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	<title>Ostacoli Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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		<title>La paura di fallire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Aug 2017 19:21:02 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Fallire. Il mondo è zeppo di paura di fallire, di provare a fare qualcosa e non arrivarci in fondo. Fallire in uno sport in cui non sei sicuro di eccellere, fallire provando ad imparare a suonare uno strumento musicale, fallire un esame all&#8217;università, fallire la scelta degli studi, fallire in un rapporto di coppia, fallire un colloquio di lavoro, fallire l&#8217;organizzazione di un viaggio ambizioso, fallire un&#8217;attività lavorativa, fallire nello scrivere un libro, fallire nel dichiarare il proprio affetto, fallire nel coltivare un fiore, fallire nel fare un dolce. Fallire.<br />
Fallire fa paura.<br />
Io l&#8217;ho fatto un milione di volte. L&#8217;ho fatto anche oggi. Anche ieri. Sono abbastanza sicuro che lo farò anche domani, ormai mi conosco abbastanza per conoscere dove andrò a schiantarmi miseramente, come mi sentirò, quale sarà il livello di sofferenza. Conosco abbastanza le mie debolezze da sapere che cosa aspettarmi.<br />
Pochi giorni fa ho raccontato una storia che ho vissuto da piccolo, una di quelle storie che sono la chiave di quello che sono diventato nel tempo, una di quelle storie che riesci ad elaborare solo anni dopo. Ero un bambino, non ricordo il contesto specifico ne perché fossimo lì e perché ma con la mia famiglia eravamo ad un maneggio. Ricordo il fascino terribile di vedere i cavalli saltare gli ostacoli, la maestria dei fantini, ricordo quanto ero affascinato dal vedere la muscolatura di quegli animali possenti cambiare forma sotto il pelo lucido. Dovevo avere un età in cui avevo già fatto dell&#8217;atletica leggera la mia vita, un altro fallimento anche l&#8217;atletica, perché pensavo al movimento dei muscoli nel mio corpo nella spinta della corsa. Non mi aiuta molto a ricordare la mia età perché la mia prima pista l&#8217;avevo affrontata a qualcosa come cinque anni. Finita quell&#8217;esibizione è stato forse mio padre a chiedere a qualcuno se potevamo salire su un cavallo, io desideravo con tutto me stesso toccarne uno. Mi sembrava quasi di avere la possibilità di toccare un animale mitologico. Mio padre mi ha sempre spinto nel provare nuove cose ma non ricordo se lui ci fosse salito quel giorno, ricordo che chiesero a me e mio fratello se volevamo salire ma io tentennai, ci salì mio fratello. Era bellissima l&#8217;idea di salire, era bellissima ma faceva terribilmente paura. Pensavo che non avevo neppure idea di come fosse toccare una di quelle bestie, e pensavo che avevo paura di cadere da lassù mentre mio fratello veniva portato avanti e indietro per qualche decina di metri con il sorriso spaventato e felice. Pensavo che a breve sarebbe toccato a me. Vidi i grandi aiutarlo a scendere e la paura continuava a prendermi. Ero come un cane legato ad una corda, voglioso di correre e lanciarmi frenato da una corda al collo. Pieno di energia positiva e di desiderio e frenato dalla paura dell&#8217;ignoto, del forse, del se. Del sé.<br />
<span id="more-4499"></span>Salì mia madre al mio posto e mi sentii tutto il mondo crollare, sentivo di aver sbagliato, fallito, deluso me stesso e chi mi stava attorno, mi vergognavo di avere paura e mi vergognavo anche di vergognarmi. E guardavo mia madre cercare di arrampicarsi su, perse l&#8217;equilibrio quasi subito spaventata da un movimento della bestia credo. E cadde. Non si era fatta nulla se non un po&#8217; di paura e poco dopo credo fu lei a cercare a convincermi a salire, che non c&#8217;era niente da avere paura. Avevo una seconda possibilità, nella vita reale le seconde possibilità non capitano quasi mai ma io ero un bimbo e non potevo saperlo ancora. Ancora mi ritrovai attaccato a quella catena al collo, era il momento in cui finalmente potevo trovare il coraggio e liberarmi e forse diventare un po&#8217; più uomo. Convinsi tutti che la caduta di mamma mi aveva spaventato. Che era quello il motivo per cui non volevo salire, provarono ancora a convincermi ma di fronte a quella argomentazione c&#8217;era ben poco da fare. Forse si sentirono anche in colpa per non avermi fatto salire per primo, in fondo ero il bambino più piccolo. Tornando in casa sentii un vuoto dentro. Come cadere all&#8217;indietro in un profondo pozzo dentro di me. Non avevo vissuto per paura di fallire. Avevo fallito per paura di fallire. Rimasi laggiù nel pozzo per diverso tempo, non saprei dire quanto.<br />
Negli anni ho vissuto altre volte questa esperienza, molte altre volte. Quasi a diventare un&#8217;abitudine, un pezzo di me. Trovarsi di fronte ad una scelta, ad un&#8217;azione da affrontare e rimanere lì, nel terrore di farlo davvero, nella paura di fallire, di sbagliare, di non essere adeguato, di cadere dal cavallo nel momento più bello. Sono arrivato a non fare nulla della mia vita. Immobile a guardarmi attorno, la schiena appoggiata a quel bastone a cui la catena è legata e a ruotare senza neppure più allontanarmi per la paura stessa di sentire al collo la pressione che mi avrebbe trattenuto. Infine sono arrivato a sedermi per terra, sempre con la schiena appoggiata a quel bastone, a guardare il mondo scorrere al di fuori di quel cerchio. Le persone facevano cose che io non osavo neppure pensare ed io nella mia inadeguatezza restavo lì ad osservarle. Distolsi lo sguardo verso la fine. Guardavo solo lo spazio tra i miei piedi, le mie scarpe da bambino, pur di non vedere il mondo vivere là fuori. Avevo trent&#8217;anni ormai.<br />
Vorrei dire che non ricordo cosa sia stato a far scattare la scintilla anche se lo so benissimo. Non conosco l&#8217;intera cronologia delle situazioni, dei pensieri, delle emozioni, dei fallimenti, ma ricordo diversi istanti e nel tempo la consapevolezza che a cambiare dovevo essere io. Che le belle parole dal di fuori del cerchio non servivano nulla. Ricordo anche qualcuno che in piedi accanto al palo, accanto a me, nel mio cerchio mi parlava nell&#8217;orecchio e mi diceva cose, mentre io guardavo ancora lo spazio tra i miei piedi.<br />
Ma di tutto questo c&#8217;è una singola cosa che ho trovato incontrovertibile: dei cavalli l&#8217;unico ricordo che avevo era la delusione di non essere riuscito a salirci, di aver fallito nel tentativo di trovare il coraggio. Niente altro. Per me i cavalli erano quello. Mi misi a pensare ad altre cose nella mia vita, cosa ricordavo di Francesca? Di non aver avuto il coraggio di affrontarla fino a quando era diventato troppo tardi. Cosa ricordavo della scelta del mio piano di studi? Che avevo scelto la cosa più sensata e non quella che mi emozionava. Che ricordo avevo del suonare la chitarra? Che avevo temuto di non riuscire mai a suonarla come sapevo suonare il sassofono. Mi guardai indietro e la mia vita era più piena di rimorsi e di &#8220;se avessi&#8221; che di emozioni reali. Così piena di occasioni perdute che il mio rimanere lì ad aspettare un&#8217;occasione aveva un&#8217;aspetto terribilmente grottesco e ridicolo. Quello è stato il giorno in cui ho iniziato a vivere. Troppo tardi? Forse. Se lo avessi fatto prima ora sarei sposato? Sarei uno scrittore? Sarei un fisico nucleare? Sarei un atleta? Un musicista? Un cavallerizzo? Non sarei ciò che sono ora. Non mi sarei alzato in piedi a guardare quel bastone su cui ero appoggiato e non avrei provato ad allontanarmene, non avrei provato a strappare quella catena, non starei scrivendo queste cose. Forse non avrei mai imparato cosa significa amare, gioire, soffrire, a stringere i denti e lottare, a rialzarmi dalle cadute. Che cosa invece non ricordo più? Le volte in cui ho provato e fallito. Fallisco quasi ogni giorno ma il fallimento lo posso archiviare come esperienza, ci posso stare male, posso soffrirci come un cane ma non rimanere quel cane alla catena incapace di liberarsi. Fallire è brutto, fa male, ma apre la porta a nuovi tentativi nuove esperienze, nuovi mondi. Un giorno quando sarà il momento di andarmene vorrei girarmi indietro e guardare e non avere rimpianti, non avere più &#8220;se avessi&#8221; e vedere invece un prato costellato dei fiori che sono le esperienze vissute, come rose rosse baluardi di chi e cosa sono stato. Con le loro spine, alcune di bellissimi colori cangianti altre appassite e secche ma ognuna vissuta. Di certo una, due, molte di loro saranno &#8220;quello che ho sempre cercato&#8221;, &#8220;quello che ho sempre desiderato&#8221;, &#8220;quella cosa che mi fa sentire completo&#8221;, &#8220;quello che mi fa sentire realizzato&#8221;, altre &#8220;quello che speravo&#8221;, &#8220;quello che credevo&#8221;, &#8220;quello che sarebbe stato bello funzionasse&#8221;, ma nessuna mai &#8220;Quello che avrei voluto provare&#8221;, &#8220;quello che chissà come sarebbe andata se&#8230;&#8221;</p>
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		<title>La mia prima volta (La vita)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2017 12:48:59 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta/">&lt;- La mia prima volta</a></p>
<p>Quando Marco mi fece provare non sembrava nulla di che. Alla fine lo facevano tutti, o almeno lo facevano le persone che io ritenevo le più intelligenti, le più sensibili, quelle di cui preferivo circondarmi. Ero un ragazzo, eravamo tutti ragazzi e sembrava una cosa figa.<br />
Provi. Tanto hai tutta la vita davanti, anzi ai tuoi piedi. Perché a quell&#8217;età non hai idea di cosa sia la vita ne davanti ne dietro, sai cos&#8217;è l&#8217;oggi, l&#8217;adesso. Il domani tuttalpiù è il tempo che ti separa tra l&#8217;adesso e un evento interessante. Non sapevo ancora che un giorno sarebbe diventato un mondo di possibilità, di scelte, di fatica, fino a quel giorno non esisteva, e basta.<br />
Il gioco è stato divertente, quando me lo ha proposte mi sono chiesto &#8220;cosa succede se provo? Cosa se non provo?&#8221;. L&#8217;unica risposta che mi sono dato è che se non lo avessi fatto sarei stato uno sfigato, che Marco non mi avrebbe considerato all&#8217;altezza. E così l&#8217;ho fatto.<br />
Sapevo perfettamente non fosse una cosa di quelle cose che fanno i <em>bravi ragazzi</em> ma non avevo mai ambito ad esserlo, sinceramente non mi piacevano le categorizzazioni, quindi neppure questa. Ero consapevole che proprio il mio essere intelligente ed attento mi rendeva in grado di controllare la situazione e di non rischiare troppo tutto quello che i grandi dicevano fosse pericoloso o senza via di ritorno. Non sono mai stato una persona da festoni e casino ma questa esperienza mi univa comunque di più al piccolo gruppo di amici, non farlo me ne avrebbe probabilmente allontanato, tanto valeva provare. Non ne rimanei particolarmente colpito, non che facesse schifo o che fosse privo di effetti ma nella mia breve vita avevo provato vari generi di emozione, questo era uno dei tanti. Andrea invece lo trovava entusiasmante, <em>la cosa più bella che mai avesse provato nella sua vita</em> diceva, Marco stesso che ne era il promotore era rimasto stupito dalla reazione di Andrea.<br />
All&#8217;epoca facevo atletica leggera, avevo iniziato qualche anno prima ed avevo fatto qualche garetta amatoriale, nei primi anni l&#8217;allenatore mi aveva fatto fare un po&#8217; di tutto, lancio della pallina, velocità, salto in lungo, salto in alto. Io adoravo il salto in lungo anche se ero un po&#8217; scarsino. Il calcio non mi piaceva e gli sport di gruppo non erano il mio forte. Forse per il fatto che portavo gli occhiali e quindi non ci vedevo benissimo o più probabilmente per attitudine, sono sempre stato un po&#8217; un solitario. Uno di quei giorni l&#8217;allenatore mi chiese di partecipare ad una gara per il fine settimana. Non mi disse la specialità e io non ci feci caso. Avrei dovuto aspettarmelo che mi avrebbe giocato uno scherzo ma non ci pensai. Era inverno e la gara sarebbe stata una indoor, c&#8217;era una piccola pista al coperto che veniva montata in fiera ricordo che il numero del padiglione fosse il 18 <span id="more-4301"></span>prima che li rinumerassero tutti. La pista era di gomma su una struttura di legno, era lì che ci allenavamo ed era lì che si sarebbe svolta la gara, non era la prima che facevo. Quando arrivai chiesi quale fosse la specialità e l&#8217;allenatore rispose <em>corsa ad ostacoli</em>.<br />
&#8220;Non l&#8217;ho mai fatta!&#8221; dissi.<br />
&#8220;C&#8217;è sempre una prima volta&#8221; mi rispose.<br />
&#8220;E se non riesco? E se inciampo e mi faccio male? E se&#8230;&#8221;<br />
&#8220;Ce la farai&#8221; disse.<br />
&#8220;Ma non mi ci sono mai allenato!&#8221;<br />
&#8220;Ce la farai&#8221; ripeté nuovamente.<br />
Dentro di me scattò qualcosa di nuovo. Un misto di paura, quasi terrore e di sfida. Un misto di <em>non posso farcela</em> e di <em>devo farcela</em>. <em>C&#8217;è sempre una prima volta</em> aveva detto, <em>c&#8217;è sempre una prima volta</em>.<br />
Ricordo i blocchi di partenza, da quel punto gli ostacoli sembravano un lungo corridoio. Guardandoli dal basso tutti quei rettangoli uno dentro all&#8217;altro sembravano un tunnel. Avrei dovuto passarci sopra, ovvio, ma trovai affascinante l&#8217;idea. Alla fine della pista, lunga solo una sessantina di metri, c&#8217;era la salita che ero abituato a fare in curva. Nelle piste indoor spesso la pista tonda è di soli duecento metri invece dei classici quattrocento e le curve sono rialzate ed inclinate per permettere agli atleti di girare con un raggio così stretto. La pista degli ostacoli si trova al centro di questo cerchio, posta in maniera longitudinale e termina su quella che è la curva. Guardare tutto questo da quel punto è stata una delle emozioni più grandi che avessi mai provato. Ricordo il vuoto ed il silenzio assoluto tra le parole<br />
&#8220;Ai vostri posti&#8221;.<br />
&#8220;Pronti&#8221;<br />
Il tempo si era fermato mentre il giudice poco distante da me alzava la pistola.<br />
Poi finalmente lo sparo.<br />
Non ho idea di come sia andata la gara, sicuramente non sono arrivato primo e neppure ultimo, ma era la sensazione dell&#8217;energia che mi spingeva oltre ogni ostacolo, il sentire l&#8217;odore della pista, il vedere il tempo rallentato passo per passo, passo per passo, l&#8217;ostacolo avvicinarsi e passare dietro.<br />
La sera stessa volevo raccontarlo ai miei amici, era la sensazione più bella che avessi mai provato. Andrea invece era più spento del solito, voleva andare al parchetto anche questa volta, io ci sarei anche andato ma non a fare quello che voleva fare lui, ci sarei andato a chiacchierare e raccontare, ma ancora più volentieri sarei andato a fare un giro in centro in mezzo alla gente, bere qualcosina e poi are gli scemi in piazza Dante. O al cinema per dire. Lui voleva <em>viaggiare</em> invece.<br />
Non ho mai capito perché trovasse il suo <em>viaggiare</em> così importante, fondamentale. Nel tempo lo vidi allontanarsi sempre di più, non era facile tenerlo vicino, non era facile cercare di fargli capire che anche andare al cinema a vedere un bel film poteva essere un <em>viaggio</em>, non che i suoi fossero brutti ma vedevo il mondo come una quantità enorme di esperienze diverse da provare. Potevo anche comprendere che la mia amata corsa ad ostacoli non fregasse niente a nessuno, non obbligavo tutti ad amarla dicendo che chi non la capisce non capisce come funziona il mondo.<br />
Nessuno di noi ha mai demonizzato necessariamente dividersi tra divertimenti classici e divertimenti in stile Andrea, ma ci sembrava stupido dover rinchiudere tutto nel trovare un modo di fuggire dalla realtà. Fuggire, <em>viaggiare</em>, ha un suo perché, un suo fascino ma anche la realtà ha un suo perché.<br />
Nel tempo tutti noi abbiamo smesso. Io anche per la questione che per gareggiare dovevo mantenere il mio corpo e la mia testa pulite, non sono mai diventato un campione ma ci credevo davvero. Così alla fine alcuni di noi si sono persi, altri si sono tenuti in contatto. Qualche volta ho ancora incontrato Andrea, non è mai sembrato essere cresciuto, si vestiva ancora come un adolescente era semplicemente invecchiato nelle stesse vesti. Un adolescente invecchiato. Dimostrava realmente parecchi anni di più di quanti ne avesse tra l&#8217;altro. L&#8217;ho rivisto ieri al supermercato con suo padre, sembravano entrambi molto stanchi, lui in particolare stentava quasi a farsi capire biascicando le parole. Mi chiedo se mi abbia riconosciuto davvero o se abbia finto di ricordarsi.<br />
Non so cosa abbia vissuto da quando ci siamo allontanati, come sia andata la sua vita fino ad ora né come proseguirà, penso solo che forse sia stato semplicemente meno fortunato di me, che avrei potuto essere io al suo posto.<br />
La realtà è che non lo saprò mai.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">La mia prima volta (L&#8217;anima) -&gt;<br />
</a><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">La mia prima volta (Il Sangue) -&gt;</a></p>
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		<title>Cielo terso e nubi bianche.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 13:56:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Guardo le nubi bianche di questi giorni, il cielo azzurro, terso, la neve sul Baldo e sogno. Sogno affrontando il futuro. Mi piacciono le novità, mi piacciono le sorprese, e in questi giorni ce ne sono state molte, dal cantiere della casa che dovrei comprare chiuso per problemi tra architetto e impresario, a un nuovo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">Guardo le nubi bianche di questi giorni, il cielo azzurro, terso, la neve sul Baldo e sogno.<br />
Sogno affrontando il futuro.</p>
<p>Mi piacciono le novità, mi piacciono le sorprese, e in questi giorni ce ne sono state molte, dal cantiere della casa che dovrei comprare chiuso per problemi tra architetto e impresario, a un nuovo gruppo con cui sto suonando (e di cui per ora non dico nulla perché credo sarà una grossa grossa sorpresa praticamente per tutti, e ad alcuni piacerà da morire ad altri farà proprio schifo), all&#8217;arrivo di un nuovo<span id="more-135"></span> sassofono tra le mie braccia&#8230; finalmente il soprano, si! All&#8217;incontro o reincontro con una persona speciale che sono stato felice di rivedere.</p>
<p>E poi? Oggi mi è capitato tra le mani un chiodino delle mie scarpe chiodate di Atletica, è lì tra ne cianfrusaglie di anni, cianfrusaglie? Chissà&#8230;. due dinosauri, un chiodino delle mie scarpe da atletica, un magnete, dei vecchi bocchini da sax, posate da campo scout, un temperamatite a forma di maschera da sub, un&#8217;automobilina di metallo portata dalla russia. Tutte cose ferme lì da anni, ognuna un ricordo, ognuna un significato passato presente o futuro che sia, i denti di dracula, l&#8217;astronave che ho costruito da piccolo, un piccolo barman, una candela profumata ancora da scartare e poco più in alto.. una parete di fazzolettoni scout.<br />
Il primo è tutto blu, il primo che ho scambiato, non avrei mai pensato poi di indossarlo e farlo mio tanti anni dopo, uno bianco e azzurro ricordo di leggende e sogni mai davvero avvenuti, ricordo di altri momenti più veri, ricordo anche di un amore incontrato anni dopo apparentemente del tutto slegato da questi colori e legato invece al precedente&#8230; ma invece così indissolubilmente legato a questo, uno è bianco e verde ed è stato lui a legarmi a questo bianco e azzurro perché è questo ad avermi portato in quella tenda anni fa, e quello giallo e verde? Che dire&#8230; forse il ricordo più bello, ma no.. ma no, perché questo blu con le linee gialle verdi e rosse? Questo mi riporta incredibilmente ad oggi e ad un incontro appena avvenuto, ma questo è legato a quello blu con le linee rosse e gialle&#8230; non esiste più quel gruppo, no ma&#8230; ma anche questo incredibilmente mi riporta al primo fazzolettone blu. Uno nero giallo e azzurro ricordo di drammi, di drammi profondi, indissolubilmente legato a un campo, un campo legato a quel fazzolettone verde e giallo dei sogni, a quello azzurro e bianco, e così ancora una volta a quello blu.<br />
Il mio, il mio fazzolettone su cui ho promesso, rosso e blu, rosso e blu, rosso e blu&#8230; cosa si dice e Verona dei fazzolettoni con fondo blu? E quello arancione e nero, questo si è slegato dal mondo, altro gruppo che non esiste più fin da quando ero piccolo, e il fazzolettone arancione e bianco, quelli rossi dei campi di formazione, quelli con frasi scritte, firme, promesse, e attorno&#8230;. e il mio cappellone, e mille pezzi di stoffa di mille uscite, e ancora altri fazzolettoni che a nominarli tutti e raccontarne la storia potrei scriverne un libro e&#8230; e&#8230;.</p>
<p>E tutto parte da quel chiodino delle scarpe che attaccato al magnete indica verso il cappellone, parte da questo cesto di oggetti che come un giardino zen esprime il mio giorno, ogni oggetto col suo significato, il suo ricordo, presente, futuro, passato.</p>
<p>Tutto questo perché ieri ho pensato agli ostacoli, ai danni fatti alle mie caviglie, alla mancanza di affrontare con forza la pista, al rumore dei chiodini mentre si staccano dalla gomma della pista, all&#8217;odore della gomma sulle mani dopo aver fatto esercizi sulle partenze, all&#8217;odore sporco della pista quando ci hai sbattuto la faccia e sei ancora troppo colpito per rialzarti, ai piccoli sassolini che ti restano attaccati alla pelle, piantati nella pelle, alla voglia di rivincita e di nuovo gli ostacoli che passano sotto le gambe mentre le sbucciature bruciano ancora, come tu fossi fermo e il mondo ruotasse in fretta portandoti nuovi ostacoli da saltare, e pochi passi e salto, passi, salto, passi salto e chissenefrega se questo ostacolo non riuscirò a saltarlo, ho scelto di farlo? Io salto e&#8230; e scoprire che è stato il più bel salto che potessi fare e farne un altro e mentre ti distrai pensando che&#8230;ne arriva un altro, giusto sul piede, giusto dove non dovrebbe essere, giusto per farti perdere l&#8217;equilibrio, giusto per finirti in mezzo tra la prima e la seconda gamba, giusto per non darti modo di non cadere e sbattere fa faccia di nuovo, perché sai che a quella velocità le braccia non reggeranno mai l&#8217;impatto e non hai il tempo di ruotare perché le gambe sono incastrate dal legno e pensare &#8220;si, ma la differenza erano pochi centimetri, il salto era buono&#8221; e schiantarsi ancora a terra.<br />
L&#8217;odore della pista, i sassolini, credo che quel caldo sulla gamba sia sangue&#8230; si, beh dovrò sciaquarlo, il tempo di riprendersi dallo stordimento, il tempo di vedere se c&#8217;è qualche danno serio e&#8230; in pista, le mani un po&#8217; sbucciate che bruciano al contatto della pista, e via, via di nuovo&#8230;..<br />
Il segreto è non arrendersi, il segreto è <a href="https://www.staipa.it/blog/la-vita-e-stupenda/">crederci davvero</a>, fare &#8220;meglio di ieri, peggio di domani&#8221; come diceva Carlo il mio allenatore.<br />
Poi col tempo mi arresi.<br />
Troppe ferite, due caviglie e un ginocchio con i legamenti stirati, una microfrattura ad una caviglia, un polso dolorante, mesi di recupero.<br />
Mi sono arreso perché non ci  <a href="https://www.staipa.it/blog/la-vita-e-stupenda/">credevo davvero</a>.</p>
<p>Ma dove voglio arrivare con questa digressione? Ripenso ancora commosso ai tempi a cui mi riporta quel chiodino della scarpa ma so che oramai è tardi per riprendere quel sogno, non voglio sia così per altri sogni che ho vissuto, che sto vivendo, e quel chiodino indica un cappellone su tanti, tantissimi ricordi, tantissimi fazzolettoni, tantissimi momenti eppure&#8230; eppure li riportano allo stesso momento a uno, quello blu che ho deciso di indossare di nuovo, quello blu che mi ha dato sogni, lacrime, desideri, e nuovi cieli. E se tu sei arrivato qui a leggere non perdentoti una riga forse avrai anche capito di più di me, di questo colore, di questa stoffa, di questo simbolo che oggi torno a indossare con fierezza perché  <a href="https://www.staipa.it/blog/la-vita-e-stupenda/">ci credo</a> perché so cosa voglio realizzare e nonostante questo sia il periodo più turbolento che ho passato, nonostante il mio tempo, le mie energie, la mia mente siano occupati da problemi più grandi di me, si. Io   <a href="https://www.staipa.it/blog/la-vita-e-stupenda/">ci credo</a> e andrò fino in fondo.</p>
<p>&#8220;Pronti a fare del proprio meglio per servire&#8221;</p>
</div>
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		<title>Ostacoli.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Aug 2008 20:56:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A volte guardo le mie gambe e penso a come sono cambiate.Un tempo l&#8217;80% della mia vita era basata su loro, tre o quattro allenamenti settimanali, correre, correre, spaccare l&#8217;ostacolo.Son passati tanti anni ormai e le vedo rinsecchite e magre per quanto restino invece più muscolose della media.Ma non sono più le mie gambe. Queste [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">A volte guardo le mie gambe e penso a come sono cambiate.<br>Un tempo l&#8217;80% della mia vita era basata su loro, tre o quattro allenamenti settimanali, correre, correre, spaccare l&#8217;ostacolo.<br>Son passati tanti anni ormai e le vedo rinsecchite e magre per quanto restino invece più muscolose della media.<br>Ma non sono più le mie gambe. Queste qui mi portano in giro, si certo, dove voglio, mi portano dove voglio, si e senza problemi, ma non mi fanno più essere quel che ero, non mi portano più a sfiorare gli ostacoli, a correre su quei cento e rotti metri, a fare ciò che ancora desidero come un tempo.<br>Le caviglie, le caviglie non reggono più lo sforzo.<br>E allora?<br>Ed allora il mondo deve cambiare, non ci sono più quelle gambe, ma ci sono le dita. Ora suono.<br>Ci sono le dita a correre veloci tra le chiavi del mio strumento e salgono e scendono, e vanno, e creano emozioni.<br>Si, non è come essere all&#8217;estremo delle proprie capacità, alla velocità massima che il tuo corpo sappia raggiungere, guardare il tuo avversario accanto e sfondare ogni barriera ed ogni limite accelerando ancora, no. Ma talvolta quando il pubblico applaude allora posso ancora superare i limiti dei miei polmoni, i limiti della resistenza del mio corpo fino a sentire il dolore nel petto e non poterne più e continuare ancora e ancora.<br>Si, e se perderò le dita avrò la voce, e se perderò la voce potrò ancora scrivere e&#8230;.<br>e ancora ancora ancora.<br>La vita va avanti, va avanti comunque sia ed i limiti servono solo ad essere superati, sfondati.<br>Non saltare l&#8217;ostacolo, spaccalo, entraci dentro e sfondalo e quando lo avrai fatto affronta il successivo, ma mai pensando all&#8217;ostacolo, mai pensando alla pista, mai pensando al passo, solo guardando dritto in fronte a te il traguardo.</p>



<span id="more-248"></span>



<p class="wp-block-paragraph">p.s. Non so perché mi va di far una dedica, ma la faccio. A Micaela, a Carlo, a Vittorio.</p>
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		<title>Buio cieco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Feb 2008 21:07:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dal Vecchio Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[09/02/2008 Buio Cieco Camminavo. Nel buio cieco forse. Nulla attorno a me. Ostacoli. Ma forse era Lui a guidarmi. Camminavo nel vuoto di mille pensieri ricordi parole momenti. Vuoto cieco. Poi infine mi sedetti stanco. Mi sedetti immobile nel vuoto e appoggiai la mano su una mano La tua mano mi stringeva. Poi tutto è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: center;">
<div style="text-align: right;"><span style="font-size: xx-small;">09/02/2008</span></div>
<p><span style="font-weight: bold;">Buio Cieco</span></p>
<p>Camminavo.<br />
Nel buio cieco forse.</p>
<p>Nulla attorno a me.<br />
Ostacoli.<br />
Ma forse era Lui a guidarmi.</p>
<p>Camminavo nel vuoto di mille pensieri ricordi parole momenti.</p>
<p>Vuoto cieco.</p>
<p>Poi infine mi sedetti stanco.<br />
Mi sedetti immobile nel vuoto e appoggiai la mano<br />
su una mano</p>
<p>La tua mano<br />
mi stringeva.</p>
<p>Poi tutto è cambiato.</p>
</div>
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		<title>Le cose cambiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Jul 2007 20:22:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono solo a casa, da qualche giorno, ancora per diversi giorni. La casa deserta, girando per la casa ci sono diversi mondi. Camera mia sconvolta, disfata, in disordine, il letto sfatto. Il salotto in ordine, pronto ad accogliere. La cucina in fermento, ordinata, pulita ma con ancora il profumo del cibo appena cucinato, ho preparato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono solo a casa, da qualche giorno, ancora per diversi giorni.<br />
La casa deserta, girando per la casa ci sono diversi mondi.<br />
Camera mia sconvolta, disfata, in disordine, il letto sfatto.<br />
Il salotto in ordine, pronto ad accogliere.<br />
La cucina in fermento, ordinata, pulita ma con ancora il profumo del cibo appena cucinato, ho preparato il panino per domani, con la cotoletta e l&#8217;insalata, ho preparato la cena, carne cotta ai ferri col vino rosso, verdura.<br />
Le tartarughe ed i pesci che mangiano felici, l&#8217;orto bagnato e sistemato.<br />
Camera mia in disordine.<br />
Mondi. Mondi distinti.<br />
Il mio mondo dentro, quello che vedo io, e i mondi esterni.<br />
Ascolto ad libitum &#8220;Alessandra&#8221; di Biagio Antonacci, di quando Biagio era un po&#8217; più&#8230; vero forse.<br />
Non ha nulla a che fare con il mio stato d&#8217;animo ma è sempre stata una canzone di &#8220;pausa&#8221; di riflessione. Come anche &#8220;Fata Morgana&#8221; dei Litfiba, o il primo album di Carboni, &#8220;Farfallina&#8221;, &#8220;Silvia lo sai&#8221;.<br />
Ma perché il titolo di questo testo è &#8220;le cose cambiano&#8221;?<br />
Ho per le mani progetti nuovi, sogni nuovi, novità.<br />
Ieri un amico mi ha guardato negli occhi e mi ha detto il mondo. In una birra.<br />
Una &#8220;sciafa&#8221; (per gli extra veneti si legge s-ciafa e significa schiaffo) per l&#8217;esattezza, ossia -nel locale in cui andiamo- un litro di birra con dentro un bicchiere (l&#8217;intero bicchiere di vetro) pieno di Porto Rosso.<br />
Cos&#8217;è il mondo che ho visto? La Visione, il futuro?<br />
Nulla in realtà.<br />
Ma il mondo cambia, ci saranno novità.<br />
Ieri una mia amica mi ha fatto parlare del mio mondo passato.<br />
Ricordo (ed era tanto che non ne parlavo) gli ostacoli, la corsa ad ostacoli di un tempo. Correre. Correre.<br />
Saltare.<br />
Aggredire l&#8217;ostacolo.&#8221;Meglio di ieri Peggio di Domani&#8221;, si Carlo, grazie di questa frase, spero che da dove sei ora tu possa ancora ripetermela cento, mille, un milione di volte: &#8220;Meglio di ieri Peggio di Domani&#8221;.<br />
Cosa sono gli ostacoli? &#8220;Devi partire al 100% della tua forza e arrivare alla fine al 120%&#8221;<br />
&#8220;Accelera sempre&#8221;<br />
&#8220;Spaccalo quell&#8217;ostacolo&#8221;<br />
&#8220;Affrontalo come fosse un muro che devi sfondare&#8221;<br />
(Grazie anche a te Micaela, la mia maestra di vita di allora. Chissà dove sei finita, ti avevo promesso di scrivere di te e mai ancora sono riuscito a farlo.)<br />
L&#8217;ostacolo.<br />
Partire al 100%, dai blocchi, alzarsi entro i primi cinque-sei metri, 13 passi. Ostacolo. Tre passi Ostacolo. Tre passi Ostacolo. Tre passi Ostacolo. Tre passi Ostacolo, e se non ci arrivi con i tre passi non allungarli, accelera, accelera e basta, è contro natura, contro la mente, ma fallo, credici. Quando avrai paura di aver sbagliato, quando avrai paura di cadere, di prendere in pieno l&#8217;ostacolo allora sarà l&#8217;ostacolo perfetto, quello che salterai perfetto.<br />
Contro natura.<br />
Si.<br />
Salta però ora, sei al prossimo ostacolo, e se ti sbilanci non importa, tu accelera.<br />
E se cadi rialzati e corri.<br />
Ricordo quella volta, prendere dentro all&#8217;ostacolo con la seconda gamba, l&#8217;ostacolo che si impiglia tra le gambe, non c&#8217;è modo di districarsi, comincio a cadere avanti, penso &#8220;ok ora mi fermo, appoggio le mani avanti e mi fermo&#8221; e le braccia che cedono, la faccia che sbatte, parte dell&#8217;ostacolo che vola sopra la mia testa, e io che inizio a rotolare, con il resto. Ogni giro penso &#8220;ok, ora appoggio la mano e mi fermo&#8221; e mi faccio male al polso e rotolo, fin addosso all&#8217;ostacolo dopo. Resto a terra, pieno di escoriazioni, la fronte, la gamba, il braccio. Botte.<br />
Dolore.<br />
E poi io che vado al rubinetto, mi sciacquo le ferite, rido, vado a rimettere gli ostacoli in pista e mi rimetto ai blocchi di partenza.<br />
Via, un altro giro.<br />
Da quanto non è così?<br />
O forse è ancora così?<br />
Le cose cambiano, i sogni cambiano, le parole cambiano, i tempi di recupero cambiano. I tempi di recupero, sempre stati il mio forte quando correvo. Infortuni esclusi ovviamente.<br />
Bene.<br />
Ora che ne dici se si riparte?<br />
Seguire il proprio sogno, non quello di altri.<br />
Seguire quello che si crede, e saltare l&#8217;ostacolo. Affrontarlo, spaccarlo. E&#8230;. e se cado? Probabilmente stai facendo il migliore ostacolo della tua vita, ma se cadi davvero, non sarà l&#8217;ostacolo a farti male ma la pista e non potrai prendertela che con te stesso.<br />
Alzati e battiti, batti te stesso, il tuo personale.<br />
Il resto attorno non conta. Sei tu. I tuoi ostacoli, la tua pista. Mangiala la pista.</p>
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