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	<title>percezione Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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	<title>percezione Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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		<title>Ora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2017 18:32:45 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Oggi sono andato a correre. È stato strano. Mi sembrano secoli che non andavo a correre al tramonto, forse mi ricorda un po&#8217; quella volta che al tramonto sono andato a camminare con lei, con i capelli del colore del sole, ma da quello sembrano passati millenni. C&#8217;era quell&#8217;atmosfera di freddo pungente che si contrappone al caldo del mio corpo e di caldo del mio corpo che si contrappone al freddo dentro. Una sensazione strana, mi ricorda di quella volta in cui sono stato investito.<br>
Questo lo ricordo come fosse ieri. Sono sensazioni che difficilmente scivolano via dall&#8217;anima, te le porti dentro comunque vada.<br>
Quel giorno credevo fosse uno come un&#8217;altro, avrei dovuto andare a correre il giorno dopo ma sarebbe stato un mese da che mi frequentavo con Lei. Avrei dovuto andare a correre il giorno dopo ma quel giorno non avevo di meglio da fare se non correre, sfogare il corpo e l&#8217;anima, tornare a casa, cucinare per Lei che mi avrebbe raggiunto più tardi. Certo avrei potuto leggere quel libro che stava sul mobiletto, avrei potuto studiare inglese, avrei potuto organizzare quel viaggio a Parigi, ma volevo correre e uscii. Mi sentivo in discreta forma nonostante il mio stato fisico e lo scarso allenamento, la musica sparata in cuffia era un tonico per la mente e per il corpo ma già solo il pensiero di Lei sarebbe stato sufficiente per rendermi un supereroe.<br>
È stato improvviso. Come quelle cose che vedi solo nei film quando l&#8217;attore un&#8217;istante prima c&#8217;è e un&#8217;istante dopo al suo posto c&#8217;è un pullman. Nel mio caso era un suv. Non saprei dire il modello, non saprei neppure dire chi lo guidasse se ci penso. Non ricordo assicurazioni, ospedale, preoccupazioni, ma in ogni caso ricordo fosse un suv. Bianco ovviamente. Prima c&#8217;ero io e poi un&#8217;istante dopo il suv. Non so bene dove fossi finito. Nessun suono perché forse non aveva neppure frenato, solo la musica che ancora pulsava dall&#8217;auricolare nel mio orecchio sinistro. Il destro non lo ricordo più. Credo di non aver provato dolore, solo dentro la schiena come un movimento, come lo schiocco di quando ti scrocchi le dita ma molto più potente. Nella zona lombare e più in su alla radice del collo. L&#8217;orecchio destro forse l&#8217;ho sentito quando ha toccato la mia spalla sinistra ma credo sia stata più una sensazione che il senso del tatto, più una percezione dovuta alla prospettiva della mia vista che in qualche modo vedeva alle mie spalle e non più di fronte. Non ho provato nessuna sensazione fisica se non questo e poi era come se il mondo fosse rallentato. Nella mia testa tutto quel movimento era durato minuti, forse ore ma infinitamente meno rispetto al tempo trascorso dopo. Come guardarsi dietro e vedere una scia allungata, sempre più veloce man mano che è lontana, sempre più lenta man mano che arriva all&#8217;ora. E l&#8217;ora è come un tempo immobile. Mi rendo conto solo ora di dove sia collocato questo ora, mi rendo conto solo ora che il tempo dall&#8217;altra parte della scia, il tempo davanti è altrettanto immobile. Il tempo in cui dovrei cucinare per Lei è lì davanti, quello in cui lei dovrebbe arrivare infinitamente lontano, il tempo in cui avremmo dovuto fare l&#8217;amore infinite volte quell&#8217;infinito, e ancora. Il tempo è immobile.<br>
Qui.<br>
Ora.</p>
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		<title>Il pensiero e la tascendenza visti come quarta dimensione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2017 17:22:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono sempre chiesto come esprimere il concetto di dimensioni fisiche aggiuntive a quelle che sperimentiamo quotidianamente, come spiegare a qualcuno di non avvezzo a tali teorie cosa possa essere una quarta dimensione o più. Lasciamo perdere come di consueto il fatto che una quarta dimensione, il tempo, la percepiamo ogni istante seppure non siamo in grado di interagirvi come con le altre e chiamiamo quarta una ulteriore &#8220;direzione&#8221; che non sia altezza, lunghezza o larghezza.<br />
L&#8217;esempio classico che ho sempre usato è funzionale e semplice ma non permette di vivere in prima persona una rappresentazione di quarta dimensione, l&#8217;ho preso dalla spiegazione classica che viene fatta nella divulgazione scientifica, a partire da Stephen&nbsp;Hawking, passando per romanzi di fantascienza come <em>Sfera</em> di&nbsp;Michael Crichton al geniale <em>Flatlandia</em> di&nbsp;Edwin Abbott Abbott che ho già citato altre volte.<br />
Recentemente una persona senza volerlo mi ha aperto un mondo, parlava di tutt&#8217;altro e mi ha dato un idea che ritengo particolarmente efficacie per estendere tale esempio classico e riportarlo alla nostra realtà. Non pretendo che tale spiegazione abbia una valenza scientifica ma piuttosto una valenza filosofica che possa aiutare ad una maggiore comprensione scientifica.<br />
L&#8217;esempio classico è il seguente: immaginiamo un universo formato da una linea retta e i cui abitanti siano dei segmenti. Assumiamo che ogni segmento possieda due occhi, uno ad un capo ed uno all&#8217;altro in modo da poter vedere la direzione in cui si muoverà. Ogni segmento sarà in grado di vedere gli altri segmenti solamente come un punto che si avvicini o si allontani ed una volta raggiunto il segmento accanto non potrà sorpassarlo. La percezione del segmento di se stesso e degli altri sarà necessariamente il puntino che è la proiezione del suo corpo e non gli sarà possibile vedere altro, quello che noi &#8220;da fuori&#8221; riconosceremo come la linea che forma il segmento dal suo punto di vista sarà semplicemente il suo &#8220;interno&#8221;. Allarghiamo ora quell&#8217;universo e rendiamolo a due dimensioni, un immenso foglio bianco su cui possano muoversi diverse figure geometriche. Non importa quale sia la figura ma ognuna di esse percepirà le altre figure come linee. Gli occhi di ogni figura saranno all&#8217;altezza di questo foglio-universo e tali occhi percepiranno la proiezione su una dimensione, la larghezza, di ciò che è il loro corpo a due dimensioni. Quello che noi da fuori percepiamo come <span id="more-4214"></span>l&#8217;area dalla figura viene percepita anche in questo caso come il proprio &#8220;interno&#8221;. In un mondo a tre dimensioni avremo uno spazio a cui è dato il dono dell&#8217;altezza. Ogni figura che vi si muova, un cubo, una piramide, un essere umano, percepirà la propria figura e quella dei suoi simili in due dimensioni. avendo semplicemente un&#8217;altezza ed una larghezza ma non sarà in grado di percepire la reale profondità. Ora direte &#8220;non è vero&#8221; ed invece è vero, i mezzi che usiamo per interpretare la realtà, ossia i colori, la riflessione della luce ed altro sono mezzi che se tolti di mezzo ci impediscono di percepire la terza dimensione, esattamente come sul foglio in <em>Flatlandia</em> le figure utilizzano la &#8220;nebbia&#8221; per interpretare le proiezioni e capire le forme. Se ancora rimaneste convinti che siamo in grado di percepire tre dimensioni allora potrei spingermi oltre dandovi ragione e dicendovi che noi viviamo in quattro, che la quarta è il tempo e che non siamo in grado di percepirla se non rendendoci conto dei cambiamenti che accadono nel percorrerla. Quindi interpretando le altre tre dimensioni in funzione della quarta.<br />
Questo esempio dimostra come per induzione sia definibile che un essere vivente su n dimensioni sia in grado di fatto di percepire n-1 dimensioni e al massimo di interpretare in qualche modo l&#8217;ennesima. Quello che però definirà &#8220;il proprio interno&#8221; è di fatto quello che è la dimensione n+1.<br />
Lo so, al momento non ho aperto nuovi orizzonti e probabilmente aumentato la complessità, ma presto arriverò al punto.<br />
Un secondo esempio sempre prendendo in considerazioni universi proiettati su diverse dimensioni è il punto di vista dello spostamento. Prendendo in esame nuovamente l&#8217;universo formato da una linea, quello ad una dimensione i suoi abitanti non avranno mai modo di oltrepassarsi, potranno toccare i propri vicini ma non oltrepassarsi, per poterlo fare avrebbero bisogno di una seconda dimensione, la larghezza. In un mondo bidimensionale, il foglio, gli abitanti possono ruotarsi attorno e girare liberamente ma una figura che si trovasse all&#8217;interno di un altra non potrebbe muoversi uscendone, se non passando dall&#8217;altezza, ossia la terza dimensione, la n+1. In un mondo a tre dimensioni, molto simile al nostro, le figure possono passarsi di fianco in due modi o sopra o sotto. Se una figura però è all&#8217;interno di un altra, siete chiusi in una scatola, non è possibile uscirne se non passando da una ipotetica quarta dimensione, la n+1, sempre quella che percepiamo come interna.<br />
Con questo ho finito i due esempi classici e posso introdurne per estensione un&#8217;altro, ossia <em>il pensiero</em>. La frase che ha stimolato la mia attenzione è stata in una chiacchierata sull&#8217;interiorità un qualcosa come &#8220;Se invece entriamo nella dimensione del pensiero&#8230;&#8221;,&nbsp;<em>La dimensione del pensiero</em>.<br />
Se vogliamo il pensiero, il pensare è qualcosa che sta dentro di noi, lo attraversa e ci permette di fare una forma di viaggio che non include le tre dimensioni classiche, non ci spostiamo avanti, di lato o in su, ci muoviamo dentro, in una dimensione che non siamo in grado di percepire con i cinque sensi ma che di fatto non è assolutamente trascurabile. Dentro di noi, come la seconda&nbsp;dimensione è percepite come interno dalla linea, o la terza è percepita come interna dalla figura piana. Il pensiero, il movimento in esso, la capacità di farci viaggiare in qualche modo all&#8217;esterno della nostra fisicità credo sia la cosa che più si avvicina alla comprensione di una dimensione superiore alle tre classiche, una dimensione, una direzione che possiamo percepire, comprendere e vivere ma che trascende le tre.<br />
Non ha caso chi parla di&nbsp;<em>trascendenza</em> nell&#8217;uomo, che ne parli in senso religioso, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Trascendenza">filosofico</a> o in <a href="https://elementidipsicologia.wordpress.com/2013/12/18/lo-sviluppo-dellidentita-personale-erikson/">psicologia</a> è un viaggio all&#8217;interno di se verso una crescita, un cambiamento, un preciso percorso che non viene considerato fisico perché non attraversa le tre dimensioni.<br />
Ripeto, non pretendo che abbia una valenza scientifica di alto livello ma mi sembra un buon esempio per la comprensione di un concetto altrimenti difficilmente immaginabile, e poi chissà se davvero il pensiero fosse una dimensione quali altre porte si aprirebbero!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>17</p>
<p>Un cortometraggio su <em>Flatlandia</em> girato da Michele Emmer nel 1982</p>
<p><iframe title="Flatlandia - Michele Emmer (1982) pt. 1/3" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/A7DIhigATpI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe title="Flatlandia - Michele Emmer (1982) pt. 2/3" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/aZDnGnKk1yA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe title="Flatlandia - Michele Emmer (1982) pt. 3/3" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/BrhCu0pVQJE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Non è la vista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Mar 2016 20:51:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[12/03/2016 Non è la vista Sono i suoni che definiscono il mondo ad occhi chiusi percepisco il mondo le direzioni, le distanze ad occhi chiusi percepisco la tua pelle non distratto dalla vista il tuo odore non coperto da profumi. Non è la vista -così fallace- a definire il mondo. Ed io attendo -ad occhi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">12/03/2016</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Non è la vista</strong></p>
<p style="text-align: center;">Sono i suoni che definiscono il mondo<br />
ad occhi chiusi percepisco il mondo<br />
le direzioni, le distanze<br />
ad occhi chiusi<br />
percepisco la tua pelle<br />
non distratto dalla vista<br />
il tuo odore non coperto da profumi.</p>
<p>Non è la vista<br />
-così fallace-<br />
a definire il mondo.</p>
<p style="text-align: center;">Ed io attendo<br />
-ad occhi chiusi-<br />
di percepire il tuo passaggio.<br />
Di nuovo.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La bellezza</title>
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		<pubDate>Tue, 29 May 2007 10:12:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi capita spesso di parlare di come le donne più belle sui giornali e nelle pubblicità siano rifatte al computer, ho trovato casualmente questo paio di video e volevo condividerli, anche per quelle ragazze che si guardano allo specchi e si schifano perché non si sentono abbastanza belle, o che si truccano all&#8217;inverosimile. Vorrei far [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">Mi capita spesso di parlare di come le donne più belle sui giornali e nelle pubblicità siano rifatte al computer, ho trovato casualmente questo paio di video e volevo condividerli, anche per quelle ragazze che si guardano allo specchi e si schifano perché non si sentono abbastanza belle, o che si truccano all&#8217;inverosimile.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/dh54tlEpJrA" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/dh54tlEpJrA" wmode="transparent"></embed></object> <span id="more-455"></span><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/aHLpRxAmCrw" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/aHLpRxAmCrw" wmode="transparent"></embed></object><br />
Vorrei far notare per altro che nessuna delle persone modificate in questi video in fase iniziale era brutta, neppure in versione senza trucco o spettinata, tuttavia pare necessario ad oggi modificarle, e poi ci si chiede perché la percezione che abbiamo della bellezza sia così distorta&#8230;.</p>
<p>p.s. Si lo so ultimamente sto mettendo troppi video&#8230;</p>
</div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Contrapposizioni   &#8230;..infine ecco la &#034;fine&#034;.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 May 2007 11:02:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Contrapposizioni, Il Filo Edizioni è il mio primo libro edito. Vincitore di una targa e un diploma di merito al Premio Internazionale di Poesia &#8220;San Domenichino&#8221; Città di Massa è in fine giunto a scadenza del contratto. Sarà reperibile nelle principali librerie di Verona (in particolare da Gheduzzi e al Gelso) e ordinabile in tutte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<p><a href="https://web.archive.org/web/20080202104538/http://www.ilfiloonline.it:80/autori/2005/giugno/giolo.asp">Contrapposizioni</a>, Il Filo Edizioni è il mio primo libro edito. Vincitore di <a href="https://www.staipa.it/blog/premio-internazionale-di-pesea-san-domenichino-citta-di-massa/">una targa e un diploma di merito</a> al Premio Internazionale di Poesia &#8220;San Domenichino&#8221; Città di Massa è in fine giunto a scadenza del contratto.</p>
<p>Sarà reperibile nelle principali librerie di Verona (in particolare da Gheduzzi e al Gelso) e ordinabile in tutte le librerie italiane ancora per qualche settimana e poi non ne sarà più garantita la reperibilità.</p>
<p>Dalla Prefazione:<br />
&#8220;<span style="font-style: italic;">Stefano Giolo osserva la vita attraverso un caleidoscopio di poesia che riporta le immagini di un mondo complesso. La vita appare nei suoi versi come il teatro dalle apparenti contraddizioni, in un palcoscenico di carta Stefano Giolo mette in scena l’assurdo che regola la percezione dell’essere ingabbiandola a priori in griglie di senso prestabilite. Una silloge fatta di vetri che come echi di pensieri s’infrangono nell’anima riflettendo e ricomponendo una realtè nascosta, della quale egli tenta di rivelare le profonde contraddizioni intrinseche ai diversi punti di osservazioni che si decide di adottare per comprenderla. E di svelarne la bellezza, quella che arriva improvvisa dalla vita, e che ci trova spesso impreparati di fronte a noi stessi.</span>&#8221;</p>
<p>Un <a href="https://www.staipa.it/blog/da-larena/">articolo</a> de &#8220;<a href="https://www.larena.it/">L&#8217;Arena</a>&#8221; il quotidiano di Verona:</p>
</div>
<div class="giustificato">
<div style="text-align: justify;"><span style="font-style: italic;"> La silloge del giovane musicista alla Gheduzzi «Contrapposizioni» nella poesia di Giolo Prima di tutto il ritmo. Chissà se è un caso che il giovanissimo Stefano Giolo, veronese, classe 1982, suoni il sassofono nel gruppo latin rock jazz «Raku Quintet»: la sua prima prova poetica, intitolata «Contrapposizioni» (Edizioni Il Filo, pp. 103, euro 12), sembrerebbe proprio smentire la casualità. Si tratta infatti di un’agile raccolta dai tempi più vari che si caratterizza e che trova il suo elemento unificante nella musicalità: intesa non nel senso di una scelta metrica precisa, quanto come «orecchio», come naturale talento che il giovane poeta rivela nell’accostamento di termini che, vicini, producono di per sé una suggestione. Ce lo lascia intendere del resto l’autore stesso, nel capitolo VIII, che si intitola «Poesia. Per me». Vi leggiamo: «C’è qualcosa nell’aria questa sera. Ho voglia di scrivere, un po’ soffrire, senza dolore, come amare, senza dormire, come stare in un prato di notte sotto le stelle e sentire il respiro del mondo&#8230;». C’è un senso di trascinamento nelle parole, come se l’autore volesse farci intendere che questo per lui è poesia: un affidarsi delle cose ai suoni. Le cose infatti appaiono a Giolo come «contrapposizioni», la realtà è tensione tra sentimenti contrastanti, di cui è difficile intuire il senso e il destino. Nel suo lavoro giustamente Valentina Scacchi nella Prefazione che apre il volume afferma che in queste liriche «la vita appare come il teatro delle apparenti contraddizioni, in un palcoscenico di carta. Stefano Giolo mette in scena l’assurdo che regola la percezione dell’essere&#8230;Un sentimento di vertigine pervade questi versi che tentano di spiccare il volo ma sentono il peso della loro costrizione a terra». La musica, il respiro segreto della parola o, meglio, dell’incrociarsi delle parole, diventa la via necessaria a ridare un senso, un ordine alla realtà. E, nello stesso tempo, si pone come strumento in grado di liberare la lingua, a sua volta vittima della contraddizione inscritta nella vita, dalla non autenticità cui oggi è costretta: dulice liberazione dunque, la scrittura poetica, dalla prigione dell’esistenza ma anche dallo schematismo di scritture omologate. La ricerca di verità risulta per altro dominante anche nei contenuti: lo vediamo bene nella parte finale della raccolta, per esempio nella lirica, bellissima, intitolata Mirco, dove l’iterazione degli stessi termini scandisce l’autenticità della disperazione. O ancora in Elena, dove la brevità secca e aspra dei versi racconta l’asciuttezza impietrita del dolore di un’assenza. A riprova vale ancora quanto afferma il poeta. Quando parla di poesia, intesa anche come arte e dunque, in generale, come ispirazione, Giolo scrive infatti «contraddizioni assurde che per contraddizione/ spiegano la realtà/ perdendo allora la contraddittorietà». Il libro, premiato con una targa e un diploma di merito al concorso letterario internazionale «San Domenichino- Città di Massa», verrà presentato domani, venerdì, alle 18,30 alla libreria Gheduzzi-Giubbe Rosse in Corso Sant’Anastasia.</span><br style="font-style: italic;" /><span style="font-style: italic;">-Alessandra Galetto-</span><br />
<span style="font-style: italic;"> </span><br />
Voglio riportare ancora una volta i ringraziamenti che compaiono alla fine del libro<br />
&#8220;<span style="font-style: italic;">Per questo mio figlio voglio sentitamente ringraziare Assunta Reffi  che è stata per due anni, mia insegnante di lettere. Mi ha incoraggiato dopo la lettura di “Amore &amp; Pioggia” ed è per i suoi complimenti, probabilmente, che ho continuato a scrivere. Voglio ringraziare anche Manuela, altra mia insegnante per non avermi in alcun modo spinto, per non aver creduto in me, per aver spinto il mio orgoglio verso il dimostrare che si sbagliava. </span><br style="font-style: italic;" /></div>
<p><span style="font-style: italic;">Ringrazio chi mi ha ispirato e chi crede in questo progetto e tutti gli artisti di Schegge di Cristallo (www.scheggedicristallo.com). </span><br style="font-style: italic;" /><span style="font-style: italic;">Ringrazio tutte le persone che mi sono state vicine in questi anni e tutte le persone che ho incontrato per caso, per pochi istanti o a lungo, che mi hanno ispirato, spinto, frenato, amato, ferito, curato, che mi hanno dato motivo di scrivere. </span><br style="font-style: italic;" /><span style="font-style: italic;">Ringrazio i sassi sulla riva dell’Adige e il ponte di Castel Vecchio, con i suoi scorci di Verona. Ringrazio chi me li ha fatti amare.</span>&#8221;</p>
<div style="text-align: justify;">In fine trovo doveroso aggiungere un ringraziamento al Bencio che mi ha fatto scoprire questa casa editrice, Valentina  della casa editrice stessa che con la sua simpatia mi ha accompagnato in questi due anni tra i meandri dei concorsi letterari, tutti quelli che hanno acquistato (o che lo faranno in queste settimane) il libro in tutta Italia, Mari che mi ha aiutato nella stesura definitiva, e chiunque mi abbia fornito una critica positiva o non di ciò che ho scritto.</div>
</div>
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		<title>da &#034;l&#039;Arena&#034;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 08:42:16 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La silloge del giovane musicista alla Gheduzzi «Contrapposizioni» nella poesia di Giolo    Prima di tutto il ritmo. Chissà se è un caso che il giovanissimo Stefano Giolo, veronese, classe 1982, suoni il sassofono nel gruppo latin rock jazz «Raku Quintet»: la sua prima prova poetica, intitolata «Contrapposizioni» (Edizioni Il Filo, pp. 103, euro 12), sembrerebbe proprio smentire la casualità. Si tratta infatti di un’agile raccolta dai tempi più vari che si caratterizza e che trova il suo elemento unificante nella musicalità: intesa non nel senso di una scelta metrica precisa, quanto come «orecchio», come naturale talento che il giovane poeta rivela nell’accostamento di termini che, vicini, producono di per sé una suggestione. Ce lo lascia intendere del resto l’autore stesso, nel capitolo VIII, che si intitola «Poesia. Per me». Vi leggiamo: «C’è qualcosa nell’aria questa sera. Ho voglia di scrivere, un po’ soffrire, senza dolore, come amare, senza dormire, come stare in un prato di notte sotto le stelle e sentire il respiro del mondo&#8230;». C’è un senso di trascinamento nelle parole, come se l’autore volesse farci intendere che questo per lui è poesia: un affidarsi delle cose ai suoni. Le cose infatti appaiono a Giolo come «contrapposizioni», la realtà è tensione tra sentimenti contrastanti, di cui è difficile intuire il senso e il destino. Nel suo lavoro giustamente Valentina Scacchi nella Prefazione che apre il volume afferma che in queste liriche «la vita appare come il teatro delle apparenti contraddizioni, in un palcoscenico di carta. Stefano Giolo mette in scena l’assurdo che regola la percezione dell’essere&#8230;Un sentimento di vertigine pervade questi versi che tentano di spiccare il volo ma sentono il peso della loro costrizione a terra». La musica, il respiro segreto della parola o, meglio, dell’incrociarsi delle parole, diventa la via necessaria a ridare un senso, un ordine alla realtà. E, nello stesso tempo, si pone come strumento in grado di liberare la lingua, a sua volta vittima della contraddizione inscritta nella vita, dalla non autenticità cui oggi è costretta: dulice liberazione dunque, la scrittura poetica, dalla prigione dell’esistenza ma anche dallo schematismo di scritture omologate. La ricerca di verità risulta per altro dominante anche nei contenuti: lo vediamo bene nella parte finale della raccolta, per esempio nella lirica, bellissima, intitolata Mirco, dove l’iterazione degli stessi termini scandisce l’autenticità della disperazione. O ancora in Elena, dove la brevità secca e aspra dei versi racconta l’asciuttezza impietrita del dolore di un’assenza. A riprova vale ancora quanto afferma il poeta. Quando parla di poesia, intesa anche come arte e dunque, in generale, come ispirazione, Giolo scrive infatti «contraddizioni assurde che per contraddizione/ spiegano la realtà/ perdendo allora la contraddittorietà». Il libro, premiato con una targa e un diploma di merito al concorso letterario internazionale «San Domenichino- Città di Massa», verrà presentato domani, venerdì, alle 18,30 alla libreria Gheduzzi-Giubbe Rosse in Corso Sant’Anastasia. Alessandra Galetto</p>
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