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	<title>Suono Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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		<title>Torna da me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2017 13:13:05 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Il suo fratellino se ne era andato ormai da due anni, un anno, sette mesi e ventidue giorni. E tre ore per l&#8217;esattezza, o almeno così avevano detto quelli della polizia. I minuti non era dato saperlo perché il corpo era stato trovato troppe ore dopo e la precisione di queste cose diminuisce nel tempo. Lo avevano trovato in un prato, stringeva forte il suo Batman, l&#8217;eroe che avrebbe voluto essere ma che quella volta non era riuscito a salvarlo. Non aveva piovuto, era un giorno di un tardo settembre e il bel tempo aveva contribuito a mantenere le tracce pulite e a non adulterare il piccolo corpicino in anticipo. L&#8217;avevano trovato sdraiato a faccia in giù nella terra senza nessun segno di violenza ma troppo lontano da casa per poter esserci arrivato da solo. Solo ad un esame più approfondito trovarono nel sangue Arsenico e nello stomaco una discreta dose di Coca-Cola. Probabilmente una forma moderna dell&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Acqua_tofana">acqua Tofana</a> offerta da chissà chi. Il corpo era poi stato pulito in ogni suo punto, rivestito e lasciato in quel punto senza lasciare traccia alcuna. Neppure nelle celle telefoniche, neppure orme nel prato. Non vi erano tracce di violenza, non vi erano tracce e basta. Arsenico a parte. Quello era stato lasciato come a indicare volutamente la causa della morte. Una domanda rimasta inespressa era stata quella di perché occuparsi di far sparire ogni traccia ma non usare un metodo meno <i>palese&nbsp;</i>dell&#8217;arsenico. I colpevoli non furono mai trovati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Era un mattino di un anno, sette mesi e ventidue giorni e tre ore dopo del momento, che le avrebbe cambiato per sempre la vita e suo fratello, congelato nei sei anni che aveva quando aveva lasciato questo mondo era&nbsp;lì di fronte a lei immobile dall&#8217;altra parte della stanza. Poteva essere solo un&#8217;ombra, un&#8217;allucinazione, una delle tante volte che lo aveva immaginato fino quasi a vederlo, poteva essere una di quelle immagini che vedi di sfuggita con la coda dell&#8217;occhio e poi se ne vanno quando le focalizzi ma era lì. Era ancora lì nonostante gli si stesse avvicinando. Il volto era più magro di come lo ricordasse, come se la pelle faticasse a rimanere su e tendesse a cadere come nel volto di un vecchio, sembrava quasi trasparente e fragile come carta velina, chiara e incartapecorita. Eppure sembrava così lui, così vivo, così rosa al contempo. La osservava silenziosamente con quel suo sguardo che ti trapassa, non sbatteva mai le palpebre. Non lo noti mai che una persona le sbatta, ma fu il contrasto forte di non vederlo accadere che le gelò il sangue e la fece fermare.<br>
&#8220;Andrea. Sei tu?&#8221; disse.<br>
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; rispose lui.<br>
Lacrime calde e copiose sgorgarono come una cascata improvvisa dagli occhi della ragazza. Le sue preghiere erano state esaudite?<br>
Il bambino alzò le braccia allungando le mani verso lei, il palmo di una mano aveva qualcosa di strano, che tolse d&#8217;improvviso l&#8217;entusiasmo alla ragazza. Il bambino iniziò ad avanzare lentamente con movimenti innaturali come se le ginocchia riuscissero a muoversi solamente di pochi centimetri, come se le caviglie non fossero in grado di flettere. Il palmo della mano avvicinandosi mostrò che cosa lo rendeva strano, la pelle era aperta e attraverso si vedeva un osso.<br>
&#8220;Andrea&#8230; sei tu?&#8221;<br>
&#8220;Agggnna, ffei gù?&#8221; rispose lui.<br>
Prima, quando lo aveva sentito parlare aveva sentito parlare aveva questa stessa pronuncia strascicata e marcia o le era sembrato normale? Non ne era più sicura. Non era più sicura di nulla se non del gelo che sentiva partire dal petto verso il collo. Solo una volta ricordava di essere rimasta così bloccata dal terrore. Era piccola e doveva lanciarsi da quello scivolo altissimo al parco acquatico, era stata poi spinta da un bambino ed era caduta nello scivolo, presa dal panico aveva rischiato di affogare una volta arrivata alla piscina e il bagnino l&#8217;aveva salvata, ora provava quel terrore ma anche il soffocare di dentro all&#8217;acqua e non sarebbe arrivato nessun bagnino.<br>
Sentì la pelle di suo fratello toccare l&#8217;avambraccio, una pelle molle come frutta andata a male e ruvida come cartapecora. La parte molle doveva essere quella più vicina all&#8217;osso. Una pelle fredda come non aveva mai sentito nulla. Le provocò un brivido che la scosse abbastanza da strappare via il proprio braccio dalle grinfie di quella cosa.<br>
&#8220;Gnaggna noo puuura&#8221; disse quella cosa ma era già alle spalle mentre la ragazza prendeva lo slancio per correre.</p>



<span id="more-4692"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Era accaduto solo poche ore prima, o almeno quella era l&#8217;impressione. Aveva lasciato casa di Giovanni giusto dall&#8217;altra parte della via e stava andando a casa. La mamma di Giovanni aveva appena chiamato mamma per avvisarla, c&#8217;era freddino ma Andrea pregustava già il caldino che avrebbe trovato in casa e le braccia amorose che lo avrebbero accolto, aveva una bella famiglia lui, non come quella di Giovanni che aveva il papà che lavorava sempre via. Fu mentre era immerso in questi pensieri che vide arrivare un&#8217;auto veloce, gli frenò accanto. Per un momento aveva pensato che sarebbe stato investito ed invece no, non accadde. La mamma si sarebbe arrabbiata tantissimo se fosse stato investito. Fece per girare attorno alla macchina ma un uomo scese e lo guardò fisso.<br>
&#8220;Ciao bambino, che ne dici, lo vuoi un dolcetto?&#8221;<br>
Andrea rimase un paio di istanti a penarci. Troppi. Mezzora dopo era in un posto che non conosceva. Aveva dormito durante il viaggio. Doveva essere sotto terra, o forse erano solo le finestre chiuse ma era buio. Vide accendersi delle candele attorno. Era sdraiato su di una pietra fredda, sembrava il piano della cucina di mamma ma molto più grande, e non bianco. Non riusciva a vedere molto perché non riusciva a muovere la testa se non di poco, sentiva le braccia e le gambe bloccate ma era stanco, troppo stanco per cercare di spingere di più.<br>
&#8220;Tranquillo piccolo, non muoverti, sono la dottoressa&#8221; disse una voce accanto a lui. Non era una voce familiare ma non ricordava la voce della dottoressa. Anzi era quasi sicuro di aver avuto un dottore. &#8220;Se non ti muovi non ti farà male&#8221; continuò la voce. Il dottore glie lo diceva sempre prima di fagli le punture. Ed era vero. Una volta aveva provato a muoversi e si era staccato l&#8217;ago e gli aveva fatto tantissimo male, e mamma si era agitata e anche il dottore e poi aveva pianto e alla fine la puntura glie l&#8217;avevano fatta di nuovo da un altra parte quindi probabilmente era davvero meglio stare fermo.<br>
Le candele si erano accese una ad una attorno a lui, erano a cerchio. Non aveva mai visto una medicina così, e a dire il vero non gli sembrava di essere ammalato.<br>
&#8220;Dov&#8217;è mamma?&#8221; disse.<br>
&#8220;Tranquillo, è qui. Dall&#8217;altra parte della porta, ti senti stanco vero?&#8221;<br>
&#8220;Sì&#8221;<br>
&#8220;Sei stato poco bene. Mamma ti ha portato qui, e ora ti dobbiamo curare, ma tu stai fermo e tranquillo vedrai che tra poco starai bene&#8221;<br>
Vedeva attorno delle ombre muoversi ma non capiva la direzione da cui arrivava la voce, era come se molte voci sotto questa sussurrassero, gli ricordava un po&#8217; il rosario, o le litanie in chiesa. Lo facevano sentire tranquillo perché don Mario è un uomo buono e anche se si annoiava tanto a sentirlo sapeva che gli faceva bene anche se non aveva mai visto il dottore con don Mario nella chiesa. Aveva l&#8217;impressione di poter girare la testa e riusciva a muovere le braccia.<br>
Fu una sorpresa riuscire a girarsi del tutto e trovarsi a faccia a faccia con un bambino identico a sé. Stava volando a faccia in giù su un bambino identico a sé. Salì più in alto osservando la dottoressa e gli infermieri muoversi nel buio. Indossavano strani vestiti come quello di mago Merlino ma neri. Poi tutto scomparve all&#8217;improvviso.<br>
Era in salotto. Era in salotto immobile in piedi e Anna stava entrando dalla porta. Sembrava strana, come fosse diventata più alta. I capelli erano diversi, con delle strisce più chiare, e il viso era un po&#8217; più allungato, era strana.<br>
&#8220;Andrea. Sei tu?&#8221; le sentì dire, era come se la voce venisse da lontano, come essere dentro a una scatola e sentire il suono provenire dall&#8217;esterno.<br>
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; non gli venne niente altro di più intelligente da dire ma anche il suono della propria voce sembrava distorto e lontano, aveva avuto l&#8217;impressione che muovere le labbra e la lingua fosse terribilmente difficile, ma questo non aveva a che fare con il fatto che il suono era come non provenisse da dentro di se ma da fuori da una scatola. La lingua, la bocca, le gambe, le braccia, tutto sembravano come quando capita di sedersi troppo a lungo sulla gamba e questa perde sensibilità. Era così l&#8217;intero corpo.<br>
Anna sembrava strana, quasi allarmata, forse doveva solo andare da lei e abbracciarla. Probabilmente e un abbraccio forte avrebbe fatto bene ad entrambi. Le braccia sembravano così pesanti alzandole.<br>
&#8220;Andrea&#8230; sei tu?&#8221; sentì dire come se la voce provenisse da ogni direzione. Qualcosa non andava. C&#8217;era qualcosa di strano e forse quella non era sua sorella. Perché sembrava così cresciuta?<br>
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; disse. La ragazza, sua sorella, sembrava bianca e spaventata, era rimasta immobile con la bocca aperta. Andrea decise di avvicinarsi a lei e toccarle il braccio. Avrebbe sempre potuto scegliere se scappare o abbracciarla.<br>
&#8220;Anna, ho paura&#8221; disse. Lei strattonò via il braccio e cominciò a correre.<br>
&#8220;No Anna, aspetta&#8221; disse provando a seguirla. Lei era sempre stata più veloce ma questa volta raggiungerla sembrava ancora più difficile del solito. Era come se le gambe rispondessero in ritardo e il sentirle intorpidite non aiutava. Ad ogni passo sembrava cedessero anche se non sentiva il consueto formicolio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Gno Gnnana aappaasaaa&#8221; quell&#8217;essere continuava a urlare alle sue spalle, non aveva il coraggio di voltarsi. Entrò in camera e sbatté la porta. La chiuse a chiave e si infilò sotto la scrivania. <em>Cosa sta accadendo?</em> Rimase in attesa con la testa tra le mani e le lacrime che piovevano come una fontana. In casa non c&#8217;era nessuno che avrebbe potuto aiutarla e salvarla. Salvarla da cosa poi? Cos&#8217;era quella <em>cosa</em>? Forse se l&#8217;era solo immaginata.<br>In fondo non c&#8217;era più alcun rumore da un po&#8217;. Forse avrebbe dovuto uscire da quella stupida scrivania e tornare fuori dalla stanz TUMP, TUMMP. TUMP. La <em>cosa</em> batteva alla porta e faceva i suoi versi, era ancora lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci aveva messo più del previsto a raggiungere la porta, Anna si era chiusa dentro a chiave.<br>
&#8220;Cosa succede Anna? Perché sei scappata? Ho paura!&#8221; disse mentre batteva sulla porta con i palmi&nbsp; delle mani. Avrebbe voluto piangere ma non sgorgavano lacrime. Batté più forte ma dopo alcuni tentativi accadde qualcosa che non credeva possibile. Tre dita della mano si ruppero senza dolore. Erano piegate verso il centro della mano. Si fermò a guardarle e si sedette a terra.<br>
&#8220;Ti aspetto qui&#8221;, disse &#8220;quando stai bene.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa fuori dalla porta smise di battere. Passarono alcuni minuti e di nuovo le parve che la realtà si aggiustasse, è strano come siano veloci ad attenuarsi nella le situazioni assurde. O che riteniamo assurde. Passarono solo alcuni minuti prima che ricominciasse a pensare che doveva essere stato tutto un sogno. Non c&#8217;era niente fuori di quella porta al di fuori dell&#8217;immaginazione, niente di cui aver paura. Presto sarebbero arrivati mamma e papà e avrebbero sorriso di tutto questo quando glie lo avrebbero raccontato. Non c&#8217;era nulla da temere.<br>
Si alzò e avvicinandosi lentamente alla porta ascoltò con attenzione i suoni.<br>
Nessun rumore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anna finalmente aprì la porta, sembrava ancora un po&#8217; spaventata ma molto meno di prima, era il momento di abbracciarla, sarebbe stata di sicuro subito meglio, e sarebbe stato meglio anche lui. Era il momento giusto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella&nbsp;<em>cosa</em> era ancora lì, non fece in tempo ad evitarla. Le braccia molli e secche al contempo avevano una forza spaventosa mentre bloccavano il collo della ragazza. Provò a dimenarsi ma non riusciva a colpire quello che sembrava così tanto il suo fratellino, non riusciva ad opporsi rischiando di farne violenza. Si mise a piangere mentre faticava sempre più a respirare. Pianse. Non le era rimasto altro.<br>
Pianse mentre osservava, da fuori, il proprio corpo a terra.<br>
Andrea, bello come era stato due anni fa, le porgeva la mano ed assieme si allontanarono da quello che ormai era un guscio di carne morta.</p>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2017 18:32:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Oggi sono andato a correre. È stato strano. Mi sembrano secoli che non andavo a correre al tramonto, forse mi ricorda un po&#8217; quella volta che al tramonto sono andato a camminare con lei, con i capelli del colore del sole, ma da quello sembrano passati millenni. C&#8217;era quell&#8217;atmosfera di freddo pungente che si contrappone [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Oggi sono andato a correre. È stato strano. Mi sembrano secoli che non andavo a correre al tramonto, forse mi ricorda un po&#8217; quella volta che al tramonto sono andato a camminare con lei, con i capelli del colore del sole, ma da quello sembrano passati millenni. C&#8217;era quell&#8217;atmosfera di freddo pungente che si contrappone al caldo del mio corpo e di caldo del mio corpo che si contrappone al freddo dentro. Una sensazione strana, mi ricorda di quella volta in cui sono stato investito.<br>
Questo lo ricordo come fosse ieri. Sono sensazioni che difficilmente scivolano via dall&#8217;anima, te le porti dentro comunque vada.<br>
Quel giorno credevo fosse uno come un&#8217;altro, avrei dovuto andare a correre il giorno dopo ma sarebbe stato un mese da che mi frequentavo con Lei. Avrei dovuto andare a correre il giorno dopo ma quel giorno non avevo di meglio da fare se non correre, sfogare il corpo e l&#8217;anima, tornare a casa, cucinare per Lei che mi avrebbe raggiunto più tardi. Certo avrei potuto leggere quel libro che stava sul mobiletto, avrei potuto studiare inglese, avrei potuto organizzare quel viaggio a Parigi, ma volevo correre e uscii. Mi sentivo in discreta forma nonostante il mio stato fisico e lo scarso allenamento, la musica sparata in cuffia era un tonico per la mente e per il corpo ma già solo il pensiero di Lei sarebbe stato sufficiente per rendermi un supereroe.<br>
È stato improvviso. Come quelle cose che vedi solo nei film quando l&#8217;attore un&#8217;istante prima c&#8217;è e un&#8217;istante dopo al suo posto c&#8217;è un pullman. Nel mio caso era un suv. Non saprei dire il modello, non saprei neppure dire chi lo guidasse se ci penso. Non ricordo assicurazioni, ospedale, preoccupazioni, ma in ogni caso ricordo fosse un suv. Bianco ovviamente. Prima c&#8217;ero io e poi un&#8217;istante dopo il suv. Non so bene dove fossi finito. Nessun suono perché forse non aveva neppure frenato, solo la musica che ancora pulsava dall&#8217;auricolare nel mio orecchio sinistro. Il destro non lo ricordo più. Credo di non aver provato dolore, solo dentro la schiena come un movimento, come lo schiocco di quando ti scrocchi le dita ma molto più potente. Nella zona lombare e più in su alla radice del collo. L&#8217;orecchio destro forse l&#8217;ho sentito quando ha toccato la mia spalla sinistra ma credo sia stata più una sensazione che il senso del tatto, più una percezione dovuta alla prospettiva della mia vista che in qualche modo vedeva alle mie spalle e non più di fronte. Non ho provato nessuna sensazione fisica se non questo e poi era come se il mondo fosse rallentato. Nella mia testa tutto quel movimento era durato minuti, forse ore ma infinitamente meno rispetto al tempo trascorso dopo. Come guardarsi dietro e vedere una scia allungata, sempre più veloce man mano che è lontana, sempre più lenta man mano che arriva all&#8217;ora. E l&#8217;ora è come un tempo immobile. Mi rendo conto solo ora di dove sia collocato questo ora, mi rendo conto solo ora che il tempo dall&#8217;altra parte della scia, il tempo davanti è altrettanto immobile. Il tempo in cui dovrei cucinare per Lei è lì davanti, quello in cui lei dovrebbe arrivare infinitamente lontano, il tempo in cui avremmo dovuto fare l&#8217;amore infinite volte quell&#8217;infinito, e ancora. Il tempo è immobile.<br>
Qui.<br>
Ora.</p>
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		<title>Le cose che iniziano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Oct 2017 14:16:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Era quel suono.Ma non solo quel suono. Il rumore delle foglie gialle e rossecalpestate dai miei scarponi da montagna,e quell&#8217;odore così forte di sottobosco e pioggia.I silenzi e il fiato grosso, il cuore. Era tutto questo e altro:la grandine in testa che faceva sorridereil cielo, le nubima soprattutto era che se mi fermavo quel suono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:right">Era quel suono.<br>Ma non solo quel suono.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:right">Il rumore delle foglie gialle e rosse<br>calpestate dai miei scarponi da montagna,<br>e quell&#8217;odore così forte di sottobosco e pioggia.<br>I silenzi e il fiato grosso, il cuore.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:right">Era tutto questo e altro:<br>la grandine in testa che faceva sorridere<br>il cielo, le nubi<br>ma soprattutto era che se mi fermavo quel suono continuava,<br>il calpestio di scarponi sulle foglie rosse e gialle d&#8217;autunno<br>e quel pronome personale che hai iniziato ad usare all&#8217;improvviso come se fosse normale</p>



<span id="more-4650"></span>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:right">Non era più&nbsp;<em>io</em> ma&nbsp;<em>noi</em>,<br>come se fosse normale.<br>E c&#8217;è ancora quel suono:<br>foglie gialle e rosse<br>calpestate dai nostri scarponi,<br>sulla montagna,<br>sulla strada.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il mondo al di là della porta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Sep 2017 05:52:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ero seduto su quel marciapiede l&#8217;altro giorno, sembrano secoli, sembra ripetersi ancora ed ancora da secoli ma ero lì. Pensavo di nuovo a&#160;Childe Roland alla Torre Nera giunse mentre aspettavo con una porta chiusa alle spalle. Il rumore lieve infinitesimo dello spioncino dall&#8217;altra parte della porta lo sentivo, sì. Anche se quel vialetto sembrava allargarsi [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Ero seduto su quel marciapiede l&#8217;altro giorno, sembrano secoli, sembra ripetersi ancora ed ancora da secoli ma ero lì. Pensavo di nuovo a&nbsp;<em>Childe Roland alla Torre Nera giunse</em> mentre aspettavo con una porta chiusa alle spalle. Il rumore lieve infinitesimo dello spioncino dall&#8217;altra parte della porta lo sentivo, sì. Anche se quel vialetto sembrava allargarsi nel tempo, allontanarsi. A volte lo spazio ed il tempo si dilatano e altre restringono. Lo sentivo dilatarsi come se fossero passati secoli, come se a dividermi da quella porta fossero migliaia di chilometri. Ero lì. Seduto sul ciglio della strada.&nbsp;Pensavo di nuovo a&nbsp;<em>Childe Roland alla Torre Nera giunse</em>&nbsp;con il mio Moleskine aperto a scrivere e stavo scrivendo quello che tu ora stai leggendo, perché a volte il tempo e lo spazio si dilatano o restringono fino a farci essere nello stesso luogo, nello stesso istante nonostante il tempo e lo spazio ci dividano. Nonostante il tempo faccia scordare alcune emozioni e ne releghi altre in una specie di quadro che non sarà mai una riproduzione esatta degli eventi, non servirà mai a riviverle. Non scrivevo di te, anche se forse tu ne stai leggendo. Non ho mai scritto di te, o di noi, anche se forse tu ne stai leggendo, ma di me. Ho sempre e solo scritto di me e di ciò che ho dentro, e tu sei uno dei personaggi che ruotano in questa esistenza vista a mio modo. Come ogni artista, come ogni scrittore, se di uno di questi due nomi mi si vuol fregiare ma di fatto sono comunque io a fregiarmene perché tu non sei qui mentre scrivo. Sei qui mentre leggi. Sei qui mentre vivi mentre io potrei essere altrove, lo sono quasi certamente. Non più seduto su questo marciapiede su cui sono, non più davanti a quella porta dietro cui mi stai osservando dallo spioncino e questo fa sì che la distanza tra noi sia ormai quella di anni luce, o quantomeno giorni, o ore. Come delle stelle di me puoi vedere solo quello che era quando la luce è partita non sai quanto tempo fa, io di te posso sentire solo il suono che produce quel piccolo spioncino quando lo apri. E siamo in due luoghi distinti, in due spazi distinti, in due universi distinti. O forse io sonoancora lì, ed anche tu e nessuno di noi lo sa. Quel giorno quando ho scritto queste parole che stai leggendo ho pensato che infine se qualcosa lo vuoi davvero, anche se non sai se puoi averlo, anche se pensi non possa essere ciò che vorresti fosse, l&#8217;unica cosa sensata è alzarsi ed andarlo a prendere. Strappare qualcosa di sé se occorre, ma aprire quella porta da dentro o da fuori che sia e affrontare il mondo. Né stare dietro uno spioncino né rimanere immobili su una strada. Dicono che non sia mai troppo tardi per affrontare alcune sfide ma la realtà è che tutto ha un tempo, un inizio, un percorso, una fine e che dopo ogni fine il mondo è cambiato, anche durante ogni pezzetto di quel percorso, anche dopo l&#8217;inizio. Tutto cambia. Io dico che non è mai il momento sbagliato per cominciare, il resto lo si affronta. E così spero che tu (che io) mentre osservi da quello spioncino e leggi quello che sto scrivendo, mentre siamo nello stesso luogo, nello stesso istante seppure lontani anni luce prenda e scelga e affronti il mondo al di là della porta prima che il mondo al di là della porta sia scomparso, cambiato, andato.</p>
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		<title>Il di dentro di me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Sep 2017 13:25:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non è semplice avere un super potere. La parte più difficile è saper controllarlo. Evitare che ti trasformi in un mostro, o che il mostro che hai dentro ti uccida. Il processo è stato lento, lungo, passo a passo fino a svuotare tutto ciò che era rimasto dentro di me. La prima parte a morire [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Non è semplice avere un super potere. La parte più difficile è saper controllarlo. Evitare che ti trasformi in un mostro, o che il mostro che hai dentro ti uccida.<br>
Il processo è stato lento, lungo, passo a passo fino a svuotare tutto ciò che era rimasto dentro di me.<br>
La prima parte a morire è stata l&#8217;intestino. Dal basso. Era lì che sentivo la tensione la pressione forte e la costrizione dell&#8217;ansia, della paura di perdere qualcuno. Era lì che sentivo il desiderio di amarti per quanto la gente parli di cuore. Era lì che bruciavi di più. Volevo dimenticare quello, cessare di provarlo e basta ma a morire fu soprattutto l&#8217;ansia. La paura. Cessai di essere capace di provarne. In effetti aveva i suoi lati positivi. Non era il risultato che avrei voluto ottenere ma non avere paure, non avere ansie, aveva il suo lato positivo.<br>
Non era sufficiente perché lo stomaco bruciava.<br>
Non provavo ansia ma era lì dentro lo stomaco che succedeva il resto. Un fuoco. Come un roditore che rode e morde e consuma, come una ruota dentata, mille ruote dentate a girare e rotolare, pezzi di vetro spezzati da ruote dentate dentro lo stomaco a ruotare e accumularsi fino a riempirlo e sputare e vomitare sangue e vetro e sabbia. Ho dovuto uccidere il mio stomaco. Escluderlo da ogni emozione. Escluderne ogni sensazione, strapparlo da dentro di me. Non avrei più sentito la tensione della rabbia, del rimorso, della vergogna.<br>
È stato quello il momento in cui mi sono accorto di non essere più in grado di respirare. Erano i polmoni ad opprimermi, erano i polmoni. Sentivo il freddo, il gelo fermarli, renderli incapaci di muoversi. Non era ansia, quella non la provavo da tempo, ne assenza, ne altro di cui fossi in grado di comprendere il motivo. O forse solamente una parte di tutte queste. Sentivo il rantolo della vita opprimere il mio essere, l&#8217;assenza di aria, l&#8217;incapacità di respirare e non esisteva luogo o situazione da cui uscire. Ovunque fossi l&#8217;oppressione era la stessa. Ogni luogo era un fuori luogo, come un pesce fuori dal&#8217;acqua od un uomo che affoga nessuno e nulla era ciò che doveva essere. Decisi di togliere anche i polmoni. Decisi che era l&#8217;unica soluzione.<br>
Rimbombava, il cuore. Rimbombava nel vuoto di una cassa toracica divenuta di risonanza. Rimbombava forte perché ti avevo incontrata ancora. Rimbombava come un martello che rintocchi su un gong amplificato da una stanza vuota e piccola fino a farmi esplodere le orecchie, fino a farmi esplodere il cervello rimbombava. Lo sentivo premere nel collo gonfiare le vene, spingere. Ogni volta che nella mia mente tornava a profilarsi il tuo volto, il ricordo del tuo sorriso, del tuo sguardo. Di ciò che mi avevi fatto e di ciò che avresti potuto ancora farmi. Rimbombava come un suono ridondante, come rocce che rotolano giù da un dirupo. Lo spensi. Spensi anche il cuore e lo estrassi.<br>
Rimase il vuoto. Niente altro dentro che il vuoto. Il silenzio.<br>
E il fuoco.<br>
Dentro il fuoco. Come guardare in alto in una grotta e vederne dall&#8217;interno le pareti rosse, nere di carne bruciata e piaghe. Il fuoco che non sterilizza, non cauterizza. Asciuga piaghe che vomitano pus e quando si ritira le crea di nuovo e in quella grotta ovunque cade liquido giallo e virulento e sangue che accende ancora quel fuoco che asciuga e brucia e chiude piaghe per aprirne altre ed ancora e ancora e ancora.<br>
Decisi infine che l&#8217;unico che doveva essere distrutto era il mio cervello. Schiacciato come a schiacciare una noce quando per aprirla ci si mette troppa energia.<br>
Tutti questi pensieri avrebbero cessato di esistere. Tutti questi ricordi sarebbero scomparsi per niente. Non avrei più pensato al futuro.</p>
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		<title>Era musica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Aug 2017 17:13:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Grazie.]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano]]></category>
		<category><![CDATA[Abbraccio]]></category>
		<category><![CDATA[Emozione]]></category>
		<category><![CDATA[mani]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Pelle]]></category>
		<category><![CDATA[Suono]]></category>
		<category><![CDATA[Wolfgang Amadeus Mozart]]></category>
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					<description><![CDATA[Era musica. Non avei potuto non reagire a quel modo. Era musica. Sentivo le note attraversarmi le vene, una ad una minime semiminime e pause rimbalzarmi dentro. Le sentivo entrare dalle dita, dalle braccia, dalle schiena sotto le tue mani, dall&#8217;odore della tua pelle dai capelli a sfiorarmi il viso. Note come di una sinfonia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Era musica.<br />
Non avei potuto non reagire a quel modo.<br />
Era musica.</p>
<p style="text-align: right;">Sentivo le note attraversarmi le vene, una ad una<br />
minime semiminime e pause rimbalzarmi dentro.<br />
Le sentivo entrare dalle dita, dalle braccia,<br />
dalle schiena sotto le tue mani,<br />
dall&#8217;odore della tua pelle<br />
dai capelli a sfiorarmi il viso.<br />
Note come di una sinfonia a più voci.</p>
<p style="text-align: right;">Avvolto in un vortice sono rimasto immobile,<br />
indeciso se<span id="more-4493"></span> staccarmi o restare<br />
se restare immobile o rispondere ai tuoi gesti<br />
se esserne terrorizzato o lasciarmi scivolare.</p>
<p style="text-align: right;">Come sentire da bimbo per la prima volta Mozart,<br />
privo degli strumenti per comprenderlo sentirsi attraversare,<br />
incapace di distinguerne i suoni,<br />
incapace di separarne le parti,<br />
lasciarsi attraversare da tutto questo &#8220;troppo&#8221;</p>
<p style="text-align: right;">Desiderarne ancora.</p>
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