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	<title>Immagini Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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	<title>Immagini Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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		<title>Torna da me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2017 13:13:05 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Il suo fratellino se ne era andato ormai da due anni, un anno, sette mesi e ventidue giorni. E tre ore per l&#8217;esattezza, o almeno così avevano detto quelli della polizia. I minuti non era dato saperlo perché il corpo era stato trovato troppe ore dopo e la precisione di queste cose diminuisce nel tempo. Lo avevano trovato in un prato, stringeva forte il suo Batman, l&#8217;eroe che avrebbe voluto essere ma che quella volta non era riuscito a salvarlo. Non aveva piovuto, era un giorno di un tardo settembre e il bel tempo aveva contribuito a mantenere le tracce pulite e a non adulterare il piccolo corpicino in anticipo. L&#8217;avevano trovato sdraiato a faccia in giù nella terra senza nessun segno di violenza ma troppo lontano da casa per poter esserci arrivato da solo. Solo ad un esame più approfondito trovarono nel sangue Arsenico e nello stomaco una discreta dose di Coca-Cola. Probabilmente una forma moderna dell&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Acqua_tofana">acqua Tofana</a> offerta da chissà chi. Il corpo era poi stato pulito in ogni suo punto, rivestito e lasciato in quel punto senza lasciare traccia alcuna. Neppure nelle celle telefoniche, neppure orme nel prato. Non vi erano tracce di violenza, non vi erano tracce e basta. Arsenico a parte. Quello era stato lasciato come a indicare volutamente la causa della morte. Una domanda rimasta inespressa era stata quella di perché occuparsi di far sparire ogni traccia ma non usare un metodo meno <i>palese&nbsp;</i>dell&#8217;arsenico. I colpevoli non furono mai trovati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Era un mattino di un anno, sette mesi e ventidue giorni e tre ore dopo del momento, che le avrebbe cambiato per sempre la vita e suo fratello, congelato nei sei anni che aveva quando aveva lasciato questo mondo era&nbsp;lì di fronte a lei immobile dall&#8217;altra parte della stanza. Poteva essere solo un&#8217;ombra, un&#8217;allucinazione, una delle tante volte che lo aveva immaginato fino quasi a vederlo, poteva essere una di quelle immagini che vedi di sfuggita con la coda dell&#8217;occhio e poi se ne vanno quando le focalizzi ma era lì. Era ancora lì nonostante gli si stesse avvicinando. Il volto era più magro di come lo ricordasse, come se la pelle faticasse a rimanere su e tendesse a cadere come nel volto di un vecchio, sembrava quasi trasparente e fragile come carta velina, chiara e incartapecorita. Eppure sembrava così lui, così vivo, così rosa al contempo. La osservava silenziosamente con quel suo sguardo che ti trapassa, non sbatteva mai le palpebre. Non lo noti mai che una persona le sbatta, ma fu il contrasto forte di non vederlo accadere che le gelò il sangue e la fece fermare.<br>
&#8220;Andrea. Sei tu?&#8221; disse.<br>
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; rispose lui.<br>
Lacrime calde e copiose sgorgarono come una cascata improvvisa dagli occhi della ragazza. Le sue preghiere erano state esaudite?<br>
Il bambino alzò le braccia allungando le mani verso lei, il palmo di una mano aveva qualcosa di strano, che tolse d&#8217;improvviso l&#8217;entusiasmo alla ragazza. Il bambino iniziò ad avanzare lentamente con movimenti innaturali come se le ginocchia riuscissero a muoversi solamente di pochi centimetri, come se le caviglie non fossero in grado di flettere. Il palmo della mano avvicinandosi mostrò che cosa lo rendeva strano, la pelle era aperta e attraverso si vedeva un osso.<br>
&#8220;Andrea&#8230; sei tu?&#8221;<br>
&#8220;Agggnna, ffei gù?&#8221; rispose lui.<br>
Prima, quando lo aveva sentito parlare aveva sentito parlare aveva questa stessa pronuncia strascicata e marcia o le era sembrato normale? Non ne era più sicura. Non era più sicura di nulla se non del gelo che sentiva partire dal petto verso il collo. Solo una volta ricordava di essere rimasta così bloccata dal terrore. Era piccola e doveva lanciarsi da quello scivolo altissimo al parco acquatico, era stata poi spinta da un bambino ed era caduta nello scivolo, presa dal panico aveva rischiato di affogare una volta arrivata alla piscina e il bagnino l&#8217;aveva salvata, ora provava quel terrore ma anche il soffocare di dentro all&#8217;acqua e non sarebbe arrivato nessun bagnino.<br>
Sentì la pelle di suo fratello toccare l&#8217;avambraccio, una pelle molle come frutta andata a male e ruvida come cartapecora. La parte molle doveva essere quella più vicina all&#8217;osso. Una pelle fredda come non aveva mai sentito nulla. Le provocò un brivido che la scosse abbastanza da strappare via il proprio braccio dalle grinfie di quella cosa.<br>
&#8220;Gnaggna noo puuura&#8221; disse quella cosa ma era già alle spalle mentre la ragazza prendeva lo slancio per correre.</p>



<span id="more-4692"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Era accaduto solo poche ore prima, o almeno quella era l&#8217;impressione. Aveva lasciato casa di Giovanni giusto dall&#8217;altra parte della via e stava andando a casa. La mamma di Giovanni aveva appena chiamato mamma per avvisarla, c&#8217;era freddino ma Andrea pregustava già il caldino che avrebbe trovato in casa e le braccia amorose che lo avrebbero accolto, aveva una bella famiglia lui, non come quella di Giovanni che aveva il papà che lavorava sempre via. Fu mentre era immerso in questi pensieri che vide arrivare un&#8217;auto veloce, gli frenò accanto. Per un momento aveva pensato che sarebbe stato investito ed invece no, non accadde. La mamma si sarebbe arrabbiata tantissimo se fosse stato investito. Fece per girare attorno alla macchina ma un uomo scese e lo guardò fisso.<br>
&#8220;Ciao bambino, che ne dici, lo vuoi un dolcetto?&#8221;<br>
Andrea rimase un paio di istanti a penarci. Troppi. Mezzora dopo era in un posto che non conosceva. Aveva dormito durante il viaggio. Doveva essere sotto terra, o forse erano solo le finestre chiuse ma era buio. Vide accendersi delle candele attorno. Era sdraiato su di una pietra fredda, sembrava il piano della cucina di mamma ma molto più grande, e non bianco. Non riusciva a vedere molto perché non riusciva a muovere la testa se non di poco, sentiva le braccia e le gambe bloccate ma era stanco, troppo stanco per cercare di spingere di più.<br>
&#8220;Tranquillo piccolo, non muoverti, sono la dottoressa&#8221; disse una voce accanto a lui. Non era una voce familiare ma non ricordava la voce della dottoressa. Anzi era quasi sicuro di aver avuto un dottore. &#8220;Se non ti muovi non ti farà male&#8221; continuò la voce. Il dottore glie lo diceva sempre prima di fagli le punture. Ed era vero. Una volta aveva provato a muoversi e si era staccato l&#8217;ago e gli aveva fatto tantissimo male, e mamma si era agitata e anche il dottore e poi aveva pianto e alla fine la puntura glie l&#8217;avevano fatta di nuovo da un altra parte quindi probabilmente era davvero meglio stare fermo.<br>
Le candele si erano accese una ad una attorno a lui, erano a cerchio. Non aveva mai visto una medicina così, e a dire il vero non gli sembrava di essere ammalato.<br>
&#8220;Dov&#8217;è mamma?&#8221; disse.<br>
&#8220;Tranquillo, è qui. Dall&#8217;altra parte della porta, ti senti stanco vero?&#8221;<br>
&#8220;Sì&#8221;<br>
&#8220;Sei stato poco bene. Mamma ti ha portato qui, e ora ti dobbiamo curare, ma tu stai fermo e tranquillo vedrai che tra poco starai bene&#8221;<br>
Vedeva attorno delle ombre muoversi ma non capiva la direzione da cui arrivava la voce, era come se molte voci sotto questa sussurrassero, gli ricordava un po&#8217; il rosario, o le litanie in chiesa. Lo facevano sentire tranquillo perché don Mario è un uomo buono e anche se si annoiava tanto a sentirlo sapeva che gli faceva bene anche se non aveva mai visto il dottore con don Mario nella chiesa. Aveva l&#8217;impressione di poter girare la testa e riusciva a muovere le braccia.<br>
Fu una sorpresa riuscire a girarsi del tutto e trovarsi a faccia a faccia con un bambino identico a sé. Stava volando a faccia in giù su un bambino identico a sé. Salì più in alto osservando la dottoressa e gli infermieri muoversi nel buio. Indossavano strani vestiti come quello di mago Merlino ma neri. Poi tutto scomparve all&#8217;improvviso.<br>
Era in salotto. Era in salotto immobile in piedi e Anna stava entrando dalla porta. Sembrava strana, come fosse diventata più alta. I capelli erano diversi, con delle strisce più chiare, e il viso era un po&#8217; più allungato, era strana.<br>
&#8220;Andrea. Sei tu?&#8221; le sentì dire, era come se la voce venisse da lontano, come essere dentro a una scatola e sentire il suono provenire dall&#8217;esterno.<br>
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; non gli venne niente altro di più intelligente da dire ma anche il suono della propria voce sembrava distorto e lontano, aveva avuto l&#8217;impressione che muovere le labbra e la lingua fosse terribilmente difficile, ma questo non aveva a che fare con il fatto che il suono era come non provenisse da dentro di se ma da fuori da una scatola. La lingua, la bocca, le gambe, le braccia, tutto sembravano come quando capita di sedersi troppo a lungo sulla gamba e questa perde sensibilità. Era così l&#8217;intero corpo.<br>
Anna sembrava strana, quasi allarmata, forse doveva solo andare da lei e abbracciarla. Probabilmente e un abbraccio forte avrebbe fatto bene ad entrambi. Le braccia sembravano così pesanti alzandole.<br>
&#8220;Andrea&#8230; sei tu?&#8221; sentì dire come se la voce provenisse da ogni direzione. Qualcosa non andava. C&#8217;era qualcosa di strano e forse quella non era sua sorella. Perché sembrava così cresciuta?<br>
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; disse. La ragazza, sua sorella, sembrava bianca e spaventata, era rimasta immobile con la bocca aperta. Andrea decise di avvicinarsi a lei e toccarle il braccio. Avrebbe sempre potuto scegliere se scappare o abbracciarla.<br>
&#8220;Anna, ho paura&#8221; disse. Lei strattonò via il braccio e cominciò a correre.<br>
&#8220;No Anna, aspetta&#8221; disse provando a seguirla. Lei era sempre stata più veloce ma questa volta raggiungerla sembrava ancora più difficile del solito. Era come se le gambe rispondessero in ritardo e il sentirle intorpidite non aiutava. Ad ogni passo sembrava cedessero anche se non sentiva il consueto formicolio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Gno Gnnana aappaasaaa&#8221; quell&#8217;essere continuava a urlare alle sue spalle, non aveva il coraggio di voltarsi. Entrò in camera e sbatté la porta. La chiuse a chiave e si infilò sotto la scrivania. <em>Cosa sta accadendo?</em> Rimase in attesa con la testa tra le mani e le lacrime che piovevano come una fontana. In casa non c&#8217;era nessuno che avrebbe potuto aiutarla e salvarla. Salvarla da cosa poi? Cos&#8217;era quella <em>cosa</em>? Forse se l&#8217;era solo immaginata.<br>In fondo non c&#8217;era più alcun rumore da un po&#8217;. Forse avrebbe dovuto uscire da quella stupida scrivania e tornare fuori dalla stanz TUMP, TUMMP. TUMP. La <em>cosa</em> batteva alla porta e faceva i suoi versi, era ancora lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci aveva messo più del previsto a raggiungere la porta, Anna si era chiusa dentro a chiave.<br>
&#8220;Cosa succede Anna? Perché sei scappata? Ho paura!&#8221; disse mentre batteva sulla porta con i palmi&nbsp; delle mani. Avrebbe voluto piangere ma non sgorgavano lacrime. Batté più forte ma dopo alcuni tentativi accadde qualcosa che non credeva possibile. Tre dita della mano si ruppero senza dolore. Erano piegate verso il centro della mano. Si fermò a guardarle e si sedette a terra.<br>
&#8220;Ti aspetto qui&#8221;, disse &#8220;quando stai bene.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa fuori dalla porta smise di battere. Passarono alcuni minuti e di nuovo le parve che la realtà si aggiustasse, è strano come siano veloci ad attenuarsi nella le situazioni assurde. O che riteniamo assurde. Passarono solo alcuni minuti prima che ricominciasse a pensare che doveva essere stato tutto un sogno. Non c&#8217;era niente fuori di quella porta al di fuori dell&#8217;immaginazione, niente di cui aver paura. Presto sarebbero arrivati mamma e papà e avrebbero sorriso di tutto questo quando glie lo avrebbero raccontato. Non c&#8217;era nulla da temere.<br>
Si alzò e avvicinandosi lentamente alla porta ascoltò con attenzione i suoni.<br>
Nessun rumore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anna finalmente aprì la porta, sembrava ancora un po&#8217; spaventata ma molto meno di prima, era il momento di abbracciarla, sarebbe stata di sicuro subito meglio, e sarebbe stato meglio anche lui. Era il momento giusto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella&nbsp;<em>cosa</em> era ancora lì, non fece in tempo ad evitarla. Le braccia molli e secche al contempo avevano una forza spaventosa mentre bloccavano il collo della ragazza. Provò a dimenarsi ma non riusciva a colpire quello che sembrava così tanto il suo fratellino, non riusciva ad opporsi rischiando di farne violenza. Si mise a piangere mentre faticava sempre più a respirare. Pianse. Non le era rimasto altro.<br>
Pianse mentre osservava, da fuori, il proprio corpo a terra.<br>
Andrea, bello come era stato due anni fa, le porgeva la mano ed assieme si allontanarono da quello che ormai era un guscio di carne morta.</p>
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		<title>Perché ho smesso di scrivere poesie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Sep 2017 16:12:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Scrivevo molta più poesia un tempo. Ho scritto sempre molto, ricordo il primo racconto che ho scritto era qualcosa come il 1990. avevo otto anni, forse nove. Raccontava di un viaggio nello spazio in cui io, nel 2017 andavo su Marte e incontravo una popolazione aliena, ma non era fantascienza, utilizzava il cliché inizio novecentesco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivevo molta più poesia un tempo.<br />
Ho scritto sempre molto, ricordo il primo racconto che ho scritto era qualcosa come il 1990. avevo otto anni, forse nove. Raccontava di un viaggio nello spazio in cui io, nel 2017 andavo su Marte e incontravo una popolazione aliena, ma non era fantascienza, utilizzava il cliché inizio novecentesco della perdita di sensi momentanea a distinguere la parte reale da quella immaginaria, un trucco mutuato da Poe o da altri scrittori della sua epoca. Avevo descritto la morte da dentro il morente descrivendo una serie di deformazioni sensoriali e poi la sua resurrezione in questo mondo alieno. Non spiegavo se il protagonista fosse morto davvero o no, se fosse inteso come reale o no tutto quanto accadeva dopo. Avevo otto anni, era il mio primo racconto e non so dire da dove venisse, avevo letto <em>Il Richiamo Della Foresta</em>, <em>20.000 leghe sotto i mari</em>, forse qualcosa di Salgari non di più. La mia vocazione era lì. Nello scrivere. Nella tensione. Nello sperimentare. Nel crossover di generi. L&#8217;anno prima avevo imparato per la prima volta cosa fosse quello che le persone chiamano amore. L&#8217;amore di bimbo, sia chiaro, ma il mio piccolo cuoricino era esploso per la prima volta con le conseguenze imprevedibili con cui esplode un cuore quando un cuore esplode. Amavo anche i chiasmi. Ci vollero altri tre anni prima che esplodesse di nuovo per quel ricciolo su una fronte. Esplose la poesia in quegli anni.<span id="more-4566"></span>Non sapevo quanta ne avrei scritta, nel frattempo scrivevo lettere. Ricevevo e scrivevo lettere non saprei dire da quante persone, mi chiedo se qualcuno le conservi ancora, io le ho buttate quasi tutte. Centinaia. Tra il 97 e il 98 credo di averne scritta una ogni singolo giorno, molti giorni più di una. Fare qualcosa per così tanto tempo con tale frequenza non può non creare una dipendenza. All&#8217;epoca scrivevo con una stilografica. Scrivevo anche in poesia. Quasi ogni giorno. Credo di aver superato il migliaio di poesie, sperimentavo in quel modo, sperimentavo in quel mondo. Lo feci fino al 2003 con risultati via via più soddisfacenti. La mia emotività era sfogata con quello, l&#8217;unico modo di sfogare un fiume, un mondo, una sofferenza, una gioia, un tutto che trasbordava come un bicchiere pieno in cui continui a versare acqua da una bottiglia infinita. Era il mio modo di fermare un po&#8217; di quell&#8217;acqua e cristallizzarla immobile come una fotografia, pensavo avrebbe fatto bene riprenderla quando ci fosse stata siccità. Pensavo che avevo così tanto da buttare fuori da dare, da regalare che perderlo in un tombino di scarico sarebbe stato uno spreco. Durò fino al 2003. Non avevo mai trovato un tombino vero prima di allora. Era lì che mi attendeva ed era la cosa più bella che potessi incontrare.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">Sono in una gabbia di cristallo,<br />
in una maledetta cazzo di gabbia di cristallo.<br />
E potrei scappare se volessi, se non fosse così fottutamente bella.<br />
Sono in una gabbia di cristallo<br />
e non so più come uscirne, ne so come sono entrato.</p>
</blockquote>
<p>Lo scrivevo allora. Non sapevo quanto quella gabbia sarebbe divenuta il mio vestito, la mia corazza, il mio scheletro, la mia essenza. Scrissi le mie poesie più belle come una stella che prima di spegnersi diventa enorme e brucia tutta se stessa, raggiunsi l&#8217;apice e mi spensi. La siccità era arrivata, il tombino aveva assorbito ognuna delle mie emozioni. Il paradosso è che prima mi tolse l&#8217;ansia, poi la paura, poi la rabbia, poi la tristezza e solo da ultimo l&#8217;amore. Fu l&#8217;esperienza più bella che avessi mai provato ma di me non rimaneva più nulla che valesse la pena essere pronunciato, figurarsi scritto su un foglio. Smisi in quel momento di scrivere in poesia. Ci provai ancora, sì. Credo di aver scritto almeno altre due sillogi complete dopo quel momento. Carta straccia.<br />
Presidio di razionalità incapace di provare ciò di cui voleva disquisire.<br />
C&#8217;era qualcosa di buono in questo. L&#8217;assenza di ansia, di rabbia, di paura sono qualcosa a cui molti ambiscono (Tenetevele, io vi dico, tenetele strette al cuore ed amatele e vivetele) e mi resero sfacciatamente più forte negli anni. Ma mancava qualcosa: la capacità di provare empatia, di piangere, di gioire, di credere nelle piccole cose. Se non provi paura tutto è privo di valore perché non ti interessa perderlo, se non provi ansia tutto è insipido perché o lo raggiungi o lo lasci andare senza ricerca spasmodica. Tutto privo di valore. Smisi di scrivere quando rilessi quello che avevo scritto un tempo. Potevo leccarne ancora l&#8217;acqua liquida scorrere tra le righe, le parole bagnate trasudavano ancora ogni emozione, la trasudano ancora oggi. Quello che scrivevo era secco e nero come la lingua di un uomo morto di sete. Vorrei dire pieno di ulcere ma le ulcere sarebbero state emozione, sarebbero state rabbia e non c&#8217;era neppure quella. Quello che scrivevo era morto. Io ero morto. Tutto era morto. Era come fotografare pareti di cemento che mi stringevano dentro me stesso, una uguale all&#8217;altra seppure con nuove parole, ricerche, sperimentazioni. Una uguale all&#8217;altra. Una</p>
<p>uguale</p>
<p>all&#8217;altra.</p>
<p>Poi mi hai preso per mano e trascinato. Ero ancora quella lingua secca e morta ma tu mi trascinavi inerte avanti e indietro. Aprivo gli occhi ogni tanto, poi li richiudevo, poi li riaprivo, poi sparisti. Anche se ci sei ancora là fuori, almeno tu. E credo ci sarai sempre. Non so quanto tempo passò, una pietra non conosce il tempo. Ed era come se il tempo fluttuasse tra un oggi e un passato remoto e un futuro e un imperfetto come immagini che appariranno e scomparvero e stanno illuminando quello che accadde pochi istanti fa come nei sogni. Poi però ero di nuovo un pezzo di pietra a terra, arido, o forse di terra secca e crepata grigia. Arrivasti tu. Piantando un seme? Non saprei ma la mia testa era aperta, una crepa in fronte e ci guardavi dentro, mentre stavi versandoci dell&#8217;acqua. Non mi volevi trascinare in giro, stavi curandomi o curando il seme che avevi piantato. Te ne sei andata perché non ti coglierò mai o non mi sono lasciato cogliere, stai fuggendo per sempre forse, non ne ho idea.<br />
Fui a terra. Ero terra. Terra secca e non più dura roccia. Nasceva qualcosa nella mia testa. Un sogno, una realtà, un mondo dentro cui posso guardare e vedere muoversi vite ed ogni vita mi parlava e raccontava. Non erano capaci di provare emozioni perché io non sapevo darle a loro. Non erano capaci di provare emozioni perché raccontavano di quello che ero.<br />
Poi sei arrivata tu, sembravi un porto pieno di emozioni, esplosioni, incredibili pulsioni, ti sfiorai il volto e si gelò la mano. Ero o non ero un pezzo di terra secca? Ti sfiorai il volto e si gelò la mia mano perché eri un pozzo. Di nuovo un pozzo di fronte a me. Non lo temevo. Infilai la mano dentro e ne estrassi la rabbia, l&#8217;ansia, ogni paura. Infilai la mano nel pozzo e ne estrassi la paura, la rabbia, l&#8217;ansia mordendole e respirandole e vivendole, non fu un tentativo di togliertele da dentro. Non mi importava, cosciente di quanto sarebbe un vano tentativo, ma fu desiderio di riprendere quello che avevo perduto. Estrassi dal pozzo rabbia, paura, ansia e me ne nutrii come una bestia col sangue che cola dalle fauci, li conoscevo ormai quei pozzi, vi ero già morto non mi spaventavano più. La rabbia, la paura, l&#8217;ansia mi resero più forte di quanto sia mai stato, più forte di quanto divenni perdendole. Ero incapace di controllare le nuove vecchie emozioni, incapace di equilibrio in tutto quel troppo. Non te ne andasti tu, ti cacciai per salvarci. O per lasciarti distruggerti, poco conta. Non tornerò mai. E poi piove. Piovve. Piove. Piovve riempiendo il mondo come un bicchiere vuoto che arriva velocemente al colmo e piove ancora. Mentre mi giravo dall&#8217;altra parte in faccia un abbraccio. Senza un preavviso. Come uno schiaffo. Il cuore battere forte come non avesse mai battuto prima. E scrivo in poesia. In costante disequilibrio tra un&#8217;emozione e l&#8217;altra imparo a domarle e viverle come un&#8217;acrobata su un filo appeso tra due torri nel vento, ed è la paura a reggermi in piedi, l&#8217;ansia, la rabbia che mi fai provare e qualcos&#8217;altro. E vorrei fotografare emozioni, farne trasudare dalle parole tutto quello che scoppia come una fontana ma soprattutto vorrei sentirmi libero di viverle, di essere, di vivere.<br />
Di essere</p>
<p>di vivere</p>
<p>di essere</p>
<p>vivere</p>
<p>essere</p>
<p>vi</p>
<p>es</p>
<p>sì</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Chiudere gli occhi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Mar 2017 21:51:52 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ho sempre fatto. Quando sono stanco, quando nella testa le cose non mi ci stanno più e devo lasciare che decantino, chiudo gli occhi. Ormai è un riflesso incondizionato che credo di portarmi dietro fino da quando ero un bambino. Non è solo <em>riposare gli occhi</em> si tratta proprio di non farci entrare più dentro le cose, la luce, le persone, i luoghi e lasciare per un po&#8217; che i pensieri e tutte le cose che già ci sono entrate si riposino, un po&#8217; come aspettare a versare in un imbuto e guardare l&#8217;acqua che ruota nel gorgo e scende. Quel tanto da lasciare che ci sia altro spazio. Allora posso riaprirli. Il meccanismo è talmente consolidato che ha dei suoi automatismi e dei suoi riti. Se la luce è troppa devo necessariamente posare la parte rigonfia ed esposta dell&#8217;attaccatura dei pollici alla mano sugli occhi e strofinare, li sento secchi e resto immobile così per qualche secondo. Se invece sto camminando in genere prendo un riferimento a terra, la linea delle mattonelle ad esempio e continuo a camminare con gli occhi chiusi. Poi li riapro e guardo se sono rimasto a camminare in linea retta o no. In genere ci riesco e poi mi chiedo se qualcuno che mi veda da fuori si accorga o meno, se facendolo io barcolli o sembri camminare normalmente. Spesso mi succede in auto, quando sono passeggero, e le persone parlano a voce alta di<span id="more-4296"></span> cose inutili e che non mi interessano ma che non riesco a <em>scodare</em> abbastanza in fretta da ignorare. Le cose dette entrano dalle orecchie nella gran parte delle persone ma nel mio caso chiudere gli occhi equivale comunque a staccare dal mondo, come se fosse la luce, l&#8217;immagine a fissare le parole nella testa.<br />
Oggi le cose da pensare venivano da dentro, dai ricordi, dalle stronzate dette da qualcuno, dalle scelte. Oggi chiudere gli occhi era necessario perché le cose non entrassero più ma anche perché l&#8217;imbuto si svuotasse sia dal basso che dall&#8217;alto lasciando travasare tutto purché qualcuno smettesse di versare ancora. Un buon amico mi ha chiesto di uscire, sapeva di non potermi svuotare la testa ma sapeva anche che a volte urlare le cose, in faccia a qualcuno è meglio che tenersele dentro. Un buon amico queste cose le sa, le percepisce. Sa che è utile anche solo a rimetterle in ordine e guardarle una ad una. Mi ha dato appuntamento al <em>Dubliners</em>. Non ci andavo da&#8230; dall&#8217;ultima volta. Lo ricordo perfettamente da quanto, 76 giorni. Circa. Giorno più giorno meno. La chiamata ricevuta quel giorno, gli eventi precipitati. Tutto.<br />
Ho chiuso gli occhi.<br />
Li ho chiusi mentre <em>Gazzè</em> cantava la sua <em>Comunque vada.</em> Dalle casse stavano uscendo le sue parole<em> Scappa via scappa via cosa mai sarà/scappa via scappa via non tornerà/Ma resto chiuso e un&#8217;amica si frantuma/in un istante un grido svaniscono parole quasi mute/immagini sfinite e il sogno delle sue bugie/marcite intorno alla mia stanza/Curiosità lontana torna fra i pensieri/come giovani farfalle provano le ali/sconnetto me da tutto e tutti si sconnettono.<br />
</em>Sessantaquattro secondi. Sessantaquattro prima che la sua voce e quelle note venissero coperte da un frastuono improvviso. Li ho tenuti chiusi gli occhi. Sarebbe stato comunque tardi per cambiare il tempo ed avevo già compreso cosa stesse accadendo. Prima che il caldo della pelle colpita dall&#8217;airbag mi inondasse il volto ed il rumore dentro la testa della cartilagine del naso spiccasse tra il resto dei suoni prima del silenzio.</p>
<p>Non aveva più senso aprire gli occhi a quel punto.<br />
Lasciai defluire tutto.<br />
Lasciai defluire.<br />
Tutto.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il mago di Oz (La porta del paese delle meraviglie – Sequel)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2017 23:19:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Fu sul tragitto di quella strada, su quei mattoni gialli che affrontai infine il destino che attendevo. Fu quando scoprii il mago dietro al telo, quando dietro al telo scoprii lo specchio che mostrava il mago. Mi scoprii con un cilindro in mano, mi scoprii con una mano nel cilindro, ma non c&#8217;era pubblico a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Fu sul tragitto di quella strada,<br />
su quei mattoni gialli che affrontai infine il destino che attendevo.<br />
Fu quando scoprii il mago dietro al telo,<br />
quando dietro al telo scoprii lo specchio che mostrava il mago.</p>
<p style="text-align: right;">Mi scoprii con un cilindro in mano,<br />
mi scoprii con una mano nel cilindro,<br />
ma non c&#8217;era pubblico a cui mostrarlo.</p>
<p style="text-align: right;">Mi scoprii il mago,<br />
e il pubblico,<br />
e tutto,<br />
e nulla.</p>
<p style="text-align: right;">Tirai fuori la mano ma il coniglio era già fuggito.<br />
Tirai fuori la mano e trovai un orologio rotto.<br />
Il pubblico non applaudì.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il rumore delle cose che iniziano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2017 17:00:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Fare una recensione dei un libro di un&#8217;amica, di una persona che si conosce, non è mai semplice. Se poi si tratta di un libro con questo livello di successo sul mercato la cosa diventa più difficile. Il libro in se l&#8217;ho letto già da diverso tempo, ho iniziato a leggerlo il giorno stesso in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Fare una recensione dei un libro di un&#8217;amica, di una persona che si conosce, non è mai semplice. Se poi si tratta di un libro con questo livello di successo sul mercato la cosa diventa più difficile. Il libro in se l&#8217;ho letto già da diverso tempo, ho iniziato a leggerlo il giorno stesso in cui è arrivato sul mercato ed ho finito pochi giorni dopo. L&#8217;ho letto tutto d&#8217;un respiro, ascoltandone i suoni e le immagini, immedesimandomi negli ambienti creati ad arte quanto un brano di Battiato.<br>Non è facile fare una recensione del genere perché non ritengo che il libro sia privo di difetti e se da un lato evidenziarli sarebbe un delitto e probabilmente più un gusto personale, nasconderli sarebbe quantomeno falso, ma in tutta quella bellezza, dall&#8217;inizio alla fine, in tutta quella bellezza delle immagini, delle situazioni della delicatezza ogni difetto in questo libro scivola in secondo piano, coperto dai suoni, dai rumori di qualcosa di bello.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter wp-image-3869 size-medium"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="198" height="300" data-attachment-id="3869" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/il-rumore-delle-cose-che-iniziano/7019579_1437636/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?fit=660%2C1000&amp;ssl=1" data-orig-size="660,1000" data-comments-opened="1" data-image-title="Il rumore delle cose che iniziano" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?fit=660%2C1000&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=198%2C300&#038;ssl=1" alt="Evita Greco: il rumore delle cose che iniziano" class="wp-image-3869" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=198%2C300&amp;ssl=1 198w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=317%2C480&amp;ssl=1 317w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=66%2C100&amp;ssl=1 66w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=16%2C24&amp;ssl=1 16w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=24%2C36&amp;ssl=1 24w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=32%2C48&amp;ssl=1 32w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?w=660&amp;ssl=1 660w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" /><figcaption class="wp-element-caption"><strong>Evita Greco: il rumore delle cose che iniziano</strong></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo due mesi che l&#8217;ho letto, dopo aver lasciato decantatare ogni immagine ed essermene allontanato ho&nbsp;iniziato a scrivere queste parole e di nuovo le ho lasciate decantare in attesa di un non so cosa.&nbsp;Ho sentito paragonare questo libro ad Amelie, il film francese, ed in effetti qualcosa di francese probabilmente c&#8217;è seppure con la terra e la genuinità del nostro territorio. Basta aver incontrato Evita poche volte per rendersi conto che questo libro è molto più&nbsp;<em>lei&nbsp;</em>e che lei è molto più&nbsp;<em>questo libro</em>&nbsp;di quanto il più smaliziato dei lettori possa credere, non è frutto di costruzione né di finzione del marketing, e questo traspare da ogni riga, traspare pure dai difetti a cui accennavo. La testa persa, costantemente in un mondo in cui i significati delle cose sono leggermente disassati dai significati che le altre persone attribuiscono, le persone &#8220;normali&#8221;. Eppure c&#8217;è talmente tanta &#8220;normalità&#8221; in questi personaggi da parere quasi alieni, astrusi proprio per la loro semplicità.<br>Se dovessi paragonare questo libro ad un brano musicale penserei ad <em>Imagine di John Lennon</em>, un brano semplice e semplificato all&#8217;osso e perfetto di per se per questo. Credo sia difficile riprodurre un tale livello di semplicità ed immediatezza. Lasciamo perdere i riferimenti errati al mondo della subacquea o ad altri tecnicismi analoghi, è l&#8217;emozione ciò che passa, il desiderio di guardare nella propria vita e chiedersi perché dobbiamo essere così complicati ed è proprio lì, mentre ci si chiedere queste cose che la trama svolta in un modo che rende quella semplicità la causa stessa, nel bene e nel male, della trama.<br>Un libro da leggere, e da regalare, una piccola perla che entra nel cuore.</p>
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		<title>Ore sogni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 22:28:13 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;idea solo che da lì a poche ore, o giorni avrei potuto incontrarne lo sguardo mi tenne sveglio per giorni. Ero consapevole che non sarebbe accaduto niente di diverso dal solito nulla, era il nostro ruolo che ciò accadesse in questo modo. Ma era qualcosa dentro, qualcosa che non avevo scelto. La cosa che faceva sì che incontrassi quello sguardo in un mondo o nell&#8217;altro, da una parte o dall&#8217;altra del confine onirico. A intervalli regolari. Ed era l&#8217;incontrarla di rado a farmi invecchiare in fretta tra una volta e l&#8217;altra pur di accelerare i tempi.</p>
<p>Non fu che un giorno normale, forse più lungo, forse più silenzioso. Veloce e forte sentivo il mio battito nel vuoto tra le clavicole come a rimbalzare. Fu un giorno come non poteva non essere.<br />
Come non poteva non essere, e nulla più.<br />
Avrei voluto ogni istante poter entrare nel suo mondo. Incontrarla ancora nel suo mondo e scoprirlo vicino o lontano dal mio. Conoscerne sfaccettature che non conosco, amarlo od odiarlo. Avvicinarmi o fuggirne. Esaminare l&#8217;ascendente che nonostante tutto continua ad avere su di me.<br />
Ma era un giorno come un&#8217;altro, come ce ne saranno ancora. Come ce ne sono già stati. Solamente un giorno, un momento, un nulla.</p>
<p>L&#8217;idea solo che da qui a pochi giorni, potrò reincontrarne lo sguardo mi tiene sveglio da giorni, o forse anche ora sto sognando e tutto questo è solo l&#8217;immagine del libro che ho chiuso prima di sdraiarmi.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La torre.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 May 2016 08:41:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Esiste una torre lontana, odiata da tutti, odiata dalla tua genia. Si staglia contro il mondo con sfacciata inutile superiorità. Esiste una torre lontana, visibile da ogni landa di questa terra stanca in cui il mondo è andato avanti. La sorveglia dall&#8217;alto, ridendo con i suoi occhi rossi. La sorveglia dall&#8217;alto, irridendo con i suoi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Esiste una torre lontana, odiata da tutti, odiata dalla tua genia.<br />
Si staglia contro il mondo con sfacciata inutile superiorità.<br />
Esiste una torre lontana, visibile da ogni landa di questa terra stanca in cui il mondo è andato avanti.<br />
La sorveglia dall&#8217;alto, ridendo con i suoi occhi rossi.<br />
La sorveglia dall&#8217;alto, irridendo con i suoi occhi rossi.<br />
Ma io la amo quella torre.<br />
Non per ciò che rappresenta ma per ciò che mi rappresenta.<br />
Il luogo lontano verso cui guardare e sapere che tu esisti, che sei lì, che lotti, che lotterei accanto a te.<br />
Il luogo lontano, all&#8217;orizzonte verso cui guardare per cercare la forza che vive ai suoi piedi.</p>
<p>Chiedimi ancora una volta delle scelte che ti sembrano pavide.<br />
Chiedimi ancora il perché.<br />
Fammi le domande giuste e non ascoltare le risposte.<br />
Guardami solo negli occhi.<br />
Guarda questa luce.<br />
Contiene ogni risposta, ogni coraggio.<br />
Ogni perché.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Lettera sul nulla che è tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 May 2016 23:58:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Continuo a ripetere ossessivo nella mia mente le stesse note &#8220;Nulla cade dal cielo, ad eccezione delle stelle quando, avvolte nel velo della notte, come perle scivolano dal niente dentro ai sogni della gente.&#8221; Una canzone di Gazzè, non un caso, non una scelta. &#8220;Nulla sfavilla al confronto dei lunghi albori sul mare, quando lampi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Continuo a ripetere ossessivo nella mia mente le stesse note</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla cade dal cielo, ad eccezione delle stelle quando, avvolte nel velo della notte, come perle scivolano dal niente dentro ai sogni della gente.&#8221;</em></p>
<p>Una canzone di Gazzè, non un caso, non una scelta.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla sfavilla al confronto dei lunghi albori sul mare, quando lampi amaranto fabbricano martingale di luce sospesa, pendente, a sorreggere l’orizzonte.&#8221;</em></p>
<p>Penso ancora all&#8217;averti vista ed al mio modo nuovo di viverti, l&#8217;unico in fondo che mi sia possibile, l&#8217;unico che la mia mente possa reggere davvero senza che qualcosa straripi e si scontri con qualcos&#8217;altro. Senza che qualcosa vada a cozzare con qualcos&#8217;altro e lasciando che tu faccia di me -involontariamente- qualcosa di migliore, qualcosa che trascenda il mio essere stesso</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,</em><br />
<em>come il pensiero costante di averti vista.&#8221;</em></p>
<p>E non è questione di amore, o di sogno, o di qualsiasi romantico disegno da raccontare in musica, non è un qualcosa a cui anelare o da cui fuggire, è semplicemente ciò che è ed è così che scelgo di viverlo. Semplicemente per ciò che è, di momento in momento. Di ora in ora. Ho lottato una vita a costruire mura, fortificazioni, armi e corazze, ho passato una vita a distruggerle, ho passato una vita a destrutturarmi e ricostruirmi fino ad essere quello che sono oggi, fino a stare bene con me stesso. Solo con me stesso. Trovo sia raro, soprattutto oggi, arrivare ad essere autocompleti, a sentirsi parte di un mondo come entità a se stante in grado di provvedere ai propri bisogni a pieno. E ci sono arrivato oggi. Un oggi così vicino da apparire minuti fa, secondi forse. Ed è lì che ti ho vista. Forse pochi istanti prima. E non importa. Non importa nulla perché il solo guardare le tue labbra, il sentire la tua voce mi rende consapevole che posso essere migliore, che posso dare di più, che quando sto cadendo, mollando, frenando esiste qualcosa per lottare più forte. E non si tratta di lottare per te, per quelle labbra, quella voce, non si tratta di perdere me per quelle labbra, quella voce, per te. Ciò nonostante sono una spinta di cui potrei fare a meno ma di cui non ha senso privarsi, si tratta di lottare nel mondo e non arrendersi mai.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla precipita gli occhi più di abissi o spaccature, se visti da certe alture di nuvole e pennacchi.</em><br />
<em>Il resistere tenacemente di ogni essere vivente…&#8221;</em></p>
<p>E non desidero viverti accanto seppure saprei farlo, non desidero amarti seppure potrei farlo, non desidero lottare per rendere la tua vita migliore benché sicuro di esserne in grado. Benché sia pronto a farlo. Perché esiste un equilibrio, perché oggi la mia vita è migliore di quanto non lo sia mai stata, perché oggi la mia vita è come alla fine di una storia di cui sai esistere un seguito che non conosci, quando ti pregusti l&#8217;idea di cosa potrà essere scoprirne una nuova parte.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla crepita e schiocca tra parole in assemblea, come fa un’idea che di quelle non trabocca ma persevera paziente, finché giunto sia l’istante.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: left;">Ed è così che il concetto stesso di &#8220;averti&#8221; diventa privo di significato, ricoperto di un velo di tempo, come un orologio immobile che abbia acquistato un altro significato e non serva più a segnare le ore.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,</em><br />
<em>come il pensiero costante di averti vista,di averti vista&#8221;<br />
</em></p>
<p style="text-align: left;">Ed ancora il ricordo del tuo sorriso, sta notte, oggi, domani rivolto al mondo -o a chiunque, o non a me, o a me non importa- è motivo sufficiente per divenire migliore rispetto a me stesso senza neppure scegliere di cambiare o essere, senza neppure scegliere.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla interrompe e spariglia le cose ed il loro andamento, come la grandine e il vento, quando ogni chicco è una biglia, e di quell’Alto soltanto furente l’urlo impazzito si sente.&#8221;</em></p>
<p>Perché tu? Non lo so. Non l&#8217;ho scelto. Perché io? Vorrei chiedermi. O perché no? Ma non importano queste domande.  Non è questo che cerco. Non sono risposte. Vivo un altrove da qui, dove queste cose non importano, dove tu esisti come parte in un universo di cui faccio parte io stesso in un tutt&#8217;uno con gli altri, e non è questa stoffa azzurra tra le dita, non sono le parole dette o sentite, o le domande o le risposte a renderci parte di uno stesso uno in cui non conti ne tu ne io. Ma se fossi tu a chiederti perché, perché tu, perché io, non ti risponderò. Voglio solo che il mondo, le emozioni, la vita mi attraversi come quando osservo, sento, vivo ciò che osservo, sento, vivo quel sorriso, quella voce, quell&#8217;anima che sei.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,</em><br />
<em>come il pensiero costante di averti vista.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: center;"><span id="more-3859"></span></p>
<p><iframe class="youtube-player" width="550" height="310" src="https://www.youtube.com/embed/APEz5a513RA?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent" allowfullscreen="true" style="border:0;" sandbox="allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox"></iframe></p>
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		<title>Lo scorrere del tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 May 2016 10:17:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;&#8230;e poi comincerà a sentire le palpebre pesanti, sempre più pesanti&#8221; &#8220;uno&#8221; &#8220;due&#8221; &#8220;tre&#8221; Un orologio. Un orologio da taschino. Si muove a destra e sinistra, lentamente. Lo vedo accelerare quando scende e rallentare fino a fermarsi qualche istante quando sale. Prima da un lato e poi dall&#8217;altro. Troppo lentamente per essere credibile. La lancetta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;&#8230;e poi comincerà a sentire le palpebre pesanti, sempre più pesanti&#8221;<br />
&#8220;uno&#8221;<br />
&#8220;due&#8221;<br />
&#8220;tre&#8221;<br />
Un orologio. Un orologio da taschino.<br />
Si muove a destra e sinistra, lentamente. Lo vedo accelerare quando scende e rallentare fino a fermarsi qualche istante quando sale. Prima da un lato e poi dall&#8217;altro.<br />
Troppo lentamente per essere credibile.<br />
La lancetta dei secondi non si muove.<br />
&#8220;quattro&#8221;<br />
L&#8217;orologio è rotto, segna le sette e diciannove.<br />
Oscilla. Continua nel suo moto imperturbabile.<br />
Lento. Lento e mosso da una catenella in bronzo brunito.<br />
Lento. Lento e mosso da una mano in un guanto di pelle bianca.<br />
È rotto l&#8217;orologio. Segna le sette e diciannove.<br />
&#8220;Cinque&#8221;<br />
È un coniglio.<br />
È un coniglio bianco a reggere l&#8217;orologio. Indossa un panciotto.<br />
Sorride e mi guarda il coniglio bianco. Da sopra quel panciotto elegante.<br />
Mi guarda.<br />
&#8220;Sei&#8221;<br />
Devo fuggire. Non guardarlo.<br />
(Non guardarti).<br />
Devo fuggire mentre l&#8217;orologio si ferma qualche istante a destra del suo volto e scende.<br />
-Sette e diciannove-<br />
Fermo.<br />
E si muove accelerando.<br />
&#8220;Nove&#8221;<br />
Non mi sta più guardando il coniglio bianco, nel suo panciotto, nei suoi guanti.<br />
Non mi sta più guardando il coniglio bianco.<br />
Ha voltato la testa il coniglio e guarda di lato.<br />
C&#8217;è un albero piantato in mezzo al prato.<br />
C&#8217;è un albero piantato in mezzo al prato.<br />
E sotto l&#8217;albero un buco, una tana.<br />
C&#8217;è un albero piantato in mezzo al prato.<br />
&#8220;Dieci.&#8221;</p>
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		<title>Spostamenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Dec 2015 22:39:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non è nulla, è tutto, è qualcosa. Penso, penso ancora decido complotto alle mie spalle e scelgo poi d&#8217;un tratto al vedere il tuo sorriso qualcosa si sposta. Come se cadessi e poi mi spostassi di lato, o come il mondo si spostasse, come se il tuo volto fosse una tessera di quei mini puzzle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è nulla, è tutto, è qualcosa.<br />
Penso, penso ancora decido complotto alle mie spalle e scelgo<br />
poi d&#8217;un tratto al vedere il tuo sorriso qualcosa si sposta.<br />
Come se cadessi e poi mi spostassi di lato, o come il mondo si spostasse, come se il tuo volto fosse una tessera di quei mini puzzle fatti di otto quadrati ed uno spazio e come se questa tessera facesse d&#8217;un tratto due movimenti, in basso, a sinistra o come il resto dell&#8217;universo facesse il movimento opposto.<br />
Non è nulla, è tutto, è qualcosa.<br />
Penso, penso ancora decido complotto alle mie spalle e scelgo<br />
guardo le mie mani -ferite-, le mie dita -morse-,<br />
tremano come sporche, troppo sporche per toccare il tuo viso.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Attese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 16:52:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci. La panca su cui sono seduto è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.<br />
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.<br />
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare. Qualche volta mi capitava di vedere una donna o un bimbo piangere e cercavo di immaginare cosa ci fosse dietro quel volto, quale fosse la storia.<br />
Non accadde da subito, non dalle prime volte, iniziai a pensarci solo dopo quella volta della <i>porta misteriosa</i>.<br />
Sedevo sempre qui. Sulla parete alla mia destra già allora vi era questa mensola e dietro la mensola attraverso una finestra la signora dei biglietti chiacchierava e chiedeva e chiacchierava e chiedeva e chiacchierava ed io la ascoltavo ed ascoltavo le storie, i ricordi, le emozioni delle persone mentre osservavo chi sedeva sull’altra panca giusto sotto gli orari. Le ascoltavo all’epoca non mi veniva in mente di cercarle, di immaginarle, di scavare tra i lineamenti i colori dei vestiti, le espressioni delle persone ignare.<br />
<i>Entra una signora, ora. Porta i capelli lunghi raccolti in una lunga coda ed ha un grande cane bianco, non me ne intendo di cani ma sembra come quello delle pubblicità della carta igienica solo più grande. Sembra affettuoso e lei è distesa e sorridente. Porta un vestito grigio/marrone ma in qualche modo allegro, ricco di movimento, la maglia è morbida e larga e le maniche corte sono a sbuffo e così anche la parte attorno al seno e il collo, la gonna lunga la fa sembrare quasi una donna dei miei tempi, così larga a pieghe morbide. Fa il biglietto alla macchinetta &#8211;</i>Dio quanto era bella la signora dei biglietti quando ero piccolo e chissà che fine avrà fatto, la sua finestra ormai è chiusa da anni<i>&#8211; è così giovane, nel fiore dell’età la immagino felice in questo inizio estate avrà appena finito gli studi e starà andando in collina a ridere e correre con il suo cane e magari con un ragazzo. La immagino con a casa una vespa del modello vecchio, bianca e con i girasoli, non so perché debba prendere il bus se ha una vespa ma probabilmente è per portare il cane con se. La sua aria distesa distende a mia volta la mia anima mentre si siede giusto sotto la bacheca e si accorge che la sto guardando </i>ti accorgesti che ti stavo guardando, non credo avessimo più di dodici anni e il mio sguardo schizzò sulla bacheca all’improvviso fingendo di non starti osservando. Rimasi qualche minuto ancora ad osservare i foglietti appesi sotto quel vetro mentre con la coda dell’occhio cercavo di osservare il tuo volto, il tuo profilo, cercavo di spiare se mi guardassi, di scorgere un lieve rossore, un segno, un sentore. Di non lasciarti scorgere il lieve rossore che sentivo divamparmi dalle orecchie.<br />
Il bus arrivava sempre troppo presto e tu salivi correndo e ti sedevi accanto al tuo gruppo di amiche, io ti osservavo ancora un istante mentre salivo ed andavo a sedermi lontano in attesa di essere trasportati verso scuola.<br />
La porta accanto alla “<i>tua</i>” panca mi era sempre parsa misteriosa. Nei miei sogni poterla aprire era il più grande desiderio, paura, gioia, terrore che potessero esistere. Immaginavo dietro di essa ogni volta un mondo diverso ma sempre in qualche modo misterioso, immaginavo talvolta che fosse solo uno sgabuzzino, altre volte che fosse l’accesso ad una vasta cantina che poteva nascondere di volta in volta incredibili tesori, segreti, delitti. Talvolta credevo vi si nascondesse tutta una base segreta dei militari o l’accesso ad un mondo sotterraneo, o ancora l’ingresso ad un treno sotterraneo o verso l’interno del caveau di una banca, credevo né potessero uscire mostri o agenti segreti o diavoli direttamente dall’inferno o gli antichi egizi.<br />
Di volta in volta, qualcosa di più bello e fantasioso. Passarono anni credo da quando iniziai a fantasticarvi a quando potei scoprire l’ovvia verità.<br />
Una volta quando mi capitò di essere lì da solo, mi alzai e furtivo mi ci avvicinai a quella maniglia sempre fingendo di osservare gli orari, rimasi immobile e teso diversi minuti prima di prendere finalmente il coraggio, ma poi infine trovai la forza di posarvi la mano quasi temendo di ustionarmi o congelarmi o che sarebbe accaduto qualcosa di terribile, che si sarebbe aperta all’improvviso verso l’interno risucchiandomi in un luogo di paura o in un’avventura alla Tom Sawyer. La abbassai il più possibile lentamente ma mentre la sentivo cigolare sentii urlare “<i>Hei ragazzino!</i>”. Finsi di stare perdendo l’equilibrio e di essermi appoggiato solo per quel futile motivo e mi allontanai di corsa.<br />
Ebbi però una soddisfazione, un piccolo passo verso la conoscenza: ora sapevo che la porta era chiusa a chiave e che la signora dei biglietti ne era l’inflessibile guardiana. Lei doveva sapere cosa vi fosse dietro, doveva essere a conoscenza del segreto.</p>
<p><i>Ho dimenticato tanto nella vecchiaia, mi sembra di perdere pezzi per strada e di non ricordare la mia stessa vita, avrei voluto saperne scrivere, non perché gli altri leggessero ma per poterla leggere io ora e ricordarmi ogni dettaglio come ricordo oramai solo quelli più lontani. Forse per questo sono tornato qui, mi sono come risvegliato qui seduto.</i></p>
<p>Quella macchia accanto alla porta. Quella macchia accanto alla porta, non quella scura fatta dall’usura dallo scrostamento dell’intonaco, quella più chiara che sta sotto. Ricordo ancora quel giorno in cui Marchetto fu spinto dai bulli contro la parete.<br />
Marchetto era un ragazzino mite e un po’ sottomesso ed era il preferito dei prepotenti, era il preferito perché si offendeva ma non poteva rispondere, perché era buono e non si sapeva difendere. Non quella volta. Quella volta li vidi arrivare dal corridoio di sinistra, schivarono per un soffio la panca dove ero seduto, Marchetto sbatté contro la panca a destra e dopo aver appoggiato il sedere alla stessa si rialzò arrancando verso la porta a vetri; i tre gradassi invece lo spinsero di lato e andò a sbattere giusto contro lo stipite sinistro. Era in lacrime ed urlava “<i>lasciatemi stare, non vi ho fatto niente, lasciatemi stare!</i>”. In mano aveva uno dei primi succhi di frutta Yoga, probabilmente era stato questo ad attirare su di lui le ire dei compagni. Riuscì miracolosamente a divincolarsi dalle le braccia degli aggressori e in un incredibile impeto di rabbia scagliò contro di loro la bottiglietta che andò a fracassarsi giusto in quel punto sporcando quella parete. Lo vidi aprire la porta e correre, scappare fuori e poi li vidi rincorrerlo un istante prima che tutti uscissero dal campo visivo che la porta mi lasciava a disposizione mentre si chiudeva.<br />
Non so come sia finita perché io ero seduto sulla solita panca ed osservavo il mondo intero da lì. Me lo immaginai a correre e correre come un forsennato e poi girarsi di scatto poco prima che lo raggiungessero per stenderli con un bel pugno sul naso. Un bel pugno a testa e poi fermarsi con le mani ai fianchi a contemplare la propria opera. Non credo andò esattamente così, qualche giorno dopo lo incontrai ed aveva al braccio un gesso e portava dignitosamente un occhio pesto.<br />
Mentre fantasticavo su questo però ero rimasto seduto sulla panca e nel mentre accadde l’inaspettato, l’incredibile. Sentii ancora una volta urlare “<i>Hei Ragazzino!</i>” e poco dopo sentii netto il rumore di una serratura. Istintivamente voltai lo sguardo prima verso la finestra della vendita dei biglietti e la vidi per la prima volta senza la sua signora e subito dopo verso la porta misteriosa.<br />
Mi parve come se il tempo si fermasse o rallentasse all’estremo.<br />
Vidi la maniglia scendere di pochi millimetri, la vidi ritornare al suo posto e poi nuovamente la inclinarsi sempre di più fino a fermarsi, come se il cigolio fosse lungo minuti, ore anni tra l’inizio del movimento e la fine della sua corsa.<br />
Rimase ferma un secolo o due e poi la vidi avanzare un po’, rientrare e nuovamente avanzare con tutta la porta. Vidi la fessura tra la porta e lo stipite aprirsi e vidi da dentro la luce artificiale formare da prima una linea sul pavimento e poi la linea allargarsi e divenire un cuneo. Non credo vi fosse sufficientemente buio perché la luce dalla stanza risaltasse così tanto ma nella mia mente era la luce del paradiso o dell’inferno o di entrambi, la luce di un altro mondo.<br />
Quando la porta fu aperta abbastanza ebbi la sorpresa.<br />
Non sapevo se essere deluso o stupito o entrambi. Dalla porta non spuntò un mostro e neppure il re, e neppure il diavolo o Gesù, dalla porta spuntò la signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino.<br />
La signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino! Ed aveva le gambe ed un corpo! Non mi ero mai posto prima il problema del fatto che potesse avere delle gambe ed un corpo sotto le spalle e mi accorsi solo ora che le avesse, che fosse una signora come quelle che prendono l’autobus, come quelle che camminano per strada, che dovesse tornare a casa la sera, avere forse dei figli un marito, una vita. Mi cambiò molto questo fatto. Capii allora che tutte le persone hanno dietro una storia, hanno dietro qualche cosa che non si può sapere, e pensai a tutto questo mentre cercava invano di far andare via quella macchia di succo ottenendo solo il risultato di allungare la striscia e sbiadirla un po’.<br />
<i>Anche oggi quando vedo un ombra arrivare ad oscurare il vetro della porta aspetto con ansia di vedere la sua mano raggiungere la maniglia all’esterno della porta centrale, di vedere la maniglia abbassarsi, di vedere il cuneo della luce sul pavimento ed in esso il riflesso della persona che sta entrando, quasi con lo stesso stupore della volta che si aprì invece la porta misteriosa. Questo è un signore distinto di mezza età, ha in mano un libro, il suo portamento è quello di un uomo che ha vissuto molto ma anche quello di uno che ha ancora molto da vivere. Sicuro di se ed al contempo umile. Fa un cenno alla ragazza col cane e si siede sulla panca di fronte a leggere con le gambe accavallate. Credo che questo sia il suo momento di rilassamento, il momento in cui con soddisfazione può leggere in pace forse tra una giornata di lavoro e il rientro in una famiglia piena di ragazzini allegri e rumorosi, deve averne più di uno perché sembra benestante ed ha il volto di un brav’uomo. Di certo almeno uno perché quella macchia di cioccolato all’altezza del ginocchio, di lato, sembra essere la bocca di bambino felice.</i><i><br />
</i><i>Porta scarpe eleganti come quelle </i>del controllore che ogni giorno saliva sul bus e ci controllava i biglietti. La prima volta che qualcuno di sconosciuto mi rivolse la parola fu proprio lui “<i>Ti piace proprio tanto quella ragazzina, vero? Perché non ti fai avanti?</i>” disse. Io negai tutto ma aveva ragione, seduto lontano alcuni posti più dietro e sull’altro lato ti osservavo incantato, osservavo il tuo profilo dolce e la tua gota sinistra mentre ridevi con le tue amiche parlando di cosa non so. La osservavo gonfiarsi e sgonfiarsi, osservavo la fossetta crearsi e ricrearsi, riuscivo a vedere anche i bianchi denti talvolta.<br />
Era come un sogno, e parlarti era come interromperlo, e poi parlarti come, dicendoti cosa?</p>
<p>Ti scrissi un bigliettino, non ricordo le parole, sono passati decenni, ma ricordo ancora dove lo misi: sotto la bacheca, poco più a destra del centro vi era una fessura tra il muro ed il legno, giusto sopra a dove in genere ti mettevi. La vedo ancora da qui seduto quella fossetta, il mio scrigno del grande sogno, sperai per giorni che lo notassi, sperai per giorni che facesse da ambasciatore, da colomba, da messaggero. Ma non accadde mai che ti accorgessi della sua presenza. Non ero sicuro neppure che davvero mi avessi mai notato quando avevo l’impressione che i nostri sguardi si incrociassero.<br />
Poi non ricordo molto altro di quel tempo, come se anche questo sia stato cancellato, non ricordo per quanto andai avanti in quel sogno.</p>
<p>Fu solo molti anni dopo, quando ti incontrai, quando ci incontrammo di nuovo e ci amammo che ti portai a prendere quel foglietto e a leggerlo per riderne assieme, ma la tua reazione non fu quella che mi aspettavo.<br />
Stavamo assieme da un po’, non ricordo quanto tempo e tu non credevi che il mio pensiero di te durasse da ormai anni, credevi ti prendessi in giro, fu per questo che ti portai qui, in questa piccola stanza di questa stazione e una volta arrivati alla bacheca ti chiesi di guardare sotto, di vedere il piccolo pezzetto di carta incastrato nella fessura, niente di più di un biglietto del bus con sopra una scritta. Io ridevo, lo trovavo divertente ma poco dopo che le tue dita tastarono la carta e riuscisti ad estrarre ed aprire quel messaggio la tua reazione fu completamente diversa da quella che mi aspettavo: scoppiasti in lacrime abbracciandomi come fosse stata la rivelazione più grande di tutti i tempi, lacrime di emozione, di commozione, di amore immenso scaturito come cascata dal tuo volto. Sentii il calore del tuo respiro sul lato del mio viso e la morbidezza del tuo corpo stringermi forte, sentii le tue lacrime scorrere sulla mia guancia, il profumo del sale e della tua pelle e “<i>Grazie, grazie, grazie</i>”. Fu la prima volta che ti sentii pronunciare le parole “<i>ti amo</i>” la prima di una vita che però sta cadendo a pezzi momento per momento.<br />
<i>Li sto perdendo tutti, li sto perdendo tutti i ricordi di te se non quelli legati a questa panchina e a quel giorno in cui piangendo mi abbracciavi e quell’altro giorno in cui ci hai lasciati. Non ricordo il momento in se, non ricordo il giorno ma l’assenza successiva. La mancanza. Per anni, decenni hai portato al collo una medaglietta con dentro il mio bigliettino, quel giorno -da quel giorno- l’avevo io in mano, una mano non ancora vecchia come quella di oggi ma ancora più tremante. Una medaglietta e due o tre ricordi sono l’unica cosa che mi resta di te, l’unica cosa che resta di te se di noi quello che resta è il ricordo.</i></p>
<p><i>L’ho ancora al collo ora. Non l’ho mai aperta, come la </i>porta misteriosa<i> ho sempre temuto ne uscissero mostri, ricordi terribili per quanto belli, ricordi che mi facessero precipitare nell’abisso dentro di me, ricordi che mi facessero sorridere e rimpiangere di essere ancora qui dopo tutti questi anni. Ma non è forse di ricordi che sono in cerca ora? Non è forse per i ricordi che il mio corpo in un momento senza mente ha voluto portarmi qui?</i></p>
<p><i>L’assenza. Come è possibile ricordare un’assenza ancor più di una presenza? Una mancanza ancor più che un’intera vita?</i></p>
<p><i>Osservo le mie mani tremanti mentre si avvicinano al mio collo, mentre armeggiano per trovare la catenella. La temo e la bramo, ne fuggo e ne desidero la scoperta e mentre le mani tremano la sento cadere e sbattere nuovamente sul mio petto, poi di nuovo le mani a muoversi quasi ansiose quasi non fossero le mie quasi a vederle osservando il mondo da fuori da seduto su una panca di una stazione mentre ti passa accanto.</i></p>
<p><i>Sono vecchie le mie mani, tremanti e vecchie e secche mentre premono il tastino sul lato e la aprono</i><i><br />
</i><i>Armeggiano e mentre il pendaglio si apre vi vedo dentro due piccoli foglietti.</i><i><br />
</i><i>Le mani ne prendono uno e lo aprono, lo conosco, è un biglietto dell’autobus, un biglietto vecchissimo e sopra vi è scritto “Ciao, mi piaci. Se mi vuoi conoscere domani vieni qui con un fiore!”. </i><i><br />
</i><i>Sento scendere una lacrima lentamente mentre osservo le mie mani ancora. Hanno ripiegato il foglietto ed una lo tiene tra l’anulare il mignolo e il palmo mentre entrambe stanno aprendo l’altro. Un altro biglietto dell’autobus, vecchio ma non antico. </i><i><br />
</i><i>“Non avere paura, ti ho cercato amato e conosciuto anche senza un tuo messaggio, dove vado io non c’è bisogno di ricordi, né di paure”.</i><i><br />
</i><i>Vedo un ombra avvicinarsi ora ad oscurare un po’ il vetro della porta da fuori, è un ombra bassa di una ragazzina, la vedo alzare il braccio verso la maniglia e vedo la maniglia abbassarsi senza fare alcun rumore. Vedo anche la maniglia non abbassarsi e mentre osservo la porta aprirsi so che non si sta aprendo affatto.</i><i><br />
</i><i>La vedo lo stesso, la vedo entrare la bambina od attraversare la soglia chiusa, cammina verso di me e ne osservo l’assenza di un riflesso sul pavimento. Sorride,</i> sorridi.<br />
Hai un fiore tra i capelli, un fiore di lavanda, e mentre mi alzo dandoti la mano mi accorgo che anche io sono un bimbo.<i><br />
</i></p>
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		<title>L&#8217;inizio della fine, l&#8217;inizio di un inizio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2015 11:55:06 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Sono sulla fine del progetto che ho messo in piedi dagli &#8220;esercizi di stile&#8221; che ho presentato su questo blog negli ultimi mesi, credo di aver costruito un qualcosa che va molto al di là delle mie aspettative, non so se lo saranno anche di chi leggerà ma per la prima volta dopo dieci anni dalla pubblicazione di &#8220;Contrapposizioni&#8221; ho per le mani un prodotto che mi soddisfi finalmente a pieno e che possa essere paragonabile in termini di sperimentazione e qualità.<br>Scrivendolo ed ancor più componendone le parti mi sono chiesto se mai avrei potuto avere un&#8217;idea sufficientemente forte e bella per poter proseguire a scrivere dopo averlo terminato, mi chiedevo se la spinta che ho ricevuto anche grazie a chi mi legge qui sarebbe bastata, se nella mia testa potesse starci ancora qualcosa di nuovo o se la vena si sarebbe nuovamente sopita.<br>Il progetto non è ancora terminato manca una piccola parte del finale -che finalmente ieri come un fulmine mi ha colpito- e la seconda revisione completa ma c&#8217;è una cosa da cui capisco che è in dirittura di arrivo: quando chiudo gli occhi vedo scorrere le immagini del nuovo che deve arrivare, dei suoi personaggi, delle loro storie passate e di ciò che dovranno affrontare.</p>
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		<title>La porta del paese delle meraviglie – Epilogo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2015 17:36:25 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Il rumore che la maniglia produsse fu secco ma chiaro, sentii inizialmente la resistenza alla rotazione e poi dopo un lieve sforzo lo scatto ed il suono del blocco che usciva dallo stipite per lasciare libera lo specchio, la figura accanto a me stava facendo lo stesso e mentre aprivo la porta la vidi sia nel riflesso -finché mi fu possibile- che nella proiezione reale. Fu quando la osservai entrare nel nero del legno che vedevo dietro che mi accorsi che qualcosa non andava.<br>Il vetro si era staccato dal pannello di ebano ma non si aprì alcun passaggio, anzi, una parte si era&nbsp;rimasta lasciando una porta più piccola ancora chiusa.<br>Il cuore mi batté forte in gola forse per la prima volta in questo strano viaggio, batté forte da farmi sembrare di non essere più in grado di respirare, sentii la gola chiusa ed&nbsp;i peli sulla nuca mi si rizzarono mentre misi la mano sulla nuova maniglia che era spuntata. Provai ad aprire un nuovo passaggio ma accadde lo stesso: dopo un secco suono anche questa parte di specchio si staccò dal legno ruotando su cardini che prima erano invisibili e rimanendo a puntare verso l&#8217;esterno vuotamente senza che fosse possibile entrare e lasciando una nuova più piccola porzione di specchio con una nuova e più piccola maniglia, aprii anche questa, ed una ulteriore più piccola, ed un altra ancora, ed un altra. Non so quanto avrei potuto proseguire ma mi fermai.<br>Mi guardai attorno e vidi solo il buio di questo luogo, il pavimento in ossidiana lo specchio ormai aperto e&nbsp;nessun punto di riferimento se non quest&#8217;ultimo. Decisi che l&#8217;unica direzione che potessi prendere era quella perpendicolare a quella che era la porta, era la scelta più logica, lei dava in quella direzione e quella era l&#8217;unica direzione nella quale avrei potuto non perderla di vista troppo presto. L&#8217;orologio segnava le dodici e venti&nbsp;ma non saprei dire se fosse presto o tardi, ne se fosse mezzanotte o mezzogiorno,&nbsp;non contava, l&#8217;unica cosa che qui contava i minuti era quella che meno contava nella realtà, sottile ironia.<br>L&#8217;unica cosa che incontrai camminando fu ad un certo punto una sedia, sola abbandonata di lato e a terra poco più avanti piccolo&nbsp;peso conico&nbsp;di quelli usati nei laboratori di fisica, niente altro. Poi pian piano la luce cominciò ad aumentare, gradualmente. In un primo momento non me ne accorsi neppure ma mentre la luce aumentava il nero lucido del pavimento appariva meno nero, meno lucido virando lentamente verso un marrone opaco e compatto, mentre la luce aumentava dal marrone compatto salivano fili d&#8217;erba prima isolati poi sempre più frequenti, poi nel tempo divenne un prato ed il nero sopra divenne un azzurro quasi accecante popolato di solitari e bianchi nembi, pareva il cielo d&#8217;estate ed il verde dell&#8217;erba era così lucente da essere quasi anch&#8217;esso accecante.<br>Passai accanto ad una tenda ma non mi fermai ad osservarla, osservai il fiore che vi era nato accanto, una margherita gigante bianca ma ancora non mi fermai a vedere quel fiore perché poco più avanti c&#8217;ero io, o il mio corpo, o una mia nuova rappresentazione. Non ero bambino e non ero il giovane invecchiato che vidi nello specchio, ero io.<br>Immobile sdraiato nell&#8217;erba accanto ad un fuoco spento. Seguii l&#8217;istinto, niente altro e mi sdraiai non accanto ma dentro me, compenetrandomi a quel corpo. Chiusi gli occhi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando ho aperto gli occhi, poco fa ero ancora in quel prato, tra le mani una copia di &#8220;Alice Nel Paese Delle Meraviglie&#8221; nella versione originale&nbsp;illustrata da Sir John Tenniel, è aperto su una delle prime pagine &#8220;Alice, key in hand, finds the door to Wonderland/Alice, chiave nella mano, trova la porta del paese delle meraviglie&#8221;. Non ho ancora iniziato a leggerlo, ma credo non lo farò, credo di averne già visto abbastanza per ora, per il futuro invece non c&#8217;è certezza alcuna.<br>Ora voglio solo andarmene di qui, voglio camminare, seguire questa strada di gialli mattoni ovunque essa porti.</p>
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		<title>La porta del paese delle meraviglie – Parte quarta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2015 18:08:01 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mi trovavo lì, immobile, alle mie spalle un mondo, di fronte una porta verso un altro, l&#8217;istinto urlava dentro urlava fuori urlava di chiuderla per sempre.<br />
L&#8217;istinto posò la mia mano, il palmo della mia mano sulla superficie di legno marrone liscio freddo. La pelle del mio palmo caldo sul freddo del legno liscio marrone. Il cuore batteva forte ma calmo ma forte ma calmo batteva il cuore.<br />
Mentre i muscoli del mio braccio iniziavano a tendersi lievemente prima della spinta il mio sguardo cadde oltre la fessura tra la porta ed il nulla e fu quello il momento in cui cambiarono le cose, cambiò la scelta.<br />
Guardai nella fessura che c&#8217;era tra la porta, priva di stipiti, e il rettangolo che ne definiva le dimensioni. Sul lato in cui era aperta lasciava vedere il pavimento nero e lucido della stanza all&#8217;esterno -o all&#8217;interno, non saprei dire- nella mia mano destra il bicchiere tremò un secondo ed abbassai la sinistra allontanando il palmo mentre le mie dita di riflesso si piegavano lievemente tremando.<br />
Dietro di me infuriavano i pappi dei pioppi come in una bufera senza vento, infuriavano e cadevano e volavano e imbancavano ancora.<br />
Guardai la mano abbassarsi come fosse quella di un altro, come se fosse quella di un automa.<br />
Indugiai ancor una volta a guardare come la porta non avesse spessore vista di lato e cessasse di esistere vista da dietro, come il buco da cui avrei potuto passare fosse tale solo visto di fronte. Poi aprii la aprii del tutto, bevvi d&#8217;un fiato il contenuto del bicchiere, lo posai a terra accanto ed  attraversai il passaggio.<br />
Mi parve che la stanza oltre la porta avesse delle lampade in fila sul soffitto, mi parve vi fosse una enorme quantità di porte attorno ma mi sentii un secondo mancare, mi girò la testa come quando si è ubriachi e le porte improvvisamente si allinearono come fossero state una visione sdoppiata di una sola riflessa sul pavimento, le lampade scomparvero anch&#8217;esse e tutto divenne il riflesso del passaggio della luce proveniente dalla porta, ed io al centro del riflesso a barcollare.<br />
Un pappo volava e per un&#8217;istante sembrò un gigantesco cristallo di neve, vi vidi dentro prima la forma frattale tipica di un cristallo, poi tornò ad essere quello che era ma al centro vi era un piccolo omino appeso come ad un ombrello volante, mi parve di conoscerlo ma poi lo scordai. Lo vidi allontanarsi avanti lontano da me, in direzione retta fino a scomparire.<br />
Mi ripresi solo quando alle mie spalle scomparve silenziosamente la luce e ne scomparve il riflesso. Ero in un ambiente piuttosto buio, la flebile luce che mi permetteva di vedere era diffusa e non proveniva da una direzione, mi voltai a guardare e vidi un grande specchio, una porta a specchio con la maniglia sulla destra, ma questa volta con gli stipiti.<br />
Provai a ruotare la maniglia ma sembrava inamovibile.<br />
Girai attorno e vidi che non era invisibile e priva di spessore come lo era stata dall&#8217;altro lato, il retro era un pannello di ebano perfettamente liscio, senza il segno degli stipiti ma già immaginavo si sarebbe comunque aperta in qualche modo pur non muovendo l&#8217;ebano stesso. In basso sembrava raccordarsi perfettamente al pavimento con una lieve curva passando dall&#8217;ebano all&#8217;ossidiana del pavimento perfettamente liscio e lucido.<br />
Tornai di fronte allo specchio e mi fermai ad osservarmi al centro. Fu quello il momento in cui mi accorsi di non ricordare il mio volto, di non sapere che volto o che corpo aspettarmi di vedere. Avevo l&#8217;impressione di essere stato un ragazzino ma ora mi vedevo adulto, le rughe sul viso davano l&#8217;idea di una persona ancora giovane ma segnata dal passato o forse dal presente. Le occhiaie scure dicevano che non dormivo da molto, ma in effetti da quanto tempo ero qui? E dove era questo qui? I capelli rasati e radi erano brizzolati come la barba con il pizzo lungo ed i baffi arricciati all&#8217;inglese, portavo una giacca elegante blu con finissime righe bianche su una camicia azzurra e dei jeans un po&#8217; troppo sportivi per le scarpe marroni eleganti che indossavo. Dalla tasca della giacca usciva la catenella di un orologio a pendolo ma mentre provavo ad estrarlo mi spostai leggermente di lato e la mia immagine cambiò, in modo veloce ma uniforme come se i tratti somatici cambiassero in modo continuo mi ritrovai a guardare l&#8217;immagine di un coniglio bianco in doppio petto con in mano un orologio da taschino, un coniglio in qualche modo antropomorfo ma pur sempre un coniglio. Mi spostai nuovamente al centro e tornai uomo adulto, mi spostai a sinistra e divenni coniglio, mi spostai ancora a sinistra e il coniglio divenne progressivamente una ragazzina, prima il volto e poi il corpo si trasformarono, mi sovvenne un nome, Alice credo, ma era solo come quando un ricordo fa capolino e poi per timidezza si ritira senza mostrarsi. Rimasi a guardarla un attimo in precario equilibrio, ricordavo di averla sognata, averla rincorsa o era solo un parto della mia mente? L&#8217;immagine riflessa di un desiderio?<br />
Mi sbilanciai e mentre facevo perno su un piede per riprendere una posizione di equilibrio mi spostai ancora più a sinistra e vidi alla mia destra qualcosa accadere.<br />
Comparve un ragazzino delle elementari, comparve fisicamente, accanto a me e guardava lo specchio. In quel punto ero ruotato di circa 45 gradi rispetto alla sua superficie e quindi potevo perfettamente vederne il riflesso accanto al mio riflesso, erano l&#8217;immagine della stessa persona, o di me forse, di me come forse stavo ricordandomi. Portavo i capelli corti, con la riga da un lato, addosso avevo un grembiule blu da scuola elementare, le scarpe erano nere di vernice e le calze lunghe arrivavano poco più in basso del ginocchio, poco più in basso del blu. Mi mossi leggermente più a destra e tornò Alice e scomparve i bambini, sia quello riflesso che quello apparentemente fisico che il riflesso di questo. Mi spostai più a sinistra di quanto fossi prima ma il mio riflesso usciva dal campo visivo, così tornai a far comparire i tre bambini, i due riflessi e quello con un corpo. L&#8217;ultimo lo vidi allontanarsi dandomi le spalle come non si fosse accorto di me, camminava di sbieco rimanendo sulla linea dei quarantacinque gradi e feci lo stesso, era come un irrefrenabile istinto a spingermi a farlo, camminai diversi metri prima di girarmi di scatto, e quando lo feci vidi che lui stesso si era girato al contempo e mi osservava, faceva i miei stessi movimenti, identici. Provai ad uscire dalla linea che avevo seguito, mi spostai poco più avanti e poco più indietro, lui si spostava con me e quando non eravamo sulla linea lui scompariva.<br />
Tornai seguendo lo stesso percorso fino allo specchio, lui mi seguì imitandomi come fosse il mio riflesso o come se io fossi il suo. Tornati allo specchio rimanemmo ad osservarci qualche minuto e poi allungammo la mano come per toccarci, ci fermammo un istante prima della linea immaginaria che ci avrebbe permesso di toccarci, poi allungammo la mano e ci attraversammo come fantasmi.<br />
Toccai invece la maniglia della porta, e la ruotai.</p>
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		<title>La porta del paese delle meraviglie – Parte terza</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2015 20:52:45 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Ero ancora lì, accanto alla porta in attesa di un ricordo per sapere cosa attendessi, in attesa che un&#8217;attesa terminasse mentre terminava quello che veniva proiettato sullo schermo, non mancava molto al termine quando iniziò a nevicare nel bosco.<br>Nevicava ovunque nel bosco ma non nella casa di bosco, la neve si posava lieve e immobile ma non si accumulava, cadeva ancora. Non che ci fossero finestre da cui osservarla, non che ci fossero pareti a proteggere ma non c&#8217;era ne caldo ne freddo, ne vento ne bonaccia, e nevicava attorno e sopra e sotto e ovunque ma non nella casa che non era una casa. Nevicava.<br>Pensai per un momento, pensai che era strano non ci fosse freddo, e pensai che avrei voluto&nbsp;aprire il mobile accanto al divano, e che avrei voluto bere un Ballantine&#8217;s, che era un tempo infinitamente breve e lungo che ero qui, che avrei voluto chiudere quella maledetta porta una volta per tutte, che non sapevo cosa stavo aspettando e perché e che quindi era stupido non&nbsp;chiuderla e mentre osservavo cadere la neve cadere i pensieri cadere i ricordi di perché&nbsp;mi sentissi vagamente svenire, come&nbsp;io stesso fossi neve che lentamente scende come se io fossi in qualche modo mondo e&nbsp;questo mondo fosse me&nbsp;si mosse il mobile accanto allo schermo, si aprì, ne uscì una bottiglia di&nbsp;Ballantine&#8217;s che si versò in un bicchiere, la bottiglia alzata si sciolse e si versò nel bicchiere divenendo liquido ambrato, non più di due dita.<br>Feci in tempo in un balzo a guardare la porta chiudersi, lanciandomi verso di essa per fermarla in tempo per infilarvi il braccio e vederlo tranciare tra lo stipite d&#8217;aria nulla e la porta e getti di sangue solo per metà attraversarla di lato e per metà colorarla di rosso subito prima di svegliarmi sul divano.<br>La proiezione dava i titoli di coda e attorno a me infiniti pappi dei pioppi stavano scendendo ed imbiancando il mondo, la casa, il bosco,&nbsp;scendendo lentamente e portando con se la mia mente come fossi io stesso parte di tutto questo scendere, di tutto questo cadere,&nbsp;pensai che avrei voluto bere un bicchiere di Ballantine&#8217;s, pensai che c&#8217;era stranamente freddo quasi come fosse neve a cadere, pensai che forse era ora di chiudere quella porta che forse era il momento di andarsene.&nbsp; Non vi era un confine tra la casa ed il bosco le pareti erano bosco e il bosco era bianco e le pareti erano bianche e tutto era bianco tranne il divano arancione al centro di questo universo e la porta.<br>Chiunque fosse Alice, mi sentii un coniglio.<br>Mi versai un bicchiere dal mobile accanto e mi avvicinai alla porta.<br>Posai la mano sulla porta e poco prima di muovere il braccio per spingerla allungai lo sguardo oltre.</p>
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		<title>La porta del paese delle meraviglie &#8211; Parte seconda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2015 21:31:51 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Ti seguii per lungo tempo, tra i tuoi salti i tuoi scherzi ed i tuoi impegni a correre, correre senza sosta a perdifiato con quell&#8217;orologio in mano, eri la mia Alice ed eri quel bianco coniglio, eri colei di cui anche in assenza potevo innamorarmi incontrandoti e vedendoti ovunque tu&nbsp;non ci fossi e quel simpatico e frettoloso e saltellante animale.<br>Mi mancò il fiato d&#8217;un tratto però, non per la corsa in se, ne per il tuo continuare a saltare e cambiare direzione, ne per l&#8217;assenza del tempo o la mia incapacità di raggiungerti, d&#8217;un tratto mi mancò semplicemente il fiato. Ricordo che fu forse quando compresi il colore dei tuoi occhi, o forse quando mi accorsi che in tutto questo sembravi fuggire da qualcosa ma non esattamente da me, o forse quando notai le tue sopracciglia non curate e per questo perfette.<br>Non ricordo perché mi ero già complicato e tre per tre faceva nove come nove diviso tre faceva ancora tre. E i ricordi arrivavano saltando perché mi ci scontravo e se ne andavano scendendo perché rimanevano lassù da qualche parte.<br>Fu mentre mi trovai senza fiato che vidi le tante porte, in una sala bassa e lunga illuminata da lampade che pendevano dal soffitto, erano tutte uguali e dietro me non c&#8217;era che una porta ulteriore chiusa.<br>Pensai di fare il giro di tutte le porte ma una di queste aveva nella toppa una piccola chiave d&#8217;oro.<br>Girai la chiave ed entrai nella porta.<br>Attorno a me foresta e boschi, monti, odore di quel fuoco che da tempo ruota nei miei sogni inconsci tra il sonno e la veglia tra il dormiveglia e il sonno, e il suono e l&#8217;odore di ogni foglia ed un comodo divano, una stanza ed un bosco e il tutto di un universo compenetrato con la quotidianità di una abitazione senza pareti. Voltandomi vidi la porta, non chiusa, non aperta, ne appoggiata: socchiusa con uno spiraglio di luce entrare. La porta tuttavia era in piedi immobile fissa ma priva di parete.<br>Potei girarvi attorno ed osservarla da un lato presente e viva con lo spiraglio di luce delle lampade che entrava e lasciava il suo segno sul pavimento, dall&#8217;altro scompariva inesistente introvabile introvata impensata. Per un&#8217;istante me ne scordai o forse non era mai stata lì e mai ero passato da quello strano mondo a questo mondo strano, non ricordo effettivamente come andò, ricordo che camminai e mi ritrovai accanto una porta, non aperta, non chiusa, ma socchiusa, non più introvata ne impensata ma presente, la toccai ed era reale in questo casa priva di pareti e ricca di boschi, vi girai attorno e scomparve, nuovamente o per la prima volta?<br>Non lo ricordo.<br>Ma trovai una porta d&#8217;un tratto, socchiusa e mi sedetti sul divano ad osservarla, nel televisore davano un cartone animato e ricordo che ti riguardasse ma non ricordo di averlo visto prima, parlava di una bimba opposta a te fisicamente ma col tuo sorriso e la tua libertà e leggerezza, una bimba dal vestito azzurro ed i capelli lunghi biondi in uno strano mondo di funghi e carte e bruchi e conigli ed aspettai.<br>Aspettai accanto alla porta, dove non importa il tempo assente, il tempo veloce e fuggente, dove non importa alla porta chi porta qualcosa o chi non porta, non importa. Ciò che importa resta la porta, ancora aperta per un po&#8217; e l&#8217;attesa di qualcosa che non si sa cosa sia, di qualcuno che non si sa chi sia ma si sa che sei tu, coniglio, Alice o orologio che sia, rimasi in attesa di te consapevole che quella piccola chiave d&#8217;oro era ancora la fuori, che forse tra un salto e l&#8217;altro avresti scelto, o forse no.<br>Non importa. Comunque sia è una porta ed essa porta verso un nuovo mondo mio tuo o nostro non importa, le porte sono infinite ed io attenderò ancora, dietro questa finché finirà questa proiezione e poi&#8230;</p>
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		<title>La porta del paese delle meraviglie &#8211; Parte prima</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2015 19:34:10 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Ti&nbsp;vidi su di una panchina, abbracciata&nbsp;a tu&nbsp;sorella la quale leggeva, rimasi ad osservare il tuo volto pieno e vivo come quello di chi non sa soffrire che per istanti nonostante fossi seria ed annoiata,&nbsp;ti osservai sbuffare da lontano nascosto dietro un cespuglio.<br>Incantato ed incapace di mostrarmi, di parlarti, di palesare la mia presenza. Tante volte ti avevo immaginata, avevo osservato altre mentre non c&#8217;eri immaginando fossi tu e lasciandomi innamorare anche della loro presenza nella tua assenza, immaginarmi te davanti a me a muoverti e correre e sorridere, osservare i&nbsp;-non- tuoi capelli muoversi e saltare e supporre di conoscerti ed ora ero lì a guardarti finalmente di nuovo. Immobile bloccato.<br>Ero lì mentre passò quello strano coniglio:&nbsp;&#8220;Povero me, povero me! Farò tardi!&#8221; diceva, e quando il coniglio tirò fuori l&#8217;orologio a cipollotto dal doppio petto vidi il tuo sguardo stupito ma non come chi vede qualcosa di assurdo, stupito come qualcuno che vede qualcosa di bello ed inaspettato ma non incredibile, uno sguardo così naturale da rendere naturale a me il vedere questo strano personaggio saltellare di tutto punto vestito.<br>Ti osservai da lontano seguirlo, forse un po&#8217; geloso lo ammetto perché lui si era palesato anche se involontariamente, ti osservai osservarlo entrare nella sua tana e pochi istanti dopo cadervi dentro.<br>Ti seguii.<br>Caddi o volai, non ricordo il vento dell&#8217;aria contro la pelle, non ricordo la paura della caduta se non per un&#8217;istante, era come se invece di scendere fosse il mondo a salire ed io immobile, vidi credenze e mobili, comodini, mi parve di cadere o salire miglia e miglia, non ti vidi più mentre scendevo e forse neppure dopo non lo so perché cominciai d&#8217;un tratto a complicarmi.<br>Ricordo di non ricordare cosa pensassi nell&#8217;istante stesso in cui lo pensavo e di ricordare ricordi passati di passati invissuti, ricordo che come al solito quando mi annoio cercai di calcolare cose, la velocità di caduta in base a punti di riferimento, la larghezza del corridoio verticale che mi pareva scorrermi addosso, ricordo di aver provato a calcolare quanti anni avessi ma non ricordavo quando fossi nato, e di contare quante dita avessi ma dopo essere arrivato a ventitré ricominciai e arrivai a due, e provando nuovamente erano quindici o trentatré ma poi ricordo di non ricordare se davvero quelli fossero i numeri e poi pensai che era una buona idea provare a calcolare i miei anni e mi fossi ricordato quando sono nato o quanto veloce andasse il suono, non ricordo eco o effetto doppler ma ricordo che i pensieri rimbalzavano sulle pareti e se pensavo verso il basso i pensieri correvano correvano senza tregua e se pensavo verso l&#8217;alto dimenticavo in fretta cosa non so perché non lo ricordo.<br>D&#8217;un tratto il pavimento o il terreno o il dove stavo andando mi raggiunse.<br>Mi ritrovai seduto.<br>Poco lontano&nbsp;un coniglio stava allontanandosi, indossava un doppio petto e reggeva con una zampa un orologio a cipollotto, sembrava agitato e frettoloso &#8220;Orecchi miei, baffi miei, come è tardi!&#8221; disse e si voltò un istante verso di me, ma non aveva baffi, non aveva orecchi o forse si nascosti da quei suoi bei capelli che contornavano&nbsp;un volto umano e dolce, pieno e vivo come quello di chi non sa soffrire che per istanti&nbsp;per nulla&nbsp;serio&nbsp;o annoiato, e perché avrebbe dovuto poi esserlo, ma neppure pieno della tensione e della fretta di chi corre per qualcosa che non ha scelto, il&nbsp;tuo sorriso era quello di chi sa cosa sta facendo e con la frenesia della gioia di fare, la gioia dell&#8217;inquietudine del non saper stare con le mani in mano e correvi, correvi, correva con quell&#8217;orologio il coniglio bianco dal volto umano, correvi lontano ed io dietro te con il tuo sorriso dentro.</p>
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		<title>Non portarmi con te ad un concerto, non sarò lì.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 17:12:07 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Sono stato a non so quanti concerti nella mia vita, e non so con quante persone nel tempo, nello spazio, tra le dimensioni.<br>I concerti per me si dividono in due macro categorie, la prima è quella in cui vado ad ascoltare musica, la seconda è quella in cui vado a incontrare musica.<br>Oggi sono qui, la folla mi attornia, di fronte a me una ragazza dai capelli ricci mi ricorda qualcuno, si muove come immersa nel mondo del suono, la vedo sorridere pur non vedendone il volto e&nbsp;ne riconoscerei il sorriso. Accanto a me una vecchia amica con cui condivido una passione del tutto musicale e di ricordi di mare, di monti, di tramonti Corsi e dell&#8217;odore di quel fuoco, e di fonte a lei immancabilmente la donna più alta del mondo a spostarsi ovunque lei vada. Due donne nascondono il loro affetto reciproco che non è d&#8217;amicizia pura e tra rockers e persone raffinate la folla si mescola in caleidoscopiche combinazioni di colori e di volti, persone si muovono all&#8217;unisono pendendo dalle labbra di una cantante non più così giovane come un tempo ma d&#8217;una carica immensa, ed io lì al centro di un mondo fino. Non saprei come descriverlo con una parola diversa. Fino come carta velina e sfocato e distante come lo sfondo di un ritratto in primo piano, io sono lì accanto alla sua voce, neppure il suo volto e niente esiste attorno, non esistono le braccia fini della ragazza di fronte a me, non esiste la mia amica, le due amanti, non esistono i metallari e le signore raffinate, i cartelli, e i salti.<br>Da fuori devo sembrare del tutto intontito, silenzioso, spento mentre dentro si muove un mondo di immagini colori e sensazioni e ricordi di mare di chitarre di un letto grande del volto di una vecchia amica che non vedo da troppo tempo e che continuerò a non vedere per troppo tempo ancora e che forse incontrerò&nbsp;un giorno altrove, da un altra parte in un altro quando dove e perché.<br>Non è così magra come un tempo sul palco la voce, formosa più di quando faceva preoccupare il suo pubblico e con quel vestito mi ricorda un altra voce accanto all&#8217;orecchio a suonare quella chitarra per me, all&#8217;orecchio, mentre con pezzi di specchio distrutto tra le mani cercavo immagini che mi dicessero chi ero e non le vedevo, le ombre ne nascondono il volto e le labbra si trasformano in quelle labbra che sapevano ascoltare e parlare e dire e amare pur senza amare ed essere salvezza costante. Sento quella chitarra acustica lontana da tutti i suoni entrare dentro come un pugno, come quel pugno che sentisti dentro un giorno davanti alla porta di casa quando pronunciai quelle parole. E scivolo nei meandri di altri istanti di un auto a vagare per ore nel nulla di un mondo che era tutto tra le due porte e nulla al di fuori.<br>&#8220;Accontentarsi di niente&#8221; è una frase che ruota nel cielo di questo ambiente chiuso azzurro di nuvole chiare d&#8217;un giorno d&#8217;estate tra i papaveri&nbsp;&#8220;accontentarsi di niente&#8221; in qualunque modo tu voglia leggerlo è la risposta. Tra lo scegliere di arrendersi o il lottare all&#8217;infinito e ruota nell&#8217;essere, nell&#8217;etere, come sdraiato sopra di me fiori&nbsp;a forma di&nbsp;mani a muoversi nel vento creato dai suoni ed il sole delle luci e dell&#8217;amore che viene scagliato da un palco quasi sputato di rabbia e per questo vivo.<br>Ho passato anni ad accumulare ricordi, ho passato anni a vivere mondi diversi unendo in me infinite esperienze cozzanti diverse intersecanti che esplodono in momenti in cui vivo la musica o creo e poi d&#8217;un tratto quasi un istante dopo essere iniziato, due ore e più&nbsp;tardi, le urla gli applausi ed accanto a me ancora la mia vecchia cara amica, le due&nbsp;amanti segrete e tutti gli altri mentre si accendono le luci ed è ora di tornare.</p>



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		<title>Innamorarsi in assenza (La porta del paese delle meraviglie &#8211; Prequel) (edited)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 16:30:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[*il&#160;post è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale* Osservarti di spallementre non ci sei,osservarti tra la folla muoverti come so di per certo ti moveresti se fossi qui,anche se non ti ho mai vista ad un concerto, anche se non ho mai visto le tue braccia alzarsi, anche se non ti conosco ancora davvero. Osservarti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><span style="color: #ffffff;"><em>*il&nbsp;post è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale*</em></span></p>



<p class="wp-block-paragraph">Osservarti di spalle<br>mentre non ci sei,<br>osservarti tra la folla muoverti come so di per certo ti moveresti se fossi qui,<br>anche se non ti ho mai vista ad un concerto, anche se non ho mai visto le tue braccia alzarsi, anche se non ti conosco ancora davvero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Osservarti di spalle<br>con i tuoi capelli ricci, il tuo collo lievemente&nbsp;scoperto, le tue spalle anche se non sono tuoi<br>ed innamorarmi un istante un po&#8217; più di te anche se non ti ho mai amata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Innamorarmi di te che non sei qui, di te che non ho ancora amato<br>ma chissà,<br>il tempo cambia le cose, cambia dentro cambia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Innamorarsi ancora un po&#8217; di un&#8217;immagine che potrebbe essere o non essere di te<br>o di ciò che di te conosco<br>o di te suppongo di conoscere</p>



<p class="wp-block-paragraph">eppure&nbsp; in tutto questo sembra esserci un<br>flebile<br>filo<br>di certezza insensata<br>mentre l&#8217;unica sensata è che quella non sei tu<br>è solo&nbsp;l&#8217;immagine che si sta creando dentro di te in me.</p>
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		<title>Je ne suis pas Charlie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jan 2015 20:41:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[Lottiamo tutti per la libertà di espressione.Almeno quando la satira non prende in giro noi o i nostri valori. Molti di quelli che oggi sono Charlie ieri volevano censurare questo, che per carità, non mi mette particolarmente di buon umore né mi fa particolarmente piacere, ma la libertà di espressione deve valere per tutti o [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Lottiamo tutti per la libertà di espressione.<br>Almeno quando la satira non prende in giro noi o i nostri valori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti di quelli che oggi sono Charlie ieri volevano censurare questo, che per carità, non mi mette particolarmente di buon umore né mi fa particolarmente piacere, ma la libertà di espressione deve valere per tutti o solo per chi non offende la nostra sensibilità?<br>Perché chi vuole censurare immagini come queste dovrebbe forse farsi un esame di coscienza prima di sentirsi Charlie. Io non mi sento Charlie, io condanno l&#8217;atto terroristico, ma non mi sento Charlie. Voglio che Charlie si senta libero di fare satira, ma non mi sento e non mi riconosco in Charlie.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/01/ravelo.jpg?ssl=1"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="209" height="300" data-attachment-id="3573" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/je-ne-suis-pas-charlie/ravelo/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/01/ravelo.jpg?fit=556%2C800&amp;ssl=1" data-orig-size="556,800" data-comments-opened="1" data-image-title="ravelo" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/01/ravelo.jpg?fit=556%2C800&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/01/ravelo.jpg?resize=209%2C300&#038;ssl=1" alt="ravelo" class="wp-image-3573" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/01/ravelo.jpg?resize=209%2C300&amp;ssl=1 209w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/01/ravelo.jpg?w=556&amp;ssl=1 556w" sizes="auto, (max-width: 209px) 100vw, 209px" /></a></figure></div>
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		<title>Uno sguardo di fiori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Nov 2014 22:02:50 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Quante volte ho iniziato a scrivere qualcosa che iniziava con &#8220;osservando il tuo sguardo?&#8221; ma è da lì che parto a creare mondi, da uno sguardo, da un sorriso talvolta e il tuoi non sono come altri, non sono gli unici al mondo, non sono i migliori ne i peggiori ma sono i tuoi, e così osservo il tuo sguardo, gli occhi chiari ad osservare me mentre osservo il mare dietro te, osservo il tuo sorriso -mai malinconico- rivolto nella mia direzione aprirsi come uno squarcio di luce nel cielo.<br>Penso alla semplicità vera e sincera di quel sorriso in grado di raccontare e dare e parlare, il sorriso di una persona che sul treno ancora guarda la gente e non un lucido vetro lucente pieno di immagini e parole vuote ed irreali, uno sguardo che profuma di inchiostro di carta di libro di lettera scritta a mano, di mani che si toccano davvero, di abbracci e di odori e di colori e di vita reale.<br>Credo di poter immaginare l&#8217;odore della tua pelle come immagino l&#8217;odore di un mondo intero attraverso quegli iridi, attraverso gli istanti fissati in immagini che resteranno indelebili. Attraverso i sogni che faccio viaggiando e guardando le persone salire e scendere dal treno, attraverso i fogli che faccio viaggiando e guardando le persone salire e scendere dal treno. Li attraverso.<br>Penso ad istanti distanti di stantii ricordi che segnarono sofferenze senza speranze nel silenzio.<br>Penso alle aspettative mancate, ai sogni distrutti e ti osservo come fossi tu che puoi estrarre un anima dal fango, come i tuoi occhi fossero di un angelo e il tuo sorriso ali, poi mi volto e mentre fuggo so di non essere in quel fango da tempo, ma so che non è il tuo sguardo che cerco, so che non è il tuo sorriso, so che non è la tua bellezza, la tua delicatezza, so che non è l&#8217;odore di carta, di inchiostro, di treno, di viaggio, di mare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cerco un me che ho ritrovato nel tempo, tornando indietro, un me che si era perso dentro il profondo di certezze tombali e pietre. Non ho il tempo di rincorrere, sperare, credere valutare, non ho il tempo di correre, cacciare di andare contro il vento contro il mondo e contro il tempo<br>Non ho il tempo di stare a tempo.<br>Sto rincorrendo me stesso, sto conquistando me stesso, sto conquistando il mio mondo ritrovato, il mio passato; il futuro può aspettare, lo incontrerò comunque, diventerà comunque oggi. Ma domani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non posso cogliere un fiore che non saprei curare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non posso cogliere un fiore che non saprei curare.</p>
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		<title>Ricordi aquilani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 01:47:22 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi ho fatto uno strano percorso, un po&#8217; per caso. Google ha attivato una funzione nuova su google maps, qualcosa che mostra le mappe che hai visitato in precedenza, e così un po&#8217; per caso sono capitato di nuovo a l&#8217;Aquila.</p>
<p>Ci ho passeggiato con Street View, ho passeggiato in quelle vie che ricordo ancora come fossero le vie della mia città, la zona rossa che ricordo meglio delle vie di dove abito ora da pochi mesi. Ho camminato da piazza del duomo, giù verso il palazzo del governo e ancora fino ad arrivare sul ciglio della strada a vedere dall&#8217;alto i palazzi, e a seguire la strada fino alla casa dello studente.<br />
La differenza è stato che per la prima volta ho visto i palazzi intatti, ricordo ancora ogni crepa, ricordo i palazzi per arrivare alla casa dello studente, uno con un piano crollato in un ala e quindi con un ala abbassata rispetto al resto, uno con gli apartamenti che si vedevano da dentro, ricordo le case sventrate, quella vasca da bagno, quell&#8217;accappatoio ancora appeso, e per la prima volta ho visto tutto intatto.</p>
<p>Il guaio è che non c&#8217;è poco o nulla oggi di intatto e quelle immagini risalgono a ben prima del terremoto, risalgono a ben prima di come la ricordo, di come si è impressa, incisa nella mia anima e mi sembra di poter girare le strade e guardare un palazzo e poter dire &#8220;andatevene, tra poco questo palazzo non esisterà più&#8221;, &#8220;andate via, questa parete crollerà&#8221;, &#8220;uscite, questa casa cederà&#8221;&#8230;</p>
<p>L&#8217;emozione è tanta ed è strana, è come vedere un&#8217;altra città, ed invece sto vedendo quello che doveva essere, che doveva continuare ad essere, quello che vogliono farci credere che sia ancora.</p>
<p>Non so se sarebbe più giusto eliminare quelle immagini o preservarle per sempre come ricordo indelebile di come era, certo bisognerebbe far vedere al mondo come stanno le cose nella realtà, quanto è stato ricostruito davvero.</p>
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		<title>Del suo sorriso, della bellezza.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 12:35:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni difetto, fisico o psicologico che fosse. Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni cosa che non fosse il mio cuore, o forse il cuore di chiunque abbia un minimo, infinitesimo gusto per la bellezza: la bellezza in genere, non i visi, le donne, non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni difetto, fisico o psicologico che fosse.</div>
<div id="_mcePaste">Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni cosa che non fosse il mio cuore, o forse il cuore di chiunque abbia un minimo, infinitesimo gusto per la bellezza: la bellezza in genere, non i visi, le donne, non i paesaggi, non i tramonti estivi in lidi caraibici, la bellezza in genere, un ideale più alto.</div>
<div id="_mcePaste">Un sorriso di quelli che immagini sorridere anche quando chi lo porta sta piangendo, un sorriso che anche nel momento più drammatico avrebbe la capacità di farti pervadere da un senso di bene profondo.</div>
<div id="_mcePaste">Quel giorno ero ad una festa, difficilmente ricordo neppure cosa si festeggiasse, c&#8217;era molta gente e poca che si conoscesse ed in mezzo a tutta quella gente d&#8217;un tratto vidi un sorriso, uno di quelli che ti entrano dentro e poi non li puoi più scordare. Un sorriso di quelli che potresti passare su tutto il resto, di quelli che saprebbero donarti un gioia anche nel peggiore dei momenti.</div>
<div id="_mcePaste">Che bel viso, pensavo, no non tanto il viso in se ma il sorriso, quelle labbra così&#8230;. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che potresti essere la persona più brutta del mondo che la tua bellezza lascerebbe alle spalle ogni altro pensiero. Che poi non ce ne è il bisogno perché non è solo il sorriso ma tutto, come è la forma del tuo collo, il seno pronunciato e ben formato e&#8230; no in effetti forse qualcosa&#8230;. ma no, quello sguardo, quel sorriso&#8230; il sorriso, quelle labbra così&#8230;. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che&#8230;. e poi improvvisamente ti girasti e non riuscii più a vederti, a trovarti.</div>
<div id="_mcePaste">Nei giorni successivi mi misi a cercare nelle foto, nelle foto di amici, ovunque il tuo viso finché non riuscii, nella foto di un amico, a scorgerlo. Si, in realtà era una foto di oscena ubriachezza, il mio amico in una posa plastica a mimare qualcosa che non vorrei pronunciare qui aveva come sfondo il tuo sorriso che guardava giusto verso la fotocamera, forse dietro la fotocamera, forse me dietro la fotocamera. Ma non voglio illudermi di un tale sogno.</div>
<div id="_mcePaste">Eri tu. Cioè quello che conoscevo di te. Tutto quello che conoscevo di te.</div>
<div id="_mcePaste">Tutto quello che avrei conosciuto se mi fossi fermato a quel punto.</div>
<div id="_mcePaste">E così cominciai a chiedere di te, arrivai a lasciare nel locale ed altrove copie della tua foto, ovviamente dopo aver rimosso la parte oscena, a pubblicare su internet questa mia ricerca di quel sorriso, la ricerca della bellezza, non in senso puramente estetico ma in quel senso più alto che puoi comprendere solo quando ti ci trovi dinnanzi. E quando la trovi non puoi lasciarla sfuggire, non puoi che perpetrare la tua ricerca, vivere quel sogno. Non era amore, affetto, sentimento, non è mai stato nulla di questo, ma ricerca della bellezza, solo della bellezza.</div>
<div id="_mcePaste">La ricerca andò avanti per mesi, anni forse, non lo so, non ne ho più memoria ormai, vidi quel sorriso per pochi istanti talvolta sul volto di altre ma scompariva in un attimo perché non vero, perché non tuo.</div>
<div id="_mcePaste">È all&#8217;improvviso che oggi sei tornata come un fantasma del passato all&#8217;improvviso. Un trafiletto sul giornale che parla di te, c&#8217;è la tua foto, c&#8217;è finalmente il tuo nome, e c&#8217;è l&#8217;addio di chi ti ha amato.</div>
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		<title>I dimenticati d&#039;Abruzzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 14:31:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Gatti Centri storici abbandonati, strade invase dalle macerie, 30 mila ancora sfollati, 15 mila senza lavoro. Nuovi alloggi già deteriorati. Viaggio nei luoghi martoriati dal terremoto. Sedici mesi dopo le scosse (19 agosto 2010) Il centro di Sant&#8217;Eusanio Forconese foto di Fabrizio GattiQualcuno ha chiamato per nostalgia il numero della sua casa pericolante. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://lespresso.it/attualita/cronaca/2010/08/19/news/i-dimenticati-d-abruzzo-1.23576" target="_blank" rel="noopener noreferrer">di Fabrizio Gatti</a></p>
<p><strong>Centri storici abbandonati, strade invase dalle macerie,  30 mila ancora sfollati, 15 mila senza lavoro. Nuovi alloggi già  deteriorati. Viaggio nei luoghi martoriati dal terremoto. Sedici mesi  dopo le scosse</strong></p>
<p><!-- fine SOMMARIO --> <!-- inizio TESTO -->(19 agosto 2010)</p>
<div><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" src="https://i0.wp.com/data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/eol/eol2/2010/08/19/jpg_2132780.jpg?resize=220%2C331" alt="Il centro di Sant Eusanio Forconese foto di Fabrizio Gatti" width="220" height="331" /> <em>Il centro di Sant&#8217;Eusanio Forconese<br />
foto di Fabrizio Gatti</em>Qualcuno ha chiamato per nostalgia il numero della sua casa pericolante. E un bel giorno ha sentito rispondere. &#8220;Chi parla?&#8221;. &#8220;Chi parla? Ma chi sei tu?&#8221;. Quello dell&#8217;Aquila è stato il primo grande disastro italiano nell&#8217;era della comunicazione. E la comunicazione non può aspettare. È per questo che Telecom, secondo quanto è stato detto ad alcuni sfollati dallo sportello clienti, sta assegnando ad altri i numeri dei contratti sospesi dopo il terremoto.</p>
<p>Comincia così l&#8217;oblio. Ti cancellano dall&#8217;elenco telefonico. Non dalle bollette di abbonamenti tv, luce, gas che continuano ad arrivare. Almeno in città c&#8217;è il popolo delle carriole a tenere vivo il ricordo su cosa non è stato fatto. Ma nei paesi della provincia come Sant&#8217;Eusanio Forconese, Castelnuovo, Poggio Picenze i centri storici sono giorno dopo giorno sempre più estranei. Sempre più lontani dalla quotidianità. Immagini spettrali di un mondo ora rinchiuso dentro le facciate di legno pressato delle new town. Ci siamo giocati anche la seconda estate per avviare i lavori. Tra un mese in Abruzzo arriveranno il freddo e il maltempo. Se ne riparla dopo il prossimo inverno. E nessuno può ancora prevedere quando torneranno abitabili quei comuni: il 2015, il 2030, mai?</p>
<p>Lo show ha funzionato. Hanno dato appartamenti dignitosi e casette di legno a 18 mila persone e, a guardarle dal resto dell&#8217;Italia, sembra che tutti abbiano avuto un tetto. Invece il grosso resta ancora da fare. Rimuovere le macerie, avviare la ricostruzione vera nei centri storici, i più colpiti. E soprattutto riportare in città quanti si trovano nelle stesse condizioni di sedici mesi fa: 15 mila senza lavoro e 30 mila sfollati di cui 3.500 ospitati ancora negli alberghi sulla costa adriatica, secondo i dati calcolati a inizio agosto dal Comune dell&#8217;Aquila. Da quando il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ha passato i poteri di commissario delegato al presidente della Regione, Gianni Chiodi, i cittadini abruzzesi sperimentano ogni giorno cosa significhi il motto stampato sullo stemma del capoluogo: &#8220;Immota manet&#8221; c&#8217;è scritto, resta ferma. E infatti nei centri storici dei paesi non si muove nulla. Scavalcate le transenne che sbarrano le<span id="more-2447"></span> strade ci si ritrova a camminare su macerie e pezzi d&#8217;arredamento calcificati. Si fatica a capire dove finivano le case e cominciavano le vie. Erbacce e rovi ricoprono di verde e fiori selvatici la distruzione. Uno specchio rotto appeso alla parete. Un triciclo schiacciato dalle pietre. La culla di un bimbo. Lo scricchiolio di una persiana sbattuta dal vento. Si sale e si scende tra cumuli e voragini. Un odore umido di cantina e sabbia bagnata si diffonde dalle finestre senza vetri. A Poggio Picenze la foto di quella notte è immortalata nei panni stesi ad asciugare al balcone di una casa che non c&#8217;è più. Un lavandino continua a gocciolare. Il lampione stradale ti guarda dal basso, piegato in due, spento per sempre un anno e quattro mesi fa. <script type="text/javascript">// < ![CDATA[
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// ]]&gt;</script></p>
<p>I nomi delle piazze li leggi sulle targhe ad altezza di polpacci. Decine di facciate sono pronte a crollare. Come a Sant&#8217;Eusanio, paese di Mimmo Srour, 62 anni, titolare a L&#8217;Aquila di uno studio di ingegneria civile, messo a capo all&#8217;assessorato provinciale alla Ricostruzione inventato per l&#8217;occasione dalla giunta di centrodestra. L&#8217;assessore Srour prima del disastro stava con il centrosinistra. Ora è accusato dal Pd locale di essere il responsabile della sconfitta della presidente uscente, Stefania Pezzopane. Il terremoto non sbriciola soltanto il cemento. E poi c&#8217;è il peso prevedibile del prossimo inverno, il secondo. La neve, il ghiaccio, le infiltrazioni d&#8217;acqua. Senza lavori di consolidamento, anche le case soltanto danneggiate stanno via via cadendo. Il centro di Sant&#8217;Eusanio è fermo all&#8217;alba del 6 aprile 2009: a parte le erbacce e i cespugli di lavanda, lo scenario è lo stesso di quando la prima luce del giorno mostrò ai sopravvissuti cosa era rimasto. Hanno puntellato solo la chiesa e, per proteggere gli operai, gli edifici della piazza. Nel farlo, si sono lasciati prendere la mano. Hanno montato tralicci e puntelli a ridosso della canonica. Senza considerare che andava demolita. La canonica ora non c&#8217;è più e l&#8217;immenso castello di metallo è rimasto lì a sostenere l&#8217;aria tersa di fine estate. Uno spreco: un tubo zincato venduto in esclusiva dalle Acciaierie Marcegaglia costa 3,40 euro al metro, i giunti cardanici 1,98. Puntellare una villa può valere 60 mila euro. Un palazzo 500 mila. Sempre soldi pubblici.</p>
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		<title>Draquila, L&#039;Italia che trema (recensione)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 May 2010 21:06:20 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non mi è facile fare una recensione priva di emozione, sono passati pochi minuti da che sono uscito dal cinema, il <a href="https://cinemafiume.it/" target="_blank" rel="noopener">Cinema Diamante</a>, uno dei pochi, pochissimi cinema dove a Verona danno e daranno questo film, in questo e in quelli affiliati allo stesso gruppo.<br />
Troppo scomodo metterlo nei grossi cinema, al Warner Village, all&#8217;UCI, troppo scomodo soprattutto in una città come Verona nella quale anche i circoli culturali non affini a determinate opinioni vengono chiusi con scuse di dubbia liceità.</p>
<p>Incontrarci Tommaso con cui ho condiviso <a href="https://www.staipa.it/blog/ricordi-dabruzzo/" target="_blank" rel="noopener">la mia avventura a l&#8217;Aquila</a> è stato da un lato un piacere immenso, il piacere di incontrare di nuovo un fratello, dall&#8217;altra considerato che abita a 50km da questo cinema la conferma che questo film verrà come sempre nascosto all&#8217;opinione pubblica, e la gente non lo vedrà se non chi sa già di cosa parla, di che si tratta, che cosa contiene.</p>
<p>Gli scorci di immagini che contiene il film sono scorci che ho visto, che ho vissuto, alcune inquadrature sono le stesse che ho fatto nelle mie foto laggiù, anche se molte ho scelto di tenerle per me, il guaio è che è passato ormai un anno da quando le ho fatte e tutto è ancora così, addirittura le stesse foto, più sbiadite, sullo stesso armadio che sporge tra le pareti sventrate di quella casa in via San Francesco, le macerie del palazzo di via XX settembre, accanto alla famosa Casa dello Studente, Piazza D&#8217;Armi prima come l&#8217;ho vista tra l&#8217;altro in uno scorcio con una bimba che ho conosciuto e poi smontata. Ma non sono questi scorci la cosa che mi ha fatto male, no, li conosco per quanto speravo i lavori di ricostruzione fossero iniziati, sono tutti gli altri fatti di cui tratta il film.</p>
<p>Fatti che per chi è informato non sono purtroppo delle <span id="more-2277"></span>novità sconvolgenti ma che tutte riunite in un ora e mezzo fanno il loro effetto. Temo tuttavia che la gran parte dei fruitori di questo film siano persone sufficientemente informate da conoscere la gran parte delle cose che contiene, sono tutti quelli che non sono informati che dovrebbero vederlo, che dovrebbero ASSOLUTAMENTE vederlo per rendersi conto di in che direzione sta andando il nostro paese.<br />
Nel film si parla de l&#8217;Aquila, si, del terremoto, e della gente del parere delle persone, di come è stato gestito il tutto ma quello che l&#8217;autrice vuole raccontare è ben di più, è la strada intrapresa da tutta la nostra politica, destra e sinistra non importa, verso qualcosa che si intravede facilmente aprendo un minimo gli occhi, studiando un minimo le leggi fatte negli ultimi anni dal 94 e alla fin fine anche da prima, a come sia legittimo (nei termini della legge Italiana) creare commissioni della protezione civile libere di oltrepassare ogni legge e finanziare cose private di parenti e amici.<br />
E non parlo di protezione civile intesa come quelle grandi persone che si sbattono per tirar fuori dalle macerie i terremotati ma di quell&#8217;organizzazione che si è tentato di far diventare S.p.a che ad alto livello regola qualsiasi cosa voglia il governo per coprire anche gli illeciti nell&#8217;organizzazione di &#8220;grandi eventi&#8221; come quelli sportivi o religiosi prendendo i soldi dalle nostre tasche.<br />
Ma detto da me in effetti, con le mie parole può sembrare un parlare di aria fritta, visto con le leggi alla mano, con le testimonianze di chi ai vertici c&#8217;è stato ed ha dato le dimissioni, le testimonianze di chi ha visto e vissuto molto più di me ha una forza che consiglio di incontrare.</p>
<p>Un film da vedere, ma soprattutto un film a FAR vedere, a tutti, destra, sinistra, prevenuti, non prevenuti, informati, ignoranti, colti.<br />
Poi ognuno tragga le proprie conclusioni, ma è certamente un film da vedere, da vedere prima di osannarlo e prima di criticarlo.</p>
<p>E poi da chiedersi perché si cerca di nasconderlo, di screditarlo, di insabbiarlo.</p>
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		<title>Noemi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 May 2010 09:37:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non è passato moltissimo da quando ho criticato la produzione della cantante Noemi dicendo che la stavano sprecando, scrivevo testualmente La sua vocalità è indubbiamente superiore a molte delle cantanti che girano, ma la musica? La musica ha solo lo scopo di supportare la voce. Musica piatta. Togli la voce e resta un giro blues [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è passato moltissimo da quando <a href="https://www.staipa.it/blog/sulla-musica-italiana-moderna-soprattutto-sulle-produzioni/" target="_blank">ho criticato la produzione della cantante Noemi</a> dicendo che la stavano sprecando, scrivevo testualmente</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>La sua vocalità è indubbiamente superiore a molte delle cantanti che girano, ma la musica? La musica ha solo lo scopo di supportare la voce. Musica piatta.<br />
Togli la voce e resta un giro blues a caso, che cambia giusto un po’ per il ritornello.<br />
Stimo molto la voce, la tecnica vocale di Noemi, più di quanto si possa stimare la banalità della voce di Grignani, e forse come cantante farà strada, ma il brano, il brano specifico non durerà perché non c’è musica, perché non c’è un atmosfera elaborata e costruita ad arte, così come nella gran parte degli artisti italiani di ora.</em></p>
<p>Parlavo del brano &#8220;Briciole&#8221; il suo primo singolo, inizialmente non incluso nel primo album &#8220;Sulla mia pelle&#8221; ed incluso successivamente nella versione Deluxe (altra nota negativa verso la produzione che per vendere di più fa comprare due volte lo stesso album ai fan accaniti [o ottiene di farlo scaricare?!]).</p>
<p>Ascoltando i brani successivi devo ammettere che hanno decisamente virato direzione, perfino la cura della voce è cambiata migliorando notevolmente. A tratti si sente ancora &#8220;l&#8217;immaturità&#8221; della voce ma le possibilità sono enormi, sia sul <span id="more-2269"></span>cantato soft che quello un po&#8217; più aggressivo.<br />
Ma era della produzione che si parlava, non della voce di lei che era già assodato fosse di alto livello.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/BgVEZpo4MgA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>Ok io ho di per se una passione per la voce della Mannoia, ma ammiro come sia stata scelto l&#8217;affiancamento delle voci. Avrebbero potuto scegliere di affiancare una voce più commerciale, invece la voce della Mannoia è stata scelta ad arte del gusto, simile alla voce di Noemi ma meno aspra si mescola alla sua in un intreccio perfetto, con un brano che inizia con una voce risoluta e senza fronzoli, diretta, pian piano cresce e sotto cresce l&#8217;arrangiamento della musica, alle frasi &#8220;ahh se fosse così facile&#8221; il suoni al di sotto diventano sospesi, sognanti, poi il brano riprende. Solo nella seconda parte entra la voce di Fiorella, un po&#8217; più risoluta, con i suoni sotto un po&#8217; più forti, la voce poteva essere anche quello di Noemi ma poi si capisce il perché della decisione di usare l&#8217;altra, ossia l&#8217;intreccio che si sente subito dopo che da quel senso di stacco, la voce di Noemi usata per le parti rafforzative e quella di Fiorella che fa la parte più &#8220;normale&#8221;, e poco dopo le due voci che si fanno da seconda voce a vicenda in un crescendo di forza che lascia spazio alla chiusura di Noemi sola. Sono riusciti ad inserire una voce famosa e bella senza togliere spazio alla cantante principale ma valorizzandola.<br />
Lo trovo stupendo.</p>
<p>Ne &#8220;i Sentimenti&#8221;<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/IXVJZWqFYWU&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>Si sente una voce più scura, su una base più ritmata, il testo inizia con un&#8217;apparente pessimismo ricco di luoghi comuni che invece si trasformano in una critica verso un uomo, forse verso molti uomini che ragionano a quel modo.<br />
La musica inizia come base poco importante ma comunque ben curata per crescere con la voce con misto tra chitarre, violini e batteria. Quando arriva a ripetere ossessivamente &#8220;Piove&#8221; da l&#8217;idea di quando in un pensiero ci si ferma su un dettaglio, un ricordo, un momento&#8230; e poi ricomincia il brano con le frasi che ora si capisce essere quelle dette dall&#8217;uomo che ha lasciato la protagonista, e il brano prosegue con immagini come di quadri, forse un album fotografico per fermarsi sempre su quella pioggia e le risposte di lei alle frasi, di lui, la spiegazione di cosa sono i sentimenti per lei, e la musica sempre in crescita e cambiamento, fino verso la fine con la batteria leggera ma più ritmata, i violini che crescono e le chitarre che calano, fino ad una chiusura sognante, come forse uno scoppio di lacrime e un abbandonarsi sul letto, giusto quando cresce nuovamente la chitarra per un breve solo tipicamente anti commerciale (per il commercio odierno) ma così giusto nel contesto.</p>
<p>Infine l&#8217;ultimo brano di cui voglio parlare è la traccia che da il nome all&#8217;album, &#8220;sulla mia pelle&#8221;<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/jMXqoA-dW5k&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>Vale la pena citarla in quanto qui la cantante si confronta con uno stile Soul/swing, anche qui la produzione contrariamente al primo singolo ha posto una cura enorme, con una introduzione ricca di effetti e molto spazio perla voce, solo qualche campionatura, una chitarra e la batteria leggera, lasciando ammirare la voce e la ricchezza delle armoniche della stessa, poi pian piano aumentano il numero di suoni, entra un piatto leggero, un sax tenore che si intreccia con la voce lasciando sempre enorme spazio a quest&#8217;ultima, la chitarra si fa più articolata continuando a cambiare ma restando sempre poco invasiva.<br />
A tratti la voce passa da voce dolce a un lieve rauco misurato, entrano un po&#8217; di cori.. che chiamo strumentali in quanto con lo stesso scopo di una sezione fiati, il brano non è lungo ma non ha fretta, si prende le sue pause, chiude con una ripetizione tipicamente jazzistica in cui la cantante può mostrare un po&#8217; le sue capacità vocali senza particolari dimostrazioni di potenza ma enormi dimostrazioni di saper controllare ogni dettaglio.</p>
<p>I brani belli nell&#8217;album sono molti, lasciando anche spazio a qualche  stacco totalmente commerciale e a pezzi più rock o più soul spaziando tra diversi stili ma mantenendo una compattezza rara negli album moderni.<br />
Sono felice che ogni tanto esca qualche buona produzione come questa, oggigiorno non capita spesso.</p>
<p>Da musicista però non posso non ascoltare come canta in live&#8230;<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/Cg8Pgzeg1_4&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>Da un lato mi fa sorridere il vederla impacciata che non sa molto tenere il palco e continua a toccarsi l&#8217;orecchio o a muoversi un po&#8217; goffamente, dall&#8217;altro ascolto i dettagli vocali, ho scelto un video filmato da telecamera perché risulta più &#8220;sporco&#8221; non ci sono i filtri della TV e nonostante le telecamere amatoriali tendano ad andare in saturazione si ha la sicurezza che la voce non sia troppo corretta.<br />
La voce regge alla grande nonostante la fatica di un fine concerto riesce a passare dai bassi volumi all&#8217;urlato rauco, forse ancor più bello dell&#8217;album quasi da Janis Joplin senza grosse stonature, non perde l&#8217;occasione di un finale lievemente allungato.<br />
Eheheh e quasi si dimentica di fermarsi a fare l&#8217;inchino col gruppo.</p>
<p>Beh devo dire che mi devo ricredere sulla produzione che gestisce questa cantante che comunque in se stimavo già in precedenza.</p>
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		<title>Sulla musica italiana moderna. Soprattutto sulle produzioni.</title>
		<link>https://www.staipa.it/blog/sulla-musica-italiana-moderna-soprattutto-sulle-produzioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 20:56:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[si, ho scelto un brano un po' poco &#34;classico della musica italiana&#34; e un artista un po' troppo &#34;fighetto&#34; come esempio di buona musica italiana, ma devo ammettere che sono quindici anni che aspetto di dire questa cosa.<br />Da quando &#232; uscito il primo album di Grignani.<br /><object width="425" height="344">
<param value="http://www.youtube.com/v/tEm1K0P3cUI&#38;hl=it_IT&#38;fs=1&#38;" name="movie" />
<param value="true" name="allowFullScreen" />
<param value="always" name="allowscriptaccess" /><embed width="425" height="344" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/tEm1K0P3cUI&#38;hl=it_IT&#38;fs=1&#38;"></embed></object><br />Premetto che Grignani non mi piace in genere se non....]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>si, ho scelto un brano un po&#8217; poco &#8220;classico della musica italiana&#8221; e un artista un po&#8217; troppo &#8220;fighetto&#8221; come esempio di buona musica italiana, ma devo ammettere che sono quindici anni che aspetto di dire questa cosa.<br />
Da quando è uscito il primo album di Grignani.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/tEm1K0P3cUI&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object><br />
Premetto che Grignani non mi piace in genere se non appunto per<span id="more-6"></span> il primo (e il secondo) album.<br />
Mi sono sempre chiesto perché questo album sia così bello, e il resto delle sue produzioni mi faccia addormentare.<br />
Mi sono chiesto perché come questo album ci sono alcuni album di musica italiana che acolterò altre mille volte e alcuni che invece dopo poco mi annoiano terribilmente.<br />
Ho analizzato la cosa più volte.<br />
I testi sono diversi? No, Grignani in questo album non ha usato tesi particolarmente migliori di altri artisti, ne melodie particolarmente accattivanti.<br />
C&#8217;è qualcos&#8217;altro. Qualcosa che c&#8217;è nella musica buona e che oggi si sta perdendo.<br />
Un giorno poi ho conosciuto il produttore di questi due album, tale Massimo Luca, (chitarrista tra le altre cose di Battisti e della gran parte dei cantautori più famosi e produttore di molti album di buon livello) il quale mi ha parlato di atmosfere. Mi ha parlato di come si, sia valida la regola che una canzone bella è bella anche solo con chitarra acustica e voce e che difficilmente una canzone che non sia bella così sarà bella in altre versioni, si ma la produzione è fondamentale.<br />
Il suono.<br />
Il suono.<br />
La ricerca del suono.<br />
Sono tornato ad analizzare quell&#8217;album prodotto da lui e questa canzone.<br />
La chitarra che parte lenta, nulla di complesso, ma la tastiera sotto che fa da tappeto inizia a creare un atmosfera, siamo distanti dal mondo, staccati, distaccati.<br />
La voce inizia filtrata, anch&#8217;essa distante, come un pensiero, come un altro mondo.<br />
L&#8217;andamento è molto simile a quello della chitarra e della voce.<br />
Al secondo 29 dopo un giro la voce prende coscienza di se, perde il filtro e inizia a decidere cosa vuole fare &#8220;ed allora volo via&#8221;, entra la batteria, entra la decisione. Ma sempre con dolcezza. Parte il viaggio.<br />
Ma il brano non è ancora del tutto lanciato, siamo ancora all&#8217;inizio del viaggio.<br />
Al secondo 56 parte sul serio. Poteva essere semplicemente chitarra acustica e batteria ed invece una chitarra elettrica cantilentante, apparentemente inutile contribuisce alla creazione dell&#8217;atmosfera che non viene mai lasciata andare a se stessa.<br />
Al secondo 1.29 si torna a sognare, si torna di nuovo all&#8217;inizio dopo aver intrapreso il viaggio, si ricomincia a vedere il mondo in un modo diverso, e così i suoni si ripetono apparentemente, ma la chitarra sotto è diversa, più elaborata, arpeggia invece di cantilenare, i suoni sono più aperti, più chiari, anche nel ritornello il suono è più aperto.<br />
Dopo il ritornello invece di tornare all&#8217;inizio il viaggio continua con un solo della chitarra che ricorda il volo, che sarebbe adattissimo ad immagini in volo radente dall&#8217;alto, e i suoni che salgono e scendono in modo cantilenante continuano a ripetersi per quanto riguarda le note, ma con un suono aggressivo e velocizzati, mantenendo compattezza del brano ma dando carica e significato diverso.</p>
<p>La trovo un capolavoro.<br />
Sarebbe stato lo stesso se l&#8217;attenzione fosse stata tutta alla voce e per nulla al suono?<br />
Questo è un brano talmente ben costruito che anche togliendo la voce si reggerebbe da solo. Talmente ben costruito a livello di produzione che nemmeno il suo autore (ufficiale) non è mai riuscito a ripetersi, tanto da abbassarsi a chiedere di nuovo anni dopo il successo al vecchio produttore (che però non ha accettato) di aiutarlo a produrre il nuovo album.<br />
Ma questa canzone è e resta nell&#8217;anima di molti italiani.</p>
<p>La gran parte della musica prodotta invece in questi ultimi venti anni e sempre più non resta. Perché?<br />
Ho preso un&#8217;artista a caso tra quelli che quest&#8217;anno parteciperanno a San Remo.<br />
Neomi.<br />
Sono convinto (e se vorrete ne parleremo tra quindici anni, ma anche tra due) che questo brano</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/PB9V_AZn0pE&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object><br />
La sua vocalità è indubbiamente superiore a molte delle cantanti che girano, ma la musica? La musica ha solo lo scopo di supportare la voce. Musica piatta.<br />
Togli la voce e resta un giro blues a caso, che cambia giusto un po&#8217; per il ritornello.<br />
Stimo molto la voce, la tecnica vocale di Noemi, più di quanto si possa stimare la banalità della voce di Grignani, e forse come cantante farà strada, ma il brano, il brano specifico non durerà perché non c&#8217;è musica, perché non c&#8217;è un atmosfera elaborata e costruita ad arte, così come nella gran parte degli artisti italiani di ora.</p>
<p>Restano alcuni &#8220;eccessi&#8221; come può essere Morgan (che poi si ri fa al colossale Battiato), e Max Gazzè che arrivano ad un uso maniacale delle atmosfere (che io amo ma che all&#8217;ascoltatore medio fa fastidio) e pochi che abbiano un equilibrio.<br />
Equilibrio che un tempo esisteva e che ci ha regalato la gran parte dei brani indimenticabili e indimenticati dei vecchi mostri sacri della musica.</p>
<p>La cosa brutta è che programmi come X-Factor e dintorni non fanno che puntare sulla voce e non sul gruppo, sul suono, sulla produzione, sull&#8217;atmosfera, sull&#8217;insieme.<br />
Fa figo essere il cantante, non il bassista, non il tecnico audio, non il mixerista, non quello che costruisce il brano, ma quello che ci mette la faccia.<br />
Con tutto il rispetto per i cantanti, visto che ce ne sono alcuni (due dei quali ho citato) in grado di essere al contempo musicisti e produttori, e forse con meno rispetto per altri musicisti (me compreso forse) che si limitano a suonare e non a costruire un brano.</p>
<p>Mi mancano le buone produzioni.<br />
Mi mancano i buoni suoni.<br />
Mi manca la buona musica.</p>
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		<title>Immagini di te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 19:47:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Immagini di te Oggi ho ripensato alle immagini di te. Ai tuoi sguardi, le tue espressioni, i tuoi movimenti che erano ormai diventati parte di me. Avevano tramutato i miei. Riguardo tutto questo e mi accorgo che sta scomparendo. Stai scomparendo. Sto scordandoci lontano, tra i fantasmi del divenire.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: bold;">Immagini di te</span></p>
<p>Oggi ho ripensato alle immagini di te.<br />
Ai tuoi sguardi,<br />
le tue espressioni,<br />
i tuoi movimenti che erano ormai diventati parte di me.</p>
<p>Avevano tramutato i miei.</p>
<p>Riguardo tutto questo<br />
e mi accorgo<br />
che sta scomparendo.</p>
<p>Stai scomparendo.</p>
<p>Sto scordandoci lontano,<br />
tra i fantasmi del divenire.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ritorno dall&#039;Abruzzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2009 00:09:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono tornato da pochissime ore a questa &#8220;realtà&#8221;, al nostro comune mondo reale, alla comodità, alla Casa. Casa&#8230; in questi giorni quante volte a noi volontari è venuto spontaneo nominare la parola casa? Là non ci sono case. Ci sono tende, di tende ce ne sono quante ne volete, ma case, no, quelle sono finite [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<p>Sono tornato da pochissime ore a questa &#8220;realtà&#8221;, al nostro comune mondo reale, alla comodità, alla Casa.<br />
Casa&#8230; in questi giorni quante volte a noi volontari è venuto spontaneo nominare la parola casa?<br />
Là non ci sono case.<br />
Ci sono tende, di tende ce ne sono quante ne volete, ma case, no, quelle sono finite mi spiace.<br />
Ho passato una settimana nella tendopoli di Civitatomassa, un piccolo paese di provincia, con persone amiche tra loro, cresciute assieme, persone che si conoscono poi mi è stato chiesto di restare con almeno parte della mia squadra a <a href="https://piazzadarmi.it.gg/">Piazza D&#8217;Armi</a> la tendopoli più grande, più famosa, più mediatica.</p>
<p><figure id="attachment_861" aria-describedby="caption-attachment-861" style="width: 599px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2009/07/BadgePiazzaDArmi.jpg?ssl=1"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-861" title="Badge di Piazza D'Armi" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2009/07/BadgePiazzaDArmi.jpg?resize=599%2C378&#038;ssl=1" alt="Badge di Piazza D'Armi" width="599" height="378" /></a><figcaption id="caption-attachment-861" class="wp-caption-text">Badge di Piazza D&#39;Armi</figcaption></figure></p>
<p>Potrei scrivere per ore delle persone stupende incontrate, delle stupende squadre di cui ho fatto parte, del lavoro magnifico di alcune associazioni quanto di quello pessimo di altre, dell&#8217;importanza strategica di Agesci e di mille altre cose, potrei parlare delle tante poesie scritte, della pioggia, del sole, potrei parlare dei ragazzi che laggiù danno il sangue per aiutare quella gente, potrei parlare del suo sguardo, potei parlare degli amici incontrati, dei rapporti, di infinite cose, potrei forse scriverne libri, potrei parlare delle case crollate che ho visto, del crollo delle istituzioni con i palazzi, delle macerie, di quell&#8217;accappatoio ancora appeso, della stanza della piccola Francesca. Centinaia di foto accumulate nel mio computer, nei miei ricordi.<br />
Ma non sono queste le cose che contano, non sono queste immagini mediatiche, non sono i sentimenti che contano quello che conta è la gente che sta laggiù.<br />
La gente che non sta male per aver perso la casa, non sta male per aver perso gli amici, non sta male per aver perso qualcosa se non per aver perso il futuro, la vita.<br />
Gente di trent&#8217;anni che si guarda intorno e non c&#8217;è neppure un&#8217;industria in cui chiedere di lavorare, il Mac Donald e il cinema sembrano le uniche due cose in piedi la sopra. Le multinazionali ovviamente, come sempre.<br />
La gente che si lamenta perché il mondo laggiù non è come nei telegiornali, perché la ricostruzione laggiù non sta procedendo spedita come qualche politico vuole farci credere, laggiù i giornalisti dormono in albergo e dicono che la gente sta bene, laggiù i giornalisti raccontano le storie che hanno deciso di raccontare, laggiù i giornalisti ti intervistano per raccontare quello che loro hanno già scritto.<br />
L&#8217;emergenza Abruzzo non è finita e non finirà tra tre mesi, la gente laggiù tra tre mesi sarà in tende, sarà a camminare cento metri per farsi una doccia e a L&#8217;Aquila tra tre mesi farà freddo, freddo davvero e non ci sono previsioni alcune di chiusura dei campi, di agibilità delle case, di ricostruzione reale, di container, casette di legno.<br />
Come sempre quello che ci viene raccontato non è vero, quello che la TV propone è un bel polpettone di falsità, e li ho visti io quei giornalisti parlare davanti alle telecamere, ho visto la gente dietro le quinte protestare per le falsità raccontate in TV, ho visto tante cose, tante cose, e parlato con molta molta gente e ciò che ora penso è che certe persone dovrebbero parlare di meno e fare di più. Quelle persone che hanno i mezzi e li sfruttano solo per farsi pubblicità dovrebbero parlare di meno e fare di più, dovrebbero dormire per tre mesi in quelle tende, usare per tre mesi quei bagni, mangiare in quelle mense e dopo tre mesi dovrebbero provare l&#8217;emozione di sentirsi dire che devono restarne altri tre e che finiti quelli chissà&#8230; per ora non ci sono prospettive sicure, lo si vedrà col tempo, che si&#8230; insomma il futuro forse tornerà&#8230;. si in futuro&#8230;.</p>
</div>
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		<title>Facebook, i nostri diritti saranno suoi per sempre.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Feb 2009 14:33:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Dini &#124; 17-02-2009 Il più popolare social network al mondo cambia politica. Da oggi tutti i dati e le informazioni che gli utenti caricano nel loro profilo, foto comprese, resteranno per sempre di proprietà dell&#8217;azienda anche quando si volesse cancellare la propria identità online. In questi giorni ha compiuto cinque anni e si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="font-weight: normal; font-size: 13px;">di Antonio Dini | <span class="data">17-02-2009</span></span></h2>
<h3>Il più popolare social network al mondo cambia politica. Da oggi tutti i dati e le informazioni che gli utenti caricano nel loro profilo, foto comprese, resteranno per sempre di proprietà dell&#8217;azienda anche quando si volesse cancellare la propria identità online.</h3>
<div class="edit">
<p>In questi giorni ha compiuto cinque anni e si è regalato un&#8217;altra polemica. Facebook, il social network più famoso del momento e che sta definendo un&#8217;epoca, ha infatti annunciato nei giorni scorsi di aver cambiato &#8220;giusto un attimo&#8221; le norme che regolano l&#8217;accordo con gli utenti del servizio. E il cambiamento sta provocando un&#8217;esplosione di polemiche in rete.</p>
<p>Il punto centrale è la gestione dei contenuti. Tutti i social network e tutte le aziende digitali &#8220;Web 2.0&#8221; sono basate sul concetto che i contenuti vengono prodotti dagli utenti. A partire da Second Life, paradigma (adesso passato in secondo piano, per fortuna) del mondo generato dagli utenti che pagano solo per il privilegio di esserci, fino a Facebook, sorta di Ikea del social networking, dove tutti hanno spazi più o meno uguali da arredare con le proprie immagini e i commenti scritti muro a muro.</p>
<p>Cosa succede però a quei contenuti quando qualcuno decide di averne avuto abbastanza e di volersene andare? Non è come sparecchiare e tornarsene a casa propria, perché secondo il nuovo regolamento di Facebook, adesso i contenuti caricati sul social network non appartengono più al singolo ma al network stesso, cioè a Facebook.</p>
<p>È il volere di Mark Zuckeberg il discusso fondatore di Facebook, il ragazzino prodigio che ha pagato alcuni milioni di dollari a qualche compagno di scuola che l&#8217;accusava di aver fondato Facebook copiando loro idee e mettendo così a tacere non solo l&#8217;ipotesi di copia ma anche l&#8217;idea che inventare e creare sia meglio che copiare (gli ex compagni di scuola adesso si sono pagati la pensione con un&#8217;idea che non hanno mai provato a realizzare, mentre Zuckeberg ha dimostrato che non è necessario essere creativi ma basta copiare con determinazione per avere successo). Una vicenda complicata, non alla portata della comprensione di tutti gli utenti ma che sta facendo rumore in rete.</p>
<p>L&#8217;etica del capitalismo, lo spirito della rete: cioè il desiderio di far soldi (in maniera oscena, considerando la ricchezza costruita sui contenuti prodotti da altri di Google, Facebook e via dicendo: almeno Bill Gates il suo software a codice chiuso se lo produce da sé) e quello di contribuire in effetti alla crescita dell&#8217;economia digitale. La valutazione di Facebook è secondo alcuni sproporzionata rispetto al suo reale valore.</p>
<p>Si parla di miliardi di dollari. Soprattutto, se ne parla senza avere una idea di come si producano gli introiti che giustifichino il valore dell&#8217;azienda se non vendendo tutte le informazioni e i contenuti prodotti da e sugli utenti del servizio a terzi. Ma anche così, c&#8217;è chi comincia a dubitare che si riuscirebbe mai a produrre anche solo una parte della ricchezza stimata per Facebook: 175 milioni di utenti nel mondo (8 in Italia, tutto stimato), 300 milioni di dollari di fatturato nel 2008 (stimati, in crescita), un valore dell&#8217;azienda Facebook stimato fra i 3,75 e 5 miliardi di dollari, secondo il settimanale economico statunitense BusinessWeek.</p>
<p><a href="https://www.macitynet.it/Facebook_saremo_suoi_per_sempre/">FONTE MACCITYNET</a></p>
</div>
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