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	<title>cuore Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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	<title>cuore Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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		<title>L&#8217;irrazionale in una mente razionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Mar 2018 21:40:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quante volte si parla di razionale ed irrazionale? Si parla delle ragioni del cuore e di quelle della mente, si dice che sia meglio affidarsi all&#8217;istinto o al ragionamento. Io stesso sono stato per anni rinchiuso in questa categorizzazione passando da un tempo in cui tutto era emozione, cuore, pulsione ad uno in cui tutto [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Quante volte si parla di razionale ed irrazionale? Si parla delle ragioni del cuore e di quelle della mente, si dice che sia meglio affidarsi all&#8217;istinto o al ragionamento. Io stesso sono stato per anni rinchiuso in questa categorizzazione passando da un tempo in cui tutto era emozione, cuore, pulsione ad uno in cui tutto era ragionamento, calcolo, precisione. Oggi sono una mente razionale, questo sì, ma amo, scrivo, seguo desideri, mi chiedo cosa voglio del mio futuro e dove mi spingano i sogni. Mi chiedo da dove vengano i sogni, dove vadano, dove spingano. Con raziocino. Con il calcolo della mente. Non esiste il cuore, voglio dire, esiste una pompa di muscolo che spinge il sangue e lo fa girare nel corpo ed è questo il suo unico scopo e probabilmente neppure la mente esiste se non sotto forma di comunicazioni elettriche e configurazioni dei neuroni. Non molto dissimile da un computer molto più potente e veloce, in grado non solo di analizzare ed elaborare ma di creare. Triste visione? No. Perché è vedendo la mente in questo modo che si può comprendere il razionale e l&#8217;irrazionale e farne pace. Comprendere che non esistono un cuore e una mente ma un unica &#8220;macchina&#8221; potente e se vogliamo coerente nel suo essere incerta.La mente, se così vogliamo chiamarla, mi piace considerarla un&#8217;astrazione. Contrariamente a come si tenda a ragionare non credo possa considerarsi mente qualcosa che sia slegata dal corpo, difficile realizzarla davvero sconnessa dalle sensazioni come il freddo, il caldo, il tatto, gli odori, la percezione della luce, i suoni. Siamo sempre e comunque profondamente connessi a questi anche solo se consideriamo che ci accorgiamo delle emozioni tramite le reazioni del corpo, il battito del cuore accelerato o rallentato, la superficie della pelle più o meno irrorata dal sangue in una zona piuttosto che un&#8217;altra, il rizzarsi dei peli&#8230; senza di queste cose la percezione di un&#8217;emozione non solo sarebbe troppo astratta per essere compresa ma semplicemente cesserebbe di essere. Per questo ritengo che la mente, non esista di per sé. E allora cosa sono i pensieri? Il ragionare nella testa? E cosa sono le ragioni del cuore? L&#8217;istinto è parte integrante di ciò che siamo, della nostra fisiologia. Lo vediamo negli animali appena nati che sanno riconoscere la madre e distinguerla da un predatore, lo vediamo in farfalle come la Vanessa Cardui che migra e si riproduce in migrazione ed ogni farfalla sa già da che parte continuare a far volare lo sciame senza che nessuno gli e lo racconti e gli dica il perché con quel su cervello più piccolo della capocchia di uno spillo. La razionalità è invece quello che probabilmente ci distingue dalle altre specie animali. Quello che ci ha permesso di costruire in primis un linguaggio di comunicazione elaborato come la parola, perché sì, anche i gesti, le carezze, i versi degli altri animali sono linguaggi. Seppure meno espressivi ed elaborati permettono una forma di comunicazione, di scambio di informazione. La razionalità ci ha permesso di elaborare teorie, scambiarle, registrarle in disegni, scritte, libri, supporti digitali ma soprattutto di tramandarle di generazione in generazione perché venissero usate, modificate, dimenticate, corrette, ricordate, amate. Noi siamo il frutto di generazioni e generazioni prima di noi e il seme di generazioni e generazioni dopo di noi e questo credo non andrebbe mai scordato. Se noi siamo quello che siamo è perché qualcuno prima di noi ha contribuito a costruire il mondo e ci ha lasciato qualcosa che non è solo l&#8217;aver fatto sesso con il proprio partner e aver generato prole. Questa credo sia la vera differenza tra l&#8217;uomo e gli altri animali, nel bene e nel male. L&#8217;essere parte di una storia che non ci colloca come ininfluenti rispetto al tutto. Ma cos&#8217;è quindi che sto scrivendo? Un elogio della razionalità a discapito dell&#8217;istinto? No. Ed è questo il punto. L&#8217;essere sempre e comunque animali come lo sono tutti gli altri è ciò che rende completo l&#8217;essere umano. Quello che chiamiamo cuore, irrazionale, istinto credo sia quella parte di un tutt&#8217;uno, quello che ci da segnali che sfuggono all&#8217;ambito razionale, quei segnali che ci fanno capire che una teoria è sbagliata anche se non lo sappiamo ancora spiegare, quelli che ci fanno capire che una scelta è quella giusta anche se non abbiamo elementi per valutare razionalmente, quella che ci fa capire che siamo sulla strada sbagliata anche se non sappiamo perché lo siamo, quella che talvolta ci inganna mostrandoci una paura che non ha motivo di essere ma che è appunto irrazionale e incontrollabile, quella che ci fa sentire che una persona è quella giusta per noi, o quella sbagliata. L&#8217;irrazionale, è solamente una parte della stessa cosa che ci piace chiamare mente, e va bene chiamarla cuore, va bene chiamarla come più ci piace ma è bene capirne anche la natura per fare pace con sé. A volte si tende a vedere segni nella realtà come se l&#8217;universo volesse dirci qualcosa, lo si chiama destino, lo si chiama scaramanzia, o sovrannaturale, lo si chiama in mille modi che ognuno vuole chiamare ma è una parte del tutto, del sé profondo che da un segnale come quando un orecchio sente un passo alle spalle prima che l&#8217;occhio lo veda, come quando l&#8217;olfatto ci fa percepire il fuoco chilometri lontano da dove gli altri sensi potrebbero notarlo. Semplicemente è parte di noi, di ciò che siamo, ne più ne meno del ragionamento, ne più ne meno dei cinque sensi. Ed allora sì, chiamarlo sesto senso mi piace di più, ma non con un significato metafisico, non con un significato esoterico semplicemente come parte del sé, naturale, comune a tutti gli animali, dalla medusa, al minuscolo insetto, al grande predatore, all&#8217;uomo.<br>L&#8217;irrazionale è il complemento del razionale, l&#8217;istinto il complemento del ragionamento.</p>
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		<title>Le cose che iniziano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Oct 2017 14:16:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Era quel suono.Ma non solo quel suono. Il rumore delle foglie gialle e rossecalpestate dai miei scarponi da montagna,e quell&#8217;odore così forte di sottobosco e pioggia.I silenzi e il fiato grosso, il cuore. Era tutto questo e altro:la grandine in testa che faceva sorridereil cielo, le nubima soprattutto era che se mi fermavo quel suono [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:right">Era quel suono.<br>Ma non solo quel suono.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:right">Il rumore delle foglie gialle e rosse<br>calpestate dai miei scarponi da montagna,<br>e quell&#8217;odore così forte di sottobosco e pioggia.<br>I silenzi e il fiato grosso, il cuore.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:right">Era tutto questo e altro:<br>la grandine in testa che faceva sorridere<br>il cielo, le nubi<br>ma soprattutto era che se mi fermavo quel suono continuava,<br>il calpestio di scarponi sulle foglie rosse e gialle d&#8217;autunno<br>e quel pronome personale che hai iniziato ad usare all&#8217;improvviso come se fosse normale</p>



<span id="more-4650"></span>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:right">Non era più&nbsp;<em>io</em> ma&nbsp;<em>noi</em>,<br>come se fosse normale.<br>E c&#8217;è ancora quel suono:<br>foglie gialle e rosse<br>calpestate dai nostri scarponi,<br>sulla montagna,<br>sulla strada.</p>
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		<title>Il di dentro di me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Sep 2017 13:25:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non è semplice avere un super potere. La parte più difficile è saper controllarlo. Evitare che ti trasformi in un mostro, o che il mostro che hai dentro ti uccida. Il processo è stato lento, lungo, passo a passo fino a svuotare tutto ciò che era rimasto dentro di me. La prima parte a morire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Non è semplice avere un super potere. La parte più difficile è saper controllarlo. Evitare che ti trasformi in un mostro, o che il mostro che hai dentro ti uccida.<br>
Il processo è stato lento, lungo, passo a passo fino a svuotare tutto ciò che era rimasto dentro di me.<br>
La prima parte a morire è stata l&#8217;intestino. Dal basso. Era lì che sentivo la tensione la pressione forte e la costrizione dell&#8217;ansia, della paura di perdere qualcuno. Era lì che sentivo il desiderio di amarti per quanto la gente parli di cuore. Era lì che bruciavi di più. Volevo dimenticare quello, cessare di provarlo e basta ma a morire fu soprattutto l&#8217;ansia. La paura. Cessai di essere capace di provarne. In effetti aveva i suoi lati positivi. Non era il risultato che avrei voluto ottenere ma non avere paure, non avere ansie, aveva il suo lato positivo.<br>
Non era sufficiente perché lo stomaco bruciava.<br>
Non provavo ansia ma era lì dentro lo stomaco che succedeva il resto. Un fuoco. Come un roditore che rode e morde e consuma, come una ruota dentata, mille ruote dentate a girare e rotolare, pezzi di vetro spezzati da ruote dentate dentro lo stomaco a ruotare e accumularsi fino a riempirlo e sputare e vomitare sangue e vetro e sabbia. Ho dovuto uccidere il mio stomaco. Escluderlo da ogni emozione. Escluderne ogni sensazione, strapparlo da dentro di me. Non avrei più sentito la tensione della rabbia, del rimorso, della vergogna.<br>
È stato quello il momento in cui mi sono accorto di non essere più in grado di respirare. Erano i polmoni ad opprimermi, erano i polmoni. Sentivo il freddo, il gelo fermarli, renderli incapaci di muoversi. Non era ansia, quella non la provavo da tempo, ne assenza, ne altro di cui fossi in grado di comprendere il motivo. O forse solamente una parte di tutte queste. Sentivo il rantolo della vita opprimere il mio essere, l&#8217;assenza di aria, l&#8217;incapacità di respirare e non esisteva luogo o situazione da cui uscire. Ovunque fossi l&#8217;oppressione era la stessa. Ogni luogo era un fuori luogo, come un pesce fuori dal&#8217;acqua od un uomo che affoga nessuno e nulla era ciò che doveva essere. Decisi di togliere anche i polmoni. Decisi che era l&#8217;unica soluzione.<br>
Rimbombava, il cuore. Rimbombava nel vuoto di una cassa toracica divenuta di risonanza. Rimbombava forte perché ti avevo incontrata ancora. Rimbombava come un martello che rintocchi su un gong amplificato da una stanza vuota e piccola fino a farmi esplodere le orecchie, fino a farmi esplodere il cervello rimbombava. Lo sentivo premere nel collo gonfiare le vene, spingere. Ogni volta che nella mia mente tornava a profilarsi il tuo volto, il ricordo del tuo sorriso, del tuo sguardo. Di ciò che mi avevi fatto e di ciò che avresti potuto ancora farmi. Rimbombava come un suono ridondante, come rocce che rotolano giù da un dirupo. Lo spensi. Spensi anche il cuore e lo estrassi.<br>
Rimase il vuoto. Niente altro dentro che il vuoto. Il silenzio.<br>
E il fuoco.<br>
Dentro il fuoco. Come guardare in alto in una grotta e vederne dall&#8217;interno le pareti rosse, nere di carne bruciata e piaghe. Il fuoco che non sterilizza, non cauterizza. Asciuga piaghe che vomitano pus e quando si ritira le crea di nuovo e in quella grotta ovunque cade liquido giallo e virulento e sangue che accende ancora quel fuoco che asciuga e brucia e chiude piaghe per aprirne altre ed ancora e ancora e ancora.<br>
Decisi infine che l&#8217;unico che doveva essere distrutto era il mio cervello. Schiacciato come a schiacciare una noce quando per aprirla ci si mette troppa energia.<br>
Tutti questi pensieri avrebbero cessato di esistere. Tutti questi ricordi sarebbero scomparsi per niente. Non avrei più pensato al futuro.</p>
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		<title>Quello che non c&#8217;è &#8211; Afterhours</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Sep 2017 19:21:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho questa foto di pura gioiaè di un bambino con la sua pistolache spara dritto davanti a séa quello che non c&#8217;è Ho perso il gusto, non ha saporequest&#8217;alito di angelo che mi lecca il cuorema credo di camminare dritto sull&#8217;acqua esu quello che non c&#8217;è Arriva l&#8217;alba o forse noa volte ciò che sembra [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:center">Ho questa foto di pura gioia<br>è di un bambino con la sua pistola<br>che spara dritto davanti a sé<br>a quello che non c&#8217;è</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:center">Ho perso il gusto, non ha sapore<br>quest&#8217;alito di angelo che mi lecca il cuore<br>ma credo di camminare dritto sull&#8217;acqua e<br>su quello che non c&#8217;è</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:center">Arriva l&#8217;alba o forse no<br>a volte ciò che sembra alba, non è<br>ma so che so camminare dritto sull&#8217;acqua e<br>su quello che non c&#8217;è</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:center">Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo<br>rivoglio le mie ali nere, il mio mantello<br>la chiave della felicità è la disobbedienza in sé<br>a quello che non c&#8217;è</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:center">Perciò io maledico il modo in cui sono fatto<br>il mio modo di morire sano e salvo dove m&#8217;attacco<br>il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia<br>quello che non c&#8217;è</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:center">Curo le foglie, saranno forti<br>se riesco ad ignorare che gli alberi son morti<br>ma questo è camminare alto sull&#8217;acqua e<br>su quello che non c&#8217;è</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:center">Ed ecco arriva l&#8217;alba so che è qui per me<br>meraviglioso come a volte ciò che sembra non è</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:center">Fottendosi da sé, fottendosi da me<br>Per quello che non c&#8217;è</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Perché ho smesso di scrivere poesie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Sep 2017 16:12:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Scrivevo molta più poesia un tempo. Ho scritto sempre molto, ricordo il primo racconto che ho scritto era qualcosa come il 1990. avevo otto anni, forse nove. Raccontava di un viaggio nello spazio in cui io, nel 2017 andavo su Marte e incontravo una popolazione aliena, ma non era fantascienza, utilizzava il cliché inizio novecentesco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivevo molta più poesia un tempo.<br />
Ho scritto sempre molto, ricordo il primo racconto che ho scritto era qualcosa come il 1990. avevo otto anni, forse nove. Raccontava di un viaggio nello spazio in cui io, nel 2017 andavo su Marte e incontravo una popolazione aliena, ma non era fantascienza, utilizzava il cliché inizio novecentesco della perdita di sensi momentanea a distinguere la parte reale da quella immaginaria, un trucco mutuato da Poe o da altri scrittori della sua epoca. Avevo descritto la morte da dentro il morente descrivendo una serie di deformazioni sensoriali e poi la sua resurrezione in questo mondo alieno. Non spiegavo se il protagonista fosse morto davvero o no, se fosse inteso come reale o no tutto quanto accadeva dopo. Avevo otto anni, era il mio primo racconto e non so dire da dove venisse, avevo letto <em>Il Richiamo Della Foresta</em>, <em>20.000 leghe sotto i mari</em>, forse qualcosa di Salgari non di più. La mia vocazione era lì. Nello scrivere. Nella tensione. Nello sperimentare. Nel crossover di generi. L&#8217;anno prima avevo imparato per la prima volta cosa fosse quello che le persone chiamano amore. L&#8217;amore di bimbo, sia chiaro, ma il mio piccolo cuoricino era esploso per la prima volta con le conseguenze imprevedibili con cui esplode un cuore quando un cuore esplode. Amavo anche i chiasmi. Ci vollero altri tre anni prima che esplodesse di nuovo per quel ricciolo su una fronte. Esplose la poesia in quegli anni.<span id="more-4566"></span>Non sapevo quanta ne avrei scritta, nel frattempo scrivevo lettere. Ricevevo e scrivevo lettere non saprei dire da quante persone, mi chiedo se qualcuno le conservi ancora, io le ho buttate quasi tutte. Centinaia. Tra il 97 e il 98 credo di averne scritta una ogni singolo giorno, molti giorni più di una. Fare qualcosa per così tanto tempo con tale frequenza non può non creare una dipendenza. All&#8217;epoca scrivevo con una stilografica. Scrivevo anche in poesia. Quasi ogni giorno. Credo di aver superato il migliaio di poesie, sperimentavo in quel modo, sperimentavo in quel mondo. Lo feci fino al 2003 con risultati via via più soddisfacenti. La mia emotività era sfogata con quello, l&#8217;unico modo di sfogare un fiume, un mondo, una sofferenza, una gioia, un tutto che trasbordava come un bicchiere pieno in cui continui a versare acqua da una bottiglia infinita. Era il mio modo di fermare un po&#8217; di quell&#8217;acqua e cristallizzarla immobile come una fotografia, pensavo avrebbe fatto bene riprenderla quando ci fosse stata siccità. Pensavo che avevo così tanto da buttare fuori da dare, da regalare che perderlo in un tombino di scarico sarebbe stato uno spreco. Durò fino al 2003. Non avevo mai trovato un tombino vero prima di allora. Era lì che mi attendeva ed era la cosa più bella che potessi incontrare.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">Sono in una gabbia di cristallo,<br />
in una maledetta cazzo di gabbia di cristallo.<br />
E potrei scappare se volessi, se non fosse così fottutamente bella.<br />
Sono in una gabbia di cristallo<br />
e non so più come uscirne, ne so come sono entrato.</p>
</blockquote>
<p>Lo scrivevo allora. Non sapevo quanto quella gabbia sarebbe divenuta il mio vestito, la mia corazza, il mio scheletro, la mia essenza. Scrissi le mie poesie più belle come una stella che prima di spegnersi diventa enorme e brucia tutta se stessa, raggiunsi l&#8217;apice e mi spensi. La siccità era arrivata, il tombino aveva assorbito ognuna delle mie emozioni. Il paradosso è che prima mi tolse l&#8217;ansia, poi la paura, poi la rabbia, poi la tristezza e solo da ultimo l&#8217;amore. Fu l&#8217;esperienza più bella che avessi mai provato ma di me non rimaneva più nulla che valesse la pena essere pronunciato, figurarsi scritto su un foglio. Smisi in quel momento di scrivere in poesia. Ci provai ancora, sì. Credo di aver scritto almeno altre due sillogi complete dopo quel momento. Carta straccia.<br />
Presidio di razionalità incapace di provare ciò di cui voleva disquisire.<br />
C&#8217;era qualcosa di buono in questo. L&#8217;assenza di ansia, di rabbia, di paura sono qualcosa a cui molti ambiscono (Tenetevele, io vi dico, tenetele strette al cuore ed amatele e vivetele) e mi resero sfacciatamente più forte negli anni. Ma mancava qualcosa: la capacità di provare empatia, di piangere, di gioire, di credere nelle piccole cose. Se non provi paura tutto è privo di valore perché non ti interessa perderlo, se non provi ansia tutto è insipido perché o lo raggiungi o lo lasci andare senza ricerca spasmodica. Tutto privo di valore. Smisi di scrivere quando rilessi quello che avevo scritto un tempo. Potevo leccarne ancora l&#8217;acqua liquida scorrere tra le righe, le parole bagnate trasudavano ancora ogni emozione, la trasudano ancora oggi. Quello che scrivevo era secco e nero come la lingua di un uomo morto di sete. Vorrei dire pieno di ulcere ma le ulcere sarebbero state emozione, sarebbero state rabbia e non c&#8217;era neppure quella. Quello che scrivevo era morto. Io ero morto. Tutto era morto. Era come fotografare pareti di cemento che mi stringevano dentro me stesso, una uguale all&#8217;altra seppure con nuove parole, ricerche, sperimentazioni. Una uguale all&#8217;altra. Una</p>
<p>uguale</p>
<p>all&#8217;altra.</p>
<p>Poi mi hai preso per mano e trascinato. Ero ancora quella lingua secca e morta ma tu mi trascinavi inerte avanti e indietro. Aprivo gli occhi ogni tanto, poi li richiudevo, poi li riaprivo, poi sparisti. Anche se ci sei ancora là fuori, almeno tu. E credo ci sarai sempre. Non so quanto tempo passò, una pietra non conosce il tempo. Ed era come se il tempo fluttuasse tra un oggi e un passato remoto e un futuro e un imperfetto come immagini che appariranno e scomparvero e stanno illuminando quello che accadde pochi istanti fa come nei sogni. Poi però ero di nuovo un pezzo di pietra a terra, arido, o forse di terra secca e crepata grigia. Arrivasti tu. Piantando un seme? Non saprei ma la mia testa era aperta, una crepa in fronte e ci guardavi dentro, mentre stavi versandoci dell&#8217;acqua. Non mi volevi trascinare in giro, stavi curandomi o curando il seme che avevi piantato. Te ne sei andata perché non ti coglierò mai o non mi sono lasciato cogliere, stai fuggendo per sempre forse, non ne ho idea.<br />
Fui a terra. Ero terra. Terra secca e non più dura roccia. Nasceva qualcosa nella mia testa. Un sogno, una realtà, un mondo dentro cui posso guardare e vedere muoversi vite ed ogni vita mi parlava e raccontava. Non erano capaci di provare emozioni perché io non sapevo darle a loro. Non erano capaci di provare emozioni perché raccontavano di quello che ero.<br />
Poi sei arrivata tu, sembravi un porto pieno di emozioni, esplosioni, incredibili pulsioni, ti sfiorai il volto e si gelò la mano. Ero o non ero un pezzo di terra secca? Ti sfiorai il volto e si gelò la mia mano perché eri un pozzo. Di nuovo un pozzo di fronte a me. Non lo temevo. Infilai la mano dentro e ne estrassi la rabbia, l&#8217;ansia, ogni paura. Infilai la mano nel pozzo e ne estrassi la paura, la rabbia, l&#8217;ansia mordendole e respirandole e vivendole, non fu un tentativo di togliertele da dentro. Non mi importava, cosciente di quanto sarebbe un vano tentativo, ma fu desiderio di riprendere quello che avevo perduto. Estrassi dal pozzo rabbia, paura, ansia e me ne nutrii come una bestia col sangue che cola dalle fauci, li conoscevo ormai quei pozzi, vi ero già morto non mi spaventavano più. La rabbia, la paura, l&#8217;ansia mi resero più forte di quanto sia mai stato, più forte di quanto divenni perdendole. Ero incapace di controllare le nuove vecchie emozioni, incapace di equilibrio in tutto quel troppo. Non te ne andasti tu, ti cacciai per salvarci. O per lasciarti distruggerti, poco conta. Non tornerò mai. E poi piove. Piovve. Piove. Piovve riempiendo il mondo come un bicchiere vuoto che arriva velocemente al colmo e piove ancora. Mentre mi giravo dall&#8217;altra parte in faccia un abbraccio. Senza un preavviso. Come uno schiaffo. Il cuore battere forte come non avesse mai battuto prima. E scrivo in poesia. In costante disequilibrio tra un&#8217;emozione e l&#8217;altra imparo a domarle e viverle come un&#8217;acrobata su un filo appeso tra due torri nel vento, ed è la paura a reggermi in piedi, l&#8217;ansia, la rabbia che mi fai provare e qualcos&#8217;altro. E vorrei fotografare emozioni, farne trasudare dalle parole tutto quello che scoppia come una fontana ma soprattutto vorrei sentirmi libero di viverle, di essere, di vivere.<br />
Di essere</p>
<p>di vivere</p>
<p>di essere</p>
<p>vivere</p>
<p>essere</p>
<p>vi</p>
<p>es</p>
<p>sì</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Toccare il fondo.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jul 2017 14:29:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Toccare il fondo. Lasciarsi andare e toccare il fondo abbandonando ogni certezza. Toccare il fondo pinneggiando in giù fino a quando ti manca l&#8217;aria, senza bombole, senza nulla. Toccare il fondo, quella sabbia laggiù nel buio, nel nulla nell&#8217;acqua fredda -nera- che ti blocca il respiro il cuore, l&#8217;anima. La pressione sui polmoni che spinge. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Toccare il fondo.<br />
Lasciarsi andare e toccare il fondo abbandonando ogni certezza.<br />
Toccare il fondo pinneggiando in giù fino a quando ti manca l&#8217;aria, senza bombole, senza nulla.<br />
Toccare il fondo, quella sabbia laggiù nel buio, nel nulla nell&#8217;acqua fredda -nera- che ti blocca il respiro il cuore, l&#8217;anima. La pressione sui polmoni che spinge.<br />
Toccare il fondo.</p>
<p>Quella sabbia bianca laggiù nel buio riflette la luce del sole.</p>
<p>Quando il tuo sogno più grande si spezza perché lo hai preso sotto gamba, quando perdi tutte<span id="more-4476"></span> le persone accanto di cui ti fidavi, quando non è l&#8217;acqua a toccarti la gola ma tu nell&#8217;acqua che devi scegliere se risalire o continuare a scendere.</p>
<p>Toccare il fondo.<br />
Sfiorare la sabbia lieve -bianca- e solo dopo voltarsi a guardare in alto. La luce filtra dal movimento delle onde come raggi di sole all&#8217;alba dopo un temporale. Fasci luminosi a muoversi e la superficie lontana come specchi incurvati  in movimento.</p>
<p>Sentire alghe avvolgerti le membra, trattenere i movimenti. Devi respirare. Non c&#8217;è altra soluzione che respirare.</p>
<p>Hai perso ogni zavorra, ogni peso. Hai perso la fiducia mal riposta, la supponenza, gli allori su cui sdraiarti, le persone. Sei tu. Tu e le tue scelte. Tu e la tua forza.</p>
<p>Tu. Ed il mondo è lì sopra.<br />
Basta spingere verso l&#8217;alto.<br />
Il mondo è lì.</p>
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		<title>La mia prima volta (Il sangue)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jun 2017 19:51:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#60;- La mia prima volta &#60;- La mia prima volta (La vita) &#60;- La mia prima volta (L&#8217;anima) Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano lunghi fino quasi a metà schiena castano scuro, lisci e morbidi. Tendevano a stare con la riga in mezzo come li aveva tenuti probabilmente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta/">&lt;- La mia prima volta</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-seconda-versione/">&lt;- La mia prima volta (La vita)</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">&lt;- La mia prima volta (L&#8217;anima)</a></p>
<p>Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano lunghi fino quasi a metà schiena castano scuro, lisci e morbidi. Tendevano a stare con la riga in mezzo come li aveva tenuti probabilmente per anni ma la sua mano continuava a scompigliarli dandole un movimento fluido e compatto posizionandoli ogni volta in maniera diversa. Ricordo perfettamente il bianco chiaro del suo corpo, la sua pancia piatta ma morbida di quel lieve strato di adipe che ogni donna dovrebbe avere, ricordo parte di me scivolarle liquida sulla pelle della pancia ed entrare nell&#8217;ombelico fino a farlo traboccare e poi scendere di lato accanto all&#8217;osso del bacino. Lentamente. Fu quello probabilmente a scatenare il tutto di ciò che avvenne successivamente. Era una sera come un&#8217;altra una sera come tante e lei ancora non l&#8217;avevo mai incontrata. Credo mi abbiano colpito per prima le labbra imbronciate e poi quei capelli lanciati da un lato all&#8217;altro da un braccio bianco e chiaro zeppo di lentiggini. Era triste, seduta su di una panchina al parco, al buio.<br />
&#8220;Tutto bene?&#8221; le dissi.<br />
&#8220;No&#8221; rispose.<br />
Niente altro. Mi sedetti accanto a lei e non si spostò.<br />
Il suo profumo era un profumo unisex, non saprei dirne il nome ma lo avevo già sentito altrove, sfiorava i meandri profondi della mia mente.<br />
Restammo seduti uno accanto all&#8217;altra per minuti, decine di minuti, forse anche più di un&#8217;ora senza rivolgerci la parola poi lei si alzò e si allontanò lentamente.<span id="more-4441"></span>La vidi anche il giorno dopo. La scena fu simile ma non parlammo. Questa volta portava una T-Shirt bianca con una scritta grigia, non ricordo quale, ma mi rimasero impressi i pantaloni slavati e leggermente macchiati. Sembrava avesse deciso di lasciarsi andare. Non parlammo neppure questa volta ma le rimasi accanto. Anche il suo volto aveva delle lentiggini che il buio nascondeva ma quando i fari di un&#8217;auto passavano riuscivo a distinguerle leggermente sulla superficie del naso. Lei teneva lo sguardo basso.<br />
Fu la terza sera che le chiesi gentilmente se avesse voluto usufruire dei miei servigi. Indossava ancora gli stessi pantaloni e la maglia che indossava era strappata in basso. Attraverso si vedeva il bianco del suo corpo, lì apparentemente privo di lentiggini. Si alzò dalla panchina e mi diede uno schiaffo fortissimo quando glie lo chiesi, tanto da farmi schizzare sangue dal naso. La vista del mio strumento doveva averle causato un moto di timore ma alla fine non si mosse confermandomi che tutto sommato desiderava quello che le stavo proponendo. Mi alzai a mia volta cercando di fermare il getto di sangue che stavo perdendo e le spinsi le spalle per farla sedere, si lasciò muovere docile e una volta seduta sulla panca la feci sdraiare. Lo stava aspettando quel momento, nonostante lo schiaffo non disse una parola. Quando le tirai su la maglietta fino ad esporle il seno un altro fiotto del mio sangue finì sulla candida carne morbida che avevo esposto, il sangue rosso chiaro  scivolò nella fossa del suo ombelico riempiendolo in fretta e colando di lato giusto sopra l&#8217;osso del bacino. Mi chinai a leccarlo, a leccare il mio stesso sangue a leccare quella pelle, a sentire il misto tra il metallico e il salato, tra il male ed la purezza.<br />
Lei rimase in silenzio ancora. Mi guardava fremendo leggermente con lo sguardo di un agnellino che attende gli eventi. Reggevo forte nella mano ciò che avrei usato su di lei e lei lo guardava quasi con bramosia. Avrei voluto infilarglielo con forza dentro senza preamboli ma decisi di farlo lentamente, di godere il momento che avrei ricordato per tutta la vita. Lo posai sulla pelle del suo sterno e lo feci andare leggermente avanti ed indietro, lasciava un lieve segno su tutto quel candore poi, ruotandolo, con la lama tagliai la stoffa che univa le due coppe del reggiseno. Lei parve gioire in un istante di ritrovata libertà mentre i suoi seni lanciavano di lato gli scampoli di stoffa rimasti appesi solo alle spalle e dietro la schiena. Osservai quelle morbidezze mentre il sangue dal naso smetteva di scendere poi feci scorrere la lama del mio strumento dallo sterno al pube lentamente premendo a poco a poco di più, quel tanto da segnare la pelle sotto la pressione che la schiacciava verso il basso comprimendola ma non abbastanza da tagliare. Nei suoi occhi vidi per la prima volta la paura, come avesse cambiato idea, come se volesse che mi fermassi. Lo fanno sempre pochi istanti prima del momento, è quello l&#8217;istante in cui bisogna agire, il culmine massimo del piacere prima che arrivi il terrore, prima che arrivino le urla. Non lo sapevo ancora in quel momento ma era l&#8217;istinto a guidarmi. Razionalmente lo avrei compreso solamente anni dopo. Feci entrare la lama poco al di sotto dello sterno bucando i polmoni ed il cuore. Vidi i suoi occhi e le sue labbra spalancarsi come a provare un orgasmo prima che un fiotto del suo sangue le uscisse dalla bocca scendendo sotto un orecchio. Avrei voluto sanguinare ancora, mescolare il mio sangue al suo, mescolare i miei liquidi ai suoi ma mi limitai a leccare i suoi dall&#8217;orecchio, da sotto l&#8217;orecchio. Non respirava già più. La lasciai lì, in quel contrasto del rosso e del bianco, con quel segno uscirle dalle labbra come un rossetto sbavato in una serata di passione.<br />
Le avevo donato ciò che desiderava, avevo portato via con me quello di cui desiderava liberarsi e questo mi faceva sentire particolarmente sereno, in pace col mondo. Avevo trovato il mio posto nel mondo, il mio ruolo.<br />
Quella fu la mia prima volta, la prima di tante altre in cui donai i miei servigi a persone che non erano più in grado di scegliere di essere o di non essere, né di sopportare gli oltraggi dell&#8217;iniqua fortuna né di prender le armi contro il mare di triboli.<br />
Ero diventato il braccio della vecchia signora.</p>
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		<title>Le domande del vivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 May 2017 15:12:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ci sto pensando da un po&#8217;. Al togliersi la vita, non specificatamente al togliermi la vita. Ne ho scritto un po&#8217; &#8220;Una società incapace di comprendere il suicidio e la droga&#8220;, ma non come avrei voluto. Recentemente sembra che il suicidio stia diventando particolarmente mainstream, tra la mezza bufala del Blue Whale,  13 Reasons Why [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sto pensando da un po&#8217;. Al togliersi la vita, non specificatamente al togliermi la vita. Ne ho scritto un po&#8217; &#8220;<a href="https://www.staipa.it/blog/una-societa-incapace-di-comprendere-il-suicidio-e-la-droga/">Una società incapace di comprendere il suicidio e la droga</a>&#8220;, ma non come avrei voluto. Recentemente sembra che il suicidio stia diventando particolarmente <em>mainstream</em>, tra <a href="https://attivissimo.blogspot.com/2017/05/blue-whale-mito-pericolosamente.html">la mezza bufala del Blue Whale</a>,  <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tredici_(serie_televisiva)">13 Reasons Why</a>  che ne da una visione piuttosto romanzata e meno drammatica ma che potrebbe aiutare molti a capirne almeno parte dei meccanismi, il suicidio di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Chris_Cornell">Chris Cornell</a>. Un mito della gente della mia età, uno che almeno una volta nella vita avresti voluto essere al suo posto, su quel palco, davanti a migliaia di fan in deliro, un uomo da invidiare.<br />
Non credo sia un male parlarne. Credo che la società dovrebbe essere maggiormente in grado di recepire il suicidio come realtà possibile e comportarsi di conseguenza, non tanto per evitarlo come fatto in sé quanto per evitare che le persone che abbiamo accanto soffrano al punto di arrivare a questa scelta.<br />
Le domande che invece la società si pone finiscono per essere sempre quelle che può fare chi vede le cose da fuori, e le domande del vivo diciamo.<span id="more-4399"></span></p>
<p>Ci si chiede se sia giusto togliersi la vita lasciando gli altri nel dolore, ci si chiede se ci fosse qualcosa che si sarebbe potuto fare, ci si chiede come si possa uccidersi al cospetto di tanta gente che invece vorrebbe vivere e non può farlo. Si guarda il mondo, come purtroppo naturale, dal punto di vista di chi resta, dal punto di vista di chi non si toglierebbe mai la vita. Si dimentica che esiste questo grande parolone che è <em>depressione</em>, si dimentica che dietro questo parolone ci sono dei significati che il più delle persone non conoscono, non hanno vissuto, non riescono a capire. Un parolone che rivolta completamente il significato del mondo, delle parole, della vita e della morte. Ma anche dire <em>depressione</em> è una semplificazione che ci impedisce spesso di scendere più a fondo. Là dove risiedono le emozioni. Là dove risiedono le cose che ci muovono davvero.<br />
Ci ho provato diverse volte a scriverne come sto facendo ora. Non serve. Non verrebbe compreso. C&#8217;è un altro modo che mi appartiene, come scrittore, c&#8217;è uno che credo possa essere forse l&#8217;unico efficace, vogliatemi scusare se per qualcuno possa essere forte.</p>
<p><em>Ci ho pensato. Ci ho pensato decine di volte. Centinaia. Probabilmente è tutta la vita che ci penso se di vita si può parlare della mia. Ci penso, ci arrivo vicino, guardo giù dall&#8217;orlo e poi qualcosa, per caso, passa a salvarmi. O forse fino ad oggi è stato solo l&#8217;istinto di conservazione, sarebbe bastato il vento che ora ho alle spalle per spingermi giù. Quello che mi ha fatto finalmente lanciare. Credevo facesse più paura ma è stato come staccare la mano dal bordo della piscina. Niente più. Dopo anni attaccato al bordo ora ho semplicemente lasciato la mano e me ne sono andato per sempre. Un sollievo. Niente altro. Mi sono sempre chiesto prima di sentire questo vento che cosa avrebbero pensato le persone che sugli spalti di questa piscina sono rimasti a guardarmi, mia madre, mio padre, Luca, Arianna&#8230; penso che in realtà non me ne frega nulla perché tra poco io cesserò di esistere e loro per la prima volta si accorgeranno che ero nell&#8217;acqua invece che accanto a loro. Sono sempre stato nell&#8217;acqua. E glie l&#8217;ho sempre fatto notare. Ho fatto di tutto per farglielo notare, ho alternato il mio umore per farlo notare, ho urlato in faccia che stavo male, l&#8217;ho fatto in mille modi. Soffriranno sì, ma il mio cuore è talmente freddo, oggi, che non mi importa. Che lo trovo quasi giusto. Il contrappasso. Io ero qui nell&#8217;acqua e loro mi davano la mano giusto il tempo di sollevarmi un po&#8217;, poi si voltavano a chiacchierare d&#8217;altro e a lasciarmi precipitare giù. Non è colpa loro, lo so, sono io che ero sbagliato, sono io che non sono mai riuscito ad esprimermi ed è giusto sia io ad andarmene e la pace che ne deriva, alla deriva, è così dolce che a sparire ogni rabbia, ogni tristezza, ogni risentimento. Si chiederanno se c&#8217;è una causa, se ne addosseranno colpe, diranno che è colpa di Arianna che mi ha lasciato. E sbaglieranno tutti. O avranno tutti ragione. Non importa. Questo non lo capiranno. Non capiranno che non importa. Che quando hai lasciato il bordo della piscina non conta più nulla. Potrei pensare alle cause, forse sforzandomi riuscirei a trovarne anche una più importante delle altre ma è un filo. Un filo continuo, un filo che parte dal giorno in cui sono nato e arriva ad oggi. Sono sempre stato qui nell&#8217;acqua. Forse ne sono uscito una volta. Forse davvero ne ero uscito una volta, ma quando ci sei stato serve un motivo per non tornarci. Serve un motivo per rimanerne fuori. Non c&#8217;era. Le altre volte sì, le altre volte un motivo lo avevo sempre trovato, era sempre arrivato al momento giusto, all&#8217;istante giusto. Quando meno te lo aspetti dicono. A volte invece quando meno te lo aspetti le cose non arrivano. Questa volta non è arrivata. E i miei figli?  Staranno meglio senza di me.  I mie soldi li hanno non avranno il mio peso. Né ora né quando sarò vecchio, né il peso della mia sofferenza. Se ne faranno una ragione. La natura vuole che i padri muoiano prima dei figli, no?<br />
Non serve ve lo spieghi perché mi sono tolto la vita perché nessuno di voi lo capirebbe, o ognuno capirebbe un piccolo angolo, un piccolo morso infinitesimo di un grande quadro che nessuno sarebbe in grado di comprendere. Come essere in piedi su un gigantesco </em>Pollock<em> e cercare di trovarne un senso vedendone un pezzetto parziale. Ognuno la sua piccola colpa, ognuno la sua grande assoluzione del fatto che in fondo se io fossi stato capace sarei riuscito a spiegarmi. Eppure i segnali ho provato a lanciarli. A lanciarne ancora, ed ancora. Quelli che per loro sembravano capricci, stranezze. La verità è che è stata la solitudine ad uccidermi. Non la solitudine di non avere qualcuno con cui uscire, con cui bere due birre, con cui guardare la partita, con cui parlare di politica e di arte e di quale sia l&#8217;hamburger più buono o la </em><i>soubrette più figa. Qualcuno a cui parlare di cosa mi accadesse dentro. La solitudine di sentirsi diverso da chi mi circonda, la solitudine di non avere nulla da condividere, per cui valga la pena lottare per condividere con gli altri. C&#8217;era stata lei un tempo. Per lei avrei rovesciato il mondo, per lei avrei svuotato questa piscina e l&#8217;avrei riempita di terra e ci avrei coltivato ortaggi e fiori e non avrei mai più permesso si allagasse, e mi avrebbe aiutato, a farlo ed io avrei aiutato con tutta la mia acqua a far fiorire il suo mondo. Ma sono stato incapace di esprimermi e l&#8217;ho perduta. L&#8217;ho lasciata andare, arrabbiata con me, perché non sono mai riuscito a dirle </i>ti amo<em>. Penserà &#8220;ma se avesse detto&#8230;&#8221;. Sì. Se avessi detto il mio mondo sarebbe cambiato, e il tuo, e forse sarebbe cambiato il mondo di un sacco di altra gente e tutto sarebbe stato magnificamente qualcos&#8217;altro. Ma non l&#8217;ho fatto. Non l&#8217;hai fatto tu, non lo hanno fatto loro. Ma non l&#8217;ho fatto io. Non c&#8217;è molto altro da aggiungere. Ma non c&#8217;è un evento scatenante, non c&#8217;è una colpa specifica, non c&#8217;è nulla. Solo la mia mano che ha lasciato il bordo della piscina.<br />
E poi silenzio.<br />
E poi pace.</em></p>
<p>E poi nulla.</p>
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		<title>Kurt Vonnegut, consigli per scrivere racconti e scrivere con stile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Feb 2017 10:55:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Usa il tempo di un perfetto sconosciuto in modo tale che lui o lei non sentirà che il tempo è stato perso. Dai al lettore almeno un personaggio per il quale possa fare il tifo. Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche fosse solo un bicchiere d’acqua. Ogni frase deve fare una delle due cose: rivelare [&#8230;]]]></description>
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<li>Usa il tempo di un perfetto sconosciuto in modo tale che lui o lei non sentirà che il tempo è stato perso.</li>
<li>Dai al lettore almeno un personaggio per il quale possa fare il tifo.</li>
<li>Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche fosse solo un bicchiere d’acqua.</li>
<li>Ogni frase deve fare una delle due cose: rivelare il personaggio o anticipare l’azione.</li>
<li>Inizia il più vicino possibile al finale.</li>
<li>Sii un sadico. Non importa quanto dolci e innocenti siano i tuoi protagonisti, fai accadere loro cose terribili – in modo tale che il lettore possa vedere di cosa sono fatti.</li>
<li>Scrivi per accontentare solo una persona. Se apri una finestra e fai l’amore con il mondo, tanto per dire, la tua storia prenderà la polmonite.</li>
<li>Dai al tuo lettore più informazioni possibili e il prima possibile. Al diavolo la suspense. I lettori dovrebbero avere una così completa comprensione di ciò che sta succedendo, dove e perché, che potrebbero finire la storia da sé, gli scarafaggi dovrebbero mangiare le ultime pagine.</li>
</ol>
<p><span id="more-4229"></span></p>
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<p><strong>TROVA UN SOGGETTO A CUI TIENI</strong><br />
Trova un soggetto a cui tieni e a cui, senti nel tuo cuore, gli altri potrebbero tenere. Questo interesse genuino, e non i tuoi giochi di linguaggio, sarà l’elemento più convincente e seducente&nbsp;nel tuo stile. A proposito, non ti sto spingendo a scrivere un romanzo – anche se non mi dispiacerebbe se ne scrivessi uno, a patto che tu sia sinceramente interessato a qualcosa. Una petizione&nbsp;al sindaco per&nbsp;una buca di fronte alla tua&nbsp;casa o una lettera d’amore per la ragazza della porta accanto lo saranno.</p>
<p><strong>MANTIENILO SEMPLICE</strong><br />
Per quanto riguarda l’uso del linguaggio: ricorda che&nbsp;due dei più grandi maestri della lingua, William Shakespeare e James Joyce, scrivevano frasi quasi infantili quando i loro soggetti erano più profondi. “To be, or not to be?” domanda l’Amleto di Shakespeare. La parola più lunga è di tre lettere. Joyce, quand’era vivace, poteva mettere insieme una frase tanto intricata e sfavillante quanto la collana di Cleopatra, ma la mia frase preferita nel suo racconto <em>Eveline</em> è questa: “Lei era stanca”. A quel punto della storia, nessun altra parola avrebbe potuto spezzare il cuore del lettore come hanno fatto quelle tre parole.</p>
<p><strong>SUONA COME TE STESSO</strong><br />
L’inglese era la terza lingua di Conrad e ciò&nbsp;che sembra arguto nel suo uso della lingua inglese è stato senza dubbio colorato dalla sua prima lingua, il polacco.&nbsp;Ed è&nbsp;infatti fortunato lo scrittore che è cresciuto in Irlanda, perché l’inglese parlato lì&nbsp;è così divertente e musicale. Io stesso sono cresciuto a Indianapolis, dove il linguaggio comune suona come&nbsp;una sega a nastro che taglia dello stagno galvanizzato, e si avvale di un vocabolario tanto disadorno quanto una chiave inglese. […] Non importa quale sia la tua prima lingua, dovresti farne tesoro per tutta la vita. Se per caso&nbsp;non è&nbsp;l’inglese standard, e se si manifesta quando la scrivi in&nbsp;inglese standard, il risultato è di solito delizioso, come una ragazza molto carina con un occhio verde e uno blu. Mi ritrovo a&nbsp;fidarmi di più della mia scrittura, e anche gli altri sembrano fidarsi di più, quando suono più come una persona da Indianapolis, che è ciò&nbsp;che sono. Quali alternative ho?</p>
<p><strong>DÌ QUELLO CHE VUOI DIRE</strong><br />
I miei insegnanti volevano che scrivessi con precisione, sempre selezionando le parole più efficaci, e relazionando le parole tra di loro senza ambiguità, rigidamente, come parti di una macchina. Speravano che sarei diventato comprensibile – e quindi compreso. E là andavano i miei sogni,&nbsp;fare con le parole quello che Pablo Picasso faceva con la pittura o quello che qualsiasi idolo del jazz faceva con la musica. Se&nbsp;avessi rotto&nbsp;tutte le regole della punteggiatura,&nbsp;in modo che le&nbsp;parole significassero ciò che volevo che significavano, e le avessi&nbsp;infilate insieme su una corda alla rinfusa, semplicemente non sarei stato&nbsp;capito. I lettori vogliono che le nostre pagine assomigliano molto alle pagine che hanno visto in precedenza. Perché? Perché essi stessi hanno un lavoro duro da fare, e hanno bisogno di tutto l’aiuto possibile da noi.</p>
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		<title>Alex pt2 (Umanità)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2017 20:41:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>(Precedente: <a href="https://www.staipa.it/blog/alex-pt1/">Alex pt1</a>)</p>
<p>Non puoi capire come gli innesti cibernetici ti cambino fino a quando gli innesti cibernetici non ti hanno cambiato. Non puoi capire fino a che punto tutte quelle stronzate del fatto che ti facciano perdere umanità non siano affatto stronzate. Il primo innesto l&#8217;ho fatto quasi per gioco, per moda. Non avevo ancora i miei seguaci all&#8217;epoca ma ero entrato nel gruppo da poco. Ognuno di loro aveva la propria <em>caratteristica speciale</em>, che lo rendeva più minaccioso. Gli anni dei tatuaggi, dei piercing o delle creste in testa erano passati, cioè voglio dire tutti li avevano e non era più un segno di distinzione, era quasi conformismo almeno tra chi viveva nei bassifondi, gli innesti sottocutanei tradizionali erano anche questi roba passata. C&#8217;era chi si era fatto innestare un braccio bionico solo per il gusto di averlo e di essere più forte senza dover sostituire necessariamente un braccio non più funzionante, c&#8217;era chi si era fatto innestare mezza calotta cranica in acciaio a vista, chi denti in titanio affilati. Quello con i denti in titanio tra l&#8217;altro si tagliava spesso mangiando, anzi si taglia ancora, è quello che uso come capo apparente, quello che in formazione sta davanti a tutti fingendo di essere me. Io sono sempre stato un ragazzo timido almeno all&#8217;apparenza, un ragazzo dimesso. La prima installazione che mi sono fatto fare è stata una sostituzione dell&#8217;iride. La prima versione che avevo installato si limitava ad illuminarsi di rosso quando lo sceglievo. Mi permetteva di rimanere anonimo ma diventare minaccioso al bisogno, non era ancora una versione come quella di oggi con<span id="more-4195"></span> la sostituzione completa del bulbo oculare per avere la visione a zoom ed il mirino migliorato. Ce l&#8217;ho su un solo occhio comunque, per evitare problemi nelle zone in cui è richiesto lo spegnimento delle attrezzature cibernetiche. Almeno l&#8217;altro occhio continuerà a vedere. Solo le funzioni di vista aggiuntive le ho ad un solo occhio, le illuminazioni ed i cambi di colore li ho ad entrambi ovviamente. Ma in genere li tengo normali su un banale colore marroncino chiaro. Non sentii nessun cambiamento particolare al primo innesto. Più avanti dopo l&#8217;incidente sostituii il braccio destro. Mi era rimasto maciullato e a ripararlo non sarebbe più venuto bene, lo sostituii comunque con un modello similumano, senza metallo a vista, e cose tamarre. Mi piace l&#8217;idea di rimanere anonimo, di non essere troppo notato. Certo la forza del braccio è un tantino migliorata, e con essa la precisione di tiro. Il puntamento con l&#8217;occhio è automatico e la precisione farebbe impallidire un cecchino, era di dotazione in offerta nel prezzo e così ho fatto installare la nuova versione di occhi, anche se me piacciono ancora le lame. Certo anche il lancio di coltelli è agevolato comunque ma preferisco lavorare da ravvicinato quando posso. Nadja quasi non si accorse del cambiamento, nel periodo dell&#8217;incidente eravamo forzatamente lontani e preferii non coinvolgerla, si accorse della differenza una sera.<br />
&#8220;Tutto bene?&#8221; disse. &#8220;Sembri freddo, quasi inumano.&#8221; disse.<br />
Io risi. Non avevo ancora capito.<br />
Il terzo innesto che installai furono dei filtri ai polmoni. Dei filtri avanzati. Era accaduto di trovarmi in un tafferuglio con gli sbirri ed avevo scoperto che non amo molto respirare fumogeni. Mi pareva una buona soluzione ed avevo abbastanza soldi in quel momento. Le modifiche mi stavano rendendo migliore. Mi stavano rendendo migliore degli umani comuni. Stavo diventando superiore ai comuni umani.<br />
Il quarto innesto fu un cuore avanzato, in grado di pompare il sangue più velocemente in caso di emergenza e di rallentare quando necessario per non causare l&#8217;affanno. Accoppiato ai polmoni bionici controlla ed ottimizza la resistenza fisica e lo sforzo. Hanno dovuto iniettarmi in circolo una sostanza simile a silicone per rinforzare le vene e le arterie, in passato c&#8217;erano stati casi di aneurisma da sovrapressione, ictus e altro.<br />
Ora ero davvero superiore agli umani. Sotto ogni punto di vista. Superiore. Fu un momento iniziare a snobbarli, a non considerarne neppure l&#8217;uso in attacchi di scarso valore, inaffidabili, facili a rompersi. Un giorno guardai Nadja e mi chiesi per quale motivo dovessi stare con una donna così. Non era più in grado di resistere a letto il tempo che desideravo, e spesso piangeva per motivi futili. La notte non mi era più così necessario dormire perché l&#8217;ossigenazione migliorata del sangue era in grado di tenermi sveglio molto più a lungo, lei invece aveva sempre bisogno di ricaricarsi e dormire. Se non lo faceva di notte doveva comunque farlo il giorno dopo ed io mi trovavo in difficoltà a seguire i suoi cicli di sonno e d&#8217;altro genere. Mi resi conto in fretta che stare con un&#8217;umana era un inutile perdita di tempo. Fu così che la lasciai la prima volta. Fu così che la persi assieme alla mia umanità.</p>
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		<title>Teo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2017 17:52:11 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Teo, di&nbsp;Lorenza Gentile è stato un libro che mi ha stupito. Scritto con la voce narrante di un bambino e la stessa apparente ingenuità potrebbe apparire una fiaba per bambini e come tale è raccontata, la stessa innocenza e incoscienza di un bimbo. Solo che questo bimbo ha un sogno: imparare a vincere tutte le battaglie come il suo idolo Napoleone, quello del libro che gli hanno regalato. Non sa ancora nulla di Waterloo e della sua sconfitta, sa solo che è <em>Napoleone è un morto</em> ed è determinato a raggiungerlo per parlargli. Scrive elenchi su modi per morire cercandoli su Wikipedia, interroga gli adulti per capire cosa ci sia dopo la vita, c&#8217;è chi dice il paradiso e l&#8217;inferno, chi la reincarnazione, chi dei numeri, chi il nulla. Ma sul nulla non ci sta, Napoleone dovrà pure essere da qualche parte! La battaglia che Teo vorrebbe vincere, la più grande, è quella di riappacificare i genitori e così si inoltra in questa avventura nel mondo adulto visto con gli occhi di un bambino, nella morte, nella visione della vita.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-medium wp-image-4173"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="188" height="300" data-attachment-id="4173" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/teo/arton157/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/arton157.png?fit=298%2C475&amp;ssl=1" data-orig-size="298,475" data-comments-opened="1" data-image-title="Teo di Lorenza Gentile" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;Teo di Lorenza Gentile&lt;/p&gt;
" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/arton157.png?fit=298%2C475&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/arton157.png?resize=188%2C300&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4173" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/arton157.png?resize=188%2C300&amp;ssl=1 188w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/arton157.png?resize=63%2C100&amp;ssl=1 63w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/arton157.png?resize=15%2C24&amp;ssl=1 15w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/arton157.png?resize=23%2C36&amp;ssl=1 23w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/arton157.png?resize=30%2C48&amp;ssl=1 30w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/arton157.png?w=298&amp;ssl=1 298w" sizes="auto, (max-width: 188px) 100vw, 188px" /><figcaption class="wp-element-caption">Teo di Lorenza Gentile</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Non ci vuole insegnare niente, vuole</p>



<p class="wp-block-paragraph"> capire, progetta la propria morte come solo un bambino potrebbe fare e con l&#8217;ironia di una storia per bambini ci fa riflettere sulla nostra vita di adulti, sorridendo, ridendo e qualche volta ricordando con un pizzico di malinconia quando anche noi eravamo innocenti.<br>Una piccola chicca da leggere in poche ore e da portare nel cuore.</p>
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		<title>Il mago di Oz (La porta del paese delle meraviglie – Sequel)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2017 23:19:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Fu sul tragitto di quella strada, su quei mattoni gialli che affrontai infine il destino che attendevo. Fu quando scoprii il mago dietro al telo, quando dietro al telo scoprii lo specchio che mostrava il mago. Mi scoprii con un cilindro in mano, mi scoprii con una mano nel cilindro, ma non c&#8217;era pubblico a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Fu sul tragitto di quella strada,<br />
su quei mattoni gialli che affrontai infine il destino che attendevo.<br />
Fu quando scoprii il mago dietro al telo,<br />
quando dietro al telo scoprii lo specchio che mostrava il mago.</p>
<p style="text-align: right;">Mi scoprii con un cilindro in mano,<br />
mi scoprii con una mano nel cilindro,<br />
ma non c&#8217;era pubblico a cui mostrarlo.</p>
<p style="text-align: right;">Mi scoprii il mago,<br />
e il pubblico,<br />
e tutto,<br />
e nulla.</p>
<p style="text-align: right;">Tirai fuori la mano ma il coniglio era già fuggito.<br />
Tirai fuori la mano e trovai un orologio rotto.<br />
Il pubblico non applaudì.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il Poeta è un fingitore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Jan 2017 14:17:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[Fernando Pessoa]]></category>
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					<description><![CDATA[Stavo risistemando il blog in questi giorni, piccoli dettagli grafici, soprattutto per quanto riguarda la versione mobile. Ho rivisto le citazioni che compaiono a sinistra nella versione desktop e mi sono riletto frasi dei miei autori preferiti aggiungendo le fonti e rimuovendo le citazioni non certe. Come ogni volta che ricapito su Pessoa mi accorgo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Stavo risistemando il blog in questi giorni, piccoli dettagli grafici, soprattutto per quanto riguarda la versione mobile. Ho rivisto le citazioni che compaiono a sinistra nella versione desktop e mi sono riletto frasi dei miei autori preferiti aggiungendo le fonti e rimuovendo le citazioni non certe. Come ogni volta che ricapito su <em>Pessoa</em> mi accorgo di come in definitiva sia l&#8217;artista a cui mi sento più affine seppure ormai poche delle cose che scrivo gli somiglino. Ma in qualche modo è stato uno dei tre o quattro autori che mi hanno dato maggior spinta. Ho voglia di riportare uno dei suoi pezzi a cui sono più legato, lo trovo un po&#8217; un monito al lettore che desidera interpretare lo scritto, e al contempo un monito allo scrittore. Un modo poetico per esprimere per l&#8217;ennesima volta come non abbia senso interpretare la realtà di ciò che uno scrittore scrive.</p>
<h3 style="text-align: center;">Il Poeta è un fingitore</h3>
<p style="text-align: center;">Il poeta è un fingitore.<br />
Finge così completamente<br />
che arriva a fingere che è dolore<br />
il dolore che davvero sente.</p>
<p style="text-align: center;">E quanti leggono ciò che scrive,<br />
nel dolore letto sentono proprio<br />
non i due che egli ha provato,<br />
ma solo quello che essi non hanno.</p>
<p style="text-align: center;">E così sui binari in tondo<br />
gira, illudendo la ragione,<br />
questo trenino a molla<br />
che si chiama cuore.</p>
<h5 style="text-align: center;">-Autopsicografia, Fernando Pessoa, 1° aprile 1932-</h5>
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		<title>Il rumore delle cose che iniziano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2017 17:00:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Fare una recensione dei un libro di un&#8217;amica, di una persona che si conosce, non è mai semplice. Se poi si tratta di un libro con questo livello di successo sul mercato la cosa diventa più difficile. Il libro in se l&#8217;ho letto già da diverso tempo, ho iniziato a leggerlo il giorno stesso in [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Fare una recensione dei un libro di un&#8217;amica, di una persona che si conosce, non è mai semplice. Se poi si tratta di un libro con questo livello di successo sul mercato la cosa diventa più difficile. Il libro in se l&#8217;ho letto già da diverso tempo, ho iniziato a leggerlo il giorno stesso in cui è arrivato sul mercato ed ho finito pochi giorni dopo. L&#8217;ho letto tutto d&#8217;un respiro, ascoltandone i suoni e le immagini, immedesimandomi negli ambienti creati ad arte quanto un brano di Battiato.<br>Non è facile fare una recensione del genere perché non ritengo che il libro sia privo di difetti e se da un lato evidenziarli sarebbe un delitto e probabilmente più un gusto personale, nasconderli sarebbe quantomeno falso, ma in tutta quella bellezza, dall&#8217;inizio alla fine, in tutta quella bellezza delle immagini, delle situazioni della delicatezza ogni difetto in questo libro scivola in secondo piano, coperto dai suoni, dai rumori di qualcosa di bello.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter wp-image-3869 size-medium"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="198" height="300" data-attachment-id="3869" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/il-rumore-delle-cose-che-iniziano/7019579_1437636/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?fit=660%2C1000&amp;ssl=1" data-orig-size="660,1000" data-comments-opened="1" data-image-title="Il rumore delle cose che iniziano" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?fit=660%2C1000&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=198%2C300&#038;ssl=1" alt="Evita Greco: il rumore delle cose che iniziano" class="wp-image-3869" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=198%2C300&amp;ssl=1 198w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=317%2C480&amp;ssl=1 317w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=66%2C100&amp;ssl=1 66w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=16%2C24&amp;ssl=1 16w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=24%2C36&amp;ssl=1 24w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=32%2C48&amp;ssl=1 32w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?w=660&amp;ssl=1 660w" sizes="auto, (max-width: 198px) 100vw, 198px" /><figcaption class="wp-element-caption"><strong>Evita Greco: il rumore delle cose che iniziano</strong></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo due mesi che l&#8217;ho letto, dopo aver lasciato decantatare ogni immagine ed essermene allontanato ho&nbsp;iniziato a scrivere queste parole e di nuovo le ho lasciate decantare in attesa di un non so cosa.&nbsp;Ho sentito paragonare questo libro ad Amelie, il film francese, ed in effetti qualcosa di francese probabilmente c&#8217;è seppure con la terra e la genuinità del nostro territorio. Basta aver incontrato Evita poche volte per rendersi conto che questo libro è molto più&nbsp;<em>lei&nbsp;</em>e che lei è molto più&nbsp;<em>questo libro</em>&nbsp;di quanto il più smaliziato dei lettori possa credere, non è frutto di costruzione né di finzione del marketing, e questo traspare da ogni riga, traspare pure dai difetti a cui accennavo. La testa persa, costantemente in un mondo in cui i significati delle cose sono leggermente disassati dai significati che le altre persone attribuiscono, le persone &#8220;normali&#8221;. Eppure c&#8217;è talmente tanta &#8220;normalità&#8221; in questi personaggi da parere quasi alieni, astrusi proprio per la loro semplicità.<br>Se dovessi paragonare questo libro ad un brano musicale penserei ad <em>Imagine di John Lennon</em>, un brano semplice e semplificato all&#8217;osso e perfetto di per se per questo. Credo sia difficile riprodurre un tale livello di semplicità ed immediatezza. Lasciamo perdere i riferimenti errati al mondo della subacquea o ad altri tecnicismi analoghi, è l&#8217;emozione ciò che passa, il desiderio di guardare nella propria vita e chiedersi perché dobbiamo essere così complicati ed è proprio lì, mentre ci si chiedere queste cose che la trama svolta in un modo che rende quella semplicità la causa stessa, nel bene e nel male, della trama.<br>Un libro da leggere, e da regalare, una piccola perla che entra nel cuore.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt5: -lampo-</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2016 23:25:21 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è lo sparare l&#8217;atto principe dell&#8217;azione, è solo la conseguenza. Tutto l&#8217;insieme dell&#8217;atto è soprattutto nella respirazione e nell&#8217;attesa. Un susseguirsi di momenti in cui riempi i tuoi polmoni, stabilizzi il corpo e attendi un susseguirsi di istanti che sarebbero quelli sbagliati. Dal puntare al momento in cui premerai il grilletto passano solo pochi secondi di inspirazione, attesa, stabilizzazione della mira. Poi arriva l&#8217;istante esatto, subito dopo è troppo tardi. La mano incomincerà a tremare, il peso dell&#8217;arma a pesare, il cuore accelererà pompando il sangue e non potrai fare altro che abbassare l&#8217;arma e ricominciare un nuovo ciclo.<br />
Il nemico è là, in fondo alla canna del mio fucile, allineato al mirino, poco più in basso per bilanciare la curva della traiettoria lunga. Il vento è calato in questa notte fredda e lo vedo mentre mi cerca col lo sguardo. Il colpo che ha appena sparato gli ha fatto perdere il punto, o forse non si era accorto fossimo in due quando ha ucciso il mio compagno.<br />
Passano nella mia mente infinite cose mentre inizio ad inspirare l&#8217;aria nei miei polmoni, passano i nomi degli uomini di cui ricordo il volto nella morte, passa l&#8217;impressione di essere già stato a questo punto come in un dejavu, mi sembra anche di ricordare come sia andata a finire ma il ricordo si ferma un&#8217;istante prima di arrivare alla mia mente cosciente. Non riesco a farlo.<br />
Un tempo ero stato spietato, e non mi occorreva pensare, i movimenti immediati in una successione unica erano oliati di anni di esercizio e non serviva ragionare, le mie mani non tremavano neppure sotto la più grande pressione ma questa volta sto involontariamente lasciando al nemico il tempo di armarsi di nuovo e di puntarmi. So che se vedrò un lampo avrò ancora solo il tempo di premere il grilletto prima di sentire il colpo addosso e poi il botto, e non avrei il tempo di sapere dove sia finito il mio proiettile ma so anche che non avrò una seconda possibilità.<br />
Potrei nascondermi ed aspettare che vengano a prenderci tutti.<br />
Potrei urlare e svegliare i miei e nella loro agitazione prendere quello zaino e fuggire evitando forse i loro spari alla schiena.<br />
Potrei invece essere uomo ed uccidere il cecchino prima di svegliare i miei e fare il mio lavoro.<br />
&#8220;Quindi hai deciso?&#8221; mi rimbomba nella testa la voce.<br />
Mi sento come quando hai il terrore dei cani e c&#8217;è un cane dall&#8217;altra parte della ringhiera, quando sai che non potrà farti male ma hai il desiderio forte di fuggire lo stesso, quando hai le spalle al muro e sai che ormai è tardi per fuggire e che l&#8217;unica cosa che puoi fare è affrontare quella paura. Non temo l&#8217;uomo che ho di fronte, ne la sua pallottola, ne la morte. Temo di fallire la mia missione, non quella di questi uomini, non quella per cui sono vestito in questo modo, ma la mia missione, quella per cui sono nato.<br />
Ho il ricordo fisso di avere già usato questa metafora, o forse è solo un ricordo di quando da piccolo provavo il terrore per i cani per colpa di quel bastardo che mi ha morso.<br />
Il fucile di quell&#8217;uomo è puntato verso di me ora. Ora so che non avrò un altro tentativo, ne la scelta di fuggire. Conta solo chi dei due avrà per primo le mani ferme.<br />
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.” mi rimbomba nella testa la voce.<br />
Sento il cane abbaiare e qualcuno recita i nomi delle persone che ho lasciato indietro, sembra la voce del biondo, nella mia testa. Solo nella mia testa.<br />
Quanto sarà passato, tre secondi? Non è ancora il momento, non lo è ancora, la mano trema sotto il peso del feticcio, la mano trema come a sostenere un peso che va al di là di quello di questo fucile, la mano trema. Non è ancora il momento.<br />
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; ancora nomi, credevo fossero meno, credevo di aver lasciato meno persone dietro.<br />
Abbai di cane rabbioso. Nella mia testa. Nella mia testa.<br />
Questo è il -lampo- momento.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt4: Spari?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Nov 2016 17:35:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Puzzi di grappa Baffo.&#8221; Nessuna risposta. &#8220;Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!&#8221; Nessuna risposta. &#8220;Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?&#8221; si stava alterando. &#8220;Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.&#8221; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Puzzi di grappa Baffo.&#8221;<br />
Nessuna risposta.<br />
&#8220;Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!&#8221;<br />
Nessuna risposta.<br />
&#8220;Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?&#8221; si stava alterando.<br />
&#8220;Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.&#8221; Baffo sembrava realmente dispiaciuto e altrettanto dispiaciuta parve la risposta di Biondo.<br />
&#8220;Lo so, qui beviamo tutti, non c&#8217;è modo di sopravvivere a questo senza bere ma non mi piace affatto come ti stai comportando, sembri bloccato, in panico, e lo sembri da giorni. Allunga un braccio in avanti.&#8221;<br />
Baffo allungò in avanti il braccio, la sua mano tremava. Lui rimase in silenzio.<br />
&#8220;Ti rendi conto che tu sei probabilmente il miglior tiratore tra di noi? Non spari un colpo da giorni, forse da settimane&#8221; Biondo stava osservando Baffo con uno sguardo grave, parlava a bassa voce. &#8220;La mia sopravvivenza, quella di tutti gli uomini che abbiamo attorno dipende anche da te. Credi non mi sia accorto che punti il fucile assieme agli altri e poi non spari? Che le uniche volte che lo fai spari volutamente fuori bersaglio?&#8221; Baffo guardava in basso, in silenzio. Osservava le proprie mani tremare e provava con scarso impegno a concentrarsi per fermarle.<br />
Attorno il vento fischiava nella notte, era una notte umida e fredda, folate di neve entravano nella trincea e gli uomini non di guardia cercavano inutilmente di dormire.<br />
&#8220;Credi che io possa fare la differenza?&#8221; disse Baffo, guardava lo zaino pronto con la coda dell&#8217;occhio.<br />
&#8220;Tu credi di no? Credi che potresti prendere quello zaino e fuggire? Ci sei in mezzo ormai. Ci sei in mezzo con tutte le scarpe, ci sei in mezzo con tutta la vita. Se provi a scappare qualcuno ti sparerà alla schiena come disertore. Non sarò certo io, sia chiaro ma qualcuno di certo se ne occuperà. E lo stesso potrebbe accadere quando qualcun&#8217;altro si accorgerà che hai smesso di sparare. Il tuo cibo è il cibo di tutti, la tua acqua l&#8217;acqua di tutti, le tue munizioni le munizioni di tutti. Non puoi sprecarle e startene seduto qui in attesa che qualcosa accada. Se attendi la morte tanto vale indossare ora quello zaino e fuggire, almeno ti sparerebbe qualcuno di noi e non attireresti l&#8217;attenzione del nemico.&#8221;<br />
Baffo rimase in silenzio di nuovo, guardò lo zaino senza nascondersi, poi strinse le mani, ne sfilò il feticcio ed iniziò a farlo ruotare tra le dita. Aveva incontrato un uomo che faceva lo stesso con una pallottola ed ipnotizzava la gente ma lui era in grado solo di ipnotizzare se stesso.<br />
&#8220;Siamo di guardia, io e te&#8221; continuò Biondo, &#8220;io e te e nessun&#8217;altro. Cosa pensi accada se ci attaccano e tu non spari, se te ne stai lì immobile in silenzio mentre arrivano e ci massacrano tutti? Se puoi fare la differenza? Puoi far si che tutti questi uomini vivano o muoiano. Ognuno di loro, ognuno di noi può fare la differenza ogni istante, e non sai chi la farà, quando la farà. Siate pronti. Non è questo che ci hanno ripetuto mille volte? Siate pronti. Lo hanno detto a me, lo hanno detto a te, lo hanno detto ad ognuno di questi uomini. Tu non puoi salvare te stesso, sono loro che ti salveranno e loro, ognuno di loro non può salvare se stesso senza l&#8217;aiuto degli altri. Credi possa mai uno solo di noi sopravvivere da solo?&#8221;<br />
Baffo rimase ancora in silenzio, scosse leggermente la testa mentre si toccava la camicia sulla tasca, sul cuore. Aveva rimesso il feticcio al suo posto ma subito dopo tornò a toccarlo e ancora se ne allontanò come un fumatore che avesse aperto il pacchetto anche se aveva deciso di smettere.<br />
&#8220;Baffo. Davvero. Pensi di farcela? Credi di essere in grado di riprenderti prima che sia troppo tardi?&#8221;<br />
&#8220;Non lo so.&#8221; rispose Baffo. &#8220;Non lo so.&#8221;<br />
Un istante prima del botto Baffo fece in tempo a vedere un lampo e a sentire un fischio ed un rumore sordo come di un cocomero colpito da un martello. Il lampo era alle spalle di Biondo, poi arrivò il botto e quasi contemporaneamente pezzi mollicci e caldi gli arrivarono sul volto e sulla tasca, e altrove. Fece in tempo a vedere un buco nella faccia di Biondo, un buco nero che aveva portato via una parte del naso e si univa all&#8217;orbita di un occhio non più presente.<br />
Si alzò urlando e puntò il fucile nella direzione da cui aveva visto il lampo.<br />
&#8220;Maledetto! Ti ammazzo!&#8221; fu il suo grido. Solo nella testa.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt3: Lettere e notti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Nov 2016 23:08:22 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Succede in notti come queste, notti subito prima o subito dopo di una battaglia, notti insonni, che accade. Dovresti pensare a fare un briefing per il giorno successivo o un debriefing del precedente ma non importa. Non ci riusciresti comunque. E forse è la grappa che hai buttato giù per non pensarci o il manto stesso della notte, del silenzio attorno mentre il mondo sembra scomparso e così lontano ma le inibizioni se ne sono andate, resti solo con te stesso e con i demoni che questa guerra avrebbe dovuto esorcizzare, i demoni da cui volevi scappare il giorno in cui hai iniziato questa strada ti osservano e ti ruotano attorno. Osservi il tuo zaino. Sai che è pronto, non ti serve neppure controllarlo. Sai che è pronto per fuggire al primo cenno di pericolo eppure lo hai scelto. Lo hai scelto tu questo percorso, hai scelto tu di lottare per questa causa, hai scelto tu di andare verso la gloria o la morte. Guardi anche il fucile del tuo compagno e lo carezzi, vorresti puntartelo sul mento e premere quel cazzo di grilletto, sarebbe una fuga così semplice, così veloce eppure non sei uomo neppure per andartene così.<br />
Ci sono cose che hai deciso non avresti mai più detto, persone a cui avevi deciso non le avresti più dette eppure la notte, o forse quel sorso di grappa&#8230; era solo un sorso, non abbastanza ma ti ritrovi con un foglio in mano ed una penna e stai scrivendo parole che vorresti dire, vivere qualcosa che per esplicito ti è stato chiesto di non vivere, ed allora prendi un altro po&#8217; di grappa, lo versi su quel foglio e poco prima di dargli fuoco ti rendi conto che qualcuno da lontano potrebbe vederlo, avresti potuto attirare il nemico. Ti tendi conto che ciò che hai scritto non solo è vero, ma resta indelebile nelle tue mani. Così asciughi il foglio e lo riponi nella tasca della camicia, la tasca sul cuore. Domani puzzerai ancora di grappa e ti daranno dell&#8217;alcolizzato e non potrai dire quanto vicino alla morte sei stato, quanto vicini alla morte tu abbia portato i tuoi compagni, annuirai e dirai solo &#8220;Sì.&#8221; pensando che forse hai un nuovo feticcio perché non ne bastava uno, non bastava quello che incessantemente ti fai ruotare tra le mani, non bastava il cazzo di feticcio che ti ricorda ogni giorno perché sei lì, perché sei finito i quel mondo, non ti bastava.<br />
Ed è ora di infilarsi nel sacco a pelo, forse è la volta che ti si chiuderanno gli occhi.<br />
Forse è la volta che i tuoi occhi si chiuderanno. O si apriranno forse.</p>
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		<title>Le parole nel tempo, ciò che è scritto non se ne andrà.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jun 2016 23:19:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Io voglio essere la tua oasi e vorrei tu fossi la mia, non qualcosa da lasciare indietro ma un luogo dove tornare a respirare, a bere acqua, a rinfrancarsi, da portare nel cuore chiamandolo casa. Vai dunque, e quando lo vorrai, allunga la mano e cerca la mia.&#8221; Le parole assumono significato nel tempo. Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Io voglio essere la tua oasi e vorrei tu fossi la mia, non qualcosa da lasciare indietro ma un luogo dove tornare a respirare, a bere acqua, a rinfrancarsi, da portare nel cuore chiamandolo <em>casa</em>.</p>
<p>Vai dunque, e quando lo vorrai, allunga la mano e cerca la mia.&#8221;</p>
<p>Le parole assumono significato nel tempo.<br />
Il tempo stesso assume significato nel mutare delle parole.<br />
Il tutto in un continuo circolo che è paradosso.</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><em>“Vai dunque. Ci sono altri mondi oltre a questo”<br />
-Roland di Gilead-</em></p>
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		<title>nel tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Feb 2016 18:54:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Era mentre osservavo quegli occhi, i tuoi, i suoi, quelli di Lei che sta accadendo, proprio ora mentre osservavo nei tempi antichi la loro luce, e mentre stava accadendo come un fiore la mia corolla si apre, lentamente i petali si stanno schiudendo e lasceranno entrare questa luce che sta scaldando il mio corpo, illuminando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Era mentre osservavo quegli occhi, i tuoi, i suoi, quelli di Lei che sta accadendo, proprio ora mentre osservavo nei tempi antichi la loro luce, e mentre stava accadendo come un fiore la mia corolla si apre, lentamente i petali si stanno schiudendo e lasceranno entrare questa luce che sta scaldando il mio corpo, illuminando l&#8217;interno del mio corpo, scaldando quello che era il mio corpo, la mia mente schiusa alle emozioni che non avevo mai incontrato prima. Fu quel giorno che amai l&#8217;ansia, che amai il battere forte del cuore in gola ed i tremori e il non sapere quale direzione prendere, l&#8217;inadattezza di vivere che solo oggi ho visto per la prima volta e che amai da allora, come amai la paura, il terrore nei miei occhi che guardano i tuoi occhi, il tremore dei miei occhi che guarderanno i tuoi per la prima volta guardare i miei. Ed è per questo che amerò il non sapere cosa fare, amerò il non aver saputo scegliere quando il mondo mi fu avverso e il desiderio di fuggire, e il cadere e la tristezza che mi ha provocato e che il mondo porta sulle spalle, perché tutto questo è vita, e ringrazierò mille volte i suoi occhi severi quando mi sgridarono e guarderanno con sdegno. Tutto questo è vita, tutto questo è ciò che mi ha fatto incontrare quegli occhi e quegli occhi furono ciò che amai, ed è mentre gli osservavo che tutto inizia.</p>
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		<title>Ora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Feb 2016 22:50:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che mi dicevano degli uomini, non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che volesse dire umanità. Ero giunto in questo mondo per vie che voi non comprendereste, ero giunto in questo mondo per mezzo di ciò che voi chiamereste dolore, di ciò che voi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che mi dicevano degli uomini, non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che volesse dire umanità. Ero giunto in questo mondo per vie che voi non comprendereste, ero giunto in questo mondo per mezzo di ciò che voi chiamereste dolore, di ciò che voi definireste sofferenza. Non le conosco, non ancora, queste cose, non mi appartengono questi termini. Ero giunto in questo mondo come ognuno giunge al proprio, un istante prima non esistevo, il successivo ero qui con una storia davanti ed una dietro, un puntino in movimento su di una linea infinita pronto ad andare avanti nel tempo e non tornare mai indietro. Come tutti voi.<br />
Avevo sentito i vostri cuori battere e visto i vostri occhi inumidirsi, avevo sentito parlare di cose che non comprendevo, avevo sentito dire che la mia storia era triste, che ero forte, che sentirla e vedere qualcuno superarla rendeva felici ma non conoscevo queste parole, non avevo mai vissuto nulla di ciò che sentivo raccontare. Non avevo mai compreso il significato intrinseco dei gesti, del cingere persone con le braccia o del guardare negli occhi.<br />
Solo un giorno d&#8217;improvviso fu come entrare davvero in un corpo o come se una pelle si togliesse, fu come sentire qualcosa di stretto infilarsi caldo sul corpo o di freddo sfilarsi.<br />
Fu guardando il tuo sguardo ma non fu quello sguardo, sembra un tempo remoto ma mi guardo indietro ed è accaduto oggi, solo poche ore fa, pochi minuti, sta accadendo ora, in questo esatto momento, adesso. Ed è un&#8217;abbraccio, ed è un bacio ed è il caldo ed il freddo, il cuore che batte, trabocca, il cielo dentro e la testa che non può contenere ogni cosa e vortici e il silenzio e la musica e non importa il dopo, il domani, il tra poco, sia quel che sia ho provato questo infinitesimo istante.<br />
Sono a casa.</p>
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		<title>Fumo</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2015 17:49:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Ricorda di quando iniziò ad avere queste fantasie?&#8221; Fantasie? &#8220;Si, omicidi morti, cose di questo genere&#8221; Io non ho di queste fantasie, e soprattutto non vedo perché dovrei averne, al limite ho fatto qualche sogno, poco altro. &#8220;Bene, ricorda quando è iniziata questa sua ossessione, questa serie di sogni, questo suo pensare alla morte di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Ricorda di quando iniziò ad avere queste fantasie?&#8221;<br />
</em>Fantasie?<br />
<em>&#8220;Si, omicidi morti, cose di questo genere&#8221;</em><br />
Io non ho di queste fantasie, e soprattutto non vedo perché dovrei averne, al limite ho fatto qualche sogno, poco altro.<br />
<em>&#8220;Bene, ricorda quando è iniziata questa sua ossessione, questa serie di sogni, questo suo pensare alla morte di donne?&#8221;</em><br />
Non credo di esserne ossessionato, nel modo più assoluto, mi capita qualche volta di pensarci, si come può capitare di pensare nuda una bella donna che passa, ma non direi di esserne ossessionato o dipendente, io sono uno che sta ben alla larga dalle dipendenze e cose simili, sto lontano dalle droghe, dal fumo, dall&#8217;alcool, si qualche birretta a volte tuttalpiù, ma niente di che.<br />
<em>&#8220;Cosa le viene in mente pensando parola ossessione?&#8221;<br />
</em>I fumatori.<br />
<em>&#8220;Lei si sente ossessionato dai fumatori?&#8221;<br />
</em>No, i fumatori sono ossessionati dal fumo<br />
<em>&#8220;Provi a parlarmene&#8221;<br />
</em>Li guarda mai? Sembra come se la presenza stessa del fumo li attorni, come chiocciole che si portino dietro il propri guscio, loro si portano dietro il fumo, l&#8217;alone di puzza, il bisogno di fumare, la sigaretta in tasca sempre pronta e se non lo è la comprano o la rollano ossessivamente, continuamente. Il loro bisogno di uscire ogni ora a respirare da quel loro rotolino di morte, di respirare la morte passo passo, piano piano, ogni giorno più e più volte, e ogni volta ancora non ne sono soddisfatti. Sa, da piccolo ho letto Momo, di Michael Ende, non so se ha presente, mi sono rimasti impressi nella testa, proprio dentro, tatuati i personaggi cattivi: degli uomini grigi che si nutrivano del tempo sottraendolo alle persone, uomini in giacca e cravatta e con la valigetta, ma soprattutto uomini con il sigaro. Il sigaro e fatto con le foglie -o i petali non ricordo- del tempo essiccati ed arrotolati, ne erano talmente dipendenti da dover fumare ogni istante e dover accendere un sigaro ogni volta con quello che stava finendo. Lo vedo così il fumatore. Mi sembra come un malato bisognoso di una flebo, incapace di viverne senza ma come se la flebo fosse contemporaneamente veleno e piacere, lo vedo come una persona sopraffatta dal bisogno impellente di assumere qualcosa di esterno per riequilibrare qualcosa di interno, quasi come se non lo assumesse il cuore dovesse esplodere o il cervello spegnersi. Lo vedo come un malato che non si rende conto di essere malato, come uno zombie che non si sia reso conto di essere morto, lì attaccato a questa sua sigaretta a credere di aspirare la vita mentre è il fumo ad aspirarla via. Non credo di saperne rendere l&#8217;idea fino in fondo ma penso al fumo che invade i bronchi come a veder fumare l&#8217;uomo invisibile e questo fumo entrare poi nelle vene e dalle vene entrare nel cervello, negli organi e colonizzarli, colonizzane i desideri come un parassita, mille parassiti, milioni di parassiti che necessitino di nutrirsi ancora con una nuova boccata e vedo il fumatore ignaro, incapace di capire come ognuna sia un darsi ulteriormente a questo demone. Vedo il corpo marcire dentro partendo dai polmoni ed irrorando il marcio a raggiera seguendo le vene e via via fino ai capillari e mentre vedo il corpo marcire li vedo attaccati a quel bastoncino fumante come se non fosse capace di staccarsi, mi sembra uno di quei topi a cui hanno dato un tasto che stimola il piacere e che muoiono di fame a forza di stare a stimolare quello, come una lumaca attratta dal sale che a poco a poco si scoglie ed ho la consapevolezza che non servirà a nulla dirglielo, farglielo notare, perché otterrebbe lo stesso scopo.<br />
<em>“Quindi li vede senza speranze in qualche modo?”<br />
</em>Si, anche se alcuni si salvano o sopravvivono a lungo.<br />
“<em>Capisco, ed invece come vede le donne? Come è il suo rapporto con esse?</em>”<br />
Non credo valga la pena parlarne, non credo che abbiano questa importanza da doverne discutere, no?<br />
<em>“Eppure in questi incontri lei me ne ha parlato spesso, ha spesso parlato di fantasie che le riguardano”<br />
</em>No, non credo lo siano. Non credo siano fantasie quantomeno.<br />
<em>“Cosa sono se non sono fantasie?”<br />
</em>La seduta è finita.<br />
<em>“Cosa sono se non sono fantasie?”<br />
</em>La seduta è finita.<br />
<em>“Ritorneremo sull’argomento alla prossima seduta”</em></p>
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		<title>Stretto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2015 17:22:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi sento soffocare,nel silenzio.Mentre con occhi enormi mi guardi e non comprendi, occhi vitrei e&#160;vuoti, giganteschi come quelli di una bambola mi osservi e non&#160;comprendi, sento il tuo calore stringermi, sento il tuo cuore battere lento ma in&#160;contro tempo rispetto al mio veloce.Sento le tue dita stringermi e non capisci.Soffoconon respironon c&#8217;è spazio per i [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Mi sento soffocare,<br>nel silenzio.<br>Mentre con occhi enormi mi guardi e non comprendi, occhi vitrei e&nbsp;vuoti, giganteschi come quelli di una bambola mi osservi e non&nbsp;comprendi, sento il tuo calore stringermi, sento il tuo cuore battere lento ma in&nbsp;contro tempo rispetto al mio veloce.<br>Sento le tue dita stringermi e non capisci.<br>Soffoco<br>non respiro<br>non c&#8217;è spazio per i miei polmoni<br>non c&#8217;è&nbsp;spazio per la mia pelle a respirare<br>non c&#8217;è spazio per il mio cuore&nbsp;che batte<br>-vorrebbe battere-<br>veloce.<br>Non c&#8217;è spazio.<br>Non capisci.<br>Non capisci che potrei essere il tuo principe che&nbsp;potremmo essere padroni di un regno tutto nostro, di un disegno, di&nbsp;un grande infinito universo di Noi?<br>No. Non capisci e ridi inconsapevole crudele, ridi e mi guardi, guardi la mia faccia buffa e sorridente e ridi come a guardare un clown mentre dentro me solo so la verità, so chi o cosa sono. Chi o cosa sono stato un tempo prima di tutto questo, prima di essere ridotto dagli eventi in questo stato. Ridi, e ridi e ancora ridi e mi indichi e ti scatti fotografie con me come per ricordare per sempre di avermi tenuto in mano, di avermi tenuto in tuo potere.<br>Sento le energie andarsene, prima lentamente e poi più velocemente e fatico a non svenire osservandoti mentre sono immobile, immobilizzato, incapacitato, terrorizzato, mentre sento esplodermi la testa e smettere di esplodermi e l&#8217;aria mi manca, mi manca insopportabilmente mi manca e tu ridi e mi fotografi perché mentre non comprendi ti appaio buffo, perché mentre la mia bocca si inarca con gli angoli verso l&#8217;altro anche la tua lo fa e mostri i denti ma quello che credi essere un sorriso non lo è davvero, non lo è dentro, è solo un riflesso condizionato.<br>Vorrei poter baciare quelle labbra, vorrei potessero baciarmi e rivelare il vero, rivelare quello che sono dentro, o vorrei poter almeno fuggire da te, allontanarmi in un balzo e non sentire più il tuo odore, non sentire più palpitare la tua pelle mentre la mia soffoca, mentre il mio cuore ormai rallenta mentre il mio cuore forse si sta fermando, mentre tu credi che questo sia un sintomo di rilassamento e non di svenimento, mentre tu mi interpreti con gli occhi della tua esperienza completamente diversa da quella che può essere la mia, probabilmente per sempre diversa da quello che sarà la tua.<br>Ma ridi e ridi ancora facendomi carezze che ritieni dolci sulla testa, stringendo il mio cuore nel pugno, soffocandomi ancora ed ancora.<br><span style="line-height: 1.5;">Provo a parlarti -unica speranza- provo a dirti ciò che credo ma so che non capirai&nbsp;mai.<br></span><span style="line-height: 1.5;">&#8220;</span><em style="line-height: 1.5;">Cra. Cra. Cra.</em><span style="line-height: 1.5;">&#8220;<br></span><span style="line-height: 1.5;">&#8220;</span><em style="line-height: 1.5;">Cra. Cra. Cra.</em><span style="line-height: 1.5;">&#8220;<br>E solo allora, chissà perché, mi posi a terra.</span></p>
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		<title>Oltre il muro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2015 10:57:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dodici Gradi]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Non ho voglia di svegliarmi, non credo sia ancora il momento, voglio rimanere ancora qui un po&#8217; nel letto a ricordare la serata di ieri.<br>Quando mi sono vestita per lui e&#8230;<br>&#8230;cos&#8217;è successo ieri? Perché non riesco a ricordare?<br>Il letto non è affatto morbido, ed è freddo, ed ho un dolore forte al centro del petto.<br>Dove sono?!<br>Attorno a me buio, non sento il ticchettio della sveglia, ma è qui, la tocco ma sono sul pavimento e attorno sento solo la sveglia che non fa rumore e non sento le fughe delle mattonelle.<br>Sono seduta e gli occhi si stanno abituando all&#8217;oscurità, il pavimento di questo luogo è nero e lucido, somiglia a vetro ma è in qualche modo più solido del vetro, quasi fosse una pietra vetrosa, liscia, infinita. Non vedo niente altro attorno a me. Tranne la mia sveglia a terra, ferma a segnare le dodici, mezzanotte credo data la stanchezza che sento nel corpo.<br>Mi guardo attorno e mi viene da piangere perché non so cosa fare qui, non c&#8217;è lui, non ho modo di contattarlo, e non c&#8217;è nessuno.<br>&#8220;<em>Hei?! C&#8217;è nessuno?! C&#8217;è nessuno qui? Dove mi trovo?&#8221;.<br></em>Sento il mio cuore battere forte e tremo, l&#8217;aria mi manca.<br><em>&#8220;Calmati, su, calmati, cerca di capire cosa è successo, calmati&#8221;<br></em>Mi alzo e comincio a camminare, mi sento tremare, sento caldo, freddo.<br>Cammino avanti ed indietro in questo buio, in questa assenza di mondo, cammino e non riesco a stare ferma, avanti, indietro, avanti indietro, ma dove vado?<br>&#8220;<em>Calmati, calmati, ragiona, calmati</em>&#8220;<br>Mi viene da piangere, mi viene da piangere e non so cosa fare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poco distante comincio a scorgere un grande specchio, mi ricorda l&#8217;armadio a specchio che ho in camera ma ha più le proporzioni di una porta. Cos&#8217;altro ho da fare se non andare a vedere di cosa si tratta?<br>&#8220;<em>Cos&#8217;ho da fare se non andare a vederlo?</em>&#8220;<br>Porterò con me la sveglia, per quel che può servire, è pur sempre un pezzo della mia vita, anche se in questo momento ricordo solo la sveglia e che ero uscita per lui. Non ricordo il suo volto, non ricordo il suo nome e non ricordo il mio, e non ricordo chi fossi io ne niente altro, forse ho preso una botta, non ricordo di essere una che beve molto ne che si droga.<br>&#8220;<em>Non mi hanno drogata, non mi sento drogata, mi devo calmare</em>&#8220;<br>Il mio lavoro è invece qualcosa che ha a che fare con &#8230; una stella, un simbolo, alloro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mal di testa, una fitta, alla testa ed al petto, sto sudando tantissimo, sento l&#8217;odore del mio sudore, e il freddo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono arrivata allo specchio, è grande pressappoco come una porta ma privo di maniglie, ha solo un bordo dove potrebbe esserci quello di una porta stessa ma dietro c&#8217;è un pannello nero e niente altro. Si tratta di un normale&nbsp;specchio per quanto sembri spuntare dal pavimento con soluzione di continuità.<br><em>&#8220;Uno specchio.&#8221;</em><br>&#8220;<em>Sono una bimba?</em>&#8221; Una bimba un po&#8217; gotica però. Appena truccata indosso una maglia con sbuffi di pizzo sul petto e maniche fini quasi trasparenti, una gonna a falde di stoffe delle varie tonalità del nero,&nbsp;asimmetrica e degli stivaletti con il tacco, il tutto in toni di nero.<br>Qualcosa mi dice che non sia un vestiario tipico per una bambina che potrebbe avere meno di dieci anni.<br>La mia pelle è stranamente bianca, quasi da bambola di ceramica e con i capelli lisci e biondo scuro do l&#8217;impressione di una metallara un po&#8217; prematura, anche se non porto unghie nere o borchie o pendagli strani.<br>Mi siedo dando le spalle allo specchio e metto le faccia tra le mani.<br>Devo riuscire a ricordare chi sono, da dove vengo, cosa ci faccio in questo strano ambiente, è come se questo specchio ne fosse in qualche modo l&#8217;entrata, o l&#8217;uscita, il talismano, il centro. Il centro di un nulla però.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Le mie mani</em>&#8220;<br>Le mie mani non sono quelle di una bimba, le dita sono lunghe, fresche di manicure, affusolate, porto unghie perfette, di media lunghezza e&nbsp;con le cuticole ben curate<br>-&#8220;<em>Di chi sono queste mani?</em>&#8220;-&nbsp;smalto trasparente.<br>Formicolio che attraversa le spalle, muscoli che si irrigidiscono, mi alzo e mi allontano dallo specchio, cammino, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti ed indietro.<br>&#8220;<em>Calmati, calmati</em>&#8220;<br>La gamba che involontariamente vibra, si muove<br>&#8220;<em>Chi cazzo sono?! Chi sono?!</em>&#8221; urlo.<br>Il vestito è quello che ho visto ma non sono una bambina, non ho gambe da bambina, non ho il petto piatto di una bambina.<br>Ma non so chi sono.<br>Mi giro di scatto a guardare nuovamente lo specchio, e mi vedo adulta, indosso un tailleur grigio antracite, con una borsa bauletto più chiara, e delle scarpe nere con tacco, i capelli raccolti di lato sulla spalla destra, credo&nbsp;abbia a che fare con&nbsp;il mio lavoro, ma il mio corpo, quello reale, quello che posso toccare continua ad essere vestito di nero, con quella gonna, quei tacchi quelle maniche.<br>Il mio riflesso si muove come me, ha le stesse unghie curate, la stessa espressione perplessa ma indossa un vestito da rappresentanza, nel riflesso, dietro di me compare per un istante un cartello con scritto&nbsp;&#8220;Agenzia investigativa HL&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre il cuore comincia a battere meno forte sento forse l&#8217;ultima goccia di sudore scendere dall&#8217;attaccatura dei capelli giù per il mio visto, sfioro le labbra con la mano e riaffiora qualche ricordo.<br>&#8220;<em>Agenzia investigativa HL</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stavo seguendo un caso, un uomo aveva ucciso diverse donne, o almeno diverse donne erano morte: due? Tre? Forse anche una bambina.<br>&#8220;<em>Investite</em>&#8220;<br>Lavoravo da poco per l&#8217;agenzia, una giovane spavalda rampante appena arrivata, ma pare che quell&#8217;uomo prediligesse giusto le ragazze giovani ed io potevo&nbsp;sembrarlo ancora&nbsp;più di quanto lo fossi. Si fidavano di me perché avevo una buona capacità di correlare dati ma non ero mai stata sotto copertura, non è neppure una pratica che queste agenzie facciano in genere, troppo rischioso. Eravamo stati ingaggiati da una famiglia la cui figlia era scomparsa, all&#8217;inizio avremmo dovuto solo trovarla ma quando la trovammo schiacciata ci chiesero di proseguire l&#8217;indagine senza coinvolgere le istituzioni ufficiali. Credo che il mio capo accettò solo per l&#8217;offerta economica notevole, perché invadere questo genere di indagine per un&#8217;agenzia rischia di essere più un danno che un guadagno.<br>Non eravamo mai riusciti a risalire all&#8217;auto perché le stordiva o uccideva&nbsp;prima di investirle e quindi non faceva danni tali da dover riparare il mezzo o comprare ricambi, e non avevamo neppure idea di che modello fosse.&nbsp;Gli omicidi che supponevamo essere&nbsp;stati effettuati dallo stesso autore erano avvenuti in posti apparentemente slegati tra loro, nessun legame se non il gusto nel vestirsi di nero, e le modalità estremamente simili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Il gusto nel vestirsi di nero.</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;era lui, lo vedo ora nello specchio dietro di me ad osservarmi col suo sorriso ironico di quando mi osservava convinto di non essere visto, quel suo sguardo ironico ed innamorato che tante volte ho spiato mentre lui pensava di spiare me, avrei potuto lasciarlo fare per ore.<br>Ma non avrei mai dovuto innamorarmi di lui non avrei mai potuto immaginare che avrei finito per farlo quando sono stata inviata ad indagare da vicino, avevamo pensato che potesse essere il nostro uomo solo grazie ad una segnalazione anonima&nbsp;su un auto sporca di qualcosa che poteva essere sangue.<br>Anonima.<br>Ma con il cachet proposto non potevamo dire che&nbsp;ce ne stavamo con le mani in mano,&nbsp;non avevo la certezza fosse lui, anzi non c&#8217;era nessuna prova che lo fosse,&nbsp;ma era l&#8217;unica pista disponibile ed io mi trovavo abbastanza bene nell&#8217;ambiente che frequentava.<br>Avevo scelto di non innamorarmi di lui nonostante quelle spalle non grandi ma fiere, nonostante il suo modo di farmi ridere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima volta che un brivido mi prese fu passeggiando, quando la sua mano sfiorò per un istante la mia, non saprò mai quanto fosse reale, casuale, o manipolatorio quel tocco, ne i successivi, ne quel bacio sulle labbra&nbsp;mancato che doveva essere un normale saluto sulla guancia, ma a pensarli mi fanno ancora sorridere di piacere, sento ancora sulla nuca salire qualcosa tra i capelli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il momento in cui mi accorsi che il danno era fatto fu però quando una sera parlando di un&#8217;amica descrisse con dovizia di particolari il&nbsp;cappottino sfiancato, verde scuro di velluto raso con la cintura in vita, il suo stupido papillon da uomo indossato su una camicia viola con uno strano scollo e perfino l&#8217;anello&nbsp;con pietra ovale viola. Stupido non lo disse lui ovviamente, e questo mi fece capire che ne ero gelosa, che non avrei voluto mi fosse portato via neppure da me, dal mio lavoro. Fu il modo di descriverla, così ricco di particolari, così fatto di pregi di poca importanza eppure così piccoli da dover richiedere un interesse nel dettaglio che non aveva con me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciai ad accorgermi dell&#8217;odore della sua pelle quando mi passava accanto, della pelle del suo collo, ricordava i particolari di altre e mi faceva incazzare quando non ricordava la collana che avevo indossato il giorno prima, o&nbsp;forse lo faceva apposta per farmi rodere e trattenermi un po&#8217; più accanto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi convinsi che&nbsp;avevamo sbagliato obbiettivo, mi convinsi che quella persona non poteva essere un assassino, che dalla sua gentilezza d&#8217;uomo d&#8217;altri tempi non potesse scaturire violenza, mi convinsi che forse dopotutto c&#8217;era un motivo se ero finita tra le sue braccia.<br>C&#8217;era un motivo, mi sentivo in una storia scritta da uno scrittore pazzo, ma mi sentivo viva, sentivo il cuore accelerare quando lo stavo per incontrare e fermarsi quando le sue labbra si posavano sulle mie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Cos&#8217;è questo?</em>&#8220;<br>Al centro del mio petto c&#8217;è una zona di nero più scuro, più secco, più rappreso ed al centro un buco.<br>&#8220;<em>Ah</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella sera lui era strano, lo aspettai più del solito, era sempre puntuale ma non quella sera. Uscimmo come quasi ogni&nbsp;giorno da qualche tempo ma non parlò quasi mai, mi portò in riva al fiume a guardare l&#8217;acqua scorrere seduti sui sassi bianchi e lisci e poi tornammo alla macchina&nbsp;dove mi guardò con aria grave.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo come fosse ieri, o forse era ieri davvero, o forse era addirittura oggi, il suo sussurro a voce bassa ma calda all&#8217;orecchio sinistro. La sua voce calda.<br>&#8220;<em>Mi dispiace, deve finire. Qui. Oggi. Ora. Ho provato a convincermi che non fosse così, che tu fossi diversa, che io fossi diverso, ma non è così. Io devo seguire la mia strada e tu sulla mia strada sei solo una tappa</em>&#8220;.<br>Il suo fiato si addensava poco distante dalla bocca e le sue braccia non bastavano a non farmi sentire i brividi<br>Sentivo le lacrime scendere ma mi sentivo apatica, intontita, come immobilizzata. Credevo avrei pensato un milione di cose in un momento simile ma invece la mia mente era piatta, vuota, calma.<br>Mi passavano solo nella mente i ricordi dei momenti vissuti e niente altro.<br><em>&#8220;E il senso di colpa.&#8221;</em><br>L&#8217;idea di aver sbagliato io di non essere abbastanza, di non essere adeguata, di essere sbagliata. Non mi passò per la mente neppure per un istante a che cosa si riferisse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dissi qualcosa, non so neppure cosa.<br>Disse qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbassai la guardia completamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi come un improvviso spasmo sentii entrarmi nella carne qualcosa. Nel petto.<br>Mi congelò. Era come sentire un pezzo di ghiaccio che al contempo bruciasse la carne.<br>Lo vidi girarsi lentamente e mi sentii dire da lontano qualcosa come &#8220;io ti amavo stupido idiota&#8221; mentre la mente si annebbiava, mentre tutto diveniva scuro, mentre mi sentivo posare su di un pavimento nero di asfalto, mentre&nbsp;una chiazza lucida si allargava sotto di me e faceva apparire l&#8217;asfalto vetro nero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vidi una porta aprirsi, la sentii chiudersi con un tonfo alle spalle anche se ero sdraiata. Vidi un riflesso come se la porta fosse di specchio ed eccomi qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Ed eccomi qui.</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo che l&#8217;unica cosa da fare sia incamminarsi nella direzione indicata da questa che un tempo forse era una porta, credo di sapere dove sto andando anche se non ne conosco ancora la forma, e mentre cammino&nbsp;un pappo di un pioppo mi passa accanto, di sfuggita mi è parso ci fosse un piccolo omino appeso dentro ma la luce, l&#8217;erba, il cielo che si stanno aprendo mi fanno pensare di essere quasi giunta alla meta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Ora ricordo</em>&#8220;</p>
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		<title>Oltre il muro del sonno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2015 19:12:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quella sera indossavi un vestito nero, un bellissimo vestito nero. Un po&#8217; oscuro forse ma su di te, sulla tua pelle candida, sul tuo corpo&#160;non poteva che essere perfetto. Ricordo come fosse oggi i tuoi capelli castano chiari, lisci ma voluminosi&#160;scendere fino metà schiena scalati in modo da avere la zona centrale più lunga. Il [&#8230;]]]></description>
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<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Quella sera indossavi un vestito nero, un bellissimo vestito nero. Un po&#8217; oscuro forse ma su di te, sulla tua pelle candida, sul tuo corpo&nbsp;non poteva che essere perfetto. Ricordo come fosse oggi i tuoi capelli castano chiari, lisci ma voluminosi&nbsp;scendere fino metà schiena scalati in modo da avere la zona centrale più lunga. Il rosa chiaro della tua pelle spuntare da dietro&nbsp;ai lati dei tuoi capelli dove la maglia finiva con una scollatura larga ma non volgare lasciando immaginare dove la curvatura del tuo collo andava ad attaccarsi al di sotto di orecchie perfette ed invitanti.<br>La maglia era nera, come il resto, e a contrapporsi al dietro liscio sulla parte frontale era ricca di fronzoli e pizzi monocromatici spinti all&#8217;esterno da un seno non troppo prorompente ne assente, di una misura perfetta. La scollatura lasciava scoperte le clavicole in tutta la loro lunghezza e solo poco più in basso lasciando l&#8217;immaginazione scivolare sui tendini del tuo collo piuttosto che sul décolleté pudicamente coperto, e vorticare fino al tuo mento perfetto, le guance lisce e gli occhi di una gradazione tra il verde ed il grigio truccati solo&nbsp;lievemente per allungarne l&#8217;angolo. Occhi che avrebbero potuto tagliare in due, o sciogliere, o far ridere a crepapelle, o far morire d&#8217;invidia. Le braccia erano coperte da maniche semi trasparenti di pizzo che terminavano con strisce di stoffa da cui uscivano le tue bianche mani con&nbsp;le dita affusolate e unghie mediamente lunghe prive di smalti ma perfette.<br>La maglia scendeva fino ad una gonna coprendone una piccola parte con un triangolo rivolto verso il basso. Era la gonna il pezzo forte, fatta di veli neri di stoffa finissima alcuni quasi trasparenti ed altri più spessi messi in modo assimmetrico e rialzati dietro dal tuo corpo a scendere sinuosamente staccati dalle tue gambe.<br>La maglia stretta evidenziava i tuoi fianchi altrettanto stretti e la gonna scendeva a tratti poco sotto il ginocchio a mostrare gambe chiare coperte di collant a rete come una tela di ragno, sostenute da stivaletti col tacco in stoffa opaca.<br>Ricordo come fosse ieri ogni particolare di quella sera, dal tuo vestito alla musica che stavamo ascoltando, &#8220;Crimson&#8221; dei Sentenced, la nostra preferita era &#8220;Killing Me, Killing you&#8221;, ironia della sorte e quella sera la ascoltammo la ascoltammo la ascoltammo ancora ed ancora ed ancora una volta.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Killing Me Killing You<br>Killing all we have<br>As our loves wither away</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Burning Me Burning You<br>Burning us to ash<br>Drowning us in a sea of flames</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Darling, do you feel, there is a storm coming our way<br>The burning light between us is already starting to fade<br>The fire in our hearts is smothered by the rain<br>and the crimson flame of passion turns into something gray</p>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Non ci conoscevamo da molto ma era come se tu mi conoscessi da una vita, come se sapessi ogni istante quale sarebbe stata la mia reazione, quale sarebbe stato il luogo che avrei desiderato visitare, quasi ogni istante. Uno ti sfuggì probabilmente.<br>Era l&#8217;una di una notte di primavera, una di quelle in cui il caldo se ne va e il pizzo che copriva il tuo corpo lasciava andare un po&#8217; troppo calore, giusto quel tanto da farti da farti irrigidire i muscoli e dare&nbsp;la possibilità al tuo uomo, a me, di abbracciarti stretta e&nbsp;stringerti per trasmetterti il mio, e farti vedere che c&#8217;ero, che ero lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti guardai diretta negli occhi e ti dissi il mio pensiero. Quel giorno sarebbe dovuta finire.<br>Mentre parlavo le parole sembravano riassumersi, raggrumarsi nell&#8217;aria, addensarsi in nuvole e fermarsi qualche istante tra me e te&nbsp;prima di proseguire dileguandosi nell&#8217;aria, non&nbsp;ero sicuro che&nbsp;tu stessi comprendendo quanto&nbsp;stava accadendo<br>&#8220;<em>Non dico che sarebbe potuta finire in modo diverso</em>&#8220;<br>Mi dissi guardandomi dritto negli occhi.<br>&#8220;<em>Dico solo che, poteva non finire</em>&#8220;<br>Le lacrime rigavano il tuo volto trascinando quel poco di&nbsp;mascara che era&nbsp;il tuo unico vezzo, il tuo volto era però immobile, impassibile mentre i tuoi occhi sembravano spegnersi virando dal verde grigio al grigio, qualche goccia cadeva sul pizzo&nbsp;esposto dal tuo seno scurendolo se possibile con un piccolo alone, un altro, un altro ancora.<br>Pensavi che il problema fosse tuo, che fossi tu a non sapermi amare come credi ma non avrei mai potuto dirti dove fosse il problema, non avrei mai potuto rivelarlo a nessuno senza drammatici epiloghi.<br>Eravamo appoggiati al cofano della mia macchina, tu seduta con un tacco sul paraurti ed un ginocchio in avanti, io abbracciato a te leggermente di lato&nbsp;in piedi probabilmente nel mio cappotto nero di pelle anni settanta, i miei stivali, il cappello con la tesa e qualche jeans e camicia a caso.<br>Il discorso non durò molto a lungo, d&#8217;altronde, non c&#8217;era neppure molto da dire se non la realtà di come stavano i fatti. Te lo concessi alla fine, ti concessi di sapere,&nbsp;ti concessi di conoscere ciò che mi portavo dentro da troppo tempo e che mai avevo condiviso, poi misi in tasca la mano e ne estrassi qualcosa.<br>Ricordo le tue mani posarsi sul mio viso qualunque espressione esso avesse, la tua attesa delle mie parole, e gocce ancora che cadevano. Le ricordo scendere dal tuo volto prima lentamente quando si staccavano dalle tue ciglia e poi accelerare sempre più fino al colmo delle tue gote e precipitare sulla superficie della tua guancia, arrivare in prossimità del centro del mento dove avevi una lieve e buffa rigonfiatura e da lì gettarsi suicide sul pizzo sul tuo petto sul tuo cuore sul tuo sangue sul tuo silenzio sui sussulti dei tuoi polmoni sui suoni del di dentro del tuo corpo a macchiare altre macchie che stavano crescendo.<br>Il tuo sguardo era allora di stupore, gli occhi grandi aperti più del dovuto, le labbra leggermente aperte, l&#8217;incavo al centro del collo tra le sporgenze delle clavicole incavato.<br>Non ebbi il coraggio di guardarti ulteriormente, non di guardarti così, immobile di sasso, di restare senza aver più nulla da dire ne da sentire, lasciai scivolare le mie mani una dal tuo volto ed una dal tuo addome verso i miei fianchi, pensai ancora quanto avevo amato il liscio di quella pelle e mi girai. Ricordo il vento che mi spingeva i capelli sul volto, sentii la tua voce dire &#8220;io ti amavo stupido idiota&#8221;, lottai per non voltarti e guardarti un ultima volta, lottai per ricordarti come ti ricordo ora e poi sentii infine un tonfo lieve e sordo.<br>L&#8217;asfalto cominciava a bagnarsi di pioggia, sentii le gocce sul viso e le ringraziai perchè non avrei dovuto chiedermi cos&#8217;era quel liquido sul mio volto. Ti immaginai lì ancora sull&#8217;asfalto, con i capelli spettinati e bagnati di troppe cose, immobile con il volto della speranza forse non ancora disillusa ma allontanai questa immagine.<br>Girai attorno alla macchina senza guardare in direzione del muso, salii, mi fermai il tempo di mettere al massimo il volume su &#8220;Beyond The Wall Of Sleep&#8221; ed diedi gas in avanti.<br>Poi andai a lavare via i resti di quella sera dall&#8217;auto, quelli che la pioggia non aveva lavato.</p>
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		<title>La porta del paese delle meraviglie – Epilogo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2015 17:36:25 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Il rumore che la maniglia produsse fu secco ma chiaro, sentii inizialmente la resistenza alla rotazione e poi dopo un lieve sforzo lo scatto ed il suono del blocco che usciva dallo stipite per lasciare libera lo specchio, la figura accanto a me stava facendo lo stesso e mentre aprivo la porta la vidi sia nel riflesso -finché mi fu possibile- che nella proiezione reale. Fu quando la osservai entrare nel nero del legno che vedevo dietro che mi accorsi che qualcosa non andava.<br>Il vetro si era staccato dal pannello di ebano ma non si aprì alcun passaggio, anzi, una parte si era&nbsp;rimasta lasciando una porta più piccola ancora chiusa.<br>Il cuore mi batté forte in gola forse per la prima volta in questo strano viaggio, batté forte da farmi sembrare di non essere più in grado di respirare, sentii la gola chiusa ed&nbsp;i peli sulla nuca mi si rizzarono mentre misi la mano sulla nuova maniglia che era spuntata. Provai ad aprire un nuovo passaggio ma accadde lo stesso: dopo un secco suono anche questa parte di specchio si staccò dal legno ruotando su cardini che prima erano invisibili e rimanendo a puntare verso l&#8217;esterno vuotamente senza che fosse possibile entrare e lasciando una nuova più piccola porzione di specchio con una nuova e più piccola maniglia, aprii anche questa, ed una ulteriore più piccola, ed un altra ancora, ed un altra. Non so quanto avrei potuto proseguire ma mi fermai.<br>Mi guardai attorno e vidi solo il buio di questo luogo, il pavimento in ossidiana lo specchio ormai aperto e&nbsp;nessun punto di riferimento se non quest&#8217;ultimo. Decisi che l&#8217;unica direzione che potessi prendere era quella perpendicolare a quella che era la porta, era la scelta più logica, lei dava in quella direzione e quella era l&#8217;unica direzione nella quale avrei potuto non perderla di vista troppo presto. L&#8217;orologio segnava le dodici e venti&nbsp;ma non saprei dire se fosse presto o tardi, ne se fosse mezzanotte o mezzogiorno,&nbsp;non contava, l&#8217;unica cosa che qui contava i minuti era quella che meno contava nella realtà, sottile ironia.<br>L&#8217;unica cosa che incontrai camminando fu ad un certo punto una sedia, sola abbandonata di lato e a terra poco più avanti piccolo&nbsp;peso conico&nbsp;di quelli usati nei laboratori di fisica, niente altro. Poi pian piano la luce cominciò ad aumentare, gradualmente. In un primo momento non me ne accorsi neppure ma mentre la luce aumentava il nero lucido del pavimento appariva meno nero, meno lucido virando lentamente verso un marrone opaco e compatto, mentre la luce aumentava dal marrone compatto salivano fili d&#8217;erba prima isolati poi sempre più frequenti, poi nel tempo divenne un prato ed il nero sopra divenne un azzurro quasi accecante popolato di solitari e bianchi nembi, pareva il cielo d&#8217;estate ed il verde dell&#8217;erba era così lucente da essere quasi anch&#8217;esso accecante.<br>Passai accanto ad una tenda ma non mi fermai ad osservarla, osservai il fiore che vi era nato accanto, una margherita gigante bianca ma ancora non mi fermai a vedere quel fiore perché poco più avanti c&#8217;ero io, o il mio corpo, o una mia nuova rappresentazione. Non ero bambino e non ero il giovane invecchiato che vidi nello specchio, ero io.<br>Immobile sdraiato nell&#8217;erba accanto ad un fuoco spento. Seguii l&#8217;istinto, niente altro e mi sdraiai non accanto ma dentro me, compenetrandomi a quel corpo. Chiusi gli occhi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando ho aperto gli occhi, poco fa ero ancora in quel prato, tra le mani una copia di &#8220;Alice Nel Paese Delle Meraviglie&#8221; nella versione originale&nbsp;illustrata da Sir John Tenniel, è aperto su una delle prime pagine &#8220;Alice, key in hand, finds the door to Wonderland/Alice, chiave nella mano, trova la porta del paese delle meraviglie&#8221;. Non ho ancora iniziato a leggerlo, ma credo non lo farò, credo di averne già visto abbastanza per ora, per il futuro invece non c&#8217;è certezza alcuna.<br>Ora voglio solo andarmene di qui, voglio camminare, seguire questa strada di gialli mattoni ovunque essa porti.</p>
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		<title>La porta del paese delle meraviglie – Parte quarta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2015 18:08:01 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mi trovavo lì, immobile, alle mie spalle un mondo, di fronte una porta verso un altro, l&#8217;istinto urlava dentro urlava fuori urlava di chiuderla per sempre.<br />
L&#8217;istinto posò la mia mano, il palmo della mia mano sulla superficie di legno marrone liscio freddo. La pelle del mio palmo caldo sul freddo del legno liscio marrone. Il cuore batteva forte ma calmo ma forte ma calmo batteva il cuore.<br />
Mentre i muscoli del mio braccio iniziavano a tendersi lievemente prima della spinta il mio sguardo cadde oltre la fessura tra la porta ed il nulla e fu quello il momento in cui cambiarono le cose, cambiò la scelta.<br />
Guardai nella fessura che c&#8217;era tra la porta, priva di stipiti, e il rettangolo che ne definiva le dimensioni. Sul lato in cui era aperta lasciava vedere il pavimento nero e lucido della stanza all&#8217;esterno -o all&#8217;interno, non saprei dire- nella mia mano destra il bicchiere tremò un secondo ed abbassai la sinistra allontanando il palmo mentre le mie dita di riflesso si piegavano lievemente tremando.<br />
Dietro di me infuriavano i pappi dei pioppi come in una bufera senza vento, infuriavano e cadevano e volavano e imbancavano ancora.<br />
Guardai la mano abbassarsi come fosse quella di un altro, come se fosse quella di un automa.<br />
Indugiai ancor una volta a guardare come la porta non avesse spessore vista di lato e cessasse di esistere vista da dietro, come il buco da cui avrei potuto passare fosse tale solo visto di fronte. Poi aprii la aprii del tutto, bevvi d&#8217;un fiato il contenuto del bicchiere, lo posai a terra accanto ed  attraversai il passaggio.<br />
Mi parve che la stanza oltre la porta avesse delle lampade in fila sul soffitto, mi parve vi fosse una enorme quantità di porte attorno ma mi sentii un secondo mancare, mi girò la testa come quando si è ubriachi e le porte improvvisamente si allinearono come fossero state una visione sdoppiata di una sola riflessa sul pavimento, le lampade scomparvero anch&#8217;esse e tutto divenne il riflesso del passaggio della luce proveniente dalla porta, ed io al centro del riflesso a barcollare.<br />
Un pappo volava e per un&#8217;istante sembrò un gigantesco cristallo di neve, vi vidi dentro prima la forma frattale tipica di un cristallo, poi tornò ad essere quello che era ma al centro vi era un piccolo omino appeso come ad un ombrello volante, mi parve di conoscerlo ma poi lo scordai. Lo vidi allontanarsi avanti lontano da me, in direzione retta fino a scomparire.<br />
Mi ripresi solo quando alle mie spalle scomparve silenziosamente la luce e ne scomparve il riflesso. Ero in un ambiente piuttosto buio, la flebile luce che mi permetteva di vedere era diffusa e non proveniva da una direzione, mi voltai a guardare e vidi un grande specchio, una porta a specchio con la maniglia sulla destra, ma questa volta con gli stipiti.<br />
Provai a ruotare la maniglia ma sembrava inamovibile.<br />
Girai attorno e vidi che non era invisibile e priva di spessore come lo era stata dall&#8217;altro lato, il retro era un pannello di ebano perfettamente liscio, senza il segno degli stipiti ma già immaginavo si sarebbe comunque aperta in qualche modo pur non muovendo l&#8217;ebano stesso. In basso sembrava raccordarsi perfettamente al pavimento con una lieve curva passando dall&#8217;ebano all&#8217;ossidiana del pavimento perfettamente liscio e lucido.<br />
Tornai di fronte allo specchio e mi fermai ad osservarmi al centro. Fu quello il momento in cui mi accorsi di non ricordare il mio volto, di non sapere che volto o che corpo aspettarmi di vedere. Avevo l&#8217;impressione di essere stato un ragazzino ma ora mi vedevo adulto, le rughe sul viso davano l&#8217;idea di una persona ancora giovane ma segnata dal passato o forse dal presente. Le occhiaie scure dicevano che non dormivo da molto, ma in effetti da quanto tempo ero qui? E dove era questo qui? I capelli rasati e radi erano brizzolati come la barba con il pizzo lungo ed i baffi arricciati all&#8217;inglese, portavo una giacca elegante blu con finissime righe bianche su una camicia azzurra e dei jeans un po&#8217; troppo sportivi per le scarpe marroni eleganti che indossavo. Dalla tasca della giacca usciva la catenella di un orologio a pendolo ma mentre provavo ad estrarlo mi spostai leggermente di lato e la mia immagine cambiò, in modo veloce ma uniforme come se i tratti somatici cambiassero in modo continuo mi ritrovai a guardare l&#8217;immagine di un coniglio bianco in doppio petto con in mano un orologio da taschino, un coniglio in qualche modo antropomorfo ma pur sempre un coniglio. Mi spostai nuovamente al centro e tornai uomo adulto, mi spostai a sinistra e divenni coniglio, mi spostai ancora a sinistra e il coniglio divenne progressivamente una ragazzina, prima il volto e poi il corpo si trasformarono, mi sovvenne un nome, Alice credo, ma era solo come quando un ricordo fa capolino e poi per timidezza si ritira senza mostrarsi. Rimasi a guardarla un attimo in precario equilibrio, ricordavo di averla sognata, averla rincorsa o era solo un parto della mia mente? L&#8217;immagine riflessa di un desiderio?<br />
Mi sbilanciai e mentre facevo perno su un piede per riprendere una posizione di equilibrio mi spostai ancora più a sinistra e vidi alla mia destra qualcosa accadere.<br />
Comparve un ragazzino delle elementari, comparve fisicamente, accanto a me e guardava lo specchio. In quel punto ero ruotato di circa 45 gradi rispetto alla sua superficie e quindi potevo perfettamente vederne il riflesso accanto al mio riflesso, erano l&#8217;immagine della stessa persona, o di me forse, di me come forse stavo ricordandomi. Portavo i capelli corti, con la riga da un lato, addosso avevo un grembiule blu da scuola elementare, le scarpe erano nere di vernice e le calze lunghe arrivavano poco più in basso del ginocchio, poco più in basso del blu. Mi mossi leggermente più a destra e tornò Alice e scomparve i bambini, sia quello riflesso che quello apparentemente fisico che il riflesso di questo. Mi spostai più a sinistra di quanto fossi prima ma il mio riflesso usciva dal campo visivo, così tornai a far comparire i tre bambini, i due riflessi e quello con un corpo. L&#8217;ultimo lo vidi allontanarsi dandomi le spalle come non si fosse accorto di me, camminava di sbieco rimanendo sulla linea dei quarantacinque gradi e feci lo stesso, era come un irrefrenabile istinto a spingermi a farlo, camminai diversi metri prima di girarmi di scatto, e quando lo feci vidi che lui stesso si era girato al contempo e mi osservava, faceva i miei stessi movimenti, identici. Provai ad uscire dalla linea che avevo seguito, mi spostai poco più avanti e poco più indietro, lui si spostava con me e quando non eravamo sulla linea lui scompariva.<br />
Tornai seguendo lo stesso percorso fino allo specchio, lui mi seguì imitandomi come fosse il mio riflesso o come se io fossi il suo. Tornati allo specchio rimanemmo ad osservarci qualche minuto e poi allungammo la mano come per toccarci, ci fermammo un istante prima della linea immaginaria che ci avrebbe permesso di toccarci, poi allungammo la mano e ci attraversammo come fantasmi.<br />
Toccai invece la maniglia della porta, e la ruotai.</p>
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		<title>Immergersi in te stesso (edited)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2015 17:05:53 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph"><span style="color: #999999;"><em>*il racconto è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale*</em></span><br>Non è buona norma in genere immergersi in solitaria,&nbsp;in tutti i corsi insegnano a scendere sempre con in compagno ma d&#8217;altronde sono molte le cose che non è buona norma fare, ad esempio scendere con&nbsp;un bombolino ean 70 in una immersione profonda, ad esempio, ma non credo che nessuno dei due rappresenti un problema per l&#8217;attività che ho scelto di fare oggi.<br>Questa è una bella sera di una stellata come poche volte se ne vedono, complice l&#8217;inverno&nbsp;e lo scarso turismo la gran parte delle luci sono spente e questo permette di vedere il tutto illuminato solo dagli astri e dalla luna che sta salendo lentamente all&#8217;orizzonte tra i monti. L&#8217;aria è frizzante e viva, e l&#8217;acqua assolutamente calma, un&#8217;ottima notte per un&#8217;esperienza come questa.<br>La preparazione dell&#8217;attrezzatura come sempre è veloce ma meticolosa, non vorrei avere qualche genere di imprevisto che mi tolga la calma assoluta&nbsp;che ho dentro.<br>La bombola è piena ma non credo mi servirà, il bombolino ben agganciato e con l&#8217;erogatore chiuso, i formalismi sono importanti.<br>La torcia è ben carica, della secondaria non credo di averne bisogno ma è qui nella tasca del GAV non si sa mai, giusto? Fermo un passante per chiudermi la muta stagna, pulisco la maschera e sono pronto.<br>Le panchine sono sempre un ottimo aiuto per un subacqueo, niente di più comodo che sedersi, allacciarsi il gav, la bombola, prendere in una mano il bombolino e la maschera, nell&#8217;altra reggere la torcia e le pinne, alzarsi e camminare verso lo scivolo di alaggio per le barche.<br>Ho fatto centinaia di volte questa immersione e la conosco ormai più del giardino di casa ma è da sempre la mia preferita: qui ho imparato e qui voglio stare per&nbsp;sempre.<br>Con l&#8217;attrezzatura sulle spalle scendo in acqua lasciando i vari oggetti minuti sul bordo dello scivolo, l&#8217;acqua non è fredda come mi aspettavo e questo è molto positivo. Indosso la maschera e faccio un paio di prove creando depressione all&#8217;interno ma entra aria&nbsp;quindi non è messa bene, la ricontrollo, la sistemo, perfetto. Ora prendo dallo scivolo&nbsp;le pinne e le indosso, questa è una delle cose più comode di questo punto di immersione, puoi stare in piedi tranquillo a prepararti in acqua ma la profondità aumenta velocemente spostandoti di pochi metri. Un&#8217;accoppiata vincente.<br>Controllo l&#8217;aggancio del bombolino al&nbsp;GAV e sono pronto: tutto è in&nbsp;ordine.<br>Mi guardo intorno, mi viene spontaneo fare il gesto di ok con il pugno sulla testa ma questa volta non c&#8217;è qualcuno a cui segnalarlo, alzo il corrugato, svuoto e scendo.<br>Ci vogliono solo pochi istanti e mi trovo a cinque metri, mi viene da sorridere pensando che ho dimenticato di portare la boa di segnalazione, anche questa è una di quelle cose che non si fanno ma non credo sarà un problema per nessuno.<br>L&#8217;immersione, il mio percorso preferito almeno, inizia scendendo qualche metro seguendo una sagola che parte dalla base dello scivolo di alaggio verso il largo, questa porta ad un piccolo canyon che lascia presagire l&#8217;immensa bellezza che da lì a poco colpirà il mio sguardo e la pace che porta.<br>Di notte si vede poco oltre a due pareti di roccia ognuna a pochi centimetri dalla spalla, potrebbe fare impressione detto così ma quaggiù è un altra cosa, tra queste due pareti si vedono scendere rapidamente le rocce da una decina di metri a oltre i trentacinque, di fronte il blu scuro&nbsp;assoluto, dietro le pietre della spiaggetta.<br>Ed è nel blu che bisogna andare, questo canyon in genere fa effetto di&nbsp;sfogo per le correnti e mescola i termoclini con il movimento di acqua che si incanala. Fermandosi all&#8217;inizio a volte sembra di avere il vento freddo tra i capelli&nbsp;ma&nbsp;non questa sera perché di inverno l&#8217;acqua in superficie non è sufficientemente calda ed i termoclini sono di conseguenza meno marcati. L&#8217;emozione di scendere da questo punto in ogni caso&nbsp;resta sempre unica. In pochi secondi sono a trenta metri, carezzo la valvola del bombolino ma non è ancora il suo momento: ora posso guardarmi attorno;&nbsp;il canyon scompare in alto e qui il buio è più forte, si vede solo quello che viene illuminato dal cono luminoso della torcia e puntando verso sinistra, verso il largo, la luce non può nulla contro l&#8217;oscurità infinita della notte. A destra invece le rocce color sabbia chiara&nbsp;mi sovrastano ed in un anfratto c&#8217;è il presepe, forse il punto di immersione&nbsp;più famoso da queste parti. Lo saluto rimanendo a guardarlo ancora qualche minuto mentre attorno non c&#8217;è alcun suono al di fuori delle bolle che escono dal mio erogatore. Ritmicamente. Circa ogni otto secondi.<br>Questo è ciò che vengo a trovare qui ogni volta: il silenzio così diverso dal silenzio del mondo di sopra, così diverso da ogni silenzio. Talvolta&nbsp;ci sono suoni,&nbsp;molti, ma pur sempre in qualche modo educati: quando l&#8217;acqua è mossa si sentono le rocce cozzare tra loro, i sassi muoversi con quel tipico suono secco e acuto che&nbsp;somiglia a quello che fa un accendino quando si accende, ma più acuto, più breve e secco. I suoni sott&#8217;acqua si propagano molto più velocemente che nell&#8217;aria, tanto da impedire di capire la direzione da cui provengono, ad esempio il suono dei motori delle barche somiglia&nbsp;a quello di una mosca che voli in modo costante, e anche questo se non lo si conosce è impossibile da comprendere, e non si riesce a capire da che parte arrivi, da che parte vada. I suoni qui ti avvolgono, e come essi sei parte del mondo, sei parte del mondo come il mondo è parte di te.<br>Allontanandomi dal presepe scendo di pochi metri e mi sposto, dovrei trovare qualche sette nano dallo strano nome, i subacquei hanno un umorismo particolare, il più famoso e storico si&nbsp;chiama &#8220;embolo&#8221; credo sia il più significativo oltre ad essere il primo che ho incontrato. Scendendo più in profondità, oltre i quaranta metri i riflessi cominciano a rallentare, tutto ciò che può essere tensione nel mondo di fuori qui dentro è così lontano, assente, così insignificante da scomparire. Non come se si rimpicciolisse e ridimensionasse ma proprio come se la superficie dell&#8217;acqua fosse un portale tra un universo ed un altro e tutto rimanesse nel proprio. Qui non esistono. Penso sempre all&#8217;immagine di &#8220;Stargate&#8221; nel momento in cui mi sto immergendo, c&#8217;è una consapevolezza diversa, una calma, un rilassamento che&nbsp;credo possa esserci simile solo nello spazio siderale. L&#8217;adrenalina non esiste ed il cuore batte lentamente, il respiro è lento e regolare, chiudendo gli occhi sembra quasi di sciogliersi e mescolarsi e far parte di questo tutto, ci si sente un niente parte di un tutto e al contempo un tutto con tutto.<br>Puoi vedere pesci muoversi lenti ed avvicinarsi curiosi, consapevoli che tu non sei un pericolo, a volte sfiorarli, puoi essere uno di loro, toccare i gamberi sotto quello che per noi è il collo e vederli muovere le zampette, puoi vedere cuccioli protetti da adulti ed infilarti in foreste di piante verde fluorescente, o osservare il modo sinuoso con cui le anguille avanzano,&nbsp;peccato che in genere duri poco meno di un ora prima di dover risalire per l&#8217;aria o per la saturazione dell&#8217;azoto che sia, ma non questa volta.<br>Il computer segna 66 metri,&nbsp;lentamente apro il bombolino, con un EAN 70 l&#8217;ossigeno-tossicità dovrebbe essere stata sufficiente a stordirmi a trenta metri a più di sessanta non dovrebbe volerci molto, ma il fondo qui supera agevolmente i cento e nel frattempo continuerò a scendere. Per sicurezza ho indossato molto più dei pesi che utilizzo in genere. Mi tolgo il gav, lo faccio ruotare davanti a me respirando ancora dalla bombola dell&#8217;aria, che nel frattempo chiudo. Ho ancora un paio di respiri prima che non esca più nulla, il tempo di rimettere il gav, e iniziare a respirare dall&#8217;erogatore del bombolino.<br>All&#8217;inizio sembra tutto normale, ma non potevo aspettarmi come diceva il mio istruttore che fosse &#8220;un colpo di pistola&#8221;, nulla nel corpo umano è così secco ed immediato credo,&nbsp;non che sia un medico, conosco solo quello che riguarda la subacquea, mentre scendo oltre la zona sabbiosa mi si avvicina un luccio enorme, sembra guardarmi ed io lo guardo, mi ruota attorno e si mette a testa in giù come un delfino, mi fa ridere e le bolle che escono dal mio erogatore lo fanno fuggire, o forse era già fuggito prima che ridessi&nbsp;&nbsp; non&nbsp;&nbsp;&nbsp; ne&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; s ono&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; troppo&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; ss icuro,&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; il&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; tempo&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; sembra&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; scorrere&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; strano.<br>D&#8217;un tratto mi accorgo di avere i piedi in alto e di aver toccato il fondo con la testa, è un attimo poi mi giro mentre passa un altro luccio, questo non sorride. Forse è quello di prima.<br>Ho forse, il dubbio&nbsp; &nbsp;che&nbsp;&nbsp; &nbsp;potrebbe non essere il luccio&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; delfino il &nbsp;ruotavo io? Ruotare? Il fondo. Sto respirando, e questa cosa sulla bocca, in bocca,&nbsp;mi infastidisce come un peso come una maschera di ferro di un re imprigionato. La tolgo e sto volando, in assenza di peso posso muovermi come si muovono gli uccelli, posso fluttuare nell&#8217;universo e attraversare mondi&nbsp;o essere io mondo&nbsp;attorno a me nubi belle color della sabbia si alzano mi impediscono la vista e poi si spostano e si muovono, sembra di essere&nbsp;nel cielo&nbsp;e uccelli senza ali&nbsp;mi guardano e&nbsp;ridono. No&nbsp;non ridono le ali ma gli uccelli, insomma quelli lì, non li vedi?! Quelli lì.<br>Ridono e io rido con loro, rido a crepapelle come un matto mentre&nbsp;Embolo che&nbsp;è sceso qui da me&nbsp;mi saluta, e quello? Quello sembra Giuseppe che cammina con&nbsp;Maria o sono due pesci o sono le mie mani che si allontanano verso un dove che non so&nbsp;e vedo i fiori sul fondo e i prati verdi poi più nulla e fiori che divengano grandi grandi grandi come mondi e dentro i fiori tanti fiori con dentro fiori grandi e poi nulla.<br>Credo che gli occhi abbiano iniziato a ruotare verso l&#8217;alto, insistentemente.&nbsp;Mi fanno male mi fanno male come volessero girarsi dentro come dovessi guardare dietro ma non potessi girare la testa?<br>Non mi sento più nell&#8217;acqua, non mi sento più. E vedo dentro, credo che gli occhi siano girati davvero&nbsp;dentro e vedo dentro di me.<br>Ho sempre pensato che le immersioni portassero all&#8217;introspezione quanto la meditazione, che aiutassero a rilassarsi e parlare con se, con l&#8217;io profondo a vederlo ed affrontarlo lontano dalla realtà,&nbsp;ma ora vedo dentro me! Voglio dire, vedo direttamente il cervello, il cervello e i suoi tarli,&nbsp;con le loro zampette e le loro alette lunghe e striate, vedo insetti muoversi sulla&nbsp;superficie,&nbsp;dentro attraverso buchi, mordere, mordicchiare, ne sento il rumore, crick crick,&nbsp;guarda quello! Ha il volto di Lei e sta mordendo proprio in mezzo credo ci sia la parola lì, se ho un ricordo vago di queste cose&nbsp;e quello lì? Sembra così triste e solo, scontroso con quell&#8217;aria superiore, ha due baffoni buffi ed un piccolissimo orologio a cipollotto e morde anche lui qua e là, dentro, profondo. Dietro lui una lunga scia che attraversa più parti del cervello, ed eccone un altro curioso che muove la testa come a ritmo perso in se stesso e fa i suoi buchi con un trapano a meno invece che mordendo.&nbsp;Sento come di non avere più un corpo e mi sento risucchiato dentro, come dicono debba essere&nbsp;in un buco nero mi sento allungare,&nbsp;allungato all&#8217;infinito come uno spaghetto&nbsp;a partire da quello che potevano essere i piedi infinitamente lontani e le caviglie chilometri prima e&nbsp;decine di chilometri indietro le ginocchia, centinaia il corpo e migliaia le spalle fino alla testa che tende a distanza infinita&nbsp;e sono liquido. Attorno a me infiniti dischi morbidi e rossi come cuscini tondi ed altri bianchi come sfere dalla superficie rugosa altri&nbsp;oggetti ancora rosa ma nell&#8217;insieme il tutto è di un rosso scuro e vivido, scivolo velocemente in questa specie di corridoio tondo pieno di vicoli, curve bivi e diramazioni, ogni tanto ci sono valvole da cui posso entrare e guardando dietro mi accorgo che non posso tornare da dove vengo spinto a intervalli regolari, ad ogni colpo più in là e&nbsp;come se sapessi dove andare come se fossi attratto da qualcosa&nbsp;nonostante i bivi mi sembra di essere organicamente unito in una sola entità. Accelero e rallento, accelero e rallento come spinto o trascinato, accelero e rallento, e il corridoio si fa sempre più stretto, in mille, milioni, miliardi di piccoli corridoi ed io pur sentendomi uno&nbsp;sono in ognuno di loro come diviso in infinite infinitesime parti di un tutto vedo infiniti corridoi, sono in&nbsp;infiniti infinitesimi corridoi e sento di essere spinto e attratto fino a raggiungere una superficie più solida dove i corridoi sono talmente stretti da essere indistinguibile l&#8217;essere ancora in corridoi&nbsp;o lo stare attraversando una struttura solida tra atomo e atomo. Sento di stare cambiando, sento come se non fossi più nell&#8217;acqua ma per un istante mi sento carne e aria e legno e nulla di tutto questo, mi sento fantasma che attraversa un muro e muro attraversato&nbsp;e nuovamente mi trovo in un lungo corridoio questa volta lineare e dritto.<br>Blu. Per qualche momento sembra una situazione stabile, ho il tempo di osservare attorno contemporaneamente in ogni direzione la superficie di questa galleria grigia e il blu che sono dentro di essa. La sento muoversi, non piegarsi, non comprimersi ma come se si inclinasse velocemente in una direzione, nell&#8217;altra, in un altra ancora e poi&nbsp;nuovamente mi sento&nbsp;risucchiato verso il basso,&nbsp;veloce sento il rumore di qualcosa strofinato, qualcosa che gratta&nbsp;su una superficie non liscia ma neppure&nbsp;molto porosa,&nbsp;non sono più nell&#8217;acqua perché sento le direzioni dei suoni ed è in basso questo rumore, a scatti come trascinato, ed è la direzione verso cui sto andando.<br>Mentre parte di me osserva ancora la superficie liscia osservo dove inizia il mio essere stringersi il corridoio, mi sento stringere tra due punte di metallo e comincio ad uscire, ad essere fuori su di una superficie bianca&nbsp;dalla quale mi sento attratto tanto da non potermi più staccare, sento di stare prendendo una forma sinuosa lunga interrotta a tratti, mi sento parte di qualcosa di più grande di me.<br>Resto lì qualche tempo immobile, mentre sento spostare la superficie su cui sono finito, sento di rimanere chiuso quando una superficie analoga viene appoggiata su quella che sento mia e poi di nuovo sento l&#8217;aria quando questa superficie non so quanto tempo dopo viene nuovamente allontanata. Poi come una pelle d&#8217;oca sento alzarsi qualcosa di me, lo sento elevarsi, allontanarsi, sento come di perdere il corpo se mai l&#8217;ho avuto e di essere essenza ed improvvisamente volo&nbsp;verso qualcosa, verso&nbsp;l&#8217;alto.<br>Non sapevo i tuoi occhi fossero così belli, così veri, così stupiti ma li vedo un istante e poi sento battere.<br>Tump, Tump, Tump, Tump.<br>Ho trovato casa.</p>
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		<title>Dodici gradi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2015 21:43:24 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Era una sera di quelle in cui la temperatura ti fa rabbrividire solo un istante, il respiro si addensava in una piccola nube prima di scomparire quasi improvvisamente, indossavamo tutti maglioncini leggeri o giacche leggere, ed era buio.<br>Moltissimo buio.<br>Ricordo l&#8217;aria frizzante di quella sera come fosse oggi, come fosse vera, e ricordo di aver girato la testa incontrando accanto ai miei occhi la mano di mio padre, la presi e la tirai leggermente verso di me, lui sembrava assorto a guardare nella stessa direzione in cui stavo guardando io solo pochi istanti prima.<br>Ho sentito la mia voce dire &#8220;papà, papà, ma chi è quella ragazzina&#8221;?<br>Era sulla strada davanti a casa mia, a terra, piatta come un foglio di carta leggermente raggrinzito, attorno a lei c&#8217;erano dei signori che non conoscevo e qualche mio zio o zia che non saprei definire, c&#8217;era anche la zia gilda, e quella&nbsp;signora che mi dava sempre le caramelle al miele. Entrambe signore anziane&nbsp;nel buio&nbsp;della sera&nbsp;si distinguevano solo per il fumo che usciva dalle loro bocche e che vedevo nonostante fossero di spalle salire&nbsp;qualche istante dalle loro teste.<br>Erano vestite di nero, con&nbsp;il velo in testa e quei vestiti tipici delle donne anziane delle zone rurali. Osservavano tutti la bambina schiacciata, quasi&nbsp;fosse disegnata a&nbsp;terra e il signore che con una spatola di&nbsp;ferro la stava staccando dall&#8217;asfalto e ne stava raccogliendo i resti, come quando si stacca un adesivo da un contenitore di&nbsp;plastica.<br>La bambina era anch&#8217;essa vestita di nero come tutto, portava un vestito intero con le gonne che arrivavano fino all&#8217;altezza delle ginocchia e&nbsp;delle scarpe di vernice in tinta.<br>Il viso era dolce, non sorridente ma neppure triste, era difficile distinguere molto i lineamenti, un po&#8217; per l&#8217;età, un po&#8217; per la piattezza dell&#8217;immagine, aveva però lunghi capelli neri raccolti in due trecce ai lati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi svegliai lentamente, non di soprassalto, passai dallo stato del sonno a quello della veglia pensando ancora a chi potesse essere questa ragazzina, provavo un&nbsp;senso forte legame elettivo nei suoi confronti e una mezza consapevolezza che non fosse un sogno fino in fondo, le diedi il mio stesso nome ma ovviamente al femminile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando fui completamente sveglio piangevo per la sua assenza, per il suo essersene andata dal mio mondo, in un modo o nell&#8217;altro. Ero un bambino, di sei anni ed è il ricordo di sogno&nbsp;più vecchio che io abbia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi ha accompagnato per tutta la vita in un modo o nell&#8217;altro, ci sono certi giorni nelle mezze stagioni, a settembre quando l&#8217;aria si raffredda o a marzo quando sta iniziando ad andarsene il freddo in cui passando davanti alla casa dove abitavo sento ancora quella lieve brezza, osservo l&#8217;aria addensarsi poco davanti alla mia bocca e poi allontanarsi e guardo come aspettandomi di incontrare quella bambina, o di vedere cosa le fosse accaduto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo altri due sogni non molto distanti, il primo so di averlo fatto qualche mese dopo di questo, nel sogno ero adulto, guidavo un auto e questa si fermava ai bordi di una strada rialzata, da lontano vedevo giù dal dirupo una donna, in questo sogno ero adulto, immobile a guardare in direzione opposta alla mia. Scesi dall&#8217;auto e percorsi la discesa verso la donna, la raggiunsi mentre era ancora voltata di spalle e le toccai una mano.<br>Un istante dopo stavamo scappando da un branco di lupi e mi svegliai del tutto privo di paura come se fosse stato il sogno più avvincente, l&#8217;avventura più divertente mai vissuta, tanto che la ripetei decine e decine di volte nei miei giochi a scuola nelle settimane a venire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel tempo mi capitava spesso di sentire la sensazione di essere tornato a quel momento, quell&#8217;aria leggermente fresca, frizzante, il buio attorno, i lampioni spenti, forse solo uno lampeggiante per dare l&#8217;atmosfera del vedo e non vedo, e la netta sensazione che girandomi avrei visto la bambina, o la donna adulta che nel frattempo poteva essere diventata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella mia adolescenza quella bambina divenne il mio ideale di bellezza, negli occhi di ogni ragazzina cercavo i suoi, cercavo una ragazzina col mio nome, una ragazza con quei capelli, una donna con quello sguardo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando ero adolescente sognai di incontrarla, fu come un colpo di fulmine improvviso, la incontrai e l&#8217;affinità elettiva che ci legava esplose in una scintilla, non so descrivere come ma il sogno durò mesi in cui ogni sera ci vedevamo, uscivamo, facevamo mille cose ma al contempo non ricordo nessuna di queste cose, ricordo la sensazione di averle vissute. Lei era sempre vestita di nero e portava ancora quei capelli neri raccolti anche se più corti rispetto al primo sogno.<br>Un giorno decise di portarmi a casa sua, per presentarmi suo padre, abitava vicino a dove abitavo nella realtà, saprei anche andare a suonare a quel campanello se mai ne avessi avuto il coraggio. Nel sogno suonò lei, una volta entrato ricordo la stanza il tavolone grande, il camino, ricordo quell&#8217;aria di casa calda, quel senso di focolare domestico d&#8217;altri tempi, ricordo di aver discusso con suo padre dei miei studi, di cosa avrei voluto fare da grande, mi disse cosa secondo lui sarebbe stato conveniente facessi nella mia vita, che è poi quel che feci nella realtà ma non per i suoi consigli.<br>Poi mi girai per sorridere a lei, ma lei non c&#8217;era, chiesi a suo padre e lui si mise a piangere e mi svegliai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fu uno dei sogni più strani che feci e l&#8217;ultimo in cui la sognai dormendo, passarono molti anni da allora divenni il professionista che curiosamente nel sogno mi era stato consigliato di diventare ma non ebbi mai un buon rapporto con le donne, non saprei dire il perché, o forse si. Non avevano quei capelli, quello sguardo, o quando lo avevano ne ero terrorizzato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un giorno diversi anni fa stavo guidando, non ricordo neppure da dove tornassi, cosa ci facessi lì se mi distrassi, se corressi, non ricordo nulla, ma ero su una curva di una tangenziale poco lontano da dove abito ora, persi il controllo del mezzo, improvvisamente, senza alcun presagio la coda cominciò ad allargarsi, a perdere aderenza a scivolare verso l&#8217;esterno. Ricordo tutto come a rallentatore, il tempo di pensare che non sarebbe potuta finire bene, la lucidità di controsterzare, il pensiero dei corsi di guida sicura in cui mi ripetevano che il corpo tende a far girare l&#8217;auto nella direzione in cui si guarda, il pensiero costante di guardare la strada nella direzione in cui avrei dovuto andare, il guardrail che sfiora il muso della macchina mentre la coda è già sulla corsia di destra. Ho tutto il tempo di pensare che sono fortunato ad essere su una strada a doppia corsia ma a senso unico&nbsp;e di essere su quella di sinistra, finalmente il controsterzo comincia ad agire e la coda ricomincia a rientrare, giusto il tempo di sperare di essermela cavata e poi di accorgermi dell&#8217;effetto pendolo che porta l&#8217;auto a ruotare nella direzione opposta, giusto il tempo di pensare ancora di guardare nella direzione giusta in modo che la memoria muscolare faccia il resto.<br>Non so quanto sia durato, ma dentro di me è durato ore il tempo tra l&#8217;inizio di quella sbandata e la fine. Immobile al centro della strada, senza danni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiusi gli occhi e respirai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiusi gli occhi e ringraziai il cielo per essere stato solo in macchina e per non aver ceduto al panico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Posai la mano sul sedile del passeggero, poco distante dal freno a mano, sempre con gli occhi chiusi e sentii una mano toccarmi, una mano calda, liscia.<br>L&#8217;aria era frizzante o forse era l&#8217;adrenalina ad esserlo, aprii gli occhi e accanto a me non c&#8217;era nessuno, guardai subito la mia mano e non notai nulla di strano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornai a casa lentamente ancora con il cuore in gola, incapace, incapacitato, in crisi, ed una volta arrivato mi misi a letto e spensi la luce.<br>Il cuore batteva ancora terribilmente forte, dovevo bere un goccio di Jack, aprii gli occhi e allungando la mano verso l&#8217;interruttore mi cadde lo sguardo sull&#8217;armadio a specchio, la luce era poca, solo quella che filtrava dagli scuri semichiusi dalla notte, ma accanto a me, dietro di me nel letto vidi una donna dai lunghi capelli raccolti&nbsp;su due&nbsp;trecce, accesi la luce e mi voltai a guardarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c&#8217;era.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora sono qui, guardo il liquido dorato nel bicchiere largo, lo faccio ruotare, penso che sia uno dei colori più belli che conosca quello del whiskey, e mi piace la densità così diversa da quella dell&#8217;acqua, il modo di muoversi, l&#8217;odore forte prima di berlo il gusto forte e delicato che cambia nel tempo del sorseggio tra infinite sfumature tra dolce e amaro, ed il retrogusto che rimane.<br>Non sono più stato al buio da allora. Non ho più spento la luce ne sono uscito di casa la sera.<br>Ho un termometro da esterni e non esco mai se la temperatura non è lontana dai dodici gradi, molto più bassa o molto più alta non importa, ma non voglio più sentire quell&#8217;aria frizzante, non voglio più vedere l&#8217;aria del respiro addensarsi in quel modo.<br>Non ho più dormito con le luci spente e non ho più guidato, i miei colleghi mi danno del pazzo perché cammino un ora e mezzo ogni giorno, andata e ritorno. Le giornate si stanno accorciando però, e la temperatura si abbassa, non manca molto a quando non potrò più andare a lavoro e senza passare dal buio, senza vedere addensarsi l&#8217;aria del respiro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo scrivo questa lettera.<br>Ora il bicchiere è finito, e sento il freddo dentro.<br>Ora il bicchiere è finito e spegnerò la luce.</p>
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		<title>San Nemo 2015 parte 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Feb 2015 19:05:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Credo di aver rotto la tradizione di recensire San Remo per un anno o due, forse no, non mi ricordo e non ho voglia di controllare. Tuttavia quest&#8217;anno ho voglia di riprendere la mia BELLISSIMA tradizione di commento dei brani presenti a San Remo. Non guardo da anni la trasmissione, quindi sono costretto a recensire [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Credo di aver rotto la tradizione di recensire San Remo per un anno o due, forse no, non mi ricordo e non ho voglia di controllare.<br>
Tuttavia quest&#8217;anno ho voglia di riprendere la mia BELLISSIMA tradizione di commento dei brani presenti a San Remo.<br>
Non guardo da anni la trasmissione, quindi sono costretto a recensire in ritardo di un giorno aspettando i video su youtube.<br>
In genere lo faccio in modo piuttosto sarcastico, questa volta vedremo.<br>
Non so in quale ordine le prendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d0bfc521-47f0-4807-98fe-6a42039fe615.html">Chiara &#8220;Straordinario&#8221;</a>: il&nbsp;bisognoi di mostrare cosai sa farei, con la voce (e apparentementei, somigliare ai Valeria Rossi i, per chi non ricordai chi sia i, si ascolti la vecchia,&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=s1pQi4LDBbY">Sole Cuore Amore</a>&nbsp;i, che non è l&#8217;unica cosa che abbia scrittoi)&nbsp;rovina una canzone che nell&#8217;insiemei, non è neppure così male. I. Capisco alla fine il tentativoi, di darci dentro con tutte le possibilità i, vocali che ha i, essendo più o meno rimasta risucchiata dalla pubblicità della Timi. Alla fine la apprezzo, nonostante tutto i, anche se non è &#8230; nulla di straordinario.<br> I.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-b13eba5c-015e-4d89-a947-b3d074fa48a8.html">Gianluca Grignani &#8220;Sogni infranti&#8221;</a>: da quando Massimo Luca ha smesso di produrgli i dischi ha continuato a cantare la stessa canzone, questa volta è riuscito anche a stonare e fare dei vibrati alcolistici di alto livello. Credo che già che si scrive le canzoni potrebbe scriverne qualcuna&nbsp;che riesca a cantare. Potrebbe anche smettere di far finta di essere rock. Decisamente mi delude, nonostante i primi album (quelli prodotti da Massimo Luca) erano dei gran begli album, di allora è rimasto solo l&#8217;animo depresso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8499a843-be52-4d13-8289-bb6d2d49b1a5.html">Alex Britti &#8220;Un attimo importante&#8221;</a>: non posso non dire che la voce di Arisa che presenta è terribile, somiglia a nonna papera, ma non ha molto a che fare col brano. La chitarra di Alex mi fa venire sempre la pelle d&#8217;oca, un mostro. Peccato per l&#8217;impressione che&nbsp;canti fuori tempo rispetto alla sua stessa chitarra, il brano mi sembra interessante nonostante i tentennamenti vocali e le stecche qua e là non poco frequenti. Se è un festival della canzone per me questo brano dovrebbe arrivare in finale, se è un festival dei cantanti&#8230; a volte penso che Alex dovrebbe scrivere brani, suonarci la chitarra e far cantare qualcun altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-c061b95b-2084-49f6-8698-0df53fbb82cd.html">Malika Ayane &#8220;Adesso e qui&#8221;</a>: colgo l&#8217;occasione per dire che comunque la Marrone è un camionista. La voce di Malika è sempre spettacolare. Non sopporto il suo modo di cantare, ma questo è assolutamente gusto personale, personalmente però mi piace la sua mimica. Tornando al brano lo trovo interessante, non troppo uguale alla media, non troppo fuori dai canoni sanremesi, non direi ci siano gravi stecche, anche verso metà brano mi sono addormentato sulla tastiera. La candido come possibile vincitrice dell&#8217;edizione per il giusto rapporto tra vocalità e banalità. Potrebbe meritarselo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-ffe70a5a-7873-4f20-a379-fc37bc90d967.html">Dear Jack &#8220;Il mondo esplode&#8221;</a>: sento parlare da un po&#8217; di questo gruppo, ed ammetto che non ho mai avuto alcun interesse ad informarmi su di loro, credo di aver fatto bene. Con un cantante leggermente stonatino, forse non troppo leggermente, sono la banalità disarmante. Ormai hanno esportato nel mondo quello che chiamavo &#8220;Rock Veronese&#8221; perché dieci anni fa tutti i gruppi rock di Verona facevano sta cosa, ora mi sono tragicamente accorto che posso chiamarlo &#8220;Rock banalitaliano&#8221;. Prendi un gruppo rock di minori di 25 anni in Italia e quasi sicuramente sarà indistinguibile. Prendi una&nbsp;chitarrina elettrica che fa due note di contrappunto alla voce, frasi banali come &#8220;niente è per sempre&#8221; e parole &#8220;mondo&#8221;, &#8220;esplode&#8221;, &#8220;cerca&#8221;, &#8220;senso&#8221;, &#8220;viaggio&#8221;, &#8220;cielo&#8221;, &#8220;aria&#8221; mettili in frasi fintointellettualpoetiche, intro un po&#8217; basso, ritornello con la voce alta che sale e scende ed hai fatto il gruppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a732c361-5206-41d3-a82b-7276147a367f.html">Lara Fabian &#8220;Voce&#8221;</a>: Cesare Cremonini ha fatto bene a <a href="https://twitter.com/CremoniniCesare/status/565269410995519488">specificare di non aver scritto lui questo brano</a>. Canzone estremamente e banalmente sanremese. Forse potrebbe vincere questa in quanto uguale a decine di altre che hanno vinto, non capisco la scelta di farla cantare ad una persona che non pronuncia correttamente l&#8217;italiano ad un festival della canzone italiana, ma probabilmente continua sulla linea politically correct che ha fatto scegliere un presentatore di colore e una valletta transessuale (ah non era la valletta quella transessuale??!). Non riesco ad aggiungere altro su questo brano, ma se vince&#8230; siamo proprio banalitaliani. Comunque tecnicamente bravetta la cantante, anche se andrebbe meglio come corista.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9d59c01c-5b33-48ba-94b0-f9cd9110a120.html">Nek &#8220;Fatti avanti amore&#8221;</a>: Arisa che urla Nek mi ha fatto prendere un colpo. Lui ci riprova con la musica da gggiovani, e un nuovo look alla &#8220;the rasmus&#8221;, il giro di base del brano sarebbe stato quasi degno di Corona o di ICE MC nei primi anni 90, oggi temo non vada più, e temo non sia mai andato con un cantato del genere. Stecca abbastanza spesso. Mi spiace perché Nek avrebbe anche una bella voce, solo che i pezzi che canta&#8230; non li apprezzo a fondo. Le sue pause per creare atmosfera e preparare alla &#8220;botta&#8221;&#8230; sarebbero anche carine se non fossero estremamente ripetitive e poi la &#8220;botta&#8221; non fosse un giretto privo di mordente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-72559873-d37e-4c21-8fd5-f3de9f38f0d3.html">Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi (Platinette) &#8220;Io sono una finestra&#8221;</a>: Lucio &#8220;Violino&#8221; Fabbri??! Lucio &#8220;Violino&#8221; Fabbri??! Platinette vestito da uomo???! Platinette vestito da uomo???! Bella voce. Non me lo aspettavo. Non che sappia cantare, ben inteso, però ha una bella voce calda più di quanto mi sarei mai aspettato. &#8220;Coscienza iconoclasta&#8221;&#8230; trovo che il pezzo sia scritto bene, quindi a questo punto quindi appoggio Lucio &#8220;Violino&#8221; Fabbri (scusare l&#8217;attacco pregiudiziale) lei canta discretamente, lui no. Ma nell&#8217;insieme probabilmente può competere discretamente, nonostante il tema dell&#8217;omo-tran-sessualità che ormai è diventato un must obbligatorio, e nonostante non sia gran che accettato nonostante tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-ee0b420c-e8d7-4405-a5a2-8014c5f231b2.html">Annalisa &#8220;Una finestra tra le stelle&#8221;</a>: Naranarananna narararananna narararananna, una lieve tendenza a Valeria Rossi ma meno di Chiara, non ho capito perché ogni tanto si scuote tutta a destra e sinistra, per il resto bella voce, discreta insomma, non noto particolari stecche, mi sembra che mi urli nell&#8217;orecchio di continuo e non capisco perché debba continuare ad urlare, per il resto il brano è di una banalità disarmante, forse perfino troppo banale per competere ai vertici, ma cara Annalisa, non disperare, quasi sempre alla fine vincono pezzi come il tuo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-af146bbb-1c03-439d-ae89-8992e078a10c.html">Nesli &#8220;Buona Fortuna Amore&#8221;</a>: perché un uomo si fa chiamare Nesliii? Ci sono rimasto maleeeee quando l&#8217;ho visto&#8230; il brano è un po&#8217; cantilenanteeeee, e alla Vasco Rossiiiii, dei peggiori tempiiiiii, sembra più un testo da reppeeeeeeer, ma nell&#8217;insieme non è malissimooooooo, potrebbe essere Vasco Rosiiiiii che scrive una canzone con Jiovanottiiiiiii.<br>
Ma ripeto nell&#8217;insieme non è malissimoooooo. Forse tutto sommatoooooo di questa serata mi pare uno dei miglioriiiiii.</p>
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		<title>Giustizia (stralcio di romanzo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jan 2015 15:33:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8230;.. Passai la notte stranamente rilassato, non rivedevo i miei giorni passati, non soffrivo pentendomi, la vissi come una notte normale, come se nulla di diverso dal solito dovesse accadere. Oggi è il giorno in cui mi uccideranno, la stanza in cui mi trovo è bianca, come il tunnel che si dice ci sia dopo [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">&#8230;..</p>



<p class="wp-block-paragraph">Passai la notte stranamente rilassato, non rivedevo i miei giorni passati, non soffrivo pentendomi, la vissi come una notte normale, come se nulla di diverso dal solito dovesse accadere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi è il giorno in cui mi uccideranno, la stanza in cui mi trovo è bianca, come il tunnel che si dice ci sia dopo la morte, ma ora sono ancora prima, sono ancora di qua.<br>L’infermiere è arrivato a prelevarmi, mi chiedo a cosa serva un infermiere, a cosa servano medici, aghi sterilizzati e quant’altro quando sappiamo benissimo che non morirò prendendo qualche malattia.<br>Il buco per l’ago nella vena potrebbe prenderlo anche mia mamma, non mi sono mai drogato e le mie vene sono sane e ben visibili.<br>Non avrei mai pensato di fare queste considerazioni a pochi metri dal patibolo ma che vuoi, alla fine non c’è molto altro da pensare. Colpevole? Lo sono.<br>Pentito? E perché dovrei pentirmi? Tutte quelle persone si meritavano ciò che ho fatto. Lo meritavano i loro genitori almeno, meritavano e meritano tutta la sofferenza che vivranno per il resto delle loro vite. Trovo che sia divertente l’ironia del fatto che io invece non soffrirò più.<br>-Prigioniero. Perché ride? Abbia rispetto per queste persone a cui ha portato via qualcuno di caro.<br>Vorrei tanto poter morire col sorriso, ma temo che quelle iniezioni mi faranno perdere la possibilità di controllare i muscoli del volto rilassandoli come se fossi svenuto.<br>Trovo sia davvero un peccato.<br>Ora stanno infilandomi l’ago, sorrido al medico, all&#8217;assassino. Assassino né più né meno di me, anzi forse ne ha uccisi più lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8230;..</p>



<p class="wp-block-paragraph">-da &#8220;Cuore&#8221; Stefano Giolo-</p>
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