium wp-image-3903" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=300%2C147&#038;ssl=1" alt="Giù" width="300" height="147" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=300%2C147&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=1024%2C501&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=768%2C375&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=640%2C313&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=100%2C49&amp;ssl=1 100w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=24%2C12&amp;ssl=1 24w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=36%2C18&amp;ssl=1 36w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?resize=48%2C23&amp;ssl=1 48w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/08/Gi%C3%B9.jpg?w=1344&amp;ssl=1 1344w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Vorrei allungare la mano,<br />
portarti con me,<br />
ma andrò veloce.<br />
<del> Prendila se lo vuoi,</del><br />
<del> prendila e non mi seguirai: ti porterò con me.</del></p>
<p style="text-align: center;">
]]></content:encoded>
					
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		<title>Cammino comunque sia in una direzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2016 21:48:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Sbalzi d'umore]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano]]></category>
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					<description><![CDATA[Cammino in bilico su un filo indeciso tra rincorrere e fuggire. Cammino comunque sia in una direzione. Cammino in bilico su un filo tra la coscienza di saper rovesciare un mondo e la noia del non volersene sporcare le mani. Cammino comunque sia in una direzione. Cammino in bilico su un filo sul pavimento, dove [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cammino in bilico su un filo</p>
<p>indeciso tra rincorrere e fuggire.<br />
Cammino comunque sia in una direzione.</p>
<p>Cammino in bilico su un filo<br />
tra la coscienza di saper rovesciare un mondo e la noia del non volersene sporcare le mani.<br />
Cammino comunque sia in una direzione.</p>
<p>Cammino in bilico su un filo<br />
sul pavimento, dove comunque non posso cadere.<br />
Cammino comunque sia in una direzione.</p>
<p>Cammino in bilico su di un filo<br />
attendo che tu mi prenda per mano, ovunque tu ti trovi<br />
Cammino comunque sia in una direzione, ovunque essa si trovi.</p>
<p>Là rovescerò il mondo. Ovunque serva. Comunque serva.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Spostamenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Dec 2015 22:39:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sbalzi d'umore]]></category>
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					<description><![CDATA[Non è nulla, è tutto, è qualcosa. Penso, penso ancora decido complotto alle mie spalle e scelgo poi d&#8217;un tratto al vedere il tuo sorriso qualcosa si sposta. Come se cadessi e poi mi spostassi di lato, o come il mondo si spostasse, come se il tuo volto fosse una tessera di quei mini puzzle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è nulla, è tutto, è qualcosa.<br />
Penso, penso ancora decido complotto alle mie spalle e scelgo<br />
poi d&#8217;un tratto al vedere il tuo sorriso qualcosa si sposta.<br />
Come se cadessi e poi mi spostassi di lato, o come il mondo si spostasse, come se il tuo volto fosse una tessera di quei mini puzzle fatti di otto quadrati ed uno spazio e come se questa tessera facesse d&#8217;un tratto due movimenti, in basso, a sinistra o come il resto dell&#8217;universo facesse il movimento opposto.<br />
Non è nulla, è tutto, è qualcosa.<br />
Penso, penso ancora decido complotto alle mie spalle e scelgo<br />
guardo le mie mani -ferite-, le mie dita -morse-,<br />
tremano come sporche, troppo sporche per toccare il tuo viso.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Attese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 16:52:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci. La panca su cui sono seduto è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.<br />
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.<br />
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare. Qualche volta mi capitava di vedere una donna o un bimbo piangere e cercavo di immaginare cosa ci fosse dietro quel volto, quale fosse la storia.<br />
Non accadde da subito, non dalle prime volte, iniziai a pensarci solo dopo quella volta della <i>porta misteriosa</i>.<br />
Sedevo sempre qui. Sulla parete alla mia destra già allora vi era questa mensola e dietro la mensola attraverso una finestra la signora dei biglietti chiacchierava e chiedeva e chiacchierava e chiedeva e chiacchierava ed io la ascoltavo ed ascoltavo le storie, i ricordi, le emozioni delle persone mentre osservavo chi sedeva sull’altra panca giusto sotto gli orari. Le ascoltavo all’epoca non mi veniva in mente di cercarle, di immaginarle, di scavare tra i lineamenti i colori dei vestiti, le espressioni delle persone ignare.<br />
<i>Entra una signora, ora. Porta i capelli lunghi raccolti in una lunga coda ed ha un grande cane bianco, non me ne intendo di cani ma sembra come quello delle pubblicità della carta igienica solo più grande. Sembra affettuoso e lei è distesa e sorridente. Porta un vestito grigio/marrone ma in qualche modo allegro, ricco di movimento, la maglia è morbida e larga e le maniche corte sono a sbuffo e così anche la parte attorno al seno e il collo, la gonna lunga la fa sembrare quasi una donna dei miei tempi, così larga a pieghe morbide. Fa il biglietto alla macchinetta &#8211;</i>Dio quanto era bella la signora dei biglietti quando ero piccolo e chissà che fine avrà fatto, la sua finestra ormai è chiusa da anni<i>&#8211; è così giovane, nel fiore dell’età la immagino felice in questo inizio estate avrà appena finito gli studi e starà andando in collina a ridere e correre con il suo cane e magari con un ragazzo. La immagino con a casa una vespa del modello vecchio, bianca e con i girasoli, non so perché debba prendere il bus se ha una vespa ma probabilmente è per portare il cane con se. La sua aria distesa distende a mia volta la mia anima mentre si siede giusto sotto la bacheca e si accorge che la sto guardando </i>ti accorgesti che ti stavo guardando, non credo avessimo più di dodici anni e il mio sguardo schizzò sulla bacheca all’improvviso fingendo di non starti osservando. Rimasi qualche minuto ancora ad osservare i foglietti appesi sotto quel vetro mentre con la coda dell’occhio cercavo di osservare il tuo volto, il tuo profilo, cercavo di spiare se mi guardassi, di scorgere un lieve rossore, un segno, un sentore. Di non lasciarti scorgere il lieve rossore che sentivo divamparmi dalle orecchie.<br />
Il bus arrivava sempre troppo presto e tu salivi correndo e ti sedevi accanto al tuo gruppo di amiche, io ti osservavo ancora un istante mentre salivo ed andavo a sedermi lontano in attesa di essere trasportati verso scuola.<br />
La porta accanto alla “<i>tua</i>” panca mi era sempre parsa misteriosa. Nei miei sogni poterla aprire era il più grande desiderio, paura, gioia, terrore che potessero esistere. Immaginavo dietro di essa ogni volta un mondo diverso ma sempre in qualche modo misterioso, immaginavo talvolta che fosse solo uno sgabuzzino, altre volte che fosse l’accesso ad una vasta cantina che poteva nascondere di volta in volta incredibili tesori, segreti, delitti. Talvolta credevo vi si nascondesse tutta una base segreta dei militari o l’accesso ad un mondo sotterraneo, o ancora l’ingresso ad un treno sotterraneo o verso l’interno del caveau di una banca, credevo né potessero uscire mostri o agenti segreti o diavoli direttamente dall’inferno o gli antichi egizi.<br />
Di volta in volta, qualcosa di più bello e fantasioso. Passarono anni credo da quando iniziai a fantasticarvi a quando potei scoprire l’ovvia verità.<br />
Una volta quando mi capitò di essere lì da solo, mi alzai e furtivo mi ci avvicinai a quella maniglia sempre fingendo di osservare gli orari, rimasi immobile e teso diversi minuti prima di prendere finalmente il coraggio, ma poi infine trovai la forza di posarvi la mano quasi temendo di ustionarmi o congelarmi o che sarebbe accaduto qualcosa di terribile, che si sarebbe aperta all’improvviso verso l’interno risucchiandomi in un luogo di paura o in un’avventura alla Tom Sawyer. La abbassai il più possibile lentamente ma mentre la sentivo cigolare sentii urlare “<i>Hei ragazzino!</i>”. Finsi di stare perdendo l’equilibrio e di essermi appoggiato solo per quel futile motivo e mi allontanai di corsa.<br />
Ebbi però una soddisfazione, un piccolo passo verso la conoscenza: ora sapevo che la porta era chiusa a chiave e che la signora dei biglietti ne era l’inflessibile guardiana. Lei doveva sapere cosa vi fosse dietro, doveva essere a conoscenza del segreto.</p>
<p><i>Ho dimenticato tanto nella vecchiaia, mi sembra di perdere pezzi per strada e di non ricordare la mia stessa vita, avrei voluto saperne scrivere, non perché gli altri leggessero ma per poterla leggere io ora e ricordarmi ogni dettaglio come ricordo oramai solo quelli più lontani. Forse per questo sono tornato qui, mi sono come risvegliato qui seduto.</i></p>
<p>Quella macchia accanto alla porta. Quella macchia accanto alla porta, non quella scura fatta dall’usura dallo scrostamento dell’intonaco, quella più chiara che sta sotto. Ricordo ancora quel giorno in cui Marchetto fu spinto dai bulli contro la parete.<br />
Marchetto era un ragazzino mite e un po’ sottomesso ed era il preferito dei prepotenti, era il preferito perché si offendeva ma non poteva rispondere, perché era buono e non si sapeva difendere. Non quella volta. Quella volta li vidi arrivare dal corridoio di sinistra, schivarono per un soffio la panca dove ero seduto, Marchetto sbatté contro la panca a destra e dopo aver appoggiato il sedere alla stessa si rialzò arrancando verso la porta a vetri; i tre gradassi invece lo spinsero di lato e andò a sbattere giusto contro lo stipite sinistro. Era in lacrime ed urlava “<i>lasciatemi stare, non vi ho fatto niente, lasciatemi stare!</i>”. In mano aveva uno dei primi succhi di frutta Yoga, probabilmente era stato questo ad attirare su di lui le ire dei compagni. Riuscì miracolosamente a divincolarsi dalle le braccia degli aggressori e in un incredibile impeto di rabbia scagliò contro di loro la bottiglietta che andò a fracassarsi giusto in quel punto sporcando quella parete. Lo vidi aprire la porta e correre, scappare fuori e poi li vidi rincorrerlo un istante prima che tutti uscissero dal campo visivo che la porta mi lasciava a disposizione mentre si chiudeva.<br />
Non so come sia finita perché io ero seduto sulla solita panca ed osservavo il mondo intero da lì. Me lo immaginai a correre e correre come un forsennato e poi girarsi di scatto poco prima che lo raggiungessero per stenderli con un bel pugno sul naso. Un bel pugno a testa e poi fermarsi con le mani ai fianchi a contemplare la propria opera. Non credo andò esattamente così, qualche giorno dopo lo incontrai ed aveva al braccio un gesso e portava dignitosamente un occhio pesto.<br />
Mentre fantasticavo su questo però ero rimasto seduto sulla panca e nel mentre accadde l’inaspettato, l’incredibile. Sentii ancora una volta urlare “<i>Hei Ragazzino!</i>” e poco dopo sentii netto il rumore di una serratura. Istintivamente voltai lo sguardo prima verso la finestra della vendita dei biglietti e la vidi per la prima volta senza la sua signora e subito dopo verso la porta misteriosa.<br />
Mi parve come se il tempo si fermasse o rallentasse all’estremo.<br />
Vidi la maniglia scendere di pochi millimetri, la vidi ritornare al suo posto e poi nuovamente la inclinarsi sempre di più fino a fermarsi, come se il cigolio fosse lungo minuti, ore anni tra l’inizio del movimento e la fine della sua corsa.<br />
Rimase ferma un secolo o due e poi la vidi avanzare un po’, rientrare e nuovamente avanzare con tutta la porta. Vidi la fessura tra la porta e lo stipite aprirsi e vidi da dentro la luce artificiale formare da prima una linea sul pavimento e poi la linea allargarsi e divenire un cuneo. Non credo vi fosse sufficientemente buio perché la luce dalla stanza risaltasse così tanto ma nella mia mente era la luce del paradiso o dell’inferno o di entrambi, la luce di un altro mondo.<br />
Quando la porta fu aperta abbastanza ebbi la sorpresa.<br />
Non sapevo se essere deluso o stupito o entrambi. Dalla porta non spuntò un mostro e neppure il re, e neppure il diavolo o Gesù, dalla porta spuntò la signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino.<br />
La signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino! Ed aveva le gambe ed un corpo! Non mi ero mai posto prima il problema del fatto che potesse avere delle gambe ed un corpo sotto le spalle e mi accorsi solo ora che le avesse, che fosse una signora come quelle che prendono l’autobus, come quelle che camminano per strada, che dovesse tornare a casa la sera, avere forse dei figli un marito, una vita. Mi cambiò molto questo fatto. Capii allora che tutte le persone hanno dietro una storia, hanno dietro qualche cosa che non si può sapere, e pensai a tutto questo mentre cercava invano di far andare via quella macchia di succo ottenendo solo il risultato di allungare la striscia e sbiadirla un po’.<br />
<i>Anche oggi quando vedo un ombra arrivare ad oscurare il vetro della porta aspetto con ansia di vedere la sua mano raggiungere la maniglia all’esterno della porta centrale, di vedere la maniglia abbassarsi, di vedere il cuneo della luce sul pavimento ed in esso il riflesso della persona che sta entrando, quasi con lo stesso stupore della volta che si aprì invece la porta misteriosa. Questo è un signore distinto di mezza età, ha in mano un libro, il suo portamento è quello di un uomo che ha vissuto molto ma anche quello di uno che ha ancora molto da vivere. Sicuro di se ed al contempo umile. Fa un cenno alla ragazza col cane e si siede sulla panca di fronte a leggere con le gambe accavallate. Credo che questo sia il suo momento di rilassamento, il momento in cui con soddisfazione può leggere in pace forse tra una giornata di lavoro e il rientro in una famiglia piena di ragazzini allegri e rumorosi, deve averne più di uno perché sembra benestante ed ha il volto di un brav’uomo. Di certo almeno uno perché quella macchia di cioccolato all’altezza del ginocchio, di lato, sembra essere la bocca di bambino felice.</i><i><br />
</i><i>Porta scarpe eleganti come quelle </i>del controllore che ogni giorno saliva sul bus e ci controllava i biglietti. La prima volta che qualcuno di sconosciuto mi rivolse la parola fu proprio lui “<i>Ti piace proprio tanto quella ragazzina, vero? Perché non ti fai avanti?</i>” disse. Io negai tutto ma aveva ragione, seduto lontano alcuni posti più dietro e sull’altro lato ti osservavo incantato, osservavo il tuo profilo dolce e la tua gota sinistra mentre ridevi con le tue amiche parlando di cosa non so. La osservavo gonfiarsi e sgonfiarsi, osservavo la fossetta crearsi e ricrearsi, riuscivo a vedere anche i bianchi denti talvolta.<br />
Era come un sogno, e parlarti era come interromperlo, e poi parlarti come, dicendoti cosa?</p>
<p>Ti scrissi un bigliettino, non ricordo le parole, sono passati decenni, ma ricordo ancora dove lo misi: sotto la bacheca, poco più a destra del centro vi era una fessura tra il muro ed il legno, giusto sopra a dove in genere ti mettevi. La vedo ancora da qui seduto quella fossetta, il mio scrigno del grande sogno, sperai per giorni che lo notassi, sperai per giorni che facesse da ambasciatore, da colomba, da messaggero. Ma non accadde mai che ti accorgessi della sua presenza. Non ero sicuro neppure che davvero mi avessi mai notato quando avevo l’impressione che i nostri sguardi si incrociassero.<br />
Poi non ricordo molto altro di quel tempo, come se anche questo sia stato cancellato, non ricordo per quanto andai avanti in quel sogno.</p>
<p>Fu solo molti anni dopo, quando ti incontrai, quando ci incontrammo di nuovo e ci amammo che ti portai a prendere quel foglietto e a leggerlo per riderne assieme, ma la tua reazione non fu quella che mi aspettavo.<br />
Stavamo assieme da un po’, non ricordo quanto tempo e tu non credevi che il mio pensiero di te durasse da ormai anni, credevi ti prendessi in giro, fu per questo che ti portai qui, in questa piccola stanza di questa stazione e una volta arrivati alla bacheca ti chiesi di guardare sotto, di vedere il piccolo pezzetto di carta incastrato nella fessura, niente di più di un biglietto del bus con sopra una scritta. Io ridevo, lo trovavo divertente ma poco dopo che le tue dita tastarono la carta e riuscisti ad estrarre ed aprire quel messaggio la tua reazione fu completamente diversa da quella che mi aspettavo: scoppiasti in lacrime abbracciandomi come fosse stata la rivelazione più grande di tutti i tempi, lacrime di emozione, di commozione, di amore immenso scaturito come cascata dal tuo volto. Sentii il calore del tuo respiro sul lato del mio viso e la morbidezza del tuo corpo stringermi forte, sentii le tue lacrime scorrere sulla mia guancia, il profumo del sale e della tua pelle e “<i>Grazie, grazie, grazie</i>”. Fu la prima volta che ti sentii pronunciare le parole “<i>ti amo</i>” la prima di una vita che però sta cadendo a pezzi momento per momento.<br />
<i>Li sto perdendo tutti, li sto perdendo tutti i ricordi di te se non quelli legati a questa panchina e a quel giorno in cui piangendo mi abbracciavi e quell’altro giorno in cui ci hai lasciati. Non ricordo il momento in se, non ricordo il giorno ma l’assenza successiva. La mancanza. Per anni, decenni hai portato al collo una medaglietta con dentro il mio bigliettino, quel giorno -da quel giorno- l’avevo io in mano, una mano non ancora vecchia come quella di oggi ma ancora più tremante. Una medaglietta e due o tre ricordi sono l’unica cosa che mi resta di te, l’unica cosa che resta di te se di noi quello che resta è il ricordo.</i></p>
<p><i>L’ho ancora al collo ora. Non l’ho mai aperta, come la </i>porta misteriosa<i> ho sempre temuto ne uscissero mostri, ricordi terribili per quanto belli, ricordi che mi facessero precipitare nell’abisso dentro di me, ricordi che mi facessero sorridere e rimpiangere di essere ancora qui dopo tutti questi anni. Ma non è forse di ricordi che sono in cerca ora? Non è forse per i ricordi che il mio corpo in un momento senza mente ha voluto portarmi qui?</i></p>
<p><i>L’assenza. Come è possibile ricordare un’assenza ancor più di una presenza? Una mancanza ancor più che un’intera vita?</i></p>
<p><i>Osservo le mie mani tremanti mentre si avvicinano al mio collo, mentre armeggiano per trovare la catenella. La temo e la bramo, ne fuggo e ne desidero la scoperta e mentre le mani tremano la sento cadere e sbattere nuovamente sul mio petto, poi di nuovo le mani a muoversi quasi ansiose quasi non fossero le mie quasi a vederle osservando il mondo da fuori da seduto su una panca di una stazione mentre ti passa accanto.</i></p>
<p><i>Sono vecchie le mie mani, tremanti e vecchie e secche mentre premono il tastino sul lato e la aprono</i><i><br />
</i><i>Armeggiano e mentre il pendaglio si apre vi vedo dentro due piccoli foglietti.</i><i><br />
</i><i>Le mani ne prendono uno e lo aprono, lo conosco, è un biglietto dell’autobus, un biglietto vecchissimo e sopra vi è scritto “Ciao, mi piaci. Se mi vuoi conoscere domani vieni qui con un fiore!”. </i><i><br />
</i><i>Sento scendere una lacrima lentamente mentre osservo le mie mani ancora. Hanno ripiegato il foglietto ed una lo tiene tra l’anulare il mignolo e il palmo mentre entrambe stanno aprendo l’altro. Un altro biglietto dell’autobus, vecchio ma non antico. </i><i><br />
</i><i>“Non avere paura, ti ho cercato amato e conosciuto anche senza un tuo messaggio, dove vado io non c’è bisogno di ricordi, né di paure”.</i><i><br />
</i><i>Vedo un ombra avvicinarsi ora ad oscurare un po’ il vetro della porta da fuori, è un ombra bassa di una ragazzina, la vedo alzare il braccio verso la maniglia e vedo la maniglia abbassarsi senza fare alcun rumore. Vedo anche la maniglia non abbassarsi e mentre osservo la porta aprirsi so che non si sta aprendo affatto.</i><i><br />
</i><i>La vedo lo stesso, la vedo entrare la bambina od attraversare la soglia chiusa, cammina verso di me e ne osservo l’assenza di un riflesso sul pavimento. Sorride,</i> sorridi.<br />
Hai un fiore tra i capelli, un fiore di lavanda, e mentre mi alzo dandoti la mano mi accorgo che anche io sono un bimbo.<i><br />
</i></p>
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		<title>Mathilde</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2015 14:57:24 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">La sua infanzia non fu delle più felici, non che le mancassero gli affetti, i giochi, gli amici, non che la sua famiglia fosse particolarmente povera o disattenta, la causa scatenante fu certamente un evento della durata di poco più di quindici minuti, una frazione di questi quindici minuti durata forse non più di dieci. Una visione sola di un solo istante e di nuovo tutto ciò che ci sta attorno dilatato nuovamente in quello che significavano quei quindici minuti ed infine verso tutto il resto della vita a partire dal centro del tempo, del corpo, dell’energia, dal centro dello stomaco. La sua nascita fu semplice e veloce e in breve si trovò tra le braccia di una mamma medio borghese e di cultura abbastanza alta e quelle di un padre altrettanto medio borghese ma di una cultura ben più elevata, una famiglia ricca sia del tempo che delle sostanze, una famiglia accogliente e di sani principi, quasi da film americano. Non sempre però è tutto questo quello che serve ad una figlia per crescere o non sempre tutto questo può rimanere il tempo giusto per darle il tempo di conoscere il mondo ed abituarvisi. Crebbe come una bimba felice e sorridente, lo fu sempre in ogni fase della sua vita ad eccezione di quella fase dell’adolescenza che quasi tutti passano, la fase degli scontri generazionali, della ricerca dell’identità, e della fuga da qualcosa che in lei risultava irrisolto ed incomprensibile. Dimenticato e al contempo indimenticabile. Quest’ultima, la presenza costante di un mostro, per fortuna della maggior parte delle persone non è una fase fondamentale, ma fu questa probabilmente la cosa che la rese ciò che fu, nel bene e nel male. Nella forza e nella debolezza qualunque delle due parti fosse l’una e qualunque l’altra. Erano tempi di un passato quasi fiabesco in cui ancora i ritmi erano blandi, in cui per comunicare si usavano lettere di carta, telefoni con i fili, tempi in cui era necessario essere in casa per ricevere una telefonata ed aspettare per ricevere risposte scritte, tempi in cui si comunicava a parole e discorsi e non a faccine ed abbreviazioni. Suo padre però aveva la consuetudine pochi istanti prima di tornare a lavoro di alzare la cornetta del telefono e fare il numero di casa, un singolo squillo e da quel momento partiva il tempo. Mathilde da quell’istante contava quindici minuti esatti, non uno di meno e non uno di più e poi correva alla porta ad attenderlo, puntualmente sentiva le chiavi appese alla cintura di suo padre tintinnare su per le scale, fino a davanti alla porta, poi nuovamente tintinnare più forte e la serratura girare, la porta aprirsi e poi vedeva spuntare quelle grandi manone forti e la pancia tonda ma non grande sovrastate da due spalle grandi e lontane lontane lassù in alto e più in su ancora la sua barbuta faccia allegra che si avvicinava scendendo, abbracciandola e dandole un bacio grande sulla fronte. Quella volta accadde qualcosa di diverso. Quella volta suo padre doveva passare a prenderla per portarla al compleanno della sua migliore amica e lei era vestita a festa, il vestito intero azzurro e rosa con la gonna poco sopra le ginocchia, la schiena un po’ scoperta e le braccia completamente. Di profilo un po’ di seno iniziava a spuntare in un misto di apprensione e di aspettativa, sentiva di stare crescendo di fuori ma si sentiva ancora bimba dentro ed il rossetto un po’ vistoso e le unghie con lo smalto colorato di colori vivaci aumentavano questo contrasto in modo visivo e lo facevano uscire dalla sua testa per concretizzarsi. Non avrebbe mai più indossato dello smalto colorato, né un rossetto forte, ne molti altri dei trucchi che ne modificavano la gioventù e la facevano essere quasi adulta e al contempo bimba ma non avrebbe ricordato per anni il perché di questa scelta inconsapevole. Quella sera i quindici minuti passarono in fretta, come se l’orologio corresse, come se il mondo precipitasse in fretta verso una singolarità nel tempo e passata quella al contrario parve dilatarsi, rallentare, rallentare fortissimo e disperdersi. Poi squillò il telefono, squillò di nuovo mentre mamma si avvicinava lentamente come già aspettandosi qualcosa, bianca in volto “<em>pronto</em>”, disse. E niente altro per un tempo interminabile e poi “<em>va bene</em>”. Si vestì in fretta, senza dire nulla, con il volto come congelato, immobile, inespressivo. La spinse dolcemente ma risolutamente in macchina e la portò alla festa. Attese qualche istante dopo che la porta della casa che ospitava la festa fu chiusa ma non abbastanza perché l’urlo non si sentisse sopra al rumore del motore dell’auto accesa, sopra la musica e le urla dei ragazzini, non lo sentì quasi nessuno, tranne Mathilde che lo dimenticò secondi o anni dopo. Suo padre non era più. Vi era da qualche parte un corpo privo di una mente, di un’anima, di una personalità, un corpo spento che non poté più abbassarsi a stringere, né a baciare ma non le fu concesso di saperlo, non le fu concesso di salutarlo, non le fu concesso nulla di quello che forse sarebbe bastato a salvarla. Qualche ora dopo la madre tornò a prenderla. Dal suo punto di vista l’aria degli adulti era particolarmente mesta, non solo quella di sua madre ma quella di tutti indistintamente; aveva passato la festa mangiando per non parlare con gli altri, per non dover spiegare perché non avesse voglia di giocare, per non spiegare che era offesa perché era accaduto qualcosa e nessuno aveva avuto la decenza di spiegarglielo ed ora tutto quel cibo pesava nel suo stomaco come un macigno enorme mentre nella conferma di uno stato alterato del mondo la sacca si stringeva in un pugno. Sua madre la portò a casa e dopo averla lasciata in camera si chiuse a sua volta nella propria nel silenzio. Non disse una parola per tutto il tragitto, non disse una parola in casa mentre la casa stessa era come un enorme cuscino schiacciato sulla faccia della vita che era esistita fino a quel momento. Solo un tempo lunghissimo più tardi bussò alla porta e disse “<em>Mathilde, ti devo parlare, è successa una cosa a papà</em>” le raccontò una favola come la si racconta ai bambini, le raccontò che suo padre se ne era andato via e che non sarebbe tornato mai più. I bambini non temono la morte, i bambini hanno piena coscienza della morte del cessare di esistere e lo vivono come un fatto naturale, triste ma naturale, è tutto ciò che gli adulti vi costruiscono sopra a creare il problema e questo fu il suo personale di problema, il suo specifico, enorme personale problema, non il fatto che suo padre non sarebbe tornato. Non il fatto che suo padre avesse cessato per sempre di esistere. Il mondo era improvvisamente divenuto falso. Il mondo stava improvvisamente mentendo. Ascoltò sua madre parlare e piangere e parlare ancora e giustificarsi per cose inesistenti e piangere ancora fino a quando concluse “<em>C’è pronto da mangiare. Ti va di mangiare qualcosa? Non mangi da un po’. Vai a lavarti le mani</em>”. Annuì e il suo stomaco ancora pieno, bloccato si strinse fino a divenire una nocciolina. Si alzò e andò in bagno: fu questo il momento. Questo e nessun’altro. Lo stomaco orma pieno, bloccato, cementificato volle svuotarsi e lei si chinò a vomitare nel gabinetto, in un misto di schifo e liberazione, di sofferenza e di gioia, di acido e liberatorio. Si pulì la bocca con la carta igienica e per un istante si fermò dicendo “<em>Mam…</em>” e poi pensò che forse sarebbe stato peggio per entrambe. Fu la prima volta che si sentì grande, fu la prima volta che ebbe il sentore che avrebbe dovuto cavarsela da sola nella vita. Ma il momento nel momento, il momento chiave di tutti i momenti fu quando allungò la mano, prese distinto l’asciugamano di suo padre e vi pianse dentro. Quando l’odore della pelle misto al dopobarba entrarono dritti nel suo cervello, entrarono come un colpo di pistola, come una penjet di benzodiazepine diretta nell’ippocampo e le lacrime di rabbia, di impotenza, di gioia sgorgarono contemporaneamente come in un fiume di emozioni. Suo padre sembrava ancora lì, ancora presente, era in definitiva davvero parte di lui e attraverso i polmoni entrava in lei. “<em>Mathilde! Dai è pronto!</em>” era lui ad averle dato quel nome, il nome di un asteroide scoperto cento anni prima. Nascose l’asciugamani nel suo posto segreto e come se niente fosse andò a cena.</p>
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		<title>Esplode</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Aug 2015 10:15:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Con la schiena inarcata, quasi sdraiato, le spalle appoggiate sulla nuda roccia, la nuca ripiegata indietro ascolto. Ascolto i suoni, ascolto il vento, ascolto le stelle muoversi e voci lontane, lontane.Lontane.Inesistenti forse.Ascolto il mondo ed ascolto il mio corpo e le sue sensazioni, ascolto l&#8217;universo entrarmi dentro ed uscire, ascolto l&#8217;universo nascere al centro del [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Con la schiena inarcata, quasi sdraiato, le spalle appoggiate sulla nuda roccia, la nuca ripiegata indietro ascolto. Ascolto i suoni, ascolto il vento, ascolto le stelle muoversi e voci lontane, lontane.<br>Lontane.<br>Inesistenti forse.<br>Ascolto il mondo ed ascolto il mio corpo e le sue sensazioni, ascolto l&#8217;universo entrarmi dentro ed uscire, ascolto l&#8217;universo nascere al centro del mio corpo in sensazioni multiforme e al contempo univoche e monolitiche come una e molte e molte ed una irradiarsi dal centro del mio corpo.<br>Apro gli occhi lentamente e al di sopra di me vedo allargarsi le braccia di una croce di ferro che come un albero, una torre, un oggetto inquisitore e non, si staglia sopra di me pesando e al contempo portando la mia mente oltre l&#8217;infinito verso l&#8217;alto verso dove potrebbe esserci o non un dio o un altro mondo o semplicemente nulla ma un nulla pieno di stelle e di luci che si accendono nella mia testa e sopra la mia testa e sopra quella croce e attorno alle mie mani che sfiorano ciò che ha innescato questo processo&nbsp;ciò che rende il mio viaggio più grande e lontano e al centro dell&#8217;essenza di ciò che è l&#8217;uomo di quanto avrei mai creduto.<br>Attorno sento solo i suoni dei monti, il brucare bovino incessante, il vento a muovere l&#8217;erba ed il suo vociare, ululare, borbottare lontano tra le fronde di alberi nel bosco vicino mentre il mio corpo, da dentro, da fuori, dal punto stesso in cui viene immessa energia sprigiona energia come sostanza a sua volta radiante dentro nella pancia, nel petto, nelle spalle e nel collo e dentro il centro del cervello e dal centro del cervello all&#8217;esterno e verso gli occhi e gli orecchi uscire verso l&#8217;universo e rientrarvi in un circolo di infinita elevazione mentre attorno il mondo sta dormendo e le luci delle città lontane iniziano a spegnersi ed il traffico a calare e quasi sembra fermarsi anche il fiume laggiù mentre qualcosa sta esplodendo, mentre qualcosa sta accendendosi come una fiamma di un fiammifero grande come un mondo.<br>Mentre qualcosa esplode come galassie che collidono e pianeti si scontrano e stelle mangiano pianeti e stelle mangiano stelle e sistemi inglobano altri sistemi e si distruggono e si scontrano e cadono lune e satelliti e d&#8217;un tratto torna il silenzio di un equilibrio ritrovato, di stelle ancora una volta ad illuminare nel loro nuovo posto pianeti di nuovo in pace e su uno di questi pianeti su un monte neppure troppo alto una croce e sotto una croce qualcosa che è accaduto, lì tra i movimenti del vento, proprio lì accanto all&#8217;erba brucata.<br>Nel silenzio o nella sinfonia di un&#8217;istante.</p>
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		<title>Avanti</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jul 2015 20:30:21 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Non è necessario siano dodici i gradi,<br>è l&#8217;umidità che conta,<br>il vento e l&#8217;aria elettrica di ora,<br>sono le sere in cui non c&#8217;è davvero freddo ma senti comunque i brividi,<br>che ti verrebbero anche se ti coprissi,<br>che mentre sei fermo a fare benzina o passeggi con un gelato in mano senti gli oggetti tintinnare<br>e ti guardi attorno come dovesse succedere qualcosa,<br>come se dietro le ombre si potessero nascondere altre ombre,<br>le sere in cui ti siedi in macchina e senti un profumo che non può essere lì come se accanto ci fosse stata Lei,<br>come se mentre eri girato tra le ombre fosse passata davvero un ombra o una luce un&#8217;istante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua pelle,<br>l&#8217;odore la sua pelle,<br>l&#8217;odore del profumo sparso sulla sua pelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E vorresti prendere e fuggire,<br>prendere e rincorrere,<br>prendere e come in una ruota da tortura spaccarti in due per seguire le tue folli parti,<br>la tua razionalità ed il desiderio,<br>la follia,<br>e vorresti farti trovare là dove non devi,<br>dove potresti al massimo far trovare dei fiori come in passato,<br>dove non saresti accolto o lo saresti troppo<br>dove ogni movimento sarebbe frainteso o forse profondamente compreso,<br>dove ogni movimento, parola, istante sarebbero vere quanto lo sono su un palco,<br>poco per chi non sa e troppo per chi conosce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed il vento scompiglia i tuoi capelli,<br>ed il freddo che non c&#8217;è congela ogni tuo muscolo impedendoti di muoverti,<br>di essere,<br>di aspirare,<br>di respirare,<br>di pensare se non che quel profumo è così reale,<br>reale tanto da bruciare i polmoni,<br>tanto da far tremare le mani,<br>reale tanto da.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi d&#8217;un tratto come un orgasmo che muore riprendi la tua strada e cerchi di dimenticare,<br>vai avanti lasciandoti seduto in un angolo da qualche parte nella tua testa,<br>lasciandoti seduto a fare quello che vuoi fare, non importa ma fallo da solo, fallo senza di te, fallo lontano che tu devi andare avanti, avanti, avanti sempre ancora.<br>Vai.</p>
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		<title>Viscido</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2015 14:39:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ti osservo da un po’, sei lì, seduto immobile con gli occhi chiusi.È ora di svegliarsi mio amato, è ora di vegliarsi.Scuoto il pavimento.Ti osservo mentre improvvisamente apri gli occhi, lo sguardo allucinato con il quale ti guardi attorno, spaventato attonito incredulo nel buio.Ti osservo.Senti il morbido di quel molle pavimento sotto il tuo corpo.Viscido.Senti [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Ti osservo da un po’, sei lì, seduto immobile con gli occhi chiusi.<br>È ora di svegliarsi mio amato, è ora di vegliarsi.<br>Scuoto il pavimento.<br>Ti osservo mentre improvvisamente apri gli occhi, lo sguardo allucinato con il quale ti guardi attorno, spaventato attonito incredulo nel buio.<br>Ti osservo.<br>Senti il morbido di quel molle pavimento sotto il tuo corpo.<br>Viscido.<br>Senti le pieghe morbide e tumide su cui sei seduto.<br>Viscido.<br>Ti osservo mentre come cieco abbassi le mani e lo tocchi, ne saggi la consistenza, cerchi di comprenderne il significato mentre la tua mente torna lentamente attiva, lentamente.<br>Ti metti a carponi mentre speri che il tuo sguardo si abitui al rossastro buio che ti circonda.<br>Ti metti a carponi e tocchi<br>viscido<br>ciò che ti circonda.<br>Vedo nei tuoi occhi la paura, il dubbio, l’incomprensione prima e poi lentamente montante dal nulla all’estremo il panico.<br>Ti alzi in piedi e urli a squarciagola, urli, urli come se qualcuno potesse sentirti ma solo io<br>dentro di me<br>posso sentire la tua paura il tuo terrore.<br>Guardi la discesa di fronte a te, il buco pulsante e scuro che ti porterebbe dove non puoi sapere e mentre gli occhi si sono abituati sono più grandi, più veloci<br>si muovono senza tregua attorno con le tue mani, con la tua testa con il tuo collo<br>scivoli<br>per un momento scivoli verso la fossa<br>il buco<br>l’uscita sbagliata<br>ma ti aggrappi, ti aggrappi alle tumide pieghe rosse e non cadi<br>ti arrampichi, sali, ti arrampichi e torni in posizione sicura.<br>Ti osservi attorno circondato di questa molle situazione mentre osservi in alto e guardi l’altra possibile uscita.<br>Sei nella follia del panico<br>sei nel non controllo della paura<br>sei nell’ossessiva ricerca di comprensione di qualcosa che non puoi capire<br>urli ancora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Urli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Calci la parete molle accanto a te, le dai pugni, le dai calci ancora e ancora pugni urlando e non ti accorgi che in tutto questo si muove<br>ciò che ti circonda si muove e si agita mentre io ne godo<br>ma non è ancora il momento di lasciarti andare, non è ancora il momento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti fermi e controlli nelle tua tasche ciò che puoi avere.<br>Nulla ovviamente<br>ma tu controlli e speri ricordando di aver scordato qualcosa</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti siedi nuovamente sconsolato.<br>Con una mano carezzi una molle piega su cui seduto mentre sei sovrappensiero e questa ancora in uno spasmo si muove,<br>ti sposta, ti allontana<br>gioisco nel mentre<br>sorrido<br>Il tuo sguardo si rabbuia qualche istante, vedo le tue sopracciglia avvicinarsi tra loro, le pupille puntare verso il basso come a cercare concentrazione, il tuo sguardo si sposta leggermente di lato, verso destra,<br>ricordo quella tua espressione, quella di quando frughi nella tua testolina a cercare un’idea, un ricordo, un appiglio.<br>Non mi serve supporre o immaginare ciò che stai per fare ed infatti porti la mano alla fronte e ti massaggi le sopracciglia mentre osservi qualcosa di inesistente oltre la tua mano o meglio dentro la tua testa. So già contare i secondi che ti ci vogliono prima di vederti alzare, togliere la mano dalla faccia e guardare in basso col collo incurvato quasi a guardare così in basso da guardare sotto il tuo stesso braccio poi dopo aver fatto due passi provi ad arrampicarti sulla superficie ruvida e ricca di pieghe e mentre ti arrampichi le pieghe stesse si allargano, si muovono, si agitano sempre di più ed io ti osservo e rido e penso a quanto ti amo e quanto nella mia vita tu sia stato un punto di riferimento e al contempo rido di questa tua situazione.<br>Rido<br>e mentre rido tutto attorno a te si muove ancora si agita come se ciò che ti contiene fosse preso da convulsioni<br>ma non è ancora il momento, sto godendo della situazione ma come se stessi facendo l’amore con te non voglio arrivare subito al momento fatidico, voglio gustarmi ancora la tua situazione mentre scivoli e ricadi nuovamente sul fondo e scalci a terra e dai pugni con la faccia della rabbia, con la faccia di chi vorrebbe una mazza per spaccare tutto anche se non c’è niente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti fermi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Osservi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per un istante hai nuovamente l’aria di chi ha capito e ricominci ad arrampicarti, incessantemente nonostante le scosse, nonostante i movimenti inconsulti sali attaccato come un ragno o un geco alle pieghe e mentre queste si muovono, mentre si scuotono, mentre cercano di cacciarti tu resti aggrappato fina a giungere quasi all’uscita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È quello il momento in cui una scossa più forte mi dice che è il momento del piacere<br>il momento in cui ti lascerò andare fuori per sempre dalla mia vita<br>il momento in cui il mio stomaco ti sputerà fuori da questo mio mondo nel cesso di un bar schifoso dietro la cui parete amici sorridenti ed ignari mi aspettano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ti osservo mentre risali il mio esofago impigliandoti un istante nel cardias come per trattenerti, spinto dagli acidi in cui neppure ti accorgevi di essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi sembra di vederti un istante in mezzo alla cena di questa sera mentre premo il tasto dello sciacquone, mi sembra di sentirti urlare mentre soddisfatta mi pulisco la bocca e risistemo il trucco, mentre la bolla attorno a me scompare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora posso tornare a sorridere, ora posso tornare da loro.</p>
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		<title>L&#8217;inizio della fine, l&#8217;inizio di un inizio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2015 11:55:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono sulla fine del progetto che ho messo in piedi dagli &#8220;esercizi di stile&#8221; che ho presentato su questo blog negli ultimi mesi, credo di aver costruito un qualcosa che va molto al di là delle mie aspettative, non so se lo saranno anche di chi leggerà ma per la prima volta dopo dieci anni [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Sono sulla fine del progetto che ho messo in piedi dagli &#8220;esercizi di stile&#8221; che ho presentato su questo blog negli ultimi mesi, credo di aver costruito un qualcosa che va molto al di là delle mie aspettative, non so se lo saranno anche di chi leggerà ma per la prima volta dopo dieci anni dalla pubblicazione di &#8220;Contrapposizioni&#8221; ho per le mani un prodotto che mi soddisfi finalmente a pieno e che possa essere paragonabile in termini di sperimentazione e qualità.<br>Scrivendolo ed ancor più componendone le parti mi sono chiesto se mai avrei potuto avere un&#8217;idea sufficientemente forte e bella per poter proseguire a scrivere dopo averlo terminato, mi chiedevo se la spinta che ho ricevuto anche grazie a chi mi legge qui sarebbe bastata, se nella mia testa potesse starci ancora qualcosa di nuovo o se la vena si sarebbe nuovamente sopita.<br>Il progetto non è ancora terminato manca una piccola parte del finale -che finalmente ieri come un fulmine mi ha colpito- e la seconda revisione completa ma c&#8217;è una cosa da cui capisco che è in dirittura di arrivo: quando chiudo gli occhi vedo scorrere le immagini del nuovo che deve arrivare, dei suoi personaggi, delle loro storie passate e di ciò che dovranno affrontare.</p>
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		<title>Oltre il muro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2015 10:57:50 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Non ho voglia di svegliarmi, non credo sia ancora il momento, voglio rimanere ancora qui un po&#8217; nel letto a ricordare la serata di ieri.<br>Quando mi sono vestita per lui e&#8230;<br>&#8230;cos&#8217;è successo ieri? Perché non riesco a ricordare?<br>Il letto non è affatto morbido, ed è freddo, ed ho un dolore forte al centro del petto.<br>Dove sono?!<br>Attorno a me buio, non sento il ticchettio della sveglia, ma è qui, la tocco ma sono sul pavimento e attorno sento solo la sveglia che non fa rumore e non sento le fughe delle mattonelle.<br>Sono seduta e gli occhi si stanno abituando all&#8217;oscurità, il pavimento di questo luogo è nero e lucido, somiglia a vetro ma è in qualche modo più solido del vetro, quasi fosse una pietra vetrosa, liscia, infinita. Non vedo niente altro attorno a me. Tranne la mia sveglia a terra, ferma a segnare le dodici, mezzanotte credo data la stanchezza che sento nel corpo.<br>Mi guardo attorno e mi viene da piangere perché non so cosa fare qui, non c&#8217;è lui, non ho modo di contattarlo, e non c&#8217;è nessuno.<br>&#8220;<em>Hei?! C&#8217;è nessuno?! C&#8217;è nessuno qui? Dove mi trovo?&#8221;.<br></em>Sento il mio cuore battere forte e tremo, l&#8217;aria mi manca.<br><em>&#8220;Calmati, su, calmati, cerca di capire cosa è successo, calmati&#8221;<br></em>Mi alzo e comincio a camminare, mi sento tremare, sento caldo, freddo.<br>Cammino avanti ed indietro in questo buio, in questa assenza di mondo, cammino e non riesco a stare ferma, avanti, indietro, avanti indietro, ma dove vado?<br>&#8220;<em>Calmati, calmati, ragiona, calmati</em>&#8220;<br>Mi viene da piangere, mi viene da piangere e non so cosa fare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poco distante comincio a scorgere un grande specchio, mi ricorda l&#8217;armadio a specchio che ho in camera ma ha più le proporzioni di una porta. Cos&#8217;altro ho da fare se non andare a vedere di cosa si tratta?<br>&#8220;<em>Cos&#8217;ho da fare se non andare a vederlo?</em>&#8220;<br>Porterò con me la sveglia, per quel che può servire, è pur sempre un pezzo della mia vita, anche se in questo momento ricordo solo la sveglia e che ero uscita per lui. Non ricordo il suo volto, non ricordo il suo nome e non ricordo il mio, e non ricordo chi fossi io ne niente altro, forse ho preso una botta, non ricordo di essere una che beve molto ne che si droga.<br>&#8220;<em>Non mi hanno drogata, non mi sento drogata, mi devo calmare</em>&#8220;<br>Il mio lavoro è invece qualcosa che ha a che fare con &#8230; una stella, un simbolo, alloro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mal di testa, una fitta, alla testa ed al petto, sto sudando tantissimo, sento l&#8217;odore del mio sudore, e il freddo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono arrivata allo specchio, è grande pressappoco come una porta ma privo di maniglie, ha solo un bordo dove potrebbe esserci quello di una porta stessa ma dietro c&#8217;è un pannello nero e niente altro. Si tratta di un normale&nbsp;specchio per quanto sembri spuntare dal pavimento con soluzione di continuità.<br><em>&#8220;Uno specchio.&#8221;</em><br>&#8220;<em>Sono una bimba?</em>&#8221; Una bimba un po&#8217; gotica però. Appena truccata indosso una maglia con sbuffi di pizzo sul petto e maniche fini quasi trasparenti, una gonna a falde di stoffe delle varie tonalità del nero,&nbsp;asimmetrica e degli stivaletti con il tacco, il tutto in toni di nero.<br>Qualcosa mi dice che non sia un vestiario tipico per una bambina che potrebbe avere meno di dieci anni.<br>La mia pelle è stranamente bianca, quasi da bambola di ceramica e con i capelli lisci e biondo scuro do l&#8217;impressione di una metallara un po&#8217; prematura, anche se non porto unghie nere o borchie o pendagli strani.<br>Mi siedo dando le spalle allo specchio e metto le faccia tra le mani.<br>Devo riuscire a ricordare chi sono, da dove vengo, cosa ci faccio in questo strano ambiente, è come se questo specchio ne fosse in qualche modo l&#8217;entrata, o l&#8217;uscita, il talismano, il centro. Il centro di un nulla però.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Le mie mani</em>&#8220;<br>Le mie mani non sono quelle di una bimba, le dita sono lunghe, fresche di manicure, affusolate, porto unghie perfette, di media lunghezza e&nbsp;con le cuticole ben curate<br>-&#8220;<em>Di chi sono queste mani?</em>&#8220;-&nbsp;smalto trasparente.<br>Formicolio che attraversa le spalle, muscoli che si irrigidiscono, mi alzo e mi allontano dallo specchio, cammino, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti ed indietro.<br>&#8220;<em>Calmati, calmati</em>&#8220;<br>La gamba che involontariamente vibra, si muove<br>&#8220;<em>Chi cazzo sono?! Chi sono?!</em>&#8221; urlo.<br>Il vestito è quello che ho visto ma non sono una bambina, non ho gambe da bambina, non ho il petto piatto di una bambina.<br>Ma non so chi sono.<br>Mi giro di scatto a guardare nuovamente lo specchio, e mi vedo adulta, indosso un tailleur grigio antracite, con una borsa bauletto più chiara, e delle scarpe nere con tacco, i capelli raccolti di lato sulla spalla destra, credo&nbsp;abbia a che fare con&nbsp;il mio lavoro, ma il mio corpo, quello reale, quello che posso toccare continua ad essere vestito di nero, con quella gonna, quei tacchi quelle maniche.<br>Il mio riflesso si muove come me, ha le stesse unghie curate, la stessa espressione perplessa ma indossa un vestito da rappresentanza, nel riflesso, dietro di me compare per un istante un cartello con scritto&nbsp;&#8220;Agenzia investigativa HL&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre il cuore comincia a battere meno forte sento forse l&#8217;ultima goccia di sudore scendere dall&#8217;attaccatura dei capelli giù per il mio visto, sfioro le labbra con la mano e riaffiora qualche ricordo.<br>&#8220;<em>Agenzia investigativa HL</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stavo seguendo un caso, un uomo aveva ucciso diverse donne, o almeno diverse donne erano morte: due? Tre? Forse anche una bambina.<br>&#8220;<em>Investite</em>&#8220;<br>Lavoravo da poco per l&#8217;agenzia, una giovane spavalda rampante appena arrivata, ma pare che quell&#8217;uomo prediligesse giusto le ragazze giovani ed io potevo&nbsp;sembrarlo ancora&nbsp;più di quanto lo fossi. Si fidavano di me perché avevo una buona capacità di correlare dati ma non ero mai stata sotto copertura, non è neppure una pratica che queste agenzie facciano in genere, troppo rischioso. Eravamo stati ingaggiati da una famiglia la cui figlia era scomparsa, all&#8217;inizio avremmo dovuto solo trovarla ma quando la trovammo schiacciata ci chiesero di proseguire l&#8217;indagine senza coinvolgere le istituzioni ufficiali. Credo che il mio capo accettò solo per l&#8217;offerta economica notevole, perché invadere questo genere di indagine per un&#8217;agenzia rischia di essere più un danno che un guadagno.<br>Non eravamo mai riusciti a risalire all&#8217;auto perché le stordiva o uccideva&nbsp;prima di investirle e quindi non faceva danni tali da dover riparare il mezzo o comprare ricambi, e non avevamo neppure idea di che modello fosse.&nbsp;Gli omicidi che supponevamo essere&nbsp;stati effettuati dallo stesso autore erano avvenuti in posti apparentemente slegati tra loro, nessun legame se non il gusto nel vestirsi di nero, e le modalità estremamente simili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Il gusto nel vestirsi di nero.</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;era lui, lo vedo ora nello specchio dietro di me ad osservarmi col suo sorriso ironico di quando mi osservava convinto di non essere visto, quel suo sguardo ironico ed innamorato che tante volte ho spiato mentre lui pensava di spiare me, avrei potuto lasciarlo fare per ore.<br>Ma non avrei mai dovuto innamorarmi di lui non avrei mai potuto immaginare che avrei finito per farlo quando sono stata inviata ad indagare da vicino, avevamo pensato che potesse essere il nostro uomo solo grazie ad una segnalazione anonima&nbsp;su un auto sporca di qualcosa che poteva essere sangue.<br>Anonima.<br>Ma con il cachet proposto non potevamo dire che&nbsp;ce ne stavamo con le mani in mano,&nbsp;non avevo la certezza fosse lui, anzi non c&#8217;era nessuna prova che lo fosse,&nbsp;ma era l&#8217;unica pista disponibile ed io mi trovavo abbastanza bene nell&#8217;ambiente che frequentava.<br>Avevo scelto di non innamorarmi di lui nonostante quelle spalle non grandi ma fiere, nonostante il suo modo di farmi ridere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima volta che un brivido mi prese fu passeggiando, quando la sua mano sfiorò per un istante la mia, non saprò mai quanto fosse reale, casuale, o manipolatorio quel tocco, ne i successivi, ne quel bacio sulle labbra&nbsp;mancato che doveva essere un normale saluto sulla guancia, ma a pensarli mi fanno ancora sorridere di piacere, sento ancora sulla nuca salire qualcosa tra i capelli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il momento in cui mi accorsi che il danno era fatto fu però quando una sera parlando di un&#8217;amica descrisse con dovizia di particolari il&nbsp;cappottino sfiancato, verde scuro di velluto raso con la cintura in vita, il suo stupido papillon da uomo indossato su una camicia viola con uno strano scollo e perfino l&#8217;anello&nbsp;con pietra ovale viola. Stupido non lo disse lui ovviamente, e questo mi fece capire che ne ero gelosa, che non avrei voluto mi fosse portato via neppure da me, dal mio lavoro. Fu il modo di descriverla, così ricco di particolari, così fatto di pregi di poca importanza eppure così piccoli da dover richiedere un interesse nel dettaglio che non aveva con me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciai ad accorgermi dell&#8217;odore della sua pelle quando mi passava accanto, della pelle del suo collo, ricordava i particolari di altre e mi faceva incazzare quando non ricordava la collana che avevo indossato il giorno prima, o&nbsp;forse lo faceva apposta per farmi rodere e trattenermi un po&#8217; più accanto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi convinsi che&nbsp;avevamo sbagliato obbiettivo, mi convinsi che quella persona non poteva essere un assassino, che dalla sua gentilezza d&#8217;uomo d&#8217;altri tempi non potesse scaturire violenza, mi convinsi che forse dopotutto c&#8217;era un motivo se ero finita tra le sue braccia.<br>C&#8217;era un motivo, mi sentivo in una storia scritta da uno scrittore pazzo, ma mi sentivo viva, sentivo il cuore accelerare quando lo stavo per incontrare e fermarsi quando le sue labbra si posavano sulle mie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Cos&#8217;è questo?</em>&#8220;<br>Al centro del mio petto c&#8217;è una zona di nero più scuro, più secco, più rappreso ed al centro un buco.<br>&#8220;<em>Ah</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella sera lui era strano, lo aspettai più del solito, era sempre puntuale ma non quella sera. Uscimmo come quasi ogni&nbsp;giorno da qualche tempo ma non parlò quasi mai, mi portò in riva al fiume a guardare l&#8217;acqua scorrere seduti sui sassi bianchi e lisci e poi tornammo alla macchina&nbsp;dove mi guardò con aria grave.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo come fosse ieri, o forse era ieri davvero, o forse era addirittura oggi, il suo sussurro a voce bassa ma calda all&#8217;orecchio sinistro. La sua voce calda.<br>&#8220;<em>Mi dispiace, deve finire. Qui. Oggi. Ora. Ho provato a convincermi che non fosse così, che tu fossi diversa, che io fossi diverso, ma non è così. Io devo seguire la mia strada e tu sulla mia strada sei solo una tappa</em>&#8220;.<br>Il suo fiato si addensava poco distante dalla bocca e le sue braccia non bastavano a non farmi sentire i brividi<br>Sentivo le lacrime scendere ma mi sentivo apatica, intontita, come immobilizzata. Credevo avrei pensato un milione di cose in un momento simile ma invece la mia mente era piatta, vuota, calma.<br>Mi passavano solo nella mente i ricordi dei momenti vissuti e niente altro.<br><em>&#8220;E il senso di colpa.&#8221;</em><br>L&#8217;idea di aver sbagliato io di non essere abbastanza, di non essere adeguata, di essere sbagliata. Non mi passò per la mente neppure per un istante a che cosa si riferisse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dissi qualcosa, non so neppure cosa.<br>Disse qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbassai la guardia completamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi come un improvviso spasmo sentii entrarmi nella carne qualcosa. Nel petto.<br>Mi congelò. Era come sentire un pezzo di ghiaccio che al contempo bruciasse la carne.<br>Lo vidi girarsi lentamente e mi sentii dire da lontano qualcosa come &#8220;io ti amavo stupido idiota&#8221; mentre la mente si annebbiava, mentre tutto diveniva scuro, mentre mi sentivo posare su di un pavimento nero di asfalto, mentre&nbsp;una chiazza lucida si allargava sotto di me e faceva apparire l&#8217;asfalto vetro nero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vidi una porta aprirsi, la sentii chiudersi con un tonfo alle spalle anche se ero sdraiata. Vidi un riflesso come se la porta fosse di specchio ed eccomi qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Ed eccomi qui.</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo che l&#8217;unica cosa da fare sia incamminarsi nella direzione indicata da questa che un tempo forse era una porta, credo di sapere dove sto andando anche se non ne conosco ancora la forma, e mentre cammino&nbsp;un pappo di un pioppo mi passa accanto, di sfuggita mi è parso ci fosse un piccolo omino appeso dentro ma la luce, l&#8217;erba, il cielo che si stanno aprendo mi fanno pensare di essere quasi giunta alla meta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Ora ricordo</em>&#8220;</p>
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		<title>Oltre il muro del sonno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2015 19:12:28 +0000</pubDate>
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<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Quella sera indossavi un vestito nero, un bellissimo vestito nero. Un po&#8217; oscuro forse ma su di te, sulla tua pelle candida, sul tuo corpo&nbsp;non poteva che essere perfetto. Ricordo come fosse oggi i tuoi capelli castano chiari, lisci ma voluminosi&nbsp;scendere fino metà schiena scalati in modo da avere la zona centrale più lunga. Il rosa chiaro della tua pelle spuntare da dietro&nbsp;ai lati dei tuoi capelli dove la maglia finiva con una scollatura larga ma non volgare lasciando immaginare dove la curvatura del tuo collo andava ad attaccarsi al di sotto di orecchie perfette ed invitanti.<br>La maglia era nera, come il resto, e a contrapporsi al dietro liscio sulla parte frontale era ricca di fronzoli e pizzi monocromatici spinti all&#8217;esterno da un seno non troppo prorompente ne assente, di una misura perfetta. La scollatura lasciava scoperte le clavicole in tutta la loro lunghezza e solo poco più in basso lasciando l&#8217;immaginazione scivolare sui tendini del tuo collo piuttosto che sul décolleté pudicamente coperto, e vorticare fino al tuo mento perfetto, le guance lisce e gli occhi di una gradazione tra il verde ed il grigio truccati solo&nbsp;lievemente per allungarne l&#8217;angolo. Occhi che avrebbero potuto tagliare in due, o sciogliere, o far ridere a crepapelle, o far morire d&#8217;invidia. Le braccia erano coperte da maniche semi trasparenti di pizzo che terminavano con strisce di stoffa da cui uscivano le tue bianche mani con&nbsp;le dita affusolate e unghie mediamente lunghe prive di smalti ma perfette.<br>La maglia scendeva fino ad una gonna coprendone una piccola parte con un triangolo rivolto verso il basso. Era la gonna il pezzo forte, fatta di veli neri di stoffa finissima alcuni quasi trasparenti ed altri più spessi messi in modo assimmetrico e rialzati dietro dal tuo corpo a scendere sinuosamente staccati dalle tue gambe.<br>La maglia stretta evidenziava i tuoi fianchi altrettanto stretti e la gonna scendeva a tratti poco sotto il ginocchio a mostrare gambe chiare coperte di collant a rete come una tela di ragno, sostenute da stivaletti col tacco in stoffa opaca.<br>Ricordo come fosse ieri ogni particolare di quella sera, dal tuo vestito alla musica che stavamo ascoltando, &#8220;Crimson&#8221; dei Sentenced, la nostra preferita era &#8220;Killing Me, Killing you&#8221;, ironia della sorte e quella sera la ascoltammo la ascoltammo la ascoltammo ancora ed ancora ed ancora una volta.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Killing Me Killing You<br>Killing all we have<br>As our loves wither away</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Burning Me Burning You<br>Burning us to ash<br>Drowning us in a sea of flames</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Darling, do you feel, there is a storm coming our way<br>The burning light between us is already starting to fade<br>The fire in our hearts is smothered by the rain<br>and the crimson flame of passion turns into something gray</p>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Non ci conoscevamo da molto ma era come se tu mi conoscessi da una vita, come se sapessi ogni istante quale sarebbe stata la mia reazione, quale sarebbe stato il luogo che avrei desiderato visitare, quasi ogni istante. Uno ti sfuggì probabilmente.<br>Era l&#8217;una di una notte di primavera, una di quelle in cui il caldo se ne va e il pizzo che copriva il tuo corpo lasciava andare un po&#8217; troppo calore, giusto quel tanto da farti da farti irrigidire i muscoli e dare&nbsp;la possibilità al tuo uomo, a me, di abbracciarti stretta e&nbsp;stringerti per trasmetterti il mio, e farti vedere che c&#8217;ero, che ero lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti guardai diretta negli occhi e ti dissi il mio pensiero. Quel giorno sarebbe dovuta finire.<br>Mentre parlavo le parole sembravano riassumersi, raggrumarsi nell&#8217;aria, addensarsi in nuvole e fermarsi qualche istante tra me e te&nbsp;prima di proseguire dileguandosi nell&#8217;aria, non&nbsp;ero sicuro che&nbsp;tu stessi comprendendo quanto&nbsp;stava accadendo<br>&#8220;<em>Non dico che sarebbe potuta finire in modo diverso</em>&#8220;<br>Mi dissi guardandomi dritto negli occhi.<br>&#8220;<em>Dico solo che, poteva non finire</em>&#8220;<br>Le lacrime rigavano il tuo volto trascinando quel poco di&nbsp;mascara che era&nbsp;il tuo unico vezzo, il tuo volto era però immobile, impassibile mentre i tuoi occhi sembravano spegnersi virando dal verde grigio al grigio, qualche goccia cadeva sul pizzo&nbsp;esposto dal tuo seno scurendolo se possibile con un piccolo alone, un altro, un altro ancora.<br>Pensavi che il problema fosse tuo, che fossi tu a non sapermi amare come credi ma non avrei mai potuto dirti dove fosse il problema, non avrei mai potuto rivelarlo a nessuno senza drammatici epiloghi.<br>Eravamo appoggiati al cofano della mia macchina, tu seduta con un tacco sul paraurti ed un ginocchio in avanti, io abbracciato a te leggermente di lato&nbsp;in piedi probabilmente nel mio cappotto nero di pelle anni settanta, i miei stivali, il cappello con la tesa e qualche jeans e camicia a caso.<br>Il discorso non durò molto a lungo, d&#8217;altronde, non c&#8217;era neppure molto da dire se non la realtà di come stavano i fatti. Te lo concessi alla fine, ti concessi di sapere,&nbsp;ti concessi di conoscere ciò che mi portavo dentro da troppo tempo e che mai avevo condiviso, poi misi in tasca la mano e ne estrassi qualcosa.<br>Ricordo le tue mani posarsi sul mio viso qualunque espressione esso avesse, la tua attesa delle mie parole, e gocce ancora che cadevano. Le ricordo scendere dal tuo volto prima lentamente quando si staccavano dalle tue ciglia e poi accelerare sempre più fino al colmo delle tue gote e precipitare sulla superficie della tua guancia, arrivare in prossimità del centro del mento dove avevi una lieve e buffa rigonfiatura e da lì gettarsi suicide sul pizzo sul tuo petto sul tuo cuore sul tuo sangue sul tuo silenzio sui sussulti dei tuoi polmoni sui suoni del di dentro del tuo corpo a macchiare altre macchie che stavano crescendo.<br>Il tuo sguardo era allora di stupore, gli occhi grandi aperti più del dovuto, le labbra leggermente aperte, l&#8217;incavo al centro del collo tra le sporgenze delle clavicole incavato.<br>Non ebbi il coraggio di guardarti ulteriormente, non di guardarti così, immobile di sasso, di restare senza aver più nulla da dire ne da sentire, lasciai scivolare le mie mani una dal tuo volto ed una dal tuo addome verso i miei fianchi, pensai ancora quanto avevo amato il liscio di quella pelle e mi girai. Ricordo il vento che mi spingeva i capelli sul volto, sentii la tua voce dire &#8220;io ti amavo stupido idiota&#8221;, lottai per non voltarti e guardarti un ultima volta, lottai per ricordarti come ti ricordo ora e poi sentii infine un tonfo lieve e sordo.<br>L&#8217;asfalto cominciava a bagnarsi di pioggia, sentii le gocce sul viso e le ringraziai perchè non avrei dovuto chiedermi cos&#8217;era quel liquido sul mio volto. Ti immaginai lì ancora sull&#8217;asfalto, con i capelli spettinati e bagnati di troppe cose, immobile con il volto della speranza forse non ancora disillusa ma allontanai questa immagine.<br>Girai attorno alla macchina senza guardare in direzione del muso, salii, mi fermai il tempo di mettere al massimo il volume su &#8220;Beyond The Wall Of Sleep&#8221; ed diedi gas in avanti.<br>Poi andai a lavare via i resti di quella sera dall&#8217;auto, quelli che la pioggia non aveva lavato.</p>
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		<title>La porta del paese delle meraviglie – Epilogo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2015 17:36:25 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Il rumore che la maniglia produsse fu secco ma chiaro, sentii inizialmente la resistenza alla rotazione e poi dopo un lieve sforzo lo scatto ed il suono del blocco che usciva dallo stipite per lasciare libera lo specchio, la figura accanto a me stava facendo lo stesso e mentre aprivo la porta la vidi sia nel riflesso -finché mi fu possibile- che nella proiezione reale. Fu quando la osservai entrare nel nero del legno che vedevo dietro che mi accorsi che qualcosa non andava.<br>Il vetro si era staccato dal pannello di ebano ma non si aprì alcun passaggio, anzi, una parte si era&nbsp;rimasta lasciando una porta più piccola ancora chiusa.<br>Il cuore mi batté forte in gola forse per la prima volta in questo strano viaggio, batté forte da farmi sembrare di non essere più in grado di respirare, sentii la gola chiusa ed&nbsp;i peli sulla nuca mi si rizzarono mentre misi la mano sulla nuova maniglia che era spuntata. Provai ad aprire un nuovo passaggio ma accadde lo stesso: dopo un secco suono anche questa parte di specchio si staccò dal legno ruotando su cardini che prima erano invisibili e rimanendo a puntare verso l&#8217;esterno vuotamente senza che fosse possibile entrare e lasciando una nuova più piccola porzione di specchio con una nuova e più piccola maniglia, aprii anche questa, ed una ulteriore più piccola, ed un altra ancora, ed un altra. Non so quanto avrei potuto proseguire ma mi fermai.<br>Mi guardai attorno e vidi solo il buio di questo luogo, il pavimento in ossidiana lo specchio ormai aperto e&nbsp;nessun punto di riferimento se non quest&#8217;ultimo. Decisi che l&#8217;unica direzione che potessi prendere era quella perpendicolare a quella che era la porta, era la scelta più logica, lei dava in quella direzione e quella era l&#8217;unica direzione nella quale avrei potuto non perderla di vista troppo presto. L&#8217;orologio segnava le dodici e venti&nbsp;ma non saprei dire se fosse presto o tardi, ne se fosse mezzanotte o mezzogiorno,&nbsp;non contava, l&#8217;unica cosa che qui contava i minuti era quella che meno contava nella realtà, sottile ironia.<br>L&#8217;unica cosa che incontrai camminando fu ad un certo punto una sedia, sola abbandonata di lato e a terra poco più avanti piccolo&nbsp;peso conico&nbsp;di quelli usati nei laboratori di fisica, niente altro. Poi pian piano la luce cominciò ad aumentare, gradualmente. In un primo momento non me ne accorsi neppure ma mentre la luce aumentava il nero lucido del pavimento appariva meno nero, meno lucido virando lentamente verso un marrone opaco e compatto, mentre la luce aumentava dal marrone compatto salivano fili d&#8217;erba prima isolati poi sempre più frequenti, poi nel tempo divenne un prato ed il nero sopra divenne un azzurro quasi accecante popolato di solitari e bianchi nembi, pareva il cielo d&#8217;estate ed il verde dell&#8217;erba era così lucente da essere quasi anch&#8217;esso accecante.<br>Passai accanto ad una tenda ma non mi fermai ad osservarla, osservai il fiore che vi era nato accanto, una margherita gigante bianca ma ancora non mi fermai a vedere quel fiore perché poco più avanti c&#8217;ero io, o il mio corpo, o una mia nuova rappresentazione. Non ero bambino e non ero il giovane invecchiato che vidi nello specchio, ero io.<br>Immobile sdraiato nell&#8217;erba accanto ad un fuoco spento. Seguii l&#8217;istinto, niente altro e mi sdraiai non accanto ma dentro me, compenetrandomi a quel corpo. Chiusi gli occhi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando ho aperto gli occhi, poco fa ero ancora in quel prato, tra le mani una copia di &#8220;Alice Nel Paese Delle Meraviglie&#8221; nella versione originale&nbsp;illustrata da Sir John Tenniel, è aperto su una delle prime pagine &#8220;Alice, key in hand, finds the door to Wonderland/Alice, chiave nella mano, trova la porta del paese delle meraviglie&#8221;. Non ho ancora iniziato a leggerlo, ma credo non lo farò, credo di averne già visto abbastanza per ora, per il futuro invece non c&#8217;è certezza alcuna.<br>Ora voglio solo andarmene di qui, voglio camminare, seguire questa strada di gialli mattoni ovunque essa porti.</p>
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		<title>La porta del paese delle meraviglie &#8211; Parte prima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2015 19:34:10 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Ti&nbsp;vidi su di una panchina, abbracciata&nbsp;a tu&nbsp;sorella la quale leggeva, rimasi ad osservare il tuo volto pieno e vivo come quello di chi non sa soffrire che per istanti nonostante fossi seria ed annoiata,&nbsp;ti osservai sbuffare da lontano nascosto dietro un cespuglio.<br>Incantato ed incapace di mostrarmi, di parlarti, di palesare la mia presenza. Tante volte ti avevo immaginata, avevo osservato altre mentre non c&#8217;eri immaginando fossi tu e lasciandomi innamorare anche della loro presenza nella tua assenza, immaginarmi te davanti a me a muoverti e correre e sorridere, osservare i&nbsp;-non- tuoi capelli muoversi e saltare e supporre di conoscerti ed ora ero lì a guardarti finalmente di nuovo. Immobile bloccato.<br>Ero lì mentre passò quello strano coniglio:&nbsp;&#8220;Povero me, povero me! Farò tardi!&#8221; diceva, e quando il coniglio tirò fuori l&#8217;orologio a cipollotto dal doppio petto vidi il tuo sguardo stupito ma non come chi vede qualcosa di assurdo, stupito come qualcuno che vede qualcosa di bello ed inaspettato ma non incredibile, uno sguardo così naturale da rendere naturale a me il vedere questo strano personaggio saltellare di tutto punto vestito.<br>Ti osservai da lontano seguirlo, forse un po&#8217; geloso lo ammetto perché lui si era palesato anche se involontariamente, ti osservai osservarlo entrare nella sua tana e pochi istanti dopo cadervi dentro.<br>Ti seguii.<br>Caddi o volai, non ricordo il vento dell&#8217;aria contro la pelle, non ricordo la paura della caduta se non per un&#8217;istante, era come se invece di scendere fosse il mondo a salire ed io immobile, vidi credenze e mobili, comodini, mi parve di cadere o salire miglia e miglia, non ti vidi più mentre scendevo e forse neppure dopo non lo so perché cominciai d&#8217;un tratto a complicarmi.<br>Ricordo di non ricordare cosa pensassi nell&#8217;istante stesso in cui lo pensavo e di ricordare ricordi passati di passati invissuti, ricordo che come al solito quando mi annoio cercai di calcolare cose, la velocità di caduta in base a punti di riferimento, la larghezza del corridoio verticale che mi pareva scorrermi addosso, ricordo di aver provato a calcolare quanti anni avessi ma non ricordavo quando fossi nato, e di contare quante dita avessi ma dopo essere arrivato a ventitré ricominciai e arrivai a due, e provando nuovamente erano quindici o trentatré ma poi ricordo di non ricordare se davvero quelli fossero i numeri e poi pensai che era una buona idea provare a calcolare i miei anni e mi fossi ricordato quando sono nato o quanto veloce andasse il suono, non ricordo eco o effetto doppler ma ricordo che i pensieri rimbalzavano sulle pareti e se pensavo verso il basso i pensieri correvano correvano senza tregua e se pensavo verso l&#8217;alto dimenticavo in fretta cosa non so perché non lo ricordo.<br>D&#8217;un tratto il pavimento o il terreno o il dove stavo andando mi raggiunse.<br>Mi ritrovai seduto.<br>Poco lontano&nbsp;un coniglio stava allontanandosi, indossava un doppio petto e reggeva con una zampa un orologio a cipollotto, sembrava agitato e frettoloso &#8220;Orecchi miei, baffi miei, come è tardi!&#8221; disse e si voltò un istante verso di me, ma non aveva baffi, non aveva orecchi o forse si nascosti da quei suoi bei capelli che contornavano&nbsp;un volto umano e dolce, pieno e vivo come quello di chi non sa soffrire che per istanti&nbsp;per nulla&nbsp;serio&nbsp;o annoiato, e perché avrebbe dovuto poi esserlo, ma neppure pieno della tensione e della fretta di chi corre per qualcosa che non ha scelto, il&nbsp;tuo sorriso era quello di chi sa cosa sta facendo e con la frenesia della gioia di fare, la gioia dell&#8217;inquietudine del non saper stare con le mani in mano e correvi, correvi, correva con quell&#8217;orologio il coniglio bianco dal volto umano, correvi lontano ed io dietro te con il tuo sorriso dentro.</p>
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		<title>Vattene, pre ferisco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2015 22:37:47 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Vattene lontano da me.<br>Lontano come oltre la vita, oltre la morte.<br>Lontano.<br>Ricordo ancora come fosse oggi la prima volta che ti incontrai, lo ricordo più di quanto la mia mente sia in grado di ricordare gli anni, i decenni ed i secoli che intercorrono tra quel momento ed oggi.<br>Ricordo ogni singola piega della pelle del tuo volto, del tuo collo, ricordo il movimento delle tue mani e la delicatezza delle tue dita, ricordo ogni sfumatura che i tuoi capelli illuminati dal sole&nbsp;presero quel giorno, ricordo il tuo modo di muovere le labbra e la semplicità del tuo sorriso che faceva apparire naturale essere felici in questo mondo oscuro e nero, ricordo il sorriso che si disegnò sul mio volto, i muscoli della faccia che non potevo osservare ma che si tendevano incontrollabili a segnalare che qualcosa dentro di me stava cambiando, che qualcosa nella mia vita non era più ciò che era stato.<br>Non sono mai stato una persona buona ma ho lottato sempre per il bene fino a quell&#8217;infausto giorno lontano perso disperso e vivido secondo solo all&#8217;incontrarti la prima volta.<br>Lottavo per un dio che non ci assiste, che non ci ama, che non ci guida, che non serve più, che avevo smesso di credere dopo quel giorno e che ora mi osteggia, mia nemesi e contrapposizione.<br>Lottavo per lui col sangue ed il legno, col sangue e la spada, col sangue ed il sangue anche quando con una mano ti allontanai per seguire quella che credevo una missione più grande, dicendoti che non era quello il nostro tempo, che la mia missione non era terminata ancora.<br>Fu al mio ritorno che non ti trovai.<br>Fu al mio ritorno che rinnegai me stesso e questo dio.<br>Fu al mio ritorno che compresi quanto la solitudine si fosse impossessata di me nel profondo.<br>Fu al mio ritorno che invece di allontanare da me il calice della sofferenza ne bevvi avidamente, bevvi sangue e veleno e veleno e sangue e giurai morte e sofferenza e giurai vendetta a quel dio che mi aveva privato della tua dolcezza e della tua purezza.<br>Giurai vendetta a me stesso.<br>Ritrovarti, dopo secoli è stato invece il terzo istante della mia vita, ed è stato l&#8217;istinto a spingermi a te,&nbsp; a farmi desiderare di&nbsp;godere della tua essenza cambiata, più oscura e sofferta, tu stessa rinnegata al mondo e le mie labbra fremono per assaggiare il tuo sangue, assaggiare il tuo vuoto, penetrare il tuo vuoto con ciò che guida il mio lato più oscuro.<br>Vattene lontano da me.<br>Lontano come oltre la vita, oltre la morte.<br>Lontano.<br>Perché me ne andrò ancora, perché non è questo&nbsp;a cui&nbsp;ciò che ero ambiva e ti trascinerei con me in questo vortice di inesistenza.<br>Preferisco, pre-ferisco, strappare la mia anima ancora -perché perduta in altri mondi- che nuovamente trascinarti giù da quella torre dove il fiume non ha ancora pulito il tuo sangue.<br>Vattene lontano da me o mi distruggeranno, e distruggeranno te, e il nostro nulla non sarà mai pace, non sarà mai.</p>
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		<title>Immergersi in te stesso (edited)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2015 17:05:53 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph"><span style="color: #999999;"><em>*il racconto è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale*</em></span><br>Non è buona norma in genere immergersi in solitaria,&nbsp;in tutti i corsi insegnano a scendere sempre con in compagno ma d&#8217;altronde sono molte le cose che non è buona norma fare, ad esempio scendere con&nbsp;un bombolino ean 70 in una immersione profonda, ad esempio, ma non credo che nessuno dei due rappresenti un problema per l&#8217;attività che ho scelto di fare oggi.<br>Questa è una bella sera di una stellata come poche volte se ne vedono, complice l&#8217;inverno&nbsp;e lo scarso turismo la gran parte delle luci sono spente e questo permette di vedere il tutto illuminato solo dagli astri e dalla luna che sta salendo lentamente all&#8217;orizzonte tra i monti. L&#8217;aria è frizzante e viva, e l&#8217;acqua assolutamente calma, un&#8217;ottima notte per un&#8217;esperienza come questa.<br>La preparazione dell&#8217;attrezzatura come sempre è veloce ma meticolosa, non vorrei avere qualche genere di imprevisto che mi tolga la calma assoluta&nbsp;che ho dentro.<br>La bombola è piena ma non credo mi servirà, il bombolino ben agganciato e con l&#8217;erogatore chiuso, i formalismi sono importanti.<br>La torcia è ben carica, della secondaria non credo di averne bisogno ma è qui nella tasca del GAV non si sa mai, giusto? Fermo un passante per chiudermi la muta stagna, pulisco la maschera e sono pronto.<br>Le panchine sono sempre un ottimo aiuto per un subacqueo, niente di più comodo che sedersi, allacciarsi il gav, la bombola, prendere in una mano il bombolino e la maschera, nell&#8217;altra reggere la torcia e le pinne, alzarsi e camminare verso lo scivolo di alaggio per le barche.<br>Ho fatto centinaia di volte questa immersione e la conosco ormai più del giardino di casa ma è da sempre la mia preferita: qui ho imparato e qui voglio stare per&nbsp;sempre.<br>Con l&#8217;attrezzatura sulle spalle scendo in acqua lasciando i vari oggetti minuti sul bordo dello scivolo, l&#8217;acqua non è fredda come mi aspettavo e questo è molto positivo. Indosso la maschera e faccio un paio di prove creando depressione all&#8217;interno ma entra aria&nbsp;quindi non è messa bene, la ricontrollo, la sistemo, perfetto. Ora prendo dallo scivolo&nbsp;le pinne e le indosso, questa è una delle cose più comode di questo punto di immersione, puoi stare in piedi tranquillo a prepararti in acqua ma la profondità aumenta velocemente spostandoti di pochi metri. Un&#8217;accoppiata vincente.<br>Controllo l&#8217;aggancio del bombolino al&nbsp;GAV e sono pronto: tutto è in&nbsp;ordine.<br>Mi guardo intorno, mi viene spontaneo fare il gesto di ok con il pugno sulla testa ma questa volta non c&#8217;è qualcuno a cui segnalarlo, alzo il corrugato, svuoto e scendo.<br>Ci vogliono solo pochi istanti e mi trovo a cinque metri, mi viene da sorridere pensando che ho dimenticato di portare la boa di segnalazione, anche questa è una di quelle cose che non si fanno ma non credo sarà un problema per nessuno.<br>L&#8217;immersione, il mio percorso preferito almeno, inizia scendendo qualche metro seguendo una sagola che parte dalla base dello scivolo di alaggio verso il largo, questa porta ad un piccolo canyon che lascia presagire l&#8217;immensa bellezza che da lì a poco colpirà il mio sguardo e la pace che porta.<br>Di notte si vede poco oltre a due pareti di roccia ognuna a pochi centimetri dalla spalla, potrebbe fare impressione detto così ma quaggiù è un altra cosa, tra queste due pareti si vedono scendere rapidamente le rocce da una decina di metri a oltre i trentacinque, di fronte il blu scuro&nbsp;assoluto, dietro le pietre della spiaggetta.<br>Ed è nel blu che bisogna andare, questo canyon in genere fa effetto di&nbsp;sfogo per le correnti e mescola i termoclini con il movimento di acqua che si incanala. Fermandosi all&#8217;inizio a volte sembra di avere il vento freddo tra i capelli&nbsp;ma&nbsp;non questa sera perché di inverno l&#8217;acqua in superficie non è sufficientemente calda ed i termoclini sono di conseguenza meno marcati. L&#8217;emozione di scendere da questo punto in ogni caso&nbsp;resta sempre unica. In pochi secondi sono a trenta metri, carezzo la valvola del bombolino ma non è ancora il suo momento: ora posso guardarmi attorno;&nbsp;il canyon scompare in alto e qui il buio è più forte, si vede solo quello che viene illuminato dal cono luminoso della torcia e puntando verso sinistra, verso il largo, la luce non può nulla contro l&#8217;oscurità infinita della notte. A destra invece le rocce color sabbia chiara&nbsp;mi sovrastano ed in un anfratto c&#8217;è il presepe, forse il punto di immersione&nbsp;più famoso da queste parti. Lo saluto rimanendo a guardarlo ancora qualche minuto mentre attorno non c&#8217;è alcun suono al di fuori delle bolle che escono dal mio erogatore. Ritmicamente. Circa ogni otto secondi.<br>Questo è ciò che vengo a trovare qui ogni volta: il silenzio così diverso dal silenzio del mondo di sopra, così diverso da ogni silenzio. Talvolta&nbsp;ci sono suoni,&nbsp;molti, ma pur sempre in qualche modo educati: quando l&#8217;acqua è mossa si sentono le rocce cozzare tra loro, i sassi muoversi con quel tipico suono secco e acuto che&nbsp;somiglia a quello che fa un accendino quando si accende, ma più acuto, più breve e secco. I suoni sott&#8217;acqua si propagano molto più velocemente che nell&#8217;aria, tanto da impedire di capire la direzione da cui provengono, ad esempio il suono dei motori delle barche somiglia&nbsp;a quello di una mosca che voli in modo costante, e anche questo se non lo si conosce è impossibile da comprendere, e non si riesce a capire da che parte arrivi, da che parte vada. I suoni qui ti avvolgono, e come essi sei parte del mondo, sei parte del mondo come il mondo è parte di te.<br>Allontanandomi dal presepe scendo di pochi metri e mi sposto, dovrei trovare qualche sette nano dallo strano nome, i subacquei hanno un umorismo particolare, il più famoso e storico si&nbsp;chiama &#8220;embolo&#8221; credo sia il più significativo oltre ad essere il primo che ho incontrato. Scendendo più in profondità, oltre i quaranta metri i riflessi cominciano a rallentare, tutto ciò che può essere tensione nel mondo di fuori qui dentro è così lontano, assente, così insignificante da scomparire. Non come se si rimpicciolisse e ridimensionasse ma proprio come se la superficie dell&#8217;acqua fosse un portale tra un universo ed un altro e tutto rimanesse nel proprio. Qui non esistono. Penso sempre all&#8217;immagine di &#8220;Stargate&#8221; nel momento in cui mi sto immergendo, c&#8217;è una consapevolezza diversa, una calma, un rilassamento che&nbsp;credo possa esserci simile solo nello spazio siderale. L&#8217;adrenalina non esiste ed il cuore batte lentamente, il respiro è lento e regolare, chiudendo gli occhi sembra quasi di sciogliersi e mescolarsi e far parte di questo tutto, ci si sente un niente parte di un tutto e al contempo un tutto con tutto.<br>Puoi vedere pesci muoversi lenti ed avvicinarsi curiosi, consapevoli che tu non sei un pericolo, a volte sfiorarli, puoi essere uno di loro, toccare i gamberi sotto quello che per noi è il collo e vederli muovere le zampette, puoi vedere cuccioli protetti da adulti ed infilarti in foreste di piante verde fluorescente, o osservare il modo sinuoso con cui le anguille avanzano,&nbsp;peccato che in genere duri poco meno di un ora prima di dover risalire per l&#8217;aria o per la saturazione dell&#8217;azoto che sia, ma non questa volta.<br>Il computer segna 66 metri,&nbsp;lentamente apro il bombolino, con un EAN 70 l&#8217;ossigeno-tossicità dovrebbe essere stata sufficiente a stordirmi a trenta metri a più di sessanta non dovrebbe volerci molto, ma il fondo qui supera agevolmente i cento e nel frattempo continuerò a scendere. Per sicurezza ho indossato molto più dei pesi che utilizzo in genere. Mi tolgo il gav, lo faccio ruotare davanti a me respirando ancora dalla bombola dell&#8217;aria, che nel frattempo chiudo. Ho ancora un paio di respiri prima che non esca più nulla, il tempo di rimettere il gav, e iniziare a respirare dall&#8217;erogatore del bombolino.<br>All&#8217;inizio sembra tutto normale, ma non potevo aspettarmi come diceva il mio istruttore che fosse &#8220;un colpo di pistola&#8221;, nulla nel corpo umano è così secco ed immediato credo,&nbsp;non che sia un medico, conosco solo quello che riguarda la subacquea, mentre scendo oltre la zona sabbiosa mi si avvicina un luccio enorme, sembra guardarmi ed io lo guardo, mi ruota attorno e si mette a testa in giù come un delfino, mi fa ridere e le bolle che escono dal mio erogatore lo fanno fuggire, o forse era già fuggito prima che ridessi&nbsp;&nbsp; non&nbsp;&nbsp;&nbsp; ne&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; s ono&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; troppo&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; ss icuro,&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; il&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; tempo&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; sembra&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; scorrere&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; strano.<br>D&#8217;un tratto mi accorgo di avere i piedi in alto e di aver toccato il fondo con la testa, è un attimo poi mi giro mentre passa un altro luccio, questo non sorride. Forse è quello di prima.<br>Ho forse, il dubbio&nbsp; &nbsp;che&nbsp;&nbsp; &nbsp;potrebbe non essere il luccio&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; delfino il &nbsp;ruotavo io? Ruotare? Il fondo. Sto respirando, e questa cosa sulla bocca, in bocca,&nbsp;mi infastidisce come un peso come una maschera di ferro di un re imprigionato. La tolgo e sto volando, in assenza di peso posso muovermi come si muovono gli uccelli, posso fluttuare nell&#8217;universo e attraversare mondi&nbsp;o essere io mondo&nbsp;attorno a me nubi belle color della sabbia si alzano mi impediscono la vista e poi si spostano e si muovono, sembra di essere&nbsp;nel cielo&nbsp;e uccelli senza ali&nbsp;mi guardano e&nbsp;ridono. No&nbsp;non ridono le ali ma gli uccelli, insomma quelli lì, non li vedi?! Quelli lì.<br>Ridono e io rido con loro, rido a crepapelle come un matto mentre&nbsp;Embolo che&nbsp;è sceso qui da me&nbsp;mi saluta, e quello? Quello sembra Giuseppe che cammina con&nbsp;Maria o sono due pesci o sono le mie mani che si allontanano verso un dove che non so&nbsp;e vedo i fiori sul fondo e i prati verdi poi più nulla e fiori che divengano grandi grandi grandi come mondi e dentro i fiori tanti fiori con dentro fiori grandi e poi nulla.<br>Credo che gli occhi abbiano iniziato a ruotare verso l&#8217;alto, insistentemente.&nbsp;Mi fanno male mi fanno male come volessero girarsi dentro come dovessi guardare dietro ma non potessi girare la testa?<br>Non mi sento più nell&#8217;acqua, non mi sento più. E vedo dentro, credo che gli occhi siano girati davvero&nbsp;dentro e vedo dentro di me.<br>Ho sempre pensato che le immersioni portassero all&#8217;introspezione quanto la meditazione, che aiutassero a rilassarsi e parlare con se, con l&#8217;io profondo a vederlo ed affrontarlo lontano dalla realtà,&nbsp;ma ora vedo dentro me! Voglio dire, vedo direttamente il cervello, il cervello e i suoi tarli,&nbsp;con le loro zampette e le loro alette lunghe e striate, vedo insetti muoversi sulla&nbsp;superficie,&nbsp;dentro attraverso buchi, mordere, mordicchiare, ne sento il rumore, crick crick,&nbsp;guarda quello! Ha il volto di Lei e sta mordendo proprio in mezzo credo ci sia la parola lì, se ho un ricordo vago di queste cose&nbsp;e quello lì? Sembra così triste e solo, scontroso con quell&#8217;aria superiore, ha due baffoni buffi ed un piccolissimo orologio a cipollotto e morde anche lui qua e là, dentro, profondo. Dietro lui una lunga scia che attraversa più parti del cervello, ed eccone un altro curioso che muove la testa come a ritmo perso in se stesso e fa i suoi buchi con un trapano a meno invece che mordendo.&nbsp;Sento come di non avere più un corpo e mi sento risucchiato dentro, come dicono debba essere&nbsp;in un buco nero mi sento allungare,&nbsp;allungato all&#8217;infinito come uno spaghetto&nbsp;a partire da quello che potevano essere i piedi infinitamente lontani e le caviglie chilometri prima e&nbsp;decine di chilometri indietro le ginocchia, centinaia il corpo e migliaia le spalle fino alla testa che tende a distanza infinita&nbsp;e sono liquido. Attorno a me infiniti dischi morbidi e rossi come cuscini tondi ed altri bianchi come sfere dalla superficie rugosa altri&nbsp;oggetti ancora rosa ma nell&#8217;insieme il tutto è di un rosso scuro e vivido, scivolo velocemente in questa specie di corridoio tondo pieno di vicoli, curve bivi e diramazioni, ogni tanto ci sono valvole da cui posso entrare e guardando dietro mi accorgo che non posso tornare da dove vengo spinto a intervalli regolari, ad ogni colpo più in là e&nbsp;come se sapessi dove andare come se fossi attratto da qualcosa&nbsp;nonostante i bivi mi sembra di essere organicamente unito in una sola entità. Accelero e rallento, accelero e rallento come spinto o trascinato, accelero e rallento, e il corridoio si fa sempre più stretto, in mille, milioni, miliardi di piccoli corridoi ed io pur sentendomi uno&nbsp;sono in ognuno di loro come diviso in infinite infinitesime parti di un tutto vedo infiniti corridoi, sono in&nbsp;infiniti infinitesimi corridoi e sento di essere spinto e attratto fino a raggiungere una superficie più solida dove i corridoi sono talmente stretti da essere indistinguibile l&#8217;essere ancora in corridoi&nbsp;o lo stare attraversando una struttura solida tra atomo e atomo. Sento di stare cambiando, sento come se non fossi più nell&#8217;acqua ma per un istante mi sento carne e aria e legno e nulla di tutto questo, mi sento fantasma che attraversa un muro e muro attraversato&nbsp;e nuovamente mi trovo in un lungo corridoio questa volta lineare e dritto.<br>Blu. Per qualche momento sembra una situazione stabile, ho il tempo di osservare attorno contemporaneamente in ogni direzione la superficie di questa galleria grigia e il blu che sono dentro di essa. La sento muoversi, non piegarsi, non comprimersi ma come se si inclinasse velocemente in una direzione, nell&#8217;altra, in un altra ancora e poi&nbsp;nuovamente mi sento&nbsp;risucchiato verso il basso,&nbsp;veloce sento il rumore di qualcosa strofinato, qualcosa che gratta&nbsp;su una superficie non liscia ma neppure&nbsp;molto porosa,&nbsp;non sono più nell&#8217;acqua perché sento le direzioni dei suoni ed è in basso questo rumore, a scatti come trascinato, ed è la direzione verso cui sto andando.<br>Mentre parte di me osserva ancora la superficie liscia osservo dove inizia il mio essere stringersi il corridoio, mi sento stringere tra due punte di metallo e comincio ad uscire, ad essere fuori su di una superficie bianca&nbsp;dalla quale mi sento attratto tanto da non potermi più staccare, sento di stare prendendo una forma sinuosa lunga interrotta a tratti, mi sento parte di qualcosa di più grande di me.<br>Resto lì qualche tempo immobile, mentre sento spostare la superficie su cui sono finito, sento di rimanere chiuso quando una superficie analoga viene appoggiata su quella che sento mia e poi di nuovo sento l&#8217;aria quando questa superficie non so quanto tempo dopo viene nuovamente allontanata. Poi come una pelle d&#8217;oca sento alzarsi qualcosa di me, lo sento elevarsi, allontanarsi, sento come di perdere il corpo se mai l&#8217;ho avuto e di essere essenza ed improvvisamente volo&nbsp;verso qualcosa, verso&nbsp;l&#8217;alto.<br>Non sapevo i tuoi occhi fossero così belli, così veri, così stupiti ma li vedo un istante e poi sento battere.<br>Tump, Tump, Tump, Tump.<br>Ho trovato casa.</p>
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		<title>Non portarmi con te ad un concerto, non sarò lì.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 17:12:07 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Sono stato a non so quanti concerti nella mia vita, e non so con quante persone nel tempo, nello spazio, tra le dimensioni.<br>I concerti per me si dividono in due macro categorie, la prima è quella in cui vado ad ascoltare musica, la seconda è quella in cui vado a incontrare musica.<br>Oggi sono qui, la folla mi attornia, di fronte a me una ragazza dai capelli ricci mi ricorda qualcuno, si muove come immersa nel mondo del suono, la vedo sorridere pur non vedendone il volto e&nbsp;ne riconoscerei il sorriso. Accanto a me una vecchia amica con cui condivido una passione del tutto musicale e di ricordi di mare, di monti, di tramonti Corsi e dell&#8217;odore di quel fuoco, e di fonte a lei immancabilmente la donna più alta del mondo a spostarsi ovunque lei vada. Due donne nascondono il loro affetto reciproco che non è d&#8217;amicizia pura e tra rockers e persone raffinate la folla si mescola in caleidoscopiche combinazioni di colori e di volti, persone si muovono all&#8217;unisono pendendo dalle labbra di una cantante non più così giovane come un tempo ma d&#8217;una carica immensa, ed io lì al centro di un mondo fino. Non saprei come descriverlo con una parola diversa. Fino come carta velina e sfocato e distante come lo sfondo di un ritratto in primo piano, io sono lì accanto alla sua voce, neppure il suo volto e niente esiste attorno, non esistono le braccia fini della ragazza di fronte a me, non esiste la mia amica, le due amanti, non esistono i metallari e le signore raffinate, i cartelli, e i salti.<br>Da fuori devo sembrare del tutto intontito, silenzioso, spento mentre dentro si muove un mondo di immagini colori e sensazioni e ricordi di mare di chitarre di un letto grande del volto di una vecchia amica che non vedo da troppo tempo e che continuerò a non vedere per troppo tempo ancora e che forse incontrerò&nbsp;un giorno altrove, da un altra parte in un altro quando dove e perché.<br>Non è così magra come un tempo sul palco la voce, formosa più di quando faceva preoccupare il suo pubblico e con quel vestito mi ricorda un altra voce accanto all&#8217;orecchio a suonare quella chitarra per me, all&#8217;orecchio, mentre con pezzi di specchio distrutto tra le mani cercavo immagini che mi dicessero chi ero e non le vedevo, le ombre ne nascondono il volto e le labbra si trasformano in quelle labbra che sapevano ascoltare e parlare e dire e amare pur senza amare ed essere salvezza costante. Sento quella chitarra acustica lontana da tutti i suoni entrare dentro come un pugno, come quel pugno che sentisti dentro un giorno davanti alla porta di casa quando pronunciai quelle parole. E scivolo nei meandri di altri istanti di un auto a vagare per ore nel nulla di un mondo che era tutto tra le due porte e nulla al di fuori.<br>&#8220;Accontentarsi di niente&#8221; è una frase che ruota nel cielo di questo ambiente chiuso azzurro di nuvole chiare d&#8217;un giorno d&#8217;estate tra i papaveri&nbsp;&#8220;accontentarsi di niente&#8221; in qualunque modo tu voglia leggerlo è la risposta. Tra lo scegliere di arrendersi o il lottare all&#8217;infinito e ruota nell&#8217;essere, nell&#8217;etere, come sdraiato sopra di me fiori&nbsp;a forma di&nbsp;mani a muoversi nel vento creato dai suoni ed il sole delle luci e dell&#8217;amore che viene scagliato da un palco quasi sputato di rabbia e per questo vivo.<br>Ho passato anni ad accumulare ricordi, ho passato anni a vivere mondi diversi unendo in me infinite esperienze cozzanti diverse intersecanti che esplodono in momenti in cui vivo la musica o creo e poi d&#8217;un tratto quasi un istante dopo essere iniziato, due ore e più&nbsp;tardi, le urla gli applausi ed accanto a me ancora la mia vecchia cara amica, le due&nbsp;amanti segrete e tutti gli altri mentre si accendono le luci ed è ora di tornare.</p>



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		<title>Lettera d&#8217;amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2015 23:25:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ricordo l&#8217;ultima volta che ti vidi, la penultima a dire il vero, ma l&#8217;ultima prima di quel momento.Ti guardavo mentre mi sorridevi, ti guardavo come si guarda qualcuno che non si da per scontato non si perderà mai,ti guardavo con l&#8217;aria distratta di quando si vede qualcuno ogni giorno, ogni istante.Non potevo sapere che non [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Ricordo l&#8217;ultima volta che ti vidi, la penultima a dire il vero, ma l&#8217;ultima prima di quel momento.<br>Ti guardavo mentre mi sorridevi, ti guardavo come si guarda qualcuno che non si da per scontato non si perderà mai,<br>ti guardavo con l&#8217;aria distratta di quando si vede qualcuno ogni giorno, ogni istante.<br>Non potevo sapere che non ti avrei mai più rivista, che ti avrei rivista solo un&#8217;altra volta in uno stato ben diverso.<br>Non potevo comprendere l&#8217;amore che mi legava a te e il non avertelo mostrato ancora abbastanza,<br>ti osservai sorridermi e voltarti, allontanarti da me a passi lenti mentre lavavo i piatti, ti osservavo dalla finestra finché uscisti dal mio campo visivo e poi mai più ti vidi sorridere, mai più ti vidi voltarti con l&#8217;aria che solo tu avevi.<br>Ricordo il primo giorno che ti vidi, schiva e solitaria.<br>Bellissima, e schiva, e solitaria, e timida.<br>Ti scelsi subito perché eri tu che volevo, ti scelsi subito perché avvicinandomi non fuggisti, ti lasciasti dolcemente sfiorare, fu come cogliere un fiore, come cogliere tutta la bellezza di un mondo in una mano.<br>Ricordo i mesi che passammo assieme, la tua diffidenza crescere e calare, e scivolare come una vibrazione di un diapason prima forte ed instabile poi sempre più stabile e poi flebile in oscillazioni sempre minori, fino a quel giorno, quel sorriso.<br>Non da molto lasciavi che io sfiorassi il tuo intero corpo, che ti prendessi tra le mie braccia e baciassi ogni parte di te, non da molto avevi cominciato a cercarmi a mostrarmi quell&#8217;amore che avevo già compreso, intravisto, amato a mia volta, non da molto avevi iniziato a lasciarti amare quel giorno che fu l&#8217;ultimo.<br>Furono improvvise le urla dalla strada, inaspettate, stavo asciugandomi ancora le mani dai piatti, non avevo capito che quel sorriso, quel lieve tentennamento, quel girarsi a guardarmi e fermarti un secondo era il tuo modo di salutarmi, di lasciarmi una fotografia nella mente, eterna ed indelebile, non avevo capito che stavi dicendomi &#8220;Ecco&#8230; io vado&#8221; e che stavi andando davvero.<br>Furono improvvise le urla dalla strada, mi chiamavano, chiamavano il mio nome, ci misi un po&#8217; a capirlo a rendermi conto che all&#8217;improvviso tu non c&#8217;eri più, che ti avrei vista una sola volta ancora ma mai più sorridere, mai più camminare, mai più correre, mai più saltare.<br>Furono improvvise le urla di chi ti ha trovata accanto a tuo fratello che provava a salvarti rischiando a sua volta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ora non mi resta che il ricordo di te dopo anni, di come ad ogni goffo movimento ti uscisse un miagolio, di come rispondessi al tuo nome come ad un appello &#8220;io!&#8221; e tuo fratello che prima di allora era silenzioso che iniziò a miagolare e piangere come non mai, a far uscire un miagolio ad ogni goffo movimento, a ricordarmi ogni giorno di te, della tua bellezza, di quello che sei stata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Precipitevolissimevolmente scivolo nei meandri dei ricordi di te.</p>
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