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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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		<title>Mathilde</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2015 14:57:24 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">La sua infanzia non fu delle più felici, non che le mancassero gli affetti, i giochi, gli amici, non che la sua famiglia fosse particolarmente povera o disattenta, la causa scatenante fu certamente un evento della durata di poco più di quindici minuti, una frazione di questi quindici minuti durata forse non più di dieci. Una visione sola di un solo istante e di nuovo tutto ciò che ci sta attorno dilatato nuovamente in quello che significavano quei quindici minuti ed infine verso tutto il resto della vita a partire dal centro del tempo, del corpo, dell’energia, dal centro dello stomaco. La sua nascita fu semplice e veloce e in breve si trovò tra le braccia di una mamma medio borghese e di cultura abbastanza alta e quelle di un padre altrettanto medio borghese ma di una cultura ben più elevata, una famiglia ricca sia del tempo che delle sostanze, una famiglia accogliente e di sani principi, quasi da film americano. Non sempre però è tutto questo quello che serve ad una figlia per crescere o non sempre tutto questo può rimanere il tempo giusto per darle il tempo di conoscere il mondo ed abituarvisi. Crebbe come una bimba felice e sorridente, lo fu sempre in ogni fase della sua vita ad eccezione di quella fase dell’adolescenza che quasi tutti passano, la fase degli scontri generazionali, della ricerca dell’identità, e della fuga da qualcosa che in lei risultava irrisolto ed incomprensibile. Dimenticato e al contempo indimenticabile. Quest’ultima, la presenza costante di un mostro, per fortuna della maggior parte delle persone non è una fase fondamentale, ma fu questa probabilmente la cosa che la rese ciò che fu, nel bene e nel male. Nella forza e nella debolezza qualunque delle due parti fosse l’una e qualunque l’altra. Erano tempi di un passato quasi fiabesco in cui ancora i ritmi erano blandi, in cui per comunicare si usavano lettere di carta, telefoni con i fili, tempi in cui era necessario essere in casa per ricevere una telefonata ed aspettare per ricevere risposte scritte, tempi in cui si comunicava a parole e discorsi e non a faccine ed abbreviazioni. Suo padre però aveva la consuetudine pochi istanti prima di tornare a lavoro di alzare la cornetta del telefono e fare il numero di casa, un singolo squillo e da quel momento partiva il tempo. Mathilde da quell’istante contava quindici minuti esatti, non uno di meno e non uno di più e poi correva alla porta ad attenderlo, puntualmente sentiva le chiavi appese alla cintura di suo padre tintinnare su per le scale, fino a davanti alla porta, poi nuovamente tintinnare più forte e la serratura girare, la porta aprirsi e poi vedeva spuntare quelle grandi manone forti e la pancia tonda ma non grande sovrastate da due spalle grandi e lontane lontane lassù in alto e più in su ancora la sua barbuta faccia allegra che si avvicinava scendendo, abbracciandola e dandole un bacio grande sulla fronte. Quella volta accadde qualcosa di diverso. Quella volta suo padre doveva passare a prenderla per portarla al compleanno della sua migliore amica e lei era vestita a festa, il vestito intero azzurro e rosa con la gonna poco sopra le ginocchia, la schiena un po’ scoperta e le braccia completamente. Di profilo un po’ di seno iniziava a spuntare in un misto di apprensione e di aspettativa, sentiva di stare crescendo di fuori ma si sentiva ancora bimba dentro ed il rossetto un po’ vistoso e le unghie con lo smalto colorato di colori vivaci aumentavano questo contrasto in modo visivo e lo facevano uscire dalla sua testa per concretizzarsi. Non avrebbe mai più indossato dello smalto colorato, né un rossetto forte, ne molti altri dei trucchi che ne modificavano la gioventù e la facevano essere quasi adulta e al contempo bimba ma non avrebbe ricordato per anni il perché di questa scelta inconsapevole. Quella sera i quindici minuti passarono in fretta, come se l’orologio corresse, come se il mondo precipitasse in fretta verso una singolarità nel tempo e passata quella al contrario parve dilatarsi, rallentare, rallentare fortissimo e disperdersi. Poi squillò il telefono, squillò di nuovo mentre mamma si avvicinava lentamente come già aspettandosi qualcosa, bianca in volto “<em>pronto</em>”, disse. E niente altro per un tempo interminabile e poi “<em>va bene</em>”. Si vestì in fretta, senza dire nulla, con il volto come congelato, immobile, inespressivo. La spinse dolcemente ma risolutamente in macchina e la portò alla festa. Attese qualche istante dopo che la porta della casa che ospitava la festa fu chiusa ma non abbastanza perché l’urlo non si sentisse sopra al rumore del motore dell’auto accesa, sopra la musica e le urla dei ragazzini, non lo sentì quasi nessuno, tranne Mathilde che lo dimenticò secondi o anni dopo. Suo padre non era più. Vi era da qualche parte un corpo privo di una mente, di un’anima, di una personalità, un corpo spento che non poté più abbassarsi a stringere, né a baciare ma non le fu concesso di saperlo, non le fu concesso di salutarlo, non le fu concesso nulla di quello che forse sarebbe bastato a salvarla. Qualche ora dopo la madre tornò a prenderla. Dal suo punto di vista l’aria degli adulti era particolarmente mesta, non solo quella di sua madre ma quella di tutti indistintamente; aveva passato la festa mangiando per non parlare con gli altri, per non dover spiegare perché non avesse voglia di giocare, per non spiegare che era offesa perché era accaduto qualcosa e nessuno aveva avuto la decenza di spiegarglielo ed ora tutto quel cibo pesava nel suo stomaco come un macigno enorme mentre nella conferma di uno stato alterato del mondo la sacca si stringeva in un pugno. Sua madre la portò a casa e dopo averla lasciata in camera si chiuse a sua volta nella propria nel silenzio. Non disse una parola per tutto il tragitto, non disse una parola in casa mentre la casa stessa era come un enorme cuscino schiacciato sulla faccia della vita che era esistita fino a quel momento. Solo un tempo lunghissimo più tardi bussò alla porta e disse “<em>Mathilde, ti devo parlare, è successa una cosa a papà</em>” le raccontò una favola come la si racconta ai bambini, le raccontò che suo padre se ne era andato via e che non sarebbe tornato mai più. I bambini non temono la morte, i bambini hanno piena coscienza della morte del cessare di esistere e lo vivono come un fatto naturale, triste ma naturale, è tutto ciò che gli adulti vi costruiscono sopra a creare il problema e questo fu il suo personale di problema, il suo specifico, enorme personale problema, non il fatto che suo padre non sarebbe tornato. Non il fatto che suo padre avesse cessato per sempre di esistere. Il mondo era improvvisamente divenuto falso. Il mondo stava improvvisamente mentendo. Ascoltò sua madre parlare e piangere e parlare ancora e giustificarsi per cose inesistenti e piangere ancora fino a quando concluse “<em>C’è pronto da mangiare. Ti va di mangiare qualcosa? Non mangi da un po’. Vai a lavarti le mani</em>”. Annuì e il suo stomaco ancora pieno, bloccato si strinse fino a divenire una nocciolina. Si alzò e andò in bagno: fu questo il momento. Questo e nessun’altro. Lo stomaco orma pieno, bloccato, cementificato volle svuotarsi e lei si chinò a vomitare nel gabinetto, in un misto di schifo e liberazione, di sofferenza e di gioia, di acido e liberatorio. Si pulì la bocca con la carta igienica e per un istante si fermò dicendo “<em>Mam…</em>” e poi pensò che forse sarebbe stato peggio per entrambe. Fu la prima volta che si sentì grande, fu la prima volta che ebbe il sentore che avrebbe dovuto cavarsela da sola nella vita. Ma il momento nel momento, il momento chiave di tutti i momenti fu quando allungò la mano, prese distinto l’asciugamano di suo padre e vi pianse dentro. Quando l’odore della pelle misto al dopobarba entrarono dritti nel suo cervello, entrarono come un colpo di pistola, come una penjet di benzodiazepine diretta nell’ippocampo e le lacrime di rabbia, di impotenza, di gioia sgorgarono contemporaneamente come in un fiume di emozioni. Suo padre sembrava ancora lì, ancora presente, era in definitiva davvero parte di lui e attraverso i polmoni entrava in lei. “<em>Mathilde! Dai è pronto!</em>” era lui ad averle dato quel nome, il nome di un asteroide scoperto cento anni prima. Nascose l’asciugamani nel suo posto segreto e come se niente fosse andò a cena.</p>
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		<title>Viscido</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2015 14:39:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ti osservo da un po’, sei lì, seduto immobile con gli occhi chiusi.È ora di svegliarsi mio amato, è ora di vegliarsi.Scuoto il pavimento.Ti osservo mentre improvvisamente apri gli occhi, lo sguardo allucinato con il quale ti guardi attorno, spaventato attonito incredulo nel buio.Ti osservo.Senti il morbido di quel molle pavimento sotto il tuo corpo.Viscido.Senti [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Ti osservo da un po’, sei lì, seduto immobile con gli occhi chiusi.<br>È ora di svegliarsi mio amato, è ora di vegliarsi.<br>Scuoto il pavimento.<br>Ti osservo mentre improvvisamente apri gli occhi, lo sguardo allucinato con il quale ti guardi attorno, spaventato attonito incredulo nel buio.<br>Ti osservo.<br>Senti il morbido di quel molle pavimento sotto il tuo corpo.<br>Viscido.<br>Senti le pieghe morbide e tumide su cui sei seduto.<br>Viscido.<br>Ti osservo mentre come cieco abbassi le mani e lo tocchi, ne saggi la consistenza, cerchi di comprenderne il significato mentre la tua mente torna lentamente attiva, lentamente.<br>Ti metti a carponi mentre speri che il tuo sguardo si abitui al rossastro buio che ti circonda.<br>Ti metti a carponi e tocchi<br>viscido<br>ciò che ti circonda.<br>Vedo nei tuoi occhi la paura, il dubbio, l’incomprensione prima e poi lentamente montante dal nulla all’estremo il panico.<br>Ti alzi in piedi e urli a squarciagola, urli, urli come se qualcuno potesse sentirti ma solo io<br>dentro di me<br>posso sentire la tua paura il tuo terrore.<br>Guardi la discesa di fronte a te, il buco pulsante e scuro che ti porterebbe dove non puoi sapere e mentre gli occhi si sono abituati sono più grandi, più veloci<br>si muovono senza tregua attorno con le tue mani, con la tua testa con il tuo collo<br>scivoli<br>per un momento scivoli verso la fossa<br>il buco<br>l’uscita sbagliata<br>ma ti aggrappi, ti aggrappi alle tumide pieghe rosse e non cadi<br>ti arrampichi, sali, ti arrampichi e torni in posizione sicura.<br>Ti osservi attorno circondato di questa molle situazione mentre osservi in alto e guardi l’altra possibile uscita.<br>Sei nella follia del panico<br>sei nel non controllo della paura<br>sei nell’ossessiva ricerca di comprensione di qualcosa che non puoi capire<br>urli ancora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Urli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Calci la parete molle accanto a te, le dai pugni, le dai calci ancora e ancora pugni urlando e non ti accorgi che in tutto questo si muove<br>ciò che ti circonda si muove e si agita mentre io ne godo<br>ma non è ancora il momento di lasciarti andare, non è ancora il momento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti fermi e controlli nelle tua tasche ciò che puoi avere.<br>Nulla ovviamente<br>ma tu controlli e speri ricordando di aver scordato qualcosa</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti siedi nuovamente sconsolato.<br>Con una mano carezzi una molle piega su cui seduto mentre sei sovrappensiero e questa ancora in uno spasmo si muove,<br>ti sposta, ti allontana<br>gioisco nel mentre<br>sorrido<br>Il tuo sguardo si rabbuia qualche istante, vedo le tue sopracciglia avvicinarsi tra loro, le pupille puntare verso il basso come a cercare concentrazione, il tuo sguardo si sposta leggermente di lato, verso destra,<br>ricordo quella tua espressione, quella di quando frughi nella tua testolina a cercare un’idea, un ricordo, un appiglio.<br>Non mi serve supporre o immaginare ciò che stai per fare ed infatti porti la mano alla fronte e ti massaggi le sopracciglia mentre osservi qualcosa di inesistente oltre la tua mano o meglio dentro la tua testa. So già contare i secondi che ti ci vogliono prima di vederti alzare, togliere la mano dalla faccia e guardare in basso col collo incurvato quasi a guardare così in basso da guardare sotto il tuo stesso braccio poi dopo aver fatto due passi provi ad arrampicarti sulla superficie ruvida e ricca di pieghe e mentre ti arrampichi le pieghe stesse si allargano, si muovono, si agitano sempre di più ed io ti osservo e rido e penso a quanto ti amo e quanto nella mia vita tu sia stato un punto di riferimento e al contempo rido di questa tua situazione.<br>Rido<br>e mentre rido tutto attorno a te si muove ancora si agita come se ciò che ti contiene fosse preso da convulsioni<br>ma non è ancora il momento, sto godendo della situazione ma come se stessi facendo l’amore con te non voglio arrivare subito al momento fatidico, voglio gustarmi ancora la tua situazione mentre scivoli e ricadi nuovamente sul fondo e scalci a terra e dai pugni con la faccia della rabbia, con la faccia di chi vorrebbe una mazza per spaccare tutto anche se non c’è niente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti fermi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Osservi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per un istante hai nuovamente l’aria di chi ha capito e ricominci ad arrampicarti, incessantemente nonostante le scosse, nonostante i movimenti inconsulti sali attaccato come un ragno o un geco alle pieghe e mentre queste si muovono, mentre si scuotono, mentre cercano di cacciarti tu resti aggrappato fina a giungere quasi all’uscita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È quello il momento in cui una scossa più forte mi dice che è il momento del piacere<br>il momento in cui ti lascerò andare fuori per sempre dalla mia vita<br>il momento in cui il mio stomaco ti sputerà fuori da questo mio mondo nel cesso di un bar schifoso dietro la cui parete amici sorridenti ed ignari mi aspettano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ti osservo mentre risali il mio esofago impigliandoti un istante nel cardias come per trattenerti, spinto dagli acidi in cui neppure ti accorgevi di essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi sembra di vederti un istante in mezzo alla cena di questa sera mentre premo il tasto dello sciacquone, mi sembra di sentirti urlare mentre soddisfatta mi pulisco la bocca e risistemo il trucco, mentre la bolla attorno a me scompare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora posso tornare a sorridere, ora posso tornare da loro.</p>
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